SAN REMO: “…AND THE WINNER IS….”?


 

SAN REMO. “…AND THE WINNER IS…”?

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Statue Oscar on black

 

O ‘FESTIVALLE’…..(di san remo)
Mai come quest’anno sono rimasto deluso dal Festival di San Remo. Sinceramente con tutte quelle luci, quella ‘snobberai’, quella asetticità, etc. sembrava di essere a Las Vegas,, a Hollywood, insomma non sembrava di essere sulla Riviera dei Fiori, che io conosco bene, non si respirava l’aria del Mare di San Remo, di Imperia, di Diano Marina, di Cervo. Soprattutto non si respirava quall’aria ‘casereccia’ cui siamo abituati, Mancava quell’odore di prosciutto ‘casalingo’, di olio extra vergine di oliva, quel profumo dei porticcioli con le barche e le reti stese ad asciugare. Mancavano le grida della gente in quel dialetto genovese, che ritroviamo nelle canzoni di Fabrizio di Andrè, mancava soprattutto il profumo dei fiori, delle serre che si arrampicano sulle rocce e sulle scogliere di Diano Marina, delle Cinque terre, di Rapallo, etc. Mancava il profumo del buon vino ottenuto con l’uva passita. Insomma mancava tutto, sembrava più una festa da Oscar e non mi sarei meravigliato se ad un certo punto qualcuno avesse pronunciato il fatidico: “….And the winner is……” Ci stava bene dato che fra gli ospiti c’era quella ‘nostra’ cantante vincitrice di un Grammy. Detto questo, speriamo che il Festival di San Remo si concluda con questa edizione e non ne vengano fatte altre in futuro. La canzone italiana? Ma quale ? Una canzone che non ha origini (come questa), non ha un carattere ben specifico, una cosa morta e amorfa. Siamo ben lungi dalle bellissime canzoni napoletane, che proprio recentemente il grande Massimo Ranieri ci ha magistralmente fatto ascoltare. Oppure le bellissime canzoni “paesaiole” di Nilla Pizzi, di Domenico Modugno, Iva Zanicchi, fino a Celentano, Patty Pravo, Vecchioni. Niente più di tutto questo solo noia, noia, solamente noia (per dirla con il “Califfo”), per offrire agli Italiani uno ‘spettacolo’ che non ha niente di italiano. Peggio di così….
Paolo Campidori

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paolocampidori@yahoo.it

 

 

SIMBOLOGIA ED ORIGINI ETRUSCHE – BOZZE DEL LIBRO DI PAOLO CAMPIDORI


 

SIMBOLOGIA ED ORIGINI ETRUSCHE – BOZZE DEL LIBRO DI PAOLO CAMPIDORI

tESTA DEL GUERRIERO

Ai miei nipotini
A Matilde, Martina, Francesco

PROLOGO
Oggi si insiste tanto sul “mistero” etrusco, ma perché? Forse il mistero degli etruschi è la nostra incapacità di penetrare la loro intima realtà. Ecco perché è necessario conoscere la loro simbologia. I simboli trascendono la parola, sono qualcosa di più del linguaggio, perché il linguaggio cambia con il tempo e con i luoghi, ma i simboli invece rimangono immutabili e universali. Tuttavia fra il VII e il VI sec. a.C. la storia etrusca, ma non solo, conobbe un fenomeno che fu causa di potenti rivolgimenti. In quell’epoca esplosero antichi e sopiti fermenti e residui di precedenti civiltà soggiogate tornarono a galla; rifiorirono gli istinti femminili di una popolazione sconosciuta, definita da Erodoto “pelasgica”. In questo nuovo ciclo storico i simboli divennero solo rappresentazioni estetiche prive di ogni sublime significato. Si moltiplicarono le teorie delle sette e delle scuole e il ritualismo divenne sempre più stereotipato. Il regime aristocratico delle città etrusche scricchiolò e il potere cadde nelle mani dei popolani e dei mercanti, dissociandosi dall’autorità spirituale. In questo sfacelo nacque il regime democratico, trionfo dei principi femminili e materialistici. Riprese vigore il rito funebre dell’inumazione col quale si volle restituire il defunto alla madre terra. Questi sintomi annunciarono, ventisette secoli fa, minaccia della civiltà etrusca, per iniziare un nuovo ciclo storico del quale noi facciamo parte integrale, e senza essere pessimisti, la parte culminante. Capire la simbologia degli Etruschi, credo voglia senz’altro dire capire questo popolo e il loro mondo che li ha circondati per circa dieci secoli. Ma, badiamo bene, gli Etruschi esistono ancora, sono sempre esistiti, sono fra di noi e in mezzo a noi. I Romani, grazie a Dio, non
hanno scalfito minimamente la loro personalità, la loro sapienza e la loro grandezza. Ogni giorno riemergono dal terreno, dopo lunghissimo sonno, le loro case, i loro vasi di terracotta, i loro simboli religiosi, insomma tutto ciò che loro apparteneva. I Musei di tutto il mondo si sono riempiti di reperti della loro civiltà e tutto il mondo ha riconosciuto la loro grandezza. Grazie allo loro intelligenza la Toscana e parte del Lazio (Roma esclusa) hanno potuto ereditare la loro civiltà e la loro lingua. Noi Toscani non siamo dei romani, noi siamo gli eredi diretti di quei grandi popoli che furono chiamati Etruschi e dei quali darò alcuni brevi cenni della loro simbologia e origine. E’ chiaro tuttavia che gli Etruschi del IX-VIII sec. a.C. detti Villanoviani (un nome comune per indicare la loro etnia) non sono gli stessi degli Etruschi del VII sec. a.C. oppure quelli del V secolo a.C. (Anche gli Italiani del XX secolo non saranno gli stessi italiani del XV o del XIII secolo), nel senso che, i tempi cambiano, cambia la storia, gli avvenimenti, ma la popolazione rimane, è quella, invariata, o quasi, nel tempo. Niente può cambiare le caratteristiche di un Popolo. Per quanto riguarda gli Etruschi del XI-VIII secolo a.C. dobbiamo pensare ad una popolazione la cui economia era pressoché impostata sull’agricoltura e sull’allevamento; diversamente dal VII secolo in poi, gli Etruschi conobbero una grande abbondanza, dovuta non solo all’agricoltura, ma anche allo sfruttamento delle miniere, con conseguente commercializzazione e scambio dei prodotti. Gli Etruschi del VI-V sec. a.C. evidenziano invece che la loro ricchezza, la loro opulenza, e anche la loro potenza si sono trasformate in rilassatezza dei costumi, con le conseguenze che tutti conosciamo. Gli Etruschi, pagarono a caro prezzo il loro senso della libertà, della loro ‘chiusura’ in città stato impenetrabili, mancando di un potere e di un governo centrale. Questo
favorì la sete di egemonia dei Romani, un popolo che non fu MAI più grande degli Etruschi; se essi lo furono, questo fu solo in apparenza, nell’esteriorità delle cose. Ma gli Etruschi furono più grandi di loro in tutto, soprattutto nell’interiorità, nello spirito, nella loro religiosità. I Romani furono solo esteriorità, mania di grandezza, e dettero esempio di un decadimento tale, che non vale neppure la pena di soffermarci.
L’EUROPA E L’ITALIA HANNO RITROVATO LE PROPRIE ORIGINI!!
Dopo 35 anni di studi sugli Etruschi sono venuto a queste conclusioni che espongo qui di seguito , in maniera giornalistica, senza avere la pretesa di rivolgermi ad un pubblico specializzato, ma a studiosi, cultori dell’etruscologia, semplici appassionati che amano questo antico popolo Tosco-Laziale. Mi rendo conto, non ne faccio alcun mistero che le mie teorie possono essere giuste, possono essere errate. Nessuno, però, oggi come oggi, può dire una parola definitiva sugli Etruschi, con il pericolo reale di essere smentito il giorno dopo. Inoltre, devo dirvi sinceramente che io a queste conclusioni ci credo, anche perché le ‘tessere’ del mosaico ora combaciano perfettamente. Certo non sono arrivato da solo a questa conclusione. Alcune cose sono state fondamentali per poter dire il fatidico: Eureka! Alle scoperte ci si arriva qualche volta così per caso; altre volte (la maggioranza) dopo un lungo e faticoso studio, e cioè:
a) Lo studio della linguistica etrusca (epigrafi 5
funerari, cippi, dediche, ecc.) e di questo posso ringraziare l’amico Prof. Massimo Pittau, uno dei maggiori linguisti storici viventi per avermi regalato il suo “Vocabolario della Lingua Etrusca”, una vera e propria pietra miliare e anche una miniera della linguistica etrusca. Sfogliandolo dapprima, poi studiandolo, mi sono reso conto che una buona parte della lingua parlata dei fiorentini e dei mugellani (sono originario del Mugello), erano imparentate con la lingua che parlavano gli etruschi. Ciò mi ha fatto nascere la curiosità e l’interesse di andare più a fondo nell’analisi del dialetto mugellano e fiorentino, comparandola con le epigrafi mortuarie trovate nei luoghi per ‘eccellenza’ “Etruschi”;
b) un altro grazie va all’etruscologo Giulio Lensi Orlandi, che mi ha introdotto, già dai primi tempi, nella ricerca spasmodica del ‘simbolismo’ etrusco e del suo significato che a noi uomini del XXI secolo ci sfuggiva. Il simbolismo è fondamentale per capire gli Etruschi “ante- scrittura”, vale a dire i Villanoviani, vissuti prima dell’VIII sec. a.C .
Un altro etruscologo, un capo-scuola, è stato anche il mio capo-scuola ed è Massimo Pallottino. La sua teoria della ‘formazione in loco’ scartando le altre ipotesi sulle origini, può essere ancora oggi valida. Ma Pallottino era archeologo non linguista, e, proprio nella mancanza di una conoscenza perfetta delle lingue orientali, è ‘fallita’ la sua teoria.
I simboli etruschi per eccellenza, oltre l’uovo, la croce polare, sono rappresentati dalla numerologia.
Tre è il numero perfetto (e anche il cristianesimo ha
ereditato una serie di simboli orientali-mesopotamici, fra questi vi è il tre: La Trinità, le chiese tri-absidate, i tre portali delle facciate delle chiese, il segno del Cristo Pantocrator, ecc.) e questo numero che comprende: sole, luna, venere, viene ostentato dai defunti etruschi che ‘riposano’ recumbenti sui coperchi dei sarcofagi, mostrando tre dita della mano sinistra: pollice, indice e medio; poi il simbolo delle corna, che alludono alle corna del toro sacro (vitello d’oro, il quale con il palco e le corna formava il segno della mezza luna) e quindi alla simbologia della luna.
La luna, il sole, la stella del mattino, Ishtar, appaiono insomma un po’ dappertutto. La ‘croce polare’ chiamata a sproposito con il nome celtico ‘svastica’ (e ancora più a sproposito venne usata nel ‘nazional-socialismo) è anch’essa simbolo del nostro astro: il sole, raffigurato a graffito nelle urne cinerarie maschili e femminili. Le donne venivano identificate generalmente con uno specchio, e, sinceramente, non so se sia veramente uno specchio, ma questo simbolo, sempre a forma di cerchio , indicava il sole, un’altra delle divinità mesopotamiche.
I Villanoviani e gli Etruschi erano molto diversi da noi, e per noi è difficilissimo capire la loro mentalità. Doveva essere gente che parlava poco e faceva molti fatti. In somma non erano quello che siamo noi oggi “molto fumo e poco arrosto” o “quaraquaquà” (questa parola onomatopeica rende bene il significato di coloro che parlano, parlano, a somiglianza delle oche: quà, quà, quà…). Erano gente schiva, diffidente, e secondo il nostro modo di vedere anche scaramantica. Ogni loro atto seguiva al volere dei loro dei e questa volontà veniva ‘interpellata’ dagli aruspici e dai ‘fulgorator’, esaminando i visceri animali e i fulmini.
Essi si identificavano con la ‘falce’ o ‘roncola’ (rhasena) *, un modo per loro importante per identificare il loro popolo di appartenenza. Infatti, sia i Villanoviani (in modo particolare) che gli Etruschi venivano identificati con una falce, che a noi potrebbe sembrare un ‘rasoio’ , ma in realtà esso era una piccola ‘roncola’ (o falce) (Gli Ebrei invece si identificavano con la ‘circoncisione’, che tutt’ora praticano). La loro lingua, l’ etrusco, che non poteva, per ovvie ragioni, discendere dal latino (e dal greco), mentre possiamo dire con sicurezza che il nostro italiano e le lingue neo-latine derivano dal latino poiché l’Europa fu tutta colonizzata da questo popolo, che seppe assoggettare le genti con l’astuzia e con la tecnica della “frusta e della carota”.
La lingua etrusca non poteva essere greca, altrimenti Dionigio di Alicarnasso l’avrebbe o capita o comunque catalogata fra le lingue e dialetti greci. Dionigi di Alicarnasso era una persona istruitissima. uno storico ed un retore, non era ‘homo sanza lettere’ (Così si definiva Leonardo, il quale non aveva compiuto gli studi classici). La lingua etrusca non poteva essere neppure celtica, poiché la roncola o falce, veniva chiamata ‘serpe’ ed è chiamata tuttora dai celti-francesi con il nome ‘serpe’, allusione alla sinuosità dell’utensile, e alla serpe, che si muove strisciando compiendo delle volute. Ma ‘serpe’ (serphe-a), nella lingua orientale mesopotamica ha un’altro significato.
Questo vocabolo ‘serphe-a’ in mesopotamico significa dio, dea. Come si spiega allora che i popoli centro- europei parlavano la stessa lingua degli etruschi, una delle loro città Massilia (Marsiglia) era uno dei maggiori
porti etruschi e si potrebbero fare tante altre comparazioni. Ciò significa, allora, che i popoli mesopotamici, non solo occuparono tutta l’Italia, in tempi remotissimi, e in tempi più recenti, ma è probabile che essi, avessero occupato anche la Francia, la Germania, ecc., insomma l’Europa centrale, e molti territori che si affacciano sul Mediterraneo.
Lo studio della lingua etrusca è stata determinante per arrivare a queste conclusioni. Ho trovato molto utile anche lo studio dei libri del Semerano, un grecista ‘convertito’ all’origine orientale degli Etruschi. Il Tarquini e lo Stickler, studiosilinguisti della metà Ottocento avevano intuito l’affinità con la lingua aramaica e quindi avevano optato per il ‘semitismo’, o meglio per una lingua che stava fra l’aramaico e l’ebraico antico. In realtà le popolazioni ebraiche si formarono nella Mesopotamia, e in particolare nella Caldea, e solo dopo aver optato per una religione ‘monoteistica’ (Mosé e le Tavole, circa 1200 a.C.) vennero avversati dalle popolazioni mesopotamiche, fino a spingerle in esilio nell’Egitto e a disperderle in tutta l’Europa, Italia compresa. Ma se per le popolazioni mesopotamiche possiamo parlare di date anche precedenti al 5.000 a.C., gli Ebrei, come individualità di popolo, si sono formati solo verso il 3.000 a.C.
c) Un altro aiuto importante l’ho avuto dallo studio della Bibbia, e in particolare della versione originale dei testi: aramaico. ebraico, greco e latino di Mons. Fulvio Nardoni, Edizioni Einaudi; e dalla versione del celebre biblista Card. Gianfranco Ravasi, che sarebbe poi la versione ufficiale della C.E.I. (Conferenza Episcopale Italiana)
d) Non posso tralasciare lo studio sistematico di tutti i libri di etruscologia e di linguistica storica che mi sono capitati per le mani e che sono andato a ricercare nelle librerie e nelle biblioteche. Fra questi citerei Camporeale, Staccioli, Cristofani, Pittau, Carandente, Semerano, Bartoloni, Stickel, Tarquini, De Palma, Nicosia, Melani, Bandinelli, Martinelli, Paolucci Giulio, Lawrence, Pellegrini, Biederman, Torelli, ecc. ecc.
e) Le visite ai musei, agli scavi, alle necropoli e alle antiche città dell’Etruria Toscana, Laziale ed Umbra, nonché Bologna e territorio. Ringrazio tutti coloro che mi hanno agevolato nel permettermi di scattare fotografie, con le quali ho potuto compiere i miei studi di etruscologia e linguistica; fra questi il Museo Archeologico di Firenze, di Fiesole, Vulci, Tarquinia, Cerveteri, Volterra. Piombino, Vetulonia, Populonia, Cecina, ecc.
I popoli Mesopotamici quindi, a causa di varie circostanze talvolta pacifiche, talvolta a seguito di guerre o di carestie si sono stabiliti nell’Europa centrale e in Italia, forse in maniera più massiccia sul litorale tosco- laziale, dove da una popolazione agricola e seminomade, sono diventati, una popolazione stanziale, che in un tempo relativamente breve si è arricchita (A questo punto sarebbe lecito pensare che anche Roma abbia avuto le stesse origini mesopotamiche e adesso capiamo perché anche Roma verso i sec. VII-V a.C. era nell’orbita etrusca (vedi i Tarquini re di Roma). Certo le storie delle singole città, con il progredire del tempo, hanno avuto, tutte o quasi, una storia diversa l’una dall’altra. Per questo sarebbe consigliabile studiare singolarmente la storia delle origini e delle formazioni
delle città-stato etrusche, Roma compresa, città per
città, villaggio per villaggio.
I ‘mesopotamici’ eranouna popolazione, che sotto il punto di vista spirituale e intellettuale era progreditissima e aveva conoscenze astronomiche, mediche e scientifiche davvero superiori a quelle di qualsiasi altro popolo. Anche gli Ebrei sono ‘figli’ delle popolazioni mesopotamiche, poiché sono nati in seno ad esse, come pure tutti gli altri popoli medio orientali e centro-europei, ed è ovvio che fra questi comprendiamo anche le popolazioni celtiche. Naturalmente non parliamo di storia recente!
Troppe cose ci legano a queste genti, che erano abilissimi orafi, argentieri, vasai e la loro arte raggiungeva l’apice della bellezza estetica in questi campi piuttosto che in altri. Non possiamo dire, come ha affermato il Bandinelli che l’Arte Etrusca non è arte. La loro arte si estrinsecava nel lavorare il bronzo, il rame, nel rendere duttile l’oro, nella granulazione, una tecnica che avevano imparato dai loro antenati mesopotamici. Erano profondi conoscitori dei metalli, delle leghe, erano pure abili costruttori, e si erano dati una legislazione che ha fatto scuola a tutte le generazioni delle civiltà che sono venute dopo. Erano religiosi, politeisti e la loro religione basata sugli oracoli, sui sacrifici, ecc. difficilmente potrà essere compresa dalle popolazioni di oggi.
Credo, che dopo questo mio studio, le origini dei Villanoviani-Etruschi siano più chiare a tutti. Penso di poter dire con una certa sicurezza che Villanoviani ed Etruschi abbiano la stessa origine, la stessa lingua, la stessa religione (almeno nei suoi principi fondamentali).
E’ difficile dire quando questi popoli della Mesopotamia abbiano occupato le terre d’Europa (Grecia compresa) e d’Italia; ma come dice il Semerano da cinquemila anni ci sono stati continui rapporti fra la Mesopotamia e l’Europa. E per ‘rapporti’ il Semerano non intende soltanto gli scambi commerciali, ma anche vere e proprie occupazioni di massa, fatte in tempi e luoghi diversi, in maniera più o meno cruenta.
E’ nella Mesopotamia dunque che noi Toscani, Laziali, e Italiani, in genere dobbiamo ritrovare le nostre origini. Come ho detto in altra sede l’uomo non è felice finché non ha ritrovato le sue origini. Ora le abbiamo ritrovate!!!!
DIZIONARIO DEI SIMBOLI ETRUSCHI
Agonismo: la vicenda agonistica costituì un atto evocativo e come tale pericoloso; la vittoria dell’eroe significò l’atto eroico per eccellenza, una conquista ottenuta con la potenza delle qualità virili, corrispondenti alle qualità proprie dell’eroe durante il combattimento;
Albero: l’albero è quasi sempre rappresentato come un arbusto. Pertanto i riti, le cerimonie o quanto altro, intervallati da arbusti, di alloro o di altra essenza, credo che debbano essere intese come svolte all’aperto, nella natura, nei boschi. Gli alberi (arbusti) nelle scene dipinte, servono anche per separare una scena da un’altra, oppure come una cortina di ‘nascondimento’, come nel caso della Tomba dei Tori. L’albero significò
l’energia universale che si propaga nella manifestazione, come l’energia vitale si propaga dalle radici sotto terra attraverso il tronco nei rami, nelle foglie, nei frutti;
Alfabeto: la scrittura giunse in Etruria verso la fine del VIII sec. a.C. Esso non sostituì radicalmente la simbologia (anche l’alfabeto è un insieme di mezzi simbolici), ma si sostituì piano piano ad essa, o, per lo meno, la simbologia fu un po’ svuotata del suo valore religioso. Per gli etruschi del VII-VI sec. a.C. fu molto più importante indicare il nome e la famiglia del defunto, la funzione che svolgeva nella vita e anche l’età della durata della vita che i simboli della religione del defunto. Agli Etruschi non era più sufficiente, sapere se quella era una tomba di un uomo o di una donna (simbolo fallico oppure ‘rasoio lunato’, o simbolo a forma di casa, o specchio); essi vollero indicare qualcosa di più del sesso. L’alfabeto costituì un aiuto valido anche per quelle tombe che all’interno avevano più defunti. Forse l’alfabeto più antico che sia mai stato ritrovato è quello di Marsiliana 675-650 a.C. E’ un documento di eccezionale valore che ci ha permesso di comprendere meglio la scrittura etrusca;
Alloro: alberelli di alloro ricorrono spesso nella pareti dipinte delle tombe di Tarquinia, come boschetti veri e propri. La pianta qualifica Apollo, come divinità purificante e che al tempo stesso libera dalle epidemie. A Roma uno degli attributi di Apollo era ‘Medicus’;
Ammone: da un’epigrafe etrusca: “mi amnu arce”, dove ‘mi’ starebbe per ‘questo’, ‘arce’ edificò, amnu è Ammone e deriva da sumero ‘amna’ (Samas, il sole; accadico ‘samsu’);
Anatre: vittoria (impossibilità di affondare, possibilità di 13
passare all’altra sponda); esse significano l’impossibilità di affondare nelle acque che scorrono, rappresentano la possibilità di coloro, pur essendo affondabili, sono capaci di passare sull’altra sponda, cioè l’aldilà;
Ancora: fiducia nella possibilità di arrestarsi per non essere travolti e trascinati dall’impeto delle nature inferiori, per insediarsi nello stato dell’essere. Piccole ancore sono state ritrovate fra le ceneri dei defunti;
Apotropaico (gesto) – Le “fiche” (pron. fiche) è un gesto scaramantico che consisteva nell’unire il pollice e l’indice della mano in modo da formare il sesso femminile. Ha lo stesso significato del “corno”. Secondo un’etimologia medievale la parola peccare è da riconduce all’ebraico ‘pag’ (fico). Il gesto delle “fiche” si ritrova con una certa frequenza nei canopi chiusini del VII-VI sec. a.C.
Aquila: segno divino della potenza trionfale e della gloria regale
Arno: deriva questo nome da ‘arnus’ un fiume profondamente incassato, su base semitica;

Architettura: Gli Etruschi non furono capaci (o non vollero) realizzare costruzioni colossali, non puntarono sul grandioso o o sull’eterno; essi si limitarono al modesto raggiungibile con minimi sforzi. Lo sforzo architettonico degli Etruschi si estrinsecò soprattutto nella costruzione dei templi e delle architetture tombali. Tuttavia, la loro architettura civile, anche se non grandiosa o sfarzosa come quella dei Romani e dei Greci, fu senz’altro di tutto rispetto. Le tombe, specialmente
quelle ipogee, riflettevano un po’ quella che doveva essere l’architettura domestica, che doveva essere semplice, pratica e adatta all’uso. Come materiali gli etruschi preferivano l’argilla cotta, o terracotta, e di questa se ne servivano, anche per la costruzione delle tegole e degli embrici, che sono in tutto simili alle case sparse nelle campagne toscane.
L’abbondanza delle foreste diede loro materia prima per costruirsi le case; scavarono le loro tombe nel sottosuolo; amarono l’argilla perché si trova dappertutto; pare che non abbiano costruito neppure un ponte. Gli etruschi non aspirarono al colossale, a differenza dei romani. Gli etruschi coltivarono l’immensità intesa come serenità del loro animo;
Arezzo: deriva dall’accadico ‘ar!du’, er”du’ che significa piegare, declivio, ‘arittum’ in accadico significa anche il gomito di un corso d’acqua;
Aristocrazia guerriera: oggetti simbolici della casta aristocratica sono la lancia, simbolo del suo potere folgorante; l’ascia e la bipenne simboli della sua illuminazione spirituale; le armi attribuite agli eroi, espressioni tangibili della virilità;
Armi: Non sempre indicano tombe di guerrieri; esse sono, più sovente, espressione di quella guerra che si combatte nell’intimo dello spirito;
Arte: le manifestazioni della pittura e della scultura etrusche non sono giudicabili con metro del sentimento artistico; l’arte ebbe costantemente un valore segreto espresso mediante arcani significati simbolici dal carattere non umano . L’arte ebbe sempre un valore spirituale espresso con i simboli;
Aruspice: come il costume degli aruspici risale a epoche remote (copricapo a punta, una tunichetta e una mantellina probabilmente confezionata da un animale sacrificato), così è ipotizzabile che l’origine della tradizione della rivelazione di Tagete risale a età veneranda. Cicerone, molto critico sulla divinazione, riconosceva la funzione degli aruspici “prodigia portenta ad etruscos haruspices…deferunto Etruriaque principes disciplinam doceto”.
Ascia : simbolo illuminazione spirituale-aristocratica guerriera;con le bipenni (armi antichissime che si rifanno alla preistoria) espressero la doppia possibilità di generare e distruggere, di dare la morte e la vita;
Asfodelo: simbolo di lutto. Pianta delle liliacee che, secondo la credenza, cresceva nelle praterie del mondo infero e rallegrava gli animi dei defunti. La pianta era sacra alle dee Demetra e Persefone;
Asinario: Monte Senario dall’accadico ‘asu’ sorgente e dal semitico ‘nahr’ fiume. Quindi: monte da dove sorge il fiume;
Azione rituale: eseguita freddamente e giustamente costituì l’unica via di salvezza degli individui e delle città;
Azione virile: consisteva per gli Etruschi nel superamento del mondo materiale e sensibile che mirava alla conquista di poteri soprannaturali, alla liberazione, attraverso la potenza;
Aruspici: spesso nei momenti più gravi per lo stato
(Romano) erano stati convocati gli aruspici etruschi per restaurare antichi rituali;
Atteggiamenti amorosi: uomo e donna, poli antitetici capaci di raggiungere la sintesi dell’unità; questi non hanno niente a che vedere con la definizione degli etruschi come un popolo godereccio, fannullone e dedito ai baccanali e alle orge;
Banchetto: la società assira era fortemente gerarchica: lussi e agi spettavano solo al sovrano e ad un ristretto numero di famiglie che costituivano l’aristocrazia terriera. Per quanto riguarda gli Etruschi sia il banchetto che il simposio sono effettive cerimonie e anche una forma di ostentazione della ricchezza. Nel banchetto si consumano cibi e bevande, nel simposio solo bevande (quasi sempre vino).
Barca: simbolo di Giove bifronte e quadrifronte, dio della iniziazione regale (la barca attraversa i fiumi e i mari). Attraversare fiumi e mari significa percorrere la via iniziatica e raggiungere il monte o l’isola di là dell’oceano, la misteriosa isola atlantica (Paradiso terrestre?);
Bilingue: Siamo alla ricerca spasmodica di una bilingue e crediamo che possa risolvere tutti i guai con la lingua etrusca. Ciò non è affatto vero poiché con quella o senza quella non saremmo capaci di comprendere l’essenza di quanto costituì la forma e la sostanza della spiritualità etrusca.
Bipenne: Significato estremamente simbolico, corrispondente all’uovo e all’albero della vita. La bipenne o scure a doppio taglio era un’arma da guerra e, cinta di un fascio di verghe, oggetto di culto e da parata del re.
Roma, che la ereditò fu simbolo di potere politico e religioso;
Caducèo: equivale alla doppia spirale, all’uovo cosmico, però rappresentata da serpenti avvolti in senso opposto, attorno al medesimo asse;
Carùn (Caronte): è il distruttore di tutto ciò che rende schiavi dell’individualità, della contingenza, dell’attaccamento alla vita umana;
Carro: il defunto è raffigurato sul carro affiancato dai segni di dominio e dalla donna, espressione della sua potenza. Seduto sul carro parte per la terra dei padri, per il mondo che veramente gli appartiene; abbandona famiglia, casa e tutto ciò che gli appartiene: “Lascia dietro dio sé il piacevole e lo spiacevole, non prende con sé cosa alcuna… (testo buddista)”. I cavalli avanzano verso gli stati pre-concezionali, prenatali, verso la ‘lasa’ che appare sullo sfondo con le grandi ali aperte. Il carro esprime la forza vincitrice che va oltre le forme pure dove mania e ignoranza spariscono;
Cerchio: rappresenta il cielo, l’universo; Il cerchio veniva tracciato per interdire lo spazio alle forze arcane che minacciavano la purità sacrale del luogo;
Cervo: emblematico animale, immagine della fragilità, della debolezza e dell’individualità umana;
Cavallo (accompagnato dal suo cavaliere): principio di dominio; il cavallo esprime la forza elementare della vita portatrice del principio spirituale rappresentato dal cavaliere che deve necessariamente dominarlo;
Capanna: la capanna arcaica , per la sua concezione
costruttiva, l’etrusco trovò la possibilità di ottenere non solo contatti con il mondo divino, ma addirittura una vera comunione con esso. Fu per questa ragione che al vaso per raccogliere le ceneri fu sostituito un recipiente di terracotta a forma di capanna;
Centauro: esseri biformi con corpo di cavallo e busto umano. Il centauro fu considerato simbolo dell’animalità, della forza naturale e del dominio sugli istinti, in quanto la natura animalesca viene limitata dai tratti umani;
Cerbero: deriva da una base comune all’antico babilonese e assiro, ‘qerbu’, che ha il significato di ‘profondo, di ‘infero’. Esso è rappresentato come un cane-lupo a zampe tozze, che solleva il piede sinistro dotato di feroci artigli, con il muso proteso verso la preda;
Ciclo storico: fra il settimo e il sesto secolo a.C. in molte civiltà, da quella ellenica a quella egiziana , a quella ebraica esplosero antichi fermenti, residui di precedenti civiltà soffocate per secoli che tornarono a galla, proprie della civiltà pelasgica, genericamente definita da Erodoto. Per il mondo ebbe inizio un nuovo ciclo storico, del quale anche noi facciamo parte; i simboli divennero solo rappresentazioni estetiche, il ritualismo sempre più stereotipato, il legame con gli dei si degradò a concetti filosofici. In India, in Grecia, in Egitto la decadenza prese il sopravvento. E’, forse, proprio in questo sfacelo che nacque Roma. Il regime aristocratico etrusco scricchiolò e il potere cadde nella mani di mercanti e popolani: nacque il regime democratico che ebbe come effetto determinante il trionfo dei princìpi materialistici e femminili. Spuntarono divinità sofferenti, riprese vigore il rito
funebre, quasi dimenticato dell’inumazione. Furono questi i sintomi che annunciarono il prevalere dell’afroditismo, del sensualismo, dell’estetismo, dell’anti-tradizionalismo;
Cielo: principio attivo o elemento maschile; Terra: principio passivo o elemento femminile;
Cigno: dipinto sopra alla doppia spirale rappresenta il principio, che secondo la genesi ebraica, galleggiò sulle acque;
Ciottoli (di fiume): appaiono spesso nelle tombe etrusche e fanno parte del rituale funebre. Essi furono scagliati sugli oggetti messi a corredo del defunto frantumandoli. Il gettare ciottoli sopra o dentro le tombe costituì l’esecuzione di un preciso rito. L’individuo etrusco fu la sommatoria di tante unità differenti, di tanti ciottoli buttati l’uno sull’altro per scongiurare la disgregazione;
Circolo, Circolare (tumulo a pianta): rappresenta il raggiungimento della stabilità spirituale. Il circolo col centro definito, come la croce polare sui vasi con le ceneri, come la ruota, come l’ascia, come la nave sono tutti simboli corrispondenti: Nel cerchio convergevano le potenze infere; in esso per gli etruschi avveniva realmente un concilio di demoni, la cui presenza era resa evidente dai seggi vuoti ad essi destinati;
Cocchio: cavalcato da un viaggiatore reso meno umano e liberato dagli intossicanti della vita, esprime la forza vincitrice che va oltre quelle forme dove mania e ignoranza sono definitivamente sparite;
Coito: significò la via per cui la dualità s’annulla
attraverso l’uso cosciente delle energie naturali;
Combattimento: la morte si vince lottando e lottando si raggiunge l’immortalità. Questo è il significato dei combattimenti scolpiti o dipinti sulle tombe.
Coppie amorose: Nelle scene di giovani coppie in vaghi atteggiamenti amorosi o sensuali rappresentano la maschilità (principio immobile e sufficiente dell’essere) e la femminilità (principio del divenire, del desiderio);
Corona: segno divino della potenza trionfale e della gloria regale;
Corna: il segno delle corna, anche oggi molto di moda nella scaramanzia quotidiana, non aveva lo stesso significato che intendiamo oggi. Alzando il dito indice e il dito mignolo della mano, si voleva significare le corna del toro, il quale nella rappresentazione simbolica e religiosa aveva il significato della falce di luna, e di conseguenza il simbolo della luna, uno degli astri adorati dagli etruschi villanoviani. Il segno quindi era da intendere come un simbolo di appartenenza, come oggi per noi cristiani è il simbolo della croce. La parola ‘corna’ deriva dall’accadico ‘quarna’, cioè le corna ovvero i due crescenti lunari. I corni sono delle sporgenze ai quattro lati dell’altare. Sono particolarmente sacri e venivano bagnati dal sangue delle vittime;
Corona: segno divino della potenza trionfale e della gloria regale;
Cortona: il nome etrusco ‘Curtun’ deriva dall’ugaritico ‘qrt’ (fortezza) e dall’ebraico ‘qeret’ che significa città; oppure dall’ebraico ‘qeret’ (città);

Croce: significato cosmico; simbolo ispirato da un movimento rotatorio intorno a un centro mobile; la croce non vuole essere espressione del mondo , ma espressione del principio immobile che agisce e comanda il mondo. La croce incussa era un ciottolo su cui veniva disegnata una croce. ed era posta al centro della confluenza o dell’incrocio dei cardini della città. Una croce incussa è stata ritrovata nella città etrusca di Marzabotto. Croce è anche il simbolo per eccellenza dei Cristiani. Cosa: nome della città etrusca, ora chiamata Ansedonia. Deriva dall’accadico ‘kussû’, ‘kussiu’ (sede di comando, comando, dominio);
Cherubini: dal babilonese ‘karibu’, metà animali e metà uomini che erano a guardia della porta dei templi e dei palazzi;
Croce polare (svastica) (*): L’unione dei due principi attivo e passivo, dove il principio maschile è positivo e attivo e quello femminile negativo e passivo. In sanscrito la croce polare fu chiamata ‘svastica’. Questo simbolo è ispirato da un movimento rotatorio intorno a un centro immobile. La croce è espressione del principio immobile che comanda sul mondo. La simbologia della croce polare è complessa, essa richiama la simbologia della ruota e della spirale, simboli di superamento e di vittoria e quindi di rinascita;
Culsans: è il dio etrusco corrispondente al latino Ianus. Infatti Ianus (lat) deriva da ‘ianua’ che significa ‘porta’; analogamente Culsu, divinità etrusca custodisce le porte;
Dei: non furono immagini religiose, ma risultati d’esperienze concepite al di là della natura, in una visione eroica; il dio non fu un valore morale, fu
semplicemente un altro essere;
Delfino: rappresentò l’energia fecondante, la potenza fallica;
Disciplina etrusca: un insieme di norme sacre e civili raccolte nei cosiddetti libri aruspicini, fulgurari, rituali e fatali. Non sappiamo niente di preciso circa questi libri. Nei libri ‘fatali’ era elencata una serie di dieci periodi, corrispondenti alla successiva storia del popolo etrusco;
Divinizzazione superstiziosa: secondo una teoria diffusa gli etruschi sarebbero definiti tali poiché adoravano il sole e la luna. Gli etruschi invece riconoscevano nella natura sensibilizzazioni e valori simbolici di origine divina (vedi l’interpretazione dei fulmini, lo studio del volo degli uccelli, ecc.)
Donna:principio del divenire, della bramosia e del movimento concepito come femminilità. Nella donna si volle rappresentare la potenza della terra e simbolo della spiritualità sacerdotale. La donna rivestiva un ruolo elevato e godeva di un certo prestigio nella società sumerica nel periodo proto-dinastico. Essa rappresentò l’esaltazione, il principio generante che illumina e rende vivente il principio individuale, la potenza del maschio;
Elmo: al pari del fallo, nelle tombe etrusche villanoviane determinava la razza maschile del defunto. L’elmo aveva anche e soprattutto il significato del guerriero, insieme a spade e altri attrezzi per la guerra;
Ermafrodito: sintesi delle due potenze della natura (maschile e femminile);
Eroe: deve combattere e vincere contro i nemici che
porta in sé medesimo, gli elementi inferiori che lo voglio dominare; la vittoria dell’eroe significò liberare la coscienza dai vincoli della corporeità, reintegrare la personalità nel suo stato di essere oltre la vita umana soggetta alla caduta;
Erotismo esasperato: nella loro crudezza queste scene rappresentano solari e olimpiche fasi iniziatiche, richiamano particolari momenti di un insegnamento segreto;
Fallo: rappresenta il principio attivo (il cielo); contrapposto al principio passivo (terra). L’unione dei due simboli dette origine alla croce; espresse la potenza rinnovatrice in via soprannaturale di tutte le facoltà, di tutte le possibilità umane; la sua presenza nelle tombe testimoniò le forze occorrenti per vincere la morte, cioè la virilità.
Fanciulla alata: vittoria in guerra o in gara, che apre al vincitore la strada dell’immortalità;
Falterona: corrisponde all’accadico ‘b”ltu’ e all’antico assiro ‘b”latum’ ed ha il significato originario di altura;
Fiesole: deriverebbe il suo nome (etr. Vipsl, Visl, Visul) da divinità salutari legate a sorgenti di acqua. Il nome deriverebbe dall’accadico (w)apsû-ili (acqua del dio), quindi acqua che ha virtù benefiche;
Firenze: richiama l’accadico ‘birêtî’, ‘birêtê, terreno circondato dalle acque (Sembrano, Il popolo che sconfisse la morte. Op. cit. );

Fiume: è simbolo dell’acqua che scorre e attraverso il fluire e le alluvioni influenza la dinamica e la scansione del tempo.
Folgore. Segno divino della potenza trionfale e della gloria regale;
Fonti: riguardo alle fonti in archeologia e alle relative ricostruzioni storiche, Giovannangelo Camporeale esprime il proprio pensiero, che condivido in pieno: “Il ricercatore deve, più che risolvere, impostare i problemi nella maniera più corretta….qualunque ricostruzione, proprio perché tale, non può essere definitiva e nel corso del tempo può essere allargata, precisata o anche rifiutata”. Da ciò si evince che lo studioso di archeologia non deve essere ‘arroccato’ sulle proprie idee, su ciò che ha scritto (libri, articoli), ma deve essere sempre pronto, in base a nuovi studi, nuove ricerche, a rivedere il proprio pensiero e il proprio operato, correggendolo via via nel tempo. Proprio come l’acqua di una sorgente e di una fonte, dove l’acqua scorre e sempre si rinnova;
Fulmine (dalla doppia punta fiammeggiante): doppia possibilità di generare o distruggere;
Gesto del braccio teso: esprime la potenza dell’intervento: “con mano potente”;
Ghirlande: rappresentano il dono prezioso raggiungibile dopo aver superate terribili prove e gravi pericoli; rappresentarono l’assunzione del fluido soprannaturale tramite il compiuto rituale. Tutt’ora usiamo appendere ghirlande al carro funebre del defunto.
Giochi, danze, gare ginniche, scene di guerra:
rappresentazione di atti iniziatici per superare la morte.
Tito Livio definì l’azione rituale dei giochi chiamandoli “Sacra certamina” e “Res divinae” (vedi anche Agonismo); esse sono vivaci rappresentazioni di atti iniziatici per superare la morte, per vincere l’Ade, raggiungere il mondo dell’essere. I giochi (ludi) costituirono parte essenziale del rito funebre dei defunti, allo scopo di suscitare le forze salvatrici, per accompagnarli e favorirli durante il trapasso
Gorgoni: dal greco gorgòs, ‘spaventoso’. Figure terrificanti della mitologia antica che, per gli abitanti dell’area orientale del Mediterraneo (e anche per gli Etruschi), personificavano i pericoli che riserva l’Occidente ancora ampiamente ignoto;
Grandezza: la vera grandezza degli etruschi non si rivelò nei bronzi e nelle pitture, ma nel pensiero, capace di abbracciare l’universo in una visione folgorante;
Guerra e combattimento: assunsero forme e valori di ascesi eroica per il raggiungimento dello stato divino. Il caduto in battaglia passò dal piano della guerra terrena a quello della lotta cosmica: si vince la morte lottando e lottando si raggiunge l’immortalità;
Gufo: l’animale simboleggia correntemente la dea Pallade Atena, dea che era ritenuta la personificazione della sapienza. Sul piano delle credenze popolari il gufo e la civetta hanno un significato negativo, soprattutto per la loro vita notturna e per il canto che assomiglia al pianto. Gli atzechi attribuivano a questo uccello significati ambigui, di creatura demoniaca e di cattivo presagio;
Idoli: piccole statuette di divinità per il culto familiare. In ebraico ‘terafin’.
Isola: rappresentazione della stabilità spirituale. Isola del Giglio: Igilium, Iginium, Icilium, Aegilium, deriva dall’accadico agî-âlu (possedimento o territorio in riva al mare)
Immortalità: fu raggiungibile solo tramite l’iniziazione. L’individuo poté divenire immortale nella misura che riuscì a diventarlo, poiché seppe rigenerarsi secondo un’altra forma di esistenza, non in senso metaforico, ma positivo;
Iniziazione: La più alta forma di iniziazione ebbe l’aspetto di un atto eroico, di una conquista ottenuta con la potenza delle qualità virili corrispondenti sul piano dello spirito alle qualità proprie dell’eroe durante il combattimento;
Labirinto: è uno dei simboli della religione babilonese- assira. Il labirinto veniva rappresentato anche dal groviglio degli intestini che formano una specie di labirinto. Questo nome deriva dall’accadico labu-irtu che equivale a ‘circonvallazioni del seno’;
Lancia: simbolo dell’aristocrazia guerriera;
Lingua toscana: il toscano è radicalmente diverso dalla
lingua italiana perché deriva dagli Etruschi;
Lase: svolazzanti, vestite di lunghi camici. Gli angeli deriverebbero da queste Lase?
Leone: sinonimo di potenza e regalità, era il simbolo della monarchia Babilonese; leoni in terracotta accovacciati proteggevano l’accesso al tempio di Tell Harmal, secondo un’antica consuetudine sumerica. Il leone rappresenta gli estremi: in senso positivo come
modello dell’uomo eroico, in senso negativo come simbolo del mondo diabolico;
Luna: in etrusco ‘Tivr’ che significa il mese e deriva dall’accadico;
Lupo: animale sacro ad Apollo fu simbolo di luminosità;
Madre: espressione della materia prima, della massa caotica; i culti della fertilità hanno importanza fondamentale nelle civiltà agricole arcaiche;
Maschile, femminile: sono i due principi, che ricorrono più spesso nella simbologia etrusca. L’uomo è associato al principio immobile e sufficiente dell’essere concepito come maschilità; la donna è il principio opposto, quello del divenire, del desiderio e del movimento concepito come femminilità. Nell’uomo venne rappresentata la potenza del cielo, nella donna quella della terra. La donna corrisponde all’acqua, al principio serpentino avvolto attorno alla verga mosaica; al caos, alla materia, al mercurio. L’uomo che possiede la donna, la costringe, evita che la sua energia si sciolga e si disperda nell’infinito;
Mito: non è la storia che può spiegare il mito, è il mito che spiega la storia. Il mito è l’unico ed insostituibile mezzo che abbiamo per penetrare il mondo degli antichi, i simboli e i miti costituiscono valide testimonianze della spiritualità di lontane civiltà;
Mitologia Etrusca: purtroppo noi studiosi del XXI secolo ancora non conosciamo un brano della loro letteratura, un racconto mitologico, e forse riusciamo a stento a tradurre una frase della loro scrittura,
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Moglie: in etrusco ‘puia’ deriverebbe dall’antico babilonese ‘ahazu’;
Monte: al pari dell’isola, rappresentazione della stabilità spirituale in antitesi alle acque che scorrono come gli avvenimenti attuali, come le cose che divengono;
Morale: la morale per il mondo etrusco non ebbe alcun valore assoluto. La legge non fu osservata perché buona o o perché utile, ma unicamente perché divina (però venne osservata!). Tuttavia anche gli etruschi ebbero la cognizione di ciò che è buono e utile alla società, da ciò che non è buono e quindi non utile alla società. Ce lo dimostrano gli affreschi della Tomba dei Tori a Tarquinia. Quella che sembra una scena erotica è invece una ammonizione al popolo etrusco ad essere corretti nella sessuologia. Infatti nell’affresco della parete, proprio sotto il tetto a forma di casa vediamo, a sinistra un atto sessuale compiuto fra un uomo e una donna (senza alcun nascondimento), e alla loro sinistra un toro (dio) che siede tranquillo sull’erba e non da segni di nervosismo; nella scena di destra vediamo un atto sessuale compiuto fra due persone dello stesso sesso (due uomini), riparati da un alberello (nascosti) e il toro (dio) che si è alzato e corre verso di loro infuriato per ucciderli. Certo non possiamo pensare che gli Etruschi avessero una morale paragonabile a quella dei cristiani e anche a quella degli antichi israeliti. Nessuno però potrà più dire che gli Etruschi erano un popolo perverso, godereccio dedito alla crapula. Questo può riguardare Greci e Romani (i Greci) che colonizzando gli Etruschi diedero ad essi le loro abitudini, anche le più abiette;
Morte: per gli Etruschi la morte non significò fine ma
vittoria e liberazione. Secondo gli etruschi la morte si vinceva lottando e lottando si raggiungeva l’immortalità; questo è il significato dei frequenti combattimenti che si trovano scolpiti sulle urne etrusche;
Morte seconda: scopo del rito funebre fu quello di strappare ogni volta l’individuo alla possibilità della seconda morte;
Mugello: significa “poggi alti” e corrisponde all’accadico ‘muh-ellu: muhhu’ (parte superiore, cima); ellû corisponde all’accadico ellû, elû (alta montagna o alte montagne);
Natura: per gli Etruschi la natura visse come un grande corpo animato e sacro, fu espressione visibile di un mondo invisibile;
Nazione: una nazione etrusca non è mai esistita. Genti e famiglie costituirono tanti piccoli stati aristocratici ed autonomi, ciascuno con leggi proprie, terre ed eserciti propri, usanze e culti particolari, ma tutti saldamente uniti fra loro in una superiore fusione ideale;
Ninfea (fior di loto): il fiore della ninfea affonda le radici nella melma dello stagno, galleggia sull’acqua e immobile fiorisce sotto i raggi del sole; fu origine del rosone. La ninfea era un simbolo diffuso nella tradizione caldea, egiziana e minoica;
Nome: in età arcaica, svelare il proprio nome a qualcuno presso i Semiti e anche per gli Etruschi (vedi ad esempio il nome segretissimo di Roma, che non doveva essere svelato a nessuno, pena condanna
capitale)equivaleva a mettersi in qualche modo in suo potere;
Occidente: sede dell’immortalità;
Oggetti frantumati: ritrovati nelle tombe. Con questo gesto si volle accentrare le potenze necessarie al defunto per percorrere la via della liberazione;
Ombra: fu una forma di esistenza larvale, destinata a dissolversi dopo un certo periodo di tempo. Essa fu un’entità psichica evocabile e strettamente legata alla tomba. Gli etruschi la ritenevano dannosa e si difesero dalla stessa mediante il rito e precise norme sacrali;
Oro: simbolo di solarità, di gloriosa luminosità, di vittoriosa conquista, di immortalità, di perfezione, di sovranità; oro è anche la rappresentazione del sole;
Origini degli Etruschi: seppure gli studiosi abbiano avanzato le teorie più varie sulla provenienza e l’origine di questo Popolo, resta tuttavia il fatto che tutti concordano sulla provenienza orientale degli stessi.
Pellicano: a questo uccello si attribuisce un’importanza simbolica notevole. Gli antichi credevano che i pellicani si lacerassero il petto per nutrire i loro piccoli. Pertanto il pellicano è simbolo dell’aspirazione non egoistica alla purificazione e simbolo del supremo sacrificio;
Poli (forze passive ed attive): il cosmo e la sua potenza per gli Etruschi sta in questa antiteticità, che tuttavia
rappresentava il raggiungimento della sintesi dell’unità. La donna fu espressione della potenzialità dell’uomo, in altre parole la forza passiva. Questi due principi sono rappresentati nei vari atteggiamenti amorosi e sensuali che sono stati scambiati con atti goderecci, tipici di un popolo di fannulloni dediti alla crapula e all’orgia. lo stesso significato hanno in India coppie di statue in atteggiamenti amorosi;
Pesce: rivela una comune origine primordiale; facoltà positiva di tenersi a galla quando non si tocca, espresse la possibilità di muoversi da soli e senza aiuto nell’impeto delle acque. Il pesce è ricco di simbolismo presso moltissime culture antiche, non ultime il proto- cristianesimo dove i cristiani primitivi indicavano Gesù (ICTIS);
Phersu: dio dell’Averno, principe degli inferi deriva dal babilonese ‘persi’, dal verbo ‘parasu’ che significa separazione; a questa divinità si deve il merito di far sorgere dalla terra le fioriture delle biade;
Poli: centri intorno ai quali si avvolsero le spirali;
Populonia: il nome ‘Pupluna’ significa ‘fonderia’; deriva da basi semitiche col significato di ‘Fondere’, ‘luogo della fusione; dall’aramaico ‘balbel’, ebraico ‘bilbel, arabo ‘balbala’, accadico ‘bullubum’ (fare leghe metalliche),
Pozzetto: era un luogo dove vivano riposte le ceneri del defunto. Esso rappresentava insieme al vaso che conteneva l’urna cineraria l’utero materno, e il ritorno ‘ad uterum’ significava un ritorna alla vita;
Prile: antico lago che si trovava nella pianura sottostante Vetulonia. Deriverebbe dall’accadico ‘beri- illu’ (fra paludi);
Quadrato: rappresenta la terra;
Quercia: simbolo dell’immortalità, poiché il suo legno, nel mondo antico e nel Medioevo, era considerato incorruttibile. Alle foglie di quercia era attribuito il potere di incantare i leoni;
Rasoio: a forma di mezzaluna per gli etruschi- villanoviani aveva una doppia valenza simbolica. La mezzaluna era uno dei tre astri insieme al sole e alla stella del mattino (Venere) che venivano adorati dai cosiddetti ‘Villanoviani’ (nome convenzionale per definire una popolazione diversa dagli Etruschi, di origine orientale). Il rasoio era l’utensile con il quale i ‘Rhasénna’ (nome con il quale gli Etruschi definivano se stessi) si depilavano seguendo un costume antichissimo. Rasenna, secondo una mia ipotesi, significava il popolo che adorava gli astri e fra questi la luna (mezza luna)
Rasena: significa ‘dominio’, ‘capi’. ‘signori’ e deriva dall’accadico ‘râsum’; RAS ci testimonia quindi un’arcana origine, nella lingua mesopotamica , l’accadico ‘rasu’ significa assumere il potere oppure ‘diventare potente’. Affine è l’ebraico ‘ros” che significa principe , comandante;
Roselle: il nome significherebbe “il colle elevato” e deriverebbe dall’antico accadico ‘rasu’, ‘rasum; ugaritico ‘r’s’, ebraico ‘ros’ (elevazione, cresta) e da ‘elu, ‘ellu’ (elevazione, cresta);

Razza primordiale: gli etruschi non ricordarono mai un passato selvaggio, come sosteneva la teoria evoluzionistica, ma fu vivo in essi il ricordo dell’esistenza di razze superiori e divine, a cui fecero risalire la loro civiltà:
Rito: l’etrusco celebrò scrupolosamente il rito, con la certezza e la convinzione di COSTRINGERE e PROVOCARE le forze invisibili, restando estraneo a qualsiasi atto di culto soggettivo ed umano. L’etrusco non concepì il rito come cerimonia, come azione sentimentale, allegorica o emotiva di lode o d’invocazione per accattivarsi la benevolenza del nume, ma per imporre la propria volontà alle forze soprasensibili, per determinare effetti sulle stesse forze naturali. Scopo del rito funebre fu quello di strappare ogni volta l’individuo alla possibilità della seconda morte;
Rogo: Le fiamme del rogo significarono la distruzione di tutti gli elementi terreni e umani per creare l’essenza folgorante di un’esistenza immortale. Con il rogo le fiamme crepitanti di una catasta ardente disperdevano in una nuvola di fumo i RESIDUI PSICHICI del morto, influenze malefiche per i sopravvissuti e dischiuso all’eroe la via dell’eternità;
Rosone: (deriva dalla ninfea) simbolo della palingenesi, del ritrovamento della realtà interiore;
Ruota: stesso valore simbolico della croce polare;
Sacerdote: “Selvans, sanxuneta cvera” epigrafe etrusca dove Salvans è una divinità, mentre sanxuneta deriva dan babilonese ‘sangu’ sacerdote e da ‘neta’ ‘netu’ (addetto);

Salvezza: sia degli individui che delle città per gli Etruschi si otteneva attraverso la meticolosa rituale, freddamente e giustamente eseguita. Trascurare il rito o eseguirlo in modo errato fu considerato un sacrilegio;
Sangue – nella concezione semitica, ed anche etrusca, il sangue è la sede del principio vitale;
Saturnia: anticamente Urina. La base ‘uru’ corrisponde ad ‘urbs’ (latino). ‘Ur’ significa cinta muraria, e corrisponde al sumero ‘uru’ (città), e da ‘sa’ e ‘atru’ (città alta);
Scettro: segno divino della potenza trionfale e della gloria reale;
Scudo: simbolo della volta celeste; insegna propria del vittorioso;
Serpenti (avvolti su se stessi in senso opposto): vedi croce polare. L’ambiente semitico, come gli Etruschi, attribuivano al serpente caratteri sovrumani: serpente sacro, dio-serpente (non è piacevole ricordare che “dio serp…..” era fra le bestemmie che erano sulla bocca dei Toscani). Esso costituiva il simbolo della divinità della vegetazione, guardia dei santuari e dei confini, e inoltre simbolo della vita, custode dell’erba vitale, efficace nelle divinazioni del futuro, nella magia nera e diabolica.
Siena: Sena, deriverebbe da ‘sen’ ebraico (altura, rupe) e dall’accadico ‘sinnu’ (punta)
Simboli: sono qualcosa di più del linguaggio perché il linguaggio cambia con il trascorrere del tempo; mentre i simboli rimangono immutabili e universali. Ecco perché le testimonianza di una stessa conoscenza , stupiscono
per la loro costante identità. Ciò è riscontrabile sul cinerario etrusco, sull’urna romana, sullo scudo germanico, sul vaso greco o incaico, sul tempio indiano, ecc. Forse il simbolo che ha più valenza sacrale è il tempio che doveva essere costruito seguendo norme ben precise, accompagnate da riti religiosi;
Sorriso enigmatico: non appare mai sui volti dei defunti; il famoso sorriso degli etruschi è metafisico e riservato unicamente alle immagini degli dei;
Spirale: Stesso significato della croce polare. Più propriamente la spirale rappresenta il sole che ogni sera sprofonda nel mare a occidente e riappare il mattino seguente ad oriente. In altre parole il suo significato viene messo in relazione con la morte e con la rinascita;
Spirale doppia: proiezione piana dei due emisferi dell’uovo, ritmo ottenuto dalla evoluzione e involuzione della nascita e della morte; rappresentò una medesima forza agente in senso inverso nei due emisferi, come la indicarono le croci polari destrorsa e sinistrorsa;
Specchio: ebbe un valore simbolico e come tale nascose significati arcani al di fuori di quelli inerenti ad un modesto strumento destinato alle cure mattinali di una bella donna. Lo specchio fu elemento fondamentale della liturgia rituale; nello specchio le immagini delle divinità poste davanti a lui erano semplici riflessi di una realtà superiore; lo specchio rappresenta lo spirito divino, quando l’anima vi si guarda scopre le vergogne che ha in sé;
Spiritualità etrusca: non ebbe dogmi, ma solo il linguaggio matematico della verità assoluta espressa nel simbolo e l’indispensabilità del rito.

Toro: era animale sacro poiché le sue lunghe corna avevano le sembianze di una mezza luna, e quindi della dea adorata dagli etruschi e villanoviani;
Talamone: l’antica città di Telamon, detta città di Telamone, un Argonauta che l’avrebbe edificata. Deriva da ‘tellum’ accadico (colle, cumulo)
Tarchunus: nello specchio di Tuscania è raffigurato chiuso nel suo mantello e poggiato al lungo bastone. Da Tarchunus deriva il nome della città Tarquinia. La parola deriva dall’assiro-babilonese ‘targumannu’, ‘targumanu’. Questo a sua volta deriva dall’accadico ‘ragamu’ (chiamare, richiamare, profetare). ‘Pavatarxies’ significa letteralmente ‘bocca di Tarchunus’ che sarebbe l’interprete delle voci degli Dei;
Tarquinia: deriva da Tarxunus, Tarchon dal nome del suo eponimo. Originariamente il nome può essere fatto risalire all’accadico ‘targuwannu, turcumannu, dall’ugaritico ‘targumianu’, dall’arabo ‘targuman (prete);
Tenda: i cosiddetti ‘Villanoviani’, gli antenati degli Etruschi, vivevano in villaggi, in capanne (una via di mezzo fra tende e capanne vere e proprie) di varie forme: circolari, ovaleggianti o quadrate. La tenda, in particolare, nella simbologia biblica significa: i nomadi (Madianiti), la pagnotta d’orzo, gli Israeliti coltivatori sedentari e poveri;
Teoria evoluzionistica: secondo alcuni storici- archeologi è nettamente in contrasto con l’antica sapienza etrusca e di altri popoli. Tale sapienza non concepì un progresso dell’umanità ma un regresso, una caduta istantanea, una involuzione continua dell’umanità da stati originariamente superiori; l’uomo,
secondo gli Etruschi, essa ebbe all’origine poteri addirittura soprannaturali, fu immortale e la morte lo vinse solo per un fatto contra natura, un vero e proprio accidente che non ha niente a che vedere con la ricerca da parte degli scienziati moderni di legami scimmieschi, progenitori dell’homo sapiens. E’ assurdo sostenere – per tali studiosi – che la civiltà ebbe origine da una popolazione più o meno selvatica come è assurdo pretendere che l’uomo discenda da una scimmia;
Tin, Tinia (Aplu): significa ‘il giorno’ (luce), come accadico corrisponde al nome della divinità lunare ‘Sin’. Questo nome è accompagnato dalla voce semitica ‘Nannar’ che equivarrebbe alla ‘luce celeste di Sin’;
Tombe a tumulo: Esempi notevoli di questo tipo di tombe si trovano a Populonia, a Firenze (Quinto), a Cerveteri, ecc. Caratteristica di queste tombe è una montagnola o collinetta che le ricopre. Il monte, come l’isola, significa la stabilità spirituale in antitesi con le acque che scorrono che rappresentano gli avvenimenti contingenti. Il cerchio col centro definito, rappresentò il cielo e la cella, a pianta quadrata, rappresentò la terra. Cielo e terra rappresentarono il principio attivo e passivo. Nel primo di tali simboli va ricercato il fallo che fu simbolizzato da una linea verticale; il secondo passivo e femminile da una linea orizzontale. L’unione di questi due simboli dette origine alla croce. La tomba a tumulo è anche una prospezione ingrandita dell’antica capanna, circolare, contenuta da un basamento e da una pseudo cupola di pietre aggettanti. Il pilone centrale doveva riferirsi al sostegno che reggeva materialmente il tetto;
Toro: animale sacro poiché con le sue corna ‘disegnava’ la forma della ‘mezza luna’: Sin dio lunare di origine mesopotamica. “Prendere il toro per le corna” è anche un
modo di dire per affrontare una questione difficile, complicata
Tre: era il numero che indicava la perfezione ed era anche un segno di appartenenza alla religione degli etruschi arcaici e villanoviani. Tre infatti erano le divinità alle quali si rifaceva l’antica religione di appartenenza: la Mesopotamia. Triade divina: Ishtar, stella del mattino (Stella a otto punte) (Venere); Sin, dio lunare (falce di luna); Shamash, dio del sole (disco solare con otto fasci di raggi)
Trono: analogo all’ancora. Nelle tombe chiusine è un sostegno di terracotta sul quale posa il vaso delle ceneri. Si tratta di un sostegno di terracotta o di bronzo sul quale viene posato il vaso con le ceneri. Avrebbe il significato che lo spirito nel centro immobile ha raggiunto il piano dell’assoluto. In altre parole ha vinto la seconda morte; e ancora, lo spirito dopo aver attraversato l’ondoso e irrequieto mare ha raggiunto la sua stabilità, estraniandosi da ogni natura terrena.
Triade divina: Ishtar, stella del mattino (Stella a otto punte) (Venere); Sin, dio lunare (falce di luna); Shamash, dio del sole (disco solare con otto fasci di raggi). Simbologia raffigurata sui kudurru (Tular etruschi), pietre che segnavano i confini territotiali;
Truia: significa labirinto, e deriva dall’accadico tajjaru, tajjartu, giro, ciclo. Pertanto l’epigrafe “mi Thesa Thei truia”, cioè questo sarebbe l’utero cosmico (labirinto) di Thesa. Questo nome e uguale all’accadico ‘desu’, dasu’, che sarebbe la primavera (stagione);
Uccelli (al pari di croci, spirali, cavalli, leoni e anatre) allusero alla vittoria sulle forze telluriche, oscure o
titaniche; gli uccelli nell’arte etrusca sono l’espressione di stati sovrumani, volano in un’atmosfera irreale; essi anticipano la visione cristiana dei cherubini e serafini;
Ulivo (uomo inghirlandato d’ulivo): per l’iniziato la morte significò gustare trionfalmente la bevanda dell’immortalità e raggiungere l’altezza luminosa del cielo;
Uomo: (insieme alla donna) cardine della simbologia etrusca; principio immobile e sufficiente inteso come virilità;
Uomo primitivo: è assurdo – per alcuni storici dell’archeologia – sostenere che la civiltà ebbe origine da una popolazione più o meno selvatica come è assurdo pretendere che l’uomo discenda dalla scimmia. Tutto concorda invece quando si riconosca che l’uomo primitivo beneficiò di una spiritualità superiore dalla quale si allontanò in seguito alla degenerazione provocata da catastrofi di ogni genere, interiori ed esteriori;
Uovo: uovo cosmico, uovo universale simbolo dell’androgino universale, quindi simbolo della perfezione; l’energia racchiudente in sé ogni possibilità generatrice, ogni possibilità di esistenza; nel simbolismo dell’uovo le due circonferenze corrisposero a due spirali e quindi la rappresentazione della perfezione, nonché simbolo dell’evoluzione e dell’involuzione, della nascita e della morte;
Usil: è l’aurora, il Sole che sorge; corrisponde all’accadico ‘asu’ (sorgente, che viene fuori) e ‘ilu’ (dio) accadico;
Vaso (spazio racchiuso dal): fu una sorte di matrice, di utero e “regressus ad uterum” fu un ritorno allo stato embrionale. Nel simbolico vaso venivano riposti i resti inceneriti del defunto; il vaso significò l’individuo, la persona. Lo spazio racchiuso dal vaso, come la superficie delimitata dal cerchio, si identificò con l’universo. Paracelso affermò che chi vuole entrare nel regno di Dio deve innanzitutto entrare nella vagina materna e morirvi; in altre parole, deve entrare nel vaso;
Velelu: corrisponde al nome Velelia o Velia. deriva dall’accadico (w)elelu che ha il significato di ‘piacere’, ‘gioia’
Vetulonia: corrisponde all’accadico ‘beta-alu’ e all’ebraico. Ha il significato di ‘abitato alto’;
Vino: gli Etruschi spensero con il vino gli ultimi resti incombusti onde riporli nel simbolico vaso. Il vino conferì una valenza iniziatica ai riti;
Virilità: la conquista ottenuta con la potenza delle qualità virili durante il combattimento. Essa fu la più alta forma di iniziazione (essere ammesso alla conoscenza e partecipazione di riti religiosi, misteri). E’ il concetto opposto del pensiero filosofico cristiano che ripudia la guerra e ogni forma di violenza;
Visceri: spesso nei momenti più gravi per lo stato (Romano) erano stati convocati gli aruspici etruschi per restaurare antichi rituali. Questi comprendevano la divinazione, il responso cioè degli dei su fatti e su avvenimenti riguardanti il futuro. Forma principale di questa predizione era l’esame dei visceri, dai quali
traevano gli auspici favorevoli o nefasti, riguardo alle guerre, alla politica e anche alle cose più semplici della vita di ogni giorno;
Vita: gli Etruschi ebbero la concezione della vita come un eterno ritorno, un destino oscuro, un ciclo di nascite e di morti, delle quali l’individuo non ebbe scampo;
Vittoria: fu rappresentata da una fanciulla alata che apre al vincitore la via dell’immortalità. L’immortalità per gli etruschi era quindi propria degli dei, ma raggiungibile dagli uomini attraverso atti di eroismo, come la guerra, i giochi ginnici, ecc.
Vaso panciuto (ossuario biconico) e cerchio tracciato per terra: creano spazi e superfici sacrali; furono immagini centrate di un mondo spirituale, riflessi dell’universo;
Volterra, Velletri: hanno in comune la componente ‘etr’ che corrisponde all’aramaico ‘atra’, atr, atar che significa ‘terra’
Vulci: corrisponde al semitico malku (pr. Walku) che significa dominatore, re e quindi il significato di Vulci sarebbe ‘città regale’;
Ziro: lo spazio entro il quale è racchiuso l’urna, è lo spazio sacrale, l’universo.
Note:
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() Sanscrito: Lingua letteraria degli indiani antichi, della stesa famiglia con il persiano, greco, latino, celtico, slavo, lituano, germanico. N. Zingarelli – Vocabolario della lingua italiana
Aramaico: lingua semitica ; era il dialetto che in origine parlavano le tribù aramee, verso il 1200 a.C. Esse fondarono alcuni stati, fra i quali Israele, Moab Edom. Le iscrizioni più antiche in questa lingua risalgono sec. IX a.C.;
() Riguardo all’arte degli Etruschi Bernard Berenson affermò: “solo nei soggetti e nell’inferiorità di esecuzione, cioè in quella che io chiamerei l’originalità dell’incompetenza, l’arte etrusca può venire distinta da quella greca”.
Bibliografia:
Hans Biedermann – Enciclopedia dei simboli – Garzanti editore 1991
Giulio Lensi Orlandi – Il segreto degli Etruschi – Atanòr Editrice, Roma, 1972
Etruschi – Una nuova immagine – a cura di Mauro Cristofani – Giunti Editore, Firenze, 2002;
Massimo Pittau – Testi Etruschi – Tradotti e commentati con vocabolario – Bulzoni Editore, Roma 1990
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Massimo Pittau – I grandi testi della lingua etrusca tradotti e commentati – Carlo Delfino Editore, Sassari, 2011;
Paolo Campidori – Capire gli Etruschi – Toccafondi Editore, Borgo San Lorenzo (Firenze, 2010;
Maurizio Martinelli, Giulio Paolucci, Caudio Strinati – Guida ai luoghi degli Etruschi – Scala Group Spa – Firenze 2007;
Romolo A. Staccioli – Gli Etruschi – Un popolo tra mito e realtà – Newton Compton Editori, Roma 2006
Gerd Heinz-Mohr – Lessico di iconografia cristiana, Milano Ist. Propaganda Libraria, 1995
Giovanni Semerano – Il popolo che sconfisse la morte – Bruno Mondadori Editore, Milano, 2003
Mauro Cristofani – Dizionario Illustrato della Civiltà Etrusca – Giunti Editore , Firenze 1999
Giovannangelo Camporeale – Gli Etruschi – Storia e civiltà – Utet, Libreria, 2004, Torino
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ORIGINI
LA STORIA DEGLI ETRUSCHI E’ DA RISCRIVERE?
cui ipotizzavo la traduzione del vocabolo “Rhasena” con “Popolo di rasati”? Ebbene c’ero andato molto vicino? Ora, vi spiego un po’ questa storia: Dionigi di Alicarnasso, retore greco, verso la metà del I sec. a.C, chiese ad un etrusco, dato che essi parlavano una lingua diversa da tutti gli altri popoli (pre-colonizzazione romana); tanto diversa da non essere assolutamente comprensibile né ai Romani né ai Greci (poiché Dionigi era greco anche se viveva a Roma). I Romani, a loro volta, hanno sempre detto che gli Etruschi erano un popolo a sé, dotati di grande cultura e che parlavano una lingua incomprensibile. Anche da ciò deduco che l’origine della lingua etrusca non era né romana, né greca. Durante i secoli a venire si è messo in dubbio questa asserzione di Dionigi di Alicarnasso, e ci siamo chiesti (me lo sono chiesto anch’io) se quel greco avesse inteso bene. Ebbene, per la prima volta, con sicurezza debbo dirvi che quel greco aveva inteso bene, anzi benissimo.
La mia intuizione, che oggi si può chiamare scientifica, perché provabile, è avvenuta non dico per caso, ma riflettendo su ciò che in passato avevo già scoperto. E’ successo oggi, scrivendo un articolo sull’Impressionismo, e mi sono imbattuto su un disegno di un post-impressionista André Dunoyer de Segonsac, su un vecchio catalogo di stampe francesi, e ho notato la didascalia, e per l’ennesima volta, ho fatto lo stesso ragionamento che faccio da tempo. La didascalia era questa: “Femme à la serpe”. Ad un tratto mi sono detto: interessantissimo!! Perché secondo me era
interessantissimo? Perché la donna aveva in mano una “roncola”; la “roncola”, come tutti sanno è una falce, posta su un lungo manico, che serviva, sia per mietere il grano, per ‘smacchiare’ (tosc.) cioè per sfoltire le siepi, per tagliare l’erba, ecc. Ebbene i francesi, chiamano la “falce”, fatta come uno “spicchio di luna”, con il nome “serpe” che però in etrusco tale nome viene scritto “serphe” (adesso anche Pittau, traducendo il “Linteus”, ha riconosciuto in ‘serphe’ il significato di “dio”, “dea”).
Allora ricapitoliamo: ‘serpe’ (falce) non può derivare dal latino, poiché falce si traduce con falx, falcia. Ma, torniamo per un attimo alla parola etrusca ‘Rhasena’: essa non può essere greca, perché il nostro retore era greco ed avrebbe capito il linguaggio dell’etrusco. Ci verrebbe da dire allora che la parola ‘rhasena’ (falce), per il fatto che i Celti invasero l’Etruria, potrebbe essere di origine celtica o germanica . Ma la risposta è negativa poiché i Celti chiamavano “serpe” la falce o la roncola, che è sempre un attrezzo agricolo a forma di uno “spicchio di luna” (‘croissant’, la mezza-luna in francese ). Ma allora perché i celti (francesi e germanici) chiamavano ‘serpe’ la roncola o la falce? Ci viene in aiuto il filologo Giovanni Semerano nel suo libretto “La favola dell’Indoeuropeo”, nel capitolo “L’Ora di Filippo Sassetti, a pagina 10 del suo libro: “Così, lì per lì, appoggiato al tavolo delle bilance, tracciò quella sua lettera al Davanzati. La scrisse carica di una lacerante novità: alcune voci della lingua degli indigeni dell’India si identificavano con quelle in uso tra noi, come ad esempio i numeri sei, sette, otto e nove, e poi Dio, ‘serpe’…..”. Come spiega il Semerano questo mistero? “Alessandro Magno e il largo seguito che scortava il discepolo di Aristotele avevano diffuso la lingua della patria lontana, largamente appresa dai sudditi che
avevano necessità di farne uso” (Giovanni Semerano, pag .11, op. cit.).
Adesso mi sembra tutto chiaro, e conferma l’intuizione storica che: “un vincolo di vasta fratellanza culturale lega da cinquemila anni l’Europa, cioè l’Occidente, alla Mesopotamia, l’attuale Iraq, dove fiorirono le inarrivabili civiltà, le creature di Sumer, di Akkad, di Babilonia: è ancora vivo il fascino di quella culla delle arti, delle scienze, del Diritto” (Giovanni Semerano 1911-2005- Le origini della cultura europea – Olschki, Firenze 1984- 1994)
Dunque, i popoli della Mesopotamia, chiamavano uno dei loro dei con il nome di “Serpe”. E’ evidente che se la tradizione linguistica europea (celtica) ha tramandato questa parola “serpe” (dio) è anche evidente che le nostre lingue moderne derivano, chi più, chi meno, dalle lingue mesopotamiche. E quale era dunque il loro dio per eccellenza? Anche questo adesso è evidentissimo, il loro dio era un astro biancastro, l’astro che vediamo tutte le sere e che nelle sue fasi crescenti e decrescenti assume la forma di una “falce” o della luna piena: LA LUNA!. Ecco quindi spiegato che ‘serphe’ in lingua celtica derivata dalla lingua mesopotamica significa “dio” e nel caso specifico, questo dio è la “falce di luna”.
Ricordiamo che nel ‘Kudurru’ ritrovato a Susa in Mesopotamia, si vede il Re Sargon che presenta la figlia al dio Nanna (o Nana); sopra di loro spiccano, in bella evidenza, tre simboli: il Sole, la Luna (spicchio che sta a significare anche l’organo genitale femminile, proprio per la sua forma a spicchio di luna); e infine Ishtar (Venere) la Stella del mattino. Ora è difficile e lungo spiegare perché i popoli mesopotamici adorassero queste tre divinità, lo faremo in altra sede.
Una cosa è certa “serphe o serpe” equivale a dio, dea; allo stesso tempo ‘serpe’ è una falce, vale a dire un attrezzo che ha la forma di uno spicchio di luna. E quale forma avevano i rasoi dei Villanoviani? Ebbene avevano la forma di una mezzaluna e allo stesso tempo di una falce. Ne deriva che l’equazione è semplice: ‘serpe’ uguale a ‘falce’, ‘falce’ uguale a ‘rasoio’ perché ha la stessa forma della falce o della roncola. Dunque “Rhasena” può solo voler dire “Popolo che ha per insegna o per simbolo UNA FALCE O MEGLIO UNO SPICCHIO DI LUNA”. E adesso comprendiamo meglio anche il significato dello specchio sempre rotondo: IL SOLE; E NON DIMENTICHIAMO CERTE ‘STELLETTE’ CHE VENIVANO POSTE NELLE SEPOLTURE, queste simboleggiavano Ishtar (La stella o dea del mattino, Venere)
Ricapitolando Rhasena significa il popolo che adorava tre idoli (la triade): Il Sole, la Luna e la Stella del Mattino (Venere per il mondo classico). Tutto ciò ci porta ad un’altra conclusione: I Villanoviani-Etruschi erano i diretti discendenti di antichi popoli della Mesopotamia. Nasce a questo punto un’altra
Bibliografia relativa all’articolo:
Giovanni Semerano – La favola dell’Indoeuropeo – Bruno Mondadori, 2005
Giovanni Semerano – Il popolo che sconfisse la morte – Gli etruschi e la loro lingua – Bruno Mondadori, 2003
Massimo Pittau – Vocabolario della lingua Etrusca – Libreria Editrice Dessì – Sassari, 2005
Catalogue “Goya” 1963 – Dessins Estampes – Paul
Prouté et ses Fils – Paris pagg. 70-71 Paris – Atelier Duval 1963
NON ESISTONO ‘DOGMI’ IN ETRUSCOLOGIA?
Vorrei ricordare che qualsiasi intuizione, anche la più originale, in materia etruscologica non ha valore ‘dogmatico’, in quanto in Etruscologia e in Linguistica Etrusca, non esistono e non possono esistere ‘Dogmi’. Questi appartengono solo alle religioni e valgono per i credenti.
Vorrei quindi precisare che, dopo trentacinque anni di studi da me fatti su questo antico popolo, mi sono sentito, quasi in ‘dovere’, di tirare una somma alle mie conoscenze in materia per esternare anche agli altri studiosi i miei ‘risultati’, ovvero l’idea che io mi ero fatto sull’origine etrusca.
Come cultore ‘etruscologo’ e come cultore’medievalista’ (per il territorio mugellano e toscano) la mia ‘ipotesi’ mesopotamica sulle origini degli etruschi è da considerarsi tale, e non ha nessuna ragione o pretesa di voler annullare gli studi di coloro (etruscologi, archeologi, linguisti, ecc), i quali, in materia, sono molto più bravi del sottoscritto che, come Leonardo, si definiva “homo sanza lettere”, nel senso che non aveva compiuto gli studi classici.
Io, come cultore storico, analizzo i fatti della storia sotto il profilo storico, non mi interessano i particolarismi che sono materia degli specialisti, a me interessa ricomporre,
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tessera dopo tessera, quel grande mosaico che è rappresentato dalla storia di un popolo. Non mi interessa analizzare le singole ‘tessere’; mi interessa, invece, mettere le tessere giuste nei luoghi giusti.
Io non chiedo che la mia ‘ipotesi’ venga pubblicata nella celebre rivista “The scientist” o su altre prestigiose riviste archeologiche; chiedo solo di prendere in esame anche queste mie ipotesi, e considerarle più il risultato di ‘ricerca storica’ (certo fuori della ‘dogmatica’ etrusca), vista con l’occhio dello storico e con la lente d’ingrandimento dello Sherlock Homes.
Io, lo ripeto, a chi ancora non l’avesse capito, non sono né archeologo, né medievalista, e tantomeno sono un linguista storico. Io appartengo a quella categoria di ‘appassionati’, che nel migliore dei modi vengono classificati come ‘cultori’ delle cose che riguardano l’etruscologia (non voglio fare polemiche).
Io mi sento soprattutto uno scrittore, ed uno che fa del giornalismo. Odio, per mia natura, le cosiddette ‘specializzazioni’, perché rinchiudono il ricercatore in un settore specifico e gli danno solamente la possibilità di acquisire una conoscenza ‘particolare’ del problema o dei problemi etruschi (se non si vogliono chiamare ‘misteri’!) di quel settore a loro assegnato
Quindi, per cortesia, è inutile ‘cavillare’ su questioni specialistiche, linguistiche o archeologiche. Per questo dovrete rivolgervi a linguisti specializzati, oppure ad archeologi di chiara fama, oppure agli Ispettori e Direttori dei Musei Archeologici o ai Soprintendenti delle Soprintendenze alle antichità, poiché loro, e solo loro sono ‘specialisti’ in materia.
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La mia ‘soluzione’, se vogliamo usare questo termine sul cosiddetto ‘mistero etrusco’ (che poi non è un mistero) dell’origine della lingua è paragonabile ad un quadro impressionista, che, se visto globalmente, ti da l’esatta visione di ciò che è rappresentato in quel quadro; mentre se lo guardi da vicino, per scoprire i dettagli, vedi solo pennellate e basta; e rimani deluso!
Così è il risultato del mio lavoro durato 35 anni. E’ vero? E’ giusto? Questo lo dovranno stabilire gli esperti, gli specialisti in materia. E, soprattutto, dovrà essere vagliato nel futuro, in attesa di altre scoperte, di altri documenti e altre informazioni. Secondo me, la sola cosa importante è che le ricerche sugli Etruschi vadano avanti, non si fermino mai. E un contributo determinante lo daranno senz’altro coloro che sono preposti a tali compiti (i cosiddetti “addetti ai lavori”). Un piccolo contributo però, lo potranno dare anche i semplici appassionati, coloro che affiancano gli archeologi nei lavori più pesanti (ad esclusione dei ‘tombaroli’), gli ‘storici’ e i ‘cultori’, come me, nonché gli appassionati in genere. Spero di essere stato chiaro!
LA ‘PRIMAVERA’ DEGLI ETRUSCHI – LA FIBULA DELLA TOMBA REGOLINI GALASSI A CERVETERI NEL MUSEO DEL VATICANO
Se i fiori sono una cosa bellissima e odorosissima, tuttavia sono una cosa effimera, ‘transeunte’, transitoria, che passa e svanisce nel giro di pochi giorni. La Primavera, forse la più poetica stagione dell’anno è bella, ma è anche passeggera. Per questa ragione poeti, letterati, artisti hanno guardato ad essa sempre con occhi incantati, di favola. Nell’antichità Etrusca e
Romana sono fioriti i miti e gli dei legati a questa stagione, che non sempre corrispondeva, come periodo, alla nostra primavera. Le ‘primtemps’, ossia il primo, periodo dell’anno che in francese ha ‘sesso’ maschile e non femminile come in italiano, rappresentava l’inizio dell’anno, l’inizio delle stagioni, l’inizio della vita, non solo umana ma anche degli animali e delle piante. Per gli Etruschi, poi, l’anno solare, iniziava, di fatto, con la primavera. Qualcuno di voi ha mai visto raffigurata negli specchi etruschi, nelle pitture parietali delle tombe, una scena, con una bella pioggia rigenerante, oppure un panorama di Vulci, Tarquinia, Cerveteri, ammantato di una bella nevicata bianca? Gli Etruschi, stando a ciò che ci hanno tramandato non amavano certo il freddo, la pioggia e l’inverno, per questo rappresentavano se stessi, nella stagione calda, sotto il sole cocente, magari nudi, nell’allegria di un bagno ristoratore e rigeneratore in una pozza di Vulci.
La loro era una perenne stagione ‘solare’ e, il sole era per loro la massima divinità. Essi però avevano un’idea diversa di questo astro da quella che abbiamo noi oggi. Noi lo consideriamo una stella fissa intorno alla quale ruotano vari pianeti, fra cui anche la nostra Terra. Gli Etruschi invece, che non avevano conoscenze astronomiche avanzatissime come le nostre, credevano che il sole, rappresentasse nel suo ‘rotolare’ da est verso ovest, la vita stessa che inizia con con l’alba e finisce con il tramonto. Ecco perché gli Etruschi, del periodo Villanoviano, rappresentavano il sole come un buffo essere antropomorfo con quattro gambette, munite di quattro piedi, unite al centro a croce (antesignana della ruota), e queste gambette giravano vorticosamente nell’arco del cielo fino a completare quel tragitto, che si ripeteva immutabile nei secoli: il trascorrere della
giornata e di conseguenza il trascorrere del tempo. Nonostante la fragilità dei fiori (e delle piante) e la loro deperibilità gli Etruschi li amavano molto e a ciascuno di essi questo antico popolo dava un significato, a volte allegro, a volte pensieroso e triste, a volte celebrativo, come nel caso dell’asfodelo, del lauro, della palma, ecc. L’asfodelo, era considerato, per eccellenza, il fiore dei morti che cresceva nelle necropoli sulle tombe dei defunti. Moltissimi altri fiori li troviamo come ornamento sugli utensili più comuni, ma soprattutto ‘ricamati’ sugli oggetti personali, usati dalle donne per la cura della propria bellezza (specchi, oggetti per il trucco, ecc.)
Gli Etruschi però, al pari delle altre grandi civiltà amavano soprattutto l’oro, per il suo bel colore giallo variegato di colori bellissimi, a seconda delle leghe che erano state impiegate: rame, argento, ecc. L’oro inoltre, a differenza delle cose ‘transeunte’ di questo mondo, doveva accompagnare il morto (il Principe, la nobiltà terriera e guerriera) nell’aldilà; un viaggio che durava tantissimo, ed era caratterizzato da rischi, da pericoli di ogni genere, dall’incontro di forze malefiche, da mostri misteriosi e paurosi allo stesso tempo. L’oro era l’unico metallo che potesse assolvere a questo compito così importante, poiché era risaputo, che tale metallo si conservava intatto per l’eternità, divenendo così, a sua volta, simbolo dell’eternità stessa.
Proprio di questo nobile metallo era la fibula che conosciamo sotto il nome di “Fibula della Tomba Regolini-Galassi” di Cerveteri e che si trova al Museo Gregoriano-Etrusco del Vaticano. Fu questa una tomba scavata nel 1836, e, fortuna volle, che essa fosse ritrovata intatta, con tutti suoi arredi. Un pezzo straordinario di questi entrò a far parte del Museo Etrusco fondato da Gregorio XVI nel 1837. Si tratta di
un ornamento, (forse una fibula?) che doveva appartenere ad una Principessa etrusca, morta probabilmente in giovane età. Generalmente siamo portati a credere che, sia gli Etruschi che i Romani ,morissero in età giovanissima. Questo è vero in parte, cioè se consideriamo una media degli abitanti; ma vi posso assicurare dopo aver studiato le epigrafi etrusche, che essi erano longevi, settanta, ottanta, e talvolta superavano i cento anni! (Forse sarà dovuto al fatto che in Toscana, oltre all’olio e il vino buono, si viveva bene allora, come ora!).
La particolarità di questa che chiameremo ‘Fibula’ sta nel fatto che essa ha una forma ‘aracnoide’, cioè la forma di un ragno ed è carica di simbologia, a cominciare dall’uso che a questa doveva essere riservato nelle grandi occasioni (anche i funerali, rappresentavano una di queste). Sappiamo inoltre che la religione degli Etruschi era fondamentalmente un culto politeistico il quale era basato sull’esecuzione rigorosa, puntuale dei riti, pena l’invalidità del rito stesso e la maledizione su coloro che l’avessero compiuto; ciò determinava che questo popolo fosse caratterizzato da una religione basata sulla scaramanzia, sull’importanza data a certi simboli, alcuni dei quali sono stati tramandati fino a noi, ad esempio il gesto delle ‘corna’, oppure, le cosiddette ‘fiche’, che consistevano nell’unire pollice ed indice fino a formare il disegno della ‘vulva’, l’organo genitale femminile.
Nella mitologia di molti popoli il ragno è un’animale simbolico, da cui diffidare. Il ragno infatti si crea una rete per imbrigliare gli insetti, che poi uccide con il veleno e li mangia. Questo oggetto a forma di ragno doveva forse, con la sua carica di negatività, allontanare gli spiriti maligni, sia in vita, sia durante il lungo viaggio
ultraterreno. Oltre a questo il ragno ha pure altri significati nella simbologia. Nella ‘Metamorfosi’ di Ovidio la dea Atena si dimostra adirata e diffidente nei confronti di ‘Arachné’, una principessa libica tessitrice di arazzi, la quale aveva rappresentato, in maniera eccellente (come Atena non avrebbe potuto mai fare) gli incontri amorosi degli dei dell’Olimpo e, a causa di questo Atena straccia l’arazzo e trasforma la principessa in ragno (Non possiamo affermare che i Greci non avessero fantasia….) . Ma il ragno lo ritroviamo in territorio etrusco, nell’Appennino Tosco-Emiliano, sui pilastri in pietra delle finestre delle abitazioni, come pure lo troviamo raffigurato negli enigmatici disegni di Nazca.
Come abbiamo detto (*) la Fibula ha ancora numerosi simboli, a partire dalla decorazione floreale (fiori a cinque petali) eseguita a sbalzo, come pure cinque sono i leoni raffigurati nella placca superiore, entro la seconda cornice (la cornice più piccola), di cui due di questi sono raffigurati ‘affrontati’ in alto e tre in basso, con le bocche aperte, con passo nervoso, in atteggiamento di vigilanza.
La ‘Fibula’ di Cerveteri, conservata al Museo Vaticano, non è solo oggetto simbolico ma è anche un capolavoro di bellezza, di raffinatezza estrema, che denota l’altissimo grado artistico raggiunto dagli orefici etruschi, la cui maestria, deve essere ricollegata all’origine orientale degli stessi (
). Parlo della ‘Granulazione’ una tecnica estremamente raffinata, che poteva essere fatta in due modi: a ‘pulviscolo’ (come nel caso di questa Fibula), oppure nella maniera ordinaria. La tecnica consisteva nell’apporre (saldare) piccolissime sfere di oro sulla lamina sempre d’oro, ‘saldate’ con un legante in modo da formare un disegno geometrico, antropomorfo o zoomorfo. Era una tecnica questa che richiedeva una perizia ed una conoscenza dei metalli, che ancore oggi
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resta un mistero, oltre ad essere dei veri artisti. (****)
La Fibula termina con la parte inferiore dell’essere dalla forma ‘aracnoide’ a forma di ovale. Tutti sappiamo che l’uovo era il simbolo per eccellenza degli Etruschi e per essi rappresentava l’origine della vita. Morire, per gli Etruschi, significava tornare nell’uovo, o meglio tornare nell’utero materno, per ricominciare quel ciclo vitale, comparabile solo al rinascere quotidiano del sole. C’è un particolarità in questo ovale, oltre alle figure stilizzate in ‘pulviscolo d’oro’, e questa particolarità è rappresentata da un certo numero di anatrelle a rilievo, ‘saldate sulla lamina. Quante sono queste anatrelle? Mi sembra che siano una cinquantina, ecco, questa dovrebbe essere l’età della defunta (50 Primavere) (*****). Ma l’anatra aveva un significato ben preciso presso gli Etruschi; essa rappresentava l’eternità, per i fatto che l’anatra naviga con sicurezza, senza mai affondare, anche sul mare procelloso e sui fiumi in piena; è un simbolo si sicurezza.
Ecco gli Etruschi, gli antichi Etruschi, parlavano ai contemporanei e ai posteri così, non con l’alfabeto, ma con dei simboli, simboli eterni, come l’eternità, alla quale hanno creduto e ambìto. Queste antiche popolazioni che abitavano nella nostra Toscana e nel Lazio settentrionale.
Note.
(
) Scusatemi il ‘pluralis majestatis’, ma ogni tanto mi faccio ‘assalire’ da questa  forma un po’ impropria;
(**) una volta per tutte sfatiamo il “luogo comune”, (affermato anche da valenti studiosi d’arte e di
etruscologia), secondo i quali, l’Arte etrusca non sarebbe “vera Arte”; una sciocchezza questa affermata da valenti studiosi.
(***) Sulla ‘granulazione’ leggi il mio articolo sul Blog http://www.culturamugellana.wordpress.com
(****) Nel ‘pulviscolo’ le sferette erano di dimensioni micrometriche, 0,6-1 mm. di diametro; oppure di diametro fino a 2-3 mimm per la granulazione ‘ordinaria.
(*****) Si tratta di un’ipotesi che vediamo confermata anche nell’alto medioevo, ad esempio nella lastra tombale degli Adimari, ‘famigli’ degli Ubaldini, sulla quale vengono contate una quarantina di queste anatrelle, che secondo il Prof. Niccolai, autore del libro “La descrizione del Mugello”, Borgo San Lorenzo, 1917″, potrebbero significare l’età del defunto.
UN VERO MISTERO LA STELE ‘FIESOLANA’ CHE RIPRODUCE UN NOBILE GUERRIERO CON LANCIA E ASCIA, ERRONEAMENTE RITENUTA DI “LARTH NINIE”
“Nel tardo arcaismo nasce nella zona di Fiesole una scuola scultorea, che produce un discreto numero di monumenti funerari di pietra serena, un’arenaria estratta in cave dei dintorni. Di questa produzione, nota con il nome di pietre fiesolane si conoscono vari tipi: stele a ferro di cavallo, a campo rettangolare con tre riquadri o con unico riquadro, a lira; cippi a parallelepipedo talvolta con leoni rampanti sugli spigoli…..La distribuzione è in un comprensorio piuttosto vasto, che va dal Mugello al Pistoiese.
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L’esemplare più antico, la stele di Larth Ninie, databile a non prima del 520 a.C….”. (Giovannangelo Camporeale – Gli Etruschi – Storia e civiltà – Libreria Utet, Torino 2008). Ho voluto riportare quanto riferisce uno dei più noti e più accreditati etruscologi contemporanei, su questa stele di tipo fiesolano, della quale esiste una copia al Museo Archeologico di Fiesole e l’originale (suppongo) al Museo della Casa di Michelangelo di Firenze. Si tratta sicuramente di una stele arcaica e ad indicarci la datazione concorrono sia la figura del ‘guerriero’, sia l’epigrafe scritta con la tipica calligrafia del VI sec. a.C.
Purtroppo, trattandosi di una foto molto piccola, non è possibile leggere l’iscrizione che porta il guerriero a lato della coscia sinistra. Ovviamente, se l’originale doveva essere in pietra serena, propendo per l’ipotesi che la stele originale sia quella custodita presso il Museo della Casa di Michelangelo a Firenze. Però il dubbio mi assale. L’originale vero sarà in pietra serena o pietra comune? Una stele molto simile è la stele di Tite Avele che si trova al Museo di Volterra, però questa, anche se molto simile è una pietra tufacea che si trova sul luogo. E’ questo un altro dei misteri degli Etruschi?
Sull’argomento dell’interpretazione dell’epigrafe è bene fare un passo indietro e capire qualcosa di più sull’onomastica etrusca: “La storia dei prenomi etruschi è molto simile a quella che si verifica nel mondo romano: nella fase arcaica si usa un gran numero di prenomi…Nel mondo romano i prenomi ammissibili per un cittadino di pieno diritto diventano poco più di una decina; in Etruria sono ancora di meno: in pratica a partire dal IV secolo a.C., quasi tutti gli etruschi si chiamano Vel, Velthur, Larth, Laris, Aule/Avle, VelXe, LuXmes, Arnth, Larce, Marce (meridionale), Cae
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(meridionale), Tite (meridionale), ecc.” (Enrico Benelli – Iscrizioni Etrusche leggerle e capirle, Edizioni Saci Ancona, 2007)
Dunque il Benelli, archeologo, ricercatore del CNR, ci chiarisce in modo inequivocabile le caratteristiche e la funzione dell’onomastica etrusca, composta di prenome, gentilizio e cognome.
Sappiamo che a Tarquinia, luogo d’origine del nostro ‘guerriero’; sicuramente, nei secoli VII-VI, chi governava la famosa città-stato era una ristretta oligarchia di famiglie aristocratiche, fra queste i Partuni, gli Anina, i Pulenas, ecc. I membri di queste famiglie principesche ricoprivano i ruoli strategici di comando: magistrature, classi sacerdotali, comandanti dell’esercito; oltre ovviamente ad avere nelle proprie mani il capitale della città e del territorio provenienti dalle varie attività: agricola, marineria, pesca, estrattiva, ecc .
Detto questo, passiamo ad analizzare il significato di questa epigrafe, per fare questo basta prendere un qualsiasi testo specialistico (Cristofani, Camporeale, De Palma, ecc.) dove troveremo che l’epigrafe relativa al ‘guerriero’ del quale conosciamo l’originale (?) al Museo della Casa Buonarroti e una copia presso il museo archeologico di Fiesole (e un’altra al Museo Archeologico di Bologna) è la seguente: “Larth Ninie”.
Il mistero si infittisce, anche perché una eventuale epigrafe non è assolutamente distinguibile. Non ci resta allora che decifrare l’epigrafe di Firenze e Fiesole, la quale però ci riserva una sorpresa, non indifferente. E cioè? Il nome del guerriero riportato sull’iscrizione sulla destra, all’altezza della coscia non è Larth Ninie, assolutamente! Da dove è stato preso questo
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nome Larth Ninie? Mistero, buio nero! Possibile che valentissimi linguisti storici, etruscologi, archeologi, ecc. abbiano preso fischi per fiaschi (non sarebbe la prima volta). Se l’epigrafia etrusca non è un’opinione io leggerei tutt’altro e cioè: “Larth T Aninies”. Dunque non Lart Ninies ma Larth Titie (o Tutie?) Aninies, che è cosa molto diversa. Vi spiego perché. Qui sotto ho riportato la scritta originale in lingua etrusca, che si legge da destra a sinistra. Nelle prime quattro lettere leggiamo “LARTH” nome nel quale possiamo annotare due cosette: la ‘R’ si scrive come una ‘P’ rovesciata e il tondino con il punto centrale non è la lettera ‘O’ ma il suono ‘TH’. Poi troviamo una ‘T’ che grosso modo corrisponde alla nostra grafia. Dobbiamo fare un passo indietro: generalmente nelle epigrafi etrusche le parole con vengono staccate l’una dall’altra (ma ciò non rappresenta la regola, talvolta le parole sono separate da punti (.) La ‘T’ dunque potrebbe essere isolata, come io ritengo verosimile; come potrebbe essere attaccata alla parola successiva (cosa del tutto improbabile). Quindi ‘T’ è una abbreviazione per ‘TITIE’ o ‘TUTIE’ che rispettivamente significano: “di Tito” o “di Tutio”. Poi troviamo la parola, sempre leggendo da destra verso sinistra “ANINIES”. In questa parola (cognome) vediamo la caratteristica ‘N’ arcaica fatta da un’asticella verticale sulla quale è accostata, in alto una piccola ‘V’. Poi una ‘I’ come la nostra ‘i’ maiuscola , un’altra ‘enne’ con due barrette (nella prima ‘enne troviamo una sola barretta); quindi la ‘I’, poi la ‘E’ che in etrusco è rovesciata rispetto alla nostra “e”, la lettera ‘s’ (accentata, pron. sh), che in etrusco si rappresenta come una “M” maiuscola.
(“LARTH” (NOME COMUNE, MA ANCHE CON IL SIGNIFICATO DI “PRINCIPE”),”T” DI TITIO (O DI TUTIO?), 60
“ANINIES” DELLA FAMIGLIA “ANINIA”
(Resta insoluta, almeno per quanto mi riguarda, anche la spiegazione di due grafismi: una barretta obliqua sull’asta della prima ‘n’ e di due barrette oblique sulla seconda ‘n’. )
Credo sia da escludere il ‘cognome’ Taninies’, che non ho trovato in nessun testo di linguistica etrusca, e anche altre letture propostemi da alcuni lettori.
Non ci resta che esaminare bene il bassorilievo, cioè la figura del ‘guerriero’. Questi è in posizione eretta, capelli lunghi, sbarbato, tiene nella mano destra una lancia e nella sinistra impugna un’ascia. E’ proprio quest’ultimo attrezzo, infilato nella cintura e impugnato con la mano sinistra che ci illumina sull’identità del personaggio. Si tratta di un’ascia da guerra del tipo di quella ritrovata in ottimo stato di conservazione a Chiusi, con il manico incrostato di ambre e pietre. Questa, insieme alla bipenne erano i simboli della regalità, del potere, del comando.
Il nostro ‘guerriero’ Larth Tities Aninies, era un coraggioso ed eroico guerriero, ma allo stesso tempo era anche un principe, un nobile. Massimo Pittau spiegherebbe così la nobiltà intrinseca dovuta all’appellativo di “Larth”: “Lars, lartis da confrontare con l’etrusco Lart significa “comandante, principe” (Cicerone, Phil. 9.4; Livio IV.17.1) Pertanto la traduzione della stele fiorentina (e fiesolana) sarebbe: (Principe o comandante) Larth T Aninies” (Per il significato del nome Larth vedi: Massimo Pittau – Dizionario Comparativo Latino-Etrusco – Editrice Democratica Sarda – Sassari 2009). Sempre però, secondo il Pittau “Lar”, “Laris”, “Lares” “spirito/i, anima/e dei parenti morti probab., deriva dall’etrusco,
in cui i vocaboli con la radice “lar” sono numerosi. Se così fosse Larth=principe noi avremmo per la stele fiorentina (o bolognese?) la seguente traduzione: Larth (nome e titolo nobiliare = Principe) Tities (di Titio), oppure “Tutes” (di Tutio), della (nobile) Famiglia Anina o Aninia, che come abibamo detto era originaria di Tarquinia. Esiste infatti di questa famiglia una delle più belle tombe dipinte, scoperta solo nel 1963, con eccellenti pitture raffiguranti divinità dell’oltretomba fra i quali Vanth e Charun. Ma – è lecito domandarsi – cosa ci faceva un nobile guerriero tarquinese a Firenze o a Fiesole? Forse Larth Titie (o Tutes?) Aninies è morto nella città di Fiesole, a seguito di una battaglia, o per ragioni naturali. La stele che è conservata presso il Museo fiorentino della Casa di Michelangelo ci offre garanzia di essere fiesolana, poiché è stata scolpita su una pietra ‘serena’ delle vicine cave fiesolane.
LA DIMOSTRAZIONE DI COME ALCUNE PAROLE DEL ‘DIALETTO’ TOSCANO (O MEGLIO DELLA LINGUA ETRUSCA) DERIVINO POTREBBERO DERIVARE DA LINGUE SEMITICHE
Sulla Bibbia, nel Libro dei Maccabei, mi è capitato di leggere quanto segue:
“Esortati dalle bellissime parole di Giuda, capaci di spingere all’eroismo e di rendere virile anche l’animo dei giovani, decisero di non restare in campo, ma di intervenire coraggiosamente e decidere la sorte attaccando battaglia con tutto il coraggio perché la città e le cose sante, erano in pericolo. ‘Cose sante’
l’espressione (tà agia) designa di solito il tempio o il Santuario. Qui pare ovvio che si riferisca alle istituzioni religiose, alle leggi su cui si basava la vita giuridica.
Questa frase la ritroviamo anche nella lingua parlata fiorentina e mugellana, leggermente modificata: “t’ha agio…” e veniva usata nelle frasi in cui si voleva mantenere una linea dura, decisa, come nel caso ad esempio di un bambino che vuole ottenere una cosa a qualunque prezzo, implorando e piangendo e la controparte che si rifiuta decisamente, usando l’espressione: “T’ha agio … di piangere, di implorare, non otterrai nulla (in quanto ho fatto una specie di giuramento, ho giurato appunto sulle cose sante” . Quindi gli Etruschi, se l’hanno tramandato a noi Toscani, erano al corrente di questa frase che deriva dall’ebraico.
A tutti è noto l’episodio biblico di Caino e Abele. Caino (kain) in alcune lingue semitiche ‘kain’ significa ‘fabbro’. Nella lingua Toscana arcaico-medievale esisteva il vocabolo “chiaino”, un abbreviativo di fabbro-chiavaiolo, cioè quei fabbri che producevano anche le chiavi, che a quei tempi erano molto diverse dalle nostre.
Il termine ‘morìa’ significa un evento infausto in cui molte persone o megio animali sono colpiti da carestie e malattie subendo la morte. ‘Morìa’ è il territorio in cui Abramo, avrebbe dovuto sacrificare Isacco, un episodio nel quale Dio mette alla prova la fede di Abramo.
Tutti dovrebbero conoscere uno dei capolavori della narrativa Rinascimentale e cioè “La Mandragora” di Niccolò Macchiavelli. La mandragora è una pianta che
era ritenuta afrodisiaca e capace di favorire la generazione. E perfino troppo evidente il richiamo del Macchiavelli all’episodio biblico “I figli di Giacobbe” in cui Rachele chiede a Lia: “Dammi un po’ delle mandragore di tuo figlio” (che Ruben aveva raccolto durante la mietitura del grano) (Genesi 30, 14-16).
Capita spesse volte di udire nelle campagne toscane questa parola: ‘bonomo’ o ‘buon uomo’ rivolgendosi ad uno sconosciuto. Per il suo significato vero bisogna rifarsi all’ebraico ‘Ben-Omi’ che significa “figlio del mio dolore”; un’espressione questa cambiata da Giacobbe con Ben-lamin, cioè ‘figlio della destra’, espressione ben augurante per il popolo ebreo.
In Toscana esiste il fiume Pesa e la Valle omonima. Si tratta di una valle di passaggio che collega due zone diverse fra loro: quella collinare fiorentina e fiesolana a quella più dolce e fertile che è il territorio senese. ‘Pésah’ in ebraico significa ‘passaggio’ ma anche ‘Pasqua’.
Eremo non è parola soltanto toscana. Significa un cenobio, un eremo appunto. Deriva dall’ebraico ‘herem’ che significa solenne consacrazione a Dio, senza alcuna riserva.
TUSCANIA: NEL IV-III SEC. A.C. GLI ‘STATLANES’ FACEVANO PARTE DI UNA OLIGARCHIA CHE GOVERNAVA LA CITTA’ ETRUSCA
Quello che stiamo per prendere in considerazione è un sarcofago che apparteneva a un membro di una delle famiglie più nobili di Tuscania (VT), il quale morì giovanissimo, all’età di soli 36 anni, proprio mentre
ricopriva una delle cariche più importanti della città. La scritta che corre lungo il bordo sinistro e superiore della base del sarcofago dice più o meno così: “Larth Statlanes di Vel morto all’età di 36 anni mentre ricopriva la carica di ‘marone’ nel collegio di Bacco e di Catha (sono due divinità). Per i cultori della lingua etrusca riportiamo l’epigrafe originale: “STATLANES LARTH VELUS LUPU AVILS XXXVI MARU PAXATURAS COASCH LUPU”. L’epigrafe originale in caratteri etruschi è questa:
Mi preme subito farvi notare che l’etrusco si legge da destra verso sinistra, come succede in genere con le lingue semitiche. La scrittura rivela che il sacrcofago che stiamo analizzando dovrebbe risalire al IV-III secolo a.C., un periodo quindi recente, vale a dire molto vicino al declino della storia degli etruschi e alla colonizzazione romana. Il sarcofago presenta sul coperchio la figura di Larth in posa recumbente, con la testa sollevata, sguardo fisso e un caratteristico copricapo e vestito da una specie di tunica. Il volto del magistrato è giovanile e i capelli ricci sono raccolti sotto questo copricapo, che assomiglia un po’ al ‘mazzocchio’ rinascimentale degli uomini illustri fiorentini.
Abbiamo detto che gli Statlanes appartenevano a quella oligarchia ristretta di famiglie nobili che governavano Tuscania verso il IV-III sec. a. C., ma forse anche precedentemente. I nomi delle altre famiglie oligarchiche a Tuscania erano i Curuna, i Vipinana, i Velisna, gli Atnas o Atinas. Erano famiglie potentissime e ricchissime e il loro potere si estendeva in ogni branca degli affari, della politica e persino della religione. Qualcuno di voi dirà: “Quello che succede anche oggi”. Proprio così.
Ma vediamo un po’ più da vicino l’epigrafe di Larth, il
magnate etrusco. Statlanes dunque è un genitivo patronimico fossilizzato ed è confrontabile con quello latino Statiliano; Larth è prenome maschile; Velus, di Vel, genitivo del prenome Vel; lupu, morto; avils, all’età di..; XXXVI è il numero 36. C’è da notare che il 5 è una V rovesciata ed è la metà della X che vale dieci; maru è la carica ricoperta dal defunto, marone, una forma di magistratura; paxaturas, ‘paxa’ significa il dio Bacco e quindi paxaturas equivale a collegio di Bacco; Cathsc è il nome della dea Cata. C’è da notare che i Baccanali erano feste in onore di Bacco e passarono dall’Etruria a Roma, ma furono proibiti da una legge del 186 a.C.
Catha era una dea Solare. A questa dea è riferita una iscrizione su un volume tenuto aperto da un defunto di Tarquinia, il quale essendo lucumone e pretore massimo (addetto) a fissare i ‘giri’ di Catha. Probabilmente i ‘giri’ altro non erano che le ‘claves annales’ del tempio della dea Northia che segnavano il passare degli anni.
Sulla base del sarcofago, oltre alla scritta che abbiamo analizzato sono raffigurati due serpenti che stanno ai lati di un mascherone.
Potrebbe trattarsi del pitone profetico della tradizione delfina (di Delfi) e il ‘mascherone’ potrebbe riferirsi ad di Apollo.
VETULONIA: UN VILLAGGIO VILLANOVIANO DI CAPANNE DI PACIFICI AGRICOLTORI E ALLEVATORI
La prima volta che visitai Vetulonia, fu negli anni ’80, durante le mie vacanze che, come di solito, trascorrevo a Puntala sulla costa maremmana e grossetana. Non
ricordo molte cose di quella visitaeffettuata quasi trent’anni fa, ma alcune cose mi rimasero impresse. Fra queste ricordo di aver visitatole tombe a tumulo maggiori, come la Pietrera, la tomba del Diavolino, e una breve visita agli scavi dell’abitato etrusco, solcato nel mezzo da una bellissima strada a grossi lastroni. Ricordo che non potemmo visitare il Museo, poiché era chiuso, a causa di furto di reperti d’arte.
Nell’estate del 2011 sono ritornato, finalmente, su questo meraviglioso sito, poco distante dal mare, e con mia gioia ho trovato molte e importanti novità. Fra queste, il Museo Archeologico, realizzato ex-novo, in maniera davvero eccellente. Oltre al museo ho rivisitato le grandi tombe a tumulo, in una giornata caldissima, e, sinceramente ho provato emozioni davvero indescrivibili di tutti quei luoghi. Poi ho visitato l’Arce dell’antica città di Vatl (Vetulonia) e ho scoperto cose molto interessanti, che non avevo notato in quella mia prima visita di tanti anni fa.
Sono stato fortemente impressionato, calcando l’erba di quei campi dove si trovano le tombe, coperti da una vegetazione esclusivamente formata di olivi. La prima sensazione che ho avuto è stata quella che Vetulonia nel periodo Villanoviano (IX-VII sec. a.C.), fosse composta da villaggi isolati di capanne, di genti dedite all’agricoltura e all’allevamento. Camminando in quegli oliveti, fortemente riscaldati nell’ora del giorno, in cui il sole è allo Zenit (verso le 14-16 del pomeriggio), ho avuto veramente la sensazione di trovarmi, faccia a faccia, con una ricca e pacifica popolazione agricola, che traeva il necessario da vivere proprio dallo sfruttamento di quei campi e di quegli oliveti e vigneti, oltre che dalle mandrie di ovini, cavalli e bovini.
Queste popolazioni vivevano in capanne, e noi, grazie agli scavi archeologici fatti in passato, e quelli che sono tutt’ora in corso, possiamo renderci conto, non approssimativamente, ma con una certa sicurezza come queste erano fatte. Il villaggio villanoviano di capanne (evolute) doveva pre-esistere alla città in muratura e all’arce, luogo spirituale e d’affari, costruito sulla sommità della collina. Ma non solo di agricoltura questo popolo di Vatl o Vatluna doveva vivere, ma anche di commerci, di pesca, e anche di sfruttamento dellericchezze minerarie. Il colle su cui era situato Vetulonia, era circondato dal mare almeno per i tre quarti, ed era unito alla terraferma, ad Ovest, per mezzo di una striscia di terraferma, o tombolo. Ho notato sulla sommità del paese, una viuzza stretta e ripida che conduce in basso, chiamata “Via del Porticciolo”. Ciò significa che il Prile (lago che circondava Vetulonia), si è asciugato in tempi abbastanza recenti e che al tempo da noi preso in esame era un porto florido, di scambi e di commerci con le città costiere del Tirreno. E’ presumibile che i vetulonesi-villanoviani, scambiassero prima di tutto i loro prodotti della natura, come olio, vino, e altre derrate alimentari, e che, ben presto a questi scambi si aggiunsero quelli di manufatti metallici, i quali cambiarono radicalmente la vita dei vetuloniesi. E’ successo un po’ come alla nostra recente società agricola, che si è trasformata in pochissimi anni in società industriale.
Come dicevo prima, le capanne vetuloniesi, almeno basandoci sui modellini (urne cinerarie) che sono state ritrovate ed esposte nel museo vetuloniese hanno una forma ovoidale con un’unica porta d’ingresso, chiusa da una specie di sportello quadrato o rettangolare, il quale spesso è decorato con una croce (). Altre decorazioni
simboliche si trovano sulle pareti ovoidali, decorazioni sempre geometriche, graffite, rappresentanti una cocce posta in verticale entro quadrato, oppure una croce ad X posta entro rettangolo. Le capanne poggiano su una base anch’essa ovoidale, probabilmente in pietra o mattoni, che serviva per distanziare il piano della capanna dal terreno.
I tetti spioventi erano a forma di cappelli, molto simili a quelli che portavano gli auguri (netsvis), ed avevano la forma dei cappelli che anche oggi vediamo indossare agli agricoltori cinesi. Sia il rivestimento delle pareti ovali, sia il tetto dovevano essere sostenuti da pali infilzati nel cordone di muratura (per le pareti). Questi pali, secondo una mia convinzione dovevano essere esterni alla capanna e non interni.Infatti se noi osserviamo attentamente questi modellini in terracotta di capanne (urne cinerarie) noi ci renderemo conto che esistono dei fori lungo tutto il perimetro della base ovale in muratura e gli stessi fori che corrispondono a quelli praticati sulla tettoia che sporge dal tetto. Si tratta di pali che hanno una circonferenza ragionevole e approssimativa di circa 10-15 cm. e non buchi ‘sproporzionati’ come quelli rinvenuti a Populonia, che, secondo me, non sono buche per pali di capanne, ma ripostigli per granaglie, oppure per lance, spade e altre armi da difesa. Nella necropoli di San Cerbone a Populonia esiste una di queste basi, ma non si tratta di una capanna, visto il luogo dov’è ubicata (necropoli) ma, forse si tratta di un tempietto, e su questa base in muratura ci sono dei buchi, proprio come quelli che stiamo esaminando nei modellini di capanne.
Il tetto era sorretto da pali che congiungevano le pareti ovali con la trave centrale. Sulla sommità del tetto, dalla parte dell’ingresso, la capanna veniva arieggiata da un
foro circolare, che permetteva un ricambio d’aria continuo, necessario per tenere un fuoco acceso. Anche i tetti delle capanne spesso presentano disegni geometrici, alcuni di questi a forma di raggio di sole (
). Queste erano le abitazioni dei vetuloniesi, prima che sorgesse il paese (divenuto poi città) con case in muratura e cintato da enormi muraglie. Proprio in questi modellini di capanne in terracotta gli etruschi vetuloniesi volevano che i loro resti incombusti riposassero, nascosti dentro pozzetti del loro terreno, proprio in quelle urne fatte a capanna, lì dentro dovevano riposare i loro resti, insieme ad alcune cose personali o armamenti di guerra.
La trasformazione da società agricola e marinara a società industriale mineraria, fu fatale a queste popolazioni, come è stato traumatico per noi, in questi ultimi cinquanta anni, il passaggio e la trasformazione di un’economia agricola ad una industriale. Più che una trasformazione dobbiamo parlare di uno sconvolgimento della società, talmente rapido e disorientante che i giovani di oggi, ma anche quelli meno giovani, difficilmente riescono a riconoscere le nostre radici. Ciò accadde anche ai villanoviani di Vetulonia, Vulci, Tarquinia, ecc. i quali da guerrieri, agricoltori e allevatori, si ritrovarono ad essere minatori, artigiani, fonditori, armaioli e a diventare ricchi imprenditori, talmente ricchi da degenerare piano piano in una società molle e viziata che fu facilmente preda di popoli stranieri come i Graci, i Celti, per poi finire ad essere colonizzati dai Romani. Sic transit gloria mundi?

SIENA: UNA IDIOZIA PARLARE DI ORIGINI ROMANE?
Anche se le moderne guide turistiche della città di Siena fanno a gara per ‘garantire’ a Siena una origine Romana, la realtà non sta in questi termini. Siena fu prima di tutto Etrusca con il nome di Sena (?) o S(a)ena. Questo nome che ricorda tanto l’idronimo Savena (e la Valle del Savena) uno dei fiumi che si gettano nel Reno presso Bologna, potrebbe essere di origine Gallica, visto Siena fu invasa dai Galli Senones (o Senes) nel V secolo a.C, dopo aver invaso le Valli del Setta del Savena, dell’Idice, in Emilia. Esistevano, al tempo dei Romani, due toponimi molto simili fra loro S(a)ena Julia (Siena) e Sena Gallica (Senigaglia).
Tuttavia il filologo Giovanni Semerano ci avverte che Tolomeo, in Geografia, III,1, trascrive il nome giusto in base al latino, e cioè Saena e non Sena. Saena avrebbe il significato di ‘civitas’ (città) poiché deriverebbe dal semitico ebraico ‘sahen’ (abitante); dall’accadico ‘saknu’ (posto, stanziato); e ancora dall’ebraico ‘sagan’. Invece, sempre secondo il Semerano, ‘sena’ avrebbe un’origine diversa, ma sempre orientale, e deriverebbe dall’ebraico ‘sen’, che significa ‘altura’, ‘culmine’ e dall’accadico ‘sinnu’ (punta). Da notare che ‘sen’ è un vocabolo etrusco, isolato, scritto su un vaso di Vulci, e il Pittau, nel suo Dizionario della Lingua Etrusca lo pone fra i vocaboli di significato ignoto.
Secondo l’etruscologo Mauro Cristofani il nome Siena deriverebbe dal gentilizio etrusco “Saina”
Pertanto dobbiamo accreditare all’antico nome di Siena, come alle altre città toscane e laziali di origine Etrusca, un’origine più antica: semitica e mesopotamica.
Anche il linguista M. Pittau, che però fa originare il popolo etrusco dalla Lidia, secondo la testimonianza di Erodoto, è del parere che il toponimo Siena sia di origini etrusche e sia da confrontare con i gentilizi Saena, Saenius, nonché col toponimo S(a)ena Julia, documentati in iscrizioni del IV-I sec. a.C.
Come afferma il Pittau, il territorio di Siena è costellato di numerosissimi siti, reperti archeologici e e iscrizioni etrusche. Nell’opera di Helmut Rix “Etruskische Texte”, sono riportate ben 541 iscrizioni etrusche rinvenute nel territorio senese, di cui le prime otto, ritrovate proprio a Siena. Fra le iscrizioni ritrovate nell’Ager Saenensis, ne citerò alcune e fra queste: “Laris Vete(i) Thui” (Qui giace Laris Uetio); “Vel vete larisalisa larth vete line” (Vel Vetio figlio di Laris; Larth Vetio dispose (fece) l’ossuario), ritrovate a San Quirico di Poggibonsi; “Mi capra calisnas larthal sepus arnthalisla curnialx” (Io sono l’ossuario di Larth
Calusio Seponio figlio di Arunte e di Corsinia) ritrovata a Monteriggioni, alle porte di Siena; “Mi larthia suthiznas” (Io sono il cippo di Larth Sutisio) ritrovata a Montaperti, presso Siena, località in cui i Senesi, nella famosa battaglia omonima, distrussero l’esercito fiorentino. Un’altra epigrafe, ritrovata a San Quirico d’Orcia (Siena) “Mi supina larth acrnis larthial felsnal” (Io sono il sepolcro di Agernio figlio di Larth – Agernio (è) figlio di Larthia Felsinia). “Felsnal” è un gentilizio matronimico (in genitivo) da confrontare con quello latino Felsinius-a, nonché con Felsina, antico nome di Bologna.
Fra i reperti ritrovati nel territorio senese dobbiamo citare vari suppellettili in bucchero, provenienti da una
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tomba a camera da Poggiolo di Monteriggioni; vasellame di produzione volterrana e oreficerie da Vescovado di Murlo; bronzi e affibbiagli da Casole d’Elsa; un anfora (anfora Griccioli) proveniente da Monteriggioni; statue acroteriali e lastre fittili da Murlo; oinochoe, pissidi, cippi, ecc. provenienti da Chiusi, ecc. ecc.
E’ vero tuttavia che Siena divenne Colonia Romana in epoca non ben nota ed Augusto vi fondò una colonia militare, per cui la città fu detta Sena Julia ed anche Urbs lupata, per l’insegna, ma scarsi sono gli avanzi della città romana. Lo stemma della città è una lupa che allatta Romolo e Remo chiaro riferimento al legame con la storia e la cultura romana.
Dopo quanto si è detto mi sembrerebbe davvero una idiozia affermare che Siena abbia origini romane e non etrusche.
BIBLIOGRAFIA:
Giovanni Semerano – Il popolo che sconfisse la morte – Bruno Mondadori Editore, Milano 2003;
Mauro Cristofani – Etruschi – Una nuova immagine – Editrice Giunti Firenze, 2006;
T.C.I. – Guida d’Italia – Italia Centrale – Milano 1922 Vol II;
Massimo Pittau – Dizionario della lingua Etrusca – Libreria Editrice Dessì – Sassari, 2005
Massimo Pittau – Testi Etruschi – Bulloni Editore – Roma, 1990;
V. Melani – F. Nicosia – Itinerari Etruschi – Tellini,
Pistoia 1971;
Mario Cristofani – Dizionario Illustrato della civiltà etrusca – Giunti Editore – Firenze 1991;
Sandro Chierichetti – Siena – Guida turistica – Edizioni R.I.S. Romboni, 1982
Da Internet:
Massimo Pittau articolo: “Siena Etrusca”, 2003 sul sito: http://www.massimopittau.it
ETRUSCHI: AH! SCUSATE, CI ERAVAMO DIMENTICATI DEI “PELASGI”.
PROLOGO:
FINO AD ORA LA STORIA DEI COSIDDETTI “ETRUSCHI” ERA STUDIATA NELLA LORO GLOBALITA’ E LA COSA POTREBBE ESSERE GIUSTIFICABILE SOLO PER ALCUNI ASPETTI. TUTTAVIA SE VOGLIAMO DIRADARE VERAMENTE LE NEBBIE SUL COSIDDETTO “MISTERO ETRUSCO”, L’UNICA STRADA PERCORRIBILE E’ QUELLA DI STUDIARE LA STORIA E LE ORIGINI DEGLI “ETRUSCHI”, SINGOLARMENTE, CITTA’ PER CITTA’. GLI “ETRUSCHI” NON ERANO UNA NAZIONE INTESA NEL SENSO MODERNO O PARAGONABILE A QUELLA DI ROMA REPUBBLICA O IMPERIALE; LE CITTA’ “ETRUSCHE”, INDIPENDENTI, OGNUNA CON LE PROPRIE CARATTERISTICHE, DIVENNERO IN EPOCA IMPRECISATA UNA FEDERAZIONE DI CITTA’ -STATO (COME POTREBBE’ ESSERE LA SVIZZERA ODIERNA, MA SOLO IN GRANDI
LINEE), DIVISA IN LUCUMONIE, A CAPO DELLE QUALI STAVA IL “LUCUMONE”, UNA SORTA DI RE. FORSE QUESTA ALLEANZA E’ DA RAVVISARSI A SEGUITO DELLE INCOMBENTI MINACCE DELLA VICINA ROMA E DELLE INVASIONI BARBARICHE. LE CITTA’ STATO SI RIUNIVANO PER DECIDERE SULLE GUERRE (VOLTA PER VOLTA, SENZA NESSUN OBBLIGO), SULLE ALLEANZE, SULLA RELIGIONE, SULLA SCRITTURA, SENZA TUTTAVIA INTERFERIRE L’UNA NEI CONFRONTI DELL’ALTRA. NON SI TRATTAVA DI UN VERO E PROPRIO STATO MA DI UNA ‘ALLEANZA’ DI CITTA’-STATO. QUESTO PERCHE’ LE “CITTA-STATO” ERANO MOLTO DIVERSE FRA DI LORO, PER ORIGINE, PER COSTUMI, RELIGIONE, ECC. ECCO PERCHE’ OGNI CITTA’-STATO E OGNI ZONA DEVE ESSERE STUDIATA, PER PRIMO, NELLA PROPRIA INDIVIDUALITA’, POI COME UN ‘INSIEME’ DI “CITTA’ STATO”, VALE A DIRE UNA ‘MEZCLA’ (INSIEME DI RAZZE E POPOLI), ALLA QUALE, FORSE DIEDERO IL NOME DI “RHASENA” (SECONDO LO STORICO, DIONIGIO DI ALICARNASSO).
Fra le varie teorie sulla provenienza degli Etruschi, Pallottino, uno dei maggiori studiosi di Etruscologia, non tralascia di parlare di questo Popolo, con queste parole: “un popolo della Tessaglia che in epoca post-omerica si credette emigrato per via mare in varie regioni dell’Egeo e perfino in Italia…..” (). L’origine pelasgica, del popolo etrusco (o per lo meno di una parte di esso) va ricercata in Ellanico, il quale avrebbe identificato i Pelasgi con i Tirreni (Etruschi), i quali avrebbero occupato “zone” (dette poi pelasgiche), “vicino all’Etruria o nell’Etruria stessa”. () Erodoto ravvisa la presenza dei Pelasgi , nella zona di Cortona e nell’Egeo, i quali avrebbero “antichissime affinità linguistiche tra genti pre-elleniche
abitanti nelle due aree geografiche in questione”. ()
Pallottino, traendo le conclusioni circa le tre teorie sulla provenienza degli Etruschi, conclude sconsolato: “Ciascuno dei tre sistemi e delle loro varianti lascia qualcosa di inesplicato, urta contro fatti assodati; senza tuttavia che questo torni a vantaggio delle altre ricostruzioni” (
)
Nel bosco di Bomarzo, nel cuore della Tuscia esiste un monumento misterioso(), che poi tanto misterioso non mi sembra, quello di una piramide; si sono inoltre in detto luogo mura ciclopiche, insediamenti abitativi che hanno tutte le caratteristiche delle civiltà precolombiane, ma non solo. Guardando queste piramidi con la sommità tronca caratterizzate da ampie scalinate che raggiungono l’altare posto alla sommità, come pure le stradine e le scalinate scavate nella roccia, le mura, fatte di massi ciclopici, intersecati con precisione assoluta, l’uno accanto all’altro, ci danno un’unica sensazione: quella di trovarci a Macchu Picchu, o presso una delle qualsiasi antichissime città dell’America Meridionale, precolombiana. La stessa identica sensazione la si ha a Cortona di fronte a certi monumenti definiti “etruschi” (parola usata dagli studiosi solo per semplificare le cose).
E’ chiaro che affrontando il problema delle origini in questo modo, siamo certi che non arriveremo a niente di concreto. Perché? Perché i cosiddetti “etruschi”, vale a dire i popoli che hanno abitato la Toscana nel primo e secondo millennio a.C. non sono un popolo unitario, ma una mescolanza di popoli (una ‘mezcla’ come la definivano gli stessi Etruschi); ognuno dei quali ha una propria storia , una propria origine ed una propria provenienza. Voler studiare la storia e l’origine etrusca, considerando questi un popolo omogeneo,
che ha la stessa storia, la stessa origine, la stessa lingua, la stessa religione, ecc. è una pura follia.
Ogni singola città della Toscana e dell’alto Lazio e dell’Emilia, che noi chiamiamo, scioccamente “etrusca”, ha una storia propria, delle tradizioni proprie, una lingua propria, delle conoscenze e civiltà proprie.
Così noi, se vogliamo veramente capire il nocciolo del problema, dobbiamo smettere di pensare agli Etruschi come ad un popolo unitario, omogeneo, con le stesso origini e le stesse abitudini di vita. Ad esempio: gli “etruschi” di certe parti della Tuscia, di Cortona, ed altre città vanno viste sotto l’ottica di un’occupazione “pelasgica”, proveniente proprio, in origine, dall’America Meridionale (che queste abbiano prima fatto ‘sosta’ in luoghi dell’Egeo, non cambia la sostanza).
Questo spiegherebbe la cosiddetta “talassocrazia” cioè l’assoluta predominanza di certi “etruschi” sul mare. Per altre città possiamo ipotizzare, allo stesso modo una provenienza medio-orientale (Mesopotamia, Egitto, Israele); per altre ancora una antichissima origine ligure (Vedi: Garfagnana, Lunigiana, ecc.); per altre ancora una origine pre-ellenica. E’ chiaro poi che in questa “babilonia” (‘mezcla’, come la definivano gli Etruschi), è prevalsa con il tempo una cultura unitaria: è cioè emersa una lingua predominante, come pure, una forma religiosa che sostanzialmente era un ‘pout pourri’ di tante religioni, che si sono in un certo senso omogeneizzate. La lingua dunque degli ‘etruschi’ è un insieme di lingue antiche che si sono fuse insieme, per necessità, lasciando tuttavia ad ogni singola città le proprie particolarità di linguaggio. Per questo la lingua di Cortona sarà stata diversa da quella di Volterra,
oppure quella di Fiesole sarà stata molto diversa da quella di Pitigliano, di Sorano, della Tuscia, ecc. Ora se noi affronteremo il ‘mistero’ etrusco, non in maniera omogenea, ma singolarmente, città per città, zona per zona, noi davvero potremo risolvere le “storie”, ognuna diversa dall’altra, che hanno formato quella che noi fino ad oggi abbiamo considerato la storia ‘omogenea’ di un solo popolo: Gli Etruschi, ma che in realtà sono molti popoli in uno. La dimostrazione più evidente è il fatto che gli “Etruschi” non scelsero mai di avere un governo e una politica comune.
(*) Massimo Pallottino – Etruscologia – Editore Hepli, Milano
(
) Rivista Archeo – Aprile 2011 – Articolo “C’è una piramide nel bosco…” articolo di Paola Di Silvio

Nota Finale: Ognuno di voi ha visto con i propri occhi, il flusso di immigrati che sono venuti da ogni parte dell’Oriente e del Medio Oriente. Difficile, quasi impossibile fare una statistica di essi e della loro provenienza. Così nessumo mai saprà da quali popoli sono state fatte queste “invasioni pacifiche”. Una volta, però, non credo che esse fossero tanto pacifiche (forse in parte lo erano) e i “nuovi arrivi”  si sono mescolati con le popolazioni locali, portanto nuove forme di vita, di religione, nuove esperienze di lavorazioni dei tessuti, dei metalli, etc. Quella di sapere quanto sangue etrusco  circola nelle vene dei Toscani e dei Laziali credo sia una grossa presunzione, alquanto ridicola!
PEGLIO (FIRENZUOLA): ORIGINI ETRUSCHE E NOBILTA’ FEUDALE
E’ probabile che il nome sia di origine greco-orientale, il Pelio è una montagna nel sud-est della Tessaglia, una piccola penisola della Grecia orientale bagnata dal Mar Egeo.
La Tessaglia è costituita da una grande pianura fertile attorno al fiume Pinio inquadrata dalle montagne: Olimpo, Monte del Pinde, Monte Pelio, ecc. Proprio davanti alla costa della Tessaglia (a varie miglia) c’è l’Isola di Lemno, dove furono ritrovate poche decine di iscrizioni di una lingua pre-ellenica parlata su quell’Isola e forse sulle coste del Mare Egeo. Il nome Pelio, Pellio o
Peglio è quindi legato alla mitologia greca. Questo monte trae il proprio nome da Peleo, mitico padre di Achille e, originariamente, era terra di personaggi mitologici come Chirone il centauro, Giasone, Achille, Teseo ed Eracle.
E’ probabile che il nome sia di origine greco-orientale, il Pelio è una montagna nel sud-est della Tessaglia, una piccola penisola della Grecia orientale bagnata dal Mar Egeo. La Tessaglia è costituita da una grande pianura fertile attorno al fiume Pinio inquadrata dalle montagne: Olimpo, Monte del Pinde, Monte Pelio, ecc. Proprio davanti alla costa della Tessaglia (a varie miglia) c’è l’Isola di Lemno, dove furono ritrovate poche decine di iscrizioni di una lingua pre-ellenica parlata su quell’Isola e forse sulle coste del Mare Egeo.
Il nome Pelio, Pellio o Peglio è quindi legato alla mitologia greca. Questo monte trae il proprio nome da Peleo, mitico padre di Achille e, originariamente, era terra di personaggi mitologici come Chirone il centauro, Giasone, Achille, Teseo ed Eracle.
Quando i giganti Oto ed Efalte tentarono di dare l’assalto all’Olimpo (la montagna più alta della Grecia ritenuta la sede degli Dei) presero il Monte Pallio e lo chiamarono Monte delle Ossa. I nomi dei due monti divennero proverbiali volendo alludere a enormi ed infruttuosi tentativi. In sostanza Pelio sarebbe il nome del monte riferito al padre di Achille. Tale nome lo ritroviamo anche nelle iscrizioni etrusche su vasi, specchi e gemme.L’analogia toponomastica della località Peglio, nel Comune di Firenzuola, con la lingua pre-ellenica di popolazioni originarie dell’Isola di Lemno e delle coste del Mar Egeo, vissute in questi luoghi verso il V-IV sec. a. C. non è casuale ma è un dato di fatto. A convincerci ancora di più fu il
ritrovamento di un “Idolo” etrusco in bronzo, in località detta “Il Vulcano”, nome che gli deriva dalle esalazioni di gas metano, abbondante in quella zona, che si trova circoscritta dalle località Pietramala, Peglio, Le Valli, gas che in determinate condizioni atmosferiche si incendiava, alimentando numerosi “fuocherelli”,detto “fuochi di legno”, che illuminavano le notti facendo sembrare tali luoghi molto simili a vulcani e per gli antichi alle fucine del dio Vulcano.
L’idolo, ritrovato verso la metà del XVIII sec. fu consegnato all’Accademia Etrusca di Cortona. La statuetta in bronzo raffigura un eroe o un dio (per gli studiosi di etruscologia: Tinia, Giove ) ‘etrusco’, nudo e imberbe, il quale tiene nella mano destra un oggetto che gli studiosi hanno identificato come un fulmine. Tuttavia nel pantheon Etrusco, oltre a Tinia (Giove) altri dei possono lanciare fulmini come Giunone, Vulcano e Minerva. Vulcano era anche il dio protettore dei fabbri e dei bronzisti e per questa ragione e per il collegamento alla località, ubicata sopra un ‘vulcano’, riterrei probabile che sul luogo esistesse un tempietto o qualcosa di simile intitolata però al dio Vulcano, e non a Tinia, Giove (Jupiter). Dall’antichità etrusco-romana della località sappiamo ben poco, ad eccezione di una Abbazia (Santa Maria a Branchi) che forse fu eretta nel periodo longobardo, ma non sappiamo con esattezza se i Benedettini siano stati i primi abitatori di detto cenobio. Fino al medioevo non abbiamo altre notizie storiche di questa località fino all’anno 1228, 12 aprile, anno in cui venne menzionato un Diploma dell’Imperatore Federico II, che ratificò a Roma, l’acquisto del castello del Peglio, da parte degli Ubaldini.
Pertanto Albizzone e Ubaldino, figli di Ugolino,
acquistano, oltre il castello del Peglio, la metà del castello del Carpine, e tutti i beni e annessi e connessi. Fra i beni figuravano, oltre a mulini, terre, vigne, boschi, strade e acque correnti, anche gli uomini, i cosiddetti “servi della gleba” che erano considerati ‘beni’ commerciabili a tutti gli effetti.
Oggetto della transazione furono anche i beni sottoposti alla Badia di Gualdo, chiamata anche Santa Maria a Branchi, al tempo di proprietà dell’ordine dei monaci Benedettini. L’Abbazia non esiste più (ma esisteva ancora nel XVI secolo), ma alcuni rilievi ornamentali, furono da me rinvenuti, alcuni anni fa, sul muro di una casa colonica, del luogo detto Gualdo o Branchi, nei pressi del fiume Diaterna, presso un antico mulino.
La Badia del Peglio, rimarrà per un periodo sotto la giurisdizione di signori bolognesi, i quali ne ebbero il padronato. Gli uomini del Peglio vennero affrancati, cioè resi liberi, da Ubaldino degli Ubaldini nel 1234 ed esentati da tutte le servitù e gabelle . Nel 1335, quando il Peglio era fra i possedimenti di Maghinardo da Susinana (Ubaldini), il territorio passò in proprietà al Comune di Firenze.
La chiesa del Peglio avendo da tempo immemorabile il fonte battesimale rivela la sua importanza che la stessa aveva nella zona. La chiesa nel XIX secolo era in cattive condizioni di conservazione, così che essa venne ricostruita nel 1883 e nel 1922 venne arricchita del nuovo campanile.

FRASCOLE (DICOMANO – FIRENZE): L’ANTICA CHIESA DI SAN MARTINO IN POGGIO SORTA SU TEMPIETTO ETRUSCO?
“Frascole fu località sottoposta già alla giurisdizione di Castel di Pozzo, la potente fortezza, attorniata da torri e castelletti ausiliari, che i Guidi di Porciano si erano in opportuna posizione costruita nel centro di un vasto feudo che da Tizzano e Agnano giungeva a Frascole e Poggio a San Detole e Cornia. Ma nel 1337 i Guidi l’alienavano con tutte le sue pertinenze a Piero di Gualtiero dei Bardi…I Bardi lo tennero sino all’anno 1378 in cui lo ricomprava per 2500 fiorini d’oro la Repubblica Fiorentina con tutto il suo vasto contado …(Francesco Niccolai – Mugello e Valdisieve – Guida Topografica Storico-Artistica illustrata, Borgo San Lorenzo, 1914, pag. 615).
Frascole e Castel di Poggio appartengono giuridicamente alla giurisdizione civile, militare etc. a Castel del Pozzo. Altra cosa è la giurisdizione ecclesiastica, che non corrisponde esattamente alla giurisdizione civile.
Per quanto riguarda la Chiesa di San Martino a Frascole e alla vicina fortezza dei Guidi, il Niccolai aggiunge: “…una qualche fortificazione dovette esistere anche sulla vetta del poggio di San Martino, troncato a sezione quasi di cono, ove sul breve spianato, oltre ad importanti rinvenimenti di urne cinerarie e vasi lacrimari e frammenti di vasi e di altri oggetti etruschi, furono già dissotterrate moltissime ossa di cavalli, le quali sarebbero forse indizio di qualche battaglia o catacombe quivi avvenuta ….(Niccolai op. cit. pag. 615).
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La chiesa di san Martino secondo le Rationes Decimarum (1) del 1302-3 appartiene al Plebato di Sandetole, chiesa che si trova nel comune di Rufina. In quel periodo San Detole aveva la giurisdizione su queste altre chiese: “S. Maria de Rincine, S. Jacobi de Frascole, S. Andree de Vicorato, S. Michaelis de Moscia, S. Petri de Vallepiana, San Laurentii de Fornace, S. Laurenti de Bristallo, S. Marie de Agnano, S. Stephani de Petrorio, S. Niccolai de Cornu, S. Miniatis de Monte Domini”. Quindi la giurisdizione ecclesiastica inglobava le chiese esistenti nella Contea del Pozzo, ma addirittura superava tali confini.
Sentiamo un’altra fonte autorevolissima riguardo alla chiesa di San Martino in Poggio (o in Podio): “In un poggio, situato sopra la Villa di Cansana, vi è un’antica chiesa dedicata al vescovo di San Martino, già cura, ma da circa trecent’anni indietro ammensata ed unita alla chiesa di Frascole (che poi diventerà Pieve) (Giuseppe Maria Brocchi – Descrizione della Provincia del Mugello – Firenze, 1748). Dunque secondo quanto testimonia il Brocchi la chiesa di San Martino in Poggio, della quale oggi vediamo le vestigia (muri perimetrali e un lastricato posto nella parte anteriore della chiesa che guarda ad Ovest) era tuttora in piedi, nonostante la sua ‘antichità’.
Altrove però, sempre il Niccolai afferma che: “nel 1468 questa chiesa che si trovava sulla collinetta coperta da cipressi e pini venne soppressa e atterrata (demolita) e le sue campane , ove erano antiche iscrizioni gotiche, furono trasportate alla chiesa delle Monache (Comune di Stia) sotto il varco di Campriano” (op. cit. pag. 615-616).
A questo punto le cose si complicano. Indubbiamente c’è un po’ di confusione.
Dobbiamo ipotizzare che la chiesa demolita nel 1468 fu ricostruita, sulle rovine di quella precedente? Il Brocchi afferma che circa trecento anni prima (il Brocchi scrive il suo libro nel 1748) la chiesa di San Martino fu ammensata ed uinita alla chiesa di Frascole, mentre sappiamo che precedentemente la stessa chiesa faceva parte della Pieve di Sandetole (Rufina).
Si potrebbe quindi ipotizzare che la chiesa antica fu demolita nel 1468, per essere ricostruita sullo stesso luogo, ed unita a San Jacopo a Frascole. Si tratta di una ipotesi. Tuttavia non sappiamo quando la chiesa di San Martino, esistente nel 1748, avrebbe subito la seconda distruzione, per non essere più ricostruita.
Con tutto ciò restano molte cose da chiarire. La pianta della chiesa, secondo quanto si può dedurre dai resti dei muri perimetrali e dal piccolo sagrato in lastre, avrebbe le caratteristiche della chiesa protocristiana, divisa in tre settori, come le chiese di uso orientale, ed essa a mio parere potrebbe essere stata costruita poco prima dell’anno Mille. Nello stesso modo non possiamo escludere che la chiesa proto-cristiana possa essere stata ricostruita su un tempio etrusco, la cui triripartizione corrisponderebbe al portico colonnato, all’aula per i devoti e infine la parte destinata alla divinità. Tale tempio potrebbe risalire al IV-III sec.a.C.
La chiesa di San Martino potrebbe essere stata distrutta definitivamente verso la fine sec, XIX- inizio del XX sec. Ce lo farebbero supporre i ritrovamenti di reperti etruschi ritrovati nell’area dove sorgeva la chiesa: “I frammenti di vasi etruschi che vi si trovano (1914) furono raccolti nel sottosuolo della distrutta chiesa di san Martino” (Niccolai, op. cit. pag. 616).
Tuttavia anche questa ipotesi (mi riferisco alla chiesa di San Martino) ricostruita sulle fondamenta di un tempio etrusco, non mi soddisfa pienamente. Infatti la parte terminale del tempio poggia su mura preesistenti. Ciò comporterebbe che le grosse muraglie, larghe circa mt. 1,50, ipotizzate dal Niccolai come “Torrione dell’antica fortezza ausiliaria di Castel del Pozzo, smantellata dalla Repubblica Fiorentina” non fossero di epoca altomedievale, ma di epoca etrusca e precedenti la costruzione del tempio e che potrebbero risalire addirittura al VI-V sec. a.C.
Ricapitolando: se vogliamo avallare questa tesi dobbiamo localizzare nel tempo: a) verso VI-V sec. a.C. la costruzione di un edificio etrusco, la cui destinazione pratica ci è sconosciuta. Potrebbe trattarsi di una fortezza, di una grande tomba a tumulo, ecc.; b) costruzione di un tempio annesso a tale edificio verso il IV-III secolo a.C.; c) costruzione di una torre altomedievale sui ruderi dell’edificio etrusco; d) costruzione di una chiesa protocristiana, san Martino, sui ruderi del tempio etrusco, che poggiano sulle fondamenta di un edificio del VI-V sec. a.C.
Penso e spero che gli scavi in corso, diretti dalla Soprintendenza alle Antichità di Firenze, possano chiarire ancora meglio quanto da me ipotizzato.
Note:
(1) Rationes Decimarum Italiae – Si tratta di due volumi che riportano, divisi per diocesi di appartenenza, gli elenchi di tutti gli enti ecclesiatici assoggettati al tipo di imposizione fiscale del medioevo che fu la “Decima”

FIESOLE: SANT’ALESSANDRO UNA BASILICA ROMANA SULL’ARCE FIESOLANA SORTA SUI RESTI DI UN TEMPIO ETRUSCO.
Il “Martirologio Romano” di Papa Gregorio XIII, stampato a Roma, nella Stamperia della Rev. Cam. Apostolica nell’anno 1636, non è molto prodigo di notizie riguardanti Sant’Alessandro, titolare della Basilica omonima di Fiesole. In esso, nel giorno 6 giugno, che indica la ricorrenza del Santo-martire, in una stringatissima riga, viene riportato quanto segue: “A Fiesoli (N.B. la “i” finale di questo toponimo di origine etrusca) in Toscana s. Alessandro Vescovo, e mart.”. Poi una nota a margine precisa: “circ. il 585″ Intanto abbiamo conferma che il Santo fu Vescovo di Fiesole verso la fine del VI sec. d.C, che fu nominato Vescovo da Papa Pelagio II (il cui Pontificato durò dal 26 novembre 579 al 7 febbraio 590) e che fu un martire della Chiesa cristiana. Molto interessante è il fatto che il “Martirologio” indichi Fiesole, con il toponimo Fiesoli, il quale deriva dall’etrusco “Vipsl” “Visul”, che è diventato poi Visuli, Fisuli, per poi essere “corrotto” in Fiesoli, Fiesole. L’altra notizia interessante è che la Diocesi di Fiesole doveva in qualche modo dipendere giuridicamente e gerarchicamente dal Vescovo di Milano. Abbiamo altre scarne notizie del Santo, e cioè che l’etimologia del nome del Santo, dal greco, significherebbe “protettore di uomini”, ed è quindi probabile che il Santo provenisse dall’Oriente e che praticasse quella forma di cristianesimo nota come rito “greco-ortodosso”. Dello stesso periodo, per fare un confronto, era la chiesa di San Niccolò a Spugnole, nel
Mugello, la cui architettura proto-cristiana aveva le caratteristiche delle chiese greco-ortodosse (1).
Un altro “Martirologio Romano”, riporterebbe che Sant’Alessandro, Vescovo di Fiesole, nel territorio di Bologna, durante un viaggio di ritorno da Pavia, dove lo stesso aveva rivendicato presso il Re dei Longobardi i beni della sua Chiesa usurpati, fu da loro gettato nel fiume e affogato. Questo avveniva nell’anno 585 d.C., circa (2). La basilica quindi che sorgeva a Fiesole, di impianto romanico, è probabile che fosse stata eretta verso la fine del VI sec. a.C. e dedicata al Santo Martire. La basilica di Sant’Alessandro di Fiesole, doveva essere originariamente basilica romana. Essa venne eretta sulla strada che conduceva all’arce etrusco fiesolano, su i resti di un tempio pre-esistente etrusco. La basilica è del tipo costantiniano con la navata centrale che misura circa il doppio delle navate laterali. Oggi dell’antica Basilica paleocristiana, resta soltanto l’impianto architettonico, con orientamento est-ovest, secondo le regole dell’architettura cristiana proto-romanica. Vale a dire che l’ingresso della Basilica è rivolto a Ovest, e la cripta, se in origine esisteva, doveva essere rivolta ad est (3). Proprio il contrario del tempio etrusco che, come il tempio che sorgeva più in basso, a lato dell’anfiteatro romano, aveva l’ingresso rivolto ad est. Dobbiamo quindi ipotizzare che anche questo tempio etrusco sull’arce fiesolana dovesse avere lo stesso orientamento, e di conseguenza la porta d’ingresso rivolta ad Est, cioè rivolta verso l’agglomerato urbano.
La cosa è molto interessante perché, almeno fino ad oggi, si è dato importanza solo al tempio che sorge alle falde della collina e non si è data nessun rilievo a quest’altro tempio etrusco che sorgeva sull’arce fiesolana, proprio sotto la pavimentazione della Basilica
di Sant’Alessandro. Non sappiamo a quale divinità fosse dedicato il tempio sull’arce fiesolana, ma, durante i lavori che si sono succeduti nei secoli, furono ritrovati notevoli resti fittili che facevano parte di quell’edificio e che, forse, potrebbe essere più antico del tempio posto più in basso. Tali reperti si trovano nel museino del Convento Francescano, un gioiello quest’ultimo dell’arte medievale e rinascimentale, che si trova proprio sulla collina dove sorgeva l’arce etrusca fiesolana. E la basilica di sant’Alessandro si trova immediatamente sotto l’area conventuale. Da qui si gode un panorama mozzafiato a 180 gradi sulla città di Firenze.
Pare che sull’arce sorgesse pure una fortezza etrusca di notevoli dimensioni, racchiusa entro le mura urbanistiche dell’antica città.
La città etrusca di Fiesole e l’arce, in particolare, sono ancora tutte da esplorare e ciò sarà possibile con scavi accuratissimi, rispettando quanto si è andato stratificando nel tempo.
Note:
(1) Ho fatto molte ricerche su questa chiesa, che doveva essere ancora eretta, sebbene in cattivo stato di conservazione, verso la metà del sec. XVIII, se essa fu visitata e documentata dal Prof. Giuseppe Maria Brocchi nella sua “Descrizione della Provincia del Mugello, del 1748”, ed è documentata sulle piante dell’epoca che ho rintracciato all’Archivio di Stato di Firenze.
(2) nel 584 Autari (Longobardo) è Re d’Italia.
(3) Anche il Canonico Bandini, storiografo fiesolano, non
è prodigo di informazioni su tale Basilica, egli da una maggiore descrizione, invece del martirio del Santo.
D. H. LAWRENCE: SCRITTORE VERSATILE E ‘ARCHEOLOGO’
D. H Lawrence, autore del famosissimo libro “Gli amanti di Lady Chatterley”, visitò l’Etruria nell’aprile del 1927 e ne scaturì da questo “pellegrinaggio selvaggio”, un reportage, una guida e allo stesso tempo il suo testamento spirituale, insieme ad una globale visione della civiltà degli Etruschi.
Il libro in questione è “Paesi Etruschi” (Etruscan Places), che fu edito a Londra, per la prima volta, nel 1932. Il libro fu stampato in lingua italiana solo nel 1985, con la presentazione di uno dei massimi studiosi di archeologia del tempo, Massimo Pallottino, Ordinario di Etruscologia e Antichità Italiche all’Università di Roma. Tralascio la presentazione di Pallottino, suppure essa sia molto interessante. Posso accennare soltanto che lo studioso italiano, non gradiva molto certi giudizi del Lawrence e in particolare non condivideva la prosa e la poesia del Lawrence. Soprattutto lo studioso dai ‘lombi nobili’ (1) non gradiva affatto certe affermazioni che tendevano ad esaltare gli Etruschi e, invece, ‘ridimensionavano’ in parte la ‘grandeur’ dei Romani. I Romani vengono definiti dal Lawrence “questi Prussiani dell’antichità” e li incolpa “di aver calpestato, con tacco di ferro, l’antico fiore splendido dell’Etruria”.
E’ significativo riportare alcune righe dello scrtitore inglese che sono un sintomatico riferimento ai Romani: “Forse perché un pazzo uccide con un sasso un usignolo,
egli è per questo più grande dell’usignolo? Forse perché il Romano fece fuori l’Etrusco, egli era per questo più grande dell’Etrusco? Oh no! Roma è caduta, e il fenomeno romano con essa. L’Italia di oggi è nel suo polso molto più etrusca che romana; e sarà così sempre. L’elemento etrusco è in Italia come l’erba dei campi e come il germogliare del grano: e sarà così sempre”. Dopo tutti i “niet, forse, non condivido” del Pallottino, spunta all’improvviso un riconoscimento inaspettato: “Gli Etruscan Places del Lawrence contengono, accanto alle più stravaganti invenzioni, alcuni spunti degni di meditazione per lo storico e per il critico dell’arte”; e se questo lo dice il Pallttino, possiamo crederci. Ma lasciamo la critica, più o meno benevola del Pallottino, per cercare di focalizzare in poco spazio ciò che il Lawrence scrive sugli Etruschi. Innanzi tutto egli ne dà una bellissima definizione: “Gli etruschi lo sanno tutti, erano il popolo che occupava l’Italia centrale, ai tempi della prima Roma e che i Romani, da buoni vicini come sempre annientarono per far posto a una Roma con la ‘erre’ maiuscola. Non li avrebbero sterminati tutti, ce n’erano troppi, ma riuscirono a cancellarli come nazione e come popolo. Fu l’inevitabile risultato di un espansionismo con la ‘e’ maiuscola, la sola ragion d’essere di gente come i romani”.
La prima tappa del viaggio di Lawrence è Cerveteri ed è poetica ed avventurosa la descrizione del viaggio compiuto con i mezzi di allora: “E’ una strada bianca e diritta, costeggiata per le prime centinaia di metri da una nobile schiera di pini marittimi, una strada bianca non distante dal mare, piatta, deserta, assolata. Si vede solo un carro coperto tirato dai buoi: un’enorme lumaca con quattro corna. Sul ciglio della strada l’alto asfodelo lancia qua e là spasmodicamente le sue scintille rosa, dove
capita, e il suo odore di gatto”(2). Mi è impossibile dilungarmi sulla descrizione dei vari siti archeologici, per ragioni di spazio, e pertanto mi limiterò a prendere in considerazione solo alcune considerazioni, situazioni o aneddoti che lo scrittore via via ci descrive nel suo viaggio in Etruria. Ma non è tutto; lo scrittore, ogni tanto lancia qualche frecciata al regime instaurato allora in Italia dal fascismo: “Il direttore dell’albergo, conciliante, disse che a Civitavecchia c’è un museo molto interessante e che ci saremmo dovuti fermare il giorno dopo per visitarlo”. “Ah!” risposi “ma c’è soltanto roba romana e non ci interessa affatto vederla”. Lo scrittore riconosce con onestà: “Da parte mia era una frecciata maliziosa, perché l’attuale regime si considera l’erede autentico della Roma antica”. Notate quanto può pesare anche il giudizio politico di uno straniero sul modo di vedere e pensare la politica comparandola con la storia antica. “Gli Etruschi – continua il Lawrence – sono stati senz’altro i meno romani di tutti i popoli mai vissuti in Italia, proprio come i Romani dell’antica Roma, sono stati certo i meno italiani, almeno a giudicare dagli italiani di oggi”. Sentenze lapidarie, circostanziate, e ci chiediamo cosa direbbe oggi lo stesso Autore nel sentire alcuni versi del nostro inno nazionale, riferito all’Italia: “…che schiava di Roma Iddio la creò” (versi che alludono più o meno ad una marcata dipendenza ‘storica’ e ‘coloniale’ dell’Italia da Roma?)
Lo scrittore-archeologo, “dilettante”, ci stupisce quando parla della necropoli di Tarquinia (a quei ancora non localizzata nella sua interezza): “E si capisce subito che, se il colle da cui guardiamo è quello dove i tarquinesi vivi costruivano le loro gaie casette di legno, allora quell’altra sarà la collina dove i morti erano sepolti nelle loro case dipinte nel sottosuolo, come vive sementi”. A Palazzo
Vitelleschi, a Tarquinia il Lawrence varca la porta del Museo Etrusco; “ci fanno il saluto fascista, alla romana! Ma perché non riscoprono il saluto etrusco?”. Poi con una certa amarezza parla dei musei, come “obitori del bello”, come qualcuno li ha definiti. Forse un obitorio inevitabile, ma pur sempre un “obitorio”! Dopo aver detto che “il Museo di Tarquinia è eccezionalmente bello e interessante per chiunque conosca appena un po’ di etruschi”, aggiunge poi l’amarezza di vedere questi oggetti, senza vita, come un corpi inanimati. Lawrence esclama: “se solo ci convincessimo e non strappassimo più gli oggetti dai loro contesti di origine!”
Dunque i musei sono sempre un errore? La questione è molto dibattuta.
La convinzione dell’Autore del libro viene ribadita in questo concetto: “Gli etruschi non furono distrutti, ma furono spogliati della loro essenza…Il sapere degli etruschi divenne mera superstizione, e in princìpi etruschi diventarono grassi e inerti romani”. Come Ruskin, il Lawrence crede l’arte italiana e i grandi artisti come Giotto, abbiamo ereditato proprio dagli Etruschi questo sapere (3). Giotto e i primi scultori non furono altro che il “rifiorire di questo stesso sangue, che riesce sempre a far sbocciare un fiore”.
Dopo Vulci lo scrittore visita Volterra ed è curioso notare come “delle sfacciate ragazzotte ci salutano ‘romanamente’, per pura insolenza: un saluto con cui non ho niente da spartire, e che perciò non ricambio. La politica è sempre un flagello e in una città etrusca che si è difesa contro Roma tanto a lungo trovo il saluto romano particolarmente sconveniente, e poco appropriato il ricordo dell’imperium di Roma”.
A Volterra guardando le urne volterrane lo scrittore- archeologo si chiede: “Ma cos’è l’arte? “Arte è tuttora per noi qualcosa di ben cucinato, come un bel piatto di spaghetti”. E sulle urne volterrane: “Quanto provo più piacere guardando queste urne volterrane che – sto quasi per dire – il fregio del Partenone. Uno si stufa della qualità estetica – una qualità che smussa gli angoli delle cose e ce le fa sembrare ‘stracotte’”. Poi, riguardo a Volterra, dice: “Gli abitanti di Volterra, Velathri, non erano di origine orientale, non appartenevano allo stesso popolo che vediamo manifestarsi con maggiore evidenza a Tarquinia. Sicuramente qui c’era una tribù più selvaggia e più acerba ….”. Lawrence inveisce poi con le tombe ricostruite fuori del luogo, come la tomba Inghirami a Firenze. “Perché, perché mai una tomba non è stata lasciata intatta come fu trovata, dove fu trovata?”….”Quello che vogliamo è un contatto autentico”….”Se cercate di produrre un grande amalgama di Cerveteri, Tarquinia, di Vulci ……non otterrete mai come risultato una qualche essenza veramente etrusca, ma un pasticcio stracotto che non ha più alcun significato vitale….”
Scrive di lui l’amico e biografo Richard Aldington:
“Lawrence era convinto che l’arte etrusca ha una qualità particolare, ben diversa da quella dell’arte greca e romana, e ciò che trovò e gli piacque tanto nei paesi etruschi era l’intensa vita ‘fisica’ ormai quasi persa nel nostro mondo. Gli etruschi non possedevamo molto ‘senso estetico’, l’amore greco per la perfezione, l’armonia e la grazia ma raffigurano la vita dei vivi, con vero calore e vera tenerezza”
Conclude il Pallottino nella presentazione al libro di Lawrence: “ Chi scriverà un giorno quella storia dell’arte che non è stata ancora mai scritta non potrà non tener conto di queste notazioni che, di là
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dalle parole brillanti e paradossali, contengono una assai maggiore validità critica, una assai più stimolante fecondità di molti grossi tomi pubblicati da archeologi di chiara fama”. E se lo dice il Pallottino……!
Note:
(1) E’ una espressione del linguista Giovanni Semerano per indicare i “padreterni” dell’etruscologia, i celebri capi-scuola, intoccabili, inattaccabili, ecc. ecc. Uno di questi era Massimo Pallottino fondatore di una scuola di Etruscologia, che tuttora porta avanti gli insegnamenti del maestro. Io, tuttavia stimo molto questo grande etruscologo.
(2) L’asfodelo era un fiore maleodorante considerato dagli etruschi come il fiore dei morti. Un po’ quello che sarebbe per noi italiani di oggi il crisantemo.
(3) “Vi prego di credermi sulla parola se vi dico che Giotto era un autentico etrusco-greco del XIII sec. benché convertito alla religione di San Francesco piuttosto che a quella di Ercole, ma, quanto a dipingere, era proprio il vecchio etrusco di sempre…” (John Ruskin 1819-1900 Mornings in Florence Orpington, 1881)
Bibliografia: D. H. Lawrence – Paesi Etruschi – Nuova Immagine Editrice, Siena IV ed. 1997
(versione originale “Etruscan Places”, Martin Secker, London, 1932)

MONTERENZIO (BO): LA PRESENZA ETRUSCO- CELTICA NELLA VALLE DELL’IDICE
I cosiddetti ‘specchi’ etruschi, non sono altro che delle “tavolozze” per il trucco femminile?
Nella Valle del fiume Idice, toponimo antichissimo, di probabile origine semita, vivevano, lungo la strada che portava in Emilia, antiche popolazioni etrusche, che vennero poi sopraffatte da tribù celtiche, nel corso del sec. V a.C. Noi abbiamo documentazione di tali villaggi etrusco-celtici nei territori di Monterenzio e Monte Bibele, dove sono stati ritrovati siti di particolare interesse storico e artistico. In queste località l’invasione celtica e più precisamente dei Galli Boi fu massiccia e molto incisiva, tanto da far perdere, in buona parte, a queste località i connotati tipici degli etruschi e dei villanoviani. Ovviamente, data l’importanza strategica di questa occupazione celtica, proprio sulla strada che portava a Felsina, I Celti Boi, almeno dai reperti che si sono recuperati, dimostrarono una chiusura nei confronti del mondo etrusco prima e di quello romano poi. I nomi dei toponimi della zona interessata della nostra ricerca sono in parte etruschi, in parte celti e in parte romani. Gli idronomi che, come abbiamo detto, sono anche quelli più antichi, sono di derivazione semitica: Setta, Sillaro, Reno ecc. Anche alcune località hanno una derivazione etrusco-semitica come ad esempio Monte Bibele, Confienti, ecc. Proprio per quest’ultimo toponimo è utile ricordare che esiste anche un Gonfienti (o Confienti) nella zona del Pratese, dove il terreno ha restituito cospicui reperti, appartenuti agli abitanti dell’antica città etrusca, gemella di Marzabotto (Misa?).
I Celti oltre a imporre le loro leggi e il loro metodo di vita
alle popolazioni locali, estesero pure le loro conoscenze e la loro cultura. In particolar modo nella zona rileviamo una capacità di lavorazione dei metalli molto avanzata, tuttavia con peculiarità che sono da associare più alla cultura celtica che non a quella etrusca. Mi riferisco in particolar modo alle brocche “a becco d’anatra”, conosciute in ambito archeologico come “Schnabelkannen”, le quali differiscono per certi particolari decorativi a quelle più propriamente etrusche. E’ il caso della “brocca a becco” di Settefonti presso Ozzano (BO), che è caratterizzata da una placca decorativa metallica intagliata, posta nella parte inferiore dell’ansa. Tali brocche, erano presenti anche in molte zone dell’Etruria meridionale, oltre ad essere diffuse nell’Etruria padana , nell’area veneta e nella regione medio-renana. Di particolare interesse sono le tombe rinvenute nella zona di Monterenzio Vecchio. Si tratta di tombe ad inumazione, dove insieme all’inumato e, a lato di questo, veniva posto il corredo composto da vari elementi. Fra questi l’elmo, che differiva da quello propriamente etrusco, per avere sulla sommità una specie di “bottone” metallico e i para guance con bottoni o borchie.
L’elmo veniva posto sopra l’anca sinistra del defunto e copriva in parte la spada. Facevano parte del corredo, oltre all’elmo e la spada, oggetti personali come un nécessaire per toilette composto da cesoie, rasoio, strigile, oltre al vasellame usato per il cerimoniale del banchetto. Le tombe , pur essendo caratterizzate da particolarità celtiche, esse tuttavia trovano riscontri in necropoli di Bologna e della Toscana. Molto interessante è una foto ottocentesca della tomba Benacci 953, che ha chiare similitudini con le tombe di Monterenzio Vecchia, ad esempio la tomba 36 con i resti di un adulto di sesso
maschile, di cui abbiamo già parlato sopra. Il sito di Monterenzio Vecchio è molto importante dal punto di vista archeologico poiché evidenzia in modo chiaro la fusione di due culture diverse come l’etrusca e la celtica e le risultanze sul piano pratico della lavorazione dei metalli. Le necropoli etrusco-celtiche della Valle dell’Idice che comprendono le località di Monte Tamburino, Monte Bibele e Monterenzio Vecchia, hanno restituito reperti di importanza notevole come ad esempio, i vari Kyathoi (non ci deve impressionare il nome greco) che erano dei piccoli recipienti con manico (ansati) e che servivano per mescere e mescolare il vino con acqua. Oltre a questi troviamo a Monterenzio i colini in bronzo, che sono molto, molto simili ai colini usati oggigiorno. Nel linguaggio archeologico tali “colini”, così definiti da noi toscani ed emiliani vengono chiamati “colatoi”, che nella lingua italiana tale nome mi sembra abbia un altro significato. Particolarmente belle sono anche quelle che vengono definite, con un termine latino, le situle. Si tratta di secchi da pozzo, che hanno forma ovoidale che si rastrema sulla sommità, lasciando aperto una “bocca”. Il secchio è munito di un manico sempre metallico, talvolta decorato. Noi in toscana, fino a non molto tempo fa, chiamavamo questi secchi “mezzine”, mentre nella cosiddetta Romagna Toscana, nelle zone di Carburaccia, Visignano, ecc, che sono luoghi vicini a Monterenzio la chiamavanono “mesèna”.
Ciò mi farebbe capire che il vero nome etrusco era appunto questo: “mesèna”. Oltre a quanto sopra descritto, molto importanti sono anche gli ‘specchi’ di bronzo, i quali avevano spesso un manico di avorio e decorati nella parte concava con scene tratte dalla mitologia. Per quanto riguarda il nome originale etrusco di questo oggetti, definiti “specchi”, secondo la
stragrande maggioranza dei linguisti ed archeologi, sarebbe “malèna”. Il Pittau, insigne linguista, nel suo libro “Testi Etruschi”, Bulzoni Editore, 1990 traduce questa parola (malèna) con “dono”: “MI MALENA LARTHIIA PURUHENAS” (Io sono un DONO di Larth Purennio). Poi lo stesso Pittau ci ripensa e, sette anni dopo, nel suo libro “La lingua etrusca” , Insula, Nuoro 1997, traduce la parola “malèna” con ‘specchio’. Io sarei, semmai, d’accordo con il Pittau con la prima traduzione per il semplice motivo che tali oggetti definiti ‘specchi’, secondo la mia modesta opinione non sarebbero affatto tali. Infatti nelle lingue scandinave e anche nella lingua tedesca “malen” significa “dare una tinta, pitturare, verniciare; “Maler” (pittore); Malerei (pittura), ecc. Quindi io ho l’impressione che tale utensile femminile con manico, composto da un disco metallico, con un piccolo bordo appena appena rialzato, non fosse altro che una “tavolozza”, sulla quale le donne etrusche stendevano le terre colorate per “truccarsi” il viso. D’altronde io sfido chiunque a rispecchiarsi con questi “specchi” dalle superfici coperte da disegni graffiti e per loro natura (bronzo) non riflettenti.
Per concludere vorrei dire, a chi ancora non è a conoscenza, che proprio a due passi dal confine nostro toscano con quello dell’Emilia esitono questi interessantissimi siti (Monte Bibele, Monterenzio Vecchia, ecc) ed un museo che veramente vale la pena di visitare: il Museo “L. Fantini” di Monterenzio.
Bibliografia relativa all’articolo:
AA.VV – I bronzi degli Etruschi e dei Celti nella Valle dell’Idice – Editore Museo Civico Archeologico L. Fantini di Monterenzio (BO);
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Massimo Pittau – Testi Etruschi – Bulzoni Editore – Roma 1990
Massimo Pittau – La lingua Etrusca – Grammatica e lessico – Insula, Nuoro, 1997
Emilio Bidoli – Guido Cosciani – Dizionario Italiano- Tedesco e vic. G.B. Paravia, Torino, 1959
Le fotografie sono di proprietà del Museo Luigi Fantini di Monterenzio e tratte dal “Quaderno – I bronzi degli Etruschi e dei Celti nella Valle dell’Idice – Op. cit.”
Bibliografia:
AA.VV – I bronzi degli Etruschi e dei Celti nella Valle dell’Idice – Editore Museo Civico Archeologico L. Fantini di Monterenzio (BO);
Massimo Pittau – Testi Etruschi – Bulzoni Editore – Roma 1990
Massimo Pittau – La lingua Etrusca – Grammatica e lessico – Insula, Nuoro, 1997
Emilio Bidoli – Guido Cosciani – Dizionario Italiano- Tedesco e vic. G.B. Paravia, Torino, 1959
Le fotografie sono di proprietà del Museo Luigi Fantini di Monterenzio e tratte dal “Quaderno – I bronzi degli Etruschi e dei Celti nella Valle dell’Idice – Op. cit.”

IL TEMPIO E LA RELIGIOSITA’ DEGLI ETRUSCHI
Il tempio nasce dalla necessità di ospitare il dio o gli dei. Presso i popoli Ebraici nasce dalla necessità di ospitare l’Arca dell’Alleanza, che conteneva le Tavole date dal Signore d’Israele a Mosé. “L’anno quattrocenoottantesimo dopo l’uscita degli Israeliti dalla terra d’Egitto, l’anno quarto del regno di Salomone su Israele, nel mese di Ziv (cioè nel secondo mese della primavera) egli dette inizio alla costruzione del tempio del Signore” (I Re 6,1-2) ().
La Bibbia continua: “Il tempio costruito dal Re Salomone per il Signore aveva sessanta cubiti di lunghezza, venti di larghezza, trenta cubiti di altezza” (Il cubito era una unità di misura e corrispondeva a 45 cm del nostro sistema metrico decimale. Pertanto le dimensioni effettive del tempio erano le seguenti: lunghezza 27 metri; larghezza 9 metri; altezza 12,9 metri). Davanti all’aula del tempio Salomone fece costruire il vestibolo lungo 20 cubiti nel senso della larghezza (del tempio) e profondo 10 cubiti. “Per la costruzione del tempio venne usata pietra intatta di cava”. I Lavori durarono sette anni e terminarono nell’anno undicesimo , nel mese di Bul (che è l’ottavo mese e il secondo mese dell’autunno). Ricapitolando: il tempio fatto costruire da Salomone aveva forma parallelepipeda le cui misure corrispondevano a mt. 27x9x12,9 (h). Davanti all’aula c’era il vestibolo la cui larghezza corrispondeva alla larghezza del tempio, cioè 9 metri e la profondità era di 4,5 metri. Con il vestibolo il tempio misurava mt 31,5x9x12,9(h).
I muri esterni furono costruiti in “pietra intatta di cava” e, nella Bibbia vengono aggiunte un paio di informazioni che ci sembrano utili da tenere in
considerazione. La prima testimonianza riferisce che
“durante i lavori del tempio non si udirono martelli, piccone, o altro arnese di ferro”; questo significa che i conci di pietra per costruire i
muri furono lavorati direttamente nella cava di estrazione che si trovava in altro luogo. Un’altra indicazione importante ci viene riferita a proposito della manovalanza impiegata e della reperibilità dei fondi necessari.
Per reperire soldi e materie prime, Chiran, re di Tiro, in cambio di pace e alleanza con Salomone gli fornì legname di cedro e di cipresso più ventimila kor di grano e venti kor di olio puro. Per quanto riguarda le maestranze, architetti, scalpellini, muratori, falegnami, ecc. Salomone non si fece nessun scrupolo avvalendosi del metodo del lavoro forzato, procedimento seguito anche dai sovrani dell’antico Vicino Oriente, questi forzati, oltre a costruire il tempio dovettero anche costruire una bella reggia per il loro Re Salomone (tutto gratuito). E poi ci chiediamo se Salomone fosse sapiente oppure no? Era anche furbo! La descrizione della costruzione del tempio ebraico, non deve indurci in errore e cioè, non dobbiamo pensare che tutti i templi dell’antichità, compresi quelli etruschi dovessero avere le stesse caratteristiche e la magnificenza del tempio di Salomone. Il tempio etrusco differisce molto dal tempio sopra descritto, in particolar modo in epoca arcaica. Contrariamente al tempio di Salomone che aveva i muri in pietra e il tetto in tavole di legno; quello etrusco arcaico era in legno, rivestito ai lati di lastre fittili (antepagmenta) decorate a rilievo o dipinte. Il tetto era rivestito con tegole e coppi (embrici e tegole come
diciamo in Toscana), ed era caratterizzato da una sola cella. Più tardi il tempio etrusco assumerà un’altra forma, come ci testimonia Vitruvio, e cioè esso era composto di tre celle, corrispondenti ognuna a una divinità diversa. A questa tipologia sopravviverà tuttavia quella del tipo normale di tempio, costruito con una sola cella.
Il tempio aveva spesso un pronao che era il proseguimento delle alae, cioè delle mura del tempio. Il tempio arcaico di Fiesole, era formato da tre celle, con un pronao sorretto da colonne, con capitello dorico, echino e abaco, prive di scanalature e fornite di base. E’ però probabile che la tripartizione dell’aula del tempio fiesolano sia avvenuta in epoca romana, quando, dalla prima metà del sec. II a.C., in ogni colonia romana veniva eretto un tempio alla triade capitolina e che prima di questa epoca esso fosse ad aula unica. Gli Etruschi hanno dimostrato sempre una grande religiosità, che era però diversa da quella dei Romani e il filosofo Seneca ci spiega il perché: “Hoc inter nos et Tuscos….interest: nos putamus, quia nubes collisae sunt, fulmima emitti. Ipsi extimant numes collidi, ut fulmina emittantur; nam, cum omnia ad reum referant, in ea opinione sunt, tanquam non, puia facta sunt, significent, sed quia significatura sunt, fiant (Seneca Quaest. Nat. II,32,2) (La differenza fra noi Romani (e Greci) sta nel fatto che noi crediamo che i fulmini scocchino a causa
dell’urto fra le nubi, mentre essi, al contrario, ritengono che siano le nubi ad urtarsi per far scoccare i fulmini). Dove sta la differenza? Non possiamo dire che i Romani diano una spiegazione più scientifica degli Etruschi, poiché anche quest’ultimi ravvisano scientificamente la causa che è all’origine della deflagrazione dei fulmini. La
differenza invece si deve ravvisare nella maniera in cui viene a verificarsi questo fenomeno naturale.
I Romani, danno una spiegazione “laica”, nel senso che il fenomeno per loro non è legato a nessuna volontà divina, ma solo naturale. Gli Etruschi invece, più religiosi, sono del parere che (come dice il proverbio):
“Non si muove foglia senza che Dio non voglia”. Per gli etruschi, dunque, i fenomeni naturali, sono comandati dagli dei. Non è scaramanzia quella degli etruschi, è religiosità vera. Essi non avevano una religione “pantofolaia” e di facciata come i Romani, i quali accettavano nel loro Pantheon anche gli dei sconosciuti degli stranieri.
Un altro tempio molto importante, risale nella sua prima costruzione arcaica al VI sec. a.C. è il tempio Grande di Vulci, a nord del Foro, il quale per le sue dimensioni era molto più grande del tempio di Salomone. Esso era lungo 42,60 metri (circa 94 cubiti) e largo 28 (62 cubiti). Il tempio poggiava su una piattaforma in filari di nenfro. L’edificio di culto si presentava a cella unica, circondata da un colonnato a quattro colonne sui lati brevi e sei su quelli lunghi che sorreggevano la copertura a doppio spiovente decorata con statue di terracotta. Non sappiamo a quale divinità il tempio venne consacrato, forse essa è collegabile con la statua acefala di Prassitele conservata nell’Antikensammlungen di Monaco di Baviera. Quando decade il tempio in linea generale? Quando viene meno la sua funzione originale, cioè quella di ospitare il dio e il tempio diventa più o meno un “mercato”. (Gesù salì a Gerusalemme e trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e là, seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti dal tempio, con le pecore e i buoi…N.T. Giovanni 2,23)
Presso gli ebrei la decadenza avviene già quando essi tradiscono la legge di Jaweh. Tradendo il “Patto” e tornando ad adorare gli idoli e Mammona, essi compiono ciò che a Dio era più abominevole. L’oro e l’argento tornano ad essere per i discendenti di Mosé qualcosa di attraente, di ineluttabile.Essi non cedono alla tentazione e si costruiscono un vitello d’oro. “Certo l’argento ha le sue miniere e l’oro un luogo dove si raffina. Il ferro lo si estrae dal suolo, il rame si libera fondendo le rocce….Ma la sapienza dove si estrae? E il luogo dell’intelligenza dov’è?… (Giobbe, 28,1,12) Così Giobbe si rivolge sconsolato agli Israeliti e conclude: “Ecco, il timore del Signore, questo è sapienza, evitare il male, questo è intelligenza”.
Non da meno si comportarono gli Etruschi e altri popoli italici. Noi usiamo dire in Toscana a chi non pensa altro che al denaro “i soldi gli hanno dato alla testa”; così agli Etruschi dette alla testa il ferro che estraevano dalle loro miniere in Toscana nel Lazio; questo metallo equivaleva all’oro di oggi. Essi divennero in poco tempo così ricchi che le loro abitudini e il loro modo di vita sfociò in quella immoralità e in quella scostumatezza che tutti conosciamo. Al pari di loro si comportarono Greci e Romani. A questo punto i templi e le religioni persero il loro valore originale diventando niente più che belle tradizioni, bei luoghi da visitare e abbellire; o nel caso peggiore dei veri mercati, come indicato dall’Evangelista Giovanni. Purtroppo la storia è fatta di corsi ricorsi, e ciò che è successo anticamente si ripete oggi. Su ciò dovremmo riflettere.
Note
(
) Siamo all’incirca nel 970 a.C.

Bibloiografia:
Ranuccio Bianchi Bandinelli – L’Arte Etrusca – Editori Riuniti – Roma 2005
Leonardo B. Dal Maso – Roberto Vighi – Lazio Archeologico – Bonechi Editore, Firenze 1975
Tesori – Storie e leggende d’Italia – Vulci – Voci dal Pianoro – Anno II – n. 5 Agosto 2004
Marco de Marco – Fiesole – Area Archeologica e Museo – giunti Firenze 1999
Gianfranco Ravasi – Bruno Maggioni – La Bibbia – Via verità e vita – Edizioni San Paolo – Cinisello Balsamo (Milano), 2009
Fulvio Nardoni – La Sacra Bibbia – Traduzione dai testi originali – Libreria Editrice Fiorentina, 1960
IL MATRIMONIO SECONDO I ROMANI E GLI ETRUSCHI

Premessa:

Nel “Liber linteus” della Mummia conservata a Zagabria, che è un libro dei rituali etruschi, cè questa frase: “aura helu tesne rasne cei tesnsteis rasnès”, traducibile grosso modo in: “norma etrusca derivante dal “corpus” del diritto etrusco”. Quindi possiamo essere certi che esistevano codici di giurisprudenza etrusca! Purtroppo noi OGGI non abbiamo nessun documento a riguardo(dobbiamo, quindi, fare riferimento al diritto Romano), ma le speranze di dare dei ritrovamenti importanti, in tal senso, esistono….!
Nel diritto romano il matrimonio è regolato nel diritto di famiglia. Dunque bisogna prima analizzare brevemente cos’è la famiglia per i Romani. Dobbiamo distinguere la famiglia intesa in senso stretto (Ulpiano) “Jure proprio familia dicimus plures personas, quae sunt sub unius potestate aut natura aut jure subiectae” (La famiglia in senso stretto è quella formata da più persone che sono soggette ad unica potestà, sia naturale che giuridica). In senso più lato la famiglia: “Communi jure familiam dicimus omnium agnatorum: nam…qui sub unius potestate fuerunt recte eiusdem familiae appellabuntur,
quia ex eadem domo et gente prodit sunt”, cioé, si deve intendere per famiglia in senso lato l’insieme delle persone, che se fosse vivo l’ascendente comune in linea maschile, sarebbe sotto la potestà di lui. Il “paterfamilias” è colui che assicura la solidarietà familiare.
Alla morte del “pater” i figli rimangono insieme uniti in “consortium”. A questo punto possiamo analizzare l’istituto del matrimonio: “Matrimonium est viri et mulieris coniunctio individuam consuetudinem vitae continens” (Matrimonio è l’unione dell’uomo e della donna, con l’intenzione di esser marito e moglie). Come abbiamo visto il matrimonio è in perfetta sintonia con la “familia” (diritto arcaico). Essendo la famiglia una comunità perpetua e solidale, il matrimonio, contratto nell’ambito religioso, ha la funzione di assicurare la perpetuità della famiglia e del culto familiare. Con il matrimonio la moglie esce dalla propria famiglia per entrare in quella del marito sotto la potestà dello stesso o del padre del marito (manus). Nel matrimonio romano uomo e donna non hanno gli stessi diritti. Pur essendo quest’ultimo irresolubile, salvo alcune giuste cause, il marito può ripudiare la propria moglie, ma solo in casi stabiliti. La donna, invece non ha facoltà di ripudio. Questo in età arcaica. Il matrimonio classico è ispirato a principi diversi: non essendo più sentita la religione familiare né la perpetuità della famiglia, viene meno il significato religioso del matrimonio. Il matrimonio si regge su principi nuovi (I sec. a.C.): esso scaturisce dalla volontà dei coniugi di essere considerati marito e moglie (affectio maritalis); il matrimonio comporta l’uguaglianza dei coniugi; il matrimonio non introduce più la moglie nella casa del marito.
Cosa occorre e quali sono i requisiti per il matrimonio
romano? In ordine assoluto essi sono: a) la capacità naturale. Non possono contrarre matrimonio gli uomini (ragazzi) inferiori ai 14 anni e le donne (bambine) inferiori ai 12 anni. Non possono contrarre matrimonio coloro che hanno imperfezioni fisiche di carattere anatomico, e funzionale; b) la capacità giuridica vale a dire essere in possesso dello “status libertatis”, essere cioè uomini liberi e dello “status civitatis”, cioè cittadini romani. Non è valido un matrimonio di un libero con una schiava, né un matrimonio di un cittadino romano con una persona straniera. La bigamia esclude la possibilità di contrarre matrimonio, anzi essa è punita. Per contrarre un valido matrimonio sono inoltre dispensabili: a) il consenso dei nubendi; b) il consenso del paterfamilias. Alcune situazioni ostacolano il matrimonio: a) la parentela (o affinità) entro dati limiti; i matrimoni fra senatori e liberte; matrimonio fra adultera e il suo complice, ecc. Al matrimonio sono legate alcune leggi o consuetudini, fra queste, gli sponsali, cioè la promessa di matrimonio conclusa dal pater della donna e il futuro marito, che comportano il pagamento di una penale in caso di inadempimento.
Il matrimonio si scioglie per una serie di cause: a) quando muore uno dei coniugi; b) la prigionia di guerra; per fatti incestuosi; per divorzio. Divorzio per la legge romana è il venir meno da parte di uno o entrambe i coniugi della “affectio maritalis”. Si attua mediante una dichiarazione scritta oppure orale in presenza di due testimoni. Quando si divorzia? “Divortium ex justa causa”, comprende tutta una serie di casi, fra queste: a) adulterio; l’essere andata al banchetto o al bagno con uomini; aver frequentato spettacoli pubblici, senza la volontà del marito; tentativo del marito di prostituire la moglie; rapporti del marito con altra donna, nella casa
natale.
Per quanto riguarda gli Etruschi la cosa si complica di molto, non avendo a disposizione alcuna fonte scritta, ma solo raffigurazioni artistiche, su vasi, affreschi, ecc. e, un cospicuo numero di epigrafi tombali o relative alla proprietà terriera, o alla religiosità. In età arcaica, villanoviana, alcune figurine umane, affrontate, incise su vasi villanoviani e propriamente gli atteggiamenti di queste ci fanno supporre una unione sotto forma di vincolo matrimoniale fra uomo e donna. Questo però, a differenza di quello romano, era basato sull’uguaglianza dei diritti fra uomo e donna. “Paterfamilias” e “materfamilias” rappresentati in un carrello da Bisenzio hanno la medesima altezza e ciò farebbe supporre che siano sentiti sullo stesso piano. Anche per quanto concerne la proprietà essa è un diritto anche femminile. Nelle tombe etrusche infatti è possibile leggere su manufatti fittili e altri oggetti “Io sono di Tito”, oppure “ Io sono di Nuzinaia”. La famiglia, con la sopravvenienza di un ceto elevato, causato dalle ricchezze accumulate, comprenderà anche i servi. Questi ultimi li vediamo indaffarati, nudi o vestiti appena con il classico ‘chitone’ mentre servono i loro padroni sdraiati sul letto. Esistono poi, come ho già detto diverse epigrafi. Fra queste citiamo una iscrizione su un sarcofago femminile di Tarquinia del IV sec. a. C: “Larthi spantui larces spantus sex Arnthal partunus puia”. (Larthia Spantonia figlia di Larce Spantonio moglie di Arunte Partuno). In lingua etrusca “puia” significa “moglie” . La moglie etrusca, a differenza di quella romana, doveva avere molti più diritti e molta più libertà. Essa sedeva nei banchetti o simposi accanto al marito e spesso al nucleo familiare al completo. Aveva, come abbiamo visto, la capacità giuridica di possedere e godere di certi beni; poteva
frequentare uomini e spettacoli al pari dell’uomo. L’unica cosa che mi sembra le fosse preclusa erano le cariche pubbliche e religiose. Nelle numerose iscrizioni funerarie non mi sembra mai di aver notato donne magistrato, donne con incarichi sociali o incarichi militari.
Non possiamo davvero spingerci oltre, poiché non sarebbe possibile causa la mancanza di fonti. Forse un giorno nuove scoperte ci permetteranno di dire qualcosa di più sull’argomento ‘matrimonio etrusco’.
Bibliografia:
Giovannangelo Camporeale – Gli Etruschi – Storia e Civiltà – Utet Torino 2008
Massimo Pittau – Testi Etruschi – Bulzoni Editore, 1990
Maurizio Martinelli e Giulio Paolucci – Luoghi Etruschi – Editore Scala – Antella (Firenze) 2006
Pasquale Voci – Istituzioni di diritto Romano – Editore Giuffré, Milano 1954
TARQUINIA: L’EPIGRAFE DEL SARCOFAGO DEL “MAGNATE”
“VELTHUR PARTUNUS LARISALISA CLAN RAMTHAS CULCNIAL ZILX CEXANERI TENTHAS AVIL SVALTHAS LXXXII” (Epigrafe, II metà del IV secolo)
(Veltur Partuno quello (figlio) di Laris, figlio di Ramta Cuculnia (è morto) esercitando la pretura jure dicundo vivendo gli anni 82) Traduzione di Massimo Pittau

Dizionario della lingua etrusca, pag 105.
(Velthur Partunus, il (figlio) di Laris, figlio di Rama Cuclni, la presidenza per (?) il ceana svolto, anni vissuto 82) Traduzione di Helmut Rix – “La scrittura e la lingua” in “Etruschi una nuova immagine” pag. 224.
Così due illustri linguisti hanno tradotto questa epigrafe.
La prima parola a destra in alto “VELTHUR” (da destra verso sinistra; la scrittura etrusca è sinistrorsa) è il nome del “magnate” effigiato in altorilievo sul coperchio del sarcofago. Per la pronuncia della lingua etrusca non dovremmo avere nessuna difficoltà poiché, come afferma Helmut Rix: “Si parte dall’ipotesi che le singole lettere dell’alfabeto etrusco esprimano un valore fonetico analogo a quello dell’alfabeto modello (greco-occidentale) e a quello latino che ne è derivato”. Pertanto la prima lettera una F rovesciata si pronuncerà V; poi E (E rovesciata); l = L (un bastoncino con una sola aletta);
poi sarà il segno del “TH”, poi “V” equivarrà al nostro U; ed infine una D rovesciata con la pancia verso sinistra è il segno della nostra “R”. Dobbiamo tener conto che questa è un’epigrafe della seconda metà del IV secolo a.C. e che pertanto non si tratta di una iscrizione arcaica, per cui la grafia di certe lettere dell’alfabeto differisce da quella arcaica. Poi abbiamo il gentilizio maschile “PARTUNUS” (della famiglia Partunu). Qui dobbiamo osservare che la P etrusca è come una L rovesciata. Seguono le parole “LARISALISA CLAN”. “Clan” significa “figlio”; pertanto “larisalisa” sarebbe un patronimico pronominale del pronome “Laris”: (di quello- a (figlio-a) di Laris). Poi “RAM AS CUCLNIAL”, cioè “Figlio di Ramta Cuculnia”. Nel sarcofago quindi oltre al nome del defunto vengono specificati i nomi dei genitori,
in questo caso Laris e Ramtha. Quest’ultima appartiene alla famiglia Cuculnia, nome che corriponde al latino “cocles” (cieco ad un occhio). Una volta specificato nome e cognome e il nome dei gentitori, la scritta ci dice cosa faceva nella vita Velthur Partunus. Egli era uno “ZILX”. Questo nome è tradotto con “pretura, consolato, magistratura, ecc.) quindi “ZILX CEXANERI TENTHAS” equivale a “mentre esercitava la pretura (o la magistratura)”; “SVALTHAS” (vivente, vivendo); “AVIL” (fino all’età) di 82 anni. E’ qui interessante vedere come venivano rappresentati i numeri: una freccetta rivolta in alto equivaleva a 50; tre crocette equivalevano a trenta (10+10+10) e due bastoncini a due (1+1); totale 82 anni. Ricapitolando “VALTER PARTUNO CHE ERA FIGLIO DI LARIS E DI RAMTHA CUCULNIA E’ MORTO A 82 ANNI QUANDO ANCORA SVOLGEVA LA PROFESSIONE DI PRETORE (A TARQUINIA)” .
EPIGRAFE BILINGUE ETRUSCO-LATINA DI PESARO
Purtroppo la lingua etrusca è difficile a tradurre anche nel caso di iscrizioni bilingui come in questo caso. Si tratta di un interessantissima epigrafe, che risolve, almeno in parte, certi interrogativi legati al significato di parole etrusche. Essa proviene da Pesaro e si presume sia del I sec. a.C. quando ancora la cultura e la lingua etrusca non erano completamente spente. Ho detto sopra che le bilingui risolvono, almeno in parte, i dubbi
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che esistono sul reale significato di certe parole etrusche, poiché quasi mai le bilingui sono l’esatta traduzione dall’etrusco. In questo caso abbiamo nell’iscrizione sopra riportata l’epigrafe in lingua latina e in caratteri romani: “L.ATIVS.STE.HARVSPE(X)FULGVRIATOR sotto abbiamo la scritta etrusca che si legge da destra verso sinistra: CAFATES.LP.LP.NETSVIS.TRUTNVT.FRONTAC
Come possiamo ben osservare la lingua etrusca era completamente diversa da quella latina, anche se ci sono delle affinità. Se la lingua etrusca fosse stata dello stesso ceppo, oggi noi non avremmo difficoltà nella sua traduzione. Gli antichi storici greci e romani dicevano che in Toscana e nell’alto Lazio si parlava una lingua per essi inintelligibile, misteriosa, che non aveva riscontri in altre lingue parlate nell’Italia antica. Oggi, riguardo alla lingua etrusca sono stati fatti dei notevoli passi avanti , grazie anche al confronto della stessa non solo con lingue diorigine mediterranea, ma anche medio-orientale, fra queste le lingue dei popoli dell’antica terra della Mesopotamia. Giovannangelo Camporeale, uno degli etruscologi attuali che io stimo di più, nel suo libro “Gli Etruschi – Storia e Civiltà – Utet, 2004”, a pag.199 afferma: “L’interpretazione dell’etrusco, malgrado l’impegno di validi studiosi di diverse generazioni, è una meta ancora lontana. I punti su cui l’accordo è pressoché unanime riguardano le incertezze dei risultati correnti e molti interrogativi tuttora esistenti”. Tuttavia fra gli studiosi linguisti etruschi possiamo però affermare che esistono i super ottimisti e i super pessimisti. Massimo Pittau ha fatto un notevole studio sulla lingua etrusca, confrontandola con il lemnio, il lidio, il latino, il greco antico, egli però ha tralasciato il confronto della stessa con lingue
dell’area orientale mesopotamica, cosa che invece ha fatto il linguista Giovanni Semerano ed altri.
Un aiuto nell’interpretazione dell’etrusco ci viene dato, come dicevo, anche dalle bilingui, la più famosa mi sembra sia la “Lamina di Pyrgi”; alla cui traduzione si sono cementati linguisti come il Pittau (Vedi M. Pittau – La lingua etrusca – Insula Editore – Nuoro 1997).
Anche questa epigrafe bilingue di Pesaro, che abbiamo preso in considerazione non corrisponde perfettamente la traduzione latina con la traduzione etrusca; però è un aiuto notevole e fissa dei punti importanti sul significato di alcune parole. La traduzione latina è questa:
a) “Laris Cafatius Larisis Filius Stellatina haruspe(x) fulguriator” (Laris Cafatio figlio di Laris della (tribù) Stellatina aruspice/interprete dei fulmini);
b) quella etrusca: “Cafates net vis trutnvt frontac” (Laris Cafatio (figlio) di laris aruspice e interprete fulgurale)
Sappiamo che gli Etruschi traevano i loro auspici sul futuro, oltre che dall’esame di visceri animali, dal volo degli uccelli, ma anche e soprattutto dall’esame dei fulmini (provenienza, luogo di caduta, formazione degli stessi, ecc.). Questa epigrafe è molto utile poiché ci dice con certezza assoluta che la parola etrusca “net vis” significa “aruspice” e che “frontac” significa ‘fulgurale’, cioè relativo ai fulmini.
Inoltre questa epigrafe bilingue è interessante per alcune lettere dell’alfabeto come la “f” o “h” aspirata che si rappresenta con il segno “8” (vedi scritta). Inoltre, noi
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sappiamo che nell’alfabeto etrusco esistono solo quattro vocali: a,e,i,u; la vocali e manca la “o” perché sostituita da “u”. Mentre qui in questa bilingue di Pesaro del I sec. a.C. compare la “O” e viene indicata con il segno:
Come abbiamo potuto constatare l’esame delle epigrafi etrusche è molto interessante e può riservarci numerose sorprese in campo linguistico, ma anche sulla storia del popolo etrusco.
Bibliografia:
Giovannangelo Camporeale – Gli Etruschi – Storia e Civiltà – Utet, Torino, 2004
M. Pittau – Testi Etruschi – Bulzoni Editore – Roma, 1990
M. Pittau – Dizionario della lingua Etrusca – Dessì, Sassari 2005
Giovanni Semerano – Il popolo che sconfisse la morte – Bruno Mondadori, Milano 2003
VETULONIA: MI CHIAMO AULO FELUSKE
Mi chiamo Aulo Feluske e per chi non lo sapesse sono stato un valoroso guerriero. Questa non è esattamente la traduzione della epigrafe inscritta nello spazio che fa da cornice al guerriero; e lo vedremo dopo. Il guerriero Aulo o Avile sta procedendo verso il campo di battaglia, incurante degli ostacoli mortali, delle trappole e trabocchetti, come indicato simbolicamente, ma anche realisticamente, dalla punta di una lancia che sbuca dal terreno del campo di battaglia. L’incedere del guerriero è
deciso, senza titubanza e indica il nemico con l’indice della mano. Aulo ha un arma di offesa, una bipenne, che sarebbe una scure a doppia lama; e uno scudo per la difesa personale. La testa del guerriero è coperta da un elmo sovrastato da una vistosa criniera. Lo scudo è rotondo e presenta una decorazione esagonale nella quale è inserito un fiore esapetalo (simbolo del sole?). Il guerriero, come usava presso gli etruschi, affronta il nemico completamente nudo e depilato, forse per non offrire appigli al nemico.
Purtroppo la stele non è integra, manca un piccolo angolo nella parte superiore destra e presenta una lacuna nella parte inferiore destra. Ciò non ci impedisce tuttavia di interpretare l’epigrafe. Devo dire che si tratta di una stele molto importante poiché risale al VII sec. a.C., periodo in cui fu introdotta la scrittura presso gli etruschi. Se la decifrazione dell’epigrafe non presenta difficoltà nella parte iniziale , essa tuttavia, risulta un po’ problematica nella parte centrale e finale. Per la traduzione di questa epigrafe io ho consultato tre testi del Prof. Pittau: “Testi etruschi” del 1990; “Lingua Etrusca – Grammatica e Lessico, 1997” e “Dizionario della Lingua Etrusca, 2005”. In questa epigrafe non ci sono solo difficoltà di traduzione ma anche di decifrazione a causa, come dicevo, delle lacune e delle abrasioni della pietra. La traduzione dell’epigrafe più recente, fatta dal Pittau, (Dizionario 2005) concorda, più o meno con quella meno recente (Grammatica 1997), e cioè: “(Mi A)uviles Feluskes Tuthnutal Panalas mini mul\uvaneke Hirumi(ni)a Phersnalas”. La decifrazione dell’epigrafe in “Testi Etruschi, 1990” è un po’ diversa: “ (Mi A)veles Feluskes tusnutn(ies) (Pa)panalas mini muluvaneke Hiruminia Phersnaxs”. Ovviamente le due decifrazioni dell’epifrafe danno due traduzioni diverse

l’una dall’altra. Quella più recente dà questa traduzione (Dizionario): “Io (sono la stele) di Aulo Falisco (figlio) di Tusnutia (figlia) di Panalio; mi ha donato Hirmia (figlia) di Personalio (Hirmia sarà stata la moglie di Aulo Falisco)”. La traduzione meno recente (1990), invece, dava questo risultato: “Io sono Aulo Felisco di (figlio) Tussidio (e) di Papania – Mi ha donato Firminio Perugino”. Ovviamente dovremmo dar credito alla traduzione più recente del Dizionario del 2005, e ciò è ovvio poiché in quindici anni lo studio della lingua degli Etruschi ha fatto passi notevoli ed è normale correggere ciò che era valido nel 1990 e non lo è più nel 2005.
La stele di Aulo o Avile Feluske proveniente da Vetulonia e che si trova a Firenze nel Museo Archeologico, è molto interessante oltre che per la raffigurazione del guerriero armato di bipenne, è interessante pure per la grafia etrusca dei primordi, essendo uno dei primi esemplari di epigrafia etrusca introdotta in Etruria nel VII secolo a.C.. Inoltre l’epigrafe, che non è chiarissima nel suo significato, ci dice che il guerriero era nativo ed originario di Falerii (l’odierna Civita Castellana, Viterbo) in quanto Feluske , significa appunto questo. Dunque Aulo o Avile potrebbe essere morto in battaglia a Vetulonia (come potrebbe essere deceduto di morte naturale). Tuttavia la prima ipotesi mi sembra la più convincente, in quanto gli Etruschi, pur non essendo un’entità politica organizzata nel senso moderno, in certi casi le città etrusche si davano reciproco aiuto in caso di guerre (ma non è una regola).
La grafia sella stele, come dicevamo è ‘primitiva’ se possiamo usare questo termine. Ci sono delle particolarità che fanno risalire questo tipo di scrittura appunto alla fase del VII sec. a.C.: la “m” e la “n”, segmentate nella parte superiore; la “t” con due trattini
orizzontali nell’asta verticale, ecc.
Per concludere vorrei esprimere il mio giudizio sulla decifrazione della terza parola della stele, partendodall’alto a destra e scendendo verso il basso, dopo le parole “Aviles” e “Feluskes” c’è la parola “Tsnutn(ies)”, che il Pittau aveva tradotto, nel 1990 “di Tussidio”, poi corretto con “Tusnutal” (di Tusnutia). In realtà non è ben chiaro se l’ultima lettera della parola (indicata nella foto con una freccia) sia una “A” oppure una “N”. Potrebbero essere sia l’una che l’altra; però io sarei dell’opinione che si tratti di una “N” e quindi, secondo la mia modesta opinione, la traduzione giusta sarebbe “Io(sono la stele) di Aulo Falisco figlio di Tussidio” e non “Io (sono la stele) di Aulo Falisco figlio di Tusnutia”.
“IGNORANZA” SUGLI ETRUSCHI? SOLO LA PUNTA DI UN ICEBERG
Molte volte, capita di avere fra le mani libri di esimi professori, archelogi, glottologi, e studiosi in genere di Etruscologia, i quali fanno risaltare, a prima vista, le copertine, quasi sempre accattivanti e con titoli evidenziatissimi. Parlo di persone specializzatissime in materia, non faccio riferimento ai cosiddetti ‘dilettanti’, categoria snobbata dalle ‘eminenze grigie’ della ‘scienza’ dell’etruscologia. Tuttavia i ‘professoroni’ non tengono in debito conto che alcune delle maggiori scoperte archeologiche, sono dovute proprio alla grande passione e al formidabile intuito di persone che non avevano niente a che fare con l’archeologia, tanto per citare alcuni nomi: Isidoro Falchi, medico, che ritrovò l’antica città etrusca di Vetulonia, il Dr. Schlieman che ritrovò le
antiche città del civilizzatissimo Oriente, Champollion, che decifrò per primo la ‘stele di Rosetta’ e gettò le basi per comprensione della lingua egizia, ecc. lo scrittore Lawrence, ecc. L’elenco potrebbe continuare per molto.
Lasciando da parte i ‘dilettanti archeologi’, oppure i cosiddetti ‘orecchianti linguisti’ voglio prendere in esame alcuni libri, dizionari, traduzioni, ecc. di alcuni autori, nomi altisonanti, che operano in campo archeologico, filologico, ecc. ecc., ma mi sono promesso, assolutamente, di non fare alcuna citazione né sui libri, né sugli autori. Prendo a caso uno dei molti Dizionari della Lingua etrusca; una traduzione di epigrafi; una ricerca sulle origini del popolo etrusco; una ricerca delle origini della lingua etrusca.
Leggo con interesse, quanto da essi asserito nei loro libri, anzi, mi soffermo su alcune “Introduzioni” ai libri stessi e mi accorgo che l’Autore o certi Autori, sono più preoccupati a dire cose che non siano in conflitto con certi etruscologi ‘capi-scuola’, cioè coloro che hanno preso in eredità la scuola dei vari Pallottino, ecc., il quale ormai, per alcuni è diventato inattaccabile, non minimamente scalfibile. Si devono accettare le sue teorie, così come sono, punto e basta. Insomma certi Autori di libri sugli Etruschi, stanno più attenti a essere “allineati”, oppure (per usare un termine poco corretto) “politically correct”, senza curarsi del fatto di dire o scrivere delle sciocchezze. Ovviamente la mia non vuole essere una generalizzazione, ci sono archeologi seri, ben preparati, che tuttavia, per la posizione che occupano o per amicizia verso l’archeologo Tizio o il linguista Caio, per non entrare con essi in conflitto, sono costretti a tacere.
Ma torniamo ai libri dei “Prof”. Superate le incertezze e i “patetismi” delle accennate “Introduzioni”, come molte volte mi capita, non solo leggo i libri di questi ‘scienziati’, ma addirittura tante volte li studio. Purtroppo però, il più delle volte mi capita, che, nello stesso argomento, l’esimio ‘prof” X è in contrasto con ciò che dice l’illustre ‘prof’ Y. Allora il dubbio mi tormenta. Se l’archeologia, se l’etruscologia, e, in particolare la linguistica, sono scienze, e scienziati sono coloro che studiano queste discipline, dovrei avere delle risposte univoche su tante materie, o tutt’al più pressoché combacianti. A meno che, come si usa dire per la matematica – che la essa non è un’opinione- Allora dobbiamo chiederci se la scienza etruscologica è veritiera, oppure se non si tratta di scienza, ma di qualcosa che aspirerebbe ad essere scienza ma (almeno per il momento) non lo è in maniera sufficiente. Non parlo delle date degli avvenimenti storici, sui quali abbiamo sufficiente garanzia, poiché tramandati da autori antichi e neppure parlo delle regole generali sulle quali si fonda l’archeologia moderna. In questo campo, specie nel campo del restauro, sono stati fatti passi da giganti, grazie anche ai mezzi tecnologici messi a disposizione degli archeologi e dei restauratori. Tuttavia, secondo me, si potrebbe discutere sulla validità di certe attribuzioni, ma soprattutto della datazione dei reperti. Girando e visitando i musei archeologici, ho visto nelle vetrine degli stessi oggetti catalogati come etruschi e i medesimi IDENTICI oggetti catalogati di epoca medievale. Oppure reperti risalenti al VII sec. a.C. e gli stessi oggetti, con stesse caratteristiche, in Musei Orientali, catalogati al XVI-XV secolo a.C. Molto poi ci sarebbe da dire sul famoso isotopo Carbonio 14, usato per la datazione di reperti e su certi risultati, ottenuti con il DNA, a proposito della ricerca dell’origine (provenienza) degli Etruschi.
Riguardo a questi argomenti le opinioni sono molto contrastanti, specialmente fra i così designati “addetti ai lavori”. Fra di loro ci sono studiosi che ormai danno tutto per scontato, tutto risolto, insomma, certuni, forti che la loro tesi è avallata dal ‘prof’ Tizio o dal ‘prof’ Caio, affermano che le loro asserzioni sono ‘definitive’, sono ‘inoppugnabili’, ‘inappellabili’, ecc. Insomma, per questi ‘pilastri’ dell’Etruscologia, tutto è risolto (forse, sarebbe meglio tutto è ‘risotto’? Scusate la brutta battuta!), non ci sono misteri, né sulle origini, né sulla provenienza (in quanto gli Etruschi non provengono da nessuna parte, sono stanziali, o meglio, come usano definire gli specialisti riempiendosi la bocca: ‘autoctoni’), né sulla lingua, insomma – per essi – gli Etruschi erano uno dei tanti popoli italici, i quali hanno fatto la stessa fine di tutti gli altri popoli pre-romani, per essersi opposti ai grandi Imperatori Romani ‘civilizzatori’ dell’Italia antica, dell’Europa e del Vicino e Medio Oriente . Direte voi: “Sic transit gloria mundi?” Sì, però la frase può essere riferita ai popoli vinti, come anche ai vincitori)
Però, la Tabula Cortonensis è stata tradotta in mille modi diversi, oppure i famosi cippi fiesolani, i cosiddetti “tular”, non solo sono stati tradotti in maniere diverse, ma sono stati addirittura “letti” (decifrati) differentemente da uno studioso all’altro, dato che, ad esempio, un ‘prof’ ha scambiato una ‘P’ etrusca per una ‘T’, e via discorrendo. Questa è solo la punta di un iceberg che ci fa capire quanto siamo ancora lontani dalla conoscenza degli Etruschi e della lingua etrusca e quanto siamo ancora lontani da poter definire l’Etruscologia una scienza esatta. E’ perfettamente, non dico inutile, perché niente è inutile, anzi, è proprio il contrario, ma è un controsenso vedere pubblicati certi
‘vocabolari’, i cui vocaboli sono al novantacinque per cento nomi propri di persona e del restante cinque per certo ci si avvale dei dubitativi: ‘probabilmente’, ‘forse’, ‘significato ignoto’, ecc. Un altro problema: la lingua etrusca è indo-europea? Sarà indo-europea, ma se, per definirla ciò, si fa un raffronto sui numerali da uno a dieci, dovremmo almeno ammettere che numeri etruschi e numeri latini o di altre lingue sicuramente indo- europee, sono completamente diversi. Esaminiamo i numerali etruschi: thun (uno), zal (due), ki (tre), huth (quattro), mac (cinque), a (sei), semph (sette), cezp (otto), nurph (nove), sar (dieci).
Per quanto infine concerne l’Origine (intesa come provenienza) degli Etruschi, qui siamo proprio nel marasma più completo: vengono dall’Oriente, dal Nord Italia, dall’Ungheria, dal Mare Egeo, dall’isola di Lemno, dall’Africa, dai mari più sperduti, dalla Sardegna, dall’India, dall’Estremo Oriente, dall’Egitto, dalla scomparsa isola di Atlantide, dall’America meridionale, oppure, sono autoctoni, e, c’è chi ha azzardato anche che siano extra terrestri, venuti da pianeti di qualche sconosciuto sistema solare.
Non parliamo poi di mille altre cose che per certuni i quali asseriscono, ad esempio per quanto riguarda la lingua, che: “il problema non esiste”, o meglio ”esiste solo un qualcosa di cui non abbiamo conoscenza o abbiamo una conoscenza superficiale, ma che il problema verrà risolto”. Si, però una semplice frase, elementare, come “Mi spanti Nuzinaia”, viene tradotta come: “io sono il piatto di Nuzianaia” oppure “Io sono Nuzinaia”, che mi sembra ci sia una bella differenza. Senza parlare della pretesa che hanno alcuni ‘prof’ nel DEFINIRE gli Etruschi nel suo complesso (la carta di identità di una popolazione): “Gli Etruschi sono un
popolo vissuto fra il IX-I sec. a.C., che abitava il territorio fra Arno e Tevere”. Poi inevitabilmente si arriva alla ‘definizione’ vera e propria degli Etruschi. Sarebbe come dire: “dammi una definizione degli Italiani”. Mi sembra assurdo, certamente gli italiani dell’XI secolo erano sicuramente diversi dagli Italiani del Rinascimento o del XX secolo, per una infinità di cose. Tuttavia anche in questo caso si danno delle definizioni ‘categoriche’, ‘scientifiche’, ‘inoppugnabili’. Degli Etruschi si dice che sappiamo “vita, morte e miracoli”. Io dico, beati coloro che hanno tante certezze, tanto ‘sicure’ da scrivere libri, vocabolari, ecc. per poi sentire dai loro illustri colleghi “tutto e il contrario di tutto”.
Vogliamo allora fare una cosa saggia, come, ad esempio, quando non riusciamo a capire un libro perché troppo difficile per noi in quel momento? Ebbene, lo chiudiamo, lo riponiamo con cura negli scaffali della nostra libreria, e lo andremo a riprendere al momento opportuno, e cioè, quando saremo in grado di poterlo capire. Si tratta solo di avere un po’ di pazienza.
Ciò non significa che la ricerca non debba andare avanti, semmai dobbiamo assolutamente cercare di non dire sciocchezze inutili. Ciò può capitare a tutti, anche al sottoscritto!
DECIFRIAMO UNA EPIGRAFE ETRUSCA NEL MUSEO ARCHEOLOGICO DI FIESOLE (FIRENZE)
Nel museo archeologico di Fiesole (Firenze)
Prima di tutto dobbiamo dire che, in genere, la scrittura etrusca è sinistrorsa, come in questo caso, cioè l’epigrafe
va letta da destra verso sinistra. La prima lettera che noi vediamo all’estrema destra è una “M”, vale a dire un bastoncino al quale è collegata una specie di seghetta a tre denti (se i denti fossero stati due, sarebbe stata una “n”). Lo stile della scrittura, come pure la forma della “m” ci fa capire che si tratta di una epigrafe abbastanza arcaica, possiamo azzardare e collocare questa scritta fra il VI e il V secolo a.C. La seconda lettere è una “i”, un semplice bastoncino verticale. Qui finisce la prima parola “Mi” che significa “Io”. Poi vedremo cosa sottintende questo “Mi”. Ad esempio “Mi ma” significa “io sono”. In questo caso però il “mi” sottindende un verbo, e cioé “io (appartengo)”, oppure questa “(questa urna appartiene) a..”. La terza lettera è una “a” ed ha la forma di una una “a” rovesciata, cioè ha un andamento destra- sinistra. La quarta lettera che, come grafia è simile ad una “d” del nostro alfabeto, è in realtà una “r”. La quinta lettera a forma di ipsilon “y” è in realtà una “u”. Segue poi la sesta lettera che è una “n”. Osservate che in confronto della “m” ha un dentino in meno. La settima lettera è un cerchietto con un puntino nel mezzo.
Questo segno equivale al suono “th”, che esiste anche nella lingua inglese, ad esempio “that” (quello). L’ottava lettera, l’abbiamo già trovata è una “i”. Anche la nona lettera, una “a” l’abbiamo già trovata. Qui si conclude la seconda parola “Arunthia”, che messa insieme all’altra parolina diventa “Mi Arunthia” Vediamo la terza parola dell’epigrafe. Essa comincia con una “m”, l’abbiamo già trovata, poi una “a”, anche questa già conosciuta, poi una “L” una stanghetta verticale, con un’altra più corta obliqua, una specie di gancio; poi ancora una “a” ed una “m”. La quindicesima lettera contando dalla destra verso la sinistra è una “e” rovesciata, un po’ particolare con le tre stanghette rivolte verso il basso, poi una “n”, seguita
da un’altra “a”. Conclude la terza parola dell’epigrafe un segno a forma di “M”. Però non si tratta di una “m” bensì si una “s” (arcaica). Pertanto la scritta completa risulterà la seguente: “MI ARUNTHIA MALAMENAS”. Ora siamo in grado di tradurre l’intera epigrafe: “IO (APPARTENGO) AD ARUNTE MALAMENIO”. Essendo l’urnetta ricavata in tufo, vale a dire una pietra locale vulcanica potremmo azzardare l’ipotesi che questo importante reperto, esposto nel Museo Archeologico di Fiesole, sia in realtà di provenienza della Tuscia laziale, probabilmente della zona del Viterbese e risalga al V secolo a.C.
LA FORTUNA “IMPROVVISA” DEGLI ETRUSCHI*
La fortuna “improvvisa” degli Etruschi, o per lo meno di quei popoli che abitavano la Toscana e il Lazio, fra il fiume Arno e il fiume e il fiume Tevere, è da ravvisarsi sicuramente nell’estrazione e nella lavorazione dei minerali che si trovavano in abbondanza all’Elba, come sulle colline metallifere dell’entroterra toscano-laziale.
Fra l’VIII e il VII secolo si assiste ad un cambiamento “improvviso” del modo di vivere di queste popolazioni, che noi, per semplificare le cose chiamiamo “Etruschi”. Questo cambiamento nella vita di queste popolazioni tosco-laziali, almeno ai nostri occhi o secondo le nostre conoscenze (ma, non è così) cambia in modo radicale, con una certa rapidità. La civiltà cosiddetta “villanoviana” viveva in grosse capanne, seppelliva i loro morti in pozzetti, scavati nel terreno e nella roccia, entro vasi di terracotta, dopo averli cremati; adorava gli dei e li rappresentava con simboli e graffiti su vasi, utensili,
come la cosiddetta svastica; costruivano gli utensili per il fabbisogno domestico con materiali quali l’argilla, il
legno, l’osso, l’avorio, ecc., ma conoscevano bene anche l’estrazione e la lavorazione dei metalli, la quale non avveniva a carattere, come diremmo noi, “industriale”, ma solo ARTIGIANALE, ossia, per il loro bisogno personale e del gruppo familiare. Non esisteva ancora in quei popoli, molto intelligenti, ma ancora un po’ primitivi, l’idea di arricchimento, come la concepiamo noi oggi. L’arricchimento semmai, era dovuto all’accentramento dei capi di bestiame, e, forse, più tardi, con la concentrazione delle proprietà terriere.
Volterra – Le Balze Volterra era una delle maggiori città dell’Etruria e una delle più ricche. Questa ricchezza fu dovuta anche al notevole sviluppo agricolo della zona
Se noi ammettiamo, dunque, che i popoli definiti da noi “villanoviani” da Villanova, presso Bologna (il nome è quanto meno restrittivo, poiché va considerato che questa “multi-etnìa” viveva sia sulle sponde dell’Adriatico, sia nel centro delle regioni Appenniniche, sia sulla costiera tirrenica) erano bravissimi nella modellazione e nella cottura delle terrecotte, dei buccheri, ecc. ma anche, come abbiamo detto, nella fusione e nella lavorazione dei metalli, anche preziosi. E’ opinione certa che queste popolazioni avessero raggiunto una tecnologia avanzatissima (anche se artigianale) per quanto riguarda la costruzione di forni fusori in grado di raggiungere temperature elevate, che permettevano loro di separare la roccia e il minerale terroso, dal metallo (ferro, rame, argento, ecc.).
Dobbiamo però fare un punto sull’origine di questa popolazione. Dobbiamo chiederci: chi erano questi villanoviani? Chi erano i popoli che abitavano da tanto tempo questi luoghi? Sicuramente dobbiamo dar credito anche a un origine autoctona di una parte di questo popolo, cioè di coloro che sono nati e cresciuti in
questi luoghi, la cui origine si perde nella notte dei tempi. Però non possiamo fermarci qui, dobbiamo cercare di conoscere quali altri popoli formavano quella “multi-etnia”, che noi per semplificare le cose chiamiamo “villanoviano-etrusca”.
Dobbiamo chiederci allora, quali documenti abbiamo per affermare questa cosa? Non possiamo certo risalire all’origine di questo popolo dai reperti archeologici, questi tutt’al più potranno rivelarci a chi sono appartenuti e tutta un’altra serie di informazioni e la loro databilità compresa fra il IX-XIII sec. a-C. e il II sec. a.C.
Questi simboli, queste croci uncinate, mezzelune, stelle, ecc. che si trovano graffite nei recipienti di terracotta, nelle tombe a pozzetto, segnalate esternamente con simboli che si rifanno al passaggio dell’aldilà a forma di uovo, oppure simboli che definivano il sesso del defunto, come simboli fallici, ecc., non ci danno un indizio sicuro, ma ci dicono soltanto che essi si rifanno a popolazioni probabilmente semitiche molto antiche provenienti dai territori della Mesopotamia.
Perché possiamo ipotizzare questa cosa? Popoli semiti, hittiti, cassiti, dei territori di Babilonia, della Siria, hanno in comune con i cosiddetti “villanoviani” certi tipi di credenze, certi simboli come la stella, la luna (1),
rasoi A FORMA DI MEZZALUNA ecc. ecc. Sono solo mode importate? Questa cosa mi sembra improbabile. Dobbiamo invece pensare, con una certa serietà, che la Toscana, in epoche imprecisate, è stata “occupata”, ovvero “invasa” (probabilmente anche amichevolmente, ma la cosa mi sembra improbabile) da popolazioni medio-orientali e dell’Asia. Non abbiamo, tuttavia, nessuna certezza di questo. Dobbiamo chiederci allora,
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cosa potrebbe venirci in aiuto per dare una certa consistenza a questa teoria?
La risposta sarebbe la scrittura. Se in Etruria nell’IX-VIII i villanoviani avessero avuto una scrittura uguale o simile, ad esempio a quella di antichi popoli orientali ed avessero parlato le relative lingue, questo ci avrebbe dato un sicuro indizio che i “Villanoviani” (non ancora definiti Etruschi) potrebbero essere originari di quei luoghi.
Purtroppo, però, la scrittura, inizia nel periodo fine VII secolo, quando i “villanoviani” non sono chiamati più con quel nome, ma con il nome “Etruschi”. Questo nome, come quello per i villanoviani, lo abbiamo ‘coniato’ noi, essi (etruschi), in realtà, si definivano “Rasena” o “Rasenna” (nome del quale io ho ipotizzato, tempo fa, in un’altra mia ricerca, la sua traduzione in: “popolo che si radeva col rasoio”, o, in sub-ordine, popolo che adorava “la luna” (), oppure, ancora “il popolo del Capo, dalla radice semitica Ras”)
Populonia – Necropoli di San Cerbone. Populonia dovette la sua fortuna alla estrazione del prezioso metallo: il ferro, allora elemento essenziale per la vita e per la guerra. Le tombe principesche furono il risultato di questa ricchezza all’estrazione del metallo raggiunta dovuta
Cioè la scrittura sulle urne, negli affreschi tombali, ecc. nel periodo di quel cambiamento che a noi pare “repentino”, ma, in realtà, non lo è più di tanto. Che tipo di lingua è? Si tratta di un alfabeto greco, mutuato dai greci della città antica di Cuma (città campana già colonizzata dagli Etruschi) con una particolarità importante: la scrittura è sinistrorsa. Mi domando
allora: perché mutuare un alfabeto da una lingua straniera come il greco antico e poi scrivere da destra verso sinistra (con le dovute eccezioni) e non da sinistra verso destra, come usavano i greci antichi? Posso, per questa ragione, essere autorizzato a pensare che ci sia stato un apporto medio orientale di popolazioni, semite (2) (in modo particolare) e altre dei territori della Mesopotamia, verso il XII-XI secolo a.C o precedenti? A me questa cosa sembra del tutto possibile, anche perché in Toscana sono sempre esistite (ed esistono tutt’ora) numerose comunità di origine semita, che vivono proprio come vivevano i villanoviani e gli Etruschi e i popoli orientali con i quali hanno in comune moltissimi usi e tradizioni. Questi usi e caratteristiche sono, ad esempio, il pane insipido toscano, la scrittura sinistrorsa (cha abbiamo già detto), il modo di vivere in comunità organizzate in paesi arroccati sulle colline, paesi che hanno tutti le stesse caratteristiche, basti pensare a Pitigliano, Sorano, Campiglia, Suvereto, Castagneto Carducci, Populonia, Talamone ecc. ecc. dove tuttora vivono comunità, oggi dette di ebrei, oppure sono discendenti dalle stesse; alla stessa “c” toscana gutturale, detta “gorgia toscana”, alla superstizioni e ai gesti scaramantici, ecc., come l’uso delle corna, fatto con l’indice e l’anulare della mano, le cosiddette “fiche”, ecc.
Ma tantissime altre sono le caratteristiche che legano la civiltà villanoviano-etrusca, ai popoli di origine Semita, bisognerebbe fare un elenco lunghissimo. Dunque “villanoviani “autoctoni” (mi si perdoni questa definizione alquanto riduttiva del popolo etrusco) ma mescolati con popolazioni di origine orientale e forse (solo più tardi, con i Fenici) africane. Gli stessi etruschi definivano la loro etnia “Mexlum Rasneàs” e non ci vuole molto a capire che si tratta di una “mescola”, di un
insieme di razze, riunite sotto un unico Capo (Ras). Inoltre la cosa non ci dovrebbe meravigliare più di tanto, specialmente oggi, che arrivano migliaia e migliaia di questi profughi da località del medio ed estremo Oriente, per fortuna con intenzioni pacifiche e non come in passato, periodo in cui si registrano invasioni e razzie davvero devastanti, subite dalle popolazioni italiche. (
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Visto e considerato che la scrittura può essere un aiuto(ma non più di tanto), per capire l’origine dei villanoviani-etruschi, poiché non basta ritrovare un numero molto limitato di epigrafi (come è stato ritrovato nella piccola isola di Lemno nel Mar Egeo) per definire con sicurezza che una lingua e una scrittura (della quale noi possediamo invece decine di migliaia di epigrafi) assomigliano all’Etrusco (dobbiamo, in questo caso, definire e limitarci per forza al termine “etrusco” poiché non sappiamo con sicurezza assoluta quale lingua parlassero i villanoviani). Certo, per conoscere l’origine della lingua etrusca, bisognerà considerare un apporto notevole anche di certe popolazioni popolazioni dell’area dell’Egeo, come ad esempio i Lidi.
Ritornando all’argomento. Il cambio di certi costumi, l’adozione della scrittura, non sono elementi fondanti per affermare che il trapasso dal villanoviano all’etrusco sia stato repentino. Ciò proverebbe invece che alla popolazione multi-etnica “villanoviana” si sono aggiunte verso il VII sec. a.C. altre popolazioni, forse anche più progredite, di origine ORIENTALE (3).
Noi possiamo dunque affermare, con sufficiente certezza, che non vi sia stato un passaggio repentino delle lavorazioni dei metalli da forme artigianali e forme “industriali” ma sia stato un passaggio graduale nel
tempo. (Questo termine industriale, riferito ai villanoviani-etruschi è un po’ ingenuo. Basti pensare che i popoli da noi considerati estraevano dai minerali solo una piccola parte dei metalli che variava dal 30 al 50%). Un “industria” quindi ancora primitiva, ma senz’altro ottima per quei tempi.
E’ probabile che i villanoviani-etruschi, con l’apporto di certe popolazioni, specialmente (potrei ipotizzare anche) gli Hittiti, che erano “specialisti” nella lavorazione dei metalli, abbiamo dato un apporto decisivo per le tecniche di estrazione del minerale nelle miniere toscane e laziali e per la loro trasformazione in metalli e in armi, in modo particolare. A questo deve aggiungersi il perfezionamento dei mezzi di trasporto, delle navi, in particolare, per i trasporti via mare, e la costruzione di una rete viaria che collegava fra di loro le città tosco- laziali, di antica tradizione, e città cosiddette più moderne (circa V-IV sec. a.C.), dette “carovaniere”, situate in punti strategici, come Misa (Marzabotto), in provincia di Bologna e Gonfienti (Prato).
Per far capire meglio questo aspetto del cosiddetto “improvviso benessere” degli Etruschi, si potrebbe, ad esempio, fare un grafico, secondo i dettami della moderna statistica. Questo grafico del “benessere” Etrusco, è ipotizzabile, che abbia avuto un andamento crescente ma regolare all’inizio, dall’VIII al VII secolo, per poi avere una forte impennata nei secoli VII-VI a.Ce una rapida discesa nel sec. V a.C. Questo cambiamento è senz’altro dovuto allo sfruttamento dei minerali così ricchi nei territori tosco-laziali,i Monti della Tolfa, e in Toscana, in particolare, Elba, Campiglia, Populonia,ecc.
Non è ipotizzabile poter attribuire questo cambiamento di abitudini e questo benessere esclusivamente
all’agricoltura, alla forestazione, all’allevamento e all’artigianato, che sono tipiche di una società agricola, come lo era la cosiddetta società villanoviana.
Dunque gli etruschi debbono ai minerali tosco-laziali e alla estrazione e lavorazione dei metalli quel cambiamento economico, che li fa passare da popolazione semi-nomade a popolazione stanziale; che dalle capanne li fa risiedere in città-stato organizzate con case costruite in pietre murate; che da una religione primitiva, li porta a costruire templi in muratura sempre più belli e complessi; che dalla forma funeraria della cremazione dei suoi morti, si trasforma in inumazione in tombe a tumulo, alcune di queste ricchissime e monumentali, proprio come quelle orientali; che da una forma di baratto, passa ad una forma di monetazione; che da un linguaggio simbolico sacrale passa ad una forma di espressione alfabetica, ecc. ecc.
Si potrebbe fare una equazione, forse un po’ azzardata ma efficace: la società moderna (la Occidentale nostra per capirsi) si trasforma con l’industrializzazione avvenuta ad iniziare dal XVIII sec. e l’estrazione e lo sfruttamento delle materie prime e del petrolio iniziata agli inizi del sec. XX (energia quest’ultima, che ha permesso alla società odierna un progresso industriale e scientifico senza pari) come, la società antica villanoviano-etrusca si trasforma con lo sfruttamento intensivo delle miniere e la lavorazione dei metalli.

L’ORIGINE ACCADICO-SEMITICA DELL’IDRONIMO ‘ARNO’
Sono state fatte tante ipotesi sull’origine di questo idronimo (*) da parte di tanti storici e linguisti. Primo fra questi vorrei citare Massimo Pittau, linguista storico vivente, che in uno dei suoi ultimi libri “Toponimi () italiani di origine Etrusca”, ha definito in maniera quasi telegrafica l’origine del nome: “Arno (fiume, Toscana), è da connettere con il gentilizio femm. Etr. Arnai e con quello lat. Arnius, nonché probabilmente con l’tal. arna, arnia (voci prelatine, AEI,DELI) (DETR)”.
Forse l’Arno meritava qualche parola in più.
Giovanni Senerano (1911-2005), anch’egli linguista storico di fama a proposito del fiume Arno non si dilunga troppo, e scrive nel suo libro “Il popolo che sconfisse la morte – Gli etruschi e la loro lingua, Bruno Mondadori Editore, 2003”: “Il Devoto (uno dei suoi maestri, linguista) annota tra i nomi mediterranei Arno, “fiume dal letto incavato”. L’etimologia è quella di medioevale arna (la cassa o vaso delle api, istriano arno (insenatura rocciosa). Arnus che richiama il fiume profondamente incassato della Palestina, Arnon definisce il suo significato originario anche attraverso base semitica: accadico aranu”.
Mi sembra che fra i due illustri studiosi ci sia una convergenza sull’origine della parola Arno=arnia, con la differenza che il Semerano si spinge oltre l’etimologia italiana e romano-etrusca fino a giungere all’origine accadica del toponimo.
L’Arno d’argento al Girone-Fiesole (Firenze)
Secondo il Pittau (Dizionario della Lingua Etrusca, Libreria Dessì, Sassari, 2005) nella lingua etrusca esiste
anche il gentilizio Arnai: “Arnai “Arnia” gentil. Femm., da confrontare con quello latino Arnius (RNG), nonché probabilmente con l’ital. arna, arnia e con l’idronimo toscano Arno voci prelatine; AEI, DELI) (su vasi; Ad 2.31.32). Vedi Arni”
Un’altra studiosa ha proposto una etimologia aramaica: Arno=Leone vittorioso (Chiara Giannarelli – “E se Noé fosse approdato in Toscana?” Articolo apparso qualche anno fa sulla Rivista “Toscana Oggi”). Lascio il giudizio agli studiosi di lingua aramaica.
Il Semerano però propone qualcosa di più convincente sull’origine di questo idronimo e lo fa a proposito della derivazione del toponimo Asinario, che deriverebbe dall’aramaico “apsû (acqua profonda), calcato da û, aggettivo, “sorgente”, e di Nar, la Nera, accadico n ru, semitico nahr (fiume, “canal”).
Verso l’anno Mille (990-994 d.C.), Sigeric, arcivescovo di Canterbury in un suo viaggio a Roma elenca le varie tappe della Via Francigena, iniziando da Roma fino al Canale sulla Manica, cita, tra le altre, due località ubicate sul fiume Arno fra Firenze e Pisa: “Arne blanca” e “Aqua (Arne) nigra”, che, come abbiamo visto deriverebbero dall’accadico e dal semitico ed equivarrebbero a “Fiume bianco” e “Fiume nero”. Questa contrapposizione Arno (fiume bianco,) e Arne (fiume nero), confermerebbe in pieno la derivazione di Arno dall’accadico-semitico aranu (arnia). Infatti il letto del fiume Arno, a quei tempi, era paragonato ad un semi- tronco di albero, utilizzato per le arnie delle api. Questa spiegazione è convincente anche perché esso, come già detto, richiama il fiume della Palestina, Arnon.
Probabilmente queste popolazioni semite che ‘colonizzarono’ la Toscana verso il sec. X a.C., vollero dare all’Arno il nome Arnon in onore e in ricordo di un loro fiume, situato nella loro patria d’origine: la Palestina.
A conferma di questa tesi il nome di Firenze sembra derivare dall’accadico birêtî, birêtê, che significa “terreno circondato dalle acque. Il Milani in “Notizie degli scavi” nel sito etrusco fiorentino, entro la cosiddetta “città quadrata” afferma che “Florentia emerge con questo nome, presumibilmente ricalco sonoro di un precedente toponimo etrusco che doveva denotare un antico stanziamento lungo il fiume e del quale gli scavi per la sistemazione del centro, nell’Ottocento, fornirono testimonianza notevoli”.
Germani reali sulla sponda del fiume Arno al Girone- Fiesole (Firenze)
A questo punto sarebbe legittimo chiedersi quale strada o quale fiume hanno percorso le popolazioni semitiche per stanziarsi nell’odierna Firenze. La risposta mi sembrerebbe più che ovvia: risalendo con le barche il fiume Arno (al quale dettero il loro nome), da Pisa, fino ad arrivare alla bella vallata fiorentina circondata dalle
ubertose colline di Monte Morello, Fiesole, Settignano. Qui si sistemarono portando con sé una grande civiltà, le loro tradizioni, la loro religione, e anche la loro lingua.
(*) Idronimo equivale a fiume
(
) Toponimo equivale a nome di località

LA TOMBA DELLA MONTAGNOLA A QUINTO (FIRENZE)
La tomba della Montagnola, secondo la valutazioni degli archeologi, risalirebbe al sec. VII a.C. Si tratta di un edificio monumentale, usato per la sepoltura uno o più principi ed è composta da una aula o cella sepolcrale rotonda e da un corridoio di ingresso, detto dromos, e un corridoio scoperto che arriva al margine del grande circolo che costituisce il tumulo.
Sembra molto probabile che il dromos, da solo, costituisse già una tomba, e che la cella sepolcrale rotonda con una grossa stele al centro, sia di epoca posteriore.
Il ‘corridoio’ coperto di accesso è costruito con la tecnica della ‘falsa cupola’ a tholos, edificato con una tecnica particolare e cioè quella di chiudere la cupola senza l’ausilio di infrastrutture. Questa tecnica consisteva nel sovrapporre in anelli concentrici dei grossi massi squadrati, a forma di parallelepipedo (che secondo gli esperti sono stati estratti dalle cave di Monte Morello) di dimensioni e peso notevoli. Tale sovrapposizione però non avveniva con la tecnica dei massi sistemati “a filo di piombo”, ma ciascuna fila concentrica veniva fatta sporgere per un 20-30 per cento della larghezza dei massi, creando così anelli aggettanti verso l’interno che si rastremavano verso il centro della cupola fino a chiuderla; se si trattava di una dromos. verso il centro del ‘corridoio’ o dromos. Anche la porta interna di ingresso alla ‘falsa cupola’, di forma ogivale, è stata costruita con la medesima tecnica. Al centro della cupola, una stele di forma a parallelepipedo , arriva fino
alla sommità e ‘regge’ la lastra che copre definitivamente la struttura.
Non sappiamo la funzione esatta che questa stele avesse e sono state fatte più supposizioni una delle quali afferma che essa servisse per i riti funerari e per appendere oggetti di culto, immagini, ecc. Sicuramente, però questa non aveva una funzione architettonica di sostegno, in quanto la ‘cupola’ si reggeva con la sola spinta concentrica degli anelli, sempre più rastremati verso la parte sommitale.
E’ probabile anche che il tumulo di terra a forma di collinetta potesse avere, oltre al compito di celare la tomba e di renderla impermeabile alle intemperie, avesse anche quello di stabilizzare la ‘cupola’. Questa tesi tuttavia viene smentita dal fatto che la vicina tomba detta della Mula, che ha le stesse caratteristiche della Montagnola (è un po’ più piccola), non ha il pilastro centrale. Dobbiamo arguire quindi che lo stesso avesse altre funzioni.
Questa tecnica costruttiva che permette di costruire una cupola senza bisogno di incastellature, ha ispirato architetti di ogni tempo, in particolar modo nel Rinascimento. Noi sappiamo che presso la tomba detta della Mula (il nome forse deriva dall’etrusco, che significa ‘offerta’) fu costruita una bellissima villa Rinascimentale (detta della Mula appunto) che utilizzò la tomba per farne una cantina. Questa villa è stata ritratta anche nel Settecento dal pittore detto Il Volterrano, il quale ambientò in questa dimora il suo quadro con la rappresentazione di una delle famose “Burle del Piovano Arlotto da Macioli”. Ora noi sappiamo che il nostro grande Brunelleschi ebbe l’incarico di costruire la cupola di Santa Maria del Fiore, compito assai arduo, poiché
nessun architetto del tempo aveva finora trovato la soluzione giusta al problema. Sappiamo anche che questi grandi artisti del Rinascimento studiarono a lungo le opere dei classici greci, romani, ma anche etruschi, ed hanno lasciato disegni di questi loro studi e molti di questi si trovano al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi a Firenze. Siccome il Brunelleschi annunciò, con lo stupore di tutti, che avrebbe ‘voltato’ la cupola senza ponteggi, senza infrastrutture, è probabile che lo stesso abbia visitato, ad esempio, la tomba della Mula e abbia così scoperto il ‘segreto’ di tale costruzione e l’abbia proposto per la Cupola di Santa Maria del Fiore, ovviamente concependo un progetto molto più complesso di quello originale ma elementare degli etruschi.
E’ probabile che la falsa cupola ‘etrusca’ sia il risultato ‘affinato’ derivato dalla costruzione dei corridoi (dromos) e delle porte edificati con la stessa tecnica. Esempi di questo genere non solo li troviamo in Etruria, ma a Micene (dove la tecnica è più raffinata rispetto a quella etrusca, ma identica nel concetto) ed anche presso le civiltà del Messico. E’ quanto meno singolare o azzardato pensare di fare questo accostamento, tenendo presente ciò che insegna la storia dei nostri giorni. Cito alcuni esempi. Nel sito di Yaxchilán, fra il Golfo del Messico e l’Oceano Pacifico, in una galleria di accesso ad un edificio si osserva l’uso della falsa volta; lo stesso a Kabah, vicino al Golfo del Messico, l’Arco di Kabah, costruito con la tecnica del falso arco. Ci sono moltissime affinità nella maniera di costruire, e non solo, fra le civiltà del Centro e Sud America e il mondo Occidentale, in modo particolare con Micene e l’Etruria. Nessuno mai potrà negare le affinità che esistono ad esempio fra la ‘piattaforma’ con scala di Chichen Itza
(edificio destinato al sacrificio dei prigionieri di guerra), con il basamento a scala e decorazioni a volute della città etrusca di Cortona. Queste affinità non coinvolgono solo l’architettura, ma la tecnica di lavorazione della pietra, la lavorazione dell’oro, specialmente con la tecnica della filigrana: mi viene in mente il pettorale mixteco in oro rinvenuto nella tomba 7 di Monte Albàn; è affinità esistono pure anche in campo religioso. Forse gli Etruschi non hanno mai conosciuto gli Atzechi, i Maya e le altre civiltà sud-americane, ma ciò non toglie che tali civiltà, molto evolute, anche dal punto di vista della conoscenza astronomica e dell’orientamento con gli astri (forse era il loro principale interesse) si siano avvicinate di molto alle coste dell’Africa, della Spagna ed abbiano anche commerciato con quelle popolazioni. La scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo nel 1492 sarebbe solo la “scoperta dell’acqua calda”? Lascio a voi la risposta.
Termino dicendo, che contrariamente a quanto si era detto fino ad ora, a proposito degli Etruschi dell’Italia Centrale e, in modo particolare del comprensorio fiorentino e pratese, sia tutto da rivedere. I proprietari delle tombe della Mula, della Montagnola, erano gente (principi o re) che avevano, come si dice a Firenze “una ballata di quattrini”, erano ricchi sfondati, proprietari latifondisti terrieri e gestivano il commercio della grande strada etrusca che dal Tirreno (Pisa?) arrivava nell’Emilia-Romagna in soli tre giorni. Lo testimoniano i ritrovamenti della città di Gonfienti, di Quinto, di Comeana, di Artimino, di Palastreto. Le pendici occidentali del Monte Morello, quelle che guardano Peretola e le zone adiacenti erano tutte coltivate e non boschive come lo sono adesso. Lo dimostrano i terrazzamenti del terreno, delimitati da muretti a secco,
ora ‘occupati’ dagli abeti, dove forse una volta regnavano le piante mediterranee, prime fra queste gli olivi e la vite.
Gli Etruschi non finiscono mai di stupirci. Per fortuna!
MISTERI DELLA LINGUA ETRUSCA: IL FALLO, DEFINITO “BISCHERO” DAI FIORENTINI E’ IL “VISCR” ETRUSCO?
Anche se l’argomento può prestarsi a fare delle battutacce o della facile ironia, noi dobbiamo esaminare l’argomento con serietà.
Oggi la parola ‘bischero’ (*), è usata con grande dovizia sia in ambiente fiorentino che toscano, ma è conosciuta ormai in ogni angolo dell’Italia.
Secondo i ‘luminari’ della lingua ‘ufficiale’ italiana essa viene usata solo in un paio di occasioni. Cito testualmente il vocabolario della lingua italiana Zingarelli. “Bischero – a) legnetto degli strumenti a corda, piccolo, per tendere le corde; b) bischello, pezzetto di legno per chiudere l’otre”. La “bischeriera” sarebbe il luogo dove si conficcano i bischeri negli strumenti.
Ora esaminiamo come sono fatti i “bischeri” per gli strumenti musicali. Si tratta in sostanza di cavicchi, fatti a forma di chiave, rotondeggianti, allungati, di forma ‘falloide’, nella parte inferiore e terminanti nella parte superiore con una specie di dischetto, per poter girare il cavicchio, o ‘bischero’ che si voglia chiamare.
Il ‘bischello’ o zipolo o ‘zipillino’ come viene chiamato nelle campagne toscane, è anch’esso un piccolo legno rotondeggiante, di lunghezza variabile, un po’ rastremato alla sommità. Che viene infilato nel buco dell’otre per richiudere la botte contenente il vino.
Già da questi esempi si deduce che “bischero” è un qualcosa a forma di ‘fallo’ che viene inserito in una cavità adatta alla circonferenza del ‘bischero’.
L’accostamento quindi del ‘bischero’ usato per scopi musicali o in enologia con il ‘fallo’, organo umano e animale per la riproduzione, mi sembra fin troppo evidente. Si potrebbero fare altri esempi, ma mi sembra che si rischierebbe di cadere un po’ nel volgare e quindi mi astengo.
Noi dobbiamo provare però che la parola fiorentina ‘bischero’ derivi della loro antica lingua: l’etrusco, con prove e documenti convincenti (). Prima però dobbiamo parlare un po’ delle ‘offerte’ (o forse anche ex-voto) oggetti riprodotti in bronzo o ceramica, offerti agli dei, che sono stati ritrovati nei santuari sparsi un po’ in tutta l’Etruria. Essi consistono in mani, piedi, dita, statuette di offerenti, uteri, intestini e molti, moltissimi falli dalle fogge più differenti. Alcuni presentano solo il fallo altri anche i testicoli.
Il discorso ci porta immediatamente ad esaminare una epigrafe etrusca ritrovata a Paterno di Vallombrosa (AR) che specifica: “EIT VISCRI TUTE ARNTH ALITLE PUMPU ”, che tradotto in italiano significa: “Questo ‘viscere’ ha donato Aruns Alitillius Pomponius”. Questa iscrizione è incisa su una tavoletta di offerente, della
metà del III sec. a.C; l’offerente allunga la mano sinistra nella quale tiene un viscere, che dagli studiosi è stato identificato variamente: come un cuore, oppure un fegato, o un fallo.
Se è vero che ‘viscri’ può essere tradotto in senso generale con ‘viscere’ è altresì vero che il fallo in etrusco è chiamato ‘viscri’, parola da cui deriva vocabolo fiorentino ‘bischero’.
Questa tesi verrebbe ulteriormente avallata dal fatto che nella zona del litorale maremmano, in particolar modo nel livornese, l’organo maschile viene detto popolarmente ‘budiello’ vale a dire un viscere. E la frase: “i’ budiello di tumà” (il budello o viscere di tua mamma) equivarrebbe al fiorentino “i’ bischero di tumà”.
Da quanto sopra esposto, mi sembra che niente lasci un margine di incertezza al fatto che la parola del linguaggio fiorentino ‘bischero’ derivi dall’etrusco. Tuttavia la parola potrebbe avere ‘agganci’ (derivazioni) linguistici con lingue ancora più antiche. Non vogliamo però andare oltre e ci fermiamo qui.
Note:
(*)Il fallo, organo di riproduzione maschile, come pure l’organo femminile, erano tenuti in grande considerazione dagli etruschi, anche perché essi rappresentavano simbolicamente il maschio e la femmina. Questi simboli (insieme ad altri) erano messi presso le entrate delle tombe (vedi ad esempio Cerveteri, Marzabotto, ecc.) per significare che la tomba apparteneva ad un uomo oppure ad una donna, oppure
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ad entrambi, se ad esempio marito e moglie venivano tumulati in una tomba di famiglia.
(
) E’ stata spiegata da taluni l’origine di questa parola con un aneddoto che riguarderebbe una ricca famiglia fiorentina del Quattrocento, i Bischeri appunto, che si sarebbe indebitata per faciloneria. Oggi ‘bischero’ significa anche ‘facilone’, una persona poco scaltra, caratteristica non comune ai Fiorentini che sono scaltri, acuti e dotati di una grande intelligenza.
Bibliografia: Massimo Pittau – Dizionario della lingua etrusca – Libreria Dessì – Sassari
EPIGRAFIA ETRUSCA (LO STUDIO DELLA LINGUA DEGLI ETRUSCHI ATTRAVERSO LE EPIGRAFI)
Un preziosissimo reperto ritrovato nell’area fiesolana. Si tratta di un cippo confinario “Tular”
E’ molto difficile stabilire l’origine, intesa nel senso della provenienza, di un popolo antico, in quanto tutti i popoli hanno subito “contaminazioni” con altre civiltà nel corso dei secoli. Così lo è stato per gli Etruschi. Varie sono le teorie di provenienza di questo popolo: autoctonìa, vale a dire che gli Etruschi hanno sempre abitato il suolo italico e in particolar modo quello della odierna Toscana e del Lazio confinante con la stessa. C’è poi la teoria opposta, quella della provenienza da “fuori” dell’Etruria-Vetus (cioè il territorio che prima ho accennato) e qui le teorie sono varie e non posso, per ragioni di spazio neppure accennarle. Per le teorie suddette gli Etruschi originano dai Greci antichi, dai Traci, da certe popolazioni africane (Cartaginesi ecc.),
dagli Egizi, dagli Israeliti, dai popoli della Mesopotamia, dai popoli nordici, dai Celtici, ecc. ecc. Io credo che la prova inconfutabile della provenienza di un popolo sia la lingua e i “frustoli” dell’originario linguaggio che ancora esistono in questa lingua. Noi diciamo che l’italiano deriva dal Latino, e su ciò diciamo una verità, però bisogna tener conto che gli Etruschi furono colonizzati dai Romani con il metodo “della frusta e della carota”. I Romani poi, riuscirono a “seppellire” tutte le altre civiltà italiche pre-romane, sovrapponendo ad esse la loro civiltà e distruggendo tutto ciò che ricordava o riguardava quei popoli, con alcune eccezioni.
Una epigrafe etrusca su una urnetta nel Museo Etrusco di Fiesole
I Romani accolsero di buon grado ed assimilarono, anzi fecero loro, ciò che apparteneva agli altri, come ad esempio il modo di misurare i terreni (groma o gruma); l’ordinamento giuridico delle città stato etrusche; il loro modo di concepire la religione (ma solo in alcuni aspetti); il modo per costruire e delimitare le città, e così via. Questo vale un po’ per tutti gli altri popoli che sono stati in contatto, che hanno commerciato o che hanno combattuto con gli Etruschi.
Ma c’è un elemento inconfutabile che ci rivela in modo inequivocabile la provenienza originaria di un popolo. E’ questo la scrittura? No, poiché gli Etruschi, ad esempio, “mutuarono” il loro alfabeto, forse a cavallo fra i sec. VIII e VII a.C. dai Greci della città di Cuma, che gli Etruschi avevano colonizzato (I greci cumani subirono la sorte degli etruschi: da colonizzatori a colonizzati: “sic transit gloria mundi”). Però gli Etruschi “mutuarono” l’alfabeto etrusco, ma non la loro lingua: cioè il greco antico. Perché questo? Perché gli Etruschi erano una “mexlum”, una “mescola” di popoli, provenienti da vari
regioni del Medio Oriente, ma principalmente dalla Mesopotamia, cioè la ragione che si trova fra i due fiumi il Tigri e l’Eufrate.
La maggioranza di questa “mescola” di popoli era di origine semitica, poiché parlavano, come lingua ufficiale l’aramaico antico, la lingua che parlava anche Gesù Cristo. Perché dico questo? Per una serie infinita di ragioni, che in questa sede sarebbe troppo lungo descrivere, ne accenno un paio. L’alfabeto greco, di Cuma, era “destrorso” cioè andava da sinistra verso destra. Perché dunque gli Etruschi (questo nome glielo dettero i Romani, essi in realtà si facevano chiamare “Rhasena”, cioè: “depilati”) scelsero per la loro scrittura un andamento sinistrorso (da destra verso sinistra), o al massimo “bustrofedico”?
E perché alcune lettere dell’alfabeto greco non vengono usate dagli Etruschi? La risposta è che l’aramaico, come l’etrusco si scriveva da destra verso sinistra e che tali lingue non necessitavano di alcune vocali e di alcune consonanti. Gli Etruschi ad esempio non usarono la lettera “o” poiché l’equivalente di questa vocale era la “u”, una “u” allungata, un misto fra “o” ed “u”. Gli Etruschi non usarono la consonante “d”, la consonante “b”, essi usarono invece altre consonanti come ad esempio “th”, la cui pronuncia è in tutto simile al “th” inglese e americano, oppure al “th” dei toscani, come nella parola “patata”, pronunciata “pathatha”. Poi c’è la famosa “c” aspirata, detta “gorgia toscana”, la cui origine è mesopotamica, che viene usata solamente dai toscani, neppure dai Laziali. La famosa frase “la mi’ ‘agna l’ha sette ‘agnolini, tutti e sette con la ‘oda (Trad. La mia cagna ha sette cagnolini, tutti e sette con la coda). Un altro elemento importantissimo che ci assicura la provenienza del popolo Toscano e dell’Etruria-Vetus
dalla Mesopotamia sono i nomi dei fiumi quasi tutti di origine aramaica: il Marta, il Fiora, l’Arno che passa da Firenze, ecc. Lo stesso vale per i nomi delle città. L’etimologia di Firenze deriva dall’aramaico, lo stesso vale per altre città della Etruria Vetus, Roma compresa, che pare derivi da “Ruma” (anche il questo caso la pronuncia era una “allungata”, un misto fra “o” ed “u”.
Tutto ciò per dire, in linea di massima dell’importanza della lingua per arrivare all’origine di un popolo. Poi sappiamo bene che l’Etruria, prima ancora dei Romani fu sconfitta (solo parzialmente) da Greci, dai Celti ed è chiaro che ci saranno evidenti influssi di queste civiltà nella lingua Etrusca a partire dal V-IV secolo a.C.
Pertanto quando si studia la lingua etrusca, bisogna tener conto anche di questi apporti linguistici meridionali (Greci, ecc.) e settentrionali (Celti, ecc.)
Detto questo veniamo alla prima epigrafe etrusca:
“MI LARTHIA” (Ego Larthis) Traduzione italiana: “Io (sono) di Larthia” Traduzione inglese “I belong to Larthia”. Questa epigrafe è semplicissima ed sicuramente è arcaica, anche in virtù della semplicità del testo. Larthia non è un nome femminile ma “Larth” al genitivo. E’ stata rinvenuta nella Tomba Regolini- Galassi a Cerveteri. La scritta si trovava su uno skyphos e su un amphoriskos (non ci facciamo ingannare dai nomi greci delle suppellettili, dati per convenienza dagli archeologi del passato). “Mi” etr. equivale all’italiano “io sono (appartengo)” e all’inglese “I belong”; Larthia invece è un genitivo, nel senso che io appartengo a Larth (Vedi per le Epigrafi: Massimo Pittau: “Testi Etruschi” – Bulzoni Editore – Roma 1990)
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Un’altra epigrafe:
“MINI MULVANICE MAMARCE VELXANAS” (Memet donavit Mamercus Vulcanius) “Mi ha donato Mamerco ( da cui deriva Marco) Uulcanio (di Vulci, della città di Vulci, Etruria Sett.) “Mamerco (Marco) gave this to me as a gift”. Già in questa epigrafe cominciamo ad entrare nella lingua etrusca vera e propria. Se “mi” equivaleva a “io sono” nel senso dell’appartenenza, “mini” invece è un genitivo e corrisponde “a me”. “Mulvanice” si pronuncia “mulvanike” con la “c” dura e il radicale “mul” significa “donare”, “offrire”. Cito un esempio: a Firenze, in località Quinto esiste una tomba etrusca arcaica, detta tomba della “mula”. Mula non significa l’animale, femmina del mulo, ma appunto tomba della “offerta”, ovvero della dedicazione a un dio etrusco. Anche “Mamarce” si pronuncia “mamarke”. Poi “Velxanas” si pronuncia “Uelcanas” (la “V” si pronuncia “U” e la “X” si pronuncia “C” , per cui è facile arguire che si tratta della tomba di un certo Marco (o Mamerco) originario della città-stato di Vulci. E’ questa un’iscrizione sillabica graffita su un’anfora di bucchero, rivenuta a Cerveteri, VII-VI sec. a.C.
LA ‘GRANULAZIONE’ ETRUSCA
La “granulazione” era una tecnica antichissima di decorazione, usata magistralmente dagli Etruschi, che consisteva nell’applicare sui monili, sulle spade, su oggetti di pregio, delle piccolissime sfere d’oro, di grandezza inferiore o poco superiore al millimetro.
Detta così, in due parole, la cosa potrebbe sembrare perfino banale: si prendono delle sferette d’oro uniformi
o di vario spessore e si incollano al bracciale, al manico di una spada, ad un oggetto di arredamento, ed è fatto! Le cose non stanno proprio così. Cercherò di dare una spiegazione di questa tecnica in maniera molto semplice, di modo che tutti possano capire.
Questa tecnica è antichissima e risale almeno al 2500 a.C. e i primi oggetti ritrovati con decorazione granulata provengono dalla tombe reali di Ur, in Mesopotamia. Gli Etruschi, applicarono questa tecnica decorativa con risultati eccellenti a partire dall’VIII-VII sec. a.C. I reperti più antichi sono: la fibula a sanguisuga di Tarquinia (VIII sec. a.C.), l’orecchino a disco dell’Antikensammlung di Berlino, la grossa fibula a disco della tomba Regolini- Galassi di Cerveteri del 650 a.C (circa).
La “granulazione”, abbiamo visto, consiste nell’applicare, o meglio nel saldare, piccole sferette d’oro su un monile dello stesso metallo pregiato. Per essere molto sintetico e chiaro dirò come vengono fatte queste minuscole palline e la maniera con cui vengono alloggiate sull’oggetto da decorare. Prima di tutto le sferette. Da un sottile filo di oro, venivano tagliati piccoli (millimetrici) segmenti; questi venivano messi in un crogiuolo, mescolati con polvere di carbone. Il composto veniva riscaldato fino a portare a fusione i piccoli segmenti d’oro, che si trasformavano in piccole bilie auree. Queste sferette venivano selezionate e a seconda del disegno che si voleva realizzare e venivano “incollate” sul monile. Per ‘incollare’ le piccole sfere all’oggetto da decorare, sempre in oro, veniva usata una sostanza speciale chiamata “crisocolla”, dal greco chrysos (oro) e kolla (colla). Questa non era una colla vera e propria, come la intendiamo noi. Essa era in sostanza un sale che si formava dal rame immerso in una soluzione acida. Questo sale di rame (“crisocolla” per i greci; “santerna”
per gli etruschi), che doveva servire da ‘legante’ (saldante), veniva posto fra il monile da decorare e le sferette, poi messo a riscaldare su fornelli di carbone. Appena il fuoco arrivava al punto giusto di fusione, il sale di rame (rameico), si trasformava in metallo e si univa in lega con l’oro, saldando così le piccole bilie al monile.
Se solo pensiamo che questa tecnica veniva praticata da almeno 4500 anni, possiamo comprendere il grado di civiltà che le popolazioni della Mesopotamia avevano raggiunto e con esse gli Etruschi, lontani discendenti delle stesse che le applicarono in Etruria solo a partire dall’VIII-VII sec. a.C.
Per una curiosità, sempre nello stesso periodo VIII-VII sec. a.C., iniziò la produzione del “bucchero”, sorta di ceramica imitante il metallo, anche questa praticata dagli Etruschi e la cui tecnica di produzione è tutt’ora un mistero.
Rif. Bibliografici
G.Nestler-E. Formigli – Granulazione Etrusca – Ed. Nuova Immagine, Siena, 1994
Paolo Campidori – Firenzuola – Gli etruschi sulla riva del Santerno? – da Mugello, Romagna Toscana, Valdisieve, Toccafondi Editore, 2006
R. Staccioli – Gli Etruschi – Un popolo tra mito e realtà – New Compton Editori, Roma 2005
Museo Minerario dei Parchi della Val di Cornia – Campiglia che mi ha concesso gentilmente di fotografare i minerali esposti.

LA CHIESA DI SAN NICCOLO’ A CASALE (FIRENZE) EDIFICATA SU RESTI DI UN EDIFICIO ETRUSCO?
E’ una notizia da vagliare con attenzione. Tutta la zona alle falde del Falterona era di origine etruscae di qui passava un’antichissima strada che portava in Casentino e poi ad Arezzo, città ‘rasna’.   Questa chiesa ,  si trova in un punto riparato della montagna, in posizione sopraelevata rispetto al paesino di Casale presso Castagno di Andrea, Comune di San Godenzo, sull’antichissima strada che portava in Casentino (Arezzo) sarebbe chiesa pre-romanica costruita sui ruderi di un tempio etrusco. Purtroppo una gigantesca frana di un costone che si staccò dal Monte Falterona (dall’etrusco “Trono degli dei”) cancellò e sommerse buona parte di quel territorio. Si salvò invece la zona che si trovava in posizione nord-ovest, dell’attuale paese (ricostruito) di Castagno di Andrea e del borgo detto Casale, che si trova più a valle.
Questo è quanto ho scoperto in un recentissimo sopralluogo alla chiesa, cui è parroco Don Bruno Malevolti, della Curia Fiesolana, amico dei maggiori artisti contemporanei. Lo proverebbe un masso squadrato con una breve epigrafe, che per il momento, non è stata ancora decifrata con sicurezza. Sono ben visibili una ‘L’, una ‘A’, una ‘P’. Ovviamente l’epigrafe va letta da destra verso sinistra, secondo l’uso della scrittura etrusca.
“La piccola chiesa romanica (di S. Niccolò a Casale), costruita su un castelletto del Conte Guido di Battifolle, risale almeno ai primi anni del Mille. Costruita con grossi blocchi di arenaria (pietra del luogo ndR) ben squadrati e allineati, ha l’abside munita di un semplice collare sgusciato (Il Mugello – Massimo Certini – Pietro Salvadori – Edizioni Parigi e oltre, 1999).
“La presenza dei Guidi a Stia è per la prima volta menzionata in un atto di donazione rogato nell’aprile del 1054 nella camera del pievano di Santa Maria situata in Stia nel Casentino. Dal documento appare infatti che il donatore fu un Conte Guido figlio del fu Conte Alberto di
legge e origine Ripuaria” (Emanuele Repetti “Stia” in Dizionario Geografico, fisico, storico della Toscana)
“Nel 1341 quando i fiorentini per vendicarsi del Conte Guido Alberto….assediarono la Rocca di San Bavello e la distrussero, impadronendosi di San Bavello, di Santa Maria a Ficciana e di San Niccolò a Casale” (Chiesa di san Niccolò a Casale – Intervento di restauro conservativo – Arch. Alberto Raimondi e Ricerca storica a cura di Franca Zerboni Zoli e Gloria Piani, Rufina 1993)
“La chiesa di S. Niccolò a Casale, risalente al XIV sec. (in cattive condizioni, ma è previsto il restauro)” (Massimo Becattini – Andrea Granchi Alto Mugello-Mugello Val di Sieve – Ed. Comunità Montana Alto Mugello.Mugello- Valdisieve – Ed. Giorgi e Gambi, Firenze 1985)
“La località Casale viene ricordata per la prima volta nella Bolla di Jacopo il Bavaro del 1028, quando il Vescovo fiesolano donò alla chiesa di San Godenzo alcuni luoghi limitrofi…..(compresa la) ‘Villa quae dicitur Casale’. In realtà la chiesa di San Niccolò è citata per la prima volta, come parrocchia appartenente al piviere di San Bavello, nel Decimario Vaticano del 1299, non compare invece nella decima del 1274-75 e 1276-77 pubblicata dal Guido Guidi (Gloria Piani – Chiesa di san Niccolò, op.cit.).
Nelle Rationes Decimarum del 1302-3 la chiesa di San Niccolò a Casale risulta appartenente alla Pieve di San Lorino (o San Leolino in Montanis). (Renato Stopani – Il Contado Fiorentino nella seconda metà del Dugento – Salimbeni Editore – Firenze, 1979)
Il Piviere di San Leolino in Montanis risultava composto delle seguenti chiese:
–  San Leolino in Montanis – Pieve
–  San Laurentii de VISOLE N.B. QUESTO TOPONIMO. INFATTI FIESOLE IN ETRUSCO ERA DETTO “VIPSL”, “VISUL”
–  San Donati de Carabucheçça
–  San Gaudenti de Varena
–  S. Martini de Castangnio
–  S. Marie de Fecciano
–  S. Nicolai de Casale 
Forse è bene soffermarsi su questo antichissimo Piviere di San Leolino. 
“In questa Pieve io credo, che possa essere stato sepolto l’istesso Vescovo e Martire San Leolino, a cui essa è dedicata…..supponendosi che facilmente questo Santo fosse appunto martirizzato in Val di Sieve, a tempo di Massimiano” Il Piviere faceva parte del Comune di San Leolino, il cui sigillo riporta la scritta in carattere gotico onciale: “CHOMUNIS SA LIOLINO” (Giuseppe Maria Brocchi – Descrizione della Provincia del Mugello – Stamperia Albizzini – Firenze 1748). 
Vale la pena soffermarsi un po’ sulle chiese plebane che facevano capo al piviere di San Leolino nel 1302-3. 
S. GAUDENTII DE VARENA 
“Ha inoltre questa Chiesa Pievania (S: Leolino) sotto di se ammensata un’altra chiesa col suo Popolo, intitolata San Gaudenzio Abate posta nel luogo detto VARENA ed è situata sopra una collinetta in distanza di circa un mezzo miglio dalla detta Pieve” (Giuseppe M. Brocchi, op.
cit.)
“Per Varena è stata finora prospettata per i toponimi Varena (oltre che in Val di Sieve il toponimo Varena esiste in altre località d’Italia, in provincia di Trento e Lecco. Il Pittau cui si riferiscono queste note non aveva preso in considerazione, o non era a conoscenza, del toponimo Varena in Val di Sieve, il quale è stato aggiunto da me. Continua il Pittau: “…il gentilizio maschile etrusco “Varnia” è entrato nel latino in queste quattro varianti: VARNAIUS, VARIN(I)US, VAREN(I)US, VARENNUS. Ebbene la corrispondenza del toponimo VARENA, VARENNA con i gentilizi VAREN(I)US, VARENNIUS è del tutto chiara, ma molto di più lo è per la vocale, col gentilizio maschile VARNA” (Massimo Pittau – Dizionario Etrusco – Dessì Editore)
S. LAURENTI DE VISOLE (VIERLE?)
Visole è il nome che risulta nei documenti relativi al posto su cui è costruita questa chiesa. C’è da notare un particolare molto interessante e cioè, sia Visole (pron. Uisole) sia Vierle (prob. Pron. Uierle) potrebbero essere di origine etrusca e significare Fiesole. Per la voce Fiesole rimando al Dizionario del Pittau (op. cit.), (ma anche a mie precedenti ricerche: vedi Paolo Campidori Mugello, Altomugello e Valdisieve , Borgo S. Lorenzo 2005) in cui Fiesole viene tradotto con VIPSL, VISL. Ora noi sappiamo che la “V” si pronuncia in lingua etrusca “U” e quindi noi avremo “UIPS” e “UISL”. Abbiamo però visto che la “U” nella scrittura gotica-onciale viene scritta con la lettera “V” vedi foto Sigillo di San Leolino in cui la parola “Comune” è scritta “CHOMUNIS”. Quindi è lecito pensare che la “V” di Visole nelle Rationes Decimarum
del 1302 fosse una “U”, e ciò permetterebbe di dedurre con sicurezza assoluta che “Visole” significhi “Fiesole”. Dunque avremmo un S. Lorenzo di Fiesole.
Questa precisazione è molto importante perché ci permette di stabilire che tutto questo territorio della Val di Sieve apparteneva alla città etrusca di Fiesole (Per l’ortografia del toponimo Visole vedi anche: Dizionario di abbreviature latine e italiane – Munauali Hoepli – Milano 1996).
S. Donato a Carabucheçça (SAMBUCHETA)
Mi viene in mente il nome di una chiesa nel firenzuolino S. Maria a Caburaccia, in antico detta Cabuderaccio. Fra le ipotesi che sono state fatte c’è anche quella che significasse “Ca’ bu d’Arezza” e cioé “Casa sulla strada di Arezzo”. Caburaccia si trovava infatti sulla strada etrusca che dal Peglio (località a monte di Firenzuola) e passando da Caburaccia e Sasso di San Zanobi si immetteva in quella che poi diventerà, in epoca romana, la Via Flamenga per raggiungere la Romagna. Mi sembra che lo stesso accostamento si potrebbe fare anche per Carabucheçça di san Leolino, e cioè posta sulla strada che conduce ad Arezzo.
SAN NICOLAI DE CASALE
“Nel diploma del Vescovo di Fiesole Jacopo del 1028 è ricordata una “villa quae dicitura Casale”, ma non la chiesa, costruita su un castelletto del Conte Guido di Battifolle, la quale pur tuttavia, con la scorta dei documenti non dovrebbe risultare di un’epoca di quella molto posteriore” (Francesco Niccolai – Mugello e Val di Sieve – Borgo San Lorenzo 1914).
In un prologo al libretto “Chiesa di San Niccolò a Casale – San Godenzo Firenze – Intervento di Restauro conservativo – Ricerche a cura di Franca Zerboni Zoli – Gloria Piani – Rufina 1993” dell’Arch: Alberto Raimondi che ha curato il restauro della Chiesa di Casale, in data 6 giugno 1993 ci descrive lo stato in cui la Chiesa si trovava in quel periodo prima del restauro: “Fatiscente, lesionata nelle strutture orizzontali e verticali, al punto da essere dichiarata inagibile per motivi di sicurezza è stata completamente smontata dall’alto in basso e rilegata con cordoli sia al piano fondazioni che alla quota del legno”.
Riguardo alla chiesa di S: Niccolò a Casale ritengo interessante riportare alcune righe dal libro del Pinelli (Marco Pinelli – Romanico in Mugello e Val di Sieve – Edizioni dell’Acero – Empoli 1994) “La chiesa di San Niccolò a Casale sorge nell’omonima località posta su un’altura a metà strada tra San Godenzo e Castagno d’Andrea, nel territorio plebano di San Leolino.” “La chiesa – continua Pinelli – ha facciata a capanna con portale d’ingresso con architrave sorretto da mensole di restauro. In alto si apre un occhio circolare…..All’interno l’edificio si presenta con la consueta aula unica conclusa dall’abside semicircolare, con copertura a capriate lignee in vista”
Fin qui tutto chiaro si tratta dunque di una chiesa romanica, sorta con molta probabilità sui resti dell’antico castelletto del Conte Guido di Battifolle. I Conti Guidi di Modigliana e di Poppi, erano detti “di Battifolle”, poiché avevano un loro castello a 5 Km. Da Castel San Niccolò lungo la strada che conduce a Montemigniaio passando per Rifiglio. “Questi Conti amavano ritirarsi in questo luogo prima di tutto per amore di quiete, in secondo luogo perché essi erano del
partito avverso a quello dei parenti di parte Ghibellina che vivevano a Poppi (Alfio Scarini – Castelli del Casentino – Cortona (AR) 1987).
Il Conune di Firenze, allorché la città crebbe di importanza e in popolazione, già nel 1107 iniziò la conquista di castelli e fortezze del contado. Il primo a cadere fu il Castello di Monte Orlandi, poi nel 1113 quello di Monte Cascioli (entrambi dei Cadolingi). Nel 1135 cadde il Castello di Monte Buoni, di proprietà dei Buondelmonti e nel 1154 il potentissimo castello di Montedicroce dei Guidi situato presso Fornello in Val di Sieve. Queso evento segna l’inizio della fine dei Conti Guidi.
Nel 1254 un Conte Guido Guerra, figlio di Marcovaldo, cedette al Comune di Firenze il Castello di Montemurlo. Simile sorte toccò al Castello di Romena acquistato dai Fiorentini per 9600 fiorni d’oro. Più tardi nel 1377 la Signoria di Firenze acquistò dai Guidi il Castello di Modigliana con tutto il restante loro dominio.
Fu in questo contesto di aspre guerre portate avanti dai Fiorentini per sottomettere il potere feudale, periodo che dura all’incirca un paio di secoli, che furono distrutti i castelli dei Guidi, in particolar modo quelli che si trovavano vicino a Firenze, nella valle della Sieve, nella zona che va da Montedicroce a San Godenzo in Mugello. Spesso l’ostilità non toccava le chiese che sorgevano a lato dei castelli (Vedi ad esempio San Niccolò alla Pila che sopravvisse alla distruzione del castello e ne abbiamo notizia fino alla metà del 1700, ma l’elenco potrebbe continuare). Non sappiamo e, fino ad oggi, non abbiamo trovato i documenti che riguardano l’abbattimento del castelletto del Conte Guido di Battifolle presso il quale (o sui ruderi del quale) sorgeva
la chiesa di San Niccolò a Casale. Ritengo doveroso porci però il quesito di quando sia stata costruita esattamente la chiesa. Dobbiamo accettare la tesi del Niccolai il quale dice che la chiesa “non dovrebbe risultare di un’epoca molto posteriore a quella del 1028” (data del primo documento che cita la “Villa” di Casale), oppure dobbiamo dar credito a Massimo Becattini e Andrea Granchi che nel loro libro (op. cit.) fanno risalire la costruzione della chiesa nel XIV secolo?
Io ho visitato recentemente la chiesa di San Niccolò a Casole in occasione della celebrazione dei defunti (1 novembre 2008), e posso dire, contrariamente a quanto hanno asserito certi autori che mi è sembrata una chiesa bellissima, originalissima nelle sue strutture di un romanico perfetto. E’ stato questo un restauro veramente meritevole, portato avanti da un architetto valentissimo Alberto Raimondi, che ha potuto lavorare con l’aiuto determinante del popolo di Casale e del suo parroco e mecenate Don Bruno titolare di Casale e San Godenzo.
Non voglio fare attribuzioni sulla data di costruzione della chiesa, non spetta a me farlo, ma a specialisti del settore: a storici e a critici d’arte. Io, come appassionato di storia e arte medievale ed etrusca posso solo dire che San Niccolò a Casale è una chiesa talmente bella che tutti dovrebbero visitare, per l’aria di antico che vi si respira, per la pace che infonde negli animi, per l’umiltà e la pulizia con le quali si esce arricchiti, per la posizione pittoresca nel panorama che la circonda. Davvero un capolavoro!

POPULONIA, NECROPOLI DI SAN CERBONE: CIMITERO CON ‘AFFACCIO’ SUL GOLFO DI BARATTI
Che gli Etruschi fossero dei buongustai, questo si sapeva. Che gli stessi dedicassero una cura particolare ai loro defunti, anche questo era cosa risaputa; Che essi scegliessero dei luoghi incantevoli per costruire le loro città e i loro villaggi, anche questo rientrava nel loro modo di vivere. Ma che essi potessero scegliere la bellissima baia del Golfo di Baratti (Populonia) per costruire il loro cimitero monumentale, con ‘affaccio’ sul mare, questo, almeno secondo le nostre conoscenze, era cosa abbastanza rara, se non unica.
La Necropoli, in altre parole il cimitero monumentale, quello dei ricchi Etruschi, se vogliamo possiamo paragonarlo al “Verano” di Roma (cimitero delle personalità romane odierne), era a valle, mentre la città era arroccata sulla collina sovrastante, dove esistono ancora le mura ciclopiche. Per gli Etruschi del VII sec. a.C. oppure per quelli del V sec. a.C. la morte doveva essere meno difficile da affrontare sapendo che i loro corpi, iniziavano il loro viaggio verso l’Ade, verso il mondo misterioso e sconosciuto dell’aldilà.
Era proprio qui presso questa necropoli monumentale che iniziava il loro lungo viaggio che avrebbe traghettato le loro anime, e forse anche i loro corpi, in una destinazione ignota, dopo questa prima tappa. Ma essi erano consapevoli che avrebbero dovuto affrontare difficoltà di ogni genere per raggiungere la mèta, per questo nelle loro tombe, portavano con sé il necessario per la ‘sopravvivenza’: un rasoio per gli uomini, uno specchio per le donne, delle monete per pagare i vari
demoni, e poi oggetto di uso comune: vasi, calici, brocche per il vino, profumi, monili, e perfino il cibo.
Insieme a queste cose, la tomba ospitava il corpo del defunto, oppure le ceneri conbuste poste in vasi di terracotta e coperti da una ciotola.
Proprio lì nel porto del piccolo golfo di Baratti, un po’ appartato dalle grandi barche portavano i minerali di ferro dall’Elba, c’era una piccola barca, fatta apposta per loro e con essa gli Etruschi di Populonia, cominciavano, idealmente’ il “grande viaggio”, verso lo stupendo mare, carico di tramonti infuocati, rinvigoriti dal buon vino, con cui erano state purificate le loro ossa e dal buon olio d’oliva, che i familiari del defunto avevano arricchito di profumi spezie odoratissime.
Questo cimitero, fu scoperto quasi intatto, sotto una coltre di sei-sette metri di avanzi della lavorazione del ferro, che furono accumulate, forse in periodo romano. Questi “rosticci” furono poi riutilizzati prima del periodo bellico, nel periodo del Fascismo, dopo che i Paesi di quasi tutto il mondo avevano chiuso i battenti all’Italia di Mussolini.
Fu proprio in questi frangenti che furono scoperte le prime tombe, che via via vennero riportate in superficie e poste sotto la tutela della Soprintendenza Archeologica.
In questa necropoli di san Cerbone, le tombe, secondo gli esperti archeologi, sono databili dal VII al V secolo a.C.; due secoli che corrisponderebbero al periodo in cui all’Elba le fornaci per estrarre il ferro furono costrette a chiudere, a causa della mancanza del combustibile: la legna. Infatti in tutta l’isola, detta la “fumosa”, era stata fatta tabula rasa di tutti gli alberi e di tutte le foreste.
Populonia era già sede di forni fusori per l’estrazione dei metalli dai minerali che provenivano dalle colline circostanti, ricche di vegetazione e di alberi adatti alla combustione forni fusori. Inoltre Populonia era la sede ideale per questa attività poiché insieme ai minerali metalliferi associava una ricchezza di acque, anch’esse indispensabili per l’attività mineraria e metallifera.
In questo cimitero, se vogliamo seguire una classificazione ‘didattica’, un po’ noiosa, per la verità, troviamo tombe a tumulo, dall’aspetto di una collinetta, dolce, come le colline del volterrano. Queste tombe erano circolari, e il basamento a tamburo, non interrato, quasi sempre in ‘panchina’ (una pietra arenaria di questo posto). Siccome questa pietra, non era molto compatta, gli ‘ingegneri’ Etruschi avevano escogitato una sorta di ‘coronamento’ (piccola tettoia) sopra le stesse, allo scopo di preservarle dalle intemperie e dai rigori invernali. La porta e in cunicolo di ingresso, circa sei-sette metri (se vi piacciono i paroloni: il ‘dromos’), con celle laterali, dopodiché si entra nella camera sepolcrale rotonde, quadrate o rettangolari. Nella tomba dei Carri (così chiamata perché è stato trovato un carro da parata all’interno di una di queste), era senz’altro una tomba Principesca, o se vogliamo del Lucumone (l’equivalente del Re). L’interno è circolare con la tipica volta ’etrusca’, che non è una vera volta, intesa come la intendiamo oggi (oppure al tempo dei Romani), poiché gli Etruschi non la conoscevano. Le loro ‘volte’ erano basate sulla sovrapposizione di file di pietre squadrate, aggettanti verso l’interno, fino a restringersi nella parte finale superiore, che veniva coperta da una lastra. Siccome gli Etruschi non conoscevano neppure i “contrafforti”, (vedi chiese gotiche, Milano ad esempio), essi erano costretti a controbilanciare le spinte della cupola con della terra.
Un sistema analogo a questo è stato della ‘cupola’ etrusca è stato usato dal Brunelleschi per ‘voltare’ da cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze. In sostanza, questo grande architetto e scultore, avrebbe inventato quella che si dice comunemente “l’acqua calda”. Sicuramente il Brunelleschi avrà visto, da qualche parte una copula, fatta di pietre aggettanti. Dico questo poiché, io lo ripeterò fino alla nausea, gli Etruschi non sono mai morti e non moriranno mai, grazie a Dio. Quindi tutte le loro usanze, nonostante la “damnatio memoriae” degli antichi Romani, sono sopravvissute insieme a tutto il resto (lingua compresa). Nella zona, antichissima strada Etrusca che da Fiesole porta in Mugello, presso Montesenario (ipotesi: Monte degli dei), ci sono alcuni pozzi, con le coperture a cerchi concentrici aggettanti di etrusca memoria.
L’ACROPOLI DI POPULONIA
Populonia è una città etrusca tutta da scavare e tutta da scoprire. Gli scavi condotti attualmente sulla sommità del colle hanno riportato in luce tre templi, definiti semplicemente tempio A, B e C. Ancora ne sappiamo troppo poco per definire a quali divinità essi fossero stati eretti.
I templi erano rivolti ad oriente, ad eccezione del tempio B la cui facciata guardava a mezzogiorno. Gli edifici sacri, secondo le ricostruzioni, poggiavano su podi in pietra, ciascuno con una breve scalinata che conduceva ai sovrastanti portici, realizzati con una o due file di colonne. Il tetto a capanna era fatto di travi di legno e coperto con embrici in cotto. Oltre ai templi, prospicienti il mare, gli scavi hanno riportato alla luce altri edifici, l
cui ricostruzioni sono e restano ipotetiche. Una breve strada basolata lunga circa cinquecento passava in mezzo agli edifici e collegava questi ultimi con i templi.
Sempre negli scavi dell’Acropoli sono emerse fondamenta di edifici che risalgono al periodo romano della città, edifici caratterizzati da pavimenti in mosaico con scene marine, una delle quali raffigura il naufragio di una nave. Sappiamo che solo una piccola parte del sito è stata riportata alla luce e ci sarà da lavorare molto in quanto la città etrusca era molto grande.
Lasciato lo scavo archeologico ci si incammina per un anello, una stradina sterrata, fino ad arrivare ad un punto panoramico. In questo luogo la vista si apre e, come per un miraggio, si scopre uno dei paesaggi più incantevoli della costa etrusca. Proprio davanti a noi l’Isola d’Elba, che nei giorni sereni è visibile in tutta la sua grandezza e bellezza. E’ questa l’antica isola di Aithalia (la fumosa), chiamata così dai greci a causa dei molti forni estrattivi che si trovavano allora sull’isola. Sulla sinistra si distende la costa rocciosa del promontorio di Populonia. E’ un paesaggio meraviglioso, che nessuna fotografia, nessuna tela, anche del migliore artista, può, non dico uguagliare ma nemmeno imitare in maniera convincente.
Lasciando a malincuore questa bellissima postazione, in mezzo alle piante odorose della macchia mediterranea, si prosegue per un sentiero che conduce presso un sito dove sono state ritrovate testimonianze archeologiche riconducibili a un insediamento di epoca villanoviana e sul quale sorgevano capanne etrusche.
Poco prima però la macchia mediterranea si apre regalandoti un altro bellissimo scorcio paesaggistico, si
tratta del Golfo di Baratti, una sorta di piccola insenatura, una distesa di acqua azzurrina, non paragonabile per la sua bellezza a nessun altro panorama. Sempre in questo punto, prima di arrivare al sito delle capanne, sono visibili i resti di un tratto delle antiche mura etrusche. Da qui ti rendi conto in maniera tangibile di quanto fosse grande e importante questa città-stato etrusca,e quanto grande fosse estesa e imponente la sua cinta muraria.
Una brevissima deviazione della strada e siamo davanti al sito delle capanne, del villaggio villanoviano, il primitivo villaggio dal quale si formerà l’importante città-stato di Popluna (o Pufluna), tanto importante da battere moneta propria.
Per quanto riguarda la cosiddetta area delle capanne, nella quale sono evidentissimi grandi buche sul terreno roccioso, ammesso (e non concesso) che si voglia escludere l’esistenza in quel luogo di una necropoli, sarei più propenso a ritenere, semmai, quei pozzetti dei luoghi per la raccolta delle acque piovane. Io sono del parere, tuttavia, che si tratti di tombe a pozzetto, come ne esistono di simili sulle alture di Quinto, presso Firenze, in in località Palastreto, necropoli molto simile a questa, con buche dello stesso diametro, anche lì scavate in terreno galestroso. Riterrei comunque di escludere queste buche come i luoghi dove venivano allogati i pali delle capanne per le seguenti ragioni:
1- le buche hanno un diametro di circa 70-80 cm, veramente troppo grandi per dei pali destinati a reggere una capanna, le cui pareti erano fatte di materiali leggeri. Ritengo che il diametro di tali pali potesse raggiungere, al massimo, il diametro di 20-30 cm.
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2 – il terreno, o meglio il piccolo pianoro sul quale sarebbero state costruite le capanne, una ovoidale e una rettangolare, non è in posizione orizzontale, ma su un pendio piuttosto inclinato. Ora mi sembra davvero improbabile che popolazioni villanoviane, seppur primitive, piantassero le loro tende in un terreno non orizzontale, ma addirittura caratterizzato da una certa pendenza.
Finito il percorso dell’acropoli merita una visita il museo di Populonia che si trova all’interno delle mura del paese, vicino alla Rocca. Si tratta di un piccolo ma interessantissimo museo che raccoglie le testimonianze archeologiche del territorio. Fra queste una bellissima testa scolpita etrusca del V-IV secolo a.C. Il museo inoltre ospita interessantissimi pezzi in terracotta e in bucchero oltre a reperti in bronzo.
E’ una giornata questa, dedicata alla visita dell’acropoli di Popolunia, spesa molto bene, che ne vale veramente la pena e che mi sento di raccomandare a tutti
CECINA: IL MUSEO ARCHEOLOGICO
Dico subito che il Museo Archeologico di Cecina, dipendente dal Ministero peri Beni Culturali e Ambientali non è di facilissima reperibilità, poiché si trova un po’ fuori mano, in località San Piero in Palazzi, in direzione nord, ed ubicato in una struttura storica, plurifunzionale della Villa dei Guerrazzi. Il Museo raccoglie i reperti archeologici provenienti dal territorio circostante della Valle del fiume Cecina. Vale veramente la pena visitare questa realtà museale, i cui reperti sono ordinati in ordine cronologico ed esposti in vetrine
realizzate con criteri moderni e illuminate sapientemente con moderna tecnologia.
Come ogni altro museo archeologico della Maremma, anche questo di Cecina si caratterizza per alcuni pezzi di straordinaria importanza, come ad esempio il cinerario di Montescudaio, i bronzi della necropoli di Casa Nocera, il calice in bronzo di Casaglia, il tavolino in bronzo proveniente dalla necropoli di Casa Nocera, come pure l’ascia proveniente dallo stesso sito. Ma su tutti, primeggia, per l’effetto dirompente che ha sul visitatore, la corona aurea proveniente dalla necropoli di Belora.
Il primo impatto, o meglio la prima piacevole impressione il visitatore l’ottiene davanti al Cinerario di Montescudaio. Al riguardo di questo importante reperto c’è da notare che un successivo restauro, rispetto alla foto riportata in catalogo, ha ripristinato una lacuna della statuetta, inserendogli nella mano destra una specie di martellone, con il quale la divinità intende colpire il defunto (?) che si appresta a consumare la cena dei defunti. Questo cinerario differisce dagli altri cinerari, forse più antichi, per queste statuette inserite sul coperchio a forma di ciotola e per una ulteriore statuetta seduta sull’ansa del cinerario. La decorazione dello stesso è caratterizzata da grandi croci solari realizzate in rilievo.
Altri reperti di notevole interesse sono rappresentati dai bronzi provenienti dalla necropoli di casa Nocera. Stupisce di questi manufatti in bronzo, in modo particolare, l’alta qualità della fabbricazione degli stessi. I pezzi sono infatti realizzati con la tecnica della martellatura a sbalzo in rilievo, creando decorazioni a baccellature di straordinario interesse artistico. Bellissima e interessantissima è anche una pisside
cilindrica realizzata in lamina di bronzo, sempre sbalzata, con dei piccoli pendagli, forse dei sonaglietti, appesi a delle catenelle sempre in bronzo. Bellissimi anche due calici bronzei, l’uno a forma di tazza cilindrica e l’altro a forma di coppa, sempre cilindrica.
Un tavolino sempre in bronzo con il piano cilindrico e la base a forma di treppiede ci testimonia dell’ alto risultato raggiunto dagli etruschi nella lavorazione dei metalli e del bronzo in particolar modo.
Un altro reperto che mi sembra di una importanza davvero notevole è l’ascia in bronzo con manico ricurvo, sul quale sono sistemate una serie di paperelle stilizzate. Questa ascia mi sembra molto simile ad un reperto ritrovato nell’isola di Lemno. Ciò testimonierebbe in favore di una certa ‘liaison’ esistente fra le genti abitanti in questa parte dell’ Etruria e le genti delle isole del Mare Egeo e delle coste anatoliche. Ma un reperto su tutti accende la nostra fantasia di appassionati d’archeologia e d’etruschi. Si tratta di una corona aurea, forse appartenente una famiglia regale o di alto lignaggio.
Di questo reperto formato da foglia d’oro finissima ottenuta tramite martellamento, stupisce l’alto grado di conservazione e soprattutto la lucentezza davvero abbagliante. Questo popolo davvero era maestro nella lavorazione dei metalli di ogni genere che proprio in questa parte della Toscana erano abbondantissimi: rame, ferro, piombo, argento, ecc. Vorrei infine menzionare una bellissima statuetta in bronzo raffigurante un cervo. Si tratta di uno dei reperti con un livello artistico notevole a dimostrazione, se ancora ce ne fosse di bisogno, della maestria raggiunta da questi antichi popoli dell’Etruria, nel forgiare e nel modellare a loro piacimento i metalli, tanto da diventare esportatori
in tutto il bacino del Mediterraneo.
Questo di Cecina è davvero un museo importante e particolare, poiché come in ogni realtà museale, si trovano dei reperti unici.
UN MUSEO ARCHEOLOGICO? MEGLIO FARSELO IN CASA?
Farsi un museo in casa propria, oggi non è più tanto difficile, come una volta e non è neppure tanto caro. Dobbiamo decidere anzitutto se vogliamo un museo della preistoria, egizio, etrusco o romano poi il resto viene da se. Optiamo per un museo archeologico generico che parta dalla preistoria e arrivi fino all’epoca romana. Nessuna difficoltà.
Iniziamo con degli strumenti preistorici che provengono dall’Egitto: lame dentellate, raschiatoi, ecc.; sette pezzi, il tutto ad Euro 250/300;
due tavolette cuneiformi di argilla, impresse a crudo, provenienti dalla Mesopotamia, in buono stato di conservazione; Euro 300/400;
un frammento di sarcofago dipinto su legno stuccato, provenienza Egitto. epoca tarda circa 716-30 a.C.; Euro 300/400;
una maschera Egizia, in legno scolpito e dipinto in nero e bruno, produzione Egitto; stato di conservazione
ottima, datato Nuovo Regno 1540-1075 a.C.;
un sigillo da scriba in faïence (ceramica) turchese, modellato a stampo; a sinistra l’Ape, animale araldico dell’Alto Egitto, Euro 250/300;
una bellissima collana in pasta vitrea, con vaghi colorati, datazione III-II sec. a.C Euro 400/450; un alabastron (piccola bottiglietta per profumi) corinzio, argilla e vernice bruna, ottimo stato di conservazione, datato 575-550 a.C., Euro 1.800-2.200;
un grande skyphos, argilla giallina, vernice nera; nella fascia centrale fascia con teoria di animali: un toro con la testa abbassata affronta un leone ruggente (il solito tema sfuggente della vita e della morte); datazione ultimo quarto, VII sec. a.C., Euro 750/900;
un grande olpe a rotelle etrusco-corinzia, argilla figulina camoscio, vernice bruna, decorato in quattro fasce con cigni, pantere, capridi e due galli affrontati seguiti da sfingi; produzione Etruria meridionale, datazione VII, inizi VI sec. a.C., Euro 6.200/6500;
grande oinocoe (caraffa) trilobata etrusco corinzia; argilla, vernice bruna e paonazza, datazione prima metà VII sec. a.C., Euro 500/600;
un bellissimo Kantaros (il nome ‘cantero’ esiste anche nel linguaggio toscano; è una coppa a due anse) di impasto bruno lucidato a stecca; produzione Etruria meridionale, datazione fine sec. VIII, inizi sec. VII, Euro 600/700;
grande oinochoe a rotelle in bucchero nero, lucidato a stecca, provenienza Etruria, Chiusi, datazione metà VI sec. a.C.. Euro 2.220/2.500; urnetta cineraria con coperchio in argilla depurata rosata; la cassa è decorata con la scena dell’eroe con l’aratro; produzione Chiusi, II sec. a.C., Euro 5.500/6.500;
fronte di urna volterrana, in alabastro scolpito, nella scena una barca con quattro uomini a bordo: il nocchiere seduto; un uomo in piedi che trattiene un altro uomo per la vita, in atto di gettarsi in mare, ecc.; produzione Volterra, datazione III sec. a.C. Euro 2.000/3.000;
una moneta romana in oro, statere con testa di Filippo II, laureata (con corona di alloro), in buono stato di conservazione; datazione 359-336 a.C., Euro 900/1200;
due rasoi villanoviani in lamina di bronzo con decorazione a incisione sec. IX a.C.; stato di conservazione: lacunosi e ossidati, Euro 800/1200;
una rara olla (una sorta di pentola) biansata (con due manici) in bronzo con importanti anse plastiche modellate a kouros, produzione Etruria settentrionale, datazione570-550 a.C., Euro 16.000/22.000;
bellissima e importante collana in lamina d’ oro, e pietre dure di epoca romana imperiale, peso gr. 117, I sec. a.C. Euro 25.000/30.000.
L’elenco potrebbe continuare a lungo con vasi, teste fittili, statuette, , patere, olle; tutti reperti che variano da un prezzo di 200 ai 1.000 Euro. Insomma per fare un ‘museino’, doc, fatto in casa, con reperti sicuramente originali, di pregio, alcuni di questi anche rari e
importanti, non spenderemmo più di 100.000 Euro, prezzo equivalente a una delle tante auto semi-lusso, che vediamo sfrecciare, numerosissime sulle nostre strade italiane. Basta consultare uno dei tanti cataloghi editi dalle principali Case d’Asta internazionali, per rendersene conto. Io mi sono documentato su un catalogo di una Mostra d’asta della Casa d’Aste Pandolfini, Firenze, 11 dicembre del 2003, che ebbi, allora, il piacere di visitare e vi posso assicurare che ebbi l’impressione di trovarmi di fronte ad oggetti veramente di pregio. Dobbiamo tenere conto che in quasi dieci anni i prezzi (2003) saranno lievitati in misura del 10-15%; una cifra del tutto trascurabile considerando l’importanza e la bellezza degli oggetti messi all’asta.
Bibliografia: Pandolfini – Archeologici, Dicembre 2003
Casa d’Aste – Reperti
I CELTI SECONDO CAIO GIULIO CESARE
Il “De bello gallico” (La guerra gallica) di Giulio Cesare descrive gli avvenimenti dal 58 al 51 a.C. Cesare, per conquistare la Gallia (in meno di 10 anni), prese più di ottocento città, sottomise alla sua autorità circa trecento popoli diversi, combatté con coraggio contro tre milioni di uomini, dei quali ne uccise un milione e un altro milione ne catturò (Plutarco, Biografie parallele, Biografia di Giulio Cesare). Il grande storico Theodor Mommsen, Storia di Roma, puntualizza, con un pizzico di amarezza, che: “gli uomini comuni vedono i frutti della loro opera; il seme di genio invece cresce lentamente”.
Secondo l’illustre studioso: “E’ opera di Cesare…se l’Europa è diventata romana, se l’Europa germanica è divenuta classica…”. Riguardo ad Alessandro, altro genio: “passarono secoli prima che si comprendesse che Alessandro non aveva soltanto creato un regno effimero in Oriente, ma che aveva introdotto in Asia l’ellenismo; altri secoli passarono prima di comprendere che Cesare non aveva soltanto acquistato per i Romani una nuova provincia, ma che aveva fondato la romanizzazione delle province occidentali….”.
Chi erano i Celti per Cesare e per i Romani? “Gallia est omnia divisa in partes tre, quorum una incolunt Belgae, aliam Aquitani, terital qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur” Così Cesare definisce la nazione dei Galli: “La Gallia, nel suo insieme, è divisa in tre parti; una abitata dai Belgi, un’altra dagli Aquitani, la terza dai popoli chiamati localmente Celti e da noi (Romani) Galli” (Cesare, La guerra Gallica, Libro I, Cap. I).
Quindi il popolo antichissimo chiamato dei Celti o celtico, veniva dai Romani chiamato dei Galli o gallico. Questi popoli: Belgi Aquitani, Celti differivano fra loro per linguaggio, istituzioni, leggi (Hi omnes lingua, institutis, legibus inter se differunt). E’ chiaro quindi che si tratta di tre popoli diversi. I Belgi erano più forti di questi tre popoli ed erano anche quelli più chiusi nei confronti degli stranieri. Essi, molto di rado, permettevano ai mercanti di visitare il loro paese poiché temevano – aggiunge Cesare – “che venissero introdotte merci che avrebbero potuto infiacchire i costumi delle loro genti” (minimeque ad eus mercature, saepe commeant atque ea quae ad effeminandos animos pertinent important).
Data la loro vicinanza con i Germani, essi combattevano quasi ogni giorno per tenerli lontani dalle proprie terre. Lo stesso capitava agli Elvezi, essendo anche essi vicini ai Germani. Questo era il territorio della Gallia, nel suo insieme.
Chi erano I Celti o Galli per i Romani e per Cesare? I Celti occupavano quella parte della Gallia compresa fra il fiume Garonna e il Rodano. Ma vediamo più da vicino chi erano i Celti (per i Romani: Galli). “In omnia Gallia forum hominem qui aliquo sunt numero atque honorem genera sunt duo” (In Gallia (leggi Celti) vi sono due categorie di uomini che sono tenuti in grande conto e in grande onore. “Sed de his duobus generibus alterum est druidum, alterum equitum”. Delle due categorie sopraccennate l’una era quella dei druidi, l’altra quella dei cavalieri. Accanto a queste due categorie vi erano coloro che appartenevano alla plebe, e che erano considerati alla stregua degli schiavi. Tanto è vero che da soli non potevano prendere nessuna decisione né partecipavano ad alcuna assemblea. Ricapitolando la popolazione celtica era divisa in tre categorie: cavalieri, druidi e plebe. Noi Toscani potremmo dire che essi erano divisi in tre categorie: furbi, semi-furbi e bischeri (tutti conoscono il significato di quest’ultima parola).
I Cavalieri erano coloro che detenevano il capitale, la ricchezza, grande numero di servi, erano in altre parole la classe dominante, ovvero la nobiltà che aveva in mano le redini del potere civile (escluso quello religioso). I Cavalieri sarebbero i “furbi”. Anche oggi ce ne sono tanti, non è vero? Il loro compito era quello di partecipare alle guerre (in media una l’anno), portando con sé armi, servi e clienti in maggior numero possibile; come si dice; “armi e bagagli”. I Druidi, l’altra casta privilegiata, si interessavano del culto, provvedevano ai sacrifici
pubblici e privati, interpretavano le cose attinenti alla religione. Questi oggi rappresenterebbero il nostro Clero: Vescovi e sacerdoti, con poteri e privilegi però molto più ampi di questi ultimi. Essi avevano pure il loro Papa, al quale era demandata l’interpretazione delle cose attinenti alla loro religione (quindi il loro Magistero). Ad essi spettava l’esercizio della giustizia sia pubblica che privata, e se qualcuno non si atteneva al loro giudizio essi venivano banditi dalle funzioni (scomunicati). Questi erano considerati empi e scellerati, e tutti evitavano di incontrarli e di parlare con essi.
I maggiori privilegi dei druidi erano quelli di non partecipare alle guerre e di non pagare le tasse. Sarebbero, questi, la classe dei “semi-furbi”, sopra accennata. La classe infima, quella cioè dei “bischeri”, era la plebe, considerati come schiavi, pertanto non partecipano a nessuna iniziativa e a nessuna assemblea. Quando erano oberati dai debiti, si vendono ai loro padroni i quali li trattavano come degli schiavi (A Firenze si dice: “quando uno nasce bischero, muore bischero”). I Celti quindi non erano nient’altro che una società di tipo feudale come ne esistevano molte durante il nostro Medio Evo, in Italia e all’estero. Riguardo ai Druidi, cioè la classe sacerdotale, è bene mettere in evidenza un particolare che ci può aiutare nello studio di altre popolazioni antiche, come ad esempio gli Etruschi. I discepoli dei druidi, che erano sempre numerosi, dovevano imparare tutto a memoria ( di tempo ne avevano, in quanto il noviziato durava un ventennio). Per gli altri affari invece usavano la scrittura, usando l’alfabeto greco (NB). Ma perché la casta dei sacerdoti doveva tenere a memoria tutti i versi della loro religione? Per due ragioni: una perché non volevano che le norme che regolavano la loro organizzazione venissero a
conoscenza del volgo; la seconda ragione riguardava la praticità dell’apprendimento. Infatti privilegiando la scrittura, si era portati a non tenere in esercizio la memoria. I Celti credevano nell’immortalità dell’anima e che questa al momento della morte corporale passasse da un corpo all’altro. Eliminata la paura della morte, questo poteva andare tutto a vantaggio delle classi dirigenti per incitare i giovani al valore e al coraggio nell’affrontare le guerre. I druidi insegnavano ai giovani le loro conoscenze sugli astri e i loro movimenti; sulla terra e la sua natura, e sul potere degli dei. Tra gli dei veneravano Mercurio, inventore di tutte le arti, guida dei viaggi, patrono per i commerci e il guadagno. Oltre a Mercurio adoravano Apollo, Marte, Giove, Minerva e Marte. A quest’ultimo, facevano voto di bottino e dopo la vittoria sacrificano il bestiame e accumulavano in un punto tutto il resto facendo dei grandi falò. I Galli (Celti) affermavano di essere tutti discendenti del Padre Dite. Calcolavano il tempo contando le notti. Permettevano ai figli di presentarsi in pubblico solo in età da poter prestare il servizio militare. Aggiunge Cesare, meravigliato: “….i Celti credono che sia una cosa vergognosa che i figli si fermino davanti al padre quando questi compie atti sessuali?” (filiunque puerili aerate in publico in conspectu patris adsistere turpe ducunt).
Già perché i Romani…..in fatto di lussuria….! I funerali dei Celti erano lussuosi: veniva dato alle fiamme (rogo) tutto ciò che apparteneva al defunto, compresi animali, servi e clienti cui il padrone era affezionato. Tutto e tutti venivano bruciati insieme al defunto. Questi erano i Celti, secondo Cesare, e dobbiamo fidarci di lui che li conosceva molto bene!
Bibliografia:
Cesare – La guerra gallica (De bello gallico) – (Traduzione Fausto Brindesi) Edizioni BUR Rizzoli, Milano 1974
T.G.E. Powell – I Celti -Est – Il Saggiatore – Milano, 1999 Titolo originale dell’opera “The Celtis” – Thames and Hudson, Londra, 1958
Mario Torelli – Storia degli Etruschi – Editore Laterza, Bari 2007
Paolo Campidori – Capire gli Etruschi – Toccafondi Editore, Borgo San Lorenzo (Firenze), 2010

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CAPIRE GLI ETRUSCHI -LIBRO DI PAOLO CAMPIDORI


CAPIRE GLI ETRUSCHI – LIBRO DI PAOLO CAMPIDORI

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PROLOGO
Verso il 1975-6, quando il mio primo figlio aveva circa due anni, fummo invitati da una parente di mia moglie, da una zia, a trascorrere le vacanze estive in Maremma, per l’esattezza a Montalto di Castro, presso Tarquinia, in Maremma. Questa zia, ora in là con gli anni, si chiamava, e si chiama Velia, nome che per quei posti è tutto un programma. Essa aveva una casetta ammobiliata a Marina di Montalto, che volentieri ci affittò per il mese di luglio. Nonostante che io fossi un po’ riluttante all’idea di passare le vacanze al mare (in quel periodo ero appassionato di alta montagna, amavo soprattutto la Val d’Aosta, Courmayeur e la Val Veni) acconsentii e accettai la cosa un po’ a collo torto. Allora, non sapevo, o quasi, cosa fossero gli Etruschi, però già da una decina di anni, forse di più, mi interessavo di arte e di storia della stessa, essendo impiegato presso la Soprintendenza Antichità e Belle Arti di Firenze.

A Montalto di Castro, presso Tarquinia, dove viveva la zia di mia moglie, la zia Velia, nome di origine etrusco, tutto parlava di questo antico popolo: gli etruschi. Per dire la verità questa cittadina laziale, ai confini con la Toscana, era un po’ il centro dei “tombaroli”, che sarebbero coloro che, con uno strumento particolare, sondavano il terreno, per ricercare le tombe etrusche. Ricordo che qui a Montalto c’era un gran “commercio” (mi riferisco a trent’anni fa e forse più) di anfore, di buccheri, di cocci vari. Era facilissimo, anche se io non l’ho fatto, poiché sapevo che la cosa era rischiosa, ma soprattutto illegale, ottenere da qualche conoscente della Velia, che faceva il mercante clandestino, una manciata di cocci etruschi. Io stesso, ricordo, una volta, di essermi recato presso un laghetto molto bello, una specie di grande pozza formata dal fiume, a monte del quale vi era una bella cascata d’acqua, che creava un ambiente ricco di bellezza e di mistero. Presso questo “laghetto” c’era una discarica, usata, sembra, dai tombaroli, dove essi lasciavano i detriti, i frammenti non utilizzabili del loro commercio clandestino. Vedendo tutti questi “cocci” multicolori, grandi sì e no tre-quattro centimetri, alcuni completamente neri, di bucchero, io ne raccolsi una manciatina e la portai a casa. La misi su un tavolino della terrazza e lasciai che questi “cocci” venissero impregnati di sole e di luce.

Improvvisamente mi accorsi che questi frammenti di ceramica, così belli a vedersi, così misteriosi circa la loro origine, cominciarono a raccontarmi la loro storia. Alcuni di questi erano decorati, altri ricoperti di una vernice vetrificata, altri ancora erano manici di vasi o di Kilix o di patère, che pur isolati dal contesto dell’oggetto a cui appartenevano, avevano il loro fascino. Toccando poi quei frammenti avevi l’impressione che fossero “vivi”, che in un modo o in un altro ti erano riconoscenti, poiché li avevi preservati da un nuovo oblìo, infatti di li a poco sarebbe passata la ruspa del Comune che li avrebbe rotolati giù da chissà quale discarica. Avevi l’impressione che quei frammenti ti volessero parlare, ti volessero insomma raccontare la loro storia millenaria. Fu così che iniziai a chiedermi chi fossero quelle genti, quei popoli, che avevano modellato così bene l’argilla, per farne delle meravigliose terrecotte o dei buccheri per il loro vivere quotidiano.

Chi erano questi etruschi? Quanti anni fa avevano vissuto la loro storia, per quanti secoli hanno lasciato le loro orme su questi terreni caldi e rossastri come la lava dei vulcani che era diventata poi tufo vulcanico, dove gli etruschi avevano scavato le loro tombe. Iniziai così ad interessarmi di loro e fui preso da quella “febbre” che non contamina solo gli etruscomani o gli etruscologi, ma anche gli egittologi e un po’ tutti i ricercatori delle civiltà antiche. Cominciai ad acquistare libri, cataloghi, monografie sulle singole città etrusche e piano piano iniziai a visitare quei luoghi fascinosi e allo stesso tempo avvolti da un mistero quasi impenetrabile. Poi quei colori delle ceramiche, quelle ocre, quei verdi rame degli utensili, di quelle che ancora oggi noi chiamiamo “mezzine”, che usavano fino a non molto tempo fa anche nelle nostre campagne e che erano in tutto e per tutto uguali a quelle ritrovate nelle tombe etrusche ed ora esposte nei musei di tutto il mondo.

Dopo la teoria, la pratica. Dopo cioè aver letto il contenuto di diversi libri ed essermi appassionato ad ogni aspetto della vita civile, politica e religiosa di questo popolo, iniziai la visita “sistematica” dei siti archeologici più importanti come Vulci, Tarquinia, Roselle, ecc. La mattina portavo in spiaggia mia moglie con il figlioletto Leo, e subito dopo partivo, sotto il sole cocente e abbagliante di quell’estate maremmana verso l’entroterra, per visitare tutti quei luoghi così nuovi per me, anche così diversi dal nostro vivere quotidiano. Mi incamminavo, da solo, per sentieri, in mezzo alla “macchia mediterranea”, in mezzo a gole rischiarate solo da un po’ di luce che veniva dall’alto, fra le campagne di olivi, calpestando la terra rossastra in mezzo a quei paesaggi “solari”, una volta percorsi da quelle genti meravigliose. Per fortuna, per prima cosa, scelsi di visitare un luogo molto significativo, forse il più significativo in assoluto, quello che parlava della religione di questo popolo, religione che era così radicata, in ogni atto in ogni istante della loro vita, in pace come in guerra, durante i loro svaghi, come in occasione di cerimonie funebri. Questo monumento rappresentava tutto poiché era il simbolo assoluto del loro credere, della loro religione, presa sul serio in ogni istante della loro vita, e non come vorrebbero farci credere certi storici quando parlano della loro religione esclusivamente come una specie di diavoleria, di esorcismo, di magia o di superstizione.

La prima cosa che visitai fu il luogo dove sorgeva il tempio a Tarquinia. Era questo un luogo “solare”, intendendo per “solare” non solo il significato letterale, che può significare un luogo pieno di luce, pieno di calore, ma “solare” anche in senso magico, mistico. Forse la mia “sensibilità”, nel senso di concepire e percepire il trascendentale, in maniera forse più accentuata che in altre persone, senza tuttavia scendere ai livelli della extra-sensorialità o del paranormale, quei momenti passati entro l’area del tempio etrusco mi davano delle sensazioni, quasi reali, di “rivivere” in un certo senso la “presenza” e la “vita” dei nostri antenati etruschi, quindi delle forti imporessioni ed emozioni.
In quel luogo, così appartato dalla moderna città, però a breve distanza, nella campagna tarquinese, la vita sembrava essersi fermata. Intorno al tempio cperano greggi di pecore al pascolo, esattamente come è supponibile fosse circa tremila anni fa, e poi prati e olivi, una distesa di verde che copriva tutto il dolce declivio della vallata. Tutto era rimasto immutato, per fortuna. La vita, il “brulichio” immaginario dei fedeli che andavano e venivano dal tempio, davano l’impressione di una cosa reale, la sentivi, la percepivi, era come “spalmata” nei massi squadrati che formavano i muri della base del tempio. Ripeto, io non sono un “sensitivo”, parola oggi tanto usata per definire quelle persone che credono di avere dei poteri soprannaturali o extra-sensoriali, fenomeni molto discutibili che nella maggior parte dei casi sfociano in fenomeni di occultismo, spiritismo o addirittura di stregoneria. Tuttavia, trovandosi in questi luoghi, talvolta quasi inaccessibili, come ad esempio presso le tombe rupestri a Sovana, a Pitigliano, a Sorano etc, è inevitabile che una persona, dotata di una certa “sensibilità”, dotata di una certa capacitò di “viaggiare” con la propria mente attraverso secoli e secoli di storia, in altre parole, una mente “preparata”, una mente “addestrata”, provi certe sensazioni, che n on hanno niente a che vedere con il paranormale.

Mi parve interessante un certo esperimento, a metà fra la ricerca archeologica e la paranormalità di un gruppo di “sensitivi”, che trascorsero alcune notti nel buio e nel silenzio più assoluto, nel mistero trascendentale di quei luoghi, presso un sito archeologico, mi sembra di Cerveteri, registrando i rumori della notte con uno speciale “registratore”, un apparecchio sensibillisimo ai rumori. Questi sensitivi e ricercatori, allo stesso tempo, miravano a registrare certe voc che, pare, fossero state udite in questi luoghi archeologici, voci misteriose, di gente che pronunciava frasi in una lingua a noi sconosciuta: l’etrusco. Ovviamente, io non credo a certe cose, tuttavia mi sembra interessante, piena di fantasia e di fascino sentir dire da questi “sensitivi”, di aver registrato ad esempio lo scalpitio di cavalli e voci di cavalieri e amazzoni, passati proprio nelle vicinanze, voci e scalpitii “percepiti” solo da questo strumento sofisticatissimo. Anche se ritengo che la cosa sia molto opinabile, tuttavia dobbiamo ammettere che ha una certa poeticità, un certo fascino.

Questo per dire che, indipendentemente dai risultati di quell’esperimento, in quei luoghi, in quei ruderi di quelle antiche città, “esiste” qualcosa in più, che dei semplici massi, dei mattoni, delle tegole, dei buccheri, delle ceramiche. C’è qualcosa di impercettibile che non vedi, non senti, ma eppure valuti che sia lì accanto o davanti a te. E questa “percezione” non ti lascia, si impadronisce, si “impossessa” di te e ti spinge ad andare, a cercare, a studiare. Questa forza misteriosa ti spinge a visitare i luoghi dove viveva questa gente, posti unici, incantevoli o incantati, fatti di dirupi, di fiumi che scorrono in orridi indescrivibili, cascate, laghetti primordiali, strade incise nella roccia, con strani simboli, necropoli scavate nel tufo, dove il tempo si è fermato per migliaia di anni.

Così seguendo questo impulso di conoscenza ho visitato Vulci, con il suo museo di reperti situato nel bel castello medievale a guardia dell’arcato e ardito ponte a “schiena d’asino”, gettato fra le due rive dell’orrido del fiume, che scorre sotto fra cascate e precipizi e fra gole profondissime. E’ questo un museo particolare poiché vi trovi vasi, anfore, e oggetti di uso comune, molti dei quali recuperati dall’illecitae primitiva attività dei tombaroli della zona (ora gli stessi lavorano con mezzi sofisticati, molto più avanzati delle trivelle con manico di legno).

Qui ci sarebbe da aprire una parentesi su questa attività illecita che procura illeciti guadagni, o almeno, li procurava, a una disceta fetta di popolazione: si parlava allora di un buon 30-40% di abitanti impegnati in tale attività per “arrotondare” i magri stipendi o per supplire alla atavica mancanza di lavoro che, per molto tempo, è stata una caratteristica economica di questi posti. In alcuni casi, da parte di alcuni “tombaroli” il lavoro veniva fatto “a tempo pieno”. Si parlava di tombaroli esperti, nel settore, che potevano permettersi dei “contatti” con persone importanti, con professionisti, ecc. Per esempio, a me è stato raccontato, e questo non è un segreto, semmai è il segreto di Pulcinella, era nella bocca di tutte le persone del luogo, che, ad esempio “illustri” primari di ospedali laziali e toscani “abboccavano”, accetando in dono, reperti di ogni genere, in occasione di interventi operatori eseguiti sul “fior fiore” di tombaroli. Eppure, questi personaggi sapevano, dell’illiceità della detenzione di simili oggetti, ma li tenevano ugualmente in “bella vista” nelle loro abitazioni o nelle loro ville private, ben custoditi in vetrinette, per il lustro di “lor signori” e delle loro famiglie. I segreti veri, ce ne sarebbero, anche molti. Segreti svelati nelle aule dei tribunali, nei confessionali delle chiese, sussurrati dal popolino con un certo timore. Segreti che fanno parte della storia o che non faranno mai parte della storia, cose tramandate e che non verranno mai scritte. E purtroppo si sa, che quando una attività è illecita, ci si avvale di intermediari con pochi scrupoli, che remunerano la “manovalanza” con pochi spiccioli ed ottengono invece cospicue somme piazzando i reperti su mercati d’oltre Alpe o d’Oltre Oceano. Allora, si diceva, che il centro di raccolta e di smistamento fosse stata la Svizzera, e purtroppo temo che lo sia anche oggi, ma non è la sola nazione-mercato-antiquario. Da lì, si diceva, che i pezzi più importanti partissero per i musei e collezioni private di tutto il mondo.

Oggi, temo, che le cose siano molto cambiate. Da una parte penso che ci sia una maggiore tutela e una maggiore “esperienza” da parte delle Soprintendenze Archeologiche, dall’altra parte penso che vi sia un cambiamento in peggio, per l’affinarsi e per la complessità raggiunte da questi commerci affidati a antiquari senza scrupoli , se non a soggetti malavitosi.

Mi sembrava doveroso intingere un po’ il dito in questa piaga. La prima impressione che ebbi visitando un museo, vero (non che gli altri non fossero veri), come quello di Vulci, che esibiva il “bello” e il “brutto” dell’”affaire” o del “business” archeologia, mostrando per questa ragione, in tutto e per tutto un certo realismo, non fu la stessa impressione che ebbi, ad esempio, visitando i ruderi, o meglio quello che rimaneva del tempio di Tarquinia. Guardando attraverso gli spessi vetri delle vetrine del Museo di Vulci quegli ossari biconici, in cui gli etruschi mettevano le polveri, derivate dalla combustione dei corpi dei loro defunti, e che nascondevano accuratamente dentro una grande “olla” nel terreno, spesso tufaceo, ebbi l’impressione che la società odierna, la nostra, commettesse qualcosa di sacrilego, o, tutt’al più, qualcosa che non fosse giusto nei confronti di quella gente. Il fatto che fossero passati, qualcosa come venticinque o trenta secoli, non ci autorizzava affatto a “violentare” quelle tombe, che erano state destinate ai morti “per l’eternità” o almeno finché ci fosse vita nel mondo.

Gli etruschi ci tenevano al mondo dei morti, essi avevano un concetto della morte e dell’aldilà molto diverso dal nostro. Essi avevano il concetto, fortemente radicato, lo possiamo vedere anche dagli oggetti che erano di corredo alle tombe, ad esempio i nomi scritti sui calici, sui buccheri, nomi come Arunte, Nuzinai, Veltur, ecc. e frasi come questa “Io appartengo a Nuzinai” oppure “questo gotto l’ha messo Arunte per Velia, ecc. ecc.”. Gli etruschi avevano il concetto che chiunque avesse profanato le tombe, le loro tombe, sarebbe stato un sacrilego, e non sappiamo, a quali pene erano sottoposti coloro che si abbandonavano a tali atti sconsiderati.

La nostra religione cattolica e cristiana non permette a noi fedeli di avere il culto dei morti e delle tombe così come lo intendevano loro. Anzi, nel Vangelo Gesù dice in proposito: “lascia che i morti seppelliscano i loro morti”. Nella nostra religione il corpo del defunto non ha nessuna importanza, pioiché, Gesù nel Vangelo ci dice che “anche i capelli sono contati uno ad uno e che neppure uno di questi verrà perduto”. Gli etruschi invece avevano una concezione del “trapasso” intesa come un viaggio, sembra abbastanza lungo, che l’anima faceva su carri tirati da cavalli alati in compagnia delle divinità paradisiache e infernali. Durante questo viaggio, il defunto tornava alla tomba, per rifocillarsi, usando tutti quegli utensili che gli erano stati utili nella vita.

Oggi con la sfacciataggine più assoluta si profanano tutte queste tombe in nome della scienza e quello che potrebbe sembrare anche più grave è il fatto che questi oggetti, che potrebbero essere documentati e fotografati per essere rimessi al loro posto originale, vengono invece messi sotto il “fuoco” delle vetrine dei musei, interrompendo per sempre il silenzio ovattato del nascondiglio sotterraneo, e interrompendo sacrilegamente il “sonno eterno” dei n ostri antenati.

Noi non ci rendiamo conto che quei vasi che portano strani simboli incisi e che noi guardiamo distrattamente, con l’aria dei turisti annoiati, sono i resti mortali di persone che sono effettivamente vissute circa tremila anni fa. Il fatto dell’enorme quantità di tempo trascorso (che non è assolutamente niente nei confronti dell’eternità) non ci autorizza , perciò, a profanare queste tombe e a destinarle ad un uso improprio, commerciale, ecc. Quanto vale l’anima di un Etrusco, ammesso che la stessa possaessere rinchiudesa dentro un ossario biconico?

A me ha fatto sempre un po’ impressione le maledizioni che venivano scritte, ad esempio sulle tombe egizie, contro coloro che avessero osato disturbare il “sonno” dei defunti. Ammesso che non si tratti di sacrilegio, per le attenuanti che possono avere la scienza, la storia, l’archeologia, ecc. bisogna tuttavia ammettere che si tratta di mancanza di rispetto, se non di vera e propria indebita appropriazione, insomma un vero e proprio furto, commesso contro i defunti e contro i loro familiari. La nostra mentalità moderna cozza fortemente contro le antiche credenze etrusche.

Purtroppo sacrilegi o mancanze di rispetto, riguardo alle tombe degli antichi ne sono state fatte a iosa. Basti pensare alle mummie egizie. L’uso “migliore” che ne è stato fatto è quello di aver esposto i sarcofagi nei musei di tutto il mondo. Ma un uso improprio, anzi sacrilego al massimo, è stato fatto nella storia, passata e anche abbastanza recente, riguardo alle mummie egizie. La stupidità umana, nei secoli XV-XVII, le ha usate come, udite, udite, medicamento, come rimedio di alcuni mali, curati da una medicina idiota che a chiamarla empirica facciamo ancora un gesto di simpatia nei suoi confronti.

Se voi osservate certi “alberelli” (vasi da farmacia) del Sei-Settecento noterete la scritta “Momia”, che vuol dire proprio quella cosa lì: mummia. Questa era la farmacopea antica, che accanto alla “Panacea universalis”, altra stupidità del tempo, usava la polvere di mummia, per guarire chissà quali e quante malattie. Vi immaginate, questi poveri resti mummificati , queste carni a brandelli, queste misere stoffe che venivano usate per avvolgere il defunto, “pestate” nei pestelli di marmo e ridotte a polvere e venduta come rimedio agli ignari malati del tempo? Ma ci rendiamo conto della stupidità umana? Non voglio certo denigrare la farmacopea del periodo “barocco”, essa si avvaleva senz’altro anche di rimedi utili e efficaci, anzi dobbiamo ammettere che nell’antichità si aveva una conoscenza di certe virtù senz’altro terapeutiche del mondo vegetale, che soltanto adesso noi andiamo riscoprendo con razionalità e scientificità nella farmacopea moderna. Per non parlare dell’uso più moderno che ne è stato fatto per migliaia e migliaia di queste mummie. In periodi di scarsità energetica, queste mummie sono state usate come, sembra impossibile a crederci, eppure è così, combustibile per le caldaie dei treni a vapore. Quanti chilometri hanno fatto le locomotive di tutta Europa con questo “speciale combustibile”.
Ignoranza, certo. Colpa anche della nostra religione che non è tollerante con le antiche credenze, che le considerava idolatre. E’ meglio stendere un velo pietoso su questo argomento che ha dell’incredibile.

In questo museo di Vulci fui incuriosito da un’altra cosa. Accanto agli ossuari, accanto alle ceramiche, accanto ai buccheri c’erano gli oggetti che servivano per il vivere quotidiano degli etruschi, dissotterrati, ripuliti e restaurati con cura da abili ed esperte mani di restauratori, fra questi gli specchi in bronzo, che non hanno specchiato alcuno da secoli e secoli. Anzi, io mi sono sempre chiesto come si facessero a specchiare gli antichi. Sarà questa mia una domanda ingenua, ma io non riesco a capire come queste pareti degli specchi, così grezze, così ruvide, avessero potuto tanti, tanti anni fa, rispecchiare il volto di una bella donna etrusca, con le labbra carnose, con le trecce nere e con le orecchie ornate di bei orecchini, oppure rispecchiare il volto rude di un etrusco con tanto di barba nera.

Oltre a questi tanti “rasoi”, in rame o in bronzo, modellati in una foggia particolare, a forma di luna, con decorazioni orientaleggianti. Anche per questi mi sono semprechiesto, come avessero potuto gli etruschi sbarbarsi con rasoi così rudimentali e all’apparenza poco taglienti. Ho l’impressione che più che tagliarsi essi si strappavano la barba, questi rasoi non avrebbero potuto fare di meglio. Ma soprattutto notai che tutto, o una buona parte degli oggetti esposti, erano lontani, distanti dai nostri stili (Intendo dire che non c’era alcuna forma di continuità estetica fra la loro arte e la la noistra) Quei rasoi a forma di luna, gli specchi con incise scene mitologiche, gli oggetti della cucina, come colatoi (in Toscana li chiamiamo colini), i treppiedi, i carrelli, tutte queste cose avevano un “gusto” una particolarità che sapeva di Oriente.

Per questo tali oggetti emanavano un fascino così misterioso. Per la verità io rimasi affascinato da questi “etruschi della prima ora”, come si direbbe oggi., vale a dire del primo perido, quello anteriore alla scrittura, cioè i due secoli che vanno dal IX (e precedenti) al VII a.C. , periodo che è stato definito anche “villanoviano”, con un po’ di confusione. Quegli anni, in cui visitai il museo, erano gli stessi in cui le forze dell’ordine, polizia, carabinieri e finanza avevano assestato i primi importanti colpi ai “tombaroli” più o meno professionisti. Infatti in questo museo del castello di Vulci, come ho già detto, appese alle pareti, c’erano i “corpi del reato”, cioè quelle specie di bastoni a forma di “T”, che avevano all’estremità inferiore una specie di avvitatura per affondare l’attrezzo nel terreno, e nella parte superiore, il braccio o il Tau, che serviva per far leva nell’avvitatura. Non appena questo attrezzo, sentiva il vuoto, cioè la tomba etrusca, e il terreno non faceva più resistenza, i “tombaroli” avrebbero capito che lì, in quel punto, sicuramente, ci sarebbe stata una o più sepolture etrusche.

Certo questi tombaroli erano persone di pochi scrupoli e, in giro, nel paese, si diceva che questi usassero ogni “mezzo” per portare il bottino, vale a dire i tesori delle tombe, a destinazione dei ricettatori. Sappiamo che i ricettatori sono quegli intermediari che acquistano le cose rubate ai ladri, in questo caso ai tombaroli. Andando poi per la campagna intorno a Tarquinia o intorno a Vulci, ho spesso visto, nascoste dalla vegetazione, o negli anfratti dei muri a secco, pale, picconi e, appunto, queste trivelle a forma di tau, tutti utensili che i tombaroli avrebbero usato nelle notti in assenza di luna, cioè di luce lunare, per non essere visti dalle forze dell’ordine. Faceva un po’ impressione vedere come tale abuso venisse commesso, quasi approfittando della “impotenza” delle forze dell’ordine, quasi sempre a causo dell’inadeguatezza degli organici e dei mezzi finanziari.

Dopo Vulci mi recai a visitare gli ipogei, vale a dire le tombe scavate nel terreno tufaceo sparse nella campagna tarquinense. Ebbi allora la fortuna, quasi il privilegio, di vedere, quasi di toccare, quegli affreschi parietali, dei quali avevo sentito decantare la bellezza. Purtroppo su questi affreschi, visitati da centinaia di persone, si erano formati, a causa del vapore acqueo emesso dalla respirazione dei visitatori e quindi della umidità, dei sali che rischiavano di disgregare e polverizzare i pigmenti degli affreschi. Nonostante ciò, notai che questi affreschi avevano dei colori bellissimi, naturali, cioè colori fatti macinando certe terre e certe pietre. Vi si scorgevano colori che andavano dall’ocra al rosso mattone, al blu intenso delle acque e del cielo alle “terre” delle campagne, al verde-rame delle fronde degli alberi. Oggi questi colori non esistono più, poiché essi vengono preparati chimicamente dall’industria, insomma non è più una produzione artigianale.

Per la visita di queste tombe, si scende una scala, abbastanza ripida, scavata nel tufo, poi si percorre una specie di “dromos” (andito), prima di arrivare alla stanza della tomba vera e propria. Oggi non è più possibile entrare nella tomba, il visitatore viene fatto sostare all’ingresso, che è chiuso da una lastra di vetro o di plexiglas. Già allora, nel 1976, si diceva che il privilegio che avemmo avuto noi, cioè quello di “toccare” (in senso figurato) realmente gli affreschi, sarebbe toccato ancora a poche persone. Davvero mi trovai, per la prima volta, di fronte a qualcosa di meraviglioso, a qualcosa che mai avrei pensato di poter vedere. Davanti a me scorrevano le scene e i personaggi dipinti con una intensità e una nitidezza tale, che sembravano vere, che sembravano attuali, non dipinte quasi tremila anni fa.

Davanti a me, per la prima volta, apparivano gli etruschi in tutta la loro realtà. Non più il fascino tetro degli ossuari biconici, o il nero metallico misterioso dei buccheri, oppure i volti pensierosi, talvolta ieratici, dei personaggi raffigurati nei monumenti tombali. Davanti a me la vita, la vita vera, quella vissuta dagli etruschi giorno dopo giorno. Che idea sbagliata ci eravamo fatti degli etruschi guardando i loro monumenti tombali! Quanto erano simili a noi nella realtà, quanto erano vicini ai nostri costumi, al nostro modo di vivere la vita! Quelle scene dei fiumi, dei bambini che si tuffano nel torrente dalle cascate, quanto erano simil a noi, quando andavamo a fare il bagno nei fiumi e ci tuffavamo nel torrente a capofitto, andando a scoprire ciò che di meraviglioso e di “sottomarino” c’era dentro quelle acque limpide. Noi, come i ragazzi etruschi ci libravamo nell’aria come degli uccelli, per poi cadere con tutta la nostra gravità nelle acque limpide; noi, come i ragazzi etruschi, ci immergevamo nelle acque, per un momento in competizione con i pesci e con gli altri animali acquatici. E poi sole, luce, natura, alberi, e il cielo turchino e bellissimo delle nostre giornate estive toscane.

Questi erano gli etruschi, gli etruschi veri che non avevano niente a che vedere con gli etruschi ormai romanizzati, quelli per capirci, dell’Arringatore e delle altre sculture, più romane che etrusche. Niente di tutto questo ma la vita felice di questo popolo, che ballava al suono del doppio flauto, in compagnia di giovani donne, anch’esse scatenate nella danza al ritmo del doppio flauto e di altri strumenti. Non trapelava tristezza in questi affreschi ma solo allegria, voglia di vivere, vitalità assoluta. Guardavi quelle scene, quei personaggi e un’ora dopo, al rientro a casa, in quel di Montalto di castro, questi personaggi, queste donne, le trovavi per strada, identiche. Se guardavi i loro orecchi vedevi gli stessi orecchini delle donne etrusche, ai polsi le stesse armille, al collo le stesse collane di oro e di pietre persone. E poi il loro incedere, il loro sorriso, enigmatico, come le Gorgoni delle antefisse, i loro occhi socchiusi, le loro pupille grandi e nere, i loro capelli neri come il carbone. Come erano vicino a noi gli etruschi che apparivano in quelle scene di quegli affreschi e come erano moderni, una modernità che oserei definire scioccante.
Dopo il Museo di Vulci, ormai “invasato” (nel senso buono del termine) da questa smania di conoscenza di questo antico popolo, visitai il Museo di Tarquinia e di quasi tutte le altre principali città etrusche.

Da allora in poi i miei studi sugli Etruschi sono stati costanti nel tempo. Ho consultato i maggiori autori archeologi, etruscologi, filologi; ho visitato moltissimi musei e anchi molti scavi in Toscana., Lazio, Emilia Romagna e ho visitato tante mostre sugli Etruschi. Mi sono interessato particolarmente del territorio in cui abito e lavoro e cioè il territorio vicino a Firenze e la Maremma in particolare. Ho sempre cercato tuttavia di non essere dipendente da nessun capo-scuola, e di non tener conto mai del pensiero “dominante” o “ufficiale” come verità assoluta, ma come una verità che andava cercata, valutata e, soprattutto condivisa. Ho apprezzato molto studiosi-etruscologi e filologi, fra questi, il Pallottino, il Pittau, il Semerano, ecc. ecc. , come pure numerosi studiosi del passato come il Tarquini, lo Stickel, ecc. Sono sempre stato dell’opinione che, ancora oggi, nessuno studioso degli Etruschi può dire qualcosa di veramente definitivo, poiché tante altre scoperte dovranno essere fatte in campo storico, scientifico ma soprattutto archeologico

Ho cercato in questo mio libro, di non avere, neppure lontanamente, la pretesa di fare un libro per specialisti ma di comunicare il mio pensiero sugli Etruschi alla gente, e soprattutto mi sono preoccupato capire le loro lontane origini, la loro lingua, la loro religione, che sono i cardini su cui si basa l’esistenza di qualsiasi popolo. La mia è quindi una storia “controversa”, che dice qualcosa di diverso da quello che è stato detto fino ad ora.
Ci sarò riuscito? Spero senz’altro di sì.

ETRUSCHI: LA QUESTIONE DELLE ORIGINI

Eccoci arrivati a uno dei punti “dolens”, o meglio al punto più misterioso in assoluto di tutta la questione etrusca: quella delle origini, o meglio della provenienza. Esistono varie teorie su questo punto, nel senso che gli studiosi sono divisi se azzardare, avallare o dare per scontato le varie teorie avanzate nel corso della storia, oppure se non sia, più prudente parlare di una necessità, o meglio ancora non parlare di origini, ma di “formazione”. Insomma, inutile nasconderlo, se la fine della civiltà di questo popolo resta misteriosa, non di meno lo è il suo inizio, se così si può parlare. Esistono varie teorie sulla provenienza o sulle origini, ma a me sembra, che la “teoria” che attualmente sia più “di moda” è quella dell’autoctonìa. Ho avuto la conferma di ciò, anche la scorsa estate, vistando vari musei dell’entroterra etrusco maremmano. Al contrario delle teorie avanzate a cominciare dall’antichità, fino ad arrivare all’età moderna, su questo spinoso problema, il grande storico ed etruscologo Massimo Pallottino, per la prima volta, ha come dire, “disconosciuto” il problema delle origini rovesciando, in un certo senso, il modo di ragionare, e di congetturare sulla provenienza di questo popolo ed ha aperto una tesi, tutta propria, discutibile anche questa, se vogliamo, cioè quella della “formazione in loco” di un popolo. Bisogna dire a questo proposito che la scienza dell’Etruscologia, intesa in senso metodologico, moderno, della “etruscologia” è abbastanza recente, essa risale solo nel XVIII secolo, quindi verso il 1700. In passato, è vero, erano state ipotizzate, varie tesi sulle origini di questo popolo, ma, si sa le fonti antiche, quelle greche e romane, erano un po’ troppo influenzate dalla mitologia che era la religione di quei tempi. E’ vero che un illustre studioso ha affermato che non è la storia a spiegare la mitologia, ma è quest’ultima a spiegare la storia, ma non esageriamo. Fatto sta che molti avvenimenti considerati un tempo mitologici, si rivelano veri, cioè la mitologia ci ha permesso di scoprire molte verità diventate storia. Dunque, é questo il punto importante del discorso, gli etruschi erano stati in un certo senso dimenticati. Fino a non molto tempo fa, la cultura ufficiale, la storia del nostro paese era letteralmente “intrisa” di romanicità e questo lo è stato per moltissimo tempo, per quasi due millenni. La conquista del popolo etrusco, per mano dei romani, ha cancellato del tutto o quasi il ricordo, la lingua, gli usi, la scrittura di questo popolo meraviglioso. L’effetto che ha avuto la civiltà romana sul popolo etrusco è simile a quella, che nei secoli passati, persone, davvero maldestre e poco illuminate, hanno steso una mano di bianco o di altro colore coprente su meravigliosi affreschi medievali, rinascimentali, barocchi, etc. Oggi, con la mano paziente del restauratore, con il suo bisturi usato sapientemente, questi capolavori, a poco a poco, vengono riscoperti in tutta la loro bellezza, quasi per magìa. Lo stessa cosa sta avvenendo per gli etruschi. Giorno dopo giorno assistiamo, alla scoperta di tombe con ricchi corredi, di siti archeologici, di fondamenta di case, di templi, ecc. La civiltà etrusca, sta affiorando prepotentemente dagli scavi, in tutta la sua bellezza e oggi, più che mai, possiamo affermare con sicurezza che non due grandi civiltà antiche hanno influenzato la nostra Italia, ma di tre grandi civiltà: quella greca, quella etrusca e quella romana. C’è stato indubbiamente un concorso di fattori, che hanno determinato l’offuscamento di questo popolo. Senza dubbio i romani hanno avuto il ruolo maggiore di demerito, avendo assoggettato questo civilissimo popolo, quindi avendolo privato della libertà, dei loro costumi, della loro religione ed avendogli fatto accettare forzatamente la loro cultura. Poi le invasioni barbariche e il cattolicesimo hanno fatto il resto. In seguito, per tutto il medioevo, nelle università europee, lo studio della lingua latina e del diritto giustinianeo, era alla base di tutti gli indirizzi di insegnamento di allora. Poi è venuto il Rinascimento, un movimento culturale complesso, che aveva fra le altre caratteristiche, quella della riscoperta e lo studio degli antichi capolavori di letteratura greci e latini, della riscoperta delle bellezze classiche scultoree, architettoniche e pittoriche, sempre di queste due civiltà del passato ma non degli etruschi, salvo poche eccezioni, come, ad esempio, la Chimera d’Arezzo, “restaurata” in periodo rinascimentale. Bisogna arrivare, come abbiamo detto, al 1700, esattamente 1726, con la fondazione della Accademia Etrusca di Cortona, che diventerà il centro di questa attività erudita. Soprattutto nelle nostre scuole, gli etruschi, sono stati emarginati dalla nostra cultura (con il pretesto che non si trattava di un popolo civile ma di gente dedita ai passatempi e alla vita godereccia: un’immagine questa del tutto falsata) in favore di una romanicità esasperante, insegnata pedantemente nelle scuole fino a farcela diventare indigesta. Eppure gli etruschi ci hanno dato tanto in termini di cultura, di lingua, di costume, anche se non si sono trovati ancora i famosi testi letterari, vale a dire gli scritti eruditi etruschi sulle varie discipline. Gli etruschi, con la loro arte, hanno riempito i musei italiani e di tutto il mondo con le loro sculture, le ceramiche, i meravigliosi gioielli o oggetti del loro vivere quotidiano. Non per ultimo la lingua. Eppure anche questo apporto così importante è stato, per così dire, disconosciuto. Non importa risalire ai vecchi dizionari dell’Accademia della Crusca, per rendersi conto di ciò. Basta guardare un dizionario dei nostri studi giovanili, delle scuole superiori, per renderci conto di come nella derivazione delle parole si parli quasi esclusivamente di derivazioni latine e greche o arabe. Dove mancano queste derivazioni, i vocaboli restano senza paternità, sembrano non avere storia, come usciti fuori dal nulla. Se io prendo, ad esempio la parola “olio”, il vocabolario mi dice che deriva dal latino “oleum”, lo stesso dicasi per vino. Eppure gli etruschi chiamavano quest’ultimi “eleiva” e “vinum”, molto simile al nostro italiano. Ce ne sono in abbondanza parole che derivano dall’etrusco. Prendiamo la parola “clan”. Oggi sentiamo dire Sempronio appartiene al “clan” di Tizio o di Caio, oppure per fare un esempio più terra terra, il Clan di Cementano. Per gli etruschi clan significava “figlio”. Invece, la parola “sex”, una parola oggi tanto usata e abusata, vale a dire “sesso”, in etrusco significava “figlia”. Mi sembra ci sia un ottimo accostamento fra i due significati. E non possiamo fare ancora uno studio definitivo, poiché per ora i vocaboli etruschi conosciuti sono solo quelli relativi all’ambito tombale, cimiteriale e poc’altro ancora. Con il tempo, via via che ci saranno nuove scoperte, vedremo sempre più l’apporto notevole della lingua etrusca sulla nostra lingua italiana. Dobbiamo renderci conto che gli Etruschi sono fra noi, sono “tornati”, anzi ci sono sempre stati, non sono mai andati via. Le genti etrusche che popolavano Fiesole e il Mugello Orientale sono sempre lì, con i loro usi, i loro costumi, la loro lingua caratterizzata da quella “c” aspirata di derivazione etrusca. I Romani li hanno vinti, li hanno assoggettati, ma non li hanno annientati. Piano piano, i loro oggetti personali tornano in superficie: rasoi, piatti, le anfore, le “mezzine” di rame saltano fuori dal terreno e ci parlano: “Mi spanti Nuzinaia”, “Mini muluvanice Mamarce”, “Io appartengo a Nuzinai”, “Questo Mamarce l’ha donato a me”, e così tornano a farsi “vive” le persone: Nuzinai, Mamarche, che il tempo aveva dimenticato. Poi tornano a rivivere i volti di questa gente raffigurata nei coperchi dei sarcofagi, negli affreschi parietali delle tombe, nella lamine, nelle statuine in terracotta. Tornano i loro stupendi gioielli come le fibule, gli orecchini, i bracciali. E’ un mondo che “rimpatria” ma che non era mai sparito, solamente era stato dimenticato. In uno studio recente, nel sangue degli italiani, ma in particolare in quello dei toscani, è stata rilevata un percentuale non trascurabile di sangue etrusco, cioé di quel sangue le cui caratteristiche sono state analizzate nei reperti umani delle tombe etrusche e che corrisponde parzialmente alle caratteristiche del sangue di noi “etruschi moderni” la cui composizione è senz’altro detrminata da elementi fornitici dal buon vino delle nostre vigne e dall’ olio extra vergine di oliva. Nei territori dove non attecchiscono queste due piante, dubito che vi abitassero gli etruschi! Non vi sembra meraviglioso tutto questo? Ma abbiamo perso di vista il tema delle “origini”, tema che riprenderemo prossimamente.

ETRUSCHI: “IL POPOLO DEI DUE MARI”

Come si definivano gli etruschi di Poggio Colla, di Frascole o di Pietramensola? Il problema dell’origine dei nostri antenati mugellani, visto con gli “occhi” della storia.

Da dove veniva quel popolo che ha lasciato vistose tracce della propria civiltà e che ha abitato fra il VII e il V secolo sulle alture di Poggio Colla presso Vicchio di Mugello? La stessa domanda possiamo porci per gli antichi abitanti di Frascole, presso Dicomano, dove era attestata una civiltà, che aveva simili caratteristiche a quella di Poggio Colla? Per non parlare degli antichi abitanti di Ronta, il cui nome deriva da “Arunte”, degli antichi abitanti di Pietra Mensola o “Mesula”, il cui nome deriva da “Mels”, nome di persona etrusco. Gli esempi potrebbero continuare con Rostolena, Varena, ecc. ecc. Se avete fatto caso, fino ad ora non ho nominato la parola “etrusco”. Ve lo dico subito, questa parola, questa “etichetta” che significa “abitatore dell’Etruria”, a pensarci bene, non potrebbe essere la più appropriata. A me sinceramente non piace molto, anzi vi dirò che mi va un po’ stretta. Mi piace più parlare di nostri “antenati” mugellani, tarquinensi, vulcenti, volterrani, ecc. La parola “etrusco”, è stata coniata al tempo dei romani.I greci invece definivano gli etruschi con la parola “Tyrsenoi” che significa “tirreni”. Ma già Dionisio di Alicarnasso, retore e storiografo greco, vissuto però a Roma fra il 30 e l’8 a.C. ci avverte di fare attenzione, poiché gli abitanti dell’Etruria non si facevano chiamare né “tirreni”, né “etruschi”, ma unicamente “Rasenna”. In fondo Dionisio, da quel grande storico e viaggiatore che era, non aveva fatto altro che precisare e documentare quello che aveva sentito con i propri orecchi da un etrusco. Oggi definiremmo Dionisio come un “testimone” di quel tempo. Senz’altro questa notizia è giusta, non abbiamo ragioni di dubitare, anche perché l’etimologia della parola “rasenna” è senz’altro etrusca. Allora sbagliavano i romani o forse i greci? In realtà, definire un popolo “abitatori dell’Etruria”, può voler dire molto o può voler dire molto poco, se non si definiscono i confini dell’Etruria. Fino a non molto tempo fa, non parlo di secoli, era comune intendimento fissare i confini dell’Etruria “vetus”, fra i due fiumi Arno e Tevere. Questo territorio aveva come confine “naturale” la catena degli Appennini. Così ci rendiamo conto che in passato non venivano definiti “etruschi” gli abitanti ad esempio di Marzabotto (l’antica Misa?), oppure gli abitanti di Bologna (l’antica Felsina). In altre parole non venivano definiti “etruschi” coloro che abitavano al di là dell’Appennino. Costoro, infatti, venivano definiti “villanoviani”, da Villanova presso Bologna. Eppure, ormai è stato riconosciuto da tutti gli studiosi, che i “villanoviani” non sono altro che gli “etruschi” che hanno abitato questa fascia di terra dell’Italia Centrale, che comprende la Toscana, il Lazio, l’Emilia e l’Umbria (con qualche piccola esclusione), territorio bagnato ad Ovest dal Mar Tirreno e ad Est dal Mare Adriatico. Dunque, una volta, fra il IX e il VII secolo a.C. i tarquinesi e i “felsinei” (bolognesi), erano esattamente la stessa cosa, stesso popolo, stessa origine. Negli strati più profondi delle grandi città etrusche, come Tarquinia, Cerveteri, Volterra, Felsina, Marzabotto ecc, emergono risultanze archeologiche identiche, cioè villanoviane. Fino a non molto tempo fa, pur ammettendo la quasi identità della cultura “etrusca” con quella “villanoviana”, gli storici, gli etruscologi, avevano una sorte di timore “riverenziale” nei confronti di quella che era stata, da sempre, considerata Etruria, nel dire la verità, e cioè che si trattava della stessa identica civiltà, dello stesso popolo insomma. Questo popolo che io definirei, per le sue caratteristiche geografiche “dei due mari” aveva in comune gli stessi costumi, la stessa religione, la stessa scrittura, lo stesso modo di seppellire i defunti. Poi gli etruschi del versante “Mare Adriatico” e quelli del versante “Mare Tirreno” subirono eventi storici diversi, mi riferisco all’invasione romana da una parte e quella celtica dall’altra, che caratterizzarono , negli anni a seguire, due diverse civiltà, ma che in origine però erano le stesse. Ecco perché parlare oggi di “etruschi” in termini di “Etruria”, territorio fra Arno e Tevere, può risultare una interpretazione restrittiva, in quanto non tiene conto dell’Etruria “adriatica”. Allora come chiamarlo questo popolo? “Rasenna”? Tutto sta nel significato reale di questa parola. A tutt’oggi, non abbiamo una traduzione letterale “sicura” per “rasenna”. E’ stato ipotizzato che essa equivalga o significhi proprio “il popolo”. La questione è un po’ controversa poiché in etrusco la radice “rasnà” indica “uno spazio pubblico soggetto al regime della limitazione”. Quindi se si vuol dare credito a questo significato la parola “rasenna” significherebbe semmai “repubblica”, dal latino “res publica”. Ma, anche se così fosse, dobbiamo ammettere che la cosa ci dice ancora molto poco, poiché se ad uno di noi venisse chiesta la nostra nazionalità e noi rispondessimo: “Siamo gli abitanti della Repubblica”, sicuramente penserebbero che ci manchi qualche venerdì all’appello. “Repubblica” o “Rasenna” non definiscono uno Stato, ma qualificano la condizione giuridica e politica del medesimo. Solo se io dico: “Sono un cittadino della Repubblica Italiana” la cosa avrà un senso compiuto, poiché ciò indica la mia appartenenza ad una nazione piuttosto che ad un’altra. Forse, quel cittadino etrusco, interpellato da Dionisio di Alicarnasso, avrà voluto significare, che apparteneva ad uno Stato oppure ad una Federazione di città (la Dodecapoli) e che non era insomma né un nomade, né un girovago e tantomeno un apolide. Ecco quindi che, ai lumi del pensare moderno, dire abitatore dell’Etruria o dire Rasenna, può non significare affatto riferirsi alla realtà “totale” del mondo etrusco. Ciò ci confermerebbe che, se vogliamo risolvere il “mistero” delle origini o della provenienza degli etruschi, tenendo conto esclusivamente delle fonti antiche, greche romane o egizie, questo “mistero” si infittirebbe sempre di più. Sabatino Moscati, grande archeologo diceva: “In archeologia non esistono misteri, ma solo problemi da risolvere”. Allora non c’è dubbio: in etruscologia i problemi non mancano. Circa l’origine degli etruschi sono state fatte ormai tutte le ipotesi: quella della provenienza orientale, la provenienza lidica (Isola di Lemno), la provenienza pelasgica (antichi popoli marinari), la tesi “autoctona” ripresa da Dionisio, la provenienza dal nord dell’Italia, la provenienza adriatica, fino ad identificare gli etruschi con gli ebrei o con alcuni popoli dell’antico Egitto o dell’India. Voi direte che manca solo l’ipotesi che gli Etruschi vengano dal cielo. No, è qui che sbagliate. E ’stata fatta anche codesta ipotesi, e cioè che gli etruschi non fossero altro che degli extra-terrestri! Analizzeremo le varie ipotesi, una per una, in una prossima occasione.

LA PAROLA AI NOSTRI ANTENATI ETRUSCHI

Gli Etruschi eh? Ve li immaginate i nostri antenati che vivevano sparsi un po’ ovunque in Mugello, sul Poggio Colla, a Montebonello, a Frascole, oppure a Pescina, Pietramensola, Ronta, ecc. ecc. come sarebbero stati buffi se avessero giocato alla mora? I nostri vecchi, invece, con un colpo secco delle mani e con le dita aperte dicevano: “Sei, otto, quattro, sdum, tutta”. E gli etruschi mugellani? “Ci” per dire tre; “Cesp” per dire otto; “Huth” per dire sei; “Sa” per dire quattro, ecc. Poi magari, se incontravi un etrusco per la strada di Frascole e gli chiedevi: “ Chi siete? Di dove venite? Di dove siete originari?” Senza dubbio ti avrebbe risposto: “Caro amico, il mio nome è Arunte noi siamo Rasenna” Il nostro Tizio inquirente, sarebbe rimasto a bocca aperta ed avrebbe esclamato: “Non ho capito un’acca, questo per me è etrusco!”. In realtà rasenna sta per popolo, in altre parole: noi siamo il “Popolo”, il popolo per eccellenza. La parola ha attinenza con la radice ràs che sarebbe l’equivalente del latino res, da cui deriva, res-publicae (cose pubbliche) e per l’etrusco equivale a rasnés o rasné (atti o cose pubbliche). Il popolo etrusco, nel suo insieme era diviso in città e villaggi e questi, a loro volta erano composti da famiglie (lautun) che vivevano in athre (edifici), probabilmente case dotate di atrio (da qui la derivazione latina “atrium”). Se poi allo stesso Arunte gli avessi chiesto come fosse composta la sua famiglia, ti avrebbe risposto che la sua lautn (famiglia) è composta dal apa (padre), dalla ati (madre), che sarebbe stata poi la puia ( moglie di suo padre), da alcuni clan o clen-ar (figli) (o anche vel che ha il significato di “figlio di”), e da alcune sex (figlie). Chissà se il vocabolo attuale “sesso” non derivi proprio dal sostantivo etrusco “figlia”? Anche il vocabolo “clan” lo ritroviamo nella nostra lingua: Tizio o Caio appartengono a quel “clan” (gruppo di persone). Infine Arunte avrebbe detto al nostro interlocutore che nella sua famiglia ci sono alcuni lautni (liberti), vale a dire alcuni schiavi affrancati. Gli etruschi erano molto religiosi. Essi amavano molto l loro eiser o laran (divinità) ai quali offrivano offerte (fler, offrire; cleva, offerta) o sacrifici (nunthen). Il pievano o “piovano” di oggi, come si dice in Toscana, era il cepen o cipen (sacerdote), il quale offriva agli dei (eiser), che avevano i nomi di Fuflun (Bacco), Nethuns (Nettuno), Pacha (Bacco), ecc. Le offerte (tartiria) venivano messe sull’altare su un’aska (vaso) e date in dono (alpnu) alla divinità (Calu). Le cerimonie sacre (zusleva) dovevano essere frequenti e tutte in occasioni di matrimoni, funerali, ecc. Forse molti dei matrimoni si svolgevano come da noi in alcale (giugno), o quando i fichi erano maturi, in Cel o Celi (settembre). Gli etruschi amavano molto bere (spesso e volentieri un “gottino” di quello buono): un buon bicchier di vinum (vino) rosso, che i possidenti (acnina) coltivavano per se e per i clienti (etera). Gli etruschi erano molto attenti ai loro possedimenti e i loro tularu (confini) venivano misurati con un attrezzo apposito chiamato groma (Da questo vocabolo la derivazione di “agronomo”). Gli etruschi amavano la natura in generale e i rapaci in modo particolare, per essere, questi, dotati dalla natura di doni quali: una vista eccezionale, la capacità di volare, ad essi sconosciuta, e la capacità di cacciare e di procurarsi le prede. L’antha (aquila), era segno divino della potenza trionfale e della gloria regale; il falco (arac o capu) era ritenuto anche un simbolo del cielo (attivo) in contrapposizione alla terra (passivo). Per quanto riguarda l’etrusco scritto possiamo affermare che il problema è parzialmente risolto nel senso che conosciamo molte cose, ma altre ci sono oscure (troppo pochi sono i vocaboli a nostra disposizione e quasi tutti riguardano l’aspetto funerario, vale a dire le iscrizioni trovate sulle urne, sul materiale lapideo o sulle ceramiche usate per il cerimoniale funebre, ecc.) Non esiste invece un problema di decifrazione poiché l’alfabeto etrusco è perfettamente leggibile. Gli etruschi avevano accolto già nel VII sec. un alfabeto ricco di 26 lettere, derivante dall’alfabeto greco (vedi tavoletta rinvenuta a Marsiliana d’Albegna). La scrittura va da destra a sinistra contrariamente a quanto accade nella scrittura greca e latina. Vani sono stati diversi tentativi di spiegare l’etrusco con il greco, l’hittito, l’armeno, l’egiziano, ecc. Solo la lingua parlata nell’isola di Lemno sembra abbia una stretta affinità con l’etrusco. Un particolare curioso: la “c” aspirata toscana sembra una derivazione della lingua etrusca. Nonostante certe affinità, la lingua etrusca ci appare distante, molto distante dalla nostra lingua, ma non dobbiamo meravigliarci più di tanto. Alla civiltà etrusca, si sono sovrapposte nel tempo moltissime altre civiltà: romani (il latino però ha cominciato da tempo ad annoiarci e non a caso sta scomparendo dal rituale cattolico e dall’insegnamento nelle scuole), celti, longobardi, franchi, ecc. ecc. e del ceppo originario della lingua etrusca rimangono soltanto alcune reminescenze. La lingua etrusca però è giunta fino a noi mutilata e impoverita, ma, speriamo, non del tutto dispersa.

MA CHE CAVOLO DI LINGUA PARLAVANO I NOSTRI ANTENATI ETRUSCHI?
Un viaggio immaginario alla scoperta dell’idioma etrusco

“Mi spanti Nuzinaia”: Io sono il piatto di Nuzinai. Fino qui niente di trascendentale. Già perché gli etruschi personalizzavano ogni cosa, anche i piatti. Era un po’ come dire: “se non ti dispiace posa questo piatto poiché non appartiene a te, ma a Nuzinai. Questa Nuzinai, sarebbe la nostra Nunziatina, almeno si avvicina come fonetica. Ancora “Mini muluvanice Mamarce”. Qui anche se la cosa sembra un po’ più difficile, non dobbiamo per niente spaventarci. Semplicemente: “Mamarche” – che potrebbe essere un po’ il nostro Marco – l’ha dedicato a me (forse a una divinità). Ma qui già vediamo una differenza fra “mi” uguale a “io” e “mini” che significa “a me”. Questo “mini” è molto simile a quel “mene” che si sentiva, fino a non molto tempo fa, nella parlata di certi contadini toscani. Per esempio, in Mugello, si poteva sentir dire una frase come questa: “l’ha detto a mene” (l’ha detto a me). Ed ecco dimostrato come la lingua etrusca abbia avuto una continuità nel tempo, per secoli e secoli, fino ad arrivare ai nostri giorni. Però se io esamino la frase seguente: “partunus vel velthurus satnalc ramthas clan avils lupu XXIIX”, cosa vi viene in mente? Buio assoluto? Forse che quel “lupu” significa lupo? No, qui le cose si complicano un pochino. Ci sono molti nomi di persone in questa frase, come Partunu, Velthur e Satlnei. Notate il primo nome con quella “u” finale, sembra sardo, no? Velthur, invece assomiglia a Valter, ma è una pura congettura. Allora la frase etrusca dice: Partunu Vel (Vel sarebbe il cognome), figlio di Velthur e di Satlnei, morto (lupu) a 28 anni. Purtroppo per il nostro Partunu, o Partuno se lo vogliamo italianizzare, la vita non fu generosa con lui, infatti l’iscrizione dice morto a 28 anni, troppo giovane anche per quei tempi. Quel “lupu” etrusco che ha il significato di “morto”, assomiglia al nostro lupo, è vero. Chi sa, se gli etruschi chiamassero questi animali davvero “lupu” e se il sostantivo significasse anche l’equivalente di “pericolo”, oppure “morte”. Certo i lupi allora dovevano essere molto pericolosi, molto affamati, e quando si avvicinavano a un gregge di pecore a qualcuna di loro toccava la mala sorte di diventare “lupu”, cioè uccise, morte. Solo ipotesi. Ma guardiamo ancora un’altra frase: “Alethnas Arnth larisal tarchnalthi amce”. Qui veramente non sappiamo che pesci prendere. Ma non c’è tutta quella difficoltà come appare ad un primo esame. Intanto Alethnas Arnth sono un nome e cognome, come io dicessi, ad esempio Mario Rossi. Poi “larisal” va scomposta in due paroline “Laris” e “al”, dove Laris è un nome e “al” sta per “figlio di”. Poi troviamo un’altra parolina “zilath” o “zilche” che significa “magistrato”. Non impressioniamoci, eh! Questa parola non è proprio estranea all’italiano, poiché in un dialetto italiano, l’umbro, lo “zicche” di un paese, di una città, ancora oggi, sarebbe colui che ha in mano il potere. Il “bosse”, come diremmo noi umoristicamente in Mugello, insomma colui che comanda. Poi un’altra parola che sembra davvero intraducibile “tarchnalthi”, anche questa è una parola composta da “tarchna” e il suffisso “lthi”. Quindi,Tarch(u)na, avete capito? Esattamente. Gli Etruschi, a partire dal VI secolo a.C. (per renderci ancora più difficili le cose) introdussero la sincope in mezzo alla parola, vale a dire, nella scrittura tolsero la vocale. Una specie di abbreviazione della scrittura, se vogliamo. Ma allora, niente di impossibile: le cose si facilitano e capiamo subito che Tarchna (Tarchuna) non è altro che l’antica città etrusca: Tarquinia. Manca ancora una parolina all’appello, quell’”amce”. Voce del verbo? Essere. Anzi, passato remoto del verbo essere e quindi “amce” è uguale a “fu”. Ora, con facilità possiamo ricomporre la frase: “Alethna Arnth figlio di Laris, fu magistrato a Tarquinia”. Una frase comunissima, scritta con un alfabeto che è simile al nostro, con la sola differenza che la scrittura va da destra verso sinistra, al contrario della nostra scrittura. Allora sembrerebbe tutto chiaro? Magari! Sarebbe tutto chiaro se conoscessimo il vocabolario etrusco, vale a dire se fossimo in possesso, di diecimila, ventimila parole, come troviamo, ad esempio nel nostro vocabolario della lingua italiana. Purtroppo, e qui sta la difficoltà, noi conosciamo un vocabolario molto limitato, vale a dire un vocabolario “cimiteriale”, di frasi molto semplici come questa: “Qui giace Pinco Pallino”, “Qui riposa Caio o Sempronio che ha vissuto per 70 anni”. Tutte frasi come queste. Per far capire la cosa è come se noi dovessimo compilare un vocabolario di italiano, avendo a disposizione, facciamo un caso, solo le lapidi del cimitero di Trespiano. Un vocabolario, quindi, che possiamo definire senza ombra di dubbio “limitato”. Facciamo un altro caso per capire: “Lethamsul ci tartiria cim cleva acari…calus zusleve pavinaith acas aphes ci tartiria ci turza”. Vi dico subito che si tratta di prescrizioni relative ad offerte rituali. Qui troviamo un numero “ci”, che significa “tre”. Ma se in questa frase capiamo all’incirca il significato vale a dire: “al dio Letham si debbono offrire tre “tartiria” e tre “cleva”, non sappiamo cosa significano queste parole “tartiria” e “cleva”. Senza traduzione inoltre rimangono le parole “zusleva” e “turza”. E dire che noi possiamo leggere l’etrusco, poiché l’alfabeto è quello greco, molto vicino al nostro, e possiamo anche pronunciarlo perché l’alfabeto greco è stato “adattato” dagli etruschi per la loro lingua. Quindi anche la fonetica, supponiamo sia quella giusta, vale a dire, noi pronunciamo bene quello che leggiamo. Però, non capiamo il significato, o per lo meno lo capiamo in parte, limitatamente al linguaggio cimiteriale, ad alcune iscrizioni relative ai terreni e ai confini, oppure relative alla mitologia, insomma, poco, molto poco. Gli etruschi in definitiva erano un po’ diversi da tutti gli altri popoli italici, tanto da chiedersi chi essi fossero e da dove venissero. Un giorno Dionisio di Alicarnasso, retore e storiografo vissuto a Roma fra il 30 e l’8 a.C., disse: “Ci penso io” e incontrando uno di questi etruschi, forse per strada, gli chiese: “Chi siete e da dove venite?”. L’etrusco senza scomporsi minimamente gli rispose: “Rasenna!”. Il povero Dionisio si allontanò in fretta credendo di essere stato offeso, o che l’etrusco avesse bestemmiato gli dei. In realtà ‘rasenna’ voleva dire “il popolo”, in un certo senso “il popolo per eccellenza”. Così si sentivano gli Etruschi!
VILLANOVIANI ORIGINE
Vorrei, per prima cosa, esprimere un giudizio sulla provenienza dei “villanoviani”. Queste popolazioni che andarono ad abitare la Toscana, buona parte dell’ Emilia Romagna e dell’Alto Lazio, dopo aver fatto un lungo percorso, durato un arco di tempo molto ampio, forse alcuni secoli, provenivano dal nord dell’Affrica (come ultima tappa del loro interminabile nomadismo) ed essendovi fra loro anche popoli di bravi navigatori, dopo lunghi e pericolosi viaggi in mare, si insediarono, per prima, sulle coste toscano-laziali, per poi estendersi verso le regioni centrali delle stesse. Ho i miei buoni motivi di ritenere che la stirpe di questi popoli fosse imparentata anche, con i popoli (antichi) di etnia ebraica.
Dunque i Villanoviani che sono giunti in Toscana verso la metà del II millennio a.C. non erano un popolo “unico”, cioè riconducibile ad una sola etnia, ma era una ‘accozzaglia’ (non inteso in senso dispreegiativo, anzi!) di popolazioni NOMADI, che nel loro millenario girovagare si sono “fusi” fra di loro creando una etnia ibrida, una “mezlum” (una mescola, un insieme di razze), come si definiscono infatti gli Etruschi. Queste popolazioni “nomadi per eccellenza”, nel corso dei millenni hanno percorso migliaia e migliaia di chilometri, fermandosi, ora in un posto, ora in un altro. In questi luoghi di percorso si sono uniti con altre popolazioni nomadi, formando quella che loro chiamavano essere una “rasnés”, cioè una nazione di nomadi liberi. Questa ‘nazione’ o ‘accozzaglia’ di popoli  nomadi aveva però un ‘popolo guida’ un popolo che aveva come insegna, come simbolo distintivo, una “MEZZA LUNA”, insieme ad altri simboli, come il sole o le stelle. Non poteva essere altrimenti, popolazioni nomadi che vivevano accampati in tende e che spesso dormivano all’aperto (nomadi), non potevano che essere adoratori degli astri. Il cielo, specialmente quello notturno, con la luna e le stelle non è lo stesso cielo che vediamo nelle nostre città “abbacinate” dalla illuminazione elettrica che, per nostra sfortuna ci occulta la cosa più meravigliosa: il creato. Queste popolazioni nomadi, attraverso il creato, adoravano il suo “Fattore” (Creatore). Ecco perché non ci dobiamo stupire che le popolazioni antiche e i nomadi, in particolare, fossero profondi conoscitori dell’Universo. Il cielo stellato era per loro un libro aperto, un libro sapienziale nel quale gli antichi abitatori nomadi facevano risalire la loro ancestrale sapienza e conoscenza del mondo. Nessun extra terrestre è venuto sulla terra, queste sono solo storielline. Ma agli uomini piacciole le fiabe. Dunque questa popolazione (Villanoviani)  nomade non era né X né Y né Z. Era invece X+Y+Z quindi non riconducibile a nessun ceppo specifico particolare. Possiamo dire, facevano parte di questo gruppo di nomadi popoli che vivevano nella fascia mediterranea orientale. Questa ‘accozzaglia’ di popolazioni nomadi ha raccolto molte altre etnie nel loro girovagare e, tuttavia, il ceppo principale doveva appartenere a popolazioni che abitavano fra la Siria e l’attuale Israele. Ho l’impressione che la storia dei “villanoviani-etruschi”, più che nella storia di certi popoli antichi civilizzatissimi, come gli Egiziani, vada ricercata “FRA LE RIGHE” della Bibbia, o meglio, nell’Antico Testamento. Ciò non significa equiparare i Villavoviani agli antichi Israeliti. Essi erano sicuramente una componente importante di questa nuova etnia che aveva formato un “popolo nuovo”, popolo che era riconosciuto unicamente per la sua simbologia (molto più efficace della scrittura) riconducibile a segni come la luna, le stelle, il sole e alla raffigurazione di queste attraverso il  RASOIO LUNATO, lo SPECCHIO DI FORMA ROTONDA, l’UOVO (simbolo di Rinascita).
Non è possibile ricostruire i percorsi migratori battuti da queste popolazioni, poiché questi potevano variare nei secoli. E’ probabile, riferendosi ai nomadi (chiamiamoli Villanoviani) che dal Medio Oriente si siano spostati verso Occidente e che a questi si siano uniti anche etnie provenienti da sud dell’Arabia, dall’Etiopia, dallo Yemen (attuali) e, possiamo pensare, dalle coste dell’attuale Tunisia e Libia, dopo un processo evolutivo, durato secoli, si siano spostati verso la Sardegna e la Corsica e da questa abbiano poi raggiunto le coste Toscane. E’ pure ipotizzabile che altre popolazioni nomadi affini abbiamo raggiunto l’odierna Turchia, Bulgaria, Yugoslavia, Albania (nomi geografici attuali) per arrivare, via mare, in più riprese, alle coste emiliane.
Dunque, mi sembra di poter affermare che i villanoviani-etruschi erano un popolo MEDITERRANEO “per eccellenza”, che non provenivano assolutamente dal nord dell’Europa, che non erano né marziani, né venusiani, né saturnini; che erano un popolo “materialista”, nel senso che credevano a ciò che vedevano (luna stelle, ecc.); che per essere un popolo nomade, per forza di cose, praticava l’incinerazione, al contrario degli Etruschi, propriamente detti, che probabilmente non erano più nomadi e praticavano l’inumazione.
Ripeto che nella multiforme formazione etnica dei Villanoviani poteva esserci un aggancio NON INDIFFERENTE ANCHE DI ETNIE EBRAICHE ANTICHE (1).
Rimando i lettori di questa ricerca-articolo all’opera più universalmente conosciuta in tutti i tempi: l’ANTICO TESTAMENTO, dove insieme alla storia del popolo ebraico, viene narrata anche e soprattutto la storia dell’intera umanità, Villanoviani compresi.
Fonte: ARCHIVIO STORICO ITALIANO – Deputazione Toscana di Storia Patria –  G. I. Ascoli – IL SEMITISMO DELLA LINGUA ETRUSCA – Introduzione – “L’etrusco si appalesa una favella (lingua) semitica, vale adire, come tutti intendono, una lingua pertinente a quella famiglia di idiomi di cui son membri il fenicio, , più specialmente si addimostra una favella che in qualche modo sta in mezzo fra l’rbreo e l’aramaico. Tale è la sentenza, in cui studi simultaneamente condotti, vennero a concordare, l’uno all’insaputa dell’altro, il Professore al Collegio Romano (Padre Camillo Tarquini ndR) e il professore di Jena (Johan Gustav Sticlel, ndR).
Bibliografia:
Johann Gustav Stickel – „Das Etruskische durch Erklärung von Inschrften und Namen als Semitische Sprache erziesen“, Lipsia 1858;
Padre Camillo Tarquini della Compagnia di Gesù, Professore del Collegio Romano. Nella Civiltà Cattolica fasc. 6 giugno 1857 pag. 551-73 – “I MISTERI DELLA LINGUA ETRUSCA” – Fasc.  del 19 dicembre 1857 pag. 727-42.
VILLANOVIANI ED ETRUSCHI SONO LA STESSA COSA?
Gli Etruschi non sono più un mistero?

La domanda più insistente che forse tutti ci poniamo riguardo agli Etruschi è la seguente: “Villanoviani ed Etruschi sono la stessa cosa?”. Bella domanda, vero? Fino a poco tempo fa non erano la stessa cosa. Si era sempre detto che l’Etruria Vetus era ‘confinata’ fra i fiumi Arno e Tevere e la catena degli Appennini. Verso la metà dell’Ottocento (ma anche prima) alcuni scavi, riportarono ‘fortuitamente’ alla luce del sole, in località Villanova, presso Bologna, un certo numero di tombe, DALLE QUALI VENNERO RECUPERATI E RESTAURATI REPERTI DI GRANDISSIMA IMPORTANZA, COME RASOI LUNATI, SPILLE, FUSERUOLE, SPADE, ELMI, ECC. Gli archeologi del tempo rimasero sbalorditi per un insieme di fattori. Il primo è dato dalla bellezza di questi reperti, ad esempio i rasoi a forma di luna in bronzo, ai quali venne subito connessa una valenza simbolica . Chiaramente, in una tomba con elmo spada e rasoio si riconnetterà la proprietà della stessa ad un uomo, un guerriero. In una tomba con spille e fuseruole verrà riconosciuta di appartenenza di una donna. Quindi per quelle popolazioni ‘Villanoviane’ la distinzione fra uomo-donna, maschio-femina, doveva essere di capitale importanza, poiché a questa distinzione si riconnettevano delle posizioni ben precise nella società di allora.
Un altro fattore di sbalordimento era dato dal fatto che le tombe di Villanova non erano tombe ad inumazione come si era abituati a vedere nella zona di Felsina-Bologna (Felsina: nome etrusco – Bologna-Bononia : nome celtico). La pratica funebre di inumazione consisteva nel deporre il cadavere nella tomba, fino a quando questo non si fosse decomposto interamente nel tempo (Forse, però, l’intenzione degli Etruschi era quello di conservarlo nel tempo, con unguenti, profumi, ecc). Qui, invece, nelle tombe di Villanova, presso Bologna, i corpi dei defunti erano stati bruciati, secondo una procedura meticolosa e le ceneri erano state messe in vasi panciuti di terracotta, dalla forma ovoidale, coperti da una ciotola, sempre in terracotta, oppure da un elmo di guerriero, detti vasi ‘biconici’. Quasi sempre questi vasi erano deposti in pozzetti con pochi oggetti personali del defunto, come abbiamo visto, consistenti in spade, elmi, spille, collane, fuseruole, e soprattutto rasoi e specchi (bronzo), insieme ai ‘servizi’ (i cocci, diremo in Toscana) che erano serviti per il convito funebre.
Gli archeologi dell’epoca rimasero sbalorditi e, coerentemente e razionalmente, non chiamarono queste popolazioni etrusche, poiché in tutto diverse da quest’ultime e si limitarono, diventando luogo comune, a denominare queste popolazioni ‘Villanoviane’ e assegnandole a un periodo fra il IX e il VII sec. a.C. La cosa però non ci dice assolutamente niente per risolvere il quesito che ci siamo posti.
Un’altra cosa che diede molto da pensare agli archeologi bolognesi dell’epoca fu il fatto che le tombe con le stesse caratteristiche e cioè a pozzetto, con vasi ‘biconici’ contenenti le ceneri dei defunti, con gli stessi corredi, con le stesse tradizioni cerimoniali funebri furono trovate anche negli strati più profondi delle città ‘etrusche per eccellenza’, come Vulci, Tarquinia, Volterra, ecc. con una sola differenza. In questi luoghi le tombe furono definite ‘etrusche’ o ‘etrusco-villanoviane’ per indicare che appartenevano alla stessa facies di quelle trovate a Villanova presso Bologna. A Bologna, invece (l’antica Felsina etrusca), tali reperti furono esposti nel Museo Civico della città sotto la denominazione di reperti ‘villanoviani’, quasi esistesse per questi ultimi una specie di timore riverenziale verso gli etruschi considerati DOCG. Io, ho passato più di due anni (prima di tornare alla Soprintendenza Beni Artistici di Firenze), alla Soprintendenza Beni Artistici di Bologna (allora diretta da Gnudi, Maria Vittoria Brugnoli Pace ed infine Emiliani, dei quali fui segretario inviato dal Ministero Beni Culturali di Roma) nei primi anni del ’70 e, in una delle mie frequenti visite al Museo Civico, vidi la bellezza di questi oggetti, che non erano belli perché erano ‘artistici’, ma erano belli per la loro (scusate il paradosso) elegante rozzezza e, soprattutto, per ciò che rappresentavano, per i colori cangianti che emanavano quelle superfici di rame e di bronzo, degli elmi, delle spade, dei rasoi, ecc., per lo strano gusto, o se vogliamo chiamarlo ‘richiamo’ orientale (ma tutto parlava orientale) di questi oggetti.Ma la cosa che più mi affascinava erano i rasoi, dalla strana forma ‘a mezzaluna’, una forma insolita, la quale terminava con un manico di metallo e con una specie di stellina. Una simbologia che rimandava alla luna, alle stelle (e rimandava, di conseguenza, anche alla civiltà dei Sumeri). Quindi questi oggetti potevano essere di uso comune, ma anche oggetti di culto, un culto che per noi uomini del III millennio è sconosciuto, o quasi. Anche gli specchi mi affascinavano e le decorazioni degli altri oggetti, tutto parlava di una provenienza arcana, soprattutto orientale. Mi sono sempre domandato: “Da dove saranno venute queste popolazioni?” E’ stato proprio vedendo questo Museo Civico di Bologna, nei primi anni del 1970 (cioè circa 40 anni fa) che mi sono appassionato alla storia, alla lingua e all’arte degli Etruschi, ‘passione’ (nel senso di piacere) che coltivo tutt’ora.
Ritorniamo agli oggetti esposti nel museo. Non un solo cartellino indicava (parlo sempre di 40 anni fa) che si trattasse di Etruschi. Gli Etruschi in questa zona erano quasi tabù. Mi ricordo che si dava importanza solo al fatto che la zona fosse stata conquista celtica (come in effetti lo è stato). Gli archeologi bolognesi che avevano curato l’allestimento del museo erano stati coerenti, almeno per quell’epoca, poiché si diceva (i maggiori esperti etruscologi), con una certa autorità e forse anche un po’ di prepotenza che Etruschi ‘veri’ erano solo quei popoli antichi che abitavano nel ‘triangolo’ Arno-Tevere-Appennino. Pertanto i reperti trovati a Villanova, non potevano essere etruschi, ma semplicemente villanoviani. Tuttavia gli stessi oggetti con le stesse caratteristiche trovati a Vulci, Tarquinia, Volterra, ecc. venivano definiti ‘etruschi’.
Qui è nata la grande confusione, che ha investito anche studiosi di prima grandezza, poiché gli Etruschi del IX-VII secolo risultavano essere completamente diversi dagli Etruschi che siamo abituati a conoscere, quelli che abitavano l’Etruria dal VII sec. a.C. Ma perché erano diversi i Villanoviani dagli Etruschi? Per una infinità di motivi, ma fra queste:
1 – il rituale funebre completamente diverso di ‘villanoviani’ ed etruschi;
2 – l’abbandono, o quali, della simbologia a favore della scrittura etrusca;
3 – il modo di vita, le mode, ecc., ecc.
Nel ragionamento di alcuni dei più grandi studiosi di etruscologia c’era qualcosa che non tornava, tutti avevano la sensazione che gli ‘Etruschi’ (i Villanoviani) del IX-VII secolo fossero diversi, o, ‘altra cosa’ rispetto agli Etruschi del VII sec. a.C. Ma affermando ciò, andava a discapito della ‘continuità’ che gli storici con insistenza proponevano, specialmente con la teoria della ‘autoctonia’. Questa affermava che gli Etruschi erano nati in quel luogo e vi erano sempre rimasti. D’accordo, però questa teoria ‘cozzava’ con il fatto che gli etruschi del IX sec. a.C: erano troppo diversi dagli Etruschi, ad es. del VII-V sec. a.C. Allora, sono state formulate le teorie più varie che non sto ad elencare perché ho pietà per i lettori.
C’è però un punto che ci può chiarire le idee. Si tratta di questo. Dionisio di Alicarnasso, storico greco, vissuto in Italia nei primi anni antecedenti la venuta di Cristo, raccolse la testimonianza da alcuni di questi abitatori ‘toscani antichi’ (tanto diversi dalle altre popolazioni italiche di allora in fatto di lingua, religione, costumi, ecc.) i quali affermarono che la loro ‘stirpe’ si sarebbe chiamata ‘Rasenia o Rasenna’. Ora bisogna vedere ciò che intendiamo con la parola ‘stirpe’. Questa parola deriva da “stirps-is” che vuol dire ‘radice’. Ma ha anche altri significati simili come ‘schiatta’, ‘progenie’, ‘RAZZA’, ecc. Mi soffermo su quest’ultima parola. ‘Razza’ potrebbe essere anche una parola di origine etrusca “Raza” (con una solo enne e si pronuncia “rasa”). Potrebbe darsi che fra ‘Raza’ (pron. ‘rasa’) e ‘Razenna (pron. ‘rasenna’) ci possa essere una connessione. E’ probabile che questi individui ‘toscani antichi’, “di raza”, (rasenna) abbiano detto a Dionigio (o Dionisio): “Guarda amico noi siamo di quella “raza” (origine, progenie, schiatta) e poi, a questa parola, ABBIANO FATTO SEGUIRE il nome “Rasenna”, che ancestralmente potrebbe aver avuto anche il significato di “UOMINI RASATI” o “GUERRIERI RASATI”, O ANCHE ALTRI SIGNIFICATI.
Proprio ieri, il Prof. Massimo Pittau, insigne glottologo e storico linguistico, nonché professore universitario e Rettore di Università, autore di più di trenta volumi e studi specialistici, autore del primo Dizionario, stampato, della Lingua Etrusca, mi ha confermato, a seguito del mio articolo “Rasenna – Finalmente risolto l’enigma della parola etrusca, ecc”, pubblicato da diverse testate internet e anche dal Galletto, Giornale del Mugello, la possibilità che questo accostamento: “Rasenna” con “Uomo Rasato” sia “plausibile”, ovvero sia azzeccato, ed ha spiegato il perché (Lettera che accludo, come doveroso corredo, al presente articolo).
Da parte mia vorrei esprimere un giudizio sui ‘villanoviani’, lo faccio per la prima volta (in assoluto) in questa occasione. I Villanoviani (intendendo questo antico popolo abitatore soprattutto della Toscana e dell’Emilia Romagna) era un popolo NOMADE (II millennio a.C.) proveniente dall’Africa del Nord o dalle zone prossime all’Arabia attuale. Ne sarebbe la prova, i RASOI, A FORMA DI MEZZALUNA, ANTICO SIMBOLO ORIENTALE. MI SEMBREREBE CHE LA STIRPE DI QUESTI POPOLI SIA STATA IMPARENTATA (MOLTO ALLA LONTANA) CON I POPOLI DI ETNIA ORIENTALE MA SOPRATTUTTO SEMITICA.
Infine, mi piace ricordare una cosa. Tempo fa ebbi modo di ritornare in un paesino della Romagna-Toscana (patria dei miei genitori ed avi), precisamente Coniale, che fu anticamente castello degli Ubaldini. Nella Cappellina, ora facente parte della Villa Vivoli, che si trova all’interno di quelle che erano le mura del castello, mi capitò di vedere e fotografare alcune cose: una stampa fine Ottocento con il ritratto di Papa Pio IX (legato al dogma della Immacolata Concezione) e un dipinto (stesso periodo) raffigurante una Madonna con il Bambino Gesù, e, sotto i piedi (della Madonna), una bella falce di luna messa in orizzontale che occupava tutta la parte inferiore del quadro. Dapprima non ci feci caso. Poi ripensandoci…..Da quelle parti, Valle del Santerno, Valle del Reno, Valle del Setta, dell’Idice la battaglia dei Cristiani contro i pagani, verso la fine del sec. IV, assunse toni drammatici. In modo particolare nel 393 d.C. ci fu un assalto dei cristiani guidati dai soldati dell’Imperatore a danno delle popolazioni ‘pagane’ e del Santuario alla Dea Pale che si trovava su Montovolo. Pale era la dea protettrice dei pastori e delle greggi (Pale, deriva da pallido, incolore, come il pallore della luna e come il ‘paleo’ secco dei prati che diventa pallido, senza colore, quando sopraggiunge la stagione fredda. La dea Pale, raffigurava la Luna). Dopo questo episodio cruento calò il silenzio e tutto fu avvolto nelle tenebre. Ma con il senno di poi ci possiamo domandare: “Chi erano questi ‘pagani’ se non gli Etruschi romanizzati o celtizzati? E tuttavia sempre etruschi erano ed avevano mantenuto, nonostante tutto, la loro religione, i loro costumi, e, forse anche la loro lingua originaria.
Mi sembra che tutto ruoti intorno a questo simbolo: LA LUNA.
E SE “RASENNA” VOLESSE DIRE “LUNA”?
La teoria mi sembra affascinante.
Tutto può essere, ma tutto ciò dovrà essere dimostrato e la cosa non è facile.

TALAMONE
Il nome deriva da Telamon, forse in etrusco TLAMU, legato alla leggenda degli Argonauti

“Telamone, figlio di Eaco e di Endeide, divenne re di Salamina, partecipò alla spedizione degli Argonauti, alla caccia del cinghiale di Calidone e aiutò Eracle nella lotta contro le Amazzoni e contro Laomedonte di Troia. In ricompensa ricevette in moglie la figlia di Laomedonte, Esione, ebbe per figli Aiace e Teuco” (Dizionario dimitologia Zanichelli, Bologna, 1968)
Riguardo a questa località etrusca provengono alcune iscrizioni. Come ad esempio: “Aivas Tlamunus”, ritrovata sulla parete di un sepolcro di Vulci e che significa “Aiace figlio di) Telamone (M. Pittau – Dizionario della lingua Etrusca – Sassari, Editrice Dessì, 2005) La stessa scritta: “Eivas Telmunus” (Aiace (figlio di) Telamone è incisa su specchi chiusini. Telamone, come abbiamo visto è un personaggio mitologico e, sembrerebbe, anche realmente vissuto. L’etimologia greca della parola è Τελαμων (Telamon).
Quando facciamo riferimento a questo luogo dobbiamo specificare il periodo. Ad esempio: “dal materiale raccolto si rileva che l’area del talamonaccio era occupata già nella tarda età del bronzo (XIII-XII sec. a.C.); la vita continuò in questo periodo protovillanoviano e villanoviano…” (Gli Etruschi mille anni di civiltà – Bonechi Editore. Testo di Maurizio Martinelli – Vol. I, pag 84-85). Si hanno ritrovamenti sullo stesso colle nel Vi e nel IV sec. a.C. Proprio nel IV secolo a.C. fu costruito il tempio sulla sommità del Talamonaccio.
Conosco bene questa località, in quanto da alcuni anni frequento con assiduità nel periodo estivo, la costa dei campeggi dell’Oasi, di Marina Chiara, ecc. che si trovano fra Albinia, Fonteblanda e Talamone. In questo ntratto di mare dell’Argentario hai davanti a te Porto Santo Stefano, il Monte Argentario e più in lontananza l’isola del Giglio, mentre, se giri lo sguardo a destra, proprio in fondo dove finisce la spiaggia, vedi il colle del Talamonaccio, con la cima appena spianata, e, più in là, verso Ovest il promontorio di Talamone.
Proprio sul colle di Talamonaccio (chissà perché questo dispregiativo) sorgeva il tempio che ha restituito il celebre “frontone” (decorazione che ornava l’echino della facciata del tempio) in rilievo, che conosciumo tutti, raffigurante il mito dei “Sette a Tebe”, restaurato a Firenze, dalla Soprintendenza Archeologica Toscana e, giustamente, collocato nel locale Museo di Orbetello.
Dai ritrovamenti e da studi fatti, il tempio aveva una disposizione lungo l’asse Nord-Sud con la facciata rivolta a Sud in direzione Albinia, accarezzata, spesso, nelle calde estati dal vento caldo-umido di Libeccio. Essa era rivolta quindi verso la costa, e non verso Ovest, dove si trovano il Monte Argentario a S-W e, più in lontananza, a W la bellissima isola del Giglio. Ho l’impressione che il tempio del IV secolo, poi andato distrutto, fosse stato ricostruito sulle fondamenta di un tempio arcaico, forse risalente al periodo villanoviano. E villanoviano era anche il villaggio che si trovava ai piedi del tempio, fatto di capanne costruite con pali di legno, infissi nella roccia.
Fu probabilmente, a partire dal sec. VII a.C. che questo villaggio fu lentamente abbandonato, forse perché in parte danneggiato o distrutto, in una delle tante guerre che gli Etruschi combatterono per avere la sopremazia del Mare e delle coste tirreniche. Il dio tutelare del tempio di Talamone, forse Tinia, doveva svolgere, nell’intenzione dei “talamonesi”, un’azione di protezione nei confronti degli stessi, in altre parole li doveva difendere dai nemici.
Per i “talamonesi” che lasciarono il colle del Talamonaccio fu costruita una città nuova, non più fatta di capanne, ma casette in muratura, più corrispondente alle esigenze della nuova cultura che si andava insediando un po’ in tutta l’Etruria. La città doveva comprendere strade basolate in pietra; avere un impianto urbanistico d’avanguardia, per quei tempi, e all’interno di poderose mura dovevano sorgere palazzi e templi costruiti da esperti architetti. Dove si trova questa città? Purtroppo la scienza archeologica non ha risolto il problema e tutto ancora resta avvolto nel mistero. Il Martinelli (Gli Etruschi mille anni di civiltà, curata da Giovannangelo Camporeale e Gabriele Morolli, op. cit.pag 87) riguardo alla posizion e della città precisa: “L’acropoli doveva sorgere, alla luce delle attuali conoscenze, sul Poggio di Talamonaccio, MENTRE L’ABITATO SI TROVAVA PIU’ IN BASSO FRA LA ROCCA E IL RILIEVO DI BENGODI, protetto da una cortina di mura”.
Il sito archeologico di Talamone ha restituito, a partire dagli anni ’60 del sec. XX, diversi reperti, fra questi un’antefissa fittile con volto femminile, un “geison” con baccellatura, un askos in terracotta risalente al III sec., un’olla a vernice nera (III sec. a.C., un elmo bronzeo e una punta di lancia, tutti questi reperti sono conservati presso il Museo Archeologico di Grosseto. Ricordiamo che il “frontone, si trova nella vicina Orbetello, nella bellissima laguna omonima.
Ritornando all’abitato del periodo etrusco (VII sec. a.C. in poi) gli studiosi hanno detto che esso doveva sorgere più in basso, tra la Rocca e il rilievo di Bengodi. Su questo punto non sono d’accordo e lo dico con umiltà, senza pretendere di essere infallibile in materia. Ritengo invece che la città etrusca di Talamone, non dovesse sorgere dove attualmente esiste il paese che tutti conosciamo. Lì, secondo la mia opinione doveva sorgere la città portuale, o meglio una scalo per le merci in arrivo e in partenza. Dovevano perciò esserci magazzini per le derrate, per olio vino e grano in particolare, destinati un po’ per tutti i mercati del Mediterraneo, botteghe e empori che commerciavano di tutto, dalle armi, ai minerali grezzi, ai gioielli, all’olio, al vino, ai cereali, insomma tutti quei prodotti che fecero in brevissimo tempo la ricchezza di una città come Talamone.
Se la “città” portuale doveva trovarsi proprio a ridosso del porto, in posizione elevata, sugli alti scogli, la città vera e propria, e la cosiddetta “arce” doveva trovarsi in altro luogo. Io ho ipotizzato che essa si trovasse sulla collina subito a nord del paese attuale. Se vi capita di andarein quesi posti, voi noterete che la collina sopra Talamone presenta un pianoro che non è “naturale” ma creato artificialmente. Ebbene, io credo che l’antica città si trovasse proprio in quel punto che io indicherò con una freccia, in una delle fotografie che invierò a corredo della mia ricerca.
Si tratta di una ipotesi, tutta da verificare.

“RASENNA” – FINALMENTE RISOLTO L’ENIGMA DELLA PAROLA ETRUSCA CON LA QUALE GLI ETRUSCHI DEFINIVANO SE STESSI?
Chi erano in realtà i “Rasenna”?

“Rasna”, secondo il “Dizionario della lingua etrusca” (DLE) del Prof. Massimo Pittau (Professore Emerito dell’Università di Sassari), ma anche secondo la maggior parte degli altri illustri studiosi-etruscologi, ha il significato di “Rasennio, Etrusco-a. Ma questa traduzione non ci conduce a niente. Ancora sul DLE, poco sopra, troviamo (Rhasénna) e si specifica che si tratta di una glossa greco-etrusca (ThLE 418). Questo sarebbe il nome secondo cui (Vedi: Dionisio di Alicarnasso I 30, 3) gli Etruschi chiamavano se stessi. Nel tradurre – specifica Pittau nel DLE– faccio riferimento al gentilizio latino Rasennius. “Rasnal”, poi viene tradotto: “dello (Stato) Rasennio ed Etrusco opp. della Federazione Rasennia o Etrusca”; in genitivo “Tular Rasnal” equivarrebbe a “confine della (città) rasennia”). (Vedi abnche articolo di Paolo Campidori pubblicato dal giornale mugellano “Il Galletto” “L’Idolo di bronzo ritrovato al Peglio” e da alcuni portali Internet, fra i quali Archeogate e Archeomedia.

Ma questo ci dice ancora poco e niente e, in particolar modo, la parola definisce gli Etruschi con un vocabolo che a noi resta ignoto. Se io dico, ad esempio, “sono italiano” significherà che sono un cittadino che abita in Italia, ma non l’étimo della parola. Italia deriverebbe dal greco ιταλος, ma secondo il Pittau anche questa parola sarebbe di origine etrusca (Massimo Pittau – Toponimi Italiani di Origine Etrusca – Magnum Edizioni, Sassari 2006, pagg 21-27) Esistono tuttavia varie traduzioni riguardo all’étimo di questa parola, da parte di altrettanti illustri studiosi italiani e stranieri.

Sempre su DLE, troviamo il vocabolo “RAS” e il Pittau definisce questo vocabolo di significato ignoto. (LLX.12). Eppure la parola “ras” esiste anche in italiano, ad esempio, quando diciamo che Tizio (o Caio) è il “ras” del quartiere, per intendere colui che comanda nel quartiere o nella città. In altre parole il “ras” è colui che esercita il potere entro un determinato spazio e questo potere può essere sottointeso: secondo lo “stato di diritto”, oppure, un potere “arbitrario”, cioè non riconosciuto dalla legge. Ma ciò ha poca importanza ai fini di questa ricerca.

Mi sembra che siamo giunti a una svolta importante del problema “rasenna”. Vediamo adesso come i Romani definivano il vocabolo italiano “rasoio”: con due parole che ci allontanano molto e queste sono: “novacula” e “culter”. Esiste tuttavia in latino la parola “rasura” che ha significato di “rasatura”. (QUEST’ULTIMA DI PROBABILE ORIGINE ETRUSCA)

Siamo giunti al nocciolo del problema: nella lingua italiana (Vocabolario Nicola Zingarelli, Bologna, 1958) troviamo le seguenti parole: “rasente”, che significa molto vicino (quasi a toccare), “rasare” e “raso”, tutte parole che riconducono a “tagliare” (la barba, l’erba, ecc.) e poi “raso” (rasus, lisciato). In tutti questi vocaboli manca l’origine della parola stessa. Allora, cosa dobbiamo pensare? Se l’étimo della parola “rasenna” non è latino e neppure greco, dovremmo fare altre ipotesi e cioè che la parola, oggetto del nostro studio, derivi proprio da “ras” etrusco (che è molto usato anche nell’Italia settentrionale) la quale potrebbe avere vari significati, ma cito solo tre di quelli che mi sembrano essere più probabili:

1 – “Rasenna” popolo (o tribù) al quale appartengono “coloro che si radono”. Nel dire ciò non faccio riferimento, ovviamente, al periodo ellenistico, periodo in cui le barbe andavano di moda, ma al periodo precedente “villanoviano” (IX-VII secolo a.C.), gli “ETRUSCHI VERI”, coloro cioè che abitavano il suolo italiano, probabilmente anche anteriormente al sec. X a.C. Queste popolazioni guerriere (rasenna), quando ancora non avevano subito “invasioni” da parte di altre civiltà (o “trasformazioni” con conseguente rilassatezza dei costumi dovute a “contaminazioni” “mode”o a vere e proprie “sottomissioni da parte di greci e romani), usavano andare in battaglia completamente nudi e rasati, senza abbigliamento di sorta, con l’unica eccezione di un copricapo e attrezzati solo di una lancia. Questo era il vero popolo etrusco! Non quello rilassato e debosciato delle tombe dipinte dei sec. V-II, dove ritraggono una popolazione “schiava” di greci (prima) e dei romani (poi).
2 –“Rasenna” popolo o tribù di coloro che si radono usando il rasoio (metallico, che essi stessi fabbricavano (Bellissimi sono i rasoi “villanoviani” a forma di “mezzaluna”, secc. X-IX, che si trovano nel Museo Civico di Bologna, ma anche a Tarquinia a Vulci, ecc).
3 -Ma citerei anche un’altra possibilità, che mi sembra tuttavia molto interessante e cioè quella secondo la quale “rasenna” significherebbe “IL POPOLO DI COLORO CHE HANNO PER CAPO ovvero per “RAS” UN UOMO (O UNA DIVINITA’) RASATA”

Queste mi sembrano tre possibili traduzioni coerenti con le abitudini di questo popolo. Un popolo che metteva nelle proprie tombe (semplici e “maschie”), la cenere dei corpi dei guerrieri morti in battaglia, in ossuari biconici e deposti con altrettanta semplicità in pozzetti scavati nella roccia o nel terreno (Si vedano ad esempio le interessantissime tombe a pozzetto di Palastreto, sopra Quinto (Firenze) o quelle “ricostruite” nel museo di Volterra, oppure a Tarquinia, Vulci, ecc. Insieme alle ceneri, nella tomba spesso veniva messo un rasoio lunato, per simboleggiare l’appartenenza al “popolo dei rasati”. E’ bellissima la foto nel libro a cura di Mario Cristofani “Etruschi, una nuova immagine – Giunti Editore, 2006, pag 12) in cui si vede un guerriero completamente nudo e completamente rasato, che indossa solo un elmo (o un copricapo in metallo) il quale, lancia in mano, si avvia a passi giganteschi verso la battaglia, deciso, senza esitazione alcuna, in altre parole senza paura. Gli Etruschi del IX-VII secolo a.C, non sono gli stessi degli Etruschi del VII-V secolo a.C. (Lidio?) oppure quelli del V-IV sec.a.C. (Greco) o, peggio ancora, degli Etruschi del III-I sec. a.C (romano). I Villanoviani (Rasenna) persero la loro battaglia (e, forse, la loro indipendenza) verso la metà del sec. VII con popolazioni che venivano dall’Oriente ( forse i LIDI ?), non per viltà o altre cause ma perché si trovarono davanti a un nemico che non era né più intelligente, e nemmeno più valoroso in battaglia; SI SONO TROVATI DI FRONTE A UN ESERCITO MOLTO PIU’ NUMEROSO DI QUELLO CUI I “RASENNA” (RASATI) DISPONEVANO.

La storia dei “rasenna” (rasato-i), quella dei veri “Rasenna”, TERMINA verso la metà del VII secolo. Da questo periodo in poi si potrà parlare solo di Etruschi o, meglio, “FUSIONE” IN ETRUSCHI” DELLE POPOLAZIONI AUTOCTONE CON ALTRE ETNIE” orientali e del Mediterraneo, che non hanno niente a che vedere con i “rasenna” ORIGINALI.

ALCUNE DOMANDE A MASSIMO PITTAU
LINGUISTA-ETRUSCOLOGO

Massimo Pittau già professore emerito nella Facoltà di lettere e già preside di quella di Magistero dell’Università di Sassari, è nato a Nuoro, dove ha seguito tutti gli studi elementari e medi. Iscrittosi all’Università di Torino, sotto la guida di Matteo Batoli, si è laureato in lettere con una tesi su “Il dialetto di Nùoro”; si è dopo iscritto all’Università di Cagliari, dove si è laureato in Filosofia con una tesi su “Il valore educativo delle lingue classiche”. Nell’anno accademico 1948/9, nella Facoltà di Lettere di Firenze, ha seguito come perfezionamento corsi di Carlo Battisti, Giacomo Devoto e Bruno Migliorini. Nel 1959 ha conseguito la libera docenza e nel 1971 la cattedra in Linguistica Sarda. E’ autore di oltre 30 libri e più di 200 studi relativi a questioni di linguistica, filologia, filosofia del linguaggio e a questioni socio-pedagogiche. Il Prof. Massimo Pittau vive e lavora a Sassari.

Nel suo interessantissimo «Dizionario della Lingua Etrusca» (Sassari 2005, Libreria Koinè) una fascetta sulla copertina riporta la dizione: “LA LINGUA ETRUSCA NON E’ UN MISTERO”. Nella parte introduttiva del vocabolario, a pag 16, Lei scrive: “…dizionario della lingua etrusca, nella sua caratteristica di lingua molto parzialmente e molto sparsamente documentata ed inoltre ancora poco conosciuta”: Mi potrebbe spiegare meglio quale significato dobbiamo dare a “lingua…poco conosciuta”?

«L’etrusco è una lingua del tutto sconosciuta per il grosso pubblico, anche per quello fornito di una buona cultura umanistica, il quale anzi continua a ritenerla un autentico e totale “mistero”; ed è una lingua pochissimo conosciuta perfino dai linguisti, i quali, soprattutto nell’ultimo cinquantennio, non le hanno dedicato quasi alcuna attenzione. La colpa di questa stranissima circostanza sta nel fatto che i linguisti hanno accettato acriticamente la tesi di alcuni archeologi, i quali per 50 anni hanno detto e proclamato che “l’etrusco è una lingua non comparabile con alcun’altra”».

Oltre ad essere un celebre etruscologo Lei è uno dei massimi studiosi e conoscitori della lingua sarda, la lingua della sua terra d’origine. In una nota, a pag 30, del suo interessantissimo libro “La lingua etrusca – grammatica e lessico” (1997, Libreria Koinè, Sassari) troviamo che “anche i Sardi provenivano dalla Lidia, dalla cui capitale Sardis essi avevano perfino derivato il loro nome e quello della loro isola”. Alcuni studiosi (e mi sembra, anche Lei) sostengono che gli Etruschi di Toscana abbiano origine dalla popolazionie lidia, stabilitesi anche in Sardegna alla fine del secondo millennio a.C.. Le ultimissime scoperte archeologiche e linguistiche (se ce ne sono state) hanno confermato questa ipotesi?

«Intanto la tesi della venuta degli Etruschi dalla Lidia nell’Anatolia od Asia Minore è stata sostenuta da Erodoto e da altri 30 autori antichi, greci e latini, contraddetta da un solo autore, Dionigi di Alicarnasso. Inoltre è recentissima la notizia che il genetista Alberto Piazza, dell’Università di Torino, ha comunicato in un convegno scientifico che, in base all’analisi del DNA da lui fatta, realmente i Toscani odierni mostrano di essere originari dell’Asia Minore.”

“Rasenna” è il nome con il quale gli Etruschi definivano il loro popolo di appartenenza. Qual’è, secondo Lei, il vero significato di “Rasenna”? La somiglianza di questo nome con alcune località come Ravenna in Romagna o Rassina in Toscana, è del tutto casuale?

“Non siamo ancora riusciti a chiarire l’esatto significato di Rasenna, col quale gli Etruschi chiamavano se stessi. Comunque la connessione col toponimo toscano Rassina è stata già effettuata e sembra anche in maniera pertinente.
In virtù del suo suffisso è quasi certo che anche Ravenna è un toponimo di origine etrusca, ma finora non è stato chiarito in maniera convincente il suo significato originario.”
I nomi di persona etruschi, più comuni, tipo Larzia, Tania, Velia, Aruntia, Aule, Larth, Marce, Velca, Velthur, ecc. sono nomi che si ritrovavano in abbondanza, al tempo degli etruschi, anche in altre parti del bacino del Mediterraneo, ad esempio in Lidia o a Lemno?

“Che l’etrusco non possa essere ritenuto una lingua del tutto sconosciuta, cioè un totale “mistero”, è dimostrato dal fatto che ormai abbiamo circa 11 mila iscrizioni etrusche, che in massima parte risultano ormai tradotte e comprese. Invece della lingua lidia abbiamo solamente una sessantina di iscrizioni, per di più piuttosto recenti, le quali pertanto non consentono una proficua comparazione con la lingua etrusca.
Nell’isola di Lemno, nel Mar Egeo, invece è stata rinvenuta una iscrizione, che sicuramente è composta in una lingua strettamente affine con quella etrusca; ed inoltre alcuni altri frustoli di iscrizioni. Ma anche in questo caso non è possibile approfondire la comparazione. In ogni modo anche questi rinvenimenti epigrafici dell’isola di Lemno danno una buona conferma della tesi della origine orientale ed anatolica degli Etruschi.

Nella sua “Grammatica Etrusca”, a pag 68, Lei parla di un “originario sistema matrilineare esistente fra gli Etruschi, o meglio, fra i loro antichi antenati Lidi”. Quali popolazioni esistevano in Toscana prima dell’arrivo dei Lidi-Etruschi?

“In Toscana esistevano i cosiddetti “Villanoviani”, popolazione preistorica che aveva un livello culturale molto inferiore a quello dei nuovi arrivati Lidi-Etruschi. Lo dimostra in maniera evidentissima il grande divario che si constata fra le tombe dei Villanoviani, costuite da due ciotole coperchiate l’una sull’altra e le grandiose e lussuose tombe ipogeiche etrusche, gia quelle più antiche, ad es, quelle di Vetulonia”.

Cerretani erano una nobile famiglia fiorentina stabilitasi a Firenze verso il sec. XII e che aveva il proprio feudo fra Cerreto Maggio (Vaglia) e Legri (Calenzano) in provincia di Firenze. Le chiedo se tale cognome potrebbe derivare da Caisr, Ceizra, Xaire, corrispondente al latino Caere (Cerveteri).

“Cerreto significa «luogo di cerri» e deriva dal lat. cerrus «cerro» (sorta di quercia). Siccome però questo nome di pianta è dato come preindoeuropeo e propriamente come “mediterraneo”, la sua connessione con l’etrusco Xaire è allettante ed io mi impegno ad approfondirla. Ma a Lei faccio i miei complimenti e ringraziamenti per questa connessione ipotizzata e suggerita.”

Vicino a Firenze, nella zona di Quinto dove è ubicata la celebre tomba della Montagnola (e altre tombe principesche etrusche) scorre un torrente: lo Zambre. Un altro torrente con lo stesso nome o simile, il Sambre, scorre nella zona di Fiesole (Val di Sambre), attraversa l’abitato di Compiobbi e si riversa nell’Arno. Nella zona poi dell’Alto Mugello, nel Comune di Firenzuola, troviamo un fiume chiamato Santerno, che scorre appunto nella Valle del Santerno e che nasce presso il Passo della Futa. Questi nomi di fiumi Sambre o Zambre, Santerno derivano dall’etrusco?
Il monte, che guarda Fiesole e Firenze, altro circa 900 metri, già sede di un potentissimo castello degli Ubaldini e divenuto poi verso la metà del sec. XIII, la dimora dei frati dell’ordine dei Servi di Maria, da sempre è chiamato Monte Senario o Monte Asinario. Dato che esiste in etrusco le parole “eis”, “eiser”, che significano rispettivamente “dio” e “dei”, è possibile che Monte Senario significasse in epoca etrusca “monte del dio” o “monte degli dei”?

“ Io ho pubblicato di recente un libretto intitolato «Toponimi italiani di origine etrusca» (Sassari, 2006, Libreria Koinè), ma non mi sono interessato di toponimi, anzi di microtoponimi della Toscana. Per questi Silvio Pieri aveva pubblicato due importanti opere: Toponomastica della Toscana meridionale (valli della Fiora, dell’Ombrone, della Cècina e fiumi minori) e dell’Arcipelago toscano, Siena 1969 (Accademia Senese degli Intronati); Toponomastica della valle dell’Arno, in «R. Accademia dei Lincei», appendice al vol. XXVII, 1918, Roma (1919).

Nella zona di Vicchio di Mugello, a Poggio Colla, dove nelle vicinanze è stato ritrovato un importante insediamento etrusco del VI-V sec. a.C. fino a poco tempo fa, gli abitanti di quella zona usavano la parola “vocolo” per designare una persona scialba, insignificante. Quali origini questa parola potrebbe avere secondo Lei?

“Vòcolo deriva da avòcolo «cieco», a sua volta dal lat. medioevale aboculis «senza occhi».

Presso la zona di Monteloro, vicino a Fiesole, esistono due località chiamate rispettivamente Monte Trini e Lubaco (o Lobaco). Sembra che la prima derivi dall’etrusco e significhi: “Monte dell’invocazione” o “Monte della preghiera”. Più problematica mi sembra invece l’etimologia del toponimo Lubaco. E’ possibile che derivi da “lo Bacco”, e che probabilmente esistesse un tempio dedicato a quella divinità?

“Sull’argomento provi a consultare le citate opere di Silvio Pieri, che potrà trovare in qualche importante biblioteca pubblica.”

Quale aiuto potrà dare lo studio e la comprensione della lingua etrusca alla lingua italiana?

“Non pochi vocaboli toscani e italiani sono ancora privi di etimologia. Essi potrebbero derivare appunto dalla lingua etrusca. Veda nel mio «Dizionario della Lingua Etrusca» l’Indice Tosco/Italiano-Etrusco, che sicuramente è assai lontano dall’essere completo.
OSTIA ANTICA: VIENE ALLA LUCE UNA CRIPTA CRISTIANA (SEC. IV?) CON IMMAGINE DI CRISTO BENEDICENTE.

Roma ombelico del mondo. Sì, Roma è più importante di qualsiasi altra città al mondo poiché conserva le reliquie dei Martiri del Cristianesimo. Al lusso e allo sfarzo della Roma imperiale, con i suoi monumenti più insigni, si contrappone la Roma sotterranea delle Catacombe, rifugio dei Cristiani perseguitati, martirizzati, fino a diventare i luoghi segreti delle loro tombe.
Voglio mettere in relazione (contro il parere dell’illustre esperta Maria Stella Arena, autore dell’articolo in Archeologia Viva n. 128 del marzo-aprile 2008 dal titolo: “OSTIA, L’Opus sectile di Porta Marina”) il ritrovamento negli anni 1940-1950, di un primo pannello in mosaico, raffigurante un leone in atto di aggredire una preda, con la simbologia cristiana (vedi bibliografia). Questa scoperta fu l’inizio di uno scavo che portò alla luce un edificio formato da una sala o esedra e da un’abside rettangolare.
Dopo un attento e scrupoloso restauro, durato anni di fatica, da parte di competenti restauratori per ricomporre i mosaici, è stata ricostruita, pannello dopo pannello, quella che i romani chiamavano “esedra”, cioè un’aula, sul fondo della quale si trovava, come già detto, una cripta rettangolare. Tutto farebbe pensare a un sepolcro di età ancora ben non definita, e, di primo acchito, farebbe pensare a uno dei tanti elegantissimi sepolcri dei patrizi pagani. Ma la cosa non sta in questi termini, o, almeno, secondo il mio parere è da scartare l’ipotesi “offertaci” dalla Dr.ssa Maria Stella Arena sulla Rivista Archeologia Viva, già citata.
La “tomba” farebbe pensare ad una costruzione in età ancora non bene identificata (ma probabilmente fra l’inizio e la fine del sec. IV) che assomiglia moltissimo alla “Cripta dei Papi” nelle Catacombe di San Callisto a Roma. Quest’ultimo sepolcro costruito come tomba privata nel sec. II (fine), è composto, come quello di Ostia da un’aula e da una abside rettangolare, fu donato alla Chiesa e trasformato nella sepoltura dei Papi, dal IV secolo d.C.
Nel difficile lavoro di restauro della cripta di Ostia, gli abilissimi restauratori hanno ricostruito questi intarsi geometrici, floreali, ecc. tutti formati di parti di marmi costosi, provenienti da ogni parte dell’Impero. Gli effetti cromatici di questi intarsi (opus sectile) sono davvero sorprendenti, poiché sono state sfruttate (dalle maestranze dell’epoca) le venature naturali dei marmi per creare effetti, in modo da rendere realisticamente le rocce, gli alberi, gli animali, ecc. Ma la sorpresa, veramente interessante, è che fra questi pannelli ci sono anche delle figure “umane”, fra le quali, una con “nimbo” (letteralmente ‘nuvola’) in atto benedicente.
Non mi sembra che ci voglia molta specializzazione o titoli accademici per riconoscere in una di queste figure il Cristo benedicente, senza divagare inutilmente in supposizioni che ritengo assurde. Il volto di Cristo, sempre in “opus sectile”, è raffigurato nella forma tradizionale e cioè, con barba e capelli lunghi, con occhi sbarrati e barba, sopraccigli, pupille e capelli di un nero, tipico medio-orientale. Intorno alla testa il Cristo ha un nimbo bianco. Questo simbolo non è di origine Cristiana, tuttavia esso appare, a partire probabilmente dal IV secolo, sul capo di Cristo, su affreschi catacombali romani (San Callisto), diventando poi una regola. Il Cristo, inoltre, ha la mano destra sollevata, con le tre dita alzate in segno benedicente, per significare la SS. Trinità. Più chiaro di così…..!
C’è poi la figura di un giovinetto, che si trova in un riquadro più basso e questo, mancando dei simboli tradizionali dei Santi, doveva essere colui (il patrizio romano) per il quale la cripta fu costruita.
Ci sono poi altre scene, in altrettanti riquadri, che raffigurano leoni e tigri in atto di azzannare dei cerbiatti. Si tratta ancora di simbologia Cristiana che fa riferimento alla prima Lettera di Pietro “Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente, va in giro, cercando chi divorare (Pietro Lettera I, 5,8).
Per chi fosse interessato, i pannelli di tale cripta sono attualmente esposti presso il Museo Nazionale dell’Alto Medioevo a Roma.
Riferimenti bibliografici:
G. Heinz-Mohr – Lessico di Iconografia Cristiana Istituto di Propaganda Libraria, Milano, 1995

PAROLE DI ORIGINE ETRUSCA IN MUGELLO?
Intervista con il liguista Massimo Pittau
Massimo Pittau, già Professore nella Facoltà di Lettere e già Preside di quella di Magistero dell’Università di Sassari, Docente di Linguistica Sarda all’università di Sassari, è autore di oltre 30 libri e di più di 300 studi relativi a questioni di linguistica, filologia, filosofia del linguaggio. Ha ottenuto per le sue pubblicazioni varie onorificenze. Recentemente ha pubblicato un Vocabolario e una Grammatica della lingua etrusca. Vive e lavora a Sassari.
Paolo Campidori ha scritto vari articoli di storia e cultura del territorio mugellano e alto-mugellano, avvalendosi anche dell’esperienza acquisita alle dipendenze delle Soprintendenze Beni Culturali di Firenze e Bologna, dove ha prestato lungo servizio nei musei e gallerie delle due città. Ha scritto anche una decina di libri sulla storia e l’arte del Mugello. In questa intervista fatta al Prof. Massimo Pittau, già Rettore di Università, insigne linguista ed esperto della lingua sardiana (antico sardo) e della lingua etrusca, nonché autore di più di trenta libri sulla linguistica, viene “focalizzata” la probabile origine etrusca di alcuni toponimi e vocaboli in uso nella lingua parlata mugellana.
In una località del Mugello, presso Borgo San Lorenzo, nella strada faentina, si trova una località chiamata Faltona. Esiste un gentilizio etrusco “FALTU” e “FALTUI” che corrispondono ai nomi “Faltone” e “Faltonia”. Tali nomi sono inscritti rispettivamente su un sepolcro e su un ossario etruschi: “LARTHI MURINEI FALTUSLA” (Lartia Murina figlia di Faltone). Ciò comproverebbe la derivazione del toponimo Faltona da “FALTU” etrusco?
Il riferimento della odierna Faltona all’etrusco Faltu è esatto. Però l’iscrizione citata va tradotta esattamnte «Lartia Murinia (figlia) di quella (figlia) di Faltone». Faltone quindi era il nonno non il padre di Lartia Murinia (vedi M. Pittau, Dizionario della Lingua Etrusca, Sassari 2005, Libreria Koinè, pg. 442).
Sempre sulla strada Faentina (cha da Firenze porta a Faenza), oltrepassato Borgo San Lorenzo, si trova una località pedemontana di villeggiatura denominata Ronta. Sappiamo che in etrusco esiste “ARUNTH”. Tale nome si trova in alcune iscrizioni funerarie: “MI ARUNTHIA MOLEMANAJ” (Io sono di Arunte Malomenio” e “MI ARUNTHIA KUSIUNAS” (Io sono di Arunte Cusonio). La stretta somiglianza del toponimo italico Ronta con ARUNTH e il fatto stesso che la località Ronta si trovi nel percorso di una strada etrusca (poi romana), fa pensare, non è vero?
No, io escluderei questo riferimento per la seguente ragione: i prenomi etruschi erano appena una ventina, per cui essi si ripetevano continuamente (vedi M. Pittau, La Lingua Etrusca – grammatica e lessico, 1997, Libreria Koinè, Sassari, pg. 64). Il prenome Arunth poi era comunissimo, per cui è del tutto improbabile che esso sia servito per indicare una certa località.
Il vocabolo “mara” nella lingua toscana ha il significato di “zappa”. Io ricordo ancora i contadini mugellani che indicavano con questo nome quell’attrezzo agricolo che oggi noi chiamiamo “zappa”. In etrusco esistono vocaboli come “MAR” e “MARAM”, di significato ignoto. Esiste poi “MARU” che ha significato di “Marone”, ed era un magistrato etrusco di grado inferiore. Questo magistrato viene rappresentato nei sarcofagi o negli affreschi tombali tenendo in mano un bastone ricurvo verso l’estremità, molto simile alla forma di una zappa. Questo accostamento “mara” e “MARU” è possibile?
L’ital. marra, deriva dal lat. marra, il quale finora risulta di origine ignota, per cui è probabile che sia di origine etrusca (gli Etruschi sono stati grandi produttori, lavoratori ed esportatori di ferro grezzo e lavorato). Escludo invece che questo vocabolo abbia qualcosa a che fare con Maru «Marone». Il bastone ricurvo di certi personaggi etruschi era il lituo augurale.
Troviamo in etrusco il gentilizio “ZEMNI” (pron. Semni). Il toponimo Senni esiste in Mugello, fra Borgo San Lorenzo e Scarperia in una località agricola di pianura molto fertile, dove esiste anche una chiesa molto antica, nell’antico feudo degli Ubaldini, sulla cui facciata è murata scultura, una divinità alata, che potrebbe rifarsi al periodo etrusco (la cosa è controversa). La concentrazione intorno a Borgo San Lorenzo, Scarperia di toponimi etruschi ci indurrebbe a pensare che questa fu una zona altamente popolata da genti etrusche che praticavano l’agricoltura e la pastorizia. Lei ritiene ciò possibile?
L’accostamento dell’etr. Zemni con l’odierno toponimo Semmi può essere esatto; però si debbono trovare le antiche forme di questo toponimo per vedere se l’accostamento regge.
I vecchi muratori mugellani usavano il termine “caiccina” per indicare la calcina, ovvero la calce, il legante con cui muravano sassi e mattoni. Esiste in etrusco il gentilesco “CAICNA” dal quale deriva anche il toponimo Cecina. Siccome è probabile che nella scrittura etrusca certe vocali fossero soppresse, si potrebbe supporre che “CAICNA” potesse essere nella lingua parlata “CAICINA”, che corrisponderebbe al toscano “caiccina”, per indicare la calce. Ma tutto ciò è pura congettura?
E’ possibile che il lat. calcina (finora di etimologia ignota) sia di origine etrusca, come indizia il suo suffisso, ma questo appellativo è del tutto diverso dall’etr. Caicna, che invece corrisponde al gentilizio lat. Caecinius; ed entrambi corrispondono all’etr./lat ceice/caecus «cieco».
Fino a non molto tempo fa per attingere l’acqua al pozzo o alla sorgente si usava un particolare secchio di rame (molto simile alle mezzine etrusche) che in Mugello si chiamava “mezzina” e in Alto Mugello (o Romagna Toscana) veniva chiamato “mesèna”. Esiste in etrusco il termine “MESN”  (che è stato pure trovato inscritto su un “Kyatos”) che significa “mescere”, “riempire”. Questo accostamento “mezzana” o “mesèna” è plausibile?
Sì, questo accostamento è molto allettante. Però per esserne certi occorrerebbe fare ricerche sulle varianti dell’appellativo
In Mugello, quando si batteva il grano, ricordo che alla battitura (separazione della paglia dalle spighe) seguiva la separazione della brattea del chicco di grano, la cosiddetta “spulatura” (da “pula”). Esiste nella lingua etrusca un avverbio “PUL” che ha il significato di “poi, dopo, inoltre”. E’ possibile che il vocabolo “pula” sia una derivazione dell’etrusco “PUL”, cioè ciò che segue dalla “spulatura”?
Con i vocaboli corti, cioè di pochi fonemi è molto rischioso impostare etimologie. D’altra parte mi sembra da escludersi che un “sostantivo” toscano possa essere derivato da un “avverbio/congiunzione” etrusco.
Ancora oggi viene usato popolarmente il termine “ruzzare” che ha un doppio significato: quello di “giocare, scherzare” e l’altro un po’ più pruriginoso, vale a dire un significato erotico (fare l’amore). In etrusco “RUZ” e “RUZE”! significano, il primo, un piccolo ripostiglio, mentre il secondo significa “porco, maiale”, oppure una voce onomatopeica. Lei vede un accostamento?
L’etrusco ruz è troppo corto, e ruze è troppo distante nel significato.
Una “serqua” di uova era per i contadini mugellani una certa quantità di uova, che mi sembra corrispondesse a una diecina o a dodici unità. In etrusco esiste “SERQUE” che forse deriva dal numerale dieci o dodici? Quanto sarebbe verosimile questa derivazione dall’etrusco?
Io non conosco un vocabolo etrusco SERQUE, per cui non posso dire nulla su di esso.
C’è uno scioglilingua famoso: “Sopra la capra, la capra campa, sotto la capra la capra crepa”. In etrusco esiste il vocabolo “capra” con il significato di “urna, vaso, sarcofago”, ma genericamente si potrebbe tradurre con “contenitore, basamento vuoto all’interno”, ecc.). Ritornando allo scioglilingua “sopra la capra…ecc.) la frase non avrebbe significato. Se invece intendiamo “capra” per un sarcofago, un basamento, ecc. lo scioglilingua avrebbe un suo significato logico. Le sembra ciò molto distante dalla realtà?
In etrusco capra, kapra significava propriamente «capra», ma per metafora significava anche «sarcofago», perché molti sarcofagi antichi avevano ai quattro spigoli inferiori altrettanti appoggi a forma di «piede di capra o di caprone». (etr. capru).
Bibliografia:
Massimo Pittau – Dizionario della lingua etrusca – Dessì, Sassari 2005
Massimo Pittau – La lingua etrusca – Grammatica e lessico. Nuoro, 1997
Paolo Campidori – Mugello, Romagna Toscana e Valdisieve – Storia, personaggi, racconti, fiabe, poesie, ecc. Toccafondi, Borgo San Lorenzo, 2006
Massimo Pittau, http://www.pittau.it/
UN’ATTENTA ANALISI DEL CIPPO CONFINARIO DI FIESOLE
Lingua etrusca: si può parlare ancora di mistero?

Da più parti si sente dire la seguente frase: “La lingua etrusca non è più un mistero”: Come esistono altre voci, discordanti da questa, le quali affermano che l’etrusco non sia più un mistero, ma che tuttavia molte cose resterebbero ancora inspiegabili e indecifrabili. Per questa ragione ho voluto mettere a confronto due dei maggiori linguisti ed etruscologi del nostro tempo sulla “lettura” e “traduzione” che essi hanno fatto rispettivamente su un reperto archeologico, molto importante, che si trova a Fiesole, esposto in una delle sale del Museo Archeologico cittadino. Si tratta di un cippo di confine che è stato ritrovato entro i confini della cinta muraria fiesolana ed è catalogato come: “Cippo confinario, sec II a.C.” (Vedi: Marco de Marco – Fiesole, Area archeologica e museo, Giunti Editore, 1999). Si tratta, abbiamo detto, di un cippo fiesolano e fin qui non ci sono dubbi. Ne consegue che la lingua e le parole che sono state scolpite sul cippo, in maniera piuttosto marcata da un anonimo scalpellino, appartengano sicuramente alla lingua etrusco-fiesolana che veniva parlata a Fiesole in quel determinato periodo di tempo. Per questo, e non solo per questo, il cippo fiesolano in oggetto è di un’importanza fondamentale per lo studio e la conoscenza della lingua e della storia etrusca e, in particolare, cosa questa che più ci interessa, della storia fiesolana, che è la storia di casa nostra. Da tempo mi interesso di questo reperto archeologico e da un po’ di tempo ho cercato di studiare e di analizzare più fonti che potessero illuminarmi in merito. Ma non mi sono accontentato di ciò: per un paio di volte mi sono recato al museo fiesolano per eseguire l’autopsia (si definisce così il termine tecnico) del cippo ed ho potuto scattare alcune fotografie dello stesso, poiché quelle che avevo trovato sui libri non mi soddisfacevano o, perlomeno, c’erano alcune cose che non mi sembravano abbastanza chiare. Soprattutto certe lettere dell’alfabeto etrusco, scritte su tale cippo che, a mio parere, possono essere state mal decifrate da parte di illustri studiosi ed emeriti linguisti. La cosa può capitare quando ci si affida completamente a certi testi di etruscologia, senza fare una autopsia diretta sul reperto. Ma vediamo come i due maggiori studiosi hanno “interpretato” l’epigrafe. Il primo studioso ha decifrato l’iscrizione nel modo seguente: “TULAR SPURAL HIL PURAPUM VIPSL VHS PAPR”. In questa frase una lettera, riferita ad un vocabolo, presenta delle differenze di interpretazione. Mi riferisco, in modo particolare, all’ultima parola “tatr” (primo studioso) e “papr” (secondo studioso). Mi sembra che ci siano ancora altre difficoltà riferibili alla traduzione del testo. Se prendiamo in esame la prima ipotesi, la traduzione di questa epigrafe potrebbe essere la seguente: “CONFINE DELLA PROPRIETA’ DELLA FAMIGLIA PAPR SITUATA ENTRO I CONFINI DELLA CINTA MURARIA DELLA CITTA’ DI FIESOLE”. Mentre la seconda ipotesi, riferita al secondo linguista, sarebbe la seguente: “CONFINE DELLA CITTA’ E POMERIO PRIVATO/FIESOLE/VU(LCA) PAP(SENNA)”. Non mi sembrano differenze di poco conto fra la prima e la seconda traduzione. Ma veniamo all’analisi filologica del cippo. Nelle due prime parole “tular spural” i due linguisti sono d’accordo, le due parole significano: “confini della città” Il questo caso il nome della città è inteso come entità politica (quello che noi oggi chiameremmo “Comune di Fiesole”) da distinguere da “rasn(al) che pure ha significato “della città”, ma inteso come Stato, o meglio, come città-stato. Un’altra divergenza nella decifrazione dell’epigrafe riguarda la parola “puratum”, riferita al primo linguista, e “purapum”, riferita al secondo studioso. Non è cosa da trascurare poiché nei due casi si è letta una “t” al posto di una “p”, o viceversa. Ne deriva che il significato delle due parole, ovvero la traduzione è diversa. Nel primo caso “hil puratum” verrebbe tradotto con “case cinte da mura” o “cinta (muraria) nel cui interno si trovano delle case”; nel secondo caso, invece, “hil purapum” viene tradotto con “pomerio privato” (“pomerio” della città era lo spazio di terreno sacro, lungo le mura, all’interno e all’esterno, nel quale non era lecito fabbricane né coltivare ed era segnato da cippi confinari). Poi la parola “vipsl”. Anche qui ci sono incertezze nei due studiosi, ma credo che ciò sia riconosciuto universalmente: “VIPSL” o “VISL” (o VISUL), significava FIESOLE. Anche la traduzione dell’ultima riga del cippo sarà diversa se leggo la parola “papr” o “tatr”. Nel primo caso avremo il nome di una persona equivalente a Pap(senna), nel secondo caso la traduzione resterebbe ancora enigmatica.
Ci sarebbe da dire qualcosa ancora sull’epoca del cippo fiesolano. Per alcuni studiosi si tratta di un cippo di età arcaica risalente al VI secolo a.C., altri sostengono che sia del IV sec. a.C. e c’è anche chi la ritiene una stele più recente, cioè del II-I sec. a.C.. L’ipotesi prospettata nella via di mezzo e, cioè, che il cippo sia riferibile al IV secolo a.C. mi sembrerebbe la più attendibile, a giudicare da certe lettere come la “emme” scritte con l’alfabeto arcaico (un bastoncino con una seghetta a tre punte in cima).
Quanto ho accennato mi sembra più che sufficiente per dimostrare che: se anche la lingua etrusca non fosse più un mistero, essa è tuttavia un REBUS, poiché troppi pochi sono gli elementi certi a nostra disposizione. Ciò è dovuto ad una serie di ragioni che vanno dalla brevità delle iscrizioni tutte riferibili all’ambito ristretto in cui queste sono state scritte (cimiteriale, confini, ecc.) e, talvolta, un po’ di leggerezza (non è il caso dei due linguisti cui ho fatto riferimento) con cui viene affrontato il tema dello studio e della origine della lingua etrusca.

Bibliografia:
Massimo Pittau – Dizionario della lingua Etrusca, Sassari 2005, Libreria Editrice Dessì
Claudio De Palma – Le origini degli Etruschi, Bologna 2004, Casa Editrice Nuova S1
LA PRESENZA ETRUSCA NELL’APPENNINO TOSCO-EMILIANO-ROMAGNOLO
FRA RITROVAMENTI ARCHEOLOGICI E SIMBOLOGIA

L’Idolo in bronzo ritrovato al Peglio di Firenzuola (Firenze)

Mi diceva, tempo fa, un archeologo toscano che nell’Appennino Tosco-Emiliano e Romagnolo, non sono stati ritrovati, al momento, segni “tangibili” della presenza etrusca, se si eccettua il rinvenimento al Peglio (Firenzuola) di un idoletto in bronzo che si trova (e chissà perché) al Museo di Cortona. Questo idoletto in bronzo fu donato al Museo di Cortona sel sec. XVIII e faceva parte di una donazione composta da reperti provenienti da diverse parti dell’Etruria. Non esistono notizie precise in merito a questa statuetta. Si sa solo che essa fu ritrovata nella zona del Peglio, zona in cui era attivo un “vulcanello”, detto altrimenti “fuoco di legno”,che emetteva esalazioni di metano, le quali, al contatto con l’aria, prendevano fuoco illuminando la zona con un bagliore sinistro. La zona, per il suo interesse scientifico, fu visitata, allora, anche da un illustre scienziato italiano, inventore della pila: Alessandro Volta. Fu probabilmente in occasione di tali ricerche scientifiche che venne alla luce tale statuetta, della quale non sappiamo con esattezza chi fu il ritrovatore. Si tratta di una statuetta fusa in bronzo, di un dio, molto probabilmente Tinia, raffigurato secondo l’iconologia etrusca e, cioè: un giovane atletico nudo, imberbe, che tiene serrato nella mano un oggetto che potrebbe rappresentare un fulmine o uno scettro.
Pochissime sono le notizie che il Museo di Cortona mette a disposizione degli studiosi, e cioè: che si tratta di una divinità, uno Zeus (Tinia per gli Etruschi), che proviene dal Peglio di Firenzuola (Firenze), che è stato ritrovato in un santuario (tempio? edicola? pozzo?) e fa parte di una importante collezione. Tutto qui. Ho provato a chiedere informazioni alla Soprintendenza Archeologica di Firenze e alla Direzione del Museo di Cortona, ma purtroppo mi hanno detto che non esistono altre informazioni riguardo all’idoletto in bronzo.
Molti, specie gli addetti ai lavori, negano che la zona dell’Alto Mugello (o Appennino Tosco-Romagnolo), sia zana etrusca, in quanto, al momento, non esiterebbero risultanze tali da ammettere la presenza di villaggi etruschi, anche se rinvenimenti (oltre all’idoletto) ce ne sono stati in abbondanza. Nella prima metà dello scorso secolo, fu trovato un altro idoletto (andato disperso?) sempre nella zona del Firenzuolino, presso Frena, una località in cui passava una derivazione di una importante strada che portava in Emilia Romagna. Ma non è tutto fra queste due strade, quella montana del Peglio, che si dirigeva verso Marzabotto (Misa), e quella a mezza costa, lungo il fiume Santerno, esisteva un’altra strada di fondo valle che conduceva nella Valle dell’Idice e a Monterenzio dirigendosi verso Claterna. Proprio in quest’ultime due località sono stati ritrovati importantissimi reperti etruschi nel sito di Monte Bibele, reperti che si trovano attualmente nel locale museo di Monterenzio. Altri “risultanze” etrusche sono affiorate nel palazzuolese, i cui scavi sono tuttora in corso sotto la direzione del Dr. Luca Fedeli della Soprintendenza Archeologica di Firenze.
Tutti questi ritrovamenti, a sud e a nord dell’Appennino Tosco-Emiliano-Romagnolo, sono qualcosa di tangibile e che non fanno pensare a oggetti lasciati casualmente da commercianti etruschi durante i viaggi verso il nord (Emilia-Romagna) o dal nord verso il sud delle città dellEtruria meridionale. Ciò può anche essere vero, ma in parte. L’ipotesi più probabile è che la zona appenninica fra Senio (Palazzuolo), Santerno (Firenzuola), Monterenzio (Idice), Reno (Marzabotto), doveva essere ben più popolata da genti etrusche di quanto si è finora creduto. Lo testimonierebbero oltre ai rinvenimenti, i toponimi di derivazione etrusca e, non ultimo, la simbologia.
La “tangibilità” della presenza etrusca, via via che passa il tempo e che si approfondiscono gli studi, diventa sempre più marcata, se si tiene conto anche del simbolismo, fortemente diffuso, in quei luoghi. Il simbolo, da sempre, presso tutte le civiltà antiche, è stato il segno, o meglio, il sigillo o la figura rappresentativa di un’idea, di un concetto, ma anche della qualità delle cose, o del rango sociale di un personaggio. Possiamo tranquillamente affermare che il simbolismo ha preceduto la scrittura (che pure è autentico simbolismo), ha convissuto con essa per secoli, forse millenni. I simboli hanno avuto sempre grande considerazione presso le popolazioni antiche, le quali, hanno pensato ad essi come “portatori” di valenza magica, esoterica e religiosa. Basti pensare alle “rune” celtiche, ai segni della cabala, ai segni zodiacali, all’astronomia, e, non ultima, l’alchimia. Il Medioevo, in particolare, per far riferimento a un’epoca non troppo lontana da noi, ha tenuto molto in considerazione la simbologia, dei colori, dei numeri, ecc. Basta recarsi in una delle nostre belle chiese romaniche italiane (o francesi) per trovare nelle icone, negli affreschi, nelle sculture e nell’architettura una sovrabbondanza di simboli laici e religiosi, che l’uomo moderno, superficiale, fa fatica a comprendere.
La simbologia è stata da sempre un riferimento, una regola fissa, ma, talvolta, anche una necessità. Dobbiamo tornare per questo al tempo dei primi cristiani e al diffuso simbolismo delle Catacombe, dove il Cristo veniva presentato con il simbolo del pesce, per indicare la lettera greca, iniziale del Cristo, oppure con l’Alfa e l’Omega, due lettere greche indicanti l’inizio e la fine , cioè la vita e la morte, oppure nella forma rovesciata, morte-vita per indicare il fine escatologico dell’essere vivente e, ancora, per indicare il Dio, l’Essere supremo e superiore, insomma “Colui-che-è”.
Il Rinascimento, periodo caratterizzato dalla riscoperta dei valori dell’uomo e del suo mondo, dalla riscoperta della classicità e del paganesimo, ma anche periodo di forti contrasti materialistico-religiosi metterà in second’ordine (per usare un eufemismo) il simbolismo, sostituendolo con l’allegoria paganeggiante, che è tutt’altra cosa.
A Frassineta di Piedimonte presso Palazzuolo (Firenze), in un antico resedio rurale, su una finestra arcaica, è raffigurato un personaggio, una donna che lancia in aria una ruota, entro la quale è iscritta una croce polare. La ruota, secondo l’antica simbologia, rappresenterebbe il cielo o l’universo, mentre la croce polare l’unione di due principi, cioè il cielo (principio attivo) e la terra (principio passivo). Questo simbolismo, che forse però è anche una allegoria (simbolismo e allegoria, pur nella loro definizione concettuale ben precisa, sono concetti astratti, e molte volte si fondono l’uno nell’altro: il simbolismo nell’allegoria e viceversa), starebbero a significare che la donna (principio passivo), regge nelle sue mani la terra (ancora principio passivo) e il genere umano (principio attivo e passivo). La donna è anche simbolo della spiritualità sacerdotale, colei che ha generato il genere umano: la fattrice, la Madre. Questa simbologia donna-ruota (terra) è comunissima nell’antichità e, in particolare, la donna che lancia in aria la ruota si ritrova su vasi attici e nella simbologia etrusca. Ciò non vuol dire però che ci sia un legame diretto fra la raffigurazione di Frassineta di Piedimonte di Palazzuolo e i Greci o gli Etruschi. In altre parole, non è detto che per via di quella raffigurazione di Frassineta (che è una derivazione diretta della cultura greco-etrusca), o per altre risultanze simili, si possa affermare con sicurezza assoluta che gli etruschi abbiano abitato massicciamente, con numerosi villaggi, queste zone montane fra Toscana e Emilia-Romagna. Anche se scavi abbastanza recenti, condotti dalla Soprintendenza Archeologica per l’Emilia Romagna, hanno accertato la “presenza” di insediamenti etruschi a Monte Bibele (Idice), che non dista molto da Frassineta di Piedimonte. Un altro esempio di come attraverso la simbologia presente nellAppennino, nelle sue forme più svariate, si possono fare ipotesi circa la discendenza di quelle popolazioni da una civiltà piuttosto che da un’altra.
LA LINGUISTICA ARRIVA PRIMA DELL’ARCHEOLOGIA?
Il significato di Bonomia e Felsina
Ma è proprio vero che la scienza linguistica ottiene maggiori risultati dell’archeologia e in tempi decisamente più rapidi? Rispondo che in alcuni casi è vero e in altri no. Faccio un esempio: in Toscana, nel Lazio, in Emilia Romagna ci sono molti luoghi di località che hanno dei nomi di origine etrusca, ma che tuttavia, a tutt’oggi, non abbiamo risultanze archeologiche che possano, con sicurezza, “catalogare” queste località come etrusche. Al contrario sono stati scoperti vari siti archeologici che, a tutt’oggi, non sono collocabili sotto alcun nome. Se poi noi intendiamo la domanda se la scienza linguistica sia più efficace dell’archeologia nello studio degli etruschi o di altre civiltà, questo è, come si dice: “un altro paio di maniche”. Per questo argomento vorrei rimandare gli interessati al mio articolo “L’origine della lingua etrusca”, pubblicato sul giornale mugellano “Il Galletto” e su alcuni siti Internet. Che Bologna fosse un’antica città-stato etrusca, chiamata Felsina, è una notizia che sanno tutti e i bolognesi in modo particolare, da parecchio tempo. Avendo il sottoscritto lavorato nella città di Bologna per più di due anni e conoscendo abbastanza bene i bolognesi, so che essi sono molto attaccati anche alla loro discendenza nordica, quella dei Celti o Galli Boi appunto, che conquistarono questa città fortificata nel sec. IV a.C. Plinio il Vecchio (Nat. Hist., III,15), narra così: “Intus coloniae Bononia, Felsina vocitata tum cum princeps Etruriae esset…” (Dentro la colonia c’é Bologna, chiamata Felsina allorquando era la principale dell’Etruria…). I Galli Boi le diedero poi il nome di Bonomia.
E’ appena il caso di dire che la presenza etrusca nel sito di Bologna o nelle immediate vicinanze è ampiamente dimostrata anche da numerosi resti e reperti archeologici, oltre ad una quarantina di iscrizioni in lingua etrusca (Cfr. Massimo Pittau, Toponimi Italiani di Origine Etrusca, Magnum Edizioni, 2006). Tuttavia, come succede per altri importanti siti etruschi, il nome di Felsina, in quanto tale, non risulta documentato in alcuna iscrizione. Risultano invece copiosamente documentati alcuni gentilizi che sono strettamente correlati con il toponimo in questione. Questi gentilizi sono: Felzanas , che significa: di Felsina, cioè abitante originario di Felsina (Bologna); Felz(na), che corrisponde a un nome di persona: Felsinio; Felznei (Felsinia); ecc. ecc. E’ risaputo che in tutti i domini linguistici molto spesso nomi di persona e nomi di località si ricordano tra di loro dato che un antroponimo (nome di persona) può derivare da un toponimo (nome di località) e viceversa.
Ma vediamo perché i Celti, Galli Boi, ribattezzaronono l’etrusca Felsina con un nome tipicamente celtico: Bonomia. Bisogna intanto dire che “bona” (per i toscani e i mugellani ha un significato tutto particolare, riferito alle qualità di una donna avvenente) nella lingua celtica significava un luogo fortificato, o “oppidum” come chiamavano i latini. Da ciò è desumibile che i Galli Boi vollero qualificare questa città col nome di “bona-bonomia” poiché la stessa, al momento della conquista era già stata fortificata da parte degli Etruschi. Questo nome “bona” ha l’equivalente in altre città francesi, tedesche e austriache come ad esempio: Juliabona, Lillebone, Boulogne-sur-Mer, Boulogne-sur-Seine, Ratisbona, Vindabona (odierna Vienna), ecc. D’altronde lo storico, già citato, Tito Livio (XXX,37,4) narrando della città di Bologna, usa la espressione “Felsinam oppidum”. Ciò confermerebbe che i Galli mutando il nome di Felsina in quello di Bonomia, non abbiano fatto altro che “tradurre” un vocabolario etrusco con uno equivalente celtico, aventi l’uno e l’altro lo stesso significato di “oppidum” (luogo fortificato). L’oppidum, verrebbe anche confermato dal fatto che le caratteristiche geomorfologiche della città di Felsina-Bonomia sono adatte per essere fortificate, e anche per il fatto che non sarebbe esistito nelle vicinanze un altro stanziamento etrusco che potesse competere con questa ai fini di una difesa di carattere militare.
UN GIALLO SULL’ESPORTAZIONE ILLEGALE DI REPERTI
ETRUSCHI
Una delle tante storie legate al commercio illegale di
Reperti archeologici
Il rinvio a giudizio per contrabbando di antichità del precedente procuratore del Getty Museum Marion True e il commerciante Robert E. Echt, che vendette al Metropolitan Museum of Arts un vaso del tardo VI sec. a.C. dipinto da Eufronio per un milione di dollari nel 1972 è ancora in corso In questi ultimi tempi il MET (Metropolitan Museum of Arts) ha accordato la restituzione all’Italia di circa due dozzine di antiche opere Greche e Romane, incluso il vaso di Eufronio che erano state trafugate. E questo non è tutto. Il Museo di Belle Arti di Boston si dice che stia negoziando per rimandare alcuni pezzi della sua collezione che gli italiani asseriscono essere stati rubati. L’Italia sta anche investigando su opere nel Museo d’Arte di Cleveland, nell’Istituto d’Arte di Menneapolis, nel Museo d’Arte di Princeton, nel Museo d’Arte di Toledo e nella collezione privata di Leon Levy e di sua moglie Shelby White a New York.
L’azione offensiva legale dell’Italia si è basata su montagne di evidenze – migliaia di oggetti di refurtiva ma anche fotografie e documenti – sequestrati ai saccheggiatori e commercianti in una serie di drammatiche irruzioni dei Carabinieri addetti alla Tutela del Patrimonio Artistico. Le indagini furono condotte da Roberto Conforti comandante la Squadra del Patrimonio Artistico dei Carabinieri dal 1990. Conforti si è fatto questa sua considerevole esperienza lottando contro il crimine organizzato con lo scopo di spezzare la rete illecita del commercio dell’antichità. Il suo approccio è stato quello di procedere pazientemente per identificare le persone coinvolte e fare pressione sugli operatori di basso livello, la cosiddetta manovalanza o nel caso specifico “tombaroli” e trafficanti di “piccola stazza”, per incastrare i “pesci grossi” che stanno sopra di loro nella catena del crimine. La fortuna, o dea bendata, è intervenuta e ha portato gli investigatori su una traccia che si è rivelata molto importante..
Pasquale Camera era un uomo grasso, che pesava circa 150 chili e come ciò può suggerirci egli amava molto l’arte culinaria. Il 31 agosto 1995, di giovedì, egli pranzò al ristorante Luciano a Santa Maria Capua a Vetere. Prese l’Autostrada A1, ma i Carabinieri, che seguivano i suoi spostamenti, non lo inseguirono. Essi sapevano dove era ubicato il suo appartamento a Roma. Nonostante la giornata fosse calda e umida, il Camera si stava avvicinando all’uscita di Cassino mantenendo il motore della sua auto su di giri, mentre il contachilometri segnava 160-180 Km orari. Forse, per la fretta di partire dal ristorante, dopo aver fatto un lauto pranzo, il Camera accusò problemi di digestione che fatalmente gli procurarono in un colpo di sonno. La sua auto uscì di strada e andò a schiantarsi contro il guard-rail capovolgendosi. Il Camera rimase ucciso all’istante. Ovviamente, come succede in questi frangenti, ci furono delle voci che sospettarono che l’auto del Camera fosse stata manomessa, ma Conforti, non ha mai dato credito a questa tesi.
Gli incidenti stradali sono nel nostro Paese di competenza della Polizia, tuttavia quando questi capitano in piccole cittadine come Cassino, i Carabinieri vengono a loro volta informati. Essi vennero informati che un numero di fotografie erano state trovate negli scomparti della vettura semidistrutta del Camera, fotografie che ritraevano oggetti di antiquariato di enorme pregio artistico. Conforti si rese conto di questa grossa opportunità che gli era capitata fra le mani. Nel giro di un’ora i suoi uomini contattarono un magistrato di Santa Maria Capua a Vetere e ottennero una autorizzazione che permetteva loro di irrompere nell’appartamento del Camera a Roma. La rete di Conforti contava tuttavia di catturare alcuni “pesci” grossi e uno di questi era Giacomo Medici. Una richiesta ufficiale fu spedita alla Svizzera, chiedendo il permesso di “visitare” gli uffici della Editions Services, che erano locati nella stanza 23, al quarto piano di un magazzino costruito in metallo. Nella prima stanza gli agenti videro che si trattava di un normale ufficio, con divano, sedie, alcuni armadi e un bel tappeto che copriva il pavimento.
Quando i Carabinieri aprirono questi armadi, essi cambiarono subito la loro opinione. Tutti i palchetti degli armadi era stipati di pacchi che contenevano antichità, con vasi, statue, bronzi, candelabri, affreschi, animali in ceramica, gioielli, ecc. Alcuni erano avvolti in giornali, gli affreschi erano appoggiati sul pavimento e contro il muro, altri vasi erano impacchettati in casse da frutta e molti erano sporchi di terra e altre impurità. Alcuni avevano le etichette di Sotheby sotto le legature fatte con dei nastri bianchi, ma questo non era tutto. C’era anche una cassaforte e il contenuto di questa era assolutamente sbalorditivo. All’interno c’erano una ventina di preziosissimi piatti greci della migliore fattura, così belli che nessuno di loro aveva mai visto. Questi oggetti, nel loro insieme potevano valere milioni di Euro. Al vertice di questa rete di illeciti c’era Robert Hecht, i cui clienti includevano il Metropolitan Museum of Arts, il Getty ed altri. Fu su queste basi che Conforti si mosse contro i trafficanti. Un raid fu programmato nell’appartamento di Hecht a Parigi. L’ufficiale francese bussò alla porta. La moglie di Hecht, Elisabeth, aprì. Dapprima essa tentò di resistere ai poliziotti. Essa disse che Hecht non c’era e che non abitava lì da almeno 15 anni. Gli ufficiali di polizia francese e italiana le diedero un ultimatum. Se la donna li avesse fatti entrare di sua spontanea volontà essi non sarebbero passati alle maniere forti e non avrebbero sfondato l’uscio per entrare nella sua camera (dove, i poliziotti erano consapevoli che si trovasse Hecht). essa oppose resistenza e gli agenti entrarono di forza nella camera. Subito essi guardarono sotto il letto e videro numerosi sacchi bianchi per la spesa, pieni di reperti. La prima cosa che essi notarono furono alcuni vasi Attici, Apuli, Corinzi, tutti pieni di terra. Essi trovarono poi un elmo di bronzo e una cintura sempre in bronzo, che sembrava appena dissotterrata dal terreno. Inoltre si imbatterono in numerosi frammenti di vasi, nella stessa condizione di sporcizia.
Dal libro: “The Medici Conspiracy” di Peter Watson e Cecilia Todeschini, Copyright 2005

IL CONCETTO DI EROS, BIOS E THANATOS (AMORE, VITA E MORTE) PER I NOSTRI ANTENATI ETRUSCHI
Ho qui davanti ai miei occhi un bassorilievo etrusco, opera del VI sec., proveniente da Tarquinia e che si trova a Firenze, nel Museo Archeologico. Si tratta un bassorilievo interessante, suddiviso in sette riquadri di diversa grandezza,, forse in avorio. Le raffigurazioni trattano di scene mitologiche, cacce, battaglie e figure impregnate di mitologia. Nei primi tre riquadri superiori, due figure mitologiche: una figura antropizzata, forse una dea alata che porta sulla spalla destra un serpente. Nell’altra quella di destra una chimera, molto simile a quella d’Arezzo (un pezzo eccezionale, conosciuto in tutto il mondo, esposto nel Museo Archeologico di Firenze).
Nella zona mediana del bassorilievo,, in tre piccoli riquadri sono rappresentate alcune paperelle, messe in fila , una dietro l’altra. Sotto, in un riquadro esteso quanto il bassorilievo, è raffigurata la lotta fra un centauro munito di una grossa clava e un uomo armato di una freccia. Entrambi stanno per scoccare il colpo decisivo sull’avversario, il colpo che deciderà la vita o la morte. Al centro del riquadro, posto in basso, una figura enigmatica, forse un guerriero, che sella un bellissimo cavallo dalla coda attorcigliata. Più a destra un’altra scena propone un leone che sta per azzannare una cerva. All’estremità destra del riquadro una figura maschile, forse si tratta del defunto (?), che guarda impassibile le scene in una posizione accovacciata e con le mani disposte sulle anche. Vincerà la vita (qui è simboleggiata la vita ultraterrena) o vincerà la morte? I singoli riquadri del bassorilievo sono suddivisi da una cornice a forma di nastro intrecciato, motivo che ritroviamo in molte altre opere etrusche.
Come abbiamo detto tutte le scene sono impregnate dalla simbologia che ruota intorno al significato della vita, della morte e della rigenerazione. La morte, anzi l’attimo che precede la vita o la morte (thanatos) è rappresentata nei tre riquadri posti in basso del bassorilievo. Il pathos che accompagna queste scene dà veramente l’impressione che vita e morte siano legate e intrecciate fra di loro da un filo esilissimo. Forse anche le trecce delle code del cavallo e del minotauro alludono a questo A chi toccherà la vita (bios) e a chi toccherà la morte (thanatos)? A noi (mortali) non è dato sapere. Ma il fine escatologico in queste scene è evidente.
Il passaggio dalla morte alla vita ultraterrena è sottinteso nei tre piccoli riquadri mediani, dalle paperelle, simbolo dell’inaffondabilità e quindi dell’immortalità: infatti questo animale può attraversare (passaggio dalla morte alla vita) senza alcun pericolo, la distesa d’acqua o la palude senza pericolo di affondare (etrnità). La scena superiore,sinistra, dove è raffigurato un uomo e una donna mentre compiono l’atto sessuale (eros), rappresenta in termini ultraterreni la capacità di riproduzione o meglio di rigenerazione. Non dobbiamo qui pensare ad una scena erotica fine a se stessa.
Sempre nella parte superiore, nel riquadro centrale e di destra sono raffigurate una sorta di dea alata che sostiene un serpente (o altro animale mitologico) e la chimera. Entrambe rappresentano il mondo degli inferi. Per inferi non dobbiamo intendere il nostro inferno. Anche il Cristianesimo usa il termine “inferi” per definire il “regno dei morti” o meglio “la morte del corpo”. Nel Credo, preghiera cristiana, si dice che Cristo discese agli “inferi”, sottintendendo con questa definizione lo stato di morte corporale, insomma, il contrario della vita. Gli Etruschi intendevano per “inferi” il mondo dove abitavano le divinità telluriche, nel profondo della terra, e che per essi rappresentava l’aldilà, la vita eterna. In questo bellissimo e interessantissimo bassorilievo tarquinese, che si trova nel Museo Archeologico di Firenze, è rappresentata dunque la concezione vita-morte (bios-thanatos), l’amore generatore di vita etrena (éros-bios) e infine il “passaggio” al mondo dei “morti”, l’aldilà. Questa era la concezione escatologica dei nostri antenati etruschi e non possiamo certo affermare che esse non credessero in un’altra vita, quella ultraterrena, appunto

GLI ETRUSCHI CI PARLANO
Sono gli oggetti, le tombe, le innumerevoli iscrizioni
che ci parlano di loro

Gli Etruschi, popolo antichissimo e civilissimo, ci parlano e per fare questo hanno usato metodi diversificati, a seconda dell’epoca, e delle circostanze ambientali. Gli Etruschi Villanoviani ci hanno parlato con la simbologia, la quale attraverso simboli come l’uovo, il sole, la luna, le stelle, la cosiddetta “svastica”, ecc., ci dice moltissime cose e al contrario del linguaggio, questa si conserva immutata attraverso i millenni. Infatti le lingue, cambiano e spesse volte cambiano così in fretta da essere costretti a cambiare i nostri vocabolari o ad aggiornarli in tempi brevissimi. Gli Etruschi del VII sec. A.C. chi hanno ‘parlato’ con la scrittura. Le prime forme, arcaiche, sono distinguibili da quelle più recenti per diversi motivi, uno fra questi è quello che la scrittura doveva viaggiare pari passo con la lingua parlata. Un’altra forma di comunicazione si è rivelata quella degli affreschi, che si sono appalesati come una vera miniera di informazioni. C’è da dire: “grazie Etruschi, le vostre scene dipinte ci hanno permesso di conoscere un po’ della vostra vita” (anche se tanto ancora c’è da capire),

Per renderci conto di quanto sia difficile capire gli Etruschi potrei fare un esempio convincente, anche se mi auguro con tutto il cuore che ciò non avvenga mai. Ammettiamo (qui lo dico, qui lo scongiuro) che sulla terra incomba una disastrosa nuova guerra mondiale nucleare. Tutto ciò che si trova sulla terra diventa distruzione, macerie, e, ammettiamo che si salvino solo una sparuta schiera di uomini, donne e bambini. A causa di questo sfacelo la civiltà verrebbe cancellata. Gli uomini superstiti sarebbero costretti a ricominciare tutto la capo: niente tecnologia, niente fonti scritte, insomma niente che apparteneva alla civiltà distrutta. Ammettiamo anche che trascorrano un paio di millenni, e che tutto venga ricoperto da uno strato di terreno, alto cinque, sei metri. Supponiamo che verso il 4000 d.C. qui in Toscana avvengano eclatanti scoperte archeologiche, ad esempio che venga titrovato il sito della necropoli di Firenze, Trespiano per interderci. Gli archeologi del 4000 d.C. scoprirebbero migliaia e migliaia di croci, di Cristi lacertai, di Madonne piangenti, di Angeli, di Santi, con scritte più o meno varie, dalle più semplici alle più complesse: “Qui giace Tizio”, “Qui riposa in pace Caio”, ecc. fino alle forme di epigrafia più complesse, ma sempre riferite all’ambito cimiteriale.

Ipotizziamo, anche, ma certamente non sarà così, che la religione cattolica venga del tutto dimenticata a causa dell’ecatombe. Gli archeologi futuri potrebbero far risalire tali figure, sicuramente alla religione degli abitanti vissuti nel XXI secolo, ma di dovrebbero chiedere qual’era per essi il significato della croce, dell’Uomo in croce, della denna Donna che piange sul corpo morente di Cristo, degli angeli, della miriade di Santi, Pietro, Paolo, Francesco, Padre Pio, ecc. ecc. Ripeto, si tratta solamente di una ipotesi, che io, non solo mi sento di escludere, ma essendo credente mi vengono in mente le parole di Cristo: “I cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno mai”. I futuri archeologi potrebbero pensare a tantissime cose, alle più svariate, difficilmente riuscirebbero a capire la storia dell’uomo crocifisso. Ancora più difficlmete riuscirebbero a capire la simbologia cristiana, i vari IHS, il sole sul calice, e tutti gli altri simboli eucaristici. Difficile sarebbe per essi capire il perché di tante fuigure raccapriccianti, di uomini ai quali viene mozzata la testa, a donne alle quali vengono strattati i seni, a giovani legati alle colonne e uccisi con le frecce, a uomini che vengono arrostiti sulle gratelle, ecc. Sicuramente l’idea che si formerebbero questi archeologi del futuro sarebbe quella che la nostra società odierna era una società barbarica, sanguinaria e cattiva (e non avrebbero tutti i torti). Se poi andassero a analizzare le scritte, i linguisti del futuro farebbero mille supposizioni, la prima riguarderebbe senz’altro la loro origine: “Da dove provenivano gli Italiani”. E giù sopposizioni su supposizioni. Gli italiani venivano dagli Stati Uniti, poiché sono stati ritrovati dei pezzi di jeans, uguali a quelli che portavano gli americani. Altri potrebbero dire: gli italiani provenivano dalla Romania, poiché sono state trovate molte tombe con nomi simili o uguali a quelli ritrovati nel territorio rumeno. Sicuramente gli archeologi non riusciranno a capire il perché tante donne rumene sono qui in Italia a fare le “badanti”.

Altri potrebbero dire, per le stesse ragioni che gli Italiani provenivano dall’Albania, dalla Tunisia, dal Senegal e chi più ce n’ha più ne metta. Allora alcuni futuri archeologi obbietteranno: “Sicuramente gli Italiani erano una Federazione di popoli, di razze, di etnie diverse, come a suo tempo lo erano stati gli Etruschi?” E poi la lingua, gli Italiani parlavano una lingua imparentata con l’inglese, cedi OK, vedi bye bye, vedi joke-box, ecc. Altri potrebbero pensare che la lingua derivi dal francese, vedi cheri, non-chalance, merci, ecc. Vedete a che razza di confusione sarebbero sottoposti i nostri eroici archeologi del sec. XL?. E poi, le cappelle di famiglia semi distrutte, ma ancora “leggibili”, sotto il punto di vista architettonico. Mi immagino che i “futurarcheologi” direbbero: “Le case degli italiani erano piccole, di un solo ambiente, con il tetto a spiovente, ricoperte di marmi e suppellettili varie”. Questo per i ricchi, i poveri invece, non potendosi permettere la tomba signorile, venivano seppelliti in fosse di circa due metri di profondità.
Vedete quanto sarebbe difficile ricostruire dopo duemila anni il tipo di vita, la religione, larte, il lavoro, l’architettura e le conquiste scientifiche degli italiani? Se i futuri archeologi non venissero in possesso di un vocabolario della lingua italiana, si troverebbero nelle stesse difficoltà che ci troviamo oggi con la civiltà etrusca. Ma torniamo al tema di come gli Etruschi ‘comunicano’ con la nostra società attuale.

Nonostante i molteplici modi di forme di ‘comunicazione’ mi è parso giusto analizzare ciò che i nostri avi Etruschi ci tramandano con la scrittura. Noi possediamo migliaia di epigrafi, pochissime di queste sono arcaiche e semplicissime nei loro concetti, ad esempio: “Mi Mamarce Asklaie” (Io sono Marco di Ascoli, oppure io sono il donatore Marco di Ascoli); “Mi culixna Velthura Venelus” (io sono la coppetta di Venel Volturio).
Queste due iscrizioni, rinvenute a Capua (Campania) nel V sec. A.C. risalgono al V secolo a.C. Sono due frasi semplici, che da un lato vogliono affermare la proprietà delle cose a certe persone, e che quindi non vanno toccate da nessuno e tantomeno rubate, dall’altro lato, implicitamente, si riconosce che tali tombe appartengono a Tizio o a Caio. Sempre rimanendo nello stesso periodo riporto una iscrizione trovata in Campania a Suessula, e questa dice: “Mi xulixna cupes althnas ei minipi capi mini thanu”. L’iscrizione è appena un po’ più complessa delle altre, ma niente di trascendentale: “io (sono) la coppetta di Cupio della città si Alatri, non mi prendere”. Perché gli etruschi avevano così timore che un oggetto, se vogliamo di poco valore, allora, venisse trafugato dalle tombe dei loro cari? E’ probabile che gli oggetti lasciati nelle tombe del defunto fossero una specie di offerta da regalare al traghettatore, affinché questo lo conducesse senza pericoli nel regno dell’Ade, cioè nel regno dei morti. Altre iscrizioni sono ancora più semplici ad esempio questa: “Tula Tetula Surate” rinvenuta a Capena (Lazio) e significa: “io sono Tullio della città di Sorano”. Pochi discorsi, lo vedete come sono semplici: nome cognome e provenienza, una specie di carta d’identità in formato ridotto. Un’altra epigrafe dal contenuto un po’ curioso: “Mi Squrias Thina mlax mlakas”. Certo di primo acchito la frase sembra incomprensibile, ma se facciamo un po’ di attenzione notiamo che “Mi” equivale a “io sono” (opp. Mi ma=io sono), il verbo quindi, in questo caso è sottinteso. Per “squrias” ci viene in aiuto in latino con “scurra” che significa: fannullone, buffone, adulatore, parassita. Tuttavia l’origine di questo nome di persona sembra di origine etrusca. Da qui deriverebbero gli aggettivi italiani “scurrile”, che ha significato di osceno, maleducato, ecc, “thina” potrebbe significare “olla”, parola da cui deriverebbe anche l’italiano “tino” e il nome Tino-a. Dunque: “io sono la olla di Scurreia che scioglie un voto”. Gli Etruschi erano molto religiosi (ciò non toglie che ci fossero anche degli atei!) e la loro religione spesso e volentieri si tramutava in superstizione: guai seri sarebbero toccati all’eventuale ladro della ‘olla’ (pentolina) di Scurreia.

Ancora una epigrafe facile a comprendere: “Mi mulvanice Mamarce Velxanas”, semplicemente mi ha donato (mulvanice) Marco (Mamarce) Velxanas (di Vulci o vulcente). Ora due epigrafi, facili, facili da Tarquinia ed esattamente dalla Tomba Bruschi,forse una delle tombe che abbiamo recentemente visitato con i soci di Archeoclub Mugello. “Ati nacna Velus”. Ati significa madre e “nacna” significa “grande”, dunque le due parole messe insieme significano “grande madre” ovvero grand-mère (Nonna in francese) e Grossmutter (nonna in tedesco). Siccome la tomba è recente e risale al II sec. a.C., è probile che questa parola derivi dalla lingua celtica. I celti infatti invasero l’Italia settemtrionale verso il VI-V secolo a.C. Testimonianze molto interessanti della cultura celtica, appena fuori la Toscana le troviamo a Monerenzio, appena scollinato il Passo della Raticosa, in provincia di Bologna. L’altra iscrizione è formulata così: “Papa Velus”, dove “papa” non sta per papà, ma per nonno. E il n ostro “babbo”, allora da dove deriva? Si tratta forse di una voce onomatopeica? (il bambino piccolo quando riesce a pronunciare le prime sillabe dice: “ba-ba” e da qui ad arrivare a “babbo” il commino mi sembra breve).

Un’altra epigrafe interessante proviene da Tarquinia: “Mi ma Mamarce Spuriiazas”. La traduzione è la seguente “Io sono Marco Spurillio”. C’è da notare qui che “spurio” ha snche il significato di “illegittimo, bastardo, adulterino”, oppure “spur”, in etrusco significa “città”. Perche queste somiglianze? Non mi sentirei certo di confermare che “spuriazas” significasse “figlio naturale”, poiché mi mancano gli elementi per dimostrarlo, però, la tesi è interessante o “allettante” come spesse volte dice il Prof. Massimo Pittau, linguista etruscologo di chiara fama.
“Eca mutana Cutus Velus”, iscrizione in una trave di tufo, rinvenuta a Tarquinia nel II sec. a.C. significa: “Questa è la tomba di Vel C….” Un’altra iscrizione, rinvenuta a Tarquinia in un cippo funerario del II-III sec. a.C. “Lucer Latherna svalce avil XXVI”. “Lucer” deriva molto probabilmente da “luce” e quindi “Locer” potrebbe significare “Luciano”. Questo Luciano è vissuto (svalce) “avil” (fino a, anni) XXVI (ventisei). Questo giovane è vissuto troppo poco anche per quei tempi, in cui le guerre erano pane di tutti i giorni.

Abbiamo imparato dagli stessi Etruschi, alcuni nomi propri, alcune forme verbali semplicissime come as esempio “mi ma”, o semplicemente “mi”, che significa “io sono”; poi abbiamo conosciuto come questo popolo chiamava la mamma, il ‘babbo’, la nonna, il nonno, ecc. E’ solo una piccolissima parte di ciò che potremo scoprire analizzando le singole iscrizioni rinvenute nei siti etruschi.

FRASCOLE (Dicomano): ESCLUSA L’IPOTESI DEL TEMPIO ETRUSCO SUL POGGIO DI SAN MARTINO?

Tutta la zona di Frascole, Castel di Poggio, ecc., nel territorio mugellano, presso Firenze, rientrava nella giurisdizione di Castel del Pozzo, i cui proprietari, nel Medioevo, erano i potenti feudatari Conti Guidi da Porciano (in Casentino), un ramo della famiglia dei Guidi da Modigliana. Con la fine dell’età feudale e dopo aspre vicissitudini e battaglie i Guidi alienarono la Contea del Pozzo alla ‘novella’ aristocrazia fiorentina quella dei Conti Bardi, che la tennero per circa quant’anni e dopo la alienarono alla Repubblica Fiorentina che acquistò tutto il contado, fortezze comprese, per la modica cifra di 2500 fiorni, nell’anno 1378. Faceva parte della Contea di Castel del Pozzo, anche la fortificazione e la piccola chiesa che sorgevano su un importante snodo viario medievale, già etrusco, sul Castello di Poggio, ubicato a monte, direzione Est della pieve di Frascole. Accanto alla torre, facente parte della fortificazione di castel di Poggio, ubicata in posizione estremamente strategica, era stata costruita, o meglio, ricostruita dopo l’abbattimento del castello, sui ruderi della fortificazione la piccola chiesetta di san martino in Poggio la quale era diposta su un piano longitudinale est-ovest, con un piccolo sagrato in pietra e con pavimento in lastre sempre in pietra. La Fortezza di San Martino in Poggio fu espugnata e, in seguito, abbattuta forse ad opera dei Fiorentini, durante la loro maggiore fase di espansione nel contado, probabilmente verso la fine o agli inizi del XIII secolo.
Che tutta la zona intorno a Dicomano e, in modo particolare Frascole e Castel di Poggio, fossero in origine etruschi non esiste ombra di dubbio, infatti gli Etruschi abitavano le alture dei monti sulle sponde destra e sinistra del fiume Sieve e tanti reperti, appartenenti a questo antico pololo sono stati ritrovati in strati più o meno profondi in tutte queste zone, non esclusa la zona di cui stiamo trattando.
Accanto alla chiesa di San Martino in Poggio (cura di anime fino a che la zona non perse importanza per una serie di cause tutte legate al cambiamento della condizione economica e sociale degli abitanti che abitavano quelle zone collinari) scavi più o meno recenti hanno ritrovato le fondamenta di quella che era la torre (il mastio) della fortezza dei Guidi, signori della zona. Essa si trovava proprio accanto alla chiesetta, sotto la coltre di terra formante una specie di collina a forma di cono tronco alla sommità. Qui si celavano le strutture della fortezza dei Guidi e, proprio sulla sommità un po’ spianata era stato allogato il piccolo cimitero ad uso dei defunti che avevano abitato nella cura di detta chiesa. La torre della fortificazione aveva una base di circa 10 metri per trenta ed era divisa in tre parti da tre solidi muri interni. Lo spessore dei muri esterni misura circa mt. 1,50. La torre, che, ripeto, doveva essere il ‘mastio’ della fortificazione doveva avere un’altezza variabile dai 25 ai 30 metri, con un probabile coronamento superiore a merli. E’ probabile inoltre che l’ingresso della torre, per ragioni difensive, fosse non al piano terreno (dove probabilmente esistevano locali che potevano servire da cisterne per la raccolta delle acque o anche per il deposito di armi, di cibo, ecc.), ma al primo piano della stessa, ingresso al quale si accedeva per mezzo di una scala di legno, rimovibile, in caso di pericolo. Analoghe scale in legno dovevano esistere per raggiungere i piani superiori della torre.
Siccome la zona intorno a Castel di Poggio e Frascole era sicuramente abitata da Etruschi è probabile, ma non è sicuro, che la fortificazione medievale dei conti Guidi sorgesse sui ruderi di un precedente stanziamento etrusco.
In zona, abbiamo detto sono stati ritrovati molti reperti, soprattutto materiale fittile (terracotte), ma anche ex-voto, e un cippo funerario. Sembra, che uno di questi reperti fittili porti il nome di una famiglia facoltosa i VELASNA (di ceto paragonabile ai Guidi del Medioeveo). Tutto il materiale ritrovato andrà ad arricchire il nuovo museo Archeologico di Dicomano (Firenze) che aprirà i battenti, dopo tanti rinvii, il 6 dicembre 2008.
Ci auguriamo che anche sul Poggio di San Martino, gli scavi, che procedono un po’ a rilento, a causa della cronica carenza di fondi da parte della Soprintendenza Archeologica di Firenze, ci riserbino delle autentiche e piacevoli sorprese.

Bibliografia essenziale:
Francesco Niccolai – Mugello, ecc, opera citata
R. Francovich – I castelli del contado fiorentino nei secc. XII-XIII – Ed. Clusf
M. Pittau – Dizionario della lingua Etrusca – Dessì Sassari
Paolo Campidori – Mugello – Altomugello –Valdisieve – Toccafondi Editore 2006

LE ORIGINI VILLANOVIANO-ETRUSCHE DI FIRENZE
Una scoperta sensazionale sotto i secolari strati di limo del fiume Arno a Firenze
“VERSO LA FINE DEL X SECOLO a. C. C’E’ SICURAMENTE DOCUMENTATO IL PRIMO STANZIAMENTO DI GENTI ITALICHE NELLA ZONA ORIENTALE DELLA PIANURA FIORENTINA. ESSE PROVENGONO DALL’APPENNINO TOSCO-EMILIANO E COSTITUISCONO L’AVANGUARDIA DI QUELLA CORRENTE MIGRATORIA CHE DALLA VALLE PADANA SCENDE A POCO A POCO FIN SULLE RIVE TIRRENE: SONO GLI INDOEUROPEI PORTATORI DELLA CIVILTA’ DEL FERRO PRATICANTI, A DIFFERENZA DEI LIGURI INUMATORI, IL RITO FUNEBRE DELLA CREMAZIONE. LA PERFETTA CORRISPONDENZA CHE PRESENTA LA SUPPELLETTILE DELLE TOMBE ARCAICHE FIORENTINE CON GLI OGGETTI COSTITUENTI IL CORREDO FUNEBRE DELLE NECROPOLI “VILLANOVIANE” DELL’AGRO DI BOLOGNA (BENACCI I E II), FA SUPPORRE CHE LO SCAVALCAMENTO DELL’APPENNINO SIA STATO EFFETTUATO ATTRAVERSO LA VALLE DELL’IDICE, IL COLLE DI CANDA E IL PASSO DEL GIOGO, DONDE DISCESERO PER IL MUGELLO E LE VALLI DEI TORRENTI FISTONA E MUGNONE FIN SULLA OSPITALE SPONDA DELL’ARNO” (Mario Lopes Pegna – Firenze dalle origini al Medioevo – Del Re Editore, pag 19-20)
Secondo la teoria dello storico M. L. Pegna le genti “villanoviane” avrebbero fatto un percorso diverso da quello che oggi è più accreditato, sarebbero quindi i “villanoviani” del nord (Felsina) a ‘colonizzare’ la vallata fiorentina, verso la fine del IX secolo passando per la Valle dell’Idice (dove sono stati recentemente trovati importanti stanziamenti “villanoviami-etruschi-celtici), il Colle di Canda (che si trova ad est dell’attuale Passo della Raticosa, alle cui pendici sorge il paese di Pietramala) e scendendo verso il Peglio (ritrovamento di un idoletto etrusco, ora a Cortona) risaliva il Giogo fino al Passo dell’Ospedaletto (poi Osteria Bruciata), scendendo in Mugello e da qui a Firenze. A me sembra che questa ipotesi, formulata dallo storico Mario Lopes Pegna nel 1974, sia affidabile. Poi lo storico prosegue con la trattazione dei primi abitatori di Firenze:
“….DI QUESTE GENTI ITALICHE VENNE IN LUCE VERSO LA FINE DEL SECOLO SCORSO, DURANTE I LAVORI DI RIORDINAMENTO DEL CENTRO DI FIRENZE UNA PARTE DELLA NECROPOLI, COSTITUITA DA UN’AREA DI OLTRE 4000 MQ E CHE SI ESTENDEVA DA VIA PELLICCERIA A VIA DEL CAMPIDOGLIO, PROLUNGANDOSI VERSO OVEST FINO A VIA VECCHIETTI. FURONO CASUALMENTE SCAVATE UNA VENTINA DI TOMBE, QUASI TUTTE RAPPRESENTATE DAI COSIDDETTI OSSUARI VILLANOVIANI…
Noi abbiamo la documentazione di questi ritrovamenti archeologici, di importanza estrema, in una serie di foto (fine Ottocento – primi Novecento) che sono visibili nel libro del Lopes Pegna. Io stesso, ebbi modo di vedere gli originali  di tali foto (che poi furono inserite nel libro del Pegna) all’Opificio delle Pietre Dure, in Via degli Alfani a Firenze (Ministero Beni Culturali), verso gli anni ’80, dove io prestavo servizio come segretario; si trattava di fotografie bianco nero, planimetrie e disegni vari, riguardanti tali scavi, che io stesso inventariai in un Registro che dovrebbe trovarsi ancora (lo spero) presso Archivio di detto Opificio P.Dure.
Prosegue poi Lopes Pegna riferendosi alle tombe villanoviane:
“….NON SI TRATTAVA DI UN SEPPELLIMENTO OCCASIONALE (necropoli fiorentina n.d.r.) MA BENSI’ DI UN’AREA CIMITERIALE BEN DEFINITA E PERTINENTE AD UN VILLAGGIO DI PRISCHE POPOLAZIONI ITALICHE, LA CUI SEDE NON POTEVA ESSERE MOLTO LONTANA DALLA NECROPOLI”.
E’ chiarissimo che si trattava della primitiva città (o villaggio) “VILLANOVIANO” sorto nell’area che poi diventerà la sede della Colonia Romana. Però bisogna notare un particolare molto interessante: il villaggio villanoviano si trovava ad una profondità variabile da 5 a 7 metri dal piano stradale e circa         UN METRO SOTTO DI QUELLA CHE POI DIVENTERA’ LA CITTA’ ROMANA.
Prprio qui sta il “mistero” della sparizione di questo grande villaggio “villanoviano”, esistito dalla fine del X secolo a.C.  agli inizi dell’VIII sec, a.C., IN QUESTO METRO DI TERRENO ALLUVIONALE che celava appunto il precedente insediamento.
Riportiamo queste significative conclusioni di M. L. Pegna al II capitolo del suo libro :
“…CONSIDERANDO CHE LO STRATO IMMEDIATAMENTE SOPRASTANTE AGLI OSSUARI ‘VILLANOVIANI’ ERA COSTITUITO DA TERRENO ALLUVIONALE, ATTESTANTE UN LUNGO PERIODO DI ABBANDONO, FU ACUTAMENTE RILEVATO ‘CHE LA CITTA’ ROMANA SORSE SU DI UN TERRENO CHE DA TEMPO ERA STATO ABBANDONATO E CHE AI PRIMI COLONI POTEVA APPARIRE COME VERGINE, E  NON EBBE A SUBIRE ADATTAMENTI AD UN CENTRO PREROMANO’”.
E’ fin troppo chiaro a questo punto che l’origine di Firenze NON E’ ROMANA, bensì VILLANOVIANA (ed etrusca) ad iniziare dal sec. X a.C. E’ chiaro inoltre che la zona del villaggio fu ripetutamente sommersa dalle piene dell’Arno, che costrinsero i suoi abitatori ‘I Villanoviani’ a costruirsi un’altra città sulle alture delle colline che guardano Firenze e l’Arno. Quindi l’ipotesi che Fiesole sia più antica di Firenze E’ FALSA. SI TRATTA DI UNA TEORIA CHE NON E’ SORRETTA DA ALCUNA DOCUMENTAZIONE, NE DA ALCUN RAGIONAMENTO LOGICO.
Bibliografia:
Mario Lopes Pegna – Firenze dalle origini al Medioevo – Del Re Editore, Firenze 1974
Daniele Vitali – Guida al Museo Archeologico di Monterenzio “Luigi Fantini” – Archeologia e storia nelle Valli dell’Idice e dello Zena – Bologna 2006
ANTICHI SIMBOLI ETRUSCHI NELLA STELE DI MARANO DI CASTENASO (BO)

La stele di Marano di Castenaso, presso Villanova, in Provincia di Bologna, ritrovata recentemente, è interessantissima per lo studio delle genti, cosiddette, “villanoviane”, che hanno preceduto gli Etruschi.
In questa stele sono ben evidenti sei ruote a otto raggi, scolpite a rilievo e poste, tre per parte, nella zona superiore rotondeggiante, o meglio, di forma ovoidale. Purtroppo la stele in oggetto è ancora ricoperta di strati terrosi, che non ci permettono di analizzare con precisione certi dettagli, specialmente nella parte superiore della stessa (Faccio riferimento alla foto e all’articolo: “I guerrieri di Castenaso” – Archeo n. 4 dell’aprile 2008). La parte centrale della stele è dominata da un felino (?) con la coda fra le zampe che termina a forma di una falce di luna. Particolare quest’ultimo da tenere in considerazione.
Purtroppo le incrostazioni terrose nella parte superiore della stele, non ci fanno vedere i rilievi che stanno sotto di esse, ma dovrebbe trattarsi di due stelle. Anche la testa del “felino”, in parte occultata, rivolta verso sinistra, sembra essere nell’atteggiamento di guardare i simboli (le stelle) che si trovano proprio sopra la sua testa.
Una spada, con la punta rivolta verso destra è posta al centro, sotto il rilievo del “felino”. Un’altra spada (una sorta di macete) di foggia un po’ diversa, con il manico uncinato, si trova nella parte superiore sinistra. In basso due guerrieri, armati di spada e protetti da elmi metallici, se le “stanno dando di santa ragione” (come si direbbe in Toscana). Il guerriero, che si trova a sinistra, ha appeso alla vita una specie di arma, una specie di boomerang, a forma di mezza luna, o probabilmente a forma di rasoio lunato (potrebbe però essere anche l’arto ripiegato avente la forma di una mezzaluna). Quattro anatrelle, due per lato, stanno nel rilievo sottostante, entro una specie di riquadro incorniciato e sono tutte rivolte verso sinistra.
E’ necessario per una decifrazione più sicura dei rilievi della stele attendere il restauro della Soprintendenza Archeologica di Bologna, tuttavia la simbologia già riconoscibile è di interesse estremo.
I cosiddetti “villanoviani”, cioè i precedenti abitatori delle terre, che poi saranno abitate dagli Etruschi (forse in una fusione di popoli con i “villanoviani”), non conoscevano l’uso della scrittura, poiché si affidavano alla simbologia, un modo di comunicare estremamente più efficace e più universale dal punto di vista della intelligibilità.
L’animale che compare al centro, che nell’articolo di Archeo (già citato) si dice essere un felino, potrebbe, forse, essere un lupo, costantemente raffigurato nella simbologia escatologica etrusca. Il lupo, forse, veniva tradotto in lingua etrusca con “lupu” (?), e questo a sua volta significava anche “morte”. Infatti in certe epigrafi troviamo, ad esempio, che Tizio è “lupuce”, che ha significato “è morto”. Dunque nella simbologia etrusca il lupo rappresentava la morte terrena. A questo faceva da contrapposizione l’anatra, che aveva il significato opposto, di rinascita, di vita ultraterrena. Si sa bene che quest’ultime restano a galla, con estrema sicurezza, sia in acque tranquille che in acque agitate e tempestose, e rappresentano un sicuro passaggio dalla vita terrena a quella ultraterrena.
I dischi, o ruote a otto raggi, rappresentano il sole e la falce arcuata (che ritroviamo anche nei tipici rasoi villanoviani) che in questa stele è rappresentata almeno due volte, rappresentano la luna. Sopra il “felino” (o lupo), sono distinguibili, forse, due stelle. Dunque, sole, luna, stelle sono gli oggetti celesti (gli “dei” celesti) che venivano adorati dai villanoviani: i “Rasenna”. Quest’ultimi, probabilmente si sono “fusi” con gli Etruschi ed hanno costituito un nuovo “popolo”, forse una “lega” (mexlum) di popoli, chiamati in diverso modo: Tirreni dai Greci, Etruschi dai Romani, ecc., i quali, forse per supremazia numerica, hanno imposto le loro abitudini ai “villanoviani”, la loro scrittura, una religione diversa, e un modo diverso di vivere la vita e di concepire la morte.
I due guerrieri in basso rappresentano in maniera molto realistica una battaglia, la battaglia per la vita (e la morte). Il numero otto dei raggi dei dischi solari o delle ruote, ci riconduce, secondo un’antica concezione numerologica, al concetto di rinascita.
La stele villanoviana di Marano di Castenaso (BO), ci illumina e ci parla delle credenze di questo antico popolo, che è stato definito dagli archeologi, come il popolo dei “villanoviani”. Da dove venisse però questo popolo non ci è dato sapere. In un articolo recente ho ipotizzato che “rasenna”, il nome con il quale gli Etruschi definivano se stessi, potesse avere il significato di “popolo dei rasoi lunati”, oggetto che troviamo quasi costantemente nelle tombe villanoviane.

LA LUPA CAPITOLINA DA CAPOLAVORO ETRUSCO A OPERA MEDIEVALE
Errare humanum est? I falsi etruschi
“La Lupa è una straordinaria realizzazione in bronzo di artisti che possiamo immaginare non necessariamente in ambito etrusco, ma in quell’ambiente culturale dell’Italia medio-tirrenica nell’ambito del V sec. a.C. Le fonti ci dicono ad esempio che nella Roma degli inizi della Repubblica, quindi subito dopo la cacciata dei Tarquini, lavorarono artisti greci per la realizzazione del tempio di Cerere sull’Aventino. Proprio all’esperienza artistica greca fa pensare una realizzazione così essenziale e così straordinaria. Dell’opera nell’antichità noi non conosciamo la sistemazione, l’uso e anche l’ipotesi che è stata fatta che si tratti di un oggetto votivo inizialmente può essere forse ancora accreditata. Quindi diciamo che da questo punto di vista forse il famoso mistero legato alla lupa e alla iconografia e alle sue origini possiamo dire che rimane”. Queste le testuali parole pronunciate dalla Direttrice dei Musei Capitolini (Dr.ssa A. S.) durante un’intervista concessa nel corso della trasmissione televisiva “Il Filo di Arianna”, una trasmissione che ebbe molto successo e che fu mandata in onda su Rai Due, in occasione delle celebrazioni per l’Anno degli Etruschi (e in concomitanza con la Mostra di Venezia a Palazzo Grassi), trasmissione curata e ben condotta dall’archeologo e scrittore Valerio Massimo Manfredi. “Tutto sbagliato, tutto da rifare” diceva il grande “Ginettaccio” e “toscanaccio” nazionale. Già, ma i latini ammonivano che “Errare humanum est” e gli antichi romani, quando volevano, erano molto saggi. Quello però che stupisce non è il fatto di sbagliare o prendere una cantonata, oppure dire e fare uno “strafalcione”, questo può capitare a tutti, nessuno escluso e “chi si sente senza peccato scagli la prima pietra”. Però purtroppo, cantonate di questo genere, in questi ultimi tempi, ne sono state prese in grande quantità e su cose anche molto importanti. Se poi prendo in esame un arco di tempo un po’ più grande, ad esempio dall’inizio alla fine del Novecento (secolo passato), mi accorgo che “l’iter attributivo” di determinate opere d’arte da parte di illustri docenti, professori universitari, critici d’arte, addetti ai lavori, che la paternità di certe opere d’arte è stata ondivaga e attribuita, direi con una certa “nonchalance” ora ad un artista, poi ad altro artista della cerchia e della bottega, poi ad altro artista, completamente di fuori della cerchia, per poi ritornare, qualche volta all’artista originario. Un grande travaglio, questo, un grande sforzo culturale e intellettuale che ha impegnato “critici di livello” per decenni. E sono state lotte dure, talvolta fra critici, sono corse anche parole grosse e anche offese, contro l’operato di Tizio o di Caio. Vi ricordate ad esempio la “beffa” dei falsi Modigliani? Senza stare a fare dei nomi, vi posso assicurare che ad appoggiare la tesi che i paracarri sottratti a una statale livornese, “lavorati” ad hoc con un Black and Decker da parte di buontemponi studenti livornesi, furono valutati con sicurezza assoluta a Amedeo Modigliani, il grande Modì. Questi critici, erano i maggiori storici dell’arte, critici d’arte “di livello” di un tempo, e alcuni Direttori dei maggiori musei (addetti ai lavori). Poi venne fuori il “bubbone”, la grande “capocciata”. Fu una vera débacle che ebbe riflessi negativi anche su addetti ai lavori che non ne avevano avuto la benché minima colpa. L’Italia dell’arte subiva un colpo durissimo e i critici di allora ne uscirono fuori malissimo. E poi ci fu anche un giallo quello della morte, si dice accidentale (ma forse, qualcuno sussurra, sarebbe bene che il caso venisse riaperto) della figlia di Amedeo Modigliani. Aprendo, a caso, una vecchia pubblicazione del periodo fascista, sulla città di Roma, ad opera del Touring Club Italiano (Roma – Parte I – Milano 1941), noto a pag. 47 una bella raffigurazione della lupa, con le mammelle cariche di buon latte per i propri cuccioli, e che volge guardinga la testa per scrutare all’intorno e per proteggere le proprie creature. Nella didascalia, oltre le frasi auliche, che traboccano di romanticismo classico “stra-romano” fino al disgusto, leggo che si tratta di notevole opera etrusca del V a.C secolo e poi le seguenti parole: “Saldamente piantata sulle zampe, con occhio vigile volto al nemico e la bocca ringhiosa, fa pensare che già in origine fosse raffigurata mentre protegge i due gemelli, il cui gruppo attuale fu aggiunto nel Rinascimento da Antonio del Pollaiolo. E’ un’opera egregia d’arte etrusca degli inizi del sec V a.C.” La lupa, già simbolo di Roma, per le note vicende di Romolo e Remo, che furono (stando alla leggenda) i fondatori di Roma, a partire dal post Rinascimento e fino ai tempi nostri, divenne ancora di più simbolo assoluto della potente città si Roma (e in un certo senso convalidava anche il potere centrale della Chiesa di Roma). Tanto era cara e preziosa e importante questa figura della lupa, “etrusca”, o per dirla con la Dr.ssa Anna Sommella, “nata in ambiente culturale dell’Italia Medio-Tirrenica nell’ambito del V sec a.C.”, che essa fu posta, nelle Sale dei Conservatori, e non poteva essere altrimenti, uno dei punti più prestigiosi dei Musei Capitolini. Questo è uno degli esempi più significativi di come venga falsata la storia e vengano avallate le leggende. Perché furono aggiunti i due lattanti Romolo e Remo sotto le mammelle della lupa? Dobbiamo credere alla buonafede di coloro che ordinarono i gemelli in bronzo all’artista rinascimentale Antonio Pollajolo (il sicuro mecenate fu il Papa Sisto IV)? I committenti dei gemelli credevano che la scultura, fosse di ambito etrusco, oppure dobbiamo pensare che essi fossero in malafede e, proprio per il gusto della “rinascita” (da cui deriva “Rinascimento”) e della “cultura” pagana (Papa Sisto, forse, è stato il più pagano dei papi di Roma), essi fecero credere alla gente semplice, al popolino, che la famosa leggenda di Romolo e Remo non era campata in aria, bensì, comprovata dalla aggiunta postuma dei gemelli? O ancora dobbiamo supporre che la lupa e i gemelli, furono considerati etruschi del VI-V sec. a.C. solo per un “ghiribizzo” di alcuni collezionisti, che videro così aumentare la quotazione del “pezzo” o del reperto di antichità? Di certo sappiamo che la lupa fu donata a papa Sisto IV e che i gemelli furono aggiunti a quell’epoca. In quel tempo iniziava a ridestarsi anche, dopo un sonno durato quasi due millenni, la grande civiltà dell’Etruria Vetus e degli Etruschi, abitanti della stessa, che furono, dagli antichi e fino al periodo fascista, sempre considerati come un sottoprodotto della civiltà romana e greca (in parte lo sono ancora da parte di molte persone male informate). Basti fare un esempio per tutti la famosa Chimera di Arezzo, esposta al Museo Archeologico di Firenze, uno dei pezzi più straordinari dell’arte etrusca, lo definirei anzi il capolavoro sublime, fu ritrovato proprio durante il Rinascimento e subito ricevette le attenzioni dei Medici e fu “restaurato” per le collezioni medicee da uno dei più valenti scultori dell’epoca. Poi udite… udite, il tempo passa, la scienza fa capolino, arriviamo all’epoca moderna, al restauro scientifico delle opere d’arte, all’analisi e dei materiali con i microscopi a scansione e alle analisi radiografiche, chimiche ecc. dei nostri giorni. E all’orizzonte compaiono i primi lampi e i primi tuoni, poi la tempesta. Da studi recentissimi, compiuti in sede di restauro romano da una delle più valenti restauratrici veniamo a sapere (Archeologia Viva n.121 del gennaio febbraio 2007, pag. 17) che la lupa dei Musei Capitolini non può essere considerata ulteriormente un’opera del V secolo a.C (480-470 a.C.), e tantomeno opera del grande Vulca di Veio (fine VI sec. a.C.), e addirittura non può essere considerata opera etrusca, né opera umbra (ambito etrusco), né opera medio-mediterranea, ma opera, udite…. udite… medievale! La restauratrice e storica dell’arte Anna Maria Carruba, che ha compiuto il restauro afferma, che tale opera non può essere etrusca per una serie di ragioni: primo fra tutti lo stile dell’opera che non è etrusco (ma non ci sarebbe stato bisogno dell’affermazione della restauratrice, si vedeva benissimo anche a occhio nudo che si trattava di opera medievale), per l’uso della lega metallica usata per la fusione “a cera persa” e “in un solo getto com’era in uso nelle officine medievali”. Gli etruschi e anche i romani realizzavano le loro opere più belle fondendo separatamente vari pezzi, uno alla volta e ricongiungendoli mediante saldature. Che fine farà adesso la lupa? Sarà ripresentata alle mostre “di livello” sugli Etruschi? Sarà ancora considerata un capolavoro dell’arte antica greco-etrusca? Verrà collocata in un museo medievale o alto-medievale della capitale? Credo che per adesso, nessuno sia in grado di fare una tale previsione. Concludo dicendo ai nostri maggiori critici che se è vera la prima parte del proverbio “Errare è umano”, tanto più vera è la conclusione dello stesso: “perseverare è diabolico”.
ETRURIA: “TERRA PROMESSA”?
Un comune destino sembra legare gli antichi popoli villanoviani
con le popolazioni ebraiche

“ Io sono Jahveh, io vi toglierò di sotto ai duri pesi degli Egiziani e vi libererò dalla loro schiavitù e vi riscatterò col braccio disteso e con grandi giudizi e vi prenderò per il mio popolo e sarò il vostro Dio e voi conoscerete che Io sono il Signore Iddio vostro, che vi traggo di sotto ai duri pesi degli Egiziani e vi condurrò nella TERRA, CHE, CON MANO ALZATA, HO PROMESSO DI DARE AD ABRAMO A ISACCO E A GIACOBBE, TERRA CHE IO VI DARO’ IN POSSESSO DI EREDITA’: IO SONO JAHVEH!” In tal modo parlò Mosé ai figli di Israele, “MA ESSI NON DETTERO ASCOLTO A MOSE’ PERCHE’ IL LORO ANIMO ERA OPPRESSO DA UNA DURA SCHIAVITU’” (Esodo 6,6-9). (La Sacra Bibbia – Traduzione italiana dai testi originali di Fulvio Nardoni, LEF, 1960). Siamo circa nel 1200 a.C. qiando Jahveh si rivela a Mosé e “stipula” un patto con i figli di Isaraele.

Facciamo adesso un enorme salto in avanti di circa 3000 anni: siamo nella prima decade della seconda metà del 1800 (1860 ca.). In questo periodo le scoperte archeologiche etrusche si susseguono a un ritmo davvero incalzante e, di conseguenza, anche le iscrizioni in lingua etrusca divengono, di giorno in giorno, più numerose. Aleggia intorno a questa lingua un grande mistero: non si capisce che lingua sia e da cosa derivi. Si tenta allora un esperimento. Si scelgono due fra i maggiori studiosi e filologi del momento, uno è Padre Canmillo Tarquini della Compagnia di Gesù, professore emerito del Collegio Romano e l’altro è il Prof. Johann Gustav Stickel, dottore in teologia ed in filosofia, professore ordinario delle lingue orientali, ecc. ecc. e, A LORO INSAPUTA, si fanno esaminare delle iscrizioni e dei testi in lingua etrusca. Gli studi del Tarquini furono pubblicati in Civiltà Cattolica, fasc. 6 giugno 1857, pag. 551-73 e in “I misteri della lingua etrusca” Ibidem del 19-XII-1857, pag. 727-742. Gli studi condotti sulla stessa materia dello Stickel furono pubblicati a Lipsia (Germania) nel 1858 in “Das Etruskische durch Erklärung von Inschriften und namen als semitische Sprache” (Op. cit. pag. 296 e tre tavole). Sia il professore di Iena, lo Stickel, sia Padre Tarquini, del Collegio Romano (Attuale Sede del Ministero Beni Culturali) concordarono l’uno all’insaputa dell’altro che: “L’ETRUSCO SI APPALESA UNA FAVELLA SEMITICA, VALE A DIRE, COME TUTTI INTENDONO, UNA LINGUA PERTINENTE A QUELLA FAMIGLIA DI IDIOMI DI CUI SON MEMBRI IL FENICIO, L’EBRAICO, L’ARAMEO, L’ARABO, L’ETIOPICO, E, PIU’ SPECIALMENTE SI ADDIMOSTRA UNA FAVELLA CHE IN QUALCHE MODO STA IN MEZZO FRA L’EBREO E L’ARAMAICO. SIMIGLIANTE SENTENZA FU IN DIFFERENTI TEMPI SOSTENUTA DA VARI ERUDITI ITALIANI (G. I. Ascoli – Intorno ai recenti studi diretti a dimostrare il semitismo della lingua etrusca” (Archivio Storico Italiano – Deputazione Toscana di storia patria)
Veniamo ai nostri giorni. Il filologo Giovanni Semerano (1911-2005), i cui studi sono apprezzatissimi in Europa e negli Stati Uniti, già allievo dei maggiori linguisti italiani come il Devoto, Pasquali, Migliorini, ecc. nel suo libretto edito da Bruno Mondadori “La favola dellIndo-Europeo”, a cura di Maria Felicia Iarossi, a proposito dell’origine delle lingue Indo-Europee precisa quanto segue: “L’ESITO PERENTORIO QUI SCANDITO E’ CHE L’INDOEUROPEO, ENTITA’ LINGUISTICA DAL NOME ERRATO, NON ESISTE, NON E’ MAI ESISTITO. IL COMPLESSO LESSICALE OSSIFICATO NEI TOMI ACCADEMICI APPARTIENE ALL’EREDITA’ DELLE LINGUE E DELLE INARRIVABILI CIVILTA’ DEL VICINO ORIENTE; ESSE, DAL III MILLENNIO A.C. HANNO ACCESO IL LORO LUME SUL NOSTRO INCOLTO OCCIDENTE E NON SI PUO’ RESPINGERE UNA SONORA REALTA’: CHE QUELLE LINGUE SONO DI CEPPO SEMITICO. (Op. citata pag 84)
Mi viene in mente l’affresco “Scene di caccia e pesca sul mare e tra gli scogli, dipinte nella tomba della caccia e della pesca di Tarquinia” (Vedi Massimo Pallottino – Etruscologia Tav. LXXII – Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1977). In questo affresco “di vita” niente fa pensare a qualcosa di ultraterreno. Qui semplicemente l’artista ha voluto rappresentare la vita quotidiana degli etruschi tarquinensi, immersi nelle loro attività quotidiane di lavoro e divertimento. Nella parte inferiore si nota una barca (una tipica barca etrusca) con dei pescatori che calano le reti in un mare pescosissimo, infatti la scena ritrae pesci che, quasi volendo giocare vicino alla barca, emergono e si tuffano nelle acque profonde. Tutto intorno ci sono uccelli di ogni specie, ma così numerosi che un giovane dritto su uno scoglio a gambe divaricate e con una fionda nelle mani prende la mira ad uno di essi. Poi ci sono altri uccelli da selvaggina, pronti per essere catturati senza tanta fatica. Sopra questa scena un banchetto con due figure semidistese che pranzano. Anche in questa raffigurazione balza in evidenza l’abbondanza dei cibi, e soprattutto il benessere di questa famiglia etrusca che si fa servire da numerosi servi che manipolano anfore e stoviglie molto pregiate. Non mancano i suonatori per allietare un nobile e abbondante pranzo. Non c’è allegoria, non c’è allusione in queste scene, qui si vuole rappresentare l’abbondanza, la ricchezza, lo status sociale raggiunto, la vita, felice ed operosa in questa terra d’Etruria “stillante latte e miele”. Forse si tratta della Terra Promessa che una parte dei Figli di Israele, insieme ad altre popolazioni orientali elessero come loro nazione: quella dei Rasenna, il cui significato resta tutt’ora incerto?

GLI ETRUSCHI SONO DAVVERO MISTERIOSI?
“Mistero” una parola un po’ abusata. Quanto conosciamo e quanto ci resta da conoscere di questo antico Popolo?

Da sempre un alone di mistero avvolge le figure e la storia di questo antichissimo popolo che è vissuto nella nostra Toscana a partire, sembra, dal sec. X-IX a.C. Sono tante le domande che attendono una risposta precisa che ancora, nonostante i progressi ottenuti in questi ultimi tempi, non è arrivata. Ancora si dibatte sull’origine, ovvero sulla provenienza oppure sull’autoctonia o meno di questo popolo; sull’origine della loro lingua, che fino a non molto tempo fa si credeva (e forse lo si crede tutt’oggi) che fosse an antico relitto, un dialetto sconosciuto della lingua greca; sul trait-d’union che lega (oppure no) villanoviani ed etruschi; sulla religione e sulle sue svariate sfaccettature; sul modo di vivere e di morire ecc. ecc. Il mistero.
Questo è l’aspetto più affascinente che calamita l’attenzione di coloro che si avvicinano allo studio degli Etruschi e di antichi popoli in generale. “Il mistero” è anche il sottotitolo di un libretto, ben fatto e, tutt’ora attuale, che l’archeologo Romolo Augusto Staccioli ha scritto nel 1985 e pubblicato dalle Edizioni Istituto Geografico De Agostini, con prefazione dell’allora illustre archeologo Sabatino Moscati, che tutti ricorderanno, anche per le sue frequenti apparizioni in televisione. Nella sua prefazione S. Moscati scrive: “MISTERO”: l’insieme di fantasie, di pregiudizi, di incomprensioni che avvolge il mondo degli Etruschi e che gli sforzi degli studiosi non sono riusciti ancora a diradare”. In altra sede ho sentito lo stesso archeologo, deceduto ormai da alcuni anni, dire che “In archeologia non esistono misteri, ma problemi che devono essere ancora risolti”. Romolo Staccioli nel libro citato, il cui titolo originale è “IL MONDO DEGLI ETRUSCHI” al capitolo I, “Il mistero delle origini” scrive: “La convinzione che il mondo degli Etruschi rappresenti per noi un mistero è talmente radicata nell’opinione corrente, anche a livello di persone di buona cultura, che essa è diventata un vero e proprio ‘luogo comune’”. Questo grande archeologo distingue la scienza che “permette oggi di ricostruire un quadro sufficientemente certo e completo della civiltà etrusca” dal lavoro dei dilettanti, i quali, su basi velleitarie e presuntuose sviluppano tesi sulle origini, sulla fine e sulla lingua”. Secondo Staccioli, la scienza “permette oggi di ricostruire un quadro sufficientemente certo e completo della civiltà etrusca”. Circa la provenienza degli stessi lo Staccioli “sposa” la teoria, già formulata diversi anni fa dal Pallottino, e cioè: “il problema delle origini etrusche va impostato non già nel senso di una ‘provenienza’ bensì in quello di una ‘formazione’”. Lo stesso però, nonostante la fiducia che egli ripone nella scienza, non tralascia analizzare (non si sa mai) le diverse ipotesi sulla origine degli Etruschi e cioè le ipotesi formulata a partire da Erodoto, Ellanico e Anticlide, fino ad arrivare a Dionigi di Alicarnasso che teorizzò un’origine etrusca “autoctona”.
Il capitolo II del libro “Il mondo degli Etruschi” tratta del “mistero della fine”. Gli etruschi, secondo Staccioli fecero la fine che più o meno hanno fatto tutti gli altri popoli italici: “Gli Etruschi cioè – allo stesso modo che i Lucani, gli Apuli i Sanniti, gli Umbri, i Veneti, i Liguri, i Galli della Cisalpina e i Greci della Magna Grecia – finirono col diventare gli italiani dell’Italia romana”. Gli etruschi tuttavia ebbero una sorte diversa dagli altri popoli assoggettati dai Romani, in quanto scrive lo Staccioli “l’antica confederazione delle città etrusche fu ricostituita da Augusto…essa tornò a celebrare le sue feste, e continuò a vivere con i suoi magistrati, le sue celebrazioni annuali, fino alla fine del mondo antico e (N.B.) al trionfo del Cristianesimo”. Ci domandiamo perché, ma non sappiamo rispondere.
Il capitolo III il libro affronta il problema della lingua: “Quello che riguarda la lingua –scrive lo Staccioli – è certamente l’aspetto più avvincente e ‘popolare’ di tutto il ‘mistero etrusco” . Poi continua: “il vero problema della lingua etrusca si presenta quando, una volta letti i testi, si passa a cercare di capire il loro significato. Il problema sta nel fatto che della lingua etrusca ignoriamo almento in parte (una parte considerevole ndR) il vocabolario, e soprattutto la struttura e il modo di funzionare”. Non mi sembra poco! Poi però continua lo Staccioli “L’etrusco è del tutto isolato rispetto a qualsiasi altra lingua, come già sapevano gli antichi e come esplicitamente dichiara Dionigi di Alicarnasso quando scrive che gli Etruschi parlavano un idioma ‘non simile a quello di alcun altro popolo’ . Più avanti, nello stesso capitolo, si dice: “Sarebbe più giusto domandarsi fino a che punto l’etrusco si capisca, e la risposta non può essere che parziale, possibilista e dinamica, nel senso che, pur rimanendo la sostanziale ‘ignoranza’ della struttura della lingua, si può dire che di essa noi conosciamo ormai molto.. ma molto altro resta sconosciuto”.
Nel capitolo IV dello stesso libro viene affrontato il tema della “banalità e luoghi comuni”. “Si deve riconoscere alla civiltà etrusca un’indiscutibile precocità di sviluppo e un certo ruolo d’”avanguardia” nell’ambito della storia italiaca….ma questo non significa affermare una priorità assoluta degli Etruschi rispetto ai Romani e agli altri popoli dell’Italia antica……Noi possiamo tranquillamente affermare che la “nascita” degli Etruschi è sostanzialmente contemporanea a quella dei Latini, e perciò dei Romani e di tutti gli altri popoli italici” .
Allora tutto risolto? La diatriba continua…..anzi, il mistero continua!
TARQUINIA, TOMBA DEGLI AUGURI: LA PAROLA ETRUSCA
ΦERSU (PHERSU) DERIVA DALLA LINGUA BABILONESE?

Φersu “maschera, attore, personaggio, persona” deriva dal greco ”prósopon” “faccia, viso, aspetto” e ne è derivato il lat. ‘persona’ (TECT 80) (iscrizione dipinta accanto alle figure di uomini mascherati su una parete della “Tomba degli Auguri”. Vedi Persu, Φersnals (Massimo Pittau – Dizionario della lingua Etrusca – Dessì Editore, Sassari, 2005).
“Phersu è il dio dell’Averno, nel suo originario significato di “scissione”, “divisione”, “parte” e si pensa all’italiano “’partire’ che denota allontanarsi: per chi sa dove?” (Giovanni Semerano –Il popolo che 2003)

Ho messo a confronto la traduzione della parola “phersu” fatta da due eminenti studiosi linguisti ed etruscologi di fama internazionale: il Prof. Massimo Pittau e il Prof. Giovanni Semerano. Entrambi sono stati allievi di linguisti altrettanto famosi i cui nomi li ritroviamo sui dizionari della lingua italiana usati dai nostri studenti delle scuole medie e superiori. Sia l’uno che l’altro hanno dato però una traduzione diversa della stessa parola. Per il Pittau la parola Фersu (Phersu) deriverebbe dal greco (prosopón) ed avrebbe i significati “maschera”, “attore”, “personaggio”, “persona”. Per Giovanni Semerano “Phersu” sarebbe il dio dell’Averno (Inferno) nel suo originario significato di “scissione”, “divisione”, “parte”.
Фersu (Phersu) è un personaggio dipinto nella Tomba degli Auguri di Tarquinia (Monterozzi) che ha il volto coperto da una maschera e accanto a questa figura c’è scritta la parola etrusca “Phersu”. Io ho avuto l’occasione di visitare questa tomba la scorsa estare estate con un gruppetto di soci e simpatizzanti di Archeoclunb Italia, Sede di Fiesole, Mugello, Alto Mugello e Valdisieve, Sede della quale io ricopro la carica di Presidente.
Sempre secondo il Pittau “Persu” (con la P maiuscola) sarebbe anche un gentilizio maschile da confrontare con quello latino “Personius” (M. Pittau, op.cit.).
Il Semerano afferma che Phersu, il dio dell’Averno, nel suo originario significato viene tradotto con “scissione, divisione, parte”. Lo studioso aggiunge: “…..e si pensa all’italiano ‘partire’ che denota allontanarsi: per chi sa dove? Teniamo a mente quest’ultima frase.
Qual è l’origine esatta della parola “Φersu” (phersu) secondo il Semerano? Lo studioso (di origine sarda, come il Pittau nato nel 1911 e deceduto nel 2005) fu allievo dell’ellenista Ettore Bignone all’Università di Firenze, di Giorgio Pasquali, del semitologo Giuseppe Furlani, di Giovanni Devoto e di Bruno Migliorini. Con tale bagaglio culturale e con un certo umorismo (tipico di questo studioso) Semerano, dall’alto della sua cattedra e forte dei suoi titoli accademici, afferma che “Φersu” deriva dal Babilonese che in italiano significa “divisione”, “separazione”, dal verbo “parasu” (“a” sormontata da una piccola linea) “separare, fare in parti” da cui ha origine anche “parsu” (diviso), in latino “pars”. Dalla base semitica sorge anche l’ebraico “paras” nel senso di “dividersi”, “separarsi”.
Detto ciò e viste le traduzioni così diverse dei due studiosi riguardo alla parola Фersu, mi vengono in mente alcune parole italiane alle quali si potrebbero riconnettere ipotetici significati di cui abbiamo parlato sopra:
– Partorire – non significa forse separare il bimbo dalla madre mediante il taglio del cordone ombelicale?
– Partire non ha il significato di allontanamento dalla propria famiglia, da un amico, dalla propria terra e quindi non ha forse il significato di dividersi?
– Paramento non ha forse il senso di parare, occultare alla vista, nascondere e di conseguenza separare due cose dalla reciproca vista? (Paramento sacro è un abito o un tendaggio che separa il sacro dal profano)
– Paracarro non è forse il muretto che divide in due la carreggiata della strada per proteggere i pedoni nell’attraversamento della stessa?
– Paraclito non è il soffio vitale che si è separato da Dio per raggiungere gli uomini? Esso è detto anche Spirito Paraclito o Spirito Santo. Ecc.

Gli esempi potrebbero continuare….Ma prima di chiudere questa carrellata mi preme sottolineare alcune cose. Mi sembra che la tesi di Giovanni Semerano, emerito linguista, sia molto interessante e mi sentirei di avallarla. Lo stesso studioso afferma che il significato originario di “Phersu” è anche “parte”, però poi aggiunge “…e si pensa all’italiano ‘partire’: per chi sa dove?”. Lo studioso esclude perciò che Phersu abbia originato anche “partire”, e qui sta l’equivoco.
Io sono convinto che un buon filologo della lingua etrusca (mi si perdoni l’ardire) oltre a conoscere bene l’italiano, e oltre a conoscere bene le lingue antiche come il latino, il greco antico, l’aramaico, il babilonese, il sumero, l’ittita, ecc, dovrebbe conoscere bene anche il toscano, e meglio ancora, se gli studiosi della lingua etrusca fossero nati in Toscana. Ma non è tutto, lo studioso filologo etrusco dovrebbe conoscere il toscano “popolare”, la parlata dei vecchi contadini, dei paesani, ecc. Purtroppo ci sono dei fiorentini e toscani, che conoscono solo il toscano ‘colto’, quello che si parla nei salotti letterari, nelle università, negli ambienti del giornalismo ‘di livello’, negli ambienti artistici e museali, ecc. Il popolo toscano parla ancora una lingua derivata direttamente dall’Etrusco e difficilmente un linguista potrà comprendere appieno il vero senso delle parole della lingua etrusca, se non conosce bene la ‘lingua’ toscana.
Il toscano “partire” viene usato nelle zone (che conosco meglio) come il Mugello (dove io sono nato da genitori Alto-mugellani), la Val di Sieve e il Chianti fiorentino-senese. Esso non significa solo partire con il treno, con l’autobus, ecc. Un vero toscano dovrebbe sapere che “partire” ha anche un altro significato ben preciso. Io, quando ero piccolo, e i miei genitori parlavano il romagnolo, sentivo dire dai miei compagni (più toscani di me) dai loro genitori: “Beppa si parte il pane?”, oppure “si parte il prosciutto?”. Ecco che il “partire il pane” dei Toscani DOC significa, “cominciare”, “dividere” il pane in fette o in pezzi (il “filone” di pane senza sale per i toscani) e “partire” il prosciutto (presciutto per i toscani) o il salame significa iniziare a dividere il salume in fette.
L’errore del Semerano è stato quello di pensare solo al significato che la parola “partire” ha nella lingua italiana italiano tralasciando di analizzare il significato della stessa nella ‘lingua’ toscana (che è cosa diversa dai dialetti delle altre Regioni, Roma e Lazio compresi) e si sarebbe reso conto che quest’ultimo modo di dire dei toscani “partire” il pane (un po’ antiquato per la verità), il prosciutto, ecc” sarebbe stata che conferma alla sua tesi. Purtroppo non ha tenuto conto di questo aspetto importante.
Una nota critica che vorrei idealmente fare al Semeraro (idealmente poiché è deceduto nel 2005), sempre nel suo libro (citato) mi è parsa fuori luogo la sicurezza assoluta con la quale sentenzia tutte le sue affermazioni. Ho sempre detto che in Etruscologia nessuno può dire una parola definitiva su ciò che tutt’ora viene chiamato il ”Mistero Etrusco”. In particolar modo non sono d’accordo con lui quando, con troppa fretta e con senso sprezzante di superiorità, liquida il lavoro di emeriti linguisti di metà Ottocento come lo Stickel e il Tarquini che per primi asserirono che la lingua degli Etruschi derivava da lingue orientali come l’aramaico, il babilonese, e da quella di altri popoli Medio Orientali, o meglio della Mesopotamia. Ma si sa a ogni paeta…manca un verso! Forse al Semeraro è mancata un poco di umiltà, doverosa in queste materie così oscure e così diffcili.
MONTOVOLO (BO): “OMBELICO DEL MONDO”?
L’ipotesi di un tempio Etrusco su Montovolo nella Valle del Reno

La storia della chiesa di Montovolo (Bo), dedicata alla Madonna (Santa Maria della Consolazione), inizia nel 1054. Sto parlando della storia basata sui documenti, vale a dire la storia cosiddetta ‘sicura’.
Proprio nel 1054 Adalfredo, che era il Vescovo di Bologna, donò ai suoi canonici alcuni possedimenti e fra questi anche Montovolo situato nella Valle del Reno, Vent’anni dopo, esattamente nel 1074, Gregtorio VII confermò alla Chiesa bolognese il “Monastero” di Montovolo, e tale possedimento, viene precisato nel documento, fu donato alla Chiesa Bolognese dall’Imperatore Gioviano (Joanninus) nel 363 d.C.
Nel 1219 vi furono dispute fra vescovi e canonici e, per dirimere le controversie, si ricorse a Papa Onorio III. Nel 1241 la chiesa subì un incendio doloso e fu quasi completamente distrutta. Rimasero in piedi, a malapena, pochi tratti di mura, la cripta, la lunetta che sovrastava (e dove è posta tutt’ora) il portale romanico e alcuni capitelli protoromanici che abbellivano la chiesa antica, costruita probabilmente verso la metà del sec. XI.
Nel 1265 l’arciprete di San Lorenzo in Collina affidò, ‘motu proprio’, la chiesa di Santa Maria della Consolazione (Santuario Mariano) a Giacomo, figlio del Conte Maghinardo (o Mainardo), signore della zona e proprietario della Rocca di Cantalia, che sorgeva a nord del Santuario.
Agli inizi del sec. XIV, nel 1307, Maghinardo, dopo aver resistito, inutilmente, ad un assedio dei Bolognesi, durato nove mesi, cedette la rocca e territori di Montovolo al Comune di Bologna. La Chiesa e il suo territorio, quindi, tornarono ad essere sotto la giurisdizione della Curia bolognese, come in effetti lo erano stati, per donazione, a partire dal secolo IV d.C.
Questa, in sintesi, è la storia che riguarda la chiesa e Santuario di Montovolo, nel medioevo, nell’arco temporale di circa tre secoli, con un unico aggancio storico precedente e, cioè, all’anno 363 d.C. Dal 363 d.C. al 1054, periodo in cui manca qualsiasi forma di documentazione storica ‘sicura’ (documentata), dovremo ovviamente far ricorso alla tradizione storica delle fonti orali e, per deduzione, a fatti storici che hanno coinvolto l’Italia di quel periodo.
Proprio nel 363, secondo alcune fonti avviene a Montovolo un fatto terribile e drammatico. Questo fatto è narrato nel libro del Rubbiani “Montovolo in Val di Reno” – Bologna 1908 – e si tratta della strage di abitanti della zona che praticavano la religione pagana, fatta ad opera dell’Imperatore romano Gioviano. Il Rubbiani nel suo libro narra che: “Montovolo in Val di Reno….vi fu lassù un (sic) gran strage di pagani. Acasio guidava i cristiani che assalirono il pago dall’altipiano e la lancia di Acasio, che fulminava i pagani, era ancora, fino al 1908, appesa presso l’altare di Santa Caterina (un Oratorio nelle vicinanze del Santuario).
Ma dobbiamo porci una domanda. Chi erano questi pagani, abitanti nel territorio di Montovolo, che professavano, ancora nel IV secolo d.C., la religione pagana? Si tratta ovviamente di coloni romani, insediatisi su quei monti, i quali, dopo aver assoggettato le popolazioni locali, gli etruschi, convissero a fianco di questi. Montovolo fu quasi sicuramente centro pagano e, forse, ‘santuario’, dedicato alla Dea Pale, dea dei pastori che proteggeva e assicurava la fecondità delle greggi. La chiesa di Santa Maria della Consolazione, secondo la tradizione orale, sarebbe stata eretta proprio sui basamenti di un’ara sacrificale o di un tempietto, edificato in onore della dea. L’ipotesi sarebbe avvalorata, secondo il Palmieri, dal ritrovamento, in località vicine, di un sepolcro romano e di due statuette etrusche, inviate dall’Ing. Bettini al Museo di Bologna. Presenze etrusche e romane sono riscontrabili, in questi ultimi tempi un po’ ovunque, nella Valle del Reno e dell’Idice. Cito per fare un esempio i ritrovamenti etruschi e celti avvenuti a Monte Bibele e a Monterenzio. La presenza etrusca e romana sarebbe testimoniata anche dai toponimi, Monte Palese, Vimignano, Savigno, ecc.
L’idea che Montovolo possa essere stata la sede di un importantissimo santuario etrusco, da cui sarebbero provenute, in pellegrinaggio, le genti della Lega etrusca del Nord e da ogni parte dell’Etruria centrale, mi sembrerebbe molto approssimativa e discutibile o, perlomeno, non provata da risultanze archeologiche sufficienti.

Le testimonianze archeologiche superstiti della chiesa paleocristiana, formata da un’aula e da una cripta semi-ipogeica consistono in alcuni capitelli decorati con rami intrecciati, alle estremità dei quali sono rappresentati due uccelli dal becco ricurvo, che, per questa loro caratteristica, non farebbero pensare a due colombe. In altro capitello sono raffigurati sempre gli stessi ‘volatili’, che bevono ad un calice, la cui base è a forma di giglio rovesciato. Si tratta ovviamente di simbologia cristiana legata alla passione di Cristo. Una simbologia analoga e, cioè, due colombe che devono al calice della Passione, si trovano sulla facciata vallombrosana della Badia a Roti in Val d’Ambra in provincia di Arezzo. Ciò spiegherebbe poiché la chiesa veniva definita, in epoca medievale un ‘monastero’. Altre circostanze architettoniche rimandano al periodo paleocristiano, in particolar modo, la cripta semi-ipogeica, formata da tre absidi semicircolari, di cui quella laterale destra è l’unica che conserva la copertura originale, realizzata con volta a crociera e costituita di “mattoni” di arenaria, messi di taglio. Nessuno di questi elementi ci induce però ad affermare che l’attuale chiesa, ricostruita, in forme romaniche, nella metà del sec. XIII, sia sorta sopra i ruderi di un precedente santuario romano e, tanto meno, etrusco.
Resta da esaminare il toponimo “Montovolo”. E’ sicuro che tale nome derivi dalla forma della sommità del monte che assomiglia ad un uovo. Sappiamo che l’uovo per gli etruschi (ma anche per tantissime altre civiltà del passato) rappresentava l’immagine del mondo e corrispose all’ideogramma del cerchio e significò il principio della genesi. Per questa ragione l’uovo si trova nelle tombe di Marzabotto, di Tarquinia, di Montelupo e di tantissime altre località etrusche poiché, per questo popolo, l’istante della fine del corpo significò la Rinascita, e, lo spaccarsi dell’uovo, la creazione di una nuova esistenza.
Per quanto riguarda gli altri simboli presenti nella lunetta del protiro, troviamo la data scolpita in numeri romani MCCXI, data a cui succedono le lettere R.O.I.O; vi è pure una croce lobata, o croce di Malta, con lo stemma dei Pepoli e due colombe laterali.
Molto si è fantasticato sulle probabili origini di questa località, che senz’altro ci parla di “frequentazioni” romane ed etrusche (e forse anche precedenti). Sarei tuttavia un po’ restio a riconoscere questo luogo come un gemello oracolare del tempio di Delfi, poiché, mi sembra, non esitano i presupposti. Le risultanze e le conoscenze attuali, che possediamo circa il Santuario di Montovolo, ci parlano di un luogo frequentato da devoti fino dall’antichità, ma non potremmo affermare l’esistenza, sotto l’attuale Santuario, di un tempio etrusco. Sognare è bello e fa bene alla salute, ma, in archeologia, dobbiamo restare con i piedi per terra.
Bibliografia:
A. Palmieri – La montagna bolognese del Medioevo – Bologna 1929
A. Palmieri – Montovolo nel bolognese e sue leggende – Bologna 1985
A. Rubbiani _ Montovolo in Val di Reno – Bologna 1908
M.P.I. – Una strada nella storia – Soprintendenza Gallerie di Bologna, 1970
GLI ETRUSCHI SAPEVANO?
Gli Etruschi avevano ancestrali conoscenze sulla fine del loro popolo?

In due mie precedenti relazioni ho avallato l’ipotesi di due insigni studiosi della metà dell’Ottocento secondo la quale gli Etruschi sarebbero imparentati, molto alla lontana, con i popoli di razza semitica. Dobbiamo tener conto di questa ipotesi per una serie di fattori e di coincidenze davvero notevoli.  Sarebbe troppo lungo elencarli tutti e non lo farò per tale ragione. Uno di questi studiosi, linguista italiano, è Padre Camillo Tarquini, dell’Ordine dei Gesuiti, studioso valentissimo di lingue orientali al Collegio Romano il quale in alcuni suoi scritti di metà secolo XIX, aveva, con forza, affermato che lingua etrusca e lingue semitiche, come ad esempio l’aramaico, l’ebreo antico, ecc. hanno una stessa origine, o meglio, avrebbero una stretta parentela. Tale tesi fu subito contraddetta da altrettanto valenti studiosi dell’epoca che  lo contestarono decisamente. Dobbiamo però tener conto anche delle ultimissime ricerche. Da un lato la lingua e la stretta parentela dell’etrusco con il lemno antico,  che verrebbe confermata in una serie di epigrafi ritrovate nell’isola di Lemno (Egeo); sull’altro versante  la scienza medica con alcuni studi condotti da ricercatori  dell’Università di della Turchia e pure dell’Isola di Lemno avrebbero nel loro DNA caratteristiche simili a quelle del sangue degli antichi abitanti di Murlo presso Siena e a quelle degli abitanti di Cortona. Queste  notizie hanno fatto scalpore e hanno avuto un impatto veramente notevole specialmente negli ambienti medici e  scientifici americani e europei nonché negli ambienti mass-mediatici di tutto il mondo. La domanda che  io mi pongo è questa. Dobbiamo ciecamente fidarci di tali studi condotti sul DNA e, conseguentemente, degli scienziati che hanno condotto tali ricerche? La risposta  è senz’altro sì, poiché, come ben sappiamo la ricerca medica in questo campo (DNA) ha fatto passi da gigante ed è realistico non dubitare sulla serietà e la professionalità degli scienziati dell’Università di Pavia. Sul piano linguistico dobbiamo ammettere che recenti studi sull’origine della lingua, portati avanti da valenti glottologi, come il Pittau, il De Palma, ecc. ci propongono un’origine della lingua etrusca che ha forti similitudini con lingue parlate a Lemno, prima della colonizzazione greca.  Cosa potremmo obbiettare circa i punti di vista medico-scientifico, e di quello proposto  dai linguisti moderni? Semplicemente alcune osservazioni. Abbiamo detto che nel sangue (DNA) di un migliaio abitanti della Toscana attuale sono state ritrovate affinità per (circa un 5%) con quelle di altrettanti  abitanti della Turchia. Viene subito spontaneo da farsi una domanda, e cioè: solo il 5% del sangue concorderebbe con l’ipotesi che gli Etruschi provengano dalla Turchia, Anatolia o l’Isola di Lemno, ecc? E l’altro 95%? Quale dobbiamo pensare sia l’origine? Semita? Hittita? Babilonese? Araba? Somala?, ecc. ecc. Bisognerebbe, per completezza e per una corretta informazione analizzare il DNA degli attuali abitanti di queste nazioni che adesso si chiamano Israele, Iraq, Siria, ecc. ecc. e, forse  verrebbe fuori, ad esempio, che un altro
5% di analogie lo troveremmo nel DNA degli Iracheni, un 5% negli abitanti di Israele, un altro 5% negli abitanti della Siria, un 5% in quelli della Somalia, e così via. Sinceramente mi sembra che seguendo questa strada del DNA non si arrivi a dei risultati affidabili.
Vediamo ora sul piano linguistico. Due grandissimi studiosi e linguisti etruscologi moderni, il Prof. Massimo Pittau, emerito Rettore dell’Università di Sassari e il Prof. Claudio de Palma, professore emerito alla Northern Colorado University, entrambi glottologi di fama mondiale, insieme a altri studiosi (non tanti per la verità), sostengono che gli Etruschi (e mi sembra che i due studiosi, con sfumature diverse, intendano per Etruschi anche i Villanoviani) sostengono la teoria secondo la quale, gli Etruschi non abbiano origine autoctona, o per lo meno, che nell’etnia etrusca ci sia una componente orientale non indifferente, meritevole di essere studiata. I due professori, ammettendo anche che l’antico popolo toscano si sia formato in loco (cioè con apporti di altri popoli stranieri), tesi che essi in qualche modo avallano, tuttavia gli stessi discordano dal Pallottino quando questi afferma che “la lingua etrusca non è paragonabile a nessun altro idioma del Mediterraneo” e che la stessa sia pertanto un’isola linguistica, appartata dagli altri dialetti o lingue dell’Italia pre-romana. I due studiosi hanno una certa convinzione, più o meno marcata, che la lingua etrusca abbia avuto origine dall’antica lingua parlata nell’isola di Lemno nel mare Egeo, non troppo distante dalla nazione dei Lidi. Questa teoria potrebbe avere una certà validità se non fosse per l’esiguità delle epigrafi in lemno antico che sono state ritrovate su quest’isola, solo alcune decine. Mentre sappiamo bene che gli etruschi hanno lasciato migliaia di epigrafi, che sono state, con molta buona volontà e un pizzico di azzardo tradotte, altre invece, sono rimaste parzialmente incomprese come la Tavola di Cortona, la benda della Mummia di Zagabria, ecc. Quindi, seguendo la teoria dei due studiosi, dobbiamo ammettere che si tratta di un complesso enorme di epigrafi etrusche, e noi, per forza di cose,  dobbiamo confrontarle con pochissime epigrafi dell’isola di Lemno. Sono sufficienti? A questa domanda risponderei negativamente, un po’ come per la similitudine al 5% del DNA riscontrato in toscani e turchi. Perché dobbiamo essere un po’ scettici di questi due studi portati avanti sia in campo medico che nel campo della linguistica da studiosi di prima grandezza?  Poiché essendo la materia di confronto parziale e  troppo esigua non ci garantisce assolutamente delle risposte convincenti. Inoltre sappiamo che queste popolazioni, nomadi per natura, hanno viaggiato in lungo e in largo nazioni e continenti ed è lecito pensare che nel loro girovagare molti di loro siano morti e  siano stati lasciati in terra straniera con lapidi scritte nella lingua parlata da quella determinata etnia e in quel determinato periodo ecc.
Dobbiamo infine porci la seguente domanda: “Gli etruschi sapevano qual era la loro vera origine e con chi esattamente erano imparentati?” E’ probabile che gli etruschi sapessero ma a noi non l’hanno mai detto.
GONFIENTI E FIESOLE: DUE CITTA’ ETRUSCHE RIVALI?

Gli addetti ai lavori, e non solo, sapranno dell’importantissimo ritrovamento di una città etrusca, di ragguardevoli dimensioni, nell’hinterland di Prato, nella zona oggi chiamata Gonfienti-Pizzidimonte. Di questa importante scoperta archeologica ne hanno parlato i giornali di tutto il mondo, dando specialmente risalto al fatto che Prato già 2500 anni fa era città etrusca, molto industriosa, come quella di oggi; che urbanisticamente assomigliava molto alla città di Marzabotto; che, contrariamente a quanto si credeva, Prato era di gran lunga più antica di Firenze.
Dobbiamo però tener conto di un’altra città etrusca, molto antica, sorgeva su una delle colline che dominano Firenze: la città di Fiesole (Visul o Vipsl), cinta di mura ciclopiche, una vera e propria città- fortezza (di ciò se ne dovranno accorgere, molto più tardi, nel primo medioevo, i Fiorentini allorché la espugnarono e la sottomisero) che oltre ad appartenere alla Lega Etrusca (Rasnàl methlum), aveva rapporti commerciali consolidati con le altre città-stato più vicine, tra queste Volterra, Arezzo, Chiusi, Cortona, Pisa, ecc.
Riguardo a Fiesole, la storia archeologica – prima della scoperta di Gonfienti – asseriva che essa era l’avamposto, ovvero la città etrusca più a nord (al di qua degli Appennini), che fungeva da trait-d’union fra le città dell’Etruria occidentale e le città del nord, prime fra tutte Marzabotto (Misa?) e Bologna (Felsina). Di fatto Fiesole doveva essere un importante crocevia nelle direzioni W-E (vedi l’importante tratto stradale ritrovato recentemente presso Capannori-Lucca, strada che conduceva, secondo testimonianze greche del V sec. a. C. nientemeno che al porto adriatico di Spina, in soli tra giorni di viaggio) e N-S per quanto attiene al traffico commerciale che si svolgeva fra l’Etruria meridionale e il nord, in genere.
Fin qui abbiamo riportato quello che la storia era a conoscenza fino a pochissimi anni fa. La scoperta della città di Gonfienti-Pizzidimonte (non sappiamo quale fosse il nome etrusco della stessa) è stata per gli archeologi (in particolare per quagli archeologi che sostengono che la storia e la lingua etrusca non sia più un mistero) come un fulmine a ciel sereno; di fatto, rivoluziona la storia e verrebbe anche da pensare che essa vada riscritta di sana pianta. Ma quali erano i rapporti fra le due città etrusche: Fiesole e Gonfienti che si trovavano a brevissima distanza l’una dall’altra? Perché due città etrusche così vicine tra di loro?

Non è dato sapere allo stato attuale delle conoscenze se Gonfienti (Prato) e Fiesole fossero due città rivali. Sicuramente erano due città concorrenti con due identità diverse: Fiesole, forse più potente sotto l’aspetto difensivo-militare, giocava un ruolo politico più importante; Gonfienti, città carovaniera, importante centro commerciale, forse anche città industriale, svolgeva un ruolo nella Lega Rasenna più legato al commercio e all’economia.
Fino a poco tempo fa le nostre conoscenze sugli etruschi della Toscana settentrionale erano concentrate esclusivamente sulla città di Fiesole, avamposto al di qua degli Appennini, dove era situata su una delle alture che circondano Firenze, quando ancora quest’ultima era appena un porto fluviale, usato dagli etruschi fiesolani per il carico e lo scarico delle merci dirette verso il porto pisano e viceversa. Con l’eccezionale scoperta che risale a qualche anno fa, di una città etrusca di notevoli dimensioni, presso Prato, in località Gonfienti, la storia etrusca di questa parte dell’Etruria settentrionale, pone gli studiosi etruscologi di fronte a grandissime difficoltà dovute ad una nuova valutazione per quanto riguarda l’aspetto storico di quei luoghi (si diceva che Firenze fosse più antica di Prato), della viabilità, dell’economia, ecc. Tutto porterebbe a pensare che la storia degli Etruschi, specialmente nella zona di Firenze e Prato, debba essere riscritta da capo. Il problema è il seguente: minimizzare l’importanza di questo grande nuovo centro presso Prato (cosa praticamente impossibile), o dare a questa scoperta un’importanza che potrebbe essere anche superiore a quelle reali? Non esistono allo stato attuale sufficienti conoscenze (parlo di quelle che sono state divulgate dagli archeologi, addetti ai lavori) per trarre delle valutazioni precise.
Nell’analizzare questa situazione partiamo da due elementi concreti: nella storia della Tuscia settentrionale eravamo abituati ad un unico polo etrusco: Fiesole. La cosa non sta più in questi termini. I poli, ovvero le città etrusche nelle immediate vicinanze di quella che sarà la futura Firenze erano due: Fiesole e Gonfienti. Sicuramente le due città erano collegate fra di loro per mezzo di strade importanti. Ma certamente le due città erano fra di loro autonome, indipendenti. Ognuna di queste città svolgeva un ruolo vitale nella federazione etrusca. Pare addirittura che Gonfienti, in seguito al ritrovamento di alcuni reperti fittili, fosse già a quei tempi una importante città laniera, ma non ci sono sicurezze su questo punto, in quanto non è sufficiente il ritrovamento di alcuni rocchetti, fuseruole e pesi per telaio, in quanto tali ritrovamenti si sono avuti un po’ dappertutto negli scavi della maggior parte dei siti etruschi (A Verucchio addirittura sono stati ritrovati dei pezzi di tessuto risalenti al VI-V secolo perfettamente conservati).
Le città erano collegate fra di loro per mezzo di strade importanti una di queste doveva seguire il tracciato che passava da Calenzano, Quinto, Castello e da qui di dirigeva verso Fiesole passando nei pressi di Careggi. Ma altre strade dovevano essere importanti, e Gonfianti-Pizzidimonte si trovava appunto nel centro nevralgico di queste confluenze stradali, che portavano a Pisa da una parte, ad Artimino, e poi al nord verso Marzabotto (Misa), Bologna (Felsina), ecc. Un’altra strada importante doveva collegare Gonfienti con il bacino mugellano attraverso la Val di Marina, passando per Legri, Poggio Cupo, Petroio, verso Galliano attraversando il ponte a Cappiano (scomparso da tempo) presso il Castello di Cafaggiolo, per risalire la Futa attraverso il Passo dell’Ospedaletto, poi divenuto Passo dell’Osteria Bruciata. Mentre una strada che si collegava con il territorio aretino doveva passare per Fiesole o nelle vicinanze.
Gli anni che verranno, con le nuove scoperte, chiariranno molte cose e diraderanno le folti nebbie che per ora avvolgono il passato di queste due grandi città.

IL “MISTERO” DELLA LINGUA ETRUSCA E’ STATO SVELATO?
Il problema investe anche le origini degli Etruschi

E’ in corso una diatriba fra linguisti e archeologi italiani e internazionali che dura da più di cinquant’anni e che riguarda l’origine della lingua etrusca e di conseguenza l’origine stessa di questo popolo. L’archeologia moderna italiana (che segue la scuola di uno dei massimi etruscologi, Massimo Pallottino) sostiene la “autoctonia” del popolo etrusco, vale a dire la “formazione in loco” (suolo italico), ipotesi dalla quale deriverebbe, come ovvia conseguenza, che la lingua etrusca “non sarebbe accostabile o comparabile con nessun altra lingua dell’area del Mediterraneo”.
Tale posizione sostenuta, già dal 1947, dal grande etruscologo Massimo Pallottino (e dalle relative scuole che egli ha creato a Roma e a Firenze), deriverebbe dall’avere fatto propria la tesi dello storiografo greco, vissuto in Italia, Dionisio di Alicarnasso (I 30,2) il quale sostenne, per primo, che il popolo etrusco, che si definiva “rasenna”, fosse un antichissimo popolo formatosi in Italia. Questa tesi è stata sempre controbattuta dalla maggior parte dei linguisti (in modo particolare da Massimo Pittau), che sostengono, senza mezzi termini, che “Pallottino e i suoi allievi siano fondamentalmente archeologi e che nessuno di loro avrebbe acquisito una analoga ed almeno sufficiente preparazione linguistica”. In effetti la preparazione scientifica di un archeologo è molto distante e differente da quella linguistica, per cui un archeologo sicuramente può essere anche un grande studioso nella sua disciplina, tuttavia “se non si è fatta anche un’adeguata preparazione linguistica, in quest’ultimo settore, sarà niente più che un orecchiante” (Pittau). Inoltre la tesi “autoctonista” del Pallottino (e dei suoi allievi), molto affascinante sotto il profilo della formazione etnica e storica dell’Italia, sarebbe fondata (sempre secondo il Pittau) se gli archeologi italiani avessero dimostrato di conoscere tutte le lingue di tutti i popoli che sono vissuti nel passato nelle terre che gravitano intorno al Mediterraneo. I linguisti inoltre affermano che la tesi “autoctonista” di Dionisio di Alicarnasso non sia stata sostenuta da nessun altro autore antico, mentre quella “migrazionista” di Erodoto, che affermava che gli Etruschi fossero migrati dalla Lidia (Anatolia), fu sostenuta da almeno trenta autori dell’antichità. Oltre a Erodoto essi sono: Ellenico, Timeo di Taormina, Anticle di Atene, Scimmo di Chio, Scoliaste di Platone, Diodoro Siculo, Licofrone, Strabone, Plutarco, Appiano, Catullo, Virgilio, Orazio, Ovidio, Silio Italico, Stazio, Cicerone, ecc.
Albert Einstein affermava che i preconcetti, proprio perché tali, siano più duri a disintegrarsi degli atomi, ed aveva ragione. Per i linguisti, questo preconcetto o “peccato originale”, secondo il quale “LA LINGUA ETRUSCA NON SIA ACCOSTABILE A NESSUN’ALTRA LINGUA DEL MEDITERRANEO” (Pallottino), ha nociuto non poco alla ermeneutica, cioè all’arte (o alla scienza) di decifrare antichi testi e documenti. E’ cosa risaputa che per i linguisti il primo e fondamentale strumento della linguistica storica e glottologica stia proprio nella comparazione e che “togliendo questa possibilità al linguista gli si toglie ogni possibilità di lavoro scientifico” (Pittau).
Con il metodo comparativo sono state classificate lingue come il sumerico, l’hittito, il licio, ecc. Purtroppo per l’etrusco si sono avuti risultati appena percettibili, nonostante il ricco materiale a disposizione degli archeologi.
Ma questa affermazione dei linguisti è del tutto veritiera?
In massima parte lo è. La lingua etrusca, avendo “mutuato” l’alfabeto greco dalla Grecia è perfettamente leggibile e pronunciabile, ma solo in piccolissima parte è comprensibile. Faccio un piccolo esempio. Se io decidessi di studiare la lingua tedesca acquisirei delle conoscenze per leggere e pronunciare bene questa lingua, ma se per ipotesi io non avessi a disposizione come “bagaglio” un adeguato vocabolario sarei in grado solo di leggere e pronunciare bene la lingua tedesca, ma non a decifrare il significato delle parole. E’ quanto avviene con l’etrusco. Di questa lingua adesso si conoscono alcune migliaia di parole (per la maggior parte nomi di persone), ma siamo capaci di decifrarne solo alcune centinaia di esse e molte di queste ultime hanno inoltre una traduzione incerta. Veramente poco per poter affermare di aver svelato il “mistero” della lingua etrusca. Questo perché noi conosciamo un vocabolario limitato all’ambito religioso, rituale, funerario, e, in pochi casi, relativo alle ripartizioni e ai confini delle proprietà terriere, come ad esempio la Tavola di Cortona. Il testo più lungo che conosciamo, il Liber Linteus della mummia di Zagrabria, è composto da circa 500 vocaboli, diversi tra di loro e quelli tradotti in modo assolutamente certo sono solo una ventina. Questo per dire che il problema della comprensione della lingua etrusca esiste tuttora e in larghissima misura.
Per quanto riguarda l’origine della lingua etrusca la maggior parte dei linguisti è orientata decisamente, per la tesi “migrazionista” a causa delle strettissime somiglianze dell’etrusco al lidio. Essi ritengono, avallando quindi la tesi di Edodoto e altri, che tale popolo sia migrato, proprio da questi territori, verso il sec. VII, in Italia, nelle coste tirreniche del Lazio e della Toscana, per poi espandersi al nord, al sud e sulle coste dell’Adriatico. Anche l’etruscologo Pallottino, in “Etruscologia” (Hoepli, 1° Ediz. 1942) scriveva a tal proposito: “in verità i rapporti fra la lingua etrusca e il dialetto pre-ellenico parlato nell’isola di Lemno, anteriormente alla conquista ateniese avvenuta per opera di Milziade, nella seconda metà del sec. VI a.C., sono, nonostante le contrarie obiezioni del Lattes, del Paretti e di altri STRETTISSIME”.
Detto ciò, mi sembra superfluo sostenere che niente vieti ad uno studioso di porsi il problema della “ORIGINE DELL’ELEMENTO ORIENTALE” che è così presente in ogni forma di vita del popolo etrusco. Mi sembra doveroso accennare che anche nel caso in cui un popolo antico abbia voluto “mutuare” da altri popoli più evoluti lo strumento base della scrittura che è l’alfabeto, sia del tutto improbabile che lo stesso popolo abbia fatto propria la lingua dello medesimo popolo, diversa dalla propria. Ciò, sinceramente, mi sembra un po’ esagerato.
Concludo dicendo che in etruscologia (ma penso valga come regola generale in ogni branca dell’archeologia) sia molto saggio usare la prudenza, poiché ciò che oggi può sembrarci sicuro, domani, grazie a nuove scoperte archeologiche, linguistiche e a nuove tecnologie di ricerca, potrebbe non esserlo più. Quindi che dire?…
Ma la diatriba continua….

IL TEMPIO ETRUSCO DI FIESOLE
E’ ipotizzabile la sua ricostruzione
“Alle pendici nord-orientali della collina principale fu creata alla metà del VI secolo (a.C.) un’area sacra con al centro un piccolo edificio di culto pressoché quadrato di circa 5 m. di lato, con pareti di mattoni crudi su basamenti di pietra, il pavimento interno in terra battuta, con copertura costituita da tegole e antefisse dipinte. Una fognatura, alcuni terrazzamenti completavano l’area” Maurizio Martinelli-Guido Paolucci – Guida ai luoghi degli Etruschi – Ed. Scala 2008
Se noi tracciamo una linea sulla carta geografica  della Toscana, in direzione Ovest-Est partendo da Pisa sul versante tirrenico, fino a Verucchio, versante adriatico, e toccando al centro le località di Artimino, Fiesole e Firenze, noi avremo una linea retta quasi perfetta. Proprio su questa linea verso il VII-IV sec. a.C. doveva svolgersi il traffico commerciale etrusco, dal Mar Tirreno al Mar Adriatico. Parte di questo tracciato è stato ritrovato alcuni anni fa in località Capannori (Pisa), si tratta di una strada con ampie carreggiate, una vera e propria “autostrada” etrusca, come è già stata definita.
Dobbiamo adesso tener conto che su questo tracciato si trovavano anche le località Comeana, Quinto (Firenze) dove sono state ritrovate le tombe dette “della Mula” e “della Montagnola”, ambedue realizzate con la tecnica detta “a falsa cupola”,  con grossi conci squadrati di pietra  disposti in forma concentrica (tomba della Mula) che si restringono verso l’alto fino a formare una volta di forma ogivale (tomba della Montagnola). Queste tombe risalgono, verosimilmente al VII secolo a.C. Si tratta di tombe principesche i cui proprietari erano i signori e padroni della zona. Su questa linea doveva trovarsi pure la città-carovaniera etrusca di Gonfianti, nelle vicinanze di Prato, che doveva svolgere un ruolo di città-emporio, luogo di deposito e di smistamento delle merci, nonché città industriale ed artigianale. 
Questa “autostrada dei due mari”, come è plausibile  definirla, secondo fonti greche, si sarebbe potuta percorrere in soli tre giorni di viaggio, che per quei tempi rappresentava un bel primato.
A Verucchio, centro etrusco di primaria importanza, gli archeologi hanno ritrovato reperti UNICI nel loro genere, come campioni di stoffe di lana, tessute in vari colori, che non hanno niente da invidiare ai nostri tessuti moderni, in quanto la tessitura e la tecnica di lavorazione è in  tutto simile alla nostra, ovviamente gli etruschi non possedevano i macchinari che possediamo oggi. Inoltre sono stati ritrovati a Verucchio reperti importantissimi in metallo e in altri materiali più o meno pregiati, molto interessanti.
Le città etrusche di Fiesole  e Firenze si trovavano proprio al centro di questa “carretera” commerciale ed è facilmente intuibile il ruolo di prestigio che queste due città avessero proprio per le loro ubicazioni strategiche ma anche difensive e di controllo del territorio. Se Gonfienti aveva il ruolo di città di scambio, di deposito, di lavorazione delle merci, quindi città industriale e commerciale (ruolo svolto in sinergia con la “gemella” Misa, Marzabotto) Firenze e Fiesole dovevano giocare due ruoli diversi, l’una di città legata ad una economia fluviale e agricola (Firenze), l’altra doveva essere centro politico-amministrativo e militare offensivo e difensivo (Fiesole), anche per la posizione strategica che occupava (sulla cima di una collina e difesa da una ciclopica cinta di mura).
Proprio a Fiesole, sulle pendici nord occidentali della collina, come bene ci descrivono M. Martinelli e Giulio Paolucci (op. citata), in un’area che comprendeva diversi edifici di culto, era sorto, per opera etrusca un tempio, le cui proporzioni non sono grandiose come, ad esempio, quelle di Tarquinia, ma che tuttavia rivestiva un ruolo importante per la vita religiosa degli antichi fiesolani. Sembra, da alcuni ritrovamenti, che lo stesso  tempio fosse dedicato alla dea Minerva.
Ho avuto il piacere di vedere più volte il tempio fiesolano e di studiarlo il più possibile con accuratezza. Ogni volta scopro cose nuove e interessanti e, di volta in volta, la sua “lettura” mi appare più chiara. Ma una descrizione esauriente e qualificante dell’edificio religioso si può averla anche leggendo la Guida Ufficiale “Fiesole – Area archeologica e museo” fatta dal Prof. Marco de Marco, curatore del Museo Etrusco (Per gli interessati dirò che la guida è stata edita da Giunti nel 1999).
Credo che il tempio fiesolano sia uno dei templi etruschi meglio conservati per le “alzate” dei muri che sono imponenti, per la scalinata d’ingresso ottimamente conservata, per i resti portico del antistante e dell’edificio colonnato, la porta di ingresso e infine, sul retro, la fossa di scolo delle acque. Il tempio era orientato su un’asse W-E con l’ingresso rivolto verso Oriente, vale a dire che esso era rivolto verso l’Adriatico. Al contrario le chiese cristiane, pur essendo orientate sullo stesso asse, hanno l’ingresso al Tramonto (W) e l’abside ad Oriente (E).
Per non risultare particolarmente descrittivo dirò solo che il tempio aveva una cella centrale, due ambienti laterali, oltre ad altri ambienti disposti su un’asse nord-sud, colonnati. Sul luogo, nei pressi del tempio, sono stati disposti centinaia e centinaia di reperti lapidei che facevano parte del tempio, come capitelli, trabeazioni, parti del tetto, ecc. 
Ho la netta l’impressione, dato il grande numero dei reperti ritrovati e ammassati ai fianchi di stradine del percorso archeologico, che il tempio potrebbe essere RICOSTRUITO, non nella sua interezza, ma almeno parzialmente. Dico questo poiché esistono oggi delle tecnologie avanzatissime, che si avvalgono di programmi e apparecchi sofisticatissimi, tridimensionali, i quali permetterebbero, di ricostruire da tutti quei reperti lapidei il tempio così com’era nel I secolo a.C, epoca in cui fu distrutto. Certo necessiterebbero cospicui fondi, personale e tanta buona volontà, ma la cosa penso sarebbe fattibile.
Si tratta di fantascienza? Fantarcheologia? No, io credo che potrebbe trattarsi di realtà.
Lascio a ciascuno di voi di esprimere un giudizio in merito. Inoltre vi invito di approfittare di un giorno libero per fare una bella visita agli scavi e al Museo di Fiesole (Etr. Vipsl, Visl, Visul; mediev.:Visole) e sono sicuro che vi saranno riservate tante e piacevoli sorprese.
CURIOSITA’ SULL’ORIGINE DI ALCUNE PAROLE E SU ALCUNE FESTE CHE SI RIFANNO AGLI ETRUSCHI
In un Opuscolo del 1834 riguardante la “Lingua Etrusca e l’Astronomia Ebraica”, Edizioni Attilio Tofani, Firenze 1834, da me rintracciato in una Biblioteca fiorentina, a riguardo dell’origine della Lingua de’ Tirreni si dice che “si riceve maggior lume dai nomi propri, specialmente delle città e dei fiumi, che dagli appellativi (nomi di persona n.d.R.). Quindi i nomi di città, di fiumi, ecc. sarebbero più affidabili per conoscere l’origine delle lingue antiche? Penso senz’altro di sì. In Toscana abbiamo idronomi quali il Marta, Bruna, Cecina, ecc., tanto per citarne alcuni, che sono nomi di fiumi ma anche nomi di persone e derivano, appunto, da antichi ceppi linguistici orientali.
Sempre nello stesso Opuscolo si farebbe l’ipotesi che il nome Firenze (Lat. Florentia) derivi da “ferbenz”, di origine ebraica, che significherebbe “città abbondante di fiori”. Inoltre, l’Arno, fiume toscano che bagna Firenze e Pisa, deriverebbe dall’ebraico “Arnon”, descritto in Deut. Cap. 3, v.8, e significherebbe un torrente dedicato (dai Filistei) a Nettuno.
I Romani dovevano essere molto egocentristi e “campanilisti” (per usare degli eufemismi), se neppure un libro etrusco è mai stato ritrovato a Roma, né altrove. Sembra che gli stessi distruggessero libri e monumenti stranieri, “così come fecero i Maomettani nella conquista dell’Egitto”… “dove appiccarono il fuoco alla famosa biblioteca alessandrina”. (Lingua Etrusca, ecc. op. cit.), Tuttavia, mi sembrerebbe logico avere un barlume di speranza che qualche testo etrusco sia conservato, magari in gran segreto, o ancora “inesplorato” in una delle tante importanti biblioteche sparse per il mondo. Inoltre, ci potrebbe essere la possibilità che in futuri scavi archeologici, si ritrovino epigrafi molto più complete e interessanti di quelle che abbiamo trovato fino ad ora.
La “Tabula Cortonensis”, è già uno dei testi etruschi più noti e interessanti per la sua lunghezza ma anche per la sua “enigmaticità”. La traduzione di questa tavola fatta da esperti filologi e archeologi ha collezionato consensi ma anche molte critiche. Infatti profonde discordanze esistono fra le traduzioni dei vari studiosi e, all’interno di questi, fra traduzioni effettuate da archeologi puri o da linguisti. Io ho messo a confronto fra di loro le traduzioni degli studiosi più illustri e, ritengo, che ci sia ancora molto da lavorare su questo testo etrusco, del quale conosciamo già tante cose, ma molte altre rimangono ancora veri e propri “rompicapo”, a cominciare dal luogo esatto in cui la “Tabula Cortonensis” fu ritrovata.
Proprio alcuni giorni fa nella trasmissione televisiva “L’eredità” condotta dal fiorentino Carlo Conti, che va in onda ogni giorno prima del Telegiornale, ad un concorente è stata fatta una domanda circa il significato del “gioco della ruzzola”, già praticato dagli Etruschi. Ruzzola è il toscano per “ruota” (o meglio, “piccola ruota), ma nello specifico il “tirare allla ruzzola” veniva praticato in una festa, la quale consisteva, nel lancio di una forma di cacio (di quello buono, forse sardo). Per fare questo i lanciatori avvolgevano con vari giri la “ruzzola” o la forma di cacio con un nastro resistente, il quale veniva poi legato al porso del lanciatore. Quando, la sfortuna si accaniva e le forme lanciate si rompevano, il gioco continuava, sostituendo alla forma di cacio, una bella ruzzola di legno, tagliata da un albero resistente, diametro di 25-30 cm e di uno spessore di di 3-4 cm. La “ruzzola” veniva poi smussata ai bordi. Nel mio paese natale, Fontebuona in Mugello, dove ho vissuto i primi trenta anni della mia vita, questo gioco era praticato nel primo giorno dell’anno, cioè il primo di gennaio. Questa festa era tenuta in grande considerazione dal popolo “laico”, che forse la considerava la festa più importante del periodo vacanziero natalizio, ma addirittura forse la più importante dell’anno. Era chiaro che questa tradizione era molto antica e si perdeva nella notte dei tempi. Bisognava vedere l’abilità di questi forzuti lanciatori, che riuscivano, dopo una breve rincorsa, a lanciare la “ruzzola”, dando alla stessa lo “sguancio” (effetto) necessario per arrivare il più lontano possibile e per superare curve, salite e ostacoli di ogni genere. Noi ragazzini, sempre di buon appetito, seguivamo il rotolare del formaggio nelle sue peripezie e, se capitava, che la forma urtasse una cantonata o un pilastrino, la forma di formaggio andava in mille pezzi, con nostra grande gioia, poiché facevamo delle grandi scorpacciate gratuite. Di questa usanza io ne ho parlato nel mio libro “Mugello – Vita di paese e dintorni” . Un vocabolo simile a “ruzzola” esiste nella lingua etrusca: “ruz” (M. Pittau – Dizionario della Lingua Etrusca, Ed. Dessì), al quale è stata attribuita una traduzione incerta. E’ lecito supporre che “ruz” abbia originato “ruzzola”, “ruzzolare”, non solo nel senso del rotolare di una ruota, ma anche nel senso figurativo del “rotolare”, tipico del maiale, quando si rotola nella terra e nel fango. Infatti, nel Dizionario del Pittau (op. cit.), si fa l’ipotesi che “ruz”, abbia il significato di “maiale”.
Sempre nel dialetto dei Toscani troviamo la parola “racca” e l’espressione “non fa racca con nessuno”, oppure l’inverso “fare racca con tutti”. La traduzione più usata è quella di “Tizio o Caio che non fanno ‘razza’ con alcuno”. In altre parole il toscano “non fare racca” potrebbe significare sentirsi estranei a qualcosa o a qualcuno, oppure un atteggiamento asociale di uno che sta “sulle sue”, oppure di colui che “non si sente della partita”. Il Migliorini nel Vocabolario della Lingua Italiana afferma che “racca” è una parola che deriva dall’aramaico, la lingua degli antichi ebrei. L’espressione dir “raca” a qualcuno (con una sola ‘c’) è tratta dal Vangelo di San Matteo. Anche gli Etruschi, allo stesso modo degli antichi ebrei non raddoppiavano le consonanti e, pertanto il toscano “racca” equivale aell’ebraico “raca”. Quest’ultimo tuttavia aveva in origine (vedi Vangelo) un significato equivalente a una offesa di poco conto, quale sarebbe quella di dire ad una persona “sei uno sciocchino” o qualcosa di simile. In italiano abbiamo però una parola, molto simile a “raca”, cioè, “racchia” riferita ad una donna poco piacevole. Questa sì che sarebbe un’offesa!
I Toscani, o i Mugellani, indicano con l’aggettivo “spanto” qualcosa di poco aggregato, e quindi sparso, sparpagliato. Si potrebbe fare l’esempio di un paese che non è raccolto ma ha le abitazioni sparpagliate in qua e là. Esiste in etrusco “spanthi, spante, spanti” Dizion., op. cit. pag. 379) tradotto con “piatto, catino, bacino”. Esiste una correlazione fra “spanto” toscano e “spanthi”? Forse sì, se pensiamo che un piatto è un qualcosa che è differente da una ciotola, oppure da un vaso, da una brocca, ecc. che hanno i bordi o le pareti rialzate. Quindi questi ultimi possono essere intesi come utensili, che figuratamente si aprono, dilatano le proprie pareti, come lo sbocciare di un fiore e permettono al liquido, ai cibi, ecc. di “spargersi” orizzontalmente, porprio come le case di un paese che sono state costruite non raggruppate, ma a piccole chiazze, “a pelle di leopardo”. Al contrario nei vasi, ciotole e brocche i contenuti sono trattenuti “uniti” verticalmente dalle pareti delle stesse.
FIESOLE: STORIA, BELLEZZA E SCUOLA DI VITA
E’ ormai diventato un ‘luogo comune’ sentire dire di Fiesole, specialmente da certi toscani: “è tutta qui?”. Come dire: “Fiesole? E’ quel paesotto che si incontra per la strada da da Firenze porta in Mugello; una via, una piazza e le case e botteghe allineate su questa antica strada. Vi assicuro che la cosa non sta in questi termini. Fiesole va scoperta, va percorsa nelle stradine strette strette, che caratterizzano le antiche città etrusche, va studiata e anche amata.
Adesso vi svelo un trucco, come fare per visitare questa città. Si tratta di un trucco molto semplice, lasciate i a casa i vostri macchinoni e fatevi accompagnare da un amico o da un conoscente che possiede una Panda, meglio una vecchia Panda. Girate in una qualsiasi delle stradine etrusche che misurano da un metro a tre metri e cominciate a scoprire la città. Fiesole, come sapete era una delle maggiori città dell’Etruria, popolata da genti Etrusche, ma essa era già popolata anche da popoli “villanoviani”. La testimonianza di ciò starebbe in una serie di buche, che sono visibilissime dalla rete esterna, ormai bucata, in più punti, da curiosi e da impazienti “aspiranti archeologi”. In queste buche, che assomigliano molto a quelle in località Palastreto (Sesto Fiorentino) ed a quelle di Populonia, i Villanoviani sotterravano entro cinerari i resti combusti (le ceneri) dei loro morti, insieme a pochi oggetti appartenuti al defunto o alla defunta.
Per questo tipo di buche, si è fatta l’ipotesi, a Populonia che esse siano servite per piantare dei pali per le capanne, che erano di forma ovale. L’uovo, come altri simboli: la ruota, la croce solare, per i Villanoviani e per gli Etruschi rappresentavano il ciclo della vita dell’uomo. Ancora oggi si dice “è una ruota che gira”, per indicare il trascorrere inesorabile del tempo.
Fiesole, dicevo, era una grande ed importantissima città villanoviana-etrusca. Le genti che abitavano sulla collina di Fiesole e che, per la stragrande maggioranza, vivevano di pastorizia ed agricoltura non dovevano essere molto teneri né con i loro simili, né con le bestie dei loro allevamenti. Un basso rilievo, probabilmente Ottocentesco (probabilmente la copia esatta di un bassorilievo etrusco) ci fa vedere come allora si uccidessero gli aninali. In questo caso l’animale viene tenuto con una corda legata intorno alle corna, la quale passando per un anello di ferro posto a livello del pavimento, viene tirata in modo che la bestia sia costretta ad abbassare la testa, per essere poi colpita duramente da una altro uomo, il quale, le vibrerà un colpo mortale con una mazza di legno fra la testa e il collo, fracassandole il cervello e la spina dorsale.
Gli Etruschi fiesolani non dovevano essere tuttavia tanto teneri neppure con gli umani e in modo particolare con i nemici. Si sa che i Romani ebbero la meglio sugli Etruschi e che, città dopo città, cadde nelle loro mani. Ma ce ne volle del bello e del buono per conquistare la città di Fiesole, la quale prima si difese con le armi e poi, con la diplomazia, cercò di contrastare i romani invasori. Probabilmente, però vinsero l’astuzia e la diplomazia dei Romani, che oltretutto erano meglio organizzati nelle guerre.
Un bassorilievo, murato su una antica casa di Fiesole, situata in uno dei tanti stretti vicoli della città, fa capire come, dopo tanto spargimento di sangue prevalse la “pax romana”. Nel bassorilievo è raffigurata una Lasa o una Dea, che abbraccia due guerrieri su una base di colonna in cui è forse raffigurato il dio Marte. Al di là del significato allegorico, questo bassorilievo, ritrovato probilmente sul luogo, ha proprio questo significato: etruschi e romani uniti dallo stesso dio (probabilmete dio etrusco) iniziano una nuova era di collaborazione che non dovrà tenere conto né di vinti né di vincitori. Sappiamo tuttavia che gli Etruschi fiesolani, pur rappresentando un pericolo costante per i Romani, e non solo nell’immediato futuro, furono soggiogati e, piano, piano, persero le loro libertà e i loro diritti di uomini liberi.
Fu così vinto un popolo, forte coraggioso, intelligentissimo, che guardava in faccia alla morte e, allo stesso modo, guardava il nascere della vita. Il linguista-etruscologo Prof. Giovanni Semerano li ha definiti, molto oppurtunamente “Il popolo che vinse la morte” . Tuttavia, come capita ai popoli vinti, essi furono svuotati dal di dentro, proprio come si fa con una zucca. Questo popolo che basava ogni atto della propria vita sugli oracoli, che si affidava agli aruspici e ai sacrifici per ogni atto importante, anche la guera, che parlava una propria lingua, diversa da tutte le altre regioni d’Italia, che batteva moneta propria, che aveva raggiunto una ricchezza e un benessere davvero notevoli, conobbe un periodo di involuzione e di rilassatezza nei costumi. Il bassorilievo accanto con la figura di un uomo con la testa china, può essere di per sé stesso, molto significativo.

NOTE

MEL MARAVOT SUL SIGNIFICATO DI “RHASENNA”

Paulo,

Your thesis that the Etruscan word “Rasenna”  relates to the word “razor” and “shaved” is possible, as I also had suspected the connection. In actual fact, using the “Etruscan Phrases” Etruscan Glossary that I sent you, you will see that the word declines as follows: RAS, RASIA, RASNA, RASNE. I presented the word in the glossary as follows: “tribe, Etruscan? (L. tribus-us; It. razza; Etr. Rasna, Rasne).” 

I was not aware, however, of the Italian word “ras” which you defined as follows: “the word “ras” also exists in Italian, for example, when we say that Tizio (or Caio) is the “ras” of the district, to mean one who is commander in the district or the city. In other words the “ras” is the one who exercises power within a given space and that power can be expected: according to the “rule of law,” or a power “arbitrary,” that is not recognized by law.”

The suffixes attached to RAS, “IA”, “NE,” and “NA” also reflect common declension patterns with regard to other Etruscan nouns and adjectives. Seeing the Italian language components, I concluded that NE and NA are augmentive suffixes conveying greater size, as in the Italian language.

An origin of RAS that relates to the verb “to shave,” possibly referring to a “civilized being” as opposed to the Greek term for Barbarians “bearded,” can be supposed. But it can also relate to the English word for tribe, race, “race” or Norse word, “ras.”  More importantly, because the word has the Italian augmentative suffixes, “NE” and “NA,” the meaning has more of a relationship to the Italian “ras” and “razza,” and French “race,” Polish, “rasa,” and Persian “nezâd,” English “race.” The origin of the word for “race” probably has deeper Indo-European roots, the meaning of which would be hard to assess. We can group these language groups together, using their term for “race,” contrasting this group with Greek “fili,” Latin, “genus-eris” or “tribus-us,” Welsh “canedl.” Note that Etruscan also has the words for English, line: “line,” or “to draw out, thread,” which can be compared to Latin, filum-i; It. filare, Fr. filer. The Etruscan words are: FIL, FILE, FILAR. Related to these are Etruscan FILAE (L. filia-ae, daughter), and FILVI (FILOI), FILVS (FILOS) (L. filius-i, son). These words relate to Latin. Because the Etruscan language appears to have preceeded the Latin language, it appears that Latin belongs to or derives from an early language group that is represented by Etruscan. That early group contained words common to Gaelic and Latin.

The word for English “clan,” is also in the Etruscan Glossary and used in Etruscan Phrases script AV-3 and used in the context referring to the lineage or clan of a person. The Italian word for “clan” is “tribu,” referring back to the Latin term for “race.” The French word for “clan” is “clan.” In Scottish Gaelic the word is “clann.”

As I have discussed in “Etruscan Phrases,” I believe that the Etruscan language represents, perhaps, a bridge between the Latin / Italic and Gaelic language groups, when they began to separate. The Etruscan language can be dated to ~600-700 B.C. from the early texts, and their tradition of coming from Lydia after the Trojan War (~1,200 B.C.), their appearance as the Villanovan Culture (1,000 B.C.) suggest that the language is an artifact from 1,200 B.C. and earlier. 

We don’t know when Latin and Gaelic began to separate into two different language groups, but the Etruscan language, carrying components from both language groups, may shed some light as to how the languages separated, perhaps in the period 1,500 B.C.- 1,200 B.C.

Mel Copeland
MASSIMO PITTAU SUL SIGNIFICATO DI “RHASENNA”

Paolo Campidori è un personaggio eclettico, e precisamente è pittore, scrittore, giornalista, fotografo e pure cultore di antichità toscane ed etrusche. Da quando è entrato in possesso del mio «Dizionario della Lingua Etrusca» (Sassari 2005, Libreria Koinè) – l’unico finora esistente – si è messo a cercare e stabilire connessioni fra vocaboli etruschi e toponimi e vocaboli toscani, arrivando a conclusioni che, a mio avviso, talvolta sono veramente azzeccate. Ed una nuova connessione di Paolo Campidori è la seguente. Secondo Dionisio di Alicarnasso (I 30, 3) gli Etruschi chiamavano se stessi Rhasénna. Questo aggettivo etnico viene confermato appieno da vocaboli etruschi che conosciamo per altra via e che in genere fanno riferirimento allo «Stato Rasennio od Etrusco» o alla «Federazione Rasennia od Etrusca», finendo con l’avere anche il significato di «statale, pubblico». Inoltre l’etnico Rhasénna viene confermato anche da odierni toponimi toscani, fra cui Ràssina nella provincia di Arezzo. Ebbene il Campidori ha spiegato Rhasénna come «(uomo o guerriero) rasato».
A me non risulta che fino al presente qualche linguista abbia approfondito il problema dell’esatto significato di Rhasénna e pertanto, almeno in linea generale, dico che ritengo questa proposta del Campidori come “accettabile”, dato che finora non ne è stata presentata alcun’altra. Io infatti, come glottologo o linguista storico, mi sono sempre ispirato al criterio metodologico, secondo cui «è molto meglio una ipotesi azzardata, che nessuna ipotesi; infatti, da una ipotesi azzardata – che alla fine potrebbe anche risultare errata – prospettata da un linguista, potrà in seguito scaturire una ipotesi migliore e addirittura quella vincente, prospettata da un linguista successivo».
Questo dico in termini generali relativamente alla proposta del Campidori; rispetto alla quale però, a mio avviso, intervengono tre considerazioni che ottengono l’effetto di farla apparire “accettabile”, per il fatto che è “plausibile” o “verosimile.
1) Il verbo latino radere, participio rasus, è fino al presente privo di etimologia (cfr. Ernout A. – Meillet A., Dictionnaire Étymologique de la Langue Latine, Paris 1985; Cortelazzo M. – Zolli P., Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Bologna, I-V, 1979-1988; II ediz. 1999) e, come capita spesso in casi simili, è probabile che sia entrato nella lingua latina derivando da quella etrusca.
2) Nel mondo fortemente laicizzato, come è quello in cui ora viviamo, è cosa assolutamente indifferente per un uomo avere la barba incolta oppure averla tagliata del tutto o almeno in parte, cioè “spuntata” a pizzo. Per gli uomini del mondo antico invece la questione aveva grande e somma importanza, soprattutto perché ad essa attribuivano motivazioni antropologiche, sociali e addirittura religiose. Per gli antichi dunque il radersi la barba oppure il lasciarla incolta non era affatto una questione indifferente, posto che la decisione era determinata da precise e stringenti motivazioni sociali e pure religiose, di cui a noi moderni spesso sfugge l’esatto significato.
3) Da una rapida scorsa che ho dato alle raffigurazioni di uomini etruschi in pubblicazioni che posseggo, ho avuto modo di constatare che la massima parte degli uomini sono rasati completamente, oppure hanno una barba coltivata a pizzo più o meno lungo. Non mi sembra di aver trovato alcun individuo etrusco che abbia la barba completamente incolta.
Dunque, la proposta di Paolo Campidori «Rhasénna = «(uomo) rasato» a me sembra plausibile, verosimile e pertanto “accettabile”, almeno in attesa che qualcuno eventualmente presenti una proposta migliore.

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© Paolo Campidori
MASSIMO PITTAU SUL SIGNIFICATO DELLA PAROLA “SERPHUE” (SERQUA)

In una intervista fattami di recente Paolo Campidori mi ha chiesto se il vocabolo etrusco SERQUE possa essere la base di quello toscano (e soprattutto fiorentino) serqua «dozzina», riferito a merce venduta, come uova, pani, pere e simili. Dopo aver dato un’occhiata al mio «Dizionario della Lingua Etrusca» (Sassari 2005, Libreria Koinè), risposi che non conoscevo il citato vocabolo etrusco, per cui non potevo dire alcunché su di esso. Però, dato che la connessione etimologica stabilita dal Campidori mi sembrava allettante, in seguito ho controllato meglio il mio Dizionario ed ho subito constatato che, se è certo che non esiste un vocabolo etrusco SERQUE, invece esiste realmente l’altro SERΦUE (con la ph), per il quale io avevo già prospettato che derivasse dall’etrusco SAR «dieci».
La mia prima considerazione sull’argomento è che il Campidori ha letto male il vocabolo etrusco, ma la sua connessione col toscano serqua è esatta. E in conseguenza di ciò si può affermare che da un lato si è trovata la esatta etimologia del vocabolo toscano, dall’altro si è trovato il preciso “significato” di un vocabolo etrusco, il quale compare addirittura nel più lungo e più difficile testo della lingua etrusca, il famoso «Libro Linteo della Mummia di Zagabria».
Fino ad ora tutti i dizionari della lingua italiana – ovviamente quelli che danno anche l’etimologia od origine dei vocaboli – fanno derivare il toscano serqua «dozzina» dal lat. siliqua «baccello», che in latino indicava anche una “unità di misura”. Sennonché, a mio fermo giudizio, questa etimologia va respinta con decisione, dato che non si vede come dal concetto generico di “unità di misura” venga fuori anche il concetto specifico di “dozzina” e di “dodici”.
Molto più semplice invece è far derivare il tosc. serqua appunto dall’etrusco SERΦUE, il quale – come già detto – molto probabilmente deriva dall’etrusco SAR «dieci». Sul piano fonetico in primo luogo è da rimarcare che nel toscano antico esisteva anche la forma sarqua (S. Battaglia, Grande Dizionario della Lingua Italiana, Torino 1961-2002, vol. XVIII 744), la quale si staglia alla perfezione con l’etr. SAR «dieci». In secondo luogo nella lingua etrusca abbiamo altri esempi di scambio tra le consonanti aspirate con altre di differente articolazione (vedi M. Pittau, La Lingua Etrusca –grammatica e lessico, 1997, Libreria Koinè, §§ 31, 32), per cui non è affatto strano il passaggio SERΦUE > serqua.
Sul piano semantico segnalo che, in base al fatto che nel noto Cippo di Perugia la locuzione naper sranczl ricorre scritta anche naper XII, io avevo già interpretato sranczl come «dodici» («napure dodici»), cioè sran-c-zl = «dieci e due» (sar, sra + zal). E si tratta di un numerale che presenta evidenti connessioni fonetiche e semantiche col tosc. serqua, sarqua «dozzina».
Presso molti popoli antichi il numero «dodici» aveva un carattere sacrale, certamente perché 12 sono le lunazioni o cicli della Luna, la quale era universalmente adorata come una divinità. Questa credenza esisteva di certo anche fra gli Etruschi, come dimostrano sia la storia del vocabolo serqua, sia e soprattutto le tre dodecapoli o federazioni di 12 città etrusche, la dodecapoli tosco-laziale, quella campana e quella padana.
Da questo caso fortunato di etimologia azzeccata possiamo trarre una importante conclusione generale: i linguisti, ma anche i Toscani di sufficiente cultura umanistica e linguistica, si debbono convincere che relitti dell’antica lingua etrusca esistono tuttora nelle parlate della Toscana e del Lazio settentrionale; ad essi si impone pertanto l’obbligo e anche l’interesse ad andarli a cercare.
Massimo Pittau http://www.pittau.it

THE TUSCAN WORD “SERQUA” (“DOZEN”) COMES FROM ETRUSCAN

In an interview, I was recently asked by Paolo Campidori if the Etruscan word “serque” could be related to the Tuscan and above all Florentine word “serqua” (“dozen”). “Serqua” is used as a unit of measure for eggs, loaves of bread, fruit, etc.

After consulting my “Dictionary of the Etruscan Language” (Sassari 2005, Libreria Koinè), I answered that I was not familiar with the Etruscan word “serque” and so could not comment on it.
However, I found the etymological connection proposed by Campidori intriguing. I therefore took a closer look at my dictionary and immediately ascertained that although “serque” does not exist in Etruscan, “ser_ue” (with ph), does indeed exist. I had in fact proposed previously that “ser_ue” is derived from the Etruscan “sar”, meaning “ten”.
At first, it had seemed to me that Campidori had made an error in reading the Etruscan word. But I realized now that he was right about the origin of “serqua”.
Consequently, we can say that on the one hand, we have found the exact etymology of the Tuscan word; on the other hand, we have found the precise meaning of the Etruscan word—a word which is found in the longest and most difficult text in Etruscan, the famous “Linteo Book of the Mummy of Zagabria”.
According to Italian language dictionaries (at least, those that give the etymology of words), the Tuscan “serqua” derives from the Latin “siliqua”—“seed pod”, which in Latin also indicates a unit of measure.
In my opinion, however, the accepted etymology is completely wrong, given that it is difficult to see how the specific concept of a dozen could come from the generic concept of a unit of measure.
It makes much more sense to consider the Tuscan “serqua” as deriving from the Etruscan “ser_ue”, which, as I have said, very probably derives from the Etruscan “sar”—“ten”.
The phonetically similar word “sarqua” exists in archaic Tuscan
(S. Battaglia, Grande Dizionario della Lingua Italiana, Torino 1961-2002, vol. XVIII 744). The relationship between “sarqua” and “sar” is obvious.
Moreover, in Etruscan we often find examples of varying forms of aspirated consonants (v. M. Pittau, La Lingua Etrusca –grammatica e lessico, 1997, Libreria Koinè, §§ 31, 32). A progression from “ser-ue” to “serqua” is therefore not surprising.
In the writings of Cippo di Perugia we find the phrase “naper sranczl”, which he sometimes writes as “naper XII”. I have interpreted this phrase semantically as “not even twelve”: “sran-c-zl” = “ten and two” (sar, sra + zal).
We have here the case of a numeral presenting an evident phonetic and semantic relationship with the Tuscan “serqua, sarqua”—“dozen”.
The number 12 was sacred to many ancient peoples, obviously because of the twelve cycles of the moon, which was universally adored as a divinity.
This belief was certainly current among the Etruscans, as is demonstrated both by the history of the word “serqua”, and by the three dodecapoli or federations of 12 Etruscan cities in Tuscany/Lazio, Campania, and the Po Valley.
Our happy etymological discovery teaches us an important lesson: linguists, and also Tuscans possessing the requisite humanistic and linguistic background, should realize that relics of the ancient Etruscan tongue still exist in the spoken language of Tuscany and Northern Lazio. To discover these relics is both a duty and a joy.

Massimo Pittau
http://www.pittau.it
Traduzione di Kevin Beary
ANCIENT OSTIA: A CHRISTIAN CRYPT
(IV century AD?) with an image of Christ giving a blessing has been found
Rome, center of the world. Rome is more important than any other city in the world because it houses the relics of the Christian martyrs. The Imperial Rome of luxury and spectacle, with its famous monuments, has its counterpart in the underground world of the catacombs, the refuge of the persecuted, martyred Christians and their secret burial ground.
I would like to compare this crypt (my view differs from that of Maria Stella Arena, renowned expert and author of the article “OSTIA, L’Opus sectile di Porta Marina” in Archeologia Viva n. 128 March-April 2008) to one discovered in the 1940s-50s, which bears a panel with a mosaic image containing the Christian symbolism of a lion attacking prey (v. bibliography). This discovery was made at the start of an excavation that revealed a building composed of a room or exedra and a rectangular apse.
The restoration of this mosaic took years of careful, laborious effort. By painstakingly fitting together the pieces of the mosaic, the expert restorers were able to reconstruct, panel by panel, a room that the Romans called an “exedra”, at the end of which was the rectangular crypt mentioned above.
All the evidence would seem to point to a tomb so far impossible to date accurately, and which at first glance would suggest one of the many, extremely elegant tombs of the patrician pagans. But this interpretation is misleading, and in my opinion Dr. Maria Stella Arena’s hypothesis (mentioned above) is incorrect.
The “tomb” would suggest a structure difficult to date precisely (though probably dating from the beginning to the end of the IV century), one very similar to the “Crypt of the Popes” in the Catacombs of San Callisto in Ostia (RM). This tomb is a family tomb built at the end of the II century. Like the Ostia/Porta Marina tomb, it is composed of a room and a rectangular apse. It was donated to the Church and transformed into the Crypt of the Popes in the IV century BC.
During the difficult work of restoration of the Ostia/Porta Marina crypt, the expert restorers were able to reconstruct the inlaid work with its geometric and floral patterns, all formed with costly marble coming from every part of the Empire. The chromatic effects of this inlaid work (opus sectile) are truly surprising. The natural veins in the marble were exploited by the artisans of the time in order to create the realistic effect of rocks, trees, animals, etc.
Even more surprising and truly wonderful is that there are also “human” figures on these panels, among which we find one with a “nimbo” (literally “cloud”), giving a blessing.

One needn’t be an expert in the field to recognize in this figure Christ giving His blessing. There is no need to hazard other interpretations, which I consider absurd. The face of Christ, as always in “opus sectile”, is portrayed in the traditional manner, i.e. with long hair and beard, with eyes wide open, and with black hair, beard, eyebrows and pupils, in the typical mid-eastern fashion.
Around Christ’s head there is a white nimbo. This symbol is not of Christian origin; however, it does appear, beginning probably in the IV century, around Christ’s head in the frescos of the Roman catacombs (San Callisto). Thereafter, the use of the nimbo around Christ’s head became standard.
Significantly in this portrayal, Christ’s right hand, with three lifted fingers denoting the Holy Trinity, is raised in blessing. Is further explanation necessary?
In a lower panel, there is the figure of a boy who, because he lacks the traditional symbols of the Saints, must be the Roman patrician for whom the crypt was built.
There are also various scenes in various panels of lions and tigers in the act of sinking their teeth into deer. Again, these are Christian symbols originating in the First Epistle of St. Peter: “Your adversary the devil prowls around like a roaring lion, seeking some one to devour.” (1 Peter 5:8)
Bibliography:
G. Heinz-Mohr – Lessico di Iconografia Cristiana Istituto di Propaganda Libraria, Milano, 1995

Traduzione di Kevin Beary

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MALEDETTO TOSCANO: IMMAGINI DI FIRENZE MEDIEVALE


MALEDETTO TOSCANO: IMMAGINI DI FIRENZE MEDIEVALE

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La Firenze medievale, o meglio, la Firenze ancora più antica (Romana ed Etrusca), non è lì a portata di mano, non la trovi nelle Guide tiristiche, fatte “ad hoc” per tutti i turisti e per tutte le lingue del mondo. La Firenze, antica, quella che noi genralmente non conosciamo, si trova sotto gli intonaci dei muri, nelle viuzze strette fiancheggiate da case-torri, nelle bertesche nascoste dalle infrastrutture operate dal Rinascimento in poi. Questa, dell’anno Mille, e, precedentemente, è la “vera” Firenze: la Firenze di Giotto e Cimabue, di Dante Alighieri e Beatrice Portinari, di Guido Cavalcanti; la Firenze “stra-ricca” di banchieri e commercianti di stoffe, e di altri manufatti di valore. Firenze, allora, era una “grande officina” come l’ha definita un grande studioso del Rinascimento; ancora, è la Firenze dei Guelfi e Ghibellini, dei personaggi che hanno riempito le “Cronache” degli storici, dei poeti, dei ‘novellieri’. Se vuoi conoscere questa Firenze, devi, per un attimo, dimenticare il Rinascimento, il Manierismo, il Barocco, etc. Devi solo immedesimarti nei panni di un ‘fiorentino’ di allora, dell’anno 1000, girellare fra i fondachi che si affacciano sulle viuzze strette, e ‘parlare’ ipoteticamente con gli innumerevoli artigiani: fabbri, artefici del ferro battuto, coltellinai, spadai, correggiai (pelli e cuoi), botteghe di pittori, scultori, etc. Poi devi alzare gli occhi verso l’alto e guardare le case-torri alte-alte dove hai l’impressione che cadano giù. Lì troverai le finestrine due-trecentesche, le porte con arco, i fori dove venivano sistemate le impalcature, veri e propri ponteggi, che servivano come camminatoi ad un’altezza di 15-20 metri. Quassù si svolgeva la vera “vita” fiorentina, gli scambi di visite fra famiglie conoscenti, amici (e anche nemici),  il ‘passeggio’ a livello dei tetti (mi verrebbe da dire una vita da “gatto tettaiolo”), dove le gente godeva di ottima luce e di aria buona e ventilata. Questa abitudine di vivere “in alto” i fiorentini l’avevano ereditata dagli Etruschi, la cui civiltà, ora e da secoli è coperta da uno spessore di cinque-otto metri di terra. Però esiste, gli Etruschi sono lì sotto, che fanno compagnia ai fiorentini di oggi e di ieri.

Maledetto Toscano

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TORRE ROMANA? NEL CENTRO DI FIRENZE.jpgBERTESCHE DI ANTICA CASA FIORENTINA.jpg

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IL MIO PAESE – LIBRO DI PAOLO CAMPIDORI


IL MIO PAESE

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INTRODUZIONE

MUGELLO-Vita di Paese e dintorni – Un viaggio attraverso i ricordi. Un titolo lungo, come si osserverà, ma un titolo che racchiude in sé tutto un programma. Prima di tutto: il Mugello, come ambito territoriale; secondo: Vita di Paese, come obiettivo generale e i dintorni come obbiettivo particolare; terzo: Un viaggio attraverso i ricordi, che riferisce alla materia trattata. Questi i tre punti di riferimento del volume. Non è un opera storica, se per storia si intende quella con la “S” maiuscola. Tuttavia, tratta della storia cosiddetta “minore”, quella, per intenderci, delle persone comuni: i paesani, gli artigiani, il prete, le donnine (il diminutivo non suoni come dispregiativo), i contadini, i ragazzi, i giochi dei bambini, ma soprattutto: “La vita del Paese”. Il libro non è né uno struggente “Amarcord” di felliniana memoria, né uno spaccato di storia, anonima, fredda e senza personaggi. In questo lavoro i “personaggi” occupano la parte principale: Amedeo, il lattaio, il Raspa, contadino un po’ “ballone”, Maso, altro contadino dal “calice” facile. Poi la famiglia dei bottegai: la Delia, Pirulé, il Pecino. il pollaiolo Ettore, il falegname Modesto, ecc. Tutti personaggi veri che “non tornano a vivere” ma che “vivono”, “parlano”, si “muovono” con il lettore del libro, che non guarda ad essi come a dei personaggi su un palcoscenico, ma si muove con essi, ci si “cala dentro”, entrando a far parte con loro di quella “Vita di Paese”: Fontebuona, come S. Piero, come Borgo San Lorenzo, come uno dei tanti paesi del Mugello. Il gioco del pallone nelle strade, la pesca e il bagno nei fiumi, i giochi: la muriella, “acchiappino”, “nascondino”, lo “zoppettino”, etc. In questo senso anche il mio libro è storia poiché “fissa” la vita di uno dei borghi del Mugello, in un dato periodo storico, ed esattamente, quello che va dall’immediato dopoguerra (sono nato nel 1942) ai “favolosi” anni Sessanta, gli anni del “boom” economico, ma anche della spensieratezza. E’ un libro piacevole, che scorre bene, che contribuisce a rinverdire le “radici” dei mugellani. E’ anche un libro umoristico, se vogliamo, specialmente quando tratta di certi personaggi spassosi, come l’oste Pirulé, suo nipote il Pecino, Piscialletto e tanti altri. Ho scritto questo libro “di botto”, 180 pagine, in soli due mesi, approfittando del fresco della mia casa in campagna a Fontebuona, nella quale mi rifugiavo, fuggendo dai 40° ed oltre della città, della caldissima estate 2003.

PROLOGO

Per destino sono nato a Fontebuona, un piccolo paesino del Comune di Vaglia. Pensate che sfortuna avrei avuto se fossi nato a Parigi o a Londra! Mi sarei perso tutte le cose che bene o male ho raccontato in questo libro. Invece di vedere prati, alberi, monti davanti alla finestra della mia camera, avrei visto case, case e ancora case. La sera poi, all’imbrunire, quando la campagna si acquieta non avrei sentito, lo scorrere dolce del torrente, le rane far cra cra, gli ultimi canti degli uccelli prima di addormentarsi….e poi, la notte, la civetta con il suo “tutto mio”, i pipistrelli volare come impazziti e con i loro “radar” invertire bruscamente le rotte. Non avrei visto il cielo stellato, non avrei potuto apprezzare i fiori dei campi, i gigli, i tromboncini, le margherite, le violette. A Parigi o a Londra avrei visto lunghe prospettive di strade, con incroci, con semafori, con tanti lampioni accesi e tante insegne, tutte cose delle quali posso fare anche a meno. Qui in campagna, ho sentito il canto del gallo al mattino, lo stridere fra i denti del nitrito del cavallo e il suo scalpitare, il belare delle pecore, il tintinnio dei campani delle mucche. Qui ho visto il falegname al lavoro, il contadino arare i campi con le mucche, ho visto la mietitura, la battitura del grano, ho visto la vendemmia. Ho sentito le voci argentine dei contadini; ho visto il gioco dei bambini; ho visto le nonne fare la calza, le mamme cantare la ninna nanna ai propri figli. Ho visto i vecchi giocare nel pallaio, i bambini correre dietro al cerchio, le maestre col capo chino, insegnare ai bambini. Ho sentito l’urlo della madre, che generava un figlio nella propria casa; ho sentito il gemito disperato della mucca che partoriva il vitello; ho sentito gli ultimi respiri di una persona morente. Mi sono affacciato alle finestre delle case ed ho visto tanti bambini intorno al desco con una minestra fumante, ho visto il vecchio seduto sulla porta di casa fumare la sua pipa. Ho sentito le campane suonare, ho sentito le donne pregare, i maschi imprecare, ho visto le persone disperarsi e impazzire di gioia. Ho visto i giovani diventare vecchi, e i vecchi ringiovanire. Ho visto la gioventù aprirsi e sbocciare come un fiore, ho sentito un cane abbaiare, un gatto miagolare. Ho visto le bisce nei fiumi con in bocca le ranocchie, ho sentito urlare per Coppi e per Bartali. Cosa avrei fatto io aux Champs Elisées, a Montmartre, au Quartier Latin, sulla Senna? Cosa avrei fatto a Trafalgar Square a Piccadilly Circus, Hyde Park? Ancora, qui ho visto zampillare l’acqua fresca di una sorgente, ho potuto fare il bagno nei fiumi, andare a prendere le ricottine fresche dai contadini. Che cosa potrei desiderare ancora?

IL PAESE

Per noi ragazzi il paese era il nostro piccolo grande mondo. Non esistevano altri posti all’infuori della nostra piazzetta, della nostra strada interna, che si chiamava Via Sotto l’Arco, del torrente Carza che attraversava il paese e nasceva sui monti delle Caselline; le nostre due chiesine, tutte e due parrocchie con i sacerdoti; il bar, che prima era semplicemente una mescita di vini; l’antica trattoria-alimentari e i vari rioni del paese: il Cecioni, la Fora, Bicchi, Saltalavacca, Ferraglia, San Michele alle Macchie. Quello era il nostro territorio. Erano rarissime le volte che si sconfinava da esso. A Firenze, che pur non era lontanissimo per quei tempi, mi sono recato pochissime volte con la mamma o con i genitori per andare a trovare la zia Lina che abitava in Via del Romito. Qualche raro sconfinamento avveniva a Pratolino durante i giorni della fiera annuale oppure a Vaglia, che era la nostra Pieve, per assistere a qualche festa religiosa importante, oppure a Macioli sempre per lo stesso motivo. Noi consideravamo il nostro paese alla stessa stregua che gli animali considerano il loro territorio. Per noi, pur nella sua piccolezza, era completo, non mancava niente. Era come una piccola cellula, un atomo con il nucleo e i suoi protoni e neutroni, viveva in simbiosi con gli altri, ma era di per sé stesso unico, autonomo, indipendente. E poi la gente, il vicinato, tutte persone con le quali avevi un rapporto interpersonale, di conoscenza e d’amicizia. Conoscevi di tutti vita morte e miracoli. Conoscevi di queste persone i loro caratteri: se erano gentili, se erano irascibili, se erano buffi, se erano scontrosi, se erano un po’ fuori dell’ordinario. Ciascuno con il suo mondo dentro il piccolo mondo paesano. Giovane, vecchio, nessuno ti era estraneo. E poi c’erano i ragazzi e le ragazzette, che magari ti piacevano e verso le quali cominciavi a dimostrare le prime simpatie, le prime garbate “avances”.

Nel nostro paese c’era la scuola elementare che era tutto un mondo a parte: il barbiere che veniva ogni sabato e domenica e si chiamava Farfallino, il lattaio, il macellaio, che veniva a giorni alterni, da Tagliaferro, c’era un ortolano-ambulante, soprannominato Tibet, che aveva un suo negozietto anche in paese, c’era il meccanico che riparava le biciclette e i motorini, c’era anche la casa del popolo con annesso un negozietto di alimentari, la Cooperativa, che si trovava al Cecioni. C’erano due buone sorgenti per l’acqua da bere. La Fonte del Pruno era una sorgente eccezionale, sempre fresca, e scendeva ben filtrata dall’interno della montagna del Poggio Conca; l’altra era la Fonte cosiddetta Fontebuona, che si trovava nella via di Sotto l’Arco. Poi c’erano due chiesine: quella di Ferraglia, era la nostra parrocchia, e quella di San Michele era la chiesa della parte del paese che guarda Pratolino e questa dipendeva dalla Diocesi di Fiesole. In questo piccolo mondo passavamo i giorni senza ansietà, e le ore, che erano scandite dalle campane dalle due nostre chiesette, e anche dallo scampanio delle grosse campane di Montesenario. Qui, nel paese, si succedevano le nascite, i matrimoni, le morti delle persone che venivano accompagnate ai due piccoli cimiteri di Ferraglia e San Michele. Questo piccolo mondo tuttavia era vivo, pulsante proprio come un atomo i cui elettroni girano intorno al nucleo ad una velocità vertiginosa non perdendo mai la loro carica di vitalità.

Il punto centrale del paese e anche il posto di aggregazione delle persone era senz’altro la Piazzetta, questo anche perché nella piazza c’era il “fontanello” o la fontana dove il vicinato veniva a prendere l’acqua per bere e per i consumi domestici. C’erano però altre fontane, una di queste era a lato delle macerie del Cecioni e l’acqua si tirava su da una pompa, di quelle vecchio stampo in ghisa, con un braccio che muove uno stantuffo su e giù e permette all’acqua di salire dal pozzo. Quest’acqua, io l’ho bevuta molte volte ed aveva un sapore ferruginoso, ma non si sa bene se questo fosse dovuto alla pompa e ai tubi rugginosi o se l’acqua avesse avuto davvero tale sapore. Le “donnine” del posto in ogni caso la usavano per i propri bisogni. Altre fonti erano la fonte cosiddetta Fontebuona, nella via Sotto l’Arco, sotto una tettoia, e proprio da questa fonte il paese ha preso tale nome. L’altra sorgente era a Bicchi la cosidetta Fonte del Pruno, un’acqua stupenda che filtrava dalle viscere del Monte Conca e usciva fresca in estate,

tanto da non poterci lasciare la mano sotto di essa. Dicevo della bella piazzetta di Fontebuona. Dominava la piazza un bel casamento stile ottocentesco con il portale ad arco. Altre case si affacciavano sulla piazzetta a sinistra e a destra dell’Arco, proprio come una specie di anfiteatro. Una volta, dicevo, c’era un bell’arco di origine medievale che univa questi caseggiati al di qua e al di là della strada. Durante i lavori di sistemazione delle case, verso i primi del Novecento quest’arco fu abbattuto, forse anche perché era un po’ danneggiato o per altri motivi dei quali non mi è giunta notizia. Le case di sfondo alla piazza avevano le finestre piccole piccole e dietro le tendine si scorgevano le vecchiette che stavano a vedere le persone per passatempo. Sulle finestre c’erano immancabilmente dei vasi di fiori, spesso gerani, bocche di leone, rose e tutte queste finestre colorite davano un senso di calore, di allegria, ma anche di vita pulsante. La piazza come abbiamo detto era il punto di aggregazione per eccellenza, il vero e proprio fòro di antica romana memoria. Non solo si riunivano le “donnine” a fare la calza e scambiare così due chiacchiere, ma era anche il luogo per eccellenza per i passatempi, per il gioco, per le conversazioni, per le dispute sportive su Bartali e Coppi, ma anche luogo per eccellenza per discutere di politica, per rievocare i tristi ricordi della guerra appena passata. La piazza era inoltre campo per il gioco della palla. Era davvero raro allora, in quei tempi del dopo guerra, trovare un pallone e anche se lo trovavamo d’occasione si consumava molto presto poiché la piazzetta era sterrata, inoltre non c’era l’asfalto, c’erano poggi e buche e molti sassi. I primi palloni, io li ricordo, non erano fatti come questi di oggi che sono molto evoluti. L’esterno era fatto di strisce di cuoio con una apertura che veniva chiusa da un laccio di cuoio infilato in dei buchi a mo’ di scarpa. Dentro c’era la camera d’aria di gomma, con un cannello, sempre di gomma che serviva per gonfiarla. Quando il pallone era un po’ consumato oppure un po’ rotto, spesse volte si bucava o si scoppiava, allora noi lo riparavamo come si fa per la camera d’aria di una normale bicicletta. Inoltre il cuoio del pallone, una volta che si era giocato, doveva essere ben ingrassato con la sugna di maiale, questo evitava che il cuoio si indurisse e si consumasse troppo. Quando non avevamo un pallone, le nostre gambe e i nostri piedi (e soprattutto le nostre scarpe) si sfogavano con una palla fatta con la carta dei giornali e avvolta da elastici, oppure fatta di stracci. Talvolta ci sfogavamo anche con dei barattoli da conserva. Ma spesso e volentieri giocavamo scalzi per non consumare troppo le scarpe e quelle volte che capitava di calciare un sasso, povere dita! Avevamo però un callo sotto i piedi che potevamo benissimo correre sulla ghiaia quasi senza accorgercene. Spesso, essendo la piazza ai bordi della strada statale, il pallone andava a finire sulla carreggiata, e talvolta il pallone andava a finire sotto uno dei rari camion o macchine che passavano e faceva un grosso botto, mettendo a repentaglio l’incolumità dei viaggiatori e anche la nostra, poiché rischiavamo per recuperarlo. Dicevo la piazza era il luogo di fanatiche dispute sportive, specialmente per quanto riguarda il ciclismo. I gruppi di tifosi di solito erano due: i bartaliani e i coppiani. Le dispute erano veramente animatissime. Durante il giorno si sentivano alla radio i “passaggi” dei corridori al Giro d’Italia, e poi, più tardi, sempre alla radio si sentiva la radiocronaca dell’arrivo della tappa, magari ci si riuniva in sette o otto persone, con i più grandi e ognuno tifava per il suo beniamino. Poi la sera, quando gli operai tornavano con la corriera dal lavoro non posavano neppure la borsa e si mettevano subito a commentare l’avvenimento ciclistico. Bartali era il più forte, no il più forte era Coppi, quello aveva preso una “cotta” in salita, l’altro aveva preso una “bomba” per andare più forte, un altro si era fermato per una diarrea e aveva perso dieci minuti, un altro ancora aveva forato in discesa. Si parlava anche di calcio, della Fiorentina, della Nazionale. Raramente in questo campo c’erano dei tifosi che tenevano per altre squadre, ma il Bastian contrario non mancava mai. Mi ricordo di uno che teneva per l’Inter, per un fatto di convenienza, poiché vinceva più della Fiorentina. Qualche volta non mancavano neppure le dispute politiche o religiose; più frequenti erano invece le dispute sulla caccia. Questo era un paese di cacciatori e di cani da caccia. Chi aveva il setter, chi il segugio, chi il pointer, chi il bracco, chi il cane da riporto, chi aveva gli uccelli da richiamo: il “frusone”, il fringuello, il passero; chi tirava solo alla lepre, chi amava invece tirare più al fagiano e alle quaglie.

Poi c’erano quelli che esageravano sempre sulla misura e sul peso della selvaggina uccisa. “Ho ammazzato una lepre lunga così, ieri”. “Cala, cala” diceva l’altro, che evidentemente non credeva alla storia. E poi c’era chi “padellava” la selvaggina, i cosiddetti “padelloni”, coloro che sparavano senza far centro. Un altro argomento che si trattava nella piazzetta era un resoconto di tutto quello che accadeva nel paese: vita, morte e miracoli di ognuno. Allora la vita era ben diversa da adesso dove ognuno si ritira nella casa propria e non conosce neppure la famiglia che abita accanto. E gli scherzi erano frequenti nella piazza, ma anche le cazzottate e a queste non si sottraevano neppure i grandi. Bastava una piccola cosa, una piccola offesa, o bastava che uno avesse alzato un poco il gomito perché due andassero alle mani. Fortunatamente il tutto si concludeva con qualche ammaccatura o con un naso sanguinante. Poi tutto andava a finire a “vino e tarallucci”.

LA VIA SOTTO L’ARCO E LA POSTA DELLE DILIGENZE

Prima che operassero la deviazione attuale della strada, questa era la Via Regia Bolognese e da questa strada transitavano e arrivavano le carrozze e i convogli postali che partivano da Firenze a Bologna. Qui, proprio dove io avevo un grande magazzino, c’erano le stalle dell’antica Posta. Un poco più avanti dove c’era la Villa Meschiari, famoso avvocato del periodo fascista, c’era la Locanda della Posta. La Posta non ha proprio il significato odierno, oggi per posta si intende un ufficio postale. Allora Posta significava un punto ben organizzato dall’Amministrazione Granducale che serviva come punto di sosta, cambio dei cavalli ed eventuale pernottamento nella locanda. Queste Poste non venivano gestite direttamente dall’Amministrazione Granducale, ma venivano concesse in gestione a Postieri (questo era il nome dei tenutari) di assoluta fiducia. Quindi trattandosi di gestioni private le poste che si trovavano lungo il percorso da Firenze a Bologna erano più o meno raccomandabili, più o meno accoglienti. Questa di Fontebuona era gestita da diverse persone e questo dimostra che c’era un discreto transito di passeggeri e anche di clienti che pernottavano e mangiavano nella locanda. Il personale di servizio, viveva quasi alla stregua delle bestie: uomini e donne ammucchiati in un paio di grossi cameroni. C’era una grande cucina, un forno, un pozzo, una grande cantina e alcune stalle per riporre il fieno, e tutto quanto l’occorrente per la bardatura del cavalli. Il compito principale del postiere era quello di effettuare il cambio dei cavalli, che provenendo da Firenze, passando per l’Uccellatoio, avevano sopportato un tratto molto difficile e in salita fino a Pratolino, per poi riaversi un poco, forse, nella ripida discesa del Miglio. I cavalli invece che provenivano dalla posta di Cafaggiolo, verso Firenze, avevano avuto un tratto più pianeggiante, ma i cavalli venivano sostituiti o aggiunti a questi per affrontare la dura salita del Miglio.

Appena arrivavano le carrozze (queste potevano essere postali e gestite dallo stato, se trasportavano anche la posta, oppure potevano essere carrozze private se erano normali diligenze da trasporto) con i cavalli sudati fradici d’estate e infreddoliti durante il periodo invernale, venivano subito fatti alloggiare in una specie di porticato con annessa una piccola capanna con il fieno e le biade. Il postiere, d’inverno, solerte copriva i cavalli con delle coperte affinché non prendessero freddo e ammalarsi, poi li rifocillava con del buon fieno e delle biade. Proprio accanto a questo porticato sgorgava una buona sorgente d’acqua fresca, che versava in due grosse vasche, che probabilmente servivano anche di abbeveratoio per i cavalli.

La sorgente appunto si chiamava Fontebuona, la stessa che dava nome al paese. Non credo ci fosse acqua corrente nelle camere della locanda. L’acqua per bere veniva probabilmente infiascata in questa sorgente e, invece, per i pochi servizi igienici, molto probabilmente ci si serviva dell’acqua del pozzo. Il forno che era contiguo al pozzo doveva sfornare dei buoni pani freschi, fatti con ottima farina macinata ai mulini di Paterno o di Vaglia. Inoltre il vitto per la clientela doveva essere genuino a base di uova, formaggio, conigli e polli ruspanti. Nel paese inoltre esisteva una trattoria-locanda antichissima della quale troviamo notizie già nel trecento e quattrocento, che era a conduzione privata, e probabilmente questa accoglieva avventori un po’ meno esigenti e meno danarosi. L’immobile della posta era di proprietà granducale, vale a dire le stalle, la locanda e alcuni terreni che servivano ai postieri per l’approvvigionamento del fieno per i cavalli ed alcuni piccoli appezzamenti adibiti ad orti per la coltivazione delle verdure. Con la progettazione della strada ferrata, che sarebbe appunto passata anche da Fontebuona, piano piano le diligenze cominciarono a perdere la loro importanza, che era arrivata all’apice nel sette-ottocento. Il Governo Granducale pensò allora di “dismettere” tutte queste poste per dare inizio a un’opera così moderna come la ferrovia, che avrebbe sicuramente migliorato i servizi rendendoli più veloci e affidabili e di conseguenza avrebbe dato un certo prestigio al Regno Granducale. Altri tronconi erano stati realizzati in Toscana con un successo imprevedibile. Cominciò così il declino di queste storiche Poste, e fra queste non si sottrasse quella di Fontebuona, che cominciò a decadere, poi fu deciso di mettere in vendita gli immobili di proprietà demaniale occupati dalla Posta. Quasi contemporaneamente fu operata una deviazione della strada regia.

I mezzi di trasporto non passavano più da Via Sotto l’Arco, ma da un troncone di strada nuova e più larga che andava dalla piazzetta fino alla fine del paese. Questo fu probabilmente il colpo di grazia per i poveri postieri, che nel frattempo avevano continuato a gestire le posta per il traffico delle diligenze dei privati. La posta fu venduta dallo Stato ai postieri Vannini, i quali, essendo una famiglia molto numerosa, divisero la locanda in vari appartamenti. La locanda fu acquistata in epoca fascista dal Meschiari, famoso avvocato penalista e anche membro del partito fascista, che ne fece una splendida villa con giardino e con una bella vasca nel mezzo. Per realizzare questo giardino fu abbattuta la piccola cappella di San Carlo, che veniva officiata dal priore della chiesa di san Niccolò a Ferraglia, per la popolazione di Fontebuona e per gli eventuali clienti che sostavano nella locanda. Via dell’Arco prende il nome da un bellissimo arco, forse medievale, che congiungeva le case ai due lati della strada. Esso è ancora visibile in alcune cartoline dei primi del novecento. Poi, a detta di alcuni, l’arco fu abbattuto poiché, trascurato da tempo, si era reso pericolante. Questa era la strada dove noi ragazzi potevamo giocare indisturbati, specialmente in estate sotto l’ombra del grande leccio della Villa Meschiari. Correvamo dietro ai cerchi, giocavamo a tappini, alle figurine, a pallone e facevamo tanta gazzarra in concorrenza con gli uccellini che popolavano il grande leccio e le rondini che volavano a bassa quota, quasi volessero giocare con noi. Oggi è amaro constatare che non c’è più nel paese questa aggregazione, anche fra ragazzi, come c’era una volta. La strada si è riempita di automobili sui due lati, non c’è più neppure uno spazio libero; lo stesso dicasi della piazzetta, sempre strapiena di macchine. La vita anche in questo piccolo paese è cambiata molto.

LA BUCHETTA

Per fare questo gioco occorre una palla di ferro del diametro di circa 10 centimetri e quindi anche piuttosto pesante. Battendo la palla di ferro contro il terreno, si ricavavano 5 buche, delle quali 4 laterali e una centrale. Il gioco consisteva nell’allontanarsi dalle buche 4 o 5 passi e poi cercare di tirare la palla in una di queste buche. Naturalmente il punteggio variava a seconda che si buttasse la palla nella buca centrale o nelle buche laterali. Questo gioco veniva praticato nella piazzetta del paese e potevano partecipare due, tre o più persone. Si giocava spesso con i soldi del passato regime e cioè il “diecino”, il “ventino”, la mezza lira e la lira. Quando giocavano i grandi molte persone si fermavano a vedere e tifavano per l’uno o l’altro dei giocatori. Chi faceva più punteggio vinceva un quartino di vino, che veniva acquistato alla mescita dal perdente. Però il quartino o il mezzo litro di vino veniva diviso fra tutti i giocatori.

LA MORA

Questo è un gioco molto simpatico che se viene giocato da abili giocatori viene condotto con molta velocità ed accanimento. Li sentivi da lontano questi giocatori scandire i numeri con una sequenza impressionante: quattro, sei, “sdum”, “tutta”. Dove tutta sta per il punteggio massimo vale a dire dieci e sdum il contrario, cioè zero. A questo gioco partecipano due persone ciascuna delle quali, con la mano destra, o sinistra se uno è sinistrorso, apre la mano completamente se vuol buttare 5, oppure non apre la mano e mostra il pugno: in questo caso vuol dire che il giocatore butta zero punti o lo sdum; oppure aprirà le dita per il numero dei punti che vorrà giocare. Allo stesso tempo i giocatori enunciano un numero ciascuno variabile da uno a dieci. Ad esempio un giocatore può buttare tre e dire il numero otto. L’altro a sua volta può buttare due e dire sei. In questo caso non ha vinto nessuno dei due giocatori poiché due più tre fa cinque mentre i giocatori hanno detto otto e sei. Se invece il numero che si dice corrisponde alla somma della buttata, uno dei giocatori vince e il punteggio viene tenuto alzando uno dei diti della mano libera, la sinistra o la destra. Anche in questo caso i giocatori potevano giocare di soldi o del quartino o mezzo litro di vino.

LA MURIELLA

Questo è un gioco che si giocava con i soldini del duce e del re Umberto. Era un gioco adatto alle persone adulte, ma anche noi ragazzi lo praticavamo molto. La muriella non era altro che una lastra di pietra che doveva avere certe caratteristiche. Non doveva essere troppo pesante altrimenti non poteva venire lanciata da troppo lontano, né doveva essere molto leggera altrimenti si rischiava di lanciarla troppo lontano. Doveva avere altre caratteristiche tra le quali: la compattezza e la robustezza, non doveva avere gobbe né sopra né sotto. C’era un rito tutto particolare, nel senso che si dava molta importanza alla scelta della muriella. Era naturalmente nel torrente Carza dove si andava alla ricerca delle stesse. A volte non bastavano tutti questi requisiti e allora si cercava con un altro sasso duro di darle la forma adatta, proprio come facevano gli uomini preistorici a fare asce, i coltelli e le punte di freccia con le selci. Al gioco, che assomigliava molto alle bocce, potevano partecipare due o più giocatori. Da una certa distanza si scagliava la muriella che doveva avvicinarsi il più possibile al “lussi” o “lussino”. Questo era un rettangolino di pietra o di mattone, sul quale venivano poste le monetine della posta in gioco. Si trattava di avvicinarsi il più possibile con la muriella o addirittura di buttar giù il “lussi” e possibilmente far cadere la monetine proprio sulla muriella. L’altro e gli altri giocatori cercavano di colpire, con la propria, l’altrui muriella per far sì che le monetine andassero a posarsi sulla propria muriella. Vinceva chi aveva più monete vicino o sopra la propria muriella. Questo era un gioco povero, che forse sostituiva le bocce, troppo costose da acquistare per quei tempi.

IL ROSARIO DELLA BICE E DELLA “ZIA BRUNA”

Il mese di maggio era il mese dedicato alla Madonna e al Rosario. Noi che eravamo dei ragazzetti e frequentavamo la scuola elementare, eravamo affidati alle madri, mentre i babbi andavano a lavorare, se lo trovavano. Ho un ricordo bellissimo di questi rosari che venivano recitati da tutte le donne del paese in onore della Madonna. L’altarino veniva preparato in casa della Bice o della Bruna, la quale veniva da tutti chiamata zia Bruna. Sull’altarino veniva messa una immagine della Madonna con delle candele e tanti fiori, soprattutto rose ma anche bocche di leone, gerani. Nella stanza si diffondeva un profumo buonissimo di rose forte ed intenso che ancora percepisco nelle mie narici. In mezzo a questo profumo e all’odore delle candele che ardevano cominciava la “cantilena” del Rosario. I Pater Ave e Gloria venivano intramezzati da canti nei quali si distinguevano per la bella voce due o tre donne del gruppo, le quali consapevoli delle loro capacità canore, amavano mettersi in evidenza. Le altre donne seguivano le più brave a voce bassa. Fra le meno brave c’erano alcune vecchiette che si difendevano alla meglio, ma erano un po’ d’intralcio alla buona riuscita del canto. Raramente ai rosari partecipavano gli uomini, anche perché questi erano occupati se non in un lavoro fisso, almeno in lavoretti occasionali o nell’agricoltura, come i contadini.

Appena cominciavano i Misteri Gloriosi, Gaudiosi, ecc, tutte le donne si mettevano in ginocchio con la corona in mano e con la testa china e le mani unite in preghiera rispondevano alle sequenze delle Ave Marie, sempre in latino. Anche l’Ave Maris Stella veniva cantata in latino. Mi ricordo degli “sfondoni” che allora venivano detti, anche perché nessuno conosceva il latino, tanto meno noi ragazzi, che conoscevamo appena l’italiano. Una volta finito il Rosario le donne si riunivano nella piazzetta, sul calar del sole, protette dall’ombra delle case e ciascuna di loro aveva un lavoretto da fare. Alcune facevano la calza, altre l’uncinetto, qualcuna rammendava i calzini o i pantaloni del marito o dei figli e tutte insieme facevano un gran brusìo, chiacchierando del più e del meno e alternando spesso i discorsi con fragorose risate. Noi bimbi stavano nella piazzetta a fare i giochi più vari, sempre sorvegliati dalle mamme che ci seguivano con la coda dell’occhio. Ogni tanto le mamme venivano disturbate da noi bambini perché capitava di calciare la palla su una delle loro teste, o perché noi ragazzi, quasi sempre affamati, chiedevamo il pane in continuazione. “Mamma ho fame, voglio fare merenda”, “Ma se l’hai fatta mezz’ora fa”, rispondeva la mamma. “Voglio un cantuccio di pane con i fagioli dentro”. La mamma paziente andava in cucina e vuotando della midolla un bel cantuccio di pane fresco gli versava dentro un bel “romaiolino” di fagioli conditi con sale o buon olio di oliva. “Attento a non versarlo” diceva la mamma. Altri tipi di merende erano pane e frittata, pane con l’olio, pane con vino e zucchero, pane e marmellata da accompagnare sempre con acqua fresca di sorgente che si andava a prendere con le mezzine di rame o con i fiaschi alla Fonte del Pruno in località Bicchi, a meno di un chilometro dalla piazzetta del paese.

LE PARTITE “CORNUTI CONTRO SEGAIOLI”

Come abbiamo visto il gioco del calcio era il passatempo preferito da noi ragazzi. Non c’era ora della giornata che non si approfittasse per dare qualche calcio a una palla o a un pallone. Eravamo talmente “fissati” di correre dietro a un pallone o a un qualcosa che avesse soltanto la forma rotonda che poteva essere una mela una arancia, una palla di stoffa, una palla da tennis perfino dei barattoli. Una volta ci capitò una cosa molto curiosa. Io e altri miei amici passammo una mattina accanto al cimiterino di campagna che si trova a Ferraglia. Seminascosta fra alcuni rifiuti ammucchiati accanto al muro del cimitero scorgemmo qualcosa che assomigliava ad una palla di gomma di colore grigio. “Prendiamola – disse uno di noi – che facciamo una partitella”. Un amico prelevò questa palla da questo monticello di immondizia e la lanciò per l’aria con l’idea di farla rimbalzare in terra. Ben presto però ci accorgemmo che la palla non rimbalzava affatto. “Non fa niente – disse uno di noi – giocheremo lo stesso”. Dopo alcuni tiri ci accorgemmo che la palla perdeva dei pezzetti. Nostro malgrado allora ci accorgemmo che la palla con cui giocavamo a pallone altro non era che la calotta superiore di un cranio umano, che il becchino, scavando una fossa, l’aveva gettata al di là del muro, insieme ad altre cose. Ce ne tornammo a casa tutti mortificati ma ormai non ci potevamo fare niente. Per giocare una partita a pallone nel paese era difficile che si raggiungesse il numero di 11 giocatori per squadra, anche perché gli orari fra noi amici non coincidevano troppo spesso.

C’era chi studiava nelle ore in cui noi oziavamo e c’era fra gli amici chi studiava sempre. Poi noi eravamo considerati dei “ragazzacci” e alcuni, con la puzza sotto il naso, non frequentavano la nostra compagnia. Le loro mamme dicevano: “Sono dei ragazzacci, non state con loro”. In effetti, noi eravamo un po’ dei “birboni” come si diceva allora. Andavamo nei campi a rubare l’uva, le pere, le mele, prendevamo a prestito senza l’autorizzazione la bici del lattaio, andavamo a suonare alle porte e poi scappavamo via e spesse volte litigavamo e facevamo a cazzotti. Ma una cosa in particolare: eravamo sempre a giro come dei nomadi. Ora si andava a giocare al campo sportivo di Vaglia e poi a fare il bagno alle Fontanine, ora si andava a fare due o tre bei tuffi alla Serrina del Termine, ora si andava a levare gli uccellini dai nidi ai Pozzi. Eravamo un trio ben affiatato: io, Bruno e Roberto, detto Piolino. Ciascuno di noi odiava la casa come il diavolo. Ci piaceva star fuori all’aria aperta, mangiare qualcosa che ci offrivano i contadini oppure qualcosa che fregavamo agli stessi come l’uva e la frutta, ci piaceva bere alle sorgenti dove l’acqua zampillava fresca e pulita, ci piaceva fare il bagno nei fiumi per rinfrescarci dalla calura estiva. Spesso camminavamo scalzi e il bitume delle strade, quando ci recavamo a Vaglia al campo sportivo, si attaccava sotto i nostri piedi, tanto era il calore dell’asfalto. Certo giocare a Vaglia nel campo sportivo anziché nella piazzetta di Fontebuona era tutta un’altra cosa. Vedere questo campo enorme e poterlo scorrazzare da cima a fondo era piacevolissimo. Quante sudate abbiamo fatto dietro a quel pallone. Dopo la partita ci aspettava un bel bagno alle Fontanine. Questa località è detta così perché nelle vicinanze si trovano due fontane, due sorgenti: le Fontanine appunto, proprio sulla strada, e la Fonte detta del Pastore, subito attraversato il fiume. Questa sorgente era per i vagliesi l’equivalente della Fonte del Pruno per i fontebuonesi. Proprio qui alle Fontanine dove il fiume fa una lunga ansa c’è un borro abbastanza profondo dove noi ragazzi trovavamo il refrigerio dopo le sudate del pallone. Però c’era un problema, i nostri genitori non volevano che facessimo il bagno nel fiume poiché dicevano che fosse pericoloso. Di conseguenza non potevamo portare le mutandine da bagno. Allora escogitavamo un espediente facevamo il bagno con le slip normali che portavamo sotto i pantaloni e finito il bagno le mettevamo ad asciugare su dei massi arroventati dal sole, e noi nel frattempo, per non farci scoprire in costume adamitico ci andavamo a nascondere nelle siepi vicine. Delle volte quando tornavamo a casa le mutandine erano ancora un po’ umide e allora la mamma se ne accorgeva e riferiva al babbo. Certe volte la supplicavo di non dirlo al babbo e le promettevo che non l’avrei fatto più, ma la tentazione di fare il bagno nel fiume era troppo grande e io regolarmente trasgredivo. Da questa passione per il pallone e per le squadre di calcio nascevano le prime nostre partite, i primi confronti diretti con le squadre dei paesi vicini. Io, come portiere, giocavo nelle squadre dei grandi, spesse volte contro il Vaglia, il Montorsoli, Bivigliano. Erano partite amichevoli, ma la foga che ci si metteva nel giocare era davvero tanta. Spesse volte capitava di avere dei calcioni negli stinchi, nei polpacci, insomma un po’ dappertutto. Io ci ho rimesso una volta la frattura di un braccio e un’altra volta la frattura della caviglia. Ma le partite più sentite e anche più buffe erano quelle che si giocavano fra la gente del paese fra cornuti e segaioli.

I cornuti naturalmente erano gli sposati, mentre i segaioli erano i non sposati. In questo tipo di partite non c’erano limiti di età, difatti giocavano a volte anche persone di una certa età. Il tifo della gente era pressante e c’era molto umorismo, specialmente quando uno degli anziani invece di tirare in porta dava col piedone una zappata per terra. Allora il pubblico cominciava a suonare campanacci e a sbellicarsi dalle risate. Però delle volte le partite finivano con qualche scazzottata, specialmente nelle volte in cui l’arbitro faceva delle parzialità. Allora la rissa scoppiava poiché alcuni supponevano che una parte avesse comprato l’arbitro.

LA BATTITURA DEL GRANO DA “TAROLLE”

A luglio, dopo che il grano era stato segato dai contadini con le falci, veniva ammucchiato nell’aia facendo una specie di catasta che assomigliava molto ad una casa. Questa della battitura del grano era una ricorrenza importante per i contadini di allora; essa rappresentava l’ambito traguardo di un anno di fatiche, iniziato nell’inverno con l’aratura fatta con i buoi, la sminuzzatura della terra con l’erpice, la raccolta dei sassi e infine la semina, fatta allora per di più con il metodo detto a “spaglio”, cioè spargendo il seme di grano con delle grosse manciate, che il contadino dispensava alla terra con un movimento rotatorio del braccio a 180 gradi. Purtroppo, con questo sistema, molta parte del seme veniva mangiato dagli uccelli che erano numerosissimi, una parte di esso cadeva sul terreno sassoso dove non produceva e poi ci si metteva di mezzo anche la stagione. Se nevicava e il manto nevoso copriva per giorni le piccole piantine di grano già spuntate il contadino era contento poiché diceva: “Sotto la neve pane”. Se, invece, abbondava la pioggia era facile intuire che non si avrebbe avuto un buon raccolto. E poi, una volta che il grano era cresciuto ed era imbiondito, c’era il pericolo dei temporali estivi e della grandine, che avrebbero potuto compromettere il raccolto. Il podere di Tarolle non era grande e, per lo più, ad esclusione di due o tre campi sul piano, era tutto balzi e buche. Però negli anni di buon raccolto Tarolle riusciva a fare i suoi 70-80 quintali che non era poco per quei posti. Va bene, bisogna tener conto che, essendo a mezzadria, il contadino avrebbe dovuto dare la metà del raccolto del grano al padrone, che controllava la battitura dall’inizio alla fine. Arrivato il grande giorno della battitura, la mattina, abbastanza presto, arrivava il trattore che trainava la pesante e voluminosa macchina per battere il grano, la trebbiatrice. Poiché il podere di Tarolle era situato un po’ in salita, il trattore faceva molta fatica a inerpicarsi su per quella stradina. Spesse volte si fermava e le ruote cominciavano a slittare. Allora i contadini buttavano dei sassi sotto le ruote per farle riprendere, certe volte anche delle fascine di piccoli legni. Ma tutto questo lavoro, a volte, risultava inutile. Allora al trattore venivano attaccati prima un paio di manzi di quelli robusti e se non bastava ne venivano attaccati quattro, e il trattore, piano piano, cominciava a muoversi e in breve tempo era sull’aia pronto per la battitura. Già i contadini addetti alla battitura erano arrivati da ogni dove, ma soprattutto dai poderi vicini tutti abbigliati con calzoni, una camicia e un bel fazzoletto rosso al collo per difendersi dalla polvere e dalla “pula” del grano. Le massaie cominciavano a distribuire l’acquerello, che è una sorta di vino, semi-annacquato, ideale per combattere la sete. Le stesse poi si recavano in cucina per preparare i paperi a sugo, come dettava la tradizione della battitura. Anche noi ragazzi che avevamo l’occasione di vedere uno spettacolo così avvincente vicino a casa nostra non volevamo perdere tale occasione. Benché i contadini fossero un po’ restii ad avere i ragazzi fra i piedi, data anche la pericolosità delle macchine e delle cinghie meccaniche che talvolta erano soggette a sganciarsi dalle ruote in cui erano fissate, noi cercavamo di fare di tutto per ingraziarci il padrone e i contadini, affiancando gli stessi, in lavoretti di minore importanza. Spesse volte, ma un po’ a malincuore, ci adibivano ad un attrezzo che serviva per preparare i fili di ferro per legare le presse. Questa specie di macchina consisteva in un cavalletto che aveva alle estremità, da una parte, una manovella che arrotolava il filo facendo un occhiellino, dall’altra vi era una specie di tenaglia, che allungava il filo e una specie di coltello che lo tagliava. Le presse talvolta erano centinaia, quindi dovevamo preparare molti di questi fili. Fare questo lavoro insieme a tutti gli altri contadini ci faceva sentire molto realizzati, e, per un momento, ci sembrava essere diventati uomini tutto ad un tratto ed essere assimilati in tutto e per tutto a quei contadini. La macchina faceva un rumore infernale e anche una polvere che non si vedeva ad una distanza di un metro. Allora ci si “parava” la bocca con un fazzoletto, come facevano i trebbiatori. Le fascine o i “manatelli” di grano venivano passati dal contadino che era sulla “barca”, così si chiamava la catasta del grano, che li prendeva con una specie di gancio e li passava ai battitori che erano sulla torretta della trebbiatrice. Questi si davano un bel daffare facendo ingoiare alla macchina il più rapidamente possibile le fascine di grano dorato, mentre il sole picchiava sulle loro teste. La macchina sembrava digerire velocemente la paglia e il grano, e mentre sbuffava, batteva, girava, vagliava, la paglia veniva da dietro vomitata ad un ritmo incessante. La paglia passava poi nella pressatrice e usciva fuori sotto forma di presse ben legate con il filo di ferro. Oltre alla paglia la trebbiatrice lasciava cadere nei sacchi dei bellissimi e biondi chicchi di grano. Ogni tanto il contadino e il padrone ne prendevano una manciata, la controllavano e dicevano: “Quest’anno abbiamo un buon raccolto”. Poi arrivava il momento più desiderato, lo scoccare del mezzogiorno con l’arrivo delle cuoche con i grossi tegami di papero a sugo e i fiaschi di vino, questa volta schietto. Noi ragazzi che avevamo fatto la nostra piccola parte di lavoro, in cuore nostro, ci aspettavamo che ci invitassero a pranzo per gustare quel papero delizioso che era stato preparato dalle esperte massaie. Qualche volta, quando il mangiare era abbondante, questa fortuna ci è toccata, altre volte siamo stati sfortunati e siamo ritornati alle nostre case a mangiare. Anche perché quando era l’ora di pranzo e noi eravamo fuori, nei paraggi, sentivi tutte le mamme chiamare a raccolta i loro ragazzi, allora non c’era il telefonino. E in quel momento sentivi urlare i nomi: Paolo, Bruno, Renzo, Roberto, venite a mangiare. Forse anche la mamma aveva preparato qualcosa di buono, ma il papero era un’altra cosa.

LE PROCESSIONI E LE INFIORATE CON I FIORI DI GINESTRA E PETALI DI ROSA PER LA STRADA DI FERRAGLIA

Se non mi sbaglio le occasioni per le quali si usciva in processione non erano molte, anzi rare, però queste erano molto ben preparate.

Una di queste mi sembra fosse il Corpus Domini e credo si svolgesse verso la metà del mese di giugno. La festa veniva preparata da tempo e per questo scopo venivano messi in azione i festaioli i quali si occupavano della preparazione della festa e anche di raccogliere i fondi necessari per organizzarla. La processione aveva luogo dalla chiesa di Ferraglia fino al paese e ritorno, il che voleva dire camminare circa tre chilometri. Noi ragazzi e ragazze eravamo incaricati di andare a raccogliere i fiori di ginestra, di rose e di altri fiori di campo. Ne riempivamo molti panieri e ceste di questi petali colorati di mille colori. Tutti questi fiori venivano messi lungo la via dove passava la processione creando dei disegni e delle scritte, come ad esempio Viva Maria, Viva Gesù, con vari disegni.

La strada, che allora era sterrata, veniva così abbellita e i fiori, specialmente quelli di ginestra e di rosa, emanavano un profumo delizioso. Le donne intanto alle case avevano preparato diversi altarini sulle finestre ed avevano esposto dei bei drappi ricamati e tanti fiori. Inoltre nella piazzetta veniva preparato un altare dove la processione avrebbe fatto sosta. Aprivano la processione i cosiddetti mazzieri, cioè due uomini che con una tunica bianca tenevano in mano una specie di bastone con una specie di cartagloria, forse una reminiscenza degli antichi alabardieri. Questi avevano il compito di aprire lo spazio fra le persone che aspettavano la processione ai lati della strada. Seguivano le Figlie di Maria, le quali avevano tutte degli abiti bianchi, con delle corone di fiori sulla testa. A queste facevano seguito i ragazzi che erano passati alla comunione. Seguiva poi il Crocifisso, forse il più pesante arredo della processione che consisteva in un grosso Crocifisso, coperto da una specie di baldacchino. Seguiva l’ombrellino. Era questo un ombrello con manico dorato fatto a foggia di ombrello ma ricoperto di tessuti pregiati. Di solito a questo compito veniva assegnato uno dei “notabili” del paese e, quasi sempre, il geometra Guidino. Egli aveva il compito di accompagnare il sacerdote che teneva il Santissimo, dal baldacchino fino all’entrata della chiesa. Non appena superata la soglia della chiesa l’ombrellino veniva chiuso. Dietro c’era lo stendardo che era una specie di telone fatto di stoffe pregiate e ricamate ed era sostenuto da sei o otto bastoni, una specie di tenda ambulante. Esso serviva per riparare tutti i preti che partecipavano alla processione, che, per l’occasione, potevano essere anche una diecina e più. Al centro stava il sacerdote che portava il Santissimo sotto un grande mantello ricamato. Seguiva la processione fatta di fedeli che partecipavano in gran numero. Sulle stradine tortuose di Ferraglia, in salita, chi era in ultima fila, poteva vedere l’intera processione, che era simile a un grosso serpentone che piano piano si allungava e si accorciava per le strade della montagna. Le persone, che erano ai lati e non partecipavano alla processione, all’arrivo del Santissimo si inchinavano e si facevano il segno della croce. I sacerdoti lungo tutto il percorso intonavano inni e lodi al Signore e alla Vergine Maria e dicevano preghiere. I fedeli rispondevano alle orazioni e ai canti. Ricordo il gran caldo che ci attanagliava specialmente nella via del ritorno alla chiesa di Ferraglia. I sacerdoti, che erano vestiti con quegli abiti pesantissimi da cerimonia, tiravano in continuazione fuori, da sotto la tonaca, dei fazzolettoni bianchi e con quelli si asciugavano in continuazione il sudore. I sacrestani, anche loro, con una tunichetta bianca affiancavano i sacerdoti con i turiboli per l’incenso che agitavano spesso per non farli spengere. Nella piazzetta di Fontebuona il corteo si fermava, il sacerdote esponeva il Santissimo sull’altare e metteva un po’ d’incenso nel turibolo e con quello incensava l’altare. Poi diceva alcune orazioni seguito da alcuni inni e ripartiva alla volta della chiesa. Arrivati alla chiesa, in cima alla collina, mi ricordo, che tutti eravamo stanchi e accaldati da morire e non si vedeva l’ora di entrare nella chiesa per trovare un po’ di fresco e per mettersi un po’ a sedere nelle panche. Le campane suonavano a festa e i sacerdoti intonavano il Te Deum e altri canti in gregoriano. Finita la cerimonia si usciva sul sagrato della chiesa e i festaioli provvedevano a dar da bere alla gente, a dar da mangiare, che consisteva in pane e affettati e dolcetti vari. Poi tornavamo alle nostre case e, per fortuna, questa volta la strada era in discesa.

GLI SCOPPI CON IL CARBURO E I BARATTOLI

La luce elettrica nel paese era ormai una cosa acquisita da tempo, anche se le interruzioni di erogazione dovuti ai guasti erano piuttosto frequenti. Per questo in ogni famiglia tenevamo a disposizione per ogni eventualità delle candele o dei lumi a petrolio o a carburo (acetilene). Nelle case, poi, dove esisteva la luce elettrica non erano infrequenti gli ambienti dove questa ancora non c’era come, per esempio, le cantine, i ripostigli, i magazzini ecc. E poi, anche se il paese era fornito di corrente elettrica, esistevano tuttavia ancora delle case coloniche, nelle vicinanze, alle quali non era stata portata l’energia, poiché dicevano che erano troppo lontane dalla linea principale e sarebbero occorsi molti soldi per la realizzazione degli impianti. A noi i “moccoli” per non restare al buio, specialmente nelle fredde serate invernali interessate dai black out, ce li forniva il nostro zio prete, che era il parroco di Ferraglia. Questo perché negli altari delle chiese esistevano vari candelieri, e quando le candele si consumavano ed arrivavano a una certa misura non erano più utilizzabili. Quindi mio zio ce ne portava, ogni tanto, qualche fagotto. Dove non esistevano le candele, poiché, allora venivano fatte di cera d’api ed erano piuttosto costose, le persone usavano il lume ad acetilene o carburo oppure il lumino ad olio o petrolio. Le luce elettrica sulle strade era veramente irrisoria. Due o tre piccoli lampioni che diffondevano una luce fioca, fioca si trovavano all’inizio, al centro e sopra il paese in località Cecioni. Il negozio di alimentari, era un po’ il negozio tutto fare, in quanto aveva anche un distributore per la benzina, trattoria e vendeva anche generi che normalmente vende una mesticheria. Fra questi c’erano il petrolio per i lumi e il carburo per le lampade ad acetilene. Qualcuno di noi aveva scoperto che questo gas, l’acetilene, prodotto dal carburo al contatto con l’acqua, aveva un effetto detonante a contatto con una scintilla o con una fiamma e questo era stato sufficiente per dar vita a questo gioco, un po’ pericoloso, dei botti con i barattoli. Si facevano delle buchette rotonde nella terra umida dei prati, della profondità di circa 10 cm. e del diametro uguale al diametro del barattolo. Allo stesso si era praticato con un chiodo un buchino nella parte superiore, proprio al centro. Si metteva un pezzetto di carburo nella buchetta e con una bottiglia d’acqua che ci eravamo portati da casa, si versava un po’ di liquido sul carburo. Si metteva il barattolo dentro la buchetta e con un dito si tappava il buchetto praticato sul barattolo. Si aspettava che all’interno del barattolo si fosse formato il gas detonante, poi con un fiammifero messo su una canna, lo avvicinavamo al barattolo e questo: “Bummm”, saltava per aria come una bomba raggiungendo l’altezza di 10-20 metri. Altri scoppi, di altro genere, si facevano con il potassio. Bastava mettere una pasticchina di potassio sotto una lastruccina di pietra e poi questa metterla sotto il tallone del piede sinistro. Con l’altro piede si dava un bel calcione e la pasticca di potassio sfregando sul terreno faceva un enorme botto, tanto potente da spaccare in due la piccola pietra e talvolta anche le scarpe (per fortuna il babbo era calzolaio).

LA PESCA NEL TORRENTE: L’  “ASSORDA”

Il torrente, dopo la piazza, era il luogo di maggior frequentazione. Certo l’acqua non era inquinata come quella dei torrenti di oggi. Alla serrina di Vigna Vecchia e sopra di essa si trovavano granchi e gamberi. Era relativamente facile la pesca dei gamberi. Noi sapevamo che essi vivevano in un certo tipo di terra che noi chiamavamo terra “bottaia”, ma non so il significato di questo nome. In realtà si trattava di una specie di argilla nella quale i gamberi amavano fare la loro casa. Generalmente sopra la loro casa c’era un sasso dalle dimensioni più o meno grosse. Bastava alzare il sasso e quando si vedeva il gambero bisognava stare attenti perché questo non partiva in avanti ma all’indietro. I gamberi erano molto buoni anche se sapevano un po’ di quella terra in cui abitavano. Poi c’erano anche i granchi, ma quelli a differenza dei gamberi avevano le chele con le quali sapevano difendersi molto bene. Oltre a queste specie sotto i massi si trovavano le anguille. Allora i metodi per pescare questi pesci, che assomigliano più a delle serpi, erano molto rudimentali. Appena individuata la tana dell’anguilla sotto un masso (e generalmente l’anguilla stava sotto grandi sassi) si metteva una mano dentro la tana e si porgeva il dito indice all’anguilla.

Questa specie di pesce serpentiforme, che mangerebbe tutto quello che trova, si attacca con la bocca al dito e quindi, se l’anguilla non era enorme, era facile tirarla fuori. Io per la verità ho provato poche volte, ma una volta che ci provai tirai fuori una serpe acquaiola. Meno male che queste serpi non sono velenose! Oltre a queste specie e ai ranocchi c’erano allora i pesci: delle belle lasche, dei ghiozzi e qualche barbo. I barbi vivevano fra le “vetici” che sono quelle piante acquatiche che abbondano lungo i fiumi. Le lasche e i ghiozzi invece, quando non nuotavano libere nell’acqua, amavano stare sotto le pietre del fiume. Il nostro metodo di pescare era l’assorda. Era un metodo molto semplice e anche un po’ cattivello se si vuole. Si portava con noi da casa un grosso martello o una mazza di ferro e quando vedevamo una lasca andare sotto un sasso con il martello sferravamo una bella martellata e a causa di questa le lasche molte volte venivano su a pancia all’aria. I ghiozzi, invece, che forse erano i pesci più buoni da mangiare si pescavano con una forchetta. Essi stavano sotto piccoli sassi e appena alzavamo il sasso questi se ne stavano tutti rannicchiati, allora noi li infilavamo con la forchetta. Questi pesci erano però brutti avevano una grossa testa e una boccona enorme. Tant’è vero che questo nome veniva dato a quello persone con la testa grossa. C’erano poi tante rane, ma non mi risulta che in questo paese le mangiassero. Era possibile nel fiume vedere tutto il ciclo riproduttivo di questo anfibio. In primavera le uova che restavano attaccate a dei sassi o a degli stecchi, poi nascevano i girini, che noi volgarmente chiamavamo “padelle”. C’erano molti girini nel nostro fiume. Questi poi, se riescono a sopravvivere, cominciavano a mettere le prime zampette, conservando la coda. Infine diventavano ranocchi. La sera da casa nostra si sentiva quel continuo “cra cra” nel fiume. Un altro metodo per pescare era quello del “gorellino”. Con questa tecnica noi incanalavamo il fiume con dei sassi, fino a farlo diventare stretto stretto e alla fine del quale mettevamo un retino. I pesci ignari di questo trabocchetto si facevano trasportare dalla corrente e poi finivano nel retino e dal retino dentro la padella. Le lasche e i barbi erano pesci buoni ma un po’ liscosi. Sul filo dell’acqua poi camminavano quasi per incanto degli strani animaletti a 4 zampe, una sorta di grosse zanzare, ma non erano zanzare, che noi chiamavamo “le guardie”. L’acqua del fiume allora era limpida e pura e non di rado noi la bevevamo, nei momenti più caldi, quando la sete si faceva soffocante. Oggi non consiglierei nessuno di bere l’acqua di quel torrente.

GLI ORTI CONCIMATI A BOTTINO

Gli orti di una volta venivano concimati a humus, vale a dire, sterco di vacca e paglie e bottino vero e proprio. Gli orti di Fontebuona erano situati per lo più lungo il torrente Carza, dove era facile approvvigionarsi di acqua per annaffiare le verdure. Nell’orto mio padre aveva un po’ di tutto a cominciare da una piccola vigna, un assortito frutteto e nella parte coltivata ad orto si trovavano tutti gli ortaggi: patate, zucche, insalata, cetrioli, fagiolini, pomodori. Io avevo il compito giornaliero di tirar su dal fiume con un secchio tutta l’acqua necessaria per riempire un paio di bidoni di quelli grossi. Questo, oltre a studiare, era l’unico compito che avevo durante la giornata. Mio padre, tornava dal lavoro stanco, però l’orto per lui era un divertimento, un piacevole passatempo. Dalle 18,30 alle 20 ora in cui si cenava, mio padre lo vedevi nell’orto intento a curare le sue piantine, ad annaffiarle, a zappettarle, a dar loro il verde rame per preservarle dai parassiti. Nell’orto c’era inoltre un capannotto che serviva per gli animali domestici: polli, conigli e qualche volta anche il maiale. Per i piccioni, invece, mio padre aveva una piccionaia, sistemata in alto in vecchio magazzino. La domenica o quando c’erano degli invitati, mio padre saliva in piccionaia, tirava velocemente il collo a un paio di piccioni e li dava a mia madre per pelare e cucinare. La domenica mio padre tirava il collo a un pollo o ammazzava un coniglio. Quante volte ho visto tirare il collo a un pollo oppure uccidere un coniglio con un pugno sulla testa, eppure non mi faceva nessuna impressione. Alcune volte ho visto anche uccidere il maiale. Mi ricordo perfettamente come facevano, gli davano un po’ di granoturco da mangiare e il norcino, che era stato chiamato apposta per lavorare il maiale, gli puntava una pistola a spillo sulla testa e questo cadeva giù morto. Subito dopo veniva tolto il sangue e con quello si facevano i migliaccini. Dopo aver pulito e ripulito le budella della bestia, veniva lavorata la carne con sale e pepe, e questa veniva introdotta in queste interiora per formare salami, salsicce, ecc. Veniva inoltre preparata la pancetta e i prosciutti che venivano messi a stagionare in un magazzino o nella cantina. La vescica del maiale veniva riempita di lardo, che altro non era che il grasso liquefatto, e questo serviva durante tutto l’anno per friggere, per fare i soffritti. Esso veniva prelevato da questa sacca con un cucchiaio o altro arnese. Il lardo era molto importante poiché a quell’epoca l’olio di oliva non si conosceva affatto.

ALVIERO E LA “TELEVISIONE A CAZZOTTI” E A STAGNOLA

Con l’avvento della televisione in Italia cominciarono le prime trasmissioni in bianco nero e la cosa fece molto scalpore. A Fontebuona, essendo situata nella valle del Carza, o in buca, come dicevamo noi, le onde televisive arrivavano male o non arrivavano affatto. Avere un televisore personale o familiare a quei tempi era impossibile, era un lusso che tutti non si potevano permettere, anche perché il canone era costoso. Non mi sembra che in paese qualcuno avesse un televisore personale. Allora la televisione marciava a canale unico, poi sono venuti il secondo e il terzo nazionale. La trasmissione più in voga era Lascia o Raddoppia condotta dal famoso Mike Buongiorno, un italo-americano che aveva fatto la fortuna tornando in Italia. Alviero, proprietario del bar, decise di mettere la televisione anche per richiamare più gente ed incrementare le vendite. Alviero era una persona buona e sempre gentile, ma se però gli prendevano i cinque minuti….L’impianto della televisione fu sistemato in questo modo: l’apparecchio fu messo in una stanza in alto su una mensola, di modo che tutti potessero vedere bene e all’interno della stanza c’erano tutte le sedie come in una sala cinematografica. Il problema fu come e dove mettere l’antenna, visto che in quel punto le onde televisive non arrivavano. Fu deciso di piantare un lungo palo con sopra l’antenna sulla collina nelle adiacenze del bar e questa fu collegata al televisore del bar per mezzo di un lungo cavo elettrico, chiamato piattina. L’impianto non era di quelli fissi, ma come si dice, un po’ volante, di conseguenza quando c’era un minimo di vento la piattina svolazzava in qua e là e condizionava con questo suo movimento la ricezione del televisore. Poteva capitare che si vedesse bene per cinque minuti, poi l’immagine cominciava a andare in su e giù e gli spettatori che si erano accomodati al bar per vedere lo spettacolo, avendo ordinato tanto di consumazione, cominciavano a spazientirsi. Allora qualcuno chiamava al alta voce: “Alviero, la televisione non funziona”. Non so chi glielo avesse detto ma Alviero aveva escogitato un mezzo per far tornare l’immagine, vale a dire, vicino al televisore, aveva arrotolato un pezzo di stagnola intorno al filo che, nei casi di disturbo delle onde, Alviero strusciava avanti e indietro e non so per quale magia il televisore tornava a funzionare con grande sollievo degli spettatori. Ma purtroppo questo inconveniente durante la sera succedeva molte volte e dopo tre o quattro volte che Alviero era dovuto intervenire cominciava a innervosirsi. Ma anche i paesani che avevano “consumato” liquorini, bibite, tè e camomille varie cominciavano a innervosirsi, poiché perdevano il più bello dello spettacolo. Era a questo punto che Alviero perdeva la pazienza. A un’ulteriore chiamata lasciava il banco del bar e veniva tutto stizzito nella sala della televisione, la guardava di sotto in su, agitava due o tre volte la stagnola e poi dopo una serie di “moccoli” sferrava alla televisione tre o quattro bei cazzotti dati con forza. A quel punto, spesso, il televisore ricominciava a funzionare bene senza dare ulteriori fastidi. Il pubblico di queste serate televisive era molto vario. C’erano i frequentatori abituali del bar, quelli che non uscivano mai di casa, quelli seriosi che non davano confidenza a nessuno, e c’erano quelli, come noi ragazzi che spesso andavamo lì per fare un po’ di confusione e far arrabbiare coloro che non volevano perdere neppure una parola dello spettacolo. Quando, nella trasmissione di Lascia o Raddoppia, i concorrenti entravano nella cabina per le domande finali, quello era per noi ragazzi il momento cruciale, oltre che per gli spettatori. Mi ricordo ci mettevamo di posto dietro a una donna, tutta di un pezzo, soprannominata la Sghia, che era più una “carabiniera” che una rappresentante del gentil sesso, e sul più bello gli cominciavamo a tirare dei botti o dei petardi sotto la sedia. Mi ricordo che questa povera donna faceva dei sobbalzi di mezzo metro e poi ci digrignava i denti come un mastino. Poi lo andava a dire ai nostri genitori, i quali poveretti si dovevano sorbire tutte queste lamentele per causa nostra. Poi c’erano altri personaggi buffi. Il Gallione, un muratore simpatico, che veniva quasi apposta per vedere le belle annunciatrici della televisione, e ogni tanto, quando apparivano queste belle signorine, il Gallione sussurrava a Tizio o a Caio: “La guarda te”. Un altro contadino, molto caratteristico, non si metteva mai a sedere, per non pagare la consumazione e stava in piedi da una parte tutto ripiegato con le braccia che gli ciondolavano come degli orologi a pendolo. Ma anche il lattaio, così grasso, era uno dei nostri bersagli preferiti. Esigeva il silenzio, e noi che mangiavamo delle noccioline americane ci divertivamo a schiacciarle pesticciando sotto la sua sedia facendo un rumore insopportabile.

LE RICOTTINE FRESCHE DI STARNIANO

Mio babbo, padre di una famiglia abbastanza numerosa per quei tempi avendo quattro figli si doveva dare molto da fare per camparli tutti. Era venuto via giovanissimo lasciando una arcaica famiglia di contadini, coltivatori diretti ed era stato messo in un collegio di salesiani a Firenze per studiare e per imparare un mestiere. Allora i mestieri che i salesiani insegnavano ai ragazzi erano pochi e mio padre optò per imparare il mestiere di ciabattino. Era quello un mestiere da non sottovalutare poiché a quei tempi solo i signori si recavano nei rari negozi di calzature a comprarsi le scarpe. Tutti gli altri invece le scarpe se le facevano fare dai ciabattini. Questo succedeva in modo particolare nelle campagne. Mio padre aveva imparato a fare anche calzature di un certo livello. Possedeva per svolgere il suoi lavoro una serie di attrezzi e arnesi che teneva su una specie di tavolino che si chiamava “bischetto”. Aveva anche tutta una serie di forme di legno, che servivano per modellare le scarpe. Era gelosissimo dei suoi arnesi e non voleva che nessuno andasse a toccarli. Ma in paese i signori erano rari come le mosche cavalline e quindi era raro che gli capitasse qualcuno che gli ordinasse delle scarpe di un certo valore. Quindi si doveva accontentare di fare quelle scarpe e scarponi che si usavano nelle campagne, basse o alte a seconda della stagione. Mi ricordo quegli scarponi in vacchetta che erano fatti con pelle durissima, questo perché le scarpe dovevano durare il più possibile. Però allora tutto era in cuoio, non esistevano materiali sintetici. Sotto le suole di cuoio venivano messi i chiodi. Questi avevano la funzione, oltre ché non scivolare sul ghiaccio e sulla neve, anche quella di preservare la suola e farla durare di più. I clienti più assidui di mio padre erano i contadini, allora ce n’erano molti nelle campagne.

Mio padre quando si recava da loro si tratteneva due tre o più giorni, mangiava e dormiva da loro. Il più delle volte questi contadini non pagavano in moneta ma in natura. A fine lavoro mio padre veniva via con sacchetti di grano o granoturco e altri prodotti della terra e anche formaggi e ricotte. I contadini gli facevano fare delle scarpe nuove, risolare quelle vecchie e zoccoli con la suola in legno per il lavoro dei campi. Spesso si recava a Starniano da dei contadini. Questo posto si trova alle falde del Monte Morello. Per arrivarci si passava dalla Chiesa di San Michele e poi, seguendo una strada molto solitaria, si arrivava da questi contadini. Mi ricordo che questi avevano una casa colonica molto grande, poiché la famiglia era molto numerosa. La padrona, la moglie del capoccia, mi ricordo, era una donna molto dolce e molto gentile. Nella loro cucina avevano un grande tavolone e sopra un bel lume a petrolio che per quei tempi era moderno. Io ero sempre desideroso di andare col babbo mi piaceva stare con lui e visitare gente nuova e posti nuovi. Ero un girellone come si dice da queste parti. Mio padre per accontentarmi acconsentiva di andarlo a trovare con la scusa di andare a prendere la ricotta fresca. Per andare a Starniano il cammino è piuttosto lungo e faticoso. Quando siamo a San Michele alle Macchie che è l’altra chiesetta di Fontebuona, siamo forse a metà strada. Il tratto di strada da San Michele a Starniano era molto solitario, dico era perché adesso in quella zona hanno costruito molte villette ma allora quel tratto di strada lo facevo tutto di corsa. Quando arrivavo a Starniano la buona contadina mi accoglieva con un bel sorriso ed era felice, lei che viveva in una zona così solitaria, di vedere qualcuno. Dopo avermi rifocillato con un bel pezzo di pane e cacio la contadina andava a prendere due o tre foglie di farfaro. Il farfaro è una pianta che fa delle grosse foglie e vive ai bordi dei torrenti o dei laghetti in zone molto umide. Andava in cucina e da un grosso pentolone tirava su con un colino dei bei pezzi di ricotta ancora caldi e poi li pressava in una forma apposita che aveva dei buchi per far scolare il siero. Quando la ricotta aveva preso una bella forma rotondeggiante la contadina la metteva in queste foglie di farfaro che aveva unito insieme con un rametto di salcio. Così la ricotta, in queste foglie umide, si manteneva fresca fresca anche sotto il sole e quando arrivavo a casa mia mamma me ne metteva un bel pezzo sul pane. Mi ricordo ancora vagamente il profumo e la delizia di questa ricotta consumata fresca.

L’UOMO LUPO E IL REGOLO

Quando ero ragazzetto nei racconti della gente del paese aleggiavano ancora tante leggende, retaggio di un periodo buio e ancestrale della storia dell’umanità. La notte di un tempo, prima dell’avvento della luce elettrica, era buia, le strade erano deserte e le leggende abbondavano e si tramandavano di bocca in bocca, sempre aggiungendo, con la fantasia, particolari nuovi. Anche le fiabe che ci raccontavano da bambini e quelle che leggevamo sui banchi della scuola giocavano la loro parte. I boschi allora erano popolati di gnomi e gli alberi stessi con i loro tronchi e i loro rami contorti, pareva avessero una vita simile alla nostra. Si muovevano, emettevano dei suoni sinistri, i nodi dei tronchi sembravano simili a delle facce umane. Dentro i tronchi poi, vivevano ogni sorta di elfi e divinità del bosco. Il racconto di Cappuccetto Rosso mi veniva più volte alla mente quando andavo a Starniano e dovevo attraversare il bosco per andare a prendere la ricotta. Le donnette anziane su questi argomenti sembravano fossero quelle che avessero più fantasia di tutti. Non era infrequente il caso in cui si affermasse che in una data casa “si vedesse” o si “sentisse”. Certamente erano gli spiriti delle persone morte che erano vissute in quella determinata casa e tornavano con una certa frequenza a farle visita. Mi ricordo di un fatto che si raccontava a proposito di una casa che si trovava sulla salita del Miglio. Persone avrebbero giurato e spergiurato di aver visto qualcosa di strano muovere dietro le finestre di quella casa, illuminate da una torcia, qualcosa simile a un fantasma di una persona con la faccia tutta sbiancata, quasi trasparente. A questo proposito si narra anche un aneddoto un po’ raccapricciante. Una volta uno transitava per la strada del Miglio che va a Pratolino, con una delle prime macchine, quando vide uscire dalla porta di questa casa una strana persona, un uomo stranamente vestito con abiti di altra epoca e con un cappello sulla testa. Al sopraggiungere della macchina, l’uomo chiuse la porta di casa e fece segno alla macchina come di uno che volesse chiedere un passaggio. L’autista, persona gentile, si fermò e lo fece salire. Dopo pochi chilometri l’uomo chiese di scendere proprio nel folto del bosco fra Pratolino e Fontesecca, però dimenticò sulla macchina il suo cappello. Il signore, ripassando un giorno da quelle parti, con l’intenzione di restituire il cappello al proprietario si sentì dire da alcuni paesani che in quella casa non abitava assolutamente nessuno ed era disabitata da diversi anni. Ma non solo i fantasmi riempivano le storie paesane.

Io ho sentito narrare da una persona e anche abbastanza giovane che costui aveva visto il regolo. Che cosa fosse poi in realtà questo regolo non ci è dato a sapere. Questo, secondo la descrizione minuziosa di quest’uomo, era un incrocio di più animali, un rettile, una specie di serpente con le ali e con il becco di un rapace, che quando apriva la bocca emetteva del fuoco, proprio come i draghi. Proprio così, un rettile pericoloso che emetteva sibili mostruosi e che se lo guardavi negli occhi questo strano animale ti ipnotizzava e restavi come paralizzato. Un altro essere mostruoso che si doveva temere era l’uomo lupo. Quest’uomo inselvatichito era tutto coperto di peli e quando c’era la luna piena emetteva degli ululati, proprio come fanno i lupi. Si narrava che questo fosse stato un bambino abbandonato dalla madre e allevato dai lupi. Certo è che queste storie, anche se non vere facevano accapponare la pelle a noi ragazzi, specialmente quando andavamo nei boschi o nelle campagne abbandonate.

I CARRETTI CON I CUSCINETTI

Quando eravamo ragazzi, le macchine che transitavano sulla strada bolognese erano rare come le mosche cavalline. Erano le prime auto costruite nel dopoguerra: la Topolino, le Lancia, le prime 1100 Fiat, ecc. C’erano invece diversi mezzi da lavoro, camioncini e camion pesanti. Inoltre c’erano molte motociclette fra queste molte Guzzi che si riconoscevano da lontano con il loro caratteristico “Pop pop pop”, il loro motore era inconfondibile. Era una bella moto con un caratteristico volano rosso cromato e con le caratteristiche marce a mano. I modelli seguenti poi uscirono con il cambio a pedale. C’erano anche moltissime Vespe, Lambrette, MV Agusta, Gilera. Noi ragazzi che amavamo emulare i grandi sognavamo nel nostro piccolo di possedere un nostro mezzo, magari rudimentale, e perché no, costruito con le nostre mani. Si sa la fantasia dei ragazzi non ha confine.

Per questo andavamo sempre dal meccanico del paese che aveva la bottega proprio davanti alla Delia, antica trattoria, e ci piaceva vedere come erano fatti i motori delle motociclette. Stavamo attenti quando il meccanico sostituiva i cuscinetti del motore e se questi fossero stati proprio inutilizzabili il meccanico ce li avrebbe regalati per farne dei carretti. La passione di avere un motorino o una macchina era per noi proprio un fatto maniacale, e poiché esso era un sogno impossibile ci fabbricavamo con il legno una specie di manubrio da bicicletta sul quale disegnavamo gli strumenti, un contachilometri e alle estremità mettevamo due manopole vecchie di motorino che periodicamente il meccanico ci regalava. Poi partivamo, a corsa, naturalmente e con la bocca facevamo il caratteristico “brum brum” dei motori. Poi ci piegavamo a destra e a sinistra, imitando i motori che girano in curva, e, inoltre, imitavamo con la voce anche le loro cambiate e “sgassate”. La via di Sotto l’Arco era la strada scelta da noi per i nostri giochi. Io ero uno dei più appassionati di queste cose ed ero sempre in corsa con questo manubrio che, secondo la mia immaginazione, avrebbe dovuto rappresentare una Lambretta. Siccome nel paese tutti avevano un soprannome, grandi e piccini, e non riuscendo ad appiopparmene uno idoneo, alla fine riuscirono a trovarlo, uno un po’ lungo: “Pordone su Lambretta di Leopordo”, dove Pordone sarei stato io per la mia costituzione un po’ alta e Leopordo mio padre. A questi fantasiosi manubri sostituimmo presto i carretti con le ruote di legno prima e poi con i cuscinetti. I primi prototipi che uscirono dalla nostra fantasia furono i carretti a due ruote di legno, il cosiddetto monopattino. Non era difficile farlo. Occorreva un paio di belle assicelle; una di questa sarebbe servita da base e l’altra da forcella. L’unica cosa difficile da realizzare erano le ruote di legno poiché queste andavano fatte da un tronco ben rotondo e stagionato. Poi al centro venivano bucate con un ferro rovente. Un lavoro più da grandi che da ragazzi come noi. Quando invece cominciammo ad avere a disposizione i cuscinetti la cosa si fece più semplice. Noi possedevamo vicino casa un magazzino piuttosto ampio e questo era diventato l’officina di tutti quelli che volevano costruire carretti. Ben presto dal monopattino passammo al carretto a 4 ruote, solo che questo aveva una difficoltà rispetto al carretto a due ruote. Su quest’ultimo si posava un piede sul pianale e con l’altra gamba libera ci si dava l’anda (spinta) per spingerlo, mentre il carretto a quattro ruote, anche se presentava il vantaggio di poter stare seduti e guidarlo come un automobile, aveva lo svantaggio che non ci potevamo spingere da soli. Per cui avevamo bisogno che un ragazzo o un adulto ci spingesse, cosa che era alquanto difficile da trovare. L’unica possibilità era allora sfruttare la discesa e in vantaggio avevamo anche il brivido della velocità. Ma i cuscinetti meccanici odiano la terra, in quanto, questa andava a incastrarsi fra le sfere, dovevamo quindi trovare una bella discesa, però nella strada asfaltata. Per questo sceglievamo di portare il carretto fino a metà della salita del Miglio e dalla cima, frenando alla meglio con i piedi, arrivare fino alla fine della discesa senza subire forti traumi od escoriazioni. Il più delle volte a metà discesa, a causa alle forti vibrazioni, si sfilava un cuscinetto, oppure si rompeva la “sala” che teneva i cuscinetti e noi con tre o quattro ruzzoloni ce la cavavamo. Però questo era molto pericoloso poiché c’era il rischio concreto di rimanere sotto una macchina e finire così molto presto la nostra carriera di piloti di carretto. Per fare il carretto a 4 ruote si inchiodavano tre assi a formare un triangolo. La parte posteriore, con delle assi inchiodate di traverso, serviva da seggiolino. Poi su due legni fissavamo i cuscinetti. Quello della parte posteriore restava fisso, come nelle automobili. La parte anteriore invece, fissata con un “pernio”, rimaneva mobile e con una cordicella attaccata sui due lati ci permetteva di sterzare a nostro piacimento. Io avevo anche una bella terrazza e su questa disegnavo col gesso una bella pista piena di curve e nelle giornate in cui ero costretto a restare in casa mi divertivo su queste curve “virtuali” a imitare i campioni che vedevo passare durante le famose Mille Miglia.

AMEDEO E LA BICICLETTA RINFORZATA

In paese c’era un personaggio caratteristico che faceva il lattaio di professione. Poiché Fontebuona era un paese piuttosto piccolo il nostro lattaio svolgeva la sua professione anche nel vicino paese di Pratolino. Il suo nome era Amedeo. Da ragazzotto con i pantaloncini corti e due gambe muscolose da vero tracagnotto egli si era ritrovato nella maturità, forse a causa di una malattia, a diventare un omone grande e grosso. Ma quando dico grosso intendo dire veramente grosso. Senza esagerare aveva due cosce del diametro di mezzo metro l’una e quando camminava assomigliava più a un elefante che un essere umano. Per spostarsi, allora, per le persone non facoltose, c’era un solo mezzo: la bicicletta. Ma Amedeo doveva sempre portare con sé anche un paio di stagne di latte che i contadini del posto giornalmente gli portavano per la vendita al dettaglio. Si era fatto fare una bicicletta rinforzata appositamente per la sua taglia con i tubi e le ruote più grosse del normale. Quando si trattava di scendere giù da Pratolino per venire a Fontebuona, tutto andava bene. Metteva le stagne, una di qua e una di là, appese per i manici, alla canna della propria bicicletta e in discesa…tutti i Santi aiutano. Il problema, invece, si presentava quando da Fontebuona doveva salire, sempre con due stagne, a Pratolino. Con la sua stazza sarebbe si e no arrivato alla casa del Lello, situata nella pianura, prima che inizi la salita vera del Miglio. Allora aveva escogitato un espediente ingegnoso. Partiva da Fontebuona, poco prima che transitasse il camioncino dell’ortolano Tibet che andava verso Firenze. Arrivato sulla prima salita i camioncini di una volta, per cambiare marcia, quasi si fermavano e allora era in quel punto che Amedeo si agganciava al retro del camioncino e si faceva trainare fino a Pratolino. D’altronde allora il traino era quasi una consuetudine. Poiché c’era moltissima gente che anche dal Mugello si spostava con la bicicletta e siccome la salita del Miglio era molto dura, perfino per i corridori di bicicletta, era allora di moda farsi trainare da uno dei mezzi di trasporto che in salita riducevano di molto la velocità. Qualche volta i proprietari dei mezzi acconsentivano e non dicevano niente, altre volte invece urlavano improperi a coloro che si facevano trainare, qualche volta anche minacciandoli. Ma i ciclisti facevano orecchie da mercante e una volta attaccati al traino vi rimanevano, anche perché erano sicuri che l’autista non si sarebbe fermato in quel punto in salita, essendovi il rischio per il mezzo di non ripartire. Amedeo, una volta finito il lavoro, come tutti i paesani, andava al bar dove si parlava del più e del meno, si giocava a carte e inoltre, in tempi più recenti, il proprietario del bar aveva acquistato un bel biliardo. Amedeo avrebbe giocato volentieri al biliardo se la sua costituzione glielo avesse consentito, ma per giocare “a stecca” bisognava fare delle belle flessioni e sporgersi molto in avanti. Questo non gli sarebbe stato possibile. Allora quando c’erano due giocatori che facevano la partitina di biliardo, egli, quasi per compensare questa sua impossibilità fisica, intendeva fare il saputello e diceva: “Picchia qui Pacchianino” e con il dito dentro le sponde indicava il punto dove picchiare. Fra i giocatori una volta c’era un certo Pacchianino, chiamato così di soprannome, al quale piaceva fare i dispetti un po’ a tutte le persone, e era pure sua abitudine appioppare i soprannomi a tutte le persone del paese. Una volta giocando con un altro paesano, aveva seguito per due o tre volte i consigli di Amedeo. Alla terza o alla quarta volta che Amedeo diceva “Picchia qui Pacchianino”, mettendo come al solito il dito dentro la sponda del biliardo. Pacchianino sferrò un colpo con tutta la forza che andò a battere contro il dito del suggeritore facendogli un ditone grosso e nero. Una bella lezione che il nostro Amedeo si ricordò per molto tempo in avvenire.

I DETTI E I MODI DI DIRE

Molti erano i detti e i modi di dire, e ciascuna persona del paese li aveva ereditati dai nonni, dai bisnonni, oppure, se non erano originari del paese, dall’ambiente in cui provenivano. Il più delle volte i detti riguardavano i contadini, i quali, spesso e volentieri, venivano un po’ derisi per il loro modo di parlare e storpiare le parole. Bisogna dire che istruzione ne avevano avuta poca, molti non sapevano né leggere né scrivere e quando dovevano firmare un documento apponevano una croce. Quindi parole come cuttello, treciolo, capomilla erano all’ordine del giorno. Molti contadini per chiedere l’ora dicevano: “Cor’ella?”. Culizione stava per colazione, scaizzo per scalzo, tera, guera, buro queste parole erano di normale amministrazione. S’aire per si deve andare, gli è ito per è andato, gnamo per andiamo, ruzzo per allegria, le cheche per tristezza, ecc. ecc. Poi c’erano molti modi di dire, molti di questi riguardavano la vita contadina, come: “Come disse il contadino alle su’ mucche, quest’anno poche foglie ma che zucche”, oppure “Ch’avete seminato i’ miglio?, No ho seminato i’ rondine”. Poi alcuni curiosi intercalari, una vecchietta diceva sempre dopo aver terminato una frase: “Che di’o bene o di’o male?”. Poi gli aneddoti, anche questi investivano più che altro i contadini che spesse volte venivano dipinti, e a torto, come dei fannulloni. Un certo Mini era considerato da tutti uno di questi. Una volta un contadino gli chiese se volesse andare da lui a prestargli l’opera per tagliare il grano. Questo Mini gli rispose. “Per quest’anno mi dispiace non posso venire, per il prossimo anno, invece, provvedi a piantarne di meno e così potrai fare senza di me”. Poi c’erano parole che venivano coniate sul momento. Un camion che picchiava nel muro e faceva molto danno aveva fatto uno strucinio. E poi i proverbi: “Il ben d’un anno va in una bestemmia” oppure “Quando canta il cucù il foco a letto un si mette più”, e ancora “Rosso di sera bel tempo si spera” che qui avevano cambiato in: “Rosso di sera vent’anni in galera”. Poi c’erano le canzoni, specialmente quelle cantate sotto il servizio militare: “Tredici mesi di pastasciutta mamma l’è brutta”. D’inverno le persone si mettevano il pastrano o il trence, una parola forse questa ereditata dalle truppe alleate inglesi e americane. Poi c’era il linguaggio dei giocatori di carte, lì si dava veramente sfogo a tutta la fantasia per coniare parole nuove e divertenti. Al bar poi, solo a sentire parlare certe persone, ti divertivi per tutta la serata.

IL PRIMO GIORNO DI CACCIA

Fra le solennità, le ricorrenze, le feste civili, questa senz’altro occupava uno dei primi posti. La caccia era sentita come un evento straordinario, un avvenimento per il quale valeva la pena fare qualche sacrificio. Già alcuni giorni prima dell’apertura i cacciatori più esperti andavano per la campagna a Ferraglia, a Riseccioni, in Vigna Vecchia a provare i cani ad abituarli, specialmente se questi erano cuccioletti, a fiutare la selvaggina che dalle nostre parti voleva dire: lepri, fagiani, starne, quaglie e una numerosa specie di uccelli. Già parecchi giorni prima cominciavano le discussioni sulla caccia, sui fucili, sulle cartucce, sui carnieri. Ogni cacciatore ne era ben fornito e a chi ancora mancava qualcosa si apprestava ad acquistarlo nei negozi a Firenze di caccia e pesca. Allora l’armamentario, o meglio l’occorrente per la caccia era molto complesso. Il cacciatore si doveva dotare ti tutta una serie di utensili a cominciare dal fucile, all’equipaggiamento, vale a dire al vestiario e altre cose non secondarie. Per esempio, le cartucce, che adesso comprano già fatte, allora i cacciatori se le facevano per proprio conto. Per fare questo era necessario che comprassero la polvere da sparo, i pallini di piombo, gli stoppacci. A seconda del tipo di cartuccia che volevano fare mettevano più o meno polvere, o mettevano dei pallini di piombo più o meno grossi. Per stabilire la quantità esatta tutti i cacciatori avevano una staderina, di quelle che usavano anche in oreficeria, con un braccio ai lati del quale pendevano due scodellette. Su una di queste veniva messo un pesino di bronzo per esempio da 10 o da 20 grammi e sull’altra scodelletta il quantitativo di polvere o di pallini di piombo. La cartuccia veniva chiusa con una macchinetta, nella quale si i inseriva la cartuccia e poi con una manovella si girava e la cartuccia, proprio in cima, faceva una specie di bordo rotondo che teneva bloccato lo stoppaccio con tutto il contenuto. Da questo paziente lavoro di alchimia venivano fuori cartucce di tre specie: le corazzate, le mezze corazzate e le cartucce semplici. Quest’ultime, fatte con i pallini più piccoli servivano per tirare agli uccelli, le altre per tirare alle lepri o ai fagiani. Qualche volta capitava che questi cacciatori sbagliassero le dosi oppure per fare cartucce più potenti esagerassero nel riempire le cartucce con troppa polvere pirica. Qualche volta capitava che le canne del fucile scoppiassero e il malcapitato cacciatore, quando andava bene ci rimetteva qualche dito della mano. Anche in paese ne è capitati casi come questo. L’equipaggiamento del cacciatore consisteva prima di tutto in un fucile, la famosa doppietta, a due canne, con due grilletti, che sparava solo due colpi in successione. Il cane era quasi indispensabile, sia per stanare la selvaggina che per riportare gli animali uccisi. Altrimenti poteva capitare di perderli nel folto del bosco. Il vestiario consisteva in un paio di scarponi, un paio di pantaloni di velluto o di tela pesante, un corpetto con vari taschini, e la giacca sul retro della quale c’era il carniere, ossia una specie di tasca ampissima nella quale venivano alloggiate lepri, fagiani starne. Alla vita il cacciatore si legava la cartucciera, con i differenti tipi di cartucce. Poi alla cintura legava un mazzo di pendagli con anelli chiamati “strozzini” ai quali venivano appesi gli uccelli di taglia più piccola. Nessun cacciatore era poi sprovvisto di coltello, un coltello speciale, che sul fondo aveva una specie di pinza, che serviva per estrarre le cartucce che si fossero incastrate nella canna. Arrivato il primo giorno di caccia, tutti i cacciatori si levavano prestissimo e ciascuno andava ad occupare il posto per attendere la selvaggina. Appena si faceva giorno, dalle nostre case si sentiva un rumore di spari che durava con più o meno intensità fino alle 11 o a mezzogiorno. Verso quest’ora vedevi tornare i cacciatori soddisfatti, chi con due o tre lepri altri con lepri, fagiani e uccelli. Allora la caccia era abbondante. Difficilmente capitava che un cacciatore non prendesse niente il primo giorno. La soddisfazione di chi aveva fatto una buona caccia era evidente. Si parlava di pappardelle sulla lepre, di lepre in salmì, di fagiano arrosto, di crostini alla cacciatora, da consumarsi in famiglia e con gli amici. Naturalmente il consumo della selvaggina non era immediato poiché per gustare una buona cacciagione, la selvaggina andava “frollata”, vale a dire, andava lasciata alcuni giorni ad ammorbidire, perché diventasse più tenera e più gustosa. Per il procedimento di “frollazione” si parlava anche di metodi che oggi sicuramente sarebbero da scartare, per la poca igienicità. Non mi è mai capitato di andare a caccia, e quindi al di là delle impressioni esteriori, non sono mai riuscito a capire pienamente ciò che la caccia rappresentasse veramente per un cacciatore. Il desiderio più ambìto di noi ragazzi era che qualche cacciatore ci invitasse con lui per una battuta di caccia, ma questo toccava solo a pochi fortunati, coloro cioè che avevano il papà cacciatore.

BEPPINO E IL FIASCO D’INCHIOSTRO

Beppino aveva quel suo modo strano di portare il cappello sulla testa, appena appoggiato, con un taglio particolare, che allora dicevano sulle 23. Ma dire le 23 per Beppino era una cosa un po’ fuori dalla realtà in quanto la sera non usciva mai e quando aveva dato fondo al fiaschetto di vino, se ne andava a letto presto, tutto contento, con la faccia rubizza e il nasino alla Mastro Ciliegia.

Beppino era il marito della custode della scuola, aveva una famiglia numerosa, ma per fortuna il buonumore caratterizzava la loro vita familiare. Vivevano nella casa annessa alla scuola, un appartamento demaniale, un po’ piccolo per la loro famiglia numerosa.   ll più grande dei figli, Cirillo, al quale il sarcasmo non mancava mai, una sera quando tutti erano seduti a tavola davanti a una bella zuppiera di minestra calda, rivolto a tutti disse: “Mi sembra che in questa famiglia siamo un po’ numerosi, sarebbe bene che qualcuno di voi cominciasse a morire”. Figurarsi la sorpresa dei commensali che cominciarono a fare gesti di scongiuro, ma oramai tutti erano abituati ad ascoltare queste battute, anche un po’ cattive. La più burlona di tutte in casa era la Franca, che aveva ereditato questa allegria forse dalla mamma Isolina, che era la custode della scuola elementare. Beppino era la vittima predestinata di tutti gli scherzi che con frequenza si facevano in famiglia. Si sa, Beppino, amava il vino e si sarebbe attaccato a qualunque cosa pur di bagnarsi il palato con quel rosso nettare, che quando era fresco di cantina andava giù più veloce di una bicicletta nella discesa del Miglio. Isolina brontolava spesso Beppino per questa sua mania di attaccarsi a tutti i fiaschi con liquido rosso intenso o quasi nero, tipico del vino generoso. Franca era la più sveglia e spesso e volentieri bersagliava il povero Beppino con i suoi scherzi. Lei sapeva che per abitudine Beppino, quando rimaneva solo in casa, dove era un piccolo palchetto coperto da una tenda, c’era il fiasco del vino rosso che serviva di consumo quotidiano. Quel giorno Franca aveva sostituito (forse per sbaglio) al fiasco di vino il fiasco dell’inchiostro che serviva per riempire i calamai della scuola. Peppino allungò il braccio, afferrò il fiasco con la mano destra e glu, glu, glu si tracannò un quarto di quel fiasco d’inchiostro. Non so la cosa come andò a finire ma probabilmente con una bella lavanda gastrica.

MASO E LA BEPPA: “IL SANGUE MIO TIRA IL TUO”

Maso e la Beppa si conobbero in maniera molto semplice. Entrambi erano contadini. Un giorno Maso passando davanti al podere della Beppa la vide alla finestra con il suo bel faccino giovanile, che appena sporgeva tra i vasi di gerani del davanzale. Era la prima volta che Maso vedeva la Beppa e tutti e due rimasero colpiti l’uno dell’altro. Un’altra volta Maso ripassando da casa della Beppa la vide mentre era nell’aia. Maso non si fece scappare l’occasione e le disse: “Beppa il sangue mio tira il tuo”, “Anche il mio tira il tuo” rispose la Beppa e i due si misero insieme. Maso era un uomo dalla forza eccezionale, forse era anche il vinello che gli dava tutta quella forza nelle braccia. Quando era nel campo ad arare con le bestie, sollevava quel coltro e lo faceva sprofondare nella terra come fosse un fuscello.

Il vino gli piaceva molto e quando ne aveva bevuto due o tre calici di quelli pieni, gli venivano a mente tutti quei fatti buffi che gli erano capitati sotto il servizio militare. Spesso gli capitava di raccontare quel fatto che gli era capitato con la “motopiana”, come la chiamava lui. Il capitano aveva lasciato la moto incustodita e Maso, recluta e attendente del capitano, moriva dalla voglia di salirci sopra e fare un bel giretto, anche se non la sapeva guidare. Il posto era invitante in mezzo a una bella campagna, con alberi da frutto e pagliai, proprio un po’ come la campagna di casa che Maso aveva lasciato per il servizio militare obbligatorio. Maso non era mai salito sopra una moto, però aveva visto dal tenente come si faceva ad accenderla. Maso quindi girò la chiavetta, diede una bella pedalata e la motocicletta si mise in moto. Maso salì sopra, ingranò la marcia e la moto partì a grande velocità. Ma Maso non aveva pensato a una cosa: non sapeva come fermarla. Cominciò quindi a girare intorno a un pagliaio a velocità vertiginosa, quando uscì il suo capitano, vide Maso sulla moto e gli intimò di fermarsi: “Maso, ti ordino di fermarti”. Ma Maso più tirava leve e levette e più la moto girava gagliarda. Non volendo dire che non sapeva fermarla gridava a squarciagola: “Ancora un giro signor Capitano”. “Maso o ti fermi o ti metto agli arresti”, replicò il capitano. “Ancora un giro, signor Capitano” rispose amareggiato il povero Masino, finché la “motopiana” andò a schiantarsi contro un pagliaio terminando così la corsa impazzita. Altri fatti di vita militare raccontava Maso. Una volta si imbatterono con il nemico che li attaccò. Non l’avessero mai fatto…Maso era bravissimo ad imitare la scena. Il capitano aveva detto ai soldati “A carponi come le serpi” e dicendo questo Maso si buttava in terra e mimava il verso della mitraglia con tutta la voce che aveva in corpo: “Ta, ra, ta, ta, ta, ta”. Uno dopo l’altro, tutti i nemici uccisi. Così Maso bruciava energie e insieme a queste i calici di vinello che aveva bevuto. Maso, in quanto attendente del capitano, era di casa nel suo appartamento, dove spesso e volentieri espletava qualche piccola mansione, quale quella di fare la spesa, andare all’edicola dei giornali per acquistare le riviste e i quotidiani, uscire tre volte al giorno con il cane, per fargli fare i bisognini. Talvolta nella familiarità della casa, accudiva la moglie del capitano. Una volta questa si trovava nuda nella vasca da bagno e sentendo arrivare Maso, lo chiamò per farsi lavare la schiena. Il capitano non era in casa, e Maso, acconsentì volentieri a farle questo servizio. Finito che ebbe di lavargli la schiena, la signora chiese a Maso: “Senti Maso, so che sei un bravissimo attendente, che sai fare molte cose, ti dispiacerebbe farmi il verso del canino?” Maso non se lo fece ripetere due volte, e mentre la signora era lì distesa e nuda nella vasca da bagno, Maso cominciò: “Caì, Caì, Bau, Bau, Bau….”. Naturalmente, non era proprio questo il verso che la moglie del capitano si attendeva da Maso.

LA SITA E LE BOMBETTE PUZZOLENT

L’autobus che partiva da Firenze verso le 13,20 e arrivava a Fontebuona poco dopo le 14 era il punto di ritrovo obbligato di tutti noi studenti che dal Mugello ogni mattina partivamo da casa per recarci nelle scuole di Firenze per frequentare le classi superiori. Possiamo dire che quella o quelle, poiché erano più di una, erano le corriere degli studenti, dei bidelli, degli impiegati dello Stato e dei Comuni che lavoravano mezza giornata. I pullman della Sita erano stracolmi. Se avevi la fortuna di salire in Piazza della Stazione avevi anche il posto a sedere assicurato. Ma se per caso, prendevi l’autobus alla fermata di Piazza della Libertà eri quasi sicuro che dovevi stare in piedi, pigiato come delle sardine. Per fortuna, io scendevo a Fontebuona e il viaggio non era troppo lungo. Stavi in piedi sui corridoi, con la cartella in mano, a stretto contatto con le altre persone. A volte ti capitava di stare a stretto contatto con una bella signorina e allora la cosa era piacevole, meno piacevole, era quando accanto avevi una di quelle persone, che spesso e volentieri emanavano odori di ogni specie, dalle ascelle ai piedi e spesso qualcosa d’altro. Facevamo un gran casino su quegli autobus. Non so come l’autista riuscisse a guidare. L’autobus ondeggiava a destra e a sinistra sulle numerose curve della Bolognese nuova e arrivati a Trespiano, quando si scollinava il Pian di San Bartolo, l’autista accelerava e l’autobus prendeva l’”anda” per fare più velocemente la salita dei Cipressini. Purtroppo talvolta capitava che l’autobus si dovesse fermare al Pian di San Bartolo per far scendere o salire qualcuno. Allora, si sentiva come un coro di protesta, poiché l’autobus perdeva tempo prezioso e, dovendo ripartire da fermo, l’autobus affrontava la salita dei Cipressini con molta più fatica. Io non so quante volte ho fatto quel tragitto con la corriera della Sita. A volte mi divertivo a chiudere gli occhi per cinque o dieci minuti e calcolavo mentalmente le curve le diritte, le fermate, ecc. Prima di riaprire gli occhi dicevo dentro di me siamo nel tal punto e ciò in effetti si verificava. Le grandi discussioni che facevamo con gli altri studenti erano spesso e volentieri sullo sport, sul calcio, la Fiorentina, la Juve, ma anche sul ciclismo, sull’idolo locale Gastone Nencini, sul Giro d’Italia. Ma le discussioni più appassionate venivano fatte sulle squadre di calcio locali: il Fontebuona, il Vaglia, il Montorsoli, il Bivigliano. Discutevamo del più e del meno e delle future partite amichevoli che c’erano in programma. I vagliesi ci snobbavano un po’ poiché la loro squadra era un po’ più forte della nostra. In compenso la nostra formazione aveva due o tre “picchiatori” di quelli che quando alzavano la gamba non si sapeva dove andava esattamente a rifinire. Spesso le loro gambe andavano a colpire proprio quelle parti basse che noi uomini teniamo tanto di conto. Ma altre volte erano gli stinchi, o i ginocchi a farne le spese. Se c’era poi bisogno, questi due o tre “picchiatori”, sapevano agitare bene anche le mani e i pugni anche fuori del campo. L’arbitro delle partite, quasi sempre uno di Vaglia, il Paolino, era davvero un coraggioso. Nonostante questa nostra “difesa” ferrea, di terzini cazzuti, alcuni giocatori di Vaglia, con dei dribbling davvero geniali riuscivano ad aggirare qui temibili terzini ed andare a rete. Io, che ero in porta, mi difendevo assai bene sulle palle alte, più insidiosi per me erano invece i tiri bassi e angolati e le uscite, nelle quali spesse volte uscivo a vuoto. Se la domenica c’era stata la partita, ed avevamo perso, sull’autobus dovevamo aspettarci per tutto il tragitto una solenne presa di bavero. C’era molto campanilismo fra le frazioni. I Vagliesi snobbavano un po’ tutti poiché Vaglia era il capoluogo del Comune e inoltre lì c’era l’amministrazione comunale. Si sentivano più importanti di noi e ce lo facevano pesare con i loro discorsi. E poi il campo sportivo era a Vaglia e Fontebuona ne era privo, dovevamo quindi giocare nei campi, anche quando era stato da poco tagliato il grano. Noi giocavamo scalzi su quegli “spunzoni” di paglia lasciata dalle falci sul terreno. Dovete immaginare che razza di calli avevamo sotto i piedi. Ma i vagliesi e gli altri ci prendevano in giro anche perché noi avevamo un borgo che si chiamava Saltalavacca. E quando l’autobus si fermava in questo borghetto i vagliesi dicevano: “Scendete saltalavacchesi, contadini”, Il campanilismo in effetti era molto sentito. Spesse volte noi dovevamo soccombere anche perché i vagliesi erano più numerosi di noi. Spesse volte ci vendicavamo nelle maniere più impensate. Quando in inverno ci avvicinavamo al Carnevale e sull’autobus si era pigiati fino all’inverosimile, con tutti i finestrini sigillati dal freddo che faceva fuori, allora entrava in azione la nostra vendetta. Dalla tasca della giacca o dei pantaloni lasciavamo cadere sul corridoio dell’autobus due o tre bombette puzzolenti che erano contenute in delle fialette di vetro. Le pesticciavamo un po’ per assicurarci che queste si rompessero, e dopo alcuni secondi si alzava un odore nauseabondo che in pochissimo tempo saturava la già viziata aria dell’autobus. “Hanno buttato le bombette puzzolenti” gridava subito qualcuno. Allora l’autobus era costretto a fermarsi, venivano aperti tutti i finestrini e le persone erano costrette a scendere per alcuni minuti. Quando l’effetto bomboletta era passato, risalivamo sull’autobus. Spesso la cosa finiva lì, ma qualche volta l’autobus subiva un ulteriore bombardamento con relativa sosta forzata. Così ci vendicavamo delle prese di giro alle quali noi fontebuonesi dovevano sottostare per avere un paese e una squadra di calcio meno importanti di altre frazioni e del capoluogo del comune.

LA “VISITA” O LA “TIRA”

Fra gli scherzi più praticati c’era la “visita” o la “tira”. Però questo scherzo non era poi tanto innocuo, anzi era, fra gli scherzi, il più pesante, forse imparato dai più grandi sotto il servizio militare, oppure ereditato chissà da chi. Non ci dobbiamo meravigliare di certi scherzi anche un po’ esagerati, dobbiamo pensare che eravamo negli anni del dopoguerra, e la gente, specialmente i più grandi, che l’avevano vissuta sulle loro spalle, sentivano fortemente il desiderio di distrarsi da tali brutti ricordi, e siccome molti dei paesani erano ancora senza lavoro, si pensava a divertirsi. La “visita” dice lo stesso nome, era una vera e propria visita però fatta contro la volontà e all’insaputa del malcapitato paziente. Questo scherzo veniva fatto fra ragazzi ma talvolta era fatto anche tra persone adulte. Lo scherzo, che nella maggior parte delle volte veniva fatto nella piazzetta, e spesse volte alla presenza di tutti, uomini donne e signorine, consisteva nell’affiancare un ragazzo (che veniva spesso scelto fra i più ingenui e vergognosi o fra quelli che capitavano lì per caso, anche contadini che si recavano in paese una volta tanto) da parte di tre o quattro persone. Questo veniva immobilizzato alle braccia e alle gambe e un’altra persona gli tirava giù i pantaloni e le mutande alla presenza di tutti, che scoppiavano in una fragorosa “risaiola”. Il ragazzo se era timido, diventava tutto rosso, specialmente se fra il pubblico c’erano delle signorine; si divincolava, urlava, imprecava, ma come si sa, contro la forza la ragion non vale. Il più delle volte il malcapitato veniva deriso per la dimensione dei suoi attributi maschili e anche le ragazze si univano al coro, mettendo ancora più in imbarazzo il povero malcapitato. Alla visita, quando proprio volevano infierire facevano seguire la “tira”. Con la tira venivano afferrati gli attributi maschili e allungati fino a far urlare il poveretto. Non contenti talvolta gli afferravano anche i due “ovetti” che aveva sotto il pube e glieli schiacciavano come si farebbe con due noci. Ripeto, questo era uno scherzo un po’ cattivo, però bisogna sempre inquadrarlo in un tipo di società che usciva impaurita e provata dalla grande guerra e cercava con lo scherzo e con il riso di dimenticare tutto ciò che di tragico era successo fino ad allora. Colui che aveva subìto questo scherzo, si rialzava tutto dolorante e con la faccia rossa dalla vergogna si tirava su le mutande e i pantaloni e si guardava in giro tutto frastornato. Spesso lo scherzo finiva lì con una bella risata, ma qualche volta, se il malcapitato era un po’ rissoso, la cosa finiva con una bella scazzottata.

LA SCUOLA ELEMENTARE

Da ragazzo non ero molto amante della scuola. Allo studio preferivo il gioco e la compagnia degli amici. Non posso neppure dire che odiassi la scuola, essa mi restava semplicemente indifferente. Non capivo perché si fosse costretti a studiare la vita e le sue componenti sui banchi di scuola, quando la natura, la campagna, il bosco, gli alberi, il ruscello, gli animali, le persone che ci gravitavano intorno erano essi stessi la migliore scuola che ci potesse preparare per la vita.

Per me ascoltare il canto degli uccelli, lo stormire delle fronde mosse dal vento, il suono delle campane in lontananza, la scorrere fragoroso dell’acqua del torrente giù da una cascata era molto più avvincente del canto e del solfeggio, della storia, della geografia, che la maestra ci insegnava a scuola. Feci le cinque classi elementari senza lode e senza infamia e al termine, superato l’esame di quinta, mia madre venne a parlare con la maestra, una genovese che aveva sposato un fiorentino e si era trapiantata a Firenze.

Si chiamava Cia, un diminutivo di Cecilia ed era una donna buonissima. Ci trattava tutti come suoi figli, dal momento che lei non ne aveva potuti avere. Dunque mia madre voleva sapere dalla maestra se fosse stato il caso o meno che io continuassi gli studi, nella fattispecie, le tre classi superiori che però si dovevano fare a Firenze. La maestra Cia, guardò mia madre un po’ sconsolata e ondeggiò il capo da destra a sinistra e viceversa. Mia madre capì chiaramente che io, di continuare a studiare, non ne avevo nessuna intenzione. La maestra consigliò mia madre di farmi ripetere volontariamente la quinta classe, cosa che io feci. La nostra scuola si trovava a metà del paese e dalla strada si saliva una bella scalinata in mattoni, che in inverno, con il gelo diventava come un bello scivolo di ghiaccio. Noi allora, anche se indossavamo gli scarponi con i chiodi, dovevamo stare molto attenti a non scivolare. Sopra questa scalinata c’era un bella pergola di edera che faceva un bel fresco durante l’estate.

Non mi ricordo moltissimo dell’edificio scolastico e della nostra classe. Ricordo solo che in un andito piuttosto ampio, c’erano due formelle di terracotta, due busti, che dovevano essere di uomini illustri dal momento che erano lì in bella mostra. Uno mi sembra fosse stato quello di Carducci, e quello io l’avevo sentito dire, ma l’altro quello del Botticelli (allora per me illustre sconosciuto), mi sono sempre chiesto chi mai fosse costui. Già il nome mi sembrava molto buffo, il nome di una persona grassoccia, una botticella appunto. Comunque non mi sono mai preoccupato di chiedere alla maestra delucidazioni in merito a tale personaggio. Però, a pensarci bene, anche la scuola aveva il suo fascino. A me piaceva, in modo particolare, il primo giorno di scuola. Pochi giorni prima che essa cominciasse, la mamma comprava tutto nuovo: la cartella che sapeva un buon profumo di cuoio, l’astuccio, le penne e i lapis che sapevano di nuovo. Il libro e i quaderni erano nuovi di zecca, non come alla fine dell’anno con tutte le pagine sporche ed arricciate. Non vedevo l’ora, quel giorno, di salire alla scuolina, anche per vedere se ci fosse stata ancora la nostra affezionata maestra, ma anche per vedere tutti i compagni, la custode Isolina, che da buona mamma ci ricopriva da tutte le marachelle che si facevano, il buon Beppino, suo marito, che spesso veniva nelle classi a riempire i nostri calamai con l’inchiostro. Poco prima di partire da casa, la nostra mamma, ci dava un’ultima occhiata per vedere se tutto era perfetto. Il grembiulino nero ben stirato, il colletto bianco ben inamidato e il fiocco celeste ben fatto. Attendevamo fuori della porta e, appena suonava la campanella, ci precipitavamo in classe per occupare i banchi di nostra preferenza. Spesso però la maestra ci cambiava di posto: “Tu non stare lì, vai accanto a Marcello, poiché tu sei vivace e lui è un bambino calmo state bene insieme”. Le mattine passate a scuola non sono mai state troppo pesanti. Si alternava lo studio alle lezioni e alla ricreazione e anche all’ascolto della radio. La maestra infatti ci faceva ascoltare la “Radio per le scuole”, che aveva funzione formativa per tutti gli alunni italiani. Di solito si ascoltava questa trasmissione nell’ora di merenda che le nostre mamme ci avevano messo nella cartella prima di partire. Ricordo i profumi di frittata, di mela, di mortadella, di marmellate contenute nei nostri panini e il desiderio nostro di arrivare a questo momento era davvero forte.

Poi andavamo un poco in giardino, poiché la scuola possedeva un giardino e un prato più ampio. La maestra ci faceva zappettare le aiuole, poiché esisteva fra le varie materie d’insegnamento una che si chiamava: Lavoro. Non mi piaceva zappettare le aiuole però lo dovevo fare, pena un brutto voto in pagella. La nostra classe era composta da ragazzi più o meno bravi e da ragazzi e ragazze molto diligenti. Mi ricordo di una in modo particolare, sempre precisa, sempre con i compiti ben fatti, sempre pulitissima alla quale non pendeva neppure una capello. Noi invece eravamo i più discoli e del bel grembiulino nuovo che ci aveva fatto la mamma all’inizio dell’anno rimaneva, dopo alcuni giorni passati nel giardino della scuola, un cencio che non sarebbe stato bello neppure se indossato da uno spauracchio. Ho ancora la foto di classe con questi amici e con le loro firme apposte sul retro. C’è anche la firma di questa bambina precisissima e bravissima, che noi sfottevamo un pochino e regolarmente sua mamma ci tirava le orecchie. Una volta la combinammo grossa. Io e altri amici, non certo fra quelli “migliori”, un giorno precedemmo questa povera fanciulla che era uscita dalla scuola e ci appostammo dietro una siepe. La fanciulla, di famiglia benestante, percorreva una strada in salita per tornare a casa, come al solito, tutta pulita, precisissima, con le treccine ben ordinate, e con la cartellina che teneva pari pari per la manina. Tutto a un tratto, noi discolacci, uscimmo fuori dalla siepe e gli sbarrammo la strada, con urla fortissime. Potete immaginare la poveretta, che rimase spaventatissima, si mise a piangere e andò a raccontare tutto alla mamma, la quale mise in atto tutta la sua “diplomazia” e le sue conoscenze, prete e maestra compresi, per farci punire.

LA DELIA POLIGLOTTA E I “TOMATEN”

In paese c’era una sola trattoria, ma molto caratteristica. Era gestita da una famiglia i cui personaggi erano molto coloriti, gentili e irascibili allo stesso momento. La Delia gestiva una trattoria, che era anche alimentari, piccolissima locanda e mescita

di vini e distributore di benzina.

Era una di quelle botteghe caratteristiche di campagna, con le cassette, con il vetro sul davanti, che facevano vedere all’interno i vari tipi di pasta, oppure il sale, lo zucchero e poi c’erano i vari vasi che contenevano varie cose: dai biscotti, alle caramelle, ai croccanti, insomma tutte ghiottonerie delle quali noi ragazzi andavamo pazzi. La Delia era un tipo particolare, di quelli che quando gli eri davanti era gentile e sorridente poi quando ti giravi, ti diceva piano, piano: “Ma vai a pigliartelo nel….”. Tutti noi che abitavamo vicino alla piazzetta andavamo dalla Delia a fare la spesa. Allora non esisteva, come si fa oggi, di prendere i generi alimentari e pagarli subito. C’era una specie di convenzione con le famiglie, le quali avevano un libretto e su questo venivano annotati, volta per volta, gli acquisti alimentari che si facevano. A fine mese venivano tirate le somme e ciascuna famiglia pagava per quanto aveva preso. Uniche eccezioni, per i pagamenti in contanti, erano le caramelle o altri dolciumi i quali venivano pagati con monetine spicciole. Durante il giorno noi chiedevamo alla mamma 50 o 100 lire per acquistare caramelle o chewing gum che noi, però, chiamavamo “cincingomma”. Spesso le caramelle che compravamo erano “stantìe”, cioé erano mosce, poiché non fresche. Allora ci capitava, quando andavamo con la mamma a fare la spesa, di dire alla Delia che le ultime caramelle acquistate erano stantìe. La Delia faceva finta di non aver sentito e magari faceva una bella risata e diceva: “Emma, ma che sagoma è il suo figliolo”. Poi quando ci giravamo per andare via, piano piano, diceva: “Ma vattelo a pigliare nel …..”. Ma la Delia era famosa anche come “poliglotta”, si fa per dire. Quando si fermavano degli stranieri, la cosa non era infrequente, anche perché la trattoria era posta sulla strada statale Bolognese e ancora l’Autostrada del Sole non era stata costruita. Quando gli stranieri entravano in bottega, sia che fossero tedeschi, inglesi, francesi ecc. lei chiedeva loro sempre la stessa cosa “Volere tomaten?”, che tradotto significava: “Volete dei pomodori?”. E se questi non capivano la Delia insisteva: “Tomaten?”, “Tomaten?”. Questi poveretti anche se non ci pensavano neppure ai pomodori, erano costretti a prenderli. La Delia e suo figlio non andavano d’accordo e capitava che litigassero spesso in bottega. Il figlio era più buffo di lei e quando litigava con la madre andava su tutte le furie, imprecava e la sua voce alterata si sentiva da lontano. Se a volte capitava di entrare in bottega in quel momento, magari con la mamma per fare acquisti, la Delia con aria sorridente, come non fosse successo niente, diceva a mia mamma: “Lo sa, Emma, che mio figlio è una sagoma, non è vero?” Poi quando andavamo via ricominciavano a litigare di santa ragione.

IL “PECINO” E I CUGINI DI UN METRO E NOVANTA

Uno dei personaggi più curiosi del paese. Lo ricordo soprattutto quando entrava nella sala cinematografica di Pratolino dove la gente stava assistendo al film in un silenzio di tomba. Quando entrava, e vedeva noi, seduti nelle prime file, il Pecino cominciava a urlare a squarciagola: “Manino hai un pettinino?” oppure qualche altra sciocchezza. Per dire la verità, lo scopo principale poiché andavamo al cinema non era quello di vedere il film, ma di fare quattro risate fra di noi. Un’altra volta portai con me il Pecino sulla mia Citroen “Due cavalli”, quella buffa macchina francese supermolleggiata che nelle curve di montagna pendeva come la torre di Pisa. Per farsi un po’ più bullo con delle ragazze che stavano passando sulla strada, salì sul tettuccio dell’auto e cominciò a cantare a squarciagola una canzoncina delle sue: “Spaghetti, vino, insalatina, una tazzina di caffé…una capomillina, un frognacchino…ecc:” Le ragazze cominciarono a ridere a crepapelle e il Pecino aveva raggiunto il suo scopo. Spesso si lamentava con la Delia, sua mamma, perché l’aveva fatto piccolo di statura: “E pensare che ho dei cugini di un metro e novanta”, diceva sempre, e poi, rivolgendosi alla Delia, con qualche moccolo, le diceva: “Delia, io t’ammazzo, perché mi ha fatto così piccino?”. La Delia che lo conosceva cominciava a ridere.

‘PIRULE’ E I “TURIDDI”

Pirulè, nonno del Pecino, nella conduzione dell’azienda e della trattoria aveva il compito del tuttofare. In particolare egli aveva il compito di erogare la benzina alle poche vetture italiane o straniere che transitavano per la Bolognese. Era un tipo buffo Pirulé, con un cappellino di quelli di stile tibetano, con la tesa larga e la parte superiore arrotondata. Spesso e volentieri lo trovavi a pompare la benzina e miscela per i motorini. Appena

arrivavano degli stranieri che manifestavano il desiderio di fermarsi alla trattoria, lui subito cominciava a gridare: “Delia, Delia, pocca madocca, c’è i turiddi”. La Velia scendeva giù e se questi dimostravano di voler acquistare o volersi fermare alla trattoria, li trattava con gentilezza, però la prima cosa che domandava sempre era: “Tomaten?” che significa “Pomodori?”. Se invece, si fermavano solo per chiedere informazioni, senza acquistare, quando passavano la porta diceva loro: “Accidenti a voi e a chi vi ci porta”. Se si fermavano a tavola, Pirulé si improvvisava cameriere. Era buffo il suo modo di servire la minestra. A parte la mano tremante, egli teneva la scodella con il palmo della mano e il dito pollice dentro la scodella, dentro la minestra calda. Ogni tanto si bruciava e lasciava cadere in terra ogni cosa. Quando non si scottava ai turisti arrivava una bella minestra condita con il pollice di Pirulé. A volte, dovuto al tremolìo della sua mano, versava tutta la minestra addosso ai malcapitati turisti, i quali spesse volte se ne andavano senza neanche pagare.

ETTORE E LE “SALACCHE” PROMESSE E MAI DATE

Ettore era il pollaiolo del paese. Portava un cappellino sulle 23 e il suo abito, il suo corpetto erano sempre coperti di piume di pollo. Aveva una faccia furba di quelle del vecchietto arzillo, sempre preso dal suo lavoro, che sapeva fare bene.

I polli li andava a comprare negli allevamenti in Romagna, vivi e belli grossi. Qui in paese c’era la lavorazione, alla quale erano occupate anche diverse donne. Quando il lavoro si faceva più pressante, ci chiedeva a noi ragazzi di dargli una mano. Però era furbo, ci diceva: “Se mi date una mano a pelare i polli vi prometto di darvi delle salacche”. Io, sinceramente, non sapevo cosa fossero queste salacche. Allora avevo la sensazione che fossero delle caramelle o dei dolcetti. Tuttavia queste salacche non arrivavano mai. Ripensandoci ora, con il senno di poi, salacche erano quella specie di sardine sotto sale, che si vendevano allora in grossi barattoli. Ma “salacche”, ripensandoci bene, potrebbe aver avuto anche il significato di botte, vale a dire schiaffoni o altro. L’espressione toscana “gli ho tirato una salacca sul viso” ha questo significato poco allettante. Chi lo sa se Ettore, quando ci prometteva le salacche, furbo com’era, non pensasse a questo secondo significato. Meno male che non ce le ha date, allora. Ma Ettore era buffo anche per un’altra cosa. Quando giocava a carte e toccava a lui “smazzare”, siccome aveva le dita callose, un po’ rattrappite, per lui era difficile “spiccicarle”, vale a dire separare l’una carta dall’altra. Allora con un gesto rotatorio metteva tutto il palmo della mano sulla bocca e con la lingua leccava tutto il palmo della mano e tutto il dito pollice fino alla punta e poi diceva: “Ovvia, s’ha ire?”, che significa: “Via, si comincia?

LO ZIO PRETE E LA PARTENZA A SCATTO (vedi foto iniziale)

Anche lo zio prete, in fatto di umorismo, non era da meno degli altri. Con l’avvento dell’era motorizzata, vale a dire con le prime Vespe e Lambrette, anche lo zio prete che da Ferraglia doveva scendere sempre giù in paese aveva pensato bene di motorizzarsi, infatti aveva comprato una delle prime Lambrette. Queste avevano delle ruote piccole piccole che avrebbero messo in difficoltà anche il più esperto guidatore che avesse voluto affrontare la salita o la discesa di Ferraglia, tutta ciottoli e buche, con curve pericolose.

Figurarsi lo zio prete, si sentiva insicuro, e tutte quelle asperità, spesso gli procuravano dei forti sbandamenti e delle cadute. Allora aveva inventato un modo di viaggiare tutto suo, molto caratteristico. Teneva le gambe aperte e con i piedi toccava continuamente il terreno, pedalando come se avesse avuto un monopattino. Più la salita si faceva ripida, più lo zio pedalava, per paura che la Lambretta si fermasse proprio sul più bello. Quando talvolta, la Lambretta perdeva i giri fermandosi, lo zio era veramente in difficoltà. Già gli riusciva male la partenza in pianura, figurarsi la partenza in salita. La cosa era davvero comica. Per ripartire egli usava una tecnica tutta particolare. Tirava tutto il gas e quando il motore era al massimo dei giri, per essere sicuro di ripartire, lasciava andare la frizione di scatto. La Lambretta si impennava, si scuoteva, come un cavallo imbizzarrito che vuole disarcionare il suo cavaliere, e dopo alcuni sussulti e varie sbandate il viaggio ricominciava. Queste “ripartenze” dello zio prete le sentivi e le vedevi anche da lontano, poiché il rumore era assordante e il fumo e la polvere occultavano del tutto la Lambretta e lo zio. La gente si guardava in giro e rideva di gusto dicendo: “Senti, è il prete di Ferraglia che riparte”.

LE PAROLE STORPIATE

E’ indubbio che nel paese si parlasse un toscano un po’ particolare. Si sa che in Toscana e se ci limitiamo ad alcune zone come i dintorni di Firenze o il Mugello in particolare possiamo osservare che esistono delle “isole” linguistiche particolari, che variano da zona a zona, da paese a paese. Ci sono dei vocaboli, detti in un paese, che magari in un paese vicino non li hanno neppure mai sentiti. E questo è il bello, questa diversità linguistica rappresenta un patrimonio culturale che sta sempre più livellandosi, anche per colpa, se si può dire, dei mezzi di comunicazione di massa come la radio e la televisione. Anche quella “c” aspirata che ci contraddistingue un po’ da tutte le altre regioni d’Italia va sparendo a poco a poco. E’ penoso sentire un toscano che pronuncia “casa” al posto di “’asa”. A me piace molto di più quest’ultima, anche se capisco sia più elegante parlare con la “c” ben pronunciata che con una “c” strascicata. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che questa caratteristica “c” toscana, è un ricordo, una eredità, che ci hanno tramandato le nostre antiche generazioni, e sembra proprio che questa “c” aspirata fosse propria del linguaggio etrusco. Tuttavia ci sono espressioni paesane, che non hanno niente a che vedere con l’etrusco. S’aire per Dobbiamo andare, Gnamo per andiamo, Un tu viensi per tu non venisti, Un vi stiede per non ci stette, e così la cosa potrebbe continuare per molto. Anche nel paese però c’erano due tipi di linguaggio, uno un po’ più evoluto, che veniva parlato dai paesani che vivevano nel paese, uno più arcaico e più buffo, parlato dai contadini che vivevano fuori del paese. Questi ultimi frequentemente non rispettavano le doppie consonanti, quasi volessero prendere una scorciatoia, e Poro è il porro, Tera la terra, Guera la guerra, Buro il burro e così via. Poi ci sono delle espressioni del tutto particolari che appartengono al vocabolario contadinesco: Cor’ella per dire che ore sono, Culizione per colazione, Scaizzo per scalzo, Sarcio per salice o salcio, Stianto per schianto, Stummia per schiuma, Sciabordare per mescolare e Sciabordito per indicare una cosa o una persona un po “rimescolata”. Stramutare va per spostare, Straporto per trasporto, Coittro per coltro, Mara per zappa, Costie per costà, Curatolo per curato, Aratolo per aratro, Boo o boe per bove, Treciolo per cetriolo, Capomilla per camomilla. Questi sono alcuni esempi del linguaggio paesano ed extra paesano di allora. Ripeto, oggi il linguaggio si va uniformando a quello di un fiorentino ingentilito, quello parlato dalle persone più colte, ma anche quello parlato nei mass media. Il nostro bell’avverbio “ora” spesso è sostituito con “adesso” e poi tutto il linguaggio diventa più ricercato: mio padre, mia madre al posto del bel toscano: mio babbo, mia mamma. Raramente si sente ancora dire il toscanissimo: “mi garba” per dire mi piace. Cascare diventa cadere, la nostra bellissima espressione “‘i tocco” diventa l’una o le tredici. Per quanto riguarda i vocaboli che derivano da parole straniere abbiamo: archemusse per alkermes, trence per impermeabile, barre per bar: i toscani non hanno molta simpatia per le parole forestiere e così le modificano a loro piacimento.

PIERINO, LA FARINATINA “SEMPLICE SEMPLICE” E “L’ALIA DI CONIGLIOLO”

A volte quando siamo a tavola e in mezzo a questa c’è un bel pollo arrosto fumante, capita di dover scegliere il pezzo preferito. Chi preferisce l’ala, chi la coscia, chi il petto. E si sa che c’è anche chi preferisce una parte particolare del pollo indicata generalmente come il “bocconcino del prete” che sarebbe poi la parte più arretrata dell’animale. Però capita che qualche volta in tavola al posto del pollo ci sia il coniglio o “conigliolo” come chiamano da queste parti. Si sa benissimo che i conigli non volano, ma nella fantasia dei bambini….”Pierino cosa vuoi, una coscia, il lombo, le costoline?” Gli chiedeva la mamma. “No mamma preferirei l’alia”. Rispondeva Pierino candidamente. “Tu vuoi sempre cose impossibili” replicava la mamma. Pietrino dispiaciuto rinunciava volentieri a questa sua assurda pretesa. Un’altra volta la mamma stava ai fornelli per preparare qualcosa ai figli. Pierino si era già messo a tavola. “Mamma oggi fammi una farinatina”. “Una farinatina? Va bene, come la vuoi questa farinatina?” “Fammela semplice semplice di quelle che piacciono a me”. Questo detto della farinatina semplice semplice in paese è diventata una delle frasi celebri. Quando uno vuole indicare una cosa semplice, spesse volte si aggiunge: “Semplice come?” e la risposta più ovvia è “Come la farinatina di Pierino”. Ecco come certi detti popolari passano alla storia.

LA MAMMA NON SI TOCCA…IL BABBO INVECE…

Si sa che nei paesi era tutto uno scherzo, quando andava bene, fra ragazzi.A volte, però, erano proprio questi ultimi che ne facevano le spese a scapito dei più grandi, poiché spesso se ne approfittavano. Ma anche fra persone adulte gli scherzi non mancavano, anzi erano molto frequenti. Il più delle volte però erano i grandi ad aizzare i più piccoli, giocando sul loro orgoglio, sulle loro capacità di dimostrare la loro mascolinità e anche di dimostrare la propria forza e il proprio coraggio. Magari andavano a stuzzicare proprio i tipi più fragili, più irascibili, dei veri e propri piccoli Braccio di Ferro. Quando due tipetti di questo tipo erano insieme a giocare un paio di grandi si affiancavano a loro e dicevano: “Scommetto che Bruno non ha il coraggio di toccare il naso a Giuliano”. Farsi toccare il naso, per sfida, per noi ragazzi significava un vero e proprio affronto, qualcosa che doveva essere risolto con un duello, che spesso e volentieri sfociava in una bella cazzottata. Quando il Tizio era stato aizzato e messo un po’ alla prova del proprio orgoglio replicava, dopo un attimo di esitazione: “Vuoi vedere se sono capace di toccargli il naso? Stai a vedere” e si avvicinava all’altro che era diventato paonazzo dalla vergogna e dalla rabbia di sentirsi così sbeffeggiato da un amico. Allora il malcapitato replicava, mostrando tutte e due i pugni e gonfiando il torace come un gallo da combattimento. “Vieni avanti e vedrai cosa ti succede”. “Credi che abbia paura?” Replicava l’altro e avanzava guardingo e con il braccio allungato per arrivare a dare una bella stropicciata di naso al compagno. L’altro immobile aspettava e minacciava con gli occhi e a parole di non avvicinarsi, pena…..Ma ormai non si poteva tornare indietro, chi l’avesse fatto sarebbe passato da codardo e sottoposto a una “fischiaiola”, alle risa e alle beffe dei ragazzi più grandi. Ma non appena uno dei contendenti aveva acchiappato il naso dell’altro, scoccava come una scintilla che fa deflagrare una bomba. I due cominciavano con una bella scazzottata e a darsele di santa ragione, con gran divertimento e accanimento da parte dei grandi che tifavano per l’uno o per l’altro. “Dai picchia qui, picchia lì, dagli sodo, fagli vedere chi sei”. I due si placavano, dopo brevi “round” come per la boxe, poiché esausti dalla fatica o nel caso che uno dei due si fosse fatto male. La maggior parte delle volte capitava che uno prendeva un bel “cazzottone” nell’occhio che gli diventava tutto nero. Quando gli altri amici lo vedevano con quest’occhio nero, naturalmente lo prendevano in giro dicendogli: “Però, picchia forte Tizio o Caio”. Altre volte il “match” si concludeva con un bel colpo ai denti e uno cominciava a sanguinare dalla bocca. Non era raro che uno dei due ragazzi cominciasse a piangere e corresse dalla mamma a farsi medicare, la quale, usciva fuori tutta infuriata e ne diceva tre o quattro al feritore e a coloro che avevano fomentato la singolar tenzone. Ma scazzottate belle e sode accadevano anche fra persone più adulte, le quali, spesso, riportavano spesso ferite anche più serie delle nostre. Per fortuna capitava, prima che il duello degenerasse, che alcune persone fra quelle più cazzute dividessero e trattenessero i litiganti, prima che questi passassero a maniere più spicce. Un altro tipo di scherzo che spesso ci coglieva impreparati era la “tira”. Questo gioco, se così si può chiamare, consisteva nel tirare giù i pantaloni a un malcapitato e tirargli il “pivellino” con tutta la forza. Potete immaginarvi come restava questa povera vittima che si vedeva circuito da quattro o cinque ragazzi, i quali, tutti insieme, lo bloccavano, lo gettavano a terra e di fronte a tutti, anche alle ragazzine, che ridevano soddisfatte, gli tiravano giù i pantaloni e gli facevano una bella “tira”, allungandoglielo di diversi centimetri. Questo quando andava bene. Quando andava male, prendevano anche gli “attributi” che uno ha sotto il “pivello” e li schiacciavano come due noci. Scherzi stupidi, se vogliamo, ma allora si rideva così, quando, naturalmente, non toccava a noi stare sotto. Un’altra cosa che noi ragazzi non sopportavamo era quella che uno dicesse una cosa qualsiasi contro la mamma dell’altro. Mentre le offese al babbo e ai fratelli e sorelle erano ben tollerate, le offese alla mamma non passavano sotto silenzio. “Dì quello che vuoi al mio babbo, ma non toccare la mamma sai…”. Oppure: “Casa hai detto di mia mamma?”. Se questo ripeteva l’offesa, si andava subito ai cazzotti. Quante cazzottate abbiamo fatto per difendere l’onore della mamma, e magari le nostre mamme, erano tranquille in casa e non ne sapevano neanche nulla. Però, quello che c’era di bello, volta saldato il conto a solenni cazzottoni o pedate negli stinchi o in altre parti più o meno proibite, noi tornavano ad essere gli amici di sempre, anzi più amici di prima. Subito dopo tornavamo a giocare insieme come niente fosse accaduto. Eravamo dei veri amici, per la pelle.

EMMA C’E’ “CORDO” (POLDO)?

Mio padre era un uomo buonissimo di quelli che, se lo sapevi prendere, si levava perfino la camicia per dartela. Unico difetto aveva un aspetto serioso di quelli che quando lo vedevi e lo guardavi negli occhi non dico che ti impauriva, ma ti metteva almeno un po’ di soggezione.

Per questo motivo i soliti del paese, quelli che mettevano il soprannome a tutti, compresa la loro mamma, lo chiamavano con l’appellativo di ”sceriffo”. Questo anche perché io avevo due sorelle più grandi di me e mio padre era un po’ geloso di loro, specialmente quando andavano a ballare nella pista di Alviero. Il più delle volte io venivo incaricato di seguirle a vista e di “riportare” ogni cosa sospetta alle autorità paterne. Bisogna tener conto che mio padre veniva da una famiglia patriarcale della Romagna Toscana, dove, per fare un esempio, andare a ballare, lo si faceva di nascosto poiché i vecchi, ma soprattutto il parroco del luogo, dicevano che era peccato. Mio, padre quando era giovane, non condivideva questo modo di vedere dei vecchi e si ribellava, tanto che quando gli altri andavano al vespro pomeridiano, lui andava a quelle feste improvvisate (oggi si chiamano “rave”, ma sono di tutt’altro genere) dove si ballava con la fisarmonica, spesso e volentieri nei castagneti, poiché nessuna famiglia di allora avrebbe ospitato una festa così disdicevole per quei tempi. La sera invece quando tutti, dopo aver detto il Rosario, andavano a letto, giovanotti compresi, lui si calava dalla finestra della sua camera e andava, come si diceva allora, “a fare l’amore”. Questo termine, allora, non aveva il significato che ha oggi, fare l’amore era anche intrattenersi pudicamente con una pulzella del luogo; oppure poteva avere il significato che ha anche oggi. Quando, a sua volta, mio padre ha avuto dei figli, non si è ricordato che anche lui era un po’ ribelle ed ha esercitato quella autorità che egli stesso aveva rifiutato. Dunque anche lui si poteva definire un tipo autoritario, ma non solo con le sorelle, un po’ con tutti.

Io però, da ragazzaccio qual’ero, avevo individuato nel suo carattere un punto debole, ed avevo scoperto che mio padre era sì autoritario, ma incostante. Questo significava che, quando avevo commesso una serie di marachelle, tanto da farlo uscire fuori dai gangheri, bisognava che stessi molto attento a non farmi prendere in quei momenti d’ira, altrimenti me le avrebbe suonate bene bene. Io, per l’appunto, sedevo a tavola proprio dalla parte opposta dove sedeva lui, ed essendo la tavola rettangolare, io sedevo a una certa distanza da lui, questo mi consentiva un certo margine di sicurezza per una eventuale fuga. Quando mia madre aveva “spifferato”, io guardavo attentamente mio padre e stavo attento ad ogni minimo movimento, anche degli occhi. Se proprio non era il caso, io non mi sedevo neppure a tavola, ma sostavo sulla porta che immetteva nella cucina. Mio padre delle sere schiumava di rabbia, poiché era stanco del lavoro, e poi gli toccava sentire tutte le lamentele della mamma: “Tuo figlio ha fatto questo e quell’altro e tu lo lasci fare, non gli dici mai nulla, non lo rimproveri, non lo castighi, ecc.”. Mio padre che era di indole buona non amava per nulla castigarmi, anche perché forse si ricordava come era stato lui. Quando mia madre incalzava con le lamentele allora accennava due o tre volte ad alzarsi e a rincorrermi. Ma io avevo uno scatto molto più veloce del suo e siccome lasciavo per sicurezza il portone di casa aperto, il più delle volte gli sfuggivo di mano. Finito di mangiare, sentito il giornale radio della sera, mio padre andava a letto, spossato dalla fatica. A questo punto entrava in gioco quella peculiarità del suo carattere: l’incostanza, vale a dire passato quel momento di rabbia, mio padre non era capace di tenere la rabbia al giorno dopo. Allora io andavo tranquillamente a tavola, poiché sapevo che mio padre si addormentava subito, e magari subivo una piccola punizione da mia madre, che era molto più all’acqua di rose, ad esempio una mestolatina con il mestolo da cucina. All’indomani mio padre si alzava presto per andare al lavoro e non si ricordava più di niente, la rabbia gli era passata del tutto. Naturalmente io me ne approfittavo di questa situazione, e con il senno di poi, penso che mio padre avrebbe fatto bene a svegliarmi la mattina, prima di andare a lavorare, e darmi una punizione anche piccola, questo mi avrebbe insegnato molte cose. Una volta però non mi andò bene e quel gioco delle fughe non ebbe successo. Non so come, ma mio padre mi colse di sorpresa e ormai stava per agguantarmi. Benché avessi avuto uno scatto felino, mio padre ormai era in corsa e io ancora quasi fermo, e sicuramente mi avrebbe raggiunto. Allora in quegli attimi fulminei nella mia mente escogitai di non prendere il lungo corridoio che portava al portone d’ingresso, ma di virare bruscamente verso il bagno per chiudermi dentro. Mio padre intuì che quella sera la preda gli era a portata di mano. Infilai nel bagno, mi chiusi dentro e poi con un salto raggiunsi il finestrino che dava su un ampia terrazza di nostra proprietà. Il finestrino però era piccolo, e io vi rimasi un po’ incastrato, cosa che mi fece perdere degli attimi preziosi. La porta del bagno era fatta di assi abbastanza fini. Mio padre, che aveva una forza notevole, l’abbatté con un pugno e della porta non rimase che la cornice. Mio padre, mi prese per le gambe, mi tirò giù dal finestrino e tirò giù anche i miei pantaloni, poi si levò la cinghia e potete immaginarvi i miei poveri glutei, tutti arrossati come peperoni. Mio padre si rifece delle molte sconfitte che aveva subito nel passato. Questo suo carattere austero doveva fare un certo effetto anche al mio amico più intimo Bruno, il quale, si guardava bene dall’entrare in casa mio quando c’era mio padre. Mio babbo si chiamava Leopoldo, ma tutti, compresa mia madre lo chiamavano Poldo o Pordo alla toscana. Bruno invece che era piccolo non sapeva chiamarlo con il nome giusto e lo chiamava Cordo. Si affacciava alla porta di casa e chiamava mia mamma: “Emma c’è Cordo?”. Se mia mamma gli diceva di no, lui entrava e giocavamo insieme, altrimenti se c’era mio babbo, scappava via talmente veloce che non gli si vedevano neppure le gambe.

IL “GALLIONE” (*) DETTO ANCHE “BASACCO”

Non si tratta di un gallo o di un’altra bestia, questo era semplicemente un soprannome. Derivava dal fatto che questa persona divideva le persone del paese in due categorie: i “gallioni” che erano coloro che avevano una certa dimestichezza con le donne e i “capponi” che non ne avevano affatto. Per questo paesano, alto imponente, forzuto, se uno era un cappone voleva dire, nel termine che usava lui, che era poco “afficato”. Era questo Gallione un uomo semplice e simpatico, che sorrideva sempre ed aveva la battuta sempre pronta. Il Gallione, come tutti in paese, veniva la sera al bar a rigenerarsi un po’ dopo una lunga e faticosa giornata di lavoro. Ai giovanotti un po’ attempatelli, quelli che ancora non avevano trovato una donna diceva spesso: “Sbrigati a trovare una donnuccia, poiché mi sembra che tu stia per andare in seme”. A noi ragazzi, studenti, faceva sempre una sorta di prova per vedere se eravamo intelligenti o meno e in modo particolare se sapevamo la matematica. Ci proponeva spesso questa specie di quiz: “In una stalla c’è una “tioccia” (chioccia) con 10 uova da pulcino, entra il “boo maritto” (bove di destra) e ne stiaccia 5. Quante ve ne rimane?”. Noi dicevamo apposta sette, sei, tre, mai la risposta giusta per farlo contento e per permettergli di dirci che non eravamo forti in matematica.

(*)  Il “Gallione” alias “Basacco” divideva tutti noi ragazzi e attempatelli  in “afficati” e “poco afficati” (portati o meno per le donne).

LE BARCHETTE CON I GUSCI DI NOCE

Ora, come allora, quando venivano forti temporali, dei veri e propri diluvi, le strade diventavano dei fiumi e le fogne non riuscivano a contenere una quantità di acqua superiore alla loro capacità. Le fogne stradali quelle a cielo aperto e poco profonde venivano chiamate da noi in gergo “azzanelle” nome che deriva da zana o zanella che significa culla. Queste infatti erano semirotonde come una culla di un bambino. Quando la pioggia si abbatteva gagliarda sul paese noi ragazzi eravamo tutti contenti, poiché anche questo ci permetteva di giocare. Noi aspettavamo che le “azzanelle” si riempissero per bene e che l’acqua scorresse a grande velocità per tirare fuori le nostre piccole barche. Talvolta erano delle vere e proprie piccole imbarcazioni, con tanto di vele, che avevamo costruito con le nostre mani. Quando non avevamo le barchette correvamo in casa dalle nostre mamme, che avevano quasi sempre un panierino di noci di riserva. Le noci prendevano il posto della frutta, quando questa non c’era. Con un coltello dividevamo in due le noci, mangiavamo svelti svelti l’interno, e queste due semicalotte diventavano due splendide barchette pronte per i nostri giochi sull’acqua. “Non bagnatevi i piedi”, ci raccomandavano i nostri genitori. Noi usavamo queste barchette fatte con le noci per fare le gare. Le facevamo partire dalla piazzetta alla pari e le lasciavamo scorrere nella corrente. Dovevamo seguirle di corsa ed essere bravi a riprenderle prima che raggiungessero la terrazza del Meschiari, dove c’è una fogna che le avrebbe inghiottite.

IL CARROARMATO CON I ROCCHETTI E I SOLDATINI DI PIOMBO

Tutto veniva usato e tutti i materiali venivano riciclati per giocare. I rocchetti della mamma che usava per cucire, il cosiddetto “filoforte”, quel filo resistente che veniva usato per rammendare i calzoni, sempre rotti, erano un’ottima base di partenza per costruire i carrarmati. Certamente questa non era una cosa che avevamo inventato noi, probabilmente il gioco era vecchio di chissà quanto, però a noi piaceva. Infilavamo un elastico nel buco del rocchetto e questo veniva fermato ad una estremità da un bastoncino corto, mentre all’altra estremità da un bastoncino più lungo, che serviva anche come punto di appoggio al rocchetto affinché questo potesse muoversi, proprio come fanno i carrarmati. Fra questo bastoncino e il rocchetto veniva messo un tondino di candela, dentellato da una parte. Noi giravamo questo bastoncino collegato all’elastico, in sostanza davamo la carica a questa specie di mezzo che nella nostra immaginazione corrispondeva a un mezzo blindato. Bisogna tener conto che il ricordo della guerra con i Panzer tedeschi e i mezzi americani era molto vicino. Pur essendo stato molto piccolo, mi ricordo un giorno della sosta di questi enormi mezzi cingolati o meno, che si erano fermati a Fontebuona ed erano scesi soldati bianchi e di colore che non parlavano la nostra lingua, che a noi parevano degli estraterrestri. Quel giorno si fermarono anche molti camions e altri mezzi militari fra i quali le famose Jeep usate, mi sembra, dai Marines. Ritornando al nostro rocchetto “armato”, lo facevamo muovere e improvvisavamo delle ipotetiche battaglie mettendo in campo anche i nostri soldatini di piombo. La nostra giovane età, la nostra innocenza, non ci permetteva di tifare per gli americani o per i tedeschi, per noi allora i soldati erano tutti uguali.

LE SIGARETTE DI CARTA GIALLA E DI VITALBINE

La guerra, gli americani con le stecche di sigarette, le cioccolate e tanta miseria della popolazione. Però tutti fumavano e tutti volevano fumare le sigarette americane, che dicevano, erano di qualità migliore delle nostre nazionali. Forse, in mancanza di meglio, tutti si erano accaniti in questo vizio. Il fumo di una sigaretta era diventato un modo di evadere dai problemi di ogni giorno. Le fossette ai lati della strada erano tutte cosparse di mozziconi di sigarette. Noi ragazzini andavamo a cercare questi mozziconi, dette “cicche”, per i grandi, ma specialmente per i vecchi che ne ricavavano il tabacco per fumare con la pipa. Per questo servizio, talvolta ci davano qualche spicciolo per comprarci le caramelle. Però, come tutti i bambini, volevamo emulare i grandi, anche nel fumo. Sapevamo che il tabacco era dannoso alla salute, specialmente per noi ragazzi, per questo, escogitavamo un ripiego, vale a dire fumavamo dei surrogati del tabacco. Per fare questo bisognava che ci nascondessimo alla vista dei grandi, poiché questi l’avrebbero raccontato ai nostri genitori. I posti preferiti per le nostre fumatine erano sotto il ponticino della Cappellina, il quale dalla parte del paese era tutto ricoperto di frasche, in Vigna Vecchia, fra i filari delle viti, e ai Campini. Il più delle volte fumavamo la carta gialla, quella carta con la quale si incartava lo zucchero, le aringhe, ma anche la pasta, il pane. Era questa carta gialla, fatta dalla paglia, si notavano infatti le pagliuzze incollate. Si arrotolava la carta gialla, fino a farla diventare della grossezza di una sigaretta e poi l’accendevamo con i fiammiferi di legno, che qui chiamavano “zorfini”, poiché quando si accendevano emanavano un forte odore di zolfo. Mi ricordo che ognuno di noi faceva una tirata, o meglio dicevamo un “peo”, seguito spesso da un forte colpo di tosse. Ci sembrava allora di essere degli adulti e la cosa ci gratificava molto. Quando non avevamo a disposizione la carta gialla, specie durante l’inverno,

usavamo i bastoncini secchi delle vitalbe. Queste erano delle piante che abbondavano nelle siepi e seccavano col sopraggiungere della stagione invernale. Dentro questi bastoncini avevano un piccolo foro che lasciava passare il fumo. Anche il fumo di queste vitalbe era molto forte tanto da farci tossire ripetutamente, ma il piacere di sentirci grandi era più forte.

LA GARA DEL TIRO DI CACIO

Ogni paese, ciascuna cittadina ha le proprie usanze, le proprie feste civili e religiose. Qui a Fontebuona il primo giorno dell’anno, dopo che nelle famiglie si era pranzato con del buon cappone lesso, e magari, come in casa nostra con dei cappelletti in brodo, gli uomini si radunavano per l’annuale gara del tiro del cacio. Questa gara si giocava lungo la strada, la Via Bolognese, appena fuori del paese, un po’ prima che la strada cominci a salire rapidamente, fra le località La Fora e il Lello. Il gioco si poteva fare sia con le forme di cacio pecorino, se queste erano ben dure e stagionate, oppure con le ruzzole, ricavate da tronchi di quercia ben stagionati, se la forma di formaggio non era abbastanza dura. Era questo un gioco di potenza, ma anche di abilità. Gli uomini che vi partecipavano, e a questo gioco prendevano parte i più forzuti, dovevano tirare la forma o la ruzzola di legno il più lontano possibile. Gli uomini si legavano intorno al polso un lungo nastro e questo veniva passato più volte intorno al cacio o alla ruzzola. Il partecipante prendeva una lunga rincorsa e arrivato a una linea che si era tracciata in terra, questi doveva scagliare la forma non oltrepassandola. Quando il tiratore arrivava alla linea, si doveva fermare di botto, allora il giocatore, con un gesto caratteristico alzava la gamba, facendo alcuni passi a zoppettino per non oltrepassare la riga. Prima di scagliare il formaggio il partecipante teneva ben serrato il cacio nella mano, con il pollice da una parte e le altre quattro dita dall’altra. Allentava la morsa e il cacio cominciava a srotolarsi dal nastro, il quale imprimeva alla forma un forte movimento rotatorio, che unito alla spinta del braccio, lo faceva balzare a gran velocità lungo la strada che conduce al Miglio. Talvolta capitava, in virtù dell’effetto, che il tiratore aveva impresso alla forma, che questa superasse il tratto di strada in diritta, poi la prima curva, e forse anche una seconda e una terza. Qui, appunto, stava l’abilità del tiratore, cioè, quella di calcolare nel tiro l’effetto, vale a dire “lo sguancino”, che in gergo significa piegare la forma o la ruzzola di un certo numero di gradi. In questo caso l’effetto prodotto era quello di superare la prima curva, la seconda e così via. Allora ai lati della strada non c’erano le barriere metalliche (i guard-rails) come ci sono oggi, al loro posto c’erano i “colonnini” una sorta di pilastri in cemento, rinforzati con tondini di ferro. Se il tiratore non aveva dato lo “sguancio” giusto, la forma di cacio andava a schiantarsi contro uno dei colonnini della prima o della seconda curva. Noi ragazzi eravamo molto interessati a questi “impatti”, che inevitabilmente riducevano la forma di cacio in vari pezzi. Gli uomini correvano subito per recuperare i pezzi di cacio, ma noi che eravamo ragazzi, correvamo più forte di loro e tanti buoni bocconcini di cacio andavano a finire nelle nostre bocche, sempre affamate. Devo dire che quel formaggio era veramente squisito.

IL “RASPA” E LE CARTUCCE A FORMENTONE

C’è un detto: “Contadino scarpe grosse e cervello fino”. Ed è vero. Purtroppo nella nostra campagna contadini non ce ne sono più, specialmente a Fontebuona, dove l’esodo nella città è stato massiccio. Alcuni giorni fa recandomi a Ferraglia, mi sono fermato per alcuni attimi a circa 2-300 metri dal paesino, sulla stradina, una volta sterrata, ora asfaltata, che conduce a Caselline. Qui mi sono imbattuto in una situazione che mi ha fatto tenerezza. Si è fermata un’auto dalla quale sono scesi un giovane che aveva in mano una telecamera e un vecchietto arzillo, un po’ grassoccio. Il vecchietto si era messo in posa davanti alla staccionata e si faceva riprendere da questo giovanotto. Anzi, il vecchietto faceva un po’ da regista, e indirizzava il giovane nelle riprese. Gli diceva: “Riprendi qua, riprendi là, riprendi il Cerreto, Risercioni, ecc. Io l’ho guardato bene in viso, supponendo che tale persona,

conoscendo tutti quei luoghi a menadito, fosse stato, anche lui, uno del posto. Ho guardato bene i suoi occhi e ho notato che un grosso luccicone gli scendeva sul volto segnato dalle rughe. Mi sono avvicinato, e gli ho chiesto se fosse del luogo: “Sono il contadino che abitava quel podere a Cerreto, circa 40 anni fa” e dicendo questo, mi ha detto anche il suo nome e cognome e che ora abitava nei dintorni di Firenze. Anch’io gli ho detto il mio nome e che ero il nipote del prete di Ferraglia, il prete che abitava nella chiesina che aveva proprio davanti agli occhi. “Lei è il nipote del prete di Ferraglia? Si, si, ora mi ricordo. Allora, lei è il figlio di Poldo, il calzolaio, quello che veniva a lavorare anche da noi, a riparare le scarpe?” Il vecchietto era venuto quassù a Ferraglia per rivedere e per rivivere anche per un solo attimo i suoi vecchi posti, la sua casa, ora trasformata in villetta, il fienile, i suoi campi, il panorama sul Mugello, che quassù è superbo e spazia per buona parte della vallata fino ai monti di Firenzuola e oltre. Forse, data la sua età avanzata, ha voluto con quella ripresa cinematografica portare a casa un ricordo per tirarlo fuori nei momenti più tristi, più nostalgici, forse per quando sarà ancora più vecchio e non potrà più muoversi. Questi erano i nostri contadini, persone dure all’apparenza, ma con l’animo tenero di un bambino, persone semplici e sagge allo stesso tempo. Si alzavano all’alba con il canto del gallo, andavano a lavorare nei campi e vedevano, giorno dopo giorno, il miracolo della natura che fa germogliare un chicco di grano, che fa fiorire una siepe o un pesco o un melo, oppure che fa nascere dal ventre della madre un vitellino. L’uomo di oggi, massificato e mortificato dai mass-media, tempestato e direi quasi violentato dalle informazioni, dal TG5, dal TG1, ecc, dagli apparecchi radio, da internet, ha perso questo contatto con la natura e ha perso di conseguenza quella sensibilità che avevano i nostri contadini. L’uomo di oggi, spesso, è deprimente dirlo, non riesce più a vedere nemmeno la bellezza del creato, tanto è annebbiato dalle esigenze della vita che, spesso e volentieri, non sono primarie ma del tutto voluttuarie. Il contadino, invece, nella sua saggezza, conosceva il tempo e le stagioni meglio di un meteorologo. Sapeva quando doveva seminare, quando doveva potare, quando doveva dare a “frutto” la mucca per fare i vitellini. Il contadino, che tanti allora giudicavano un sempliciotto era una persona intelligente e umile, che ascoltava molto prima di parlare, tanto grande era la sua modestia. Se ogni tanto diceva qualche “sfondone”, non era altro che una maniera sottile di prendere per il bavero tutti coloro che non condividevano il suo modo di vivere. Anche il Raspa, il contadino che viveva nel podere detto il Canapaio, ascoltava e giudicava e poi, a modo suo, emetteva la sentenza. Egli, una sera, venne tranquillo tranquillo al bar e si mise, come al solito, ritto in mezzo alla stanza con le braccia che gli penzolavano e con la schiena ricurva. Dopo aver sentito tante chiacchiere dai cacciatori e anche tante bugie, fece questa dichiarazione: “Oggi ho preso una lepre di trenta chili che misurava un metro e mezzo”. All’inizio iniziarono tutti a guardarlo come se fosse stato matto, poi siccome lui insisteva nel dare ragguagli, la rabbia, l’invidia e il senso di inferiorità cominciarono a farsi strada fra i cacciatori più esperti. Il Raspa continuava: “La lepre correva più di un cavallo, ma io ho saputo come fermarla, senza ucciderla”. Un certo Carlino, un cacciatore bravo, uno che dava del “padellone” a tutti, disse stizzito: “Allora dicci come hai fatto a prenderla, quante cartucce hai sparato?”. “Solamente due colpi” rispose candidamente il Raspa. “La prima cartuccia che ho sparato mi è servita per fermare la lepre, cartuccia che avevo caricato a formentone. Appena il leprone si è fermato a mangiare il formentone ho sparato il secondo colpo, una cartuccia caricata a sale. Questa l’ho sparata sulla coda della lepre, che subito si è immobilizzata, per l’effetto che ha prodotto il sale sulla coda dell’animale. Poi l’ho messa dentro un sacco e l’ho portata a casa”. Tutti naturalmente risero e gioirono del fatto che una lepre di tale dimensioni esisteva solo nella fantasia del Raspa.

LA FONTE “DEL PRUNO”

Nessuna casa allora, parlo dell’immediato dopoguerra, aveva il privilegio di avere l’acqua corrente in casa. Ci poteva essere qualche eccezione, ma io penso che queste si potessero contare con le dita di una mano. Poi l’impianto idrico fu esteso a tutte le case. Fra queste eccezioni c’eravamo anche noi. Il nostro stanzone, così chiamato per la sua estensione, faceva parte della Posta Granducale e in questo locale vi erano appunto le “poste” dei cavalli, vale a dire, delle parti recintate di stalla nelle quali alloggiavano i cavalli, da qui il nome di “postieri”, cioè gli stallieri addetti ad accudire i cavalli. I cavalli venivano sostituiti ad ogni posta, affinché questi fossero sempre freschi per affrontare lunghi tragitti. In un angolo del nostro stanzone c’era una fontanina, con un piccolo lavabo al disotto, che era antica almeno quanto le poste granducali. Da dove venisse quest’acqua non lo so, ma è probabile che facesse parte dell’acquedotto dell’annessa locanda granducale, poi trasformata in villa. Noi tuttavia non ne facevamo molto uso. Nella piazzetta c’era il fontanello pubblico, quello che serviva per le necessità domestiche, vale a dire per lavare le stoviglie e per i servizi igienici. Questi ultimi erano molto primitivi. Il bagno lo si faceva in una tinozza con l’acqua riscaldata nel paiolo del caminetto e sulla cucina economica. La tazza del cesso, ora chiamata “water-closet” (noi italiani siamo un po’ esterofili quando si tratta di definire cose delicate) così come è oggi, allora nei paesi non esisteva. La vecchia latrina era come una panchina, sulla quale ci si sedeva, e in mezzo alla quale c’era un buco, più o meno largo, collegato ad un tubo che immetteva direttamente nel pozzo nero. Non essendoci, come nei WC moderni una intercapedine di acqua che fa la funzione di sigillo, è chiaro che queste latrine emanassero degli odori non proprio piacevoli per le nostre narici, allora, non proprio raffinate. Per ovviare un po’ a questo inconveniente, tenevamo una brocca piena di acqua che versavamo dopo i bisogni. A copertura della latrina c’era un tappo di marmo, con un manico in metallo, che serviva per coprire il buco nei momenti di inattività. C’è da notare inoltre che allora non esisteva la carta igienica per la pulizia del fondo schiena. I giornali, le riviste, i fotoromanzi appena letti venivano destinati a questo scopo, cioè a quello di fungere da carta igienica. In alcune case di contadini, o case più povere delle nostre, ho notato che tenevano degli stracci attaccati a un chiodo e ognuno cercava la parte più pulita, se si trovava, per pulirsi. Quando arrivò la televisione e con essa la pubblicità anche dei rotoli di carta igienica, la cosa ci sembrò molto buffa, una trovata per persone troppo raffinate, tanto eravamo abituati alla carta di giornale. Nel gabinetto o latrina, non esisteva neppure un lavandino, ma solo uno specchio e una mensolina sulla quale tenevamo il rasoio, quello a lama, e più tardi la macchinetta con le lamette. Queste erano a doppio taglio e venivano inserite in questa macchinetta e serrate a seconda del tipo di taglio, più o meno a pelle, della barba. Le marche delle lamette erano Gillette, Bolzano e c’era anche una lama chiamata Bartali. La mattina ci lavavamo nell’acquaio della cucina, versando dell’acqua fresca dalla mezzina di rame dentro una catinella di metallo smaltato. Per lavarsi le gambe e i piedi c’erano delle tinozze chiamate “bagnapiedi”. Mia mamma ogni tanto mi ci infilava a forza, poiché io ero come i gatti, l’acqua non mi piaceva molto, almeno quella della tinozza e del bruschino. Amavo invece tanto l’acqua dei fiumi, dei borri, delle serrine e soprattutto l’acqua del “toro” di Tagliaferro, dove l’acqua era abbondante e bella profonda. Questo ci permetteva di fare dei tuffi, che erano delle vere e proprie acrobazie: a capriola, a capofitto, in piedi, ecc. Si può dire che io ho imparato a nuotare proprio qui a Tagliaferro, quando ero ancora ragazzino e andavo accompagnato dal fratello più grande. A lato dell’acquaio si teneva anche l’acqua da bere e vi si attingeva con un romaiuolo di rame o d’alluminio. Sempre nell’acquaio venivano lavate le verdure: radicchio di campo, insalate, zucchine, cetrioli, ecc. in appositi recipienti. La biancheria, il vestiario e gli indumenti personali venivano lavati con un sistema particolare, dentro una conca di ceramica. Tutti i capi da lavare venivano messi dentro questa conca, cosparsi con della cenere e della soda, e riempita d’acqua, così i panni venivano lasciati a mollo per diverse ore. L’acqua di scarico veniva chiamata ranno, una sorta di composto chimico che veniva usato anche per confezionare un tipo di olive, quelle appunto sotto ranno. Poi i panni venivano recuperati e portati al lavatoio pubblico, che nel caso nostro era proprio a due passi da noi, e anche questo lavatoio non era altro che l’abbeveratoio dei cavalli della posta granducale, il quale poi era stato trasformato in lavatoio. Qui le donne sbattevano con grande fatica fisica, sciacquavano, intorcigliavano i panni per liberarli dai residui del ranno, che avrebbe avuto una funzione abrasiva nei loro confronti. Per bere a tavola usavamo quasi esclusivamente l’acqua di sorgente. La sorgente per eccellenza di Fontebuona era la cosiddetta Fonte del Pruno. Questa scaturiva perennemente dalle falde del Poggio Conca in località Bicchi, uno dei quartieri del paese, che dista circa 500 metri dalla piazzetta. Nel paese, verso Bicchi c’era un continuo via vai di persone, donne, uomini, giovani, vecchi, tutti con le mezzine, fiaschi e bottiglie in mano per approvvigionarsi d’acqua a questa freschissima sorgente. Per arrivare alla sorgente, si passava per un viottolino fresco ombreggiato da siepi e da alberi. Dopo una trentina di metri, in una specie di grotta naturale, formata da grossi macigni, scaturiva un rigagnolo d’acqua talmente fresca che a malapena ci si teneva le mani sotto. Noi usavamo quest’acqua, nelle calde serate estive con la “magnese”, sotto forma di fiocchi dolciastri, per farne una bibita effervescente e deliziosa, che gustavamo qui alla Fonte del pruno, oppure a casa. Con l’acqua fresca poi preparavamo dell’acqua da tavola, con delle bustine, la famosa acqua Idrolitina, un’acqua che unita alla freschezza, sembrava avesse anche degli effetti digestivi. Questa acqua mineralizzata, o acqua “sci sci” come alcuni la chiamavano (forse una storpiatura dell’acqua francese Vichy), la trovavi in tutte le tavole del paese e accompagnata al vino lo rendeva particolarmente gustoso e dissetante. Alle bottiglie portate dalla Fonte del Pruno e posate in tavola, si formava, per contrasto di temperatura, una patina di fresco, quasi glaciale, che sembrava volesse dirti: “Bevimi, bevimi”. Io avevo spesso l’incarico, uno dei pochi quotidiani, di andare alla Fonte del Pruno con fiaschi, bottiglie e qualche volta con i secchi. Nelle ore di punta del giorno e della sera, vale a dire poco prima di pranzo e poco avanti la cena, c’era molto affollamento presso questa sorgente e spesso eravamo costretti a fare la coda. In attesa del nostro turno, parlavamo del più e del meno: di ciclismo, di calcio, della scuola, ecc. Più tardi, vicino alla strada nazionale, furono fatti i lavatoi per comodo delle donne del luogo e l’acqua fu convogliata per alimentare gli stessi, pur mantenendo attiva la sorgente nel luogo originario. Questa fonte era conosciutissima per le ottime qualità e molti venivano anche da fuori paese a rifornirsi. Oggi, per varie vicissitudini, la fonte del Pruno non gode più questa notorietà, anche perché l’acqua potabile è stata portata da tempo in tutte le famiglie. Inoltre, insediamenti abitativi sono stati realizzati nei pressi della sorgente, senza tuttavia pregiudicare la sua purezza. Non essendo la stessa compresa fra le acque periodicamente controllate, il Comune di Vaglia ha fatto apporre sopra la sorgente un cartello: “Acqua non potabile”.

LE ZUCCHE E LA “MORTE SECCA” (*)

Le zucche, come gli altri ortaggi, che in estate abbondavano negli orti di Fontebuona, avevano un’importanza primaria nell’alimentazione delle famiglie d’allora. Si può dire che non ci fosse famiglia che non avesse il suo orticello. C’è chi l’aveva sotto casa e chi ancora doveva fare qualche passo per raggiungerlo, però diciamo che in linea generale gli orti si trovavano vicino al torrente Carza, soprattutto per motivi di ordine idrico, poiché un orto vicino al torrente si poteva annaffiare con più facilità. La zucca è una pianta molto generosa e quando comincia a “produrre” zucchine non finisce più. Come pianta richiede una annaffiatura abbondante e poca manutenzione. C’era un detto paesano sulle zucche: “Come disse il contadino alle sue mucche, quest’anno poche foglie ma che zucche!” Il detto avrebbe anche un significato nascosto, certe volte si alludeva alle “zucche” dure di certe persone che non capivano o facevano finta di non capire. Le zucche con le frequenti annaffiature e con il passare dei giorni diventavano grosse, andavano in seme e di conseguenza non erano più adatte al consumo alimentare. Dalle stesse però venivano ricavati i semi i quali venivano essiccati al sole e messi sotto sale e riposti in dei barattoli di vetro per essere poi mangiati anche nella stagione invernale. Però le zucche, quelle più belle, noi ragazzi le usavamo anche per un altro scopo: la “morte secca”. Questo era un gioco divertentissimo che aveva lo scopo, secondo la nostra immaginazione infantile, di fare paura alle persone. Andavamo a scegliere nell’orto la zucca più bella, la tagliavamo in cima, facendo una specie di cappellotto, poi con un cucchiaio vuotavamo la zucca dalla polpa e dai semi. Una volta vuotata la zucca, praticavamo dei fori, in modo tale che somigliassero a un volto umano: due triangolini per gli occhi, un triangolo allungato per il naso, e una mezza luna messa in orizzontale per la bocca. Poi aspettavamo che venisse la sera e con il buio, mettevamo all’interno della zucca una candela e l’accendevamo. La zucca, nella notte, assumeva un aspetto sinistro, pareva di vedere un mostro o un fantasma con gli occhi fiammeggianti dai quali uscivano fumo e lampi di luce. Allora la notte era ancora avvolta di questi misteri, di presenze fantastiche, di voci misteriose. Erano i ricordi ancestrali che affioravano alla mente della gente di allora, fatti misteriosi che venivano tramandati oralmente di padre in figlio, questo immaginario fantastico della gente di allora tardava a morire. La zucca rappresentava il teschio, la morte insomma. Con questo gesto noi dissacravamo il sacrosanto timore della morte, che non ci appariva più nefasta e tragica, ma con gli occhi luminescenti e la bocca sorridente, come le Gorgoni rappresentate sulle antefisse murali dai nostri antenati etruschi. La zucca era anche il simbolo delle streghe, che con il loro aspetto arcigno, con i capelli sciolti al vento e col loro strano modo di vestire, volavano cavalcando una vecchia scopa. Noi mettevamo queste zucche dalle fogge più varie sul muretto della strada, convinti che le persone che vi passavano si spaventassero alla loro vista. Alcuni paesani quando le vedevano, si soffermavano e dicevano: “Che paura! Meglio scappare”. Ma era solo un modo per accontentare noi ragazzi che ridevamo di gusto.

(*) Era questa una tradizione celtica tramandata nei secoli e noi ragazzi la praticavamo già molti anni fa, molto prima che si diffondesse anche qui in Italia la festa di Halloween.

LA CANNA “LADRA”

Quando la frutta nei campi dei contadini, e in modo particolare l’uva, cominciava a essere matura, noi ragazzi che eravamo in perenne girovagare per i campi e per i boschi, avevamo ripreso una vecchia usanza paesana: quella della canna ladra. Siccome i frutti più belli e più maturi erano in alto per arrivarli dovevamo arrampicarci sulla pianta. Ma talvolta questo poteva essere pericoloso poiché il contadino era in agguato, nascosto da qualche parte, per fare la guardia ai suoi frutti. Se il contadino ci avesse sorpreso sulla pianta sicuramente i colpi della sua frusta si sarebbero abbattuti gagliardi sui nostri poveri polpacci nudi. Per questa ragione era meglio rimanere a terra, pronti a scappare per ogni evenienza. Per arrivare i frutti usavamo la canna ladra. Questa era una canna comune, alla cui estremità veniva fatto un taglio di circa 15-20 cm. Le estremità tagliate venivano divaricate in modo che questa diventasse una specie di pinza. Fra le due estremità allargate ponevamo uno stecco in modo che la pinza rimanesse allargata. Quando questa toccava una bella mela o una bella pera, lo stecco messo a contrasto scattava via e le due estremità della canna si richiudevano subito, afferrando nel mezzo il frutto, pronto per essere mangiato. Questo sistema era molto valido anche per l’uva. La canna in questo caso veniva fatta scattare sul gambo del grappolo, ma siccome questo era molto duro, lo attorcigliavamo un po’ e questo si rompeva e il grappolo rimaneva attaccato alla canna.

IL BALLO NELLA PISTA

Fontebuona da sempre ha avuto una vocazione ballerina. Nell’immediato dopoguerra quando io ancora non arrivavo all’altezza della tavola, ballavano nell’antistante piazzetta del vecchio bar. Si ballavano tanghi, fox-trot, swing, jazz e naturalmente tante canzoni importate dagli alleati americani, il cui cavallo di battaglia mi sembra fosse l’intramontabile “Blue moon”. Ancora il rock non aveva fatto la sua comparsa. Arrivarono invece i ritmi jamaicani di Harry Belafonte con la celeberrima Banana Boat, le canzoni dell’italo-americano Perry Como e poi gli straordinari Platters con Only You. Anche la canzone italiana nel frattempo si era modernizzata ad opera specialmente di Renato Carosone che con motivetti tipo “Tu vuo’ fa’ l’americano”, aveva conquistato le simpatie degli italiani. In particolare il batterista Gegé di Giacomo piaceva per quella sua simpatica napoletanità e per il suo modo di cantare e suonare. Poi arrivarono i primi rock scatenati come “Tutti i frutti” e tanti altri. In tanta dovizia musicale il bar di Alfio si attrezzò e aprì una pista in un pezzo di terreno che faceva parte del giardino della ex Villa Meschiari, e ancor prima ex locanda della Posta Granducale. La pista da ballo venne chiamata “La Palma” poiché a lato c’era una palma, abbastanza grande. Intanto da Firenze cominciarono ad arrivare i primi “rock and rollers” e “boogie woogers”, veri artisti del rock americano che si esibivano nella nostra modestissima pista paesana. Fra questi c’era Alberto detto il “Secco”, un giovane smilzo che quando ballava sembrava che i piedi non gli toccassero nemmeno terra. Ballavano gli scatenatissimi “Tutti i frutti” e anche i primissimi rock di Elvis detto “The Pelvis”. Facevano la comparsa i primi juke-box, importati dall’America. Le prime macchine avevano un esiguo numero di dischi, tutti a 33 giri, che comprendevano musica moderna ma anche musica più tradizionale, come le canzoni di Claudio Villa e di Luciano Tajoli, che piacevano tanto alle nonne. In effetti c’era musica un po’ per tutti i gusti e per tutte le età. Le ragazze da marito di Fontebuona, si mettevano come si dice qui, “in ghingheri”, vale a dire gonna plissé corta, scarpe con i tacchi a spillo e camicetta che lasciava trasparire due belle “caciotte” ben appuntite. I ballerini contesi erano quelli “stranieri” quelli che venivano da fuori, in modo particolare da Firenze. Però qui in paese diffidavano molto di loro e alle ragazze veniva spesso ripetuto il proverbio: “Moglie e buoi dei paesi tuoi”. Per questa ragione le ragazze erano guardate a vista dai genitori o dai fratelli. Anch’io, ragazzino, avevo avuto il compito dai genitori di sorvegliare le sorelle e di andare e riferire qualsiasi comportamento anomalo delle stesse.

Mio padre era chiamato bonariamente lo “sceriffo” per la sua apparente severità, in realtà si trattava più di un “burbero Benefico” che di uno sceriffo con tanto di stella e pistola. Quando vedevo le mie sorelle in atteggiamenti un po’ troppo intriganti con il partner, io dicevo loro subito: “Ora lo vado a dire al babbo”. Il più delle volte però i loro partners mi dicevano: “Se ti diamo 100 lire ci lasceresti un poco in pace?”. Naturalmente, io mi lasciavo corrompere e con quelle lire andavo a comprarmi un bel cono di gelato. Poi tornavo a casa e la mamma mi diceva: “Cosa hai visto? Cosa fanno le tue sorelle?”. “Tutto regolare”, rispondevo alla mamma, la quale era molto orgogliosa di avere un figlio così “responsabile”.

LE NOCI E LA FRUSTA DI “TAROLLE”

Tarolle era un omone alto ed aveva una caratteristica molto peculiare: la sua voce. Quando Tarolle parlava, anche a bassa voce (si fa per dire), pareva che dal cielo scendessero giù tuoni e lampi. Quando poi urlava la sua voce sembrava rimbombare da tutte le parti e ritornasse al punto di partenza con lo stesso vigore, tanto da sorprendere chi lo ascoltava. La sua voce sembrava provenisse dalle grotte di Frasassi, e per questa peculiarità della voce, unita alla statura, davvero notevole, Tarolle sembrava più un Ciclope o un Polifemo, con l’unica differenza che Polifemo aveva un solo occhio e Tarolle sembrava ne avesse due davanti e uno dietro. Infatti era molto difficile farla franca ogni volta che noi andavamo a prendere un po’ d’uva o un po’ di frutta nel suo podere. Non si sa come facesse, ma sbucava fuori dai luoghi più impensati e con quel vocione che ci atterriva e con la frusta sempre sguainata, ci faceva rimescolare le budella dalla paura.

Era il contadino più pericoloso e quando noi dovevamo “trattare” con lui dovevamo stare con gli occhi bene aperti. Un giorno, in autunno, convinti che Tarolle fosse nel campo ad arare salimmo sul suo “nocio”, come lo chiamava lui. Tarolle invece arrivò e si mise sotto il noce con la frusta in mano ad aspettare che scendessimo. Per terrorizzarci ancora di più, ogni tanto tuonava qualche frase, talmente forte, che sembrava facesse cadere le noci più mature. Fummo costretti, io e gli amici, a passare le “forche Caudine” di Tarolle, vale a dire gran “scappellotto” sulle nostre povere teste e due frustate nelle gambe a ciascuno di noi. Quella volta le noci furono davvero indigeste.

IL PALLAIO

Il gioco delle bocce veniva giocato allora nel “pallaio” che si trovava in località Cecioni e faceva parte della Cooperativa o Casa del Popolo, che, non esiste più da molto tempo. Però il pallaio era diverso dai campi di bocce moderni. La prima diversità consisteva nel diametro delle bocce. Quest’ultime avevano un diametro di 40-50 cm. ed erano fatte di legno massello e quindi pesantissime. Per noi ragazzi era difficile anche sollevarle. Immagino che il loro peso superasse i 10 Kg. Il pallaio era in terra battuta (rena) ed aveva le sponde arrotondate. In fondo al campo nei due lati c’erano le fosse. Le palle che andavano a finire dentro le fosse si consideravano perdute. Per questa ragione bisognava che i giocatori calcolassero bene il tiro e l’effetto. Prima di tirare i giocatori pulivano ben bene con la mano la palla, poiché anche il più piccolo sassolino attaccato ad essa l’avrebbe potuta far deviare. Poi lanciavano la palla in modo da farla arrivare vicino al pallino o boccino. Il giocatore poteva anche bocciare una palla o più palle e queste quando si scontravano facevano un forte rumore sordo. Anche i giocatori, presi dalla foga del gioco, commentavano ad alta voce ed intervallavano con il sorso di un buon bicchiere di vino rosso. La posta in gioco era sempre il mezzo litro o il litro di vino.

L’ “ARCHETTO” E LE “TAGLIOLE” (TRAPPOLE) PER GLI UCCELLI

Se la mia mentalità oggi è orientata verso la tutela di questi piccoli animali, una volta non era così. Fontebuona, quando la selvaggina abbondava, era di sicuro un paese a vocazione venatoria e la caccia alla lepre, al fagiano, alle starne e agli uccelli era senz’altro uno dei passatempi e degli sport preferiti e in parte lo è rimasto. In casa mia nessuno di noi ha mai praticato la caccia, nel senso di possedere doppietta e porto d’armi. Unica eccezione era lo zio prete (ma abitava per conto suo) che di tanto in tanto staccava la doppietta dalla trave della canonica per andare a tirare al balzello della lepre. Questo era un tipo di caccia che si praticava a “bruzzico” vale a dire, nel tardo pomeriggio, quando cominciava ad imbrunire, e le lepri si muovevano dal loro covo per trovare da mangiare e da bere. Evidentemente in casa aveva chi gli preparava un buon sughino per fare le “pappardelle sulla lepre”. Noi ragazzi venivamo influenzati dai grandi e ciascuno di noi aveva una attrezzatura per la caccia adatta alla nostra età. Non c’era ragazzo in paese, anche fra quelli più “perbenino”, che non avesse uno o più archetti. Anzi, non so spiegare come mai, ma i ragazzi che avevano la “puzzetta” sotto il naso erano quelli che miravano meglio. Uno di loro, mi colpì proprio in centro, senza tuttavia farmi eccessivo male. L’archetto, da alcuni chiamato fionda, veniva fatto tagliando un ramo a forca di un albero dal legno duro, ad esempio un carpine. A questa forca venivano fissati con degli elastici delle strisce di gomma, che prelevavamo da delle camere d’aria delle ruote delle motociclette, che ci forniva il meccanico del paese Vasco. Alle estremità di queste veniva fissata una striscia di cuoio che conteneva il proiettile, che nel caso specifico era un sassolino. Tenendo con la mano destra la forca che aveva la forma di un Y e con la mano sinistra la tasca di cuoio che conteneva il proiettile, si allungavano gli elastici mirando l’oggetto da colpire. Fortunatamente questo tipo di caccia era quasi innocua, poiché era raro che si colpisse un uccellino. Spesso capitava che gli elastici si rompessero e allora si prendeva, come di diceva allora, “tutto sul muso”. Alcuni ragazzi, i più esperti, usavano gli archetti per andare a rompere le “chicchere”, che sono quegli isolanti in vetro o in ceramica che si trovano sui pali della luce. Quando le “chicchere” si rompevano facevano lo stesso rumore che si può causare quando cade in terra una teiera o una tazzina da caffè. Io decisamente non avevo una buona mira, ma la cosa non mi dispiaceva più di tanto. Dai ragazzi del paese imparai altri metodi più “raffinati”, per prendere gli uccelli, vale a dire con le tagliole. Allora si usava fare questo e le tagliole le trovavi tranquillamente sui barroccini dei mercati o presso alcuni negozi. Queste funzionavano, purtroppo, soprattutto durante le nevicate, quando gli uccellini erano costretti a cercarsi il cibo nella neve. La tagliola veniva “caricata” con un pezzetto di pane e quando l’uccellino beccava, queste scattavano, uccidendo così la povera bestiola. Un’altra forma di caccia che ho visto fare ai miei amici era quella con una lastra di pietra, tenuta sospesa da uno stecco di legno, collegato a un filo. Sotto la lastra veniva messo il becchime (semi di grano e granturco) e quando gli uccellini andavano a beccare veniva tirato il filo, la lastra cadeva e gli uccellini restavano imprigionati o uccisi. Però voglio spezzare una lancia in favore di questi miei amici. Tante volte li ho visti curare una zampa o un’ala di un uccellino, e se riuscivano a farlo guarire, lo rimettevano in libertà con tanta felicità nel loro cuore.

LA BEFFA DEL PORTAFOGLIO

Che a Fontebuona ce ne fossero di buontemponi, cioè di gente che gli piacesse di menare per il bavero gli altri, questo era risaputo.

Fra questi vi erano alcuni che avevano escogitato un modo davvero originale per fare quattro risate alle spalle di alcuni malcapitati. Parlo del gioco del portafoglio, che veniva legato ad un filo invisibile (nylon) e messo in mezzo alla strada in attesa di qualcuno che cadesse nella trappola. Una o due persone di quelle grandi, si rimpiattavano dietro una siepe o dietro un muretto pronti a tirare il filo. Il portafoglio veniva imbottito ben bene di carta straccia, e una banconota falsa, veniva messa ad arte, in modo che spuntasse in bella vista un po’ fuori del portafoglio, per invogliare di più i gonzi a fermarsi. Purtroppo di questa beffa rimasero vittime due poliziotti della Stradale, i quali fermatisi misero le moto sul cavalletto, si tolsero i caschi e gli occhiali e si avviarono per raccogliere il portafoglio. Si chinarono più volte, ma il portafoglio guizzava via tutte le volte che le loro mani si avvicinavano per raccoglierlo. Infine lo rincorsero, ma il portafoglio si allontanava più veloce di loro finché non sparì al di là del muretto dove c’erano i due buontemponi che si diedero alla fuga. I due poliziotti li inseguirono a piedi, ma non riuscirono ad acciuffarli poiché questi si dileguarono nel folto del bosco.

LA COOPERATIVA

Ho vaghi ricordi della Cooperativa che si trovava al Cecioni. Di sicuro vi era una bottega di alimentari che era molto simile al negozio della Delia. Questa aveva in più un annesso, vale a dire una stanza, nella quale si ritrovavano molti degli uomini del paese per il gioco delle carte. Fra le due stanze, vale a dire fra la bottega e la stanza da gioco, vi era un piccolo sgabuzzino, una specie di ripostiglio, nel quale erano sistemate alcune damigiane di vino alle quali erano applicate delle gomme per tirar su il vino e riporlo nei fiaschi, che allora erano rigorosamente ricoperti di paglia. Quando i giocatori richiedevano il quartino o il mezzo litro, il “biscazziere”, che era una specie di cassiere-barman, versava il vino dal fiasco e lo metteva in quelle “misure”, appunto dette quartino, mezzo litro e litro. Nella stanza dove giocavano alle carte c’era un gran fumo di sigaro, sigaretta e pipa. Molti allora fumavano con quelle pipe di coccio, che avevano un cannello di legno bucato. Quando uno voleva fare una “fummatina”, tirava fuori la pipa dal taschino del corpetto e in una scatolina che aveva in tasca prendeva dei pezzetti di sigaro toscano. Dopo averli sbriciolati con le dita sul palmo della mano li metteva nella pipa e li pigiava con il dito indice. Poi da un altro taschino del corpetto tirava fuori la scatola dei fiammiferi di legno, detti “zorfini”, e con uno di quelli, che emanava un forte odore di zolfo cercava di accendere la pipa. Ho detto cercava di accendere, poiché non sempre la pipa si accendeva al primo tentativo. Dopo aver “tirato” su tre o quattro volte, ed aver rilasciato dall’altra parte della bocca grossi e forti nuvoloni di fumo, poteva capitare che la pipa non si accendesse o perché il tabacco non era di quello buono o perché nella pipa si erano formati dei grumi e che, tira tira, immancabilmente andavano a finire in bocca del fumatore. Questi allora o provvedeva a sputarli direttamente sul pavimento, o nel caso migliore, li andava a depositare nella “sputacchiera”, una sorta di recipiente con dentro della segatura. A fianco della Cooperativa c’era il pallaio, con grosse bocce di legno.

I CASOTTI NEL TORRENTE

Forse i desideri più grandi per noi ragazzi erano due: quella di possedere un mezzo autonomo per spostarsi e quello di possedere una casa propria. In tutto e per tutto cercavamo di emulare le persone adulte. Il primo desiderio lo avevamo appagato costruendoci in proprio un carretto con i cuscinetti, questa non era una macchina vera e propria, ma con un po’ di fantasia…Il secondo desiderio era un po’ più difficile da realizzare, anche perché non eravamo davvero dei piccoli muratori in erba. Pur tuttavia ci provavamo. Ogni tanto, in due o tre amici, andavamo nel torrente per costruirci una casetta con i sassi del fiume, naturalmente in estate quando il torrente era quasi in secca. Il prototipo di casa era sempre lo stesso, non c’era bisogno di architetti e neppure di progetti. Il casotto veniva tirato su con i sassi del fiume fino ad una certa altezza, più o meno la nostra altezza di ragazzi. Prevedevamo, ovviamente, una porta di ingresso, una o due finestrine laterali e all’interno facevamo un bel caminetto con tanto di cappa fumaria per farci il fuoco. Per tetto usavamo delle frasche di albero, oppure, non era raro il caso, che per il tetto usassimo delle sottili lastre di pietra, sorrette da rami d’albero. Quando avevamo terminato il lavoro, tiravamo un sospiro di sollievo poiché non era stata un impresa da poco. Questo perché i muri li avevamo tirati su con i sassi di fiume, i quali non sono quasi mai squadrati, ma tondeggianti e quindi per farli star su stabilmente, bisognava che ogni sasso venisse “calzato” con dei piccoli sassetti, detti “lastruccine”. Uno di noi, fra i più coraggiosi, entrava per primo nel casotto per fare il collaudo, cioè per vedere se la costruzione fosse stata fatta a regola d’arte e non cadesse al minimo urto. Una volta entrati facevamo il fuoco con dei piccoli tronchi d’albero nell’apposito caminetto che avevamo predisposto. Spesso la cappa fumaria tirava poco e dentro si asfissiava dal fumo, e spesso dovevamo uscire fuori di fretta poiché ci prendeva una forte tosse. Quando il caminetto invece tirava bene, cucinavamo qualcosa sul fuoco, ad esempio arrostivamo il pane e qualche volta mettevamo sulla fiamma qualche aringa ad arrostire per la gioia del nostro palato. Quel piccolo casotto rappresentava per noi una piccola e vera casa in miniatura, di nostra assoluta proprietà, dove la mamma non sarebbe potuta entrare a comandare e a brontolare. Piano piano l’interno del casotto si andava arricchendo di arredi semplici, in legno, che costruivamo noi, come dei piccoli sgabelli, una piccola tavola e dei piccoli scaffaletti. Era bello stare lì dentro e pensare, nella nostra immaginazione, che quella fosse la nostra casa, piccola se vogliamo, ma pur sempre una casetta. Dice il proverbio: “Casa mia casa mia pur che piccola tu sia tu mi sembri una badia”. Ed era proprio vero. Purtroppo, spesse volte capitava che uno di noi all’interno facesse un movimento brusco e andasse a urtare contro i muri, i quali stavano su per scommessa. Allora, tutto ci crollava addosso, sassi, tegole, rami d’albero, e spesso e volentieri tornavamo a casa con dei bei bernoccoli sulla testa.

LA FAMIGLIA ROSSI

Era una famiglia di fiorentini che possedevano nel nostro paese una villetta proprio al di là del ponticino. Questo, in origine, era un ponticello medievale che scavalcava il torrente Carza, ed era stato costruito con un arco a schiena d’asino. Il ponte era belllissimo a vedersi, era ancora così quando io ero ragazzo. Poi la guerra, il passaggio del fronte, il transito dei mezzi pesanti, i cingolati, lo avevano un po’ danneggiato, ma il ponte, oggi, se non fosse stato abbattuto, sarebbe stato restaurato con una certa facilità. Al suo posto fu costruito un nuovo ponte, forse più sicuro, ma bruttissimo a vedere. Così spariva un’altra testimonianza medievale, come era sparito, alcune decine di anni prima, l’”Arco”, una sorta di volta pontata, un passaggio coperto che univa i due caseggiati al lato della strada detta, appunto, Sotto l’Arco. Questa famiglia, dunque, abitava una villetta ottocentesca, molto carina, restaurata di recente, di quelle che si vedono simili nelle pitture di Lega, Signorini e altri pittori macchiaioli. Annesso c’era un bel giardino, con dei vialetti di bosso, delle panchine di pietra e un bel tavolo, sempre in pietra. Noi ragazzi, quando non c’erano i padroni, amavamo scavalcare il recinto ed entrare in questo bellissimo giardino, per provare il piacere di percorrere questi bei vialetti di bosso, ma dovevamo stare attenti, poiché il giardiniere o guardiano, un certo Perule, chiamato così di soprannome, se ci vedeva “ci assottigliava il capo con la màra” (ci schiacciava il capo con la zappa), come diceva lui. La famiglia Rossi era composta, almeno nei primissimi tempi dal vecchio padre, e tre figli: due femmine e un maschio. Le figlie, due donne dolcissime, si chiamavano Wanda e Pia, e il fratello Viscardo. Erano tutti e tre scapoli, nessuno di loro si era voluto sposare. Erano religiosissimi ed erano molto amici di mio zio, sacerdote. La domenica, quando venivano a messa, si sedevano sulle prime panche con molta partecipazione. Io ero entrato nelle loro grazie e tutte le volte che passavo davanti alla loro villetta mi facevano entrare e le sorelle si mettevano a giocare con me. La Pia, in modo particolare, mi trattava come una mamma e sapendo che io ero ghiotto dei dolciumi, faceva un giochino che a me piaceva molto. Nascondeva dei piccoli pezzi di cioccolata, nelle cavità del muro e io dovevo trovarli. Lei mi aiutava dicendo: “Acqua, fuocherello, fuoco”, finché io lo trovavo e lo mangiavo.

IN CASA D’ORESTE…

“In casa d’Oreste, il primo si leva il primo si veste”. Ed era proprio così, questa famiglia, come del resto molte altre in paese, non aveva certo molto da buttare via. Era una bellissima famiglia, nonostante le poche disponibilità economiche. Eppure vivevano nella casa più bella di Fontebuona, addirittura in una villa, la Villa Meschiari, di proprietà del famoso avvocato penalista, il quale ricopriva un’alta carica nella gerarchia del fascismo. Finita la guerra, i gerarchi e gli aderenti al partito fascista, temendo delle ritorsioni, lasciarono in fretta il paese per trasferirsi al nord o in posti dove non erano conosciuti e quindi molto più sicuri. L’avvocato Meschiari, viveva in una bellissima villa, con ampie stanze e saloni. Questa villa, una volta, era la locanda della Posta Granducale. Durante il tempo questa subì delle modifiche sostanziali, trasformandosi, forse ai primi del Novecento in una lussuosa dimora. Al pianterreno c’erano degli ampi saloni con i muri tutti tappezzati di bellissime stoffe. Ai soffitti facevano sfoggio ricchi lampadari con pendenti di cristallo. C’erano ancora molti mobili e suppellettili d’epoca, fra i quali divani, abat-jour e vetrate di gusto liberty. Al piano superiore si saliva per mezzo di una bellissima scala, anche questa di gusto liberty. Le porte erano in legno massello pregiato. Certo che questo Meschiari ne doveva avere di soldi per vivere in un ambiente così lussuoso! C’è un aneddoto che ci descrive questo personaggio, un po’ irascibile, uno di quelli che quando c’è da dire pane al pane e vino al vino non si tirava indietro. Si racconta che una volta questo avvocato, che era uno dei più quotati nella piazza di Firenze, perse, forse per colpa dei giudici, una causa importante. Rivolgendosi ad essi, che sedevano su scanni di noce, sotto la scritta: LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI, disse loro: “Fareste meglio a scriverci: Mescita di vini”. Questa casa fu occupata, nel dopoguerra, da Oreste, che aveva delle bellissime figlie, e un ragazzo che era mio amico. Olga, Manola erano bellissime ragazze, con dei capelli nerissimi, raccolti in lunghe trecce.

Bruno, il figlio, mi portava spesso in casa sua dove giocavamo. Ricordo un vecchio grammofono, uno dei primi, con la carica a manovella, e sua mamma ci faceva sentire i primi dischi e le canzoni d’anteguerra. In casa, non si preoccupavano molto del lavoro, del futuro, e prendevano la vita con molta filosofia. Tutto era carente dal cibo all’abbigliamento, ma non si preoccupavano neanche un po’. Sua mamma mi ripeteva sempre: “In casa d’Oreste, il primo si leva il primo si veste”. Così andrebbe presa la vita.

LE VEGLIE DI NATALE E IL “CEPPO”

Il Natale era una festa sentita in tutte le famiglie, anche quelle meno religiose. Era bella l’atmosfera di quando ci si avvicinava a questa festa. A scuola la maestra Cia ci faceva preparare il presepe e a ciascuno di noi dava un compito per la buona riuscita della cosa. Dagli armadi zeppi di registri, quaderni, penne, lapis, ecc. la maestra tirava fuori dei fagottini dentro i quali c’erano i personaggi del presepe: il Bambinello, i pastori, Giuseppe e la Madonna, le pecorine, il bue e l’asinello. Io e altri ragazzi avevamo il compito di trovare la “borraccina”, (muschio) che sarebbe servita per ricoprire il paesaggio. Andavamo nei boschi, vicino casa a trovare il muschio, e sceglievamo quello più bello e più fresco, poiché doveva durare per tutto il periodo natalizio. Affinché il muschio durasse di più, facevamo in modo che alla zolla di muschio rimanesse attaccata anche un po’ di terra umida, in questo modo la borraccina rimaneva fresca per diversi giorni. Come sfondo del presepe mettevamo un bel paesaggio stampato su un foglio, a colori vivaci, nel quale erano raffigurati i monti, che si stagliavano contro un bel cielo blu, la stella cometa e le case dei pastori, appena illuminate dalle torce. Era veramente bella la preparazione del presepe, ognuno di noi esprimeva delle idee su come realizzarlo: la capannuccia, era sempre posizionata al centro, con tutti i personaggi della Natività, intorno ad essa i pastori che arrivavano da vicino e da lontano con le greggi belanti, più distanti le case, le capanne, e altri pastori che vegliavano sui monti. Non mancava mai un torrente, fatto con la carta stagnola, e un ponticello. Le strade venivano disegnate con dei sassolini e con della ghiaia. Poi la neve, questa non doveva mai mancare, e per fare questa utilizzavamo della farina bianca. Alla fine del lavoro la maestra Cia si dimostrava molto soddisfatta e a ciascuno di noi faceva disegnare il presepe da portarlo a casa, nelle nostre

famiglie, presso le quali avremmo passato il periodo di vacanze natalizie. La maestra prima però ci dava i compiti per le vacanze: delle letture, dei temi, delle poesie da imparare a memoria, in modo che non ci dimenticassimo dello studio e della scuola. Anche nelle nostre case cominciava l’attesa natalizia, questa era una festa che ci riempiva il cuore di allegria. Qui a Fontebuona il Natale lo chiamavano il Ceppo, forse perché era abitudine nelle famiglie, la sera delle vigilia di Natale, di mettere un grosso ceppo d’albero nel caminetto affinché questo ardesse per tutta la notte. La notte di Natale, tutti noi andavamo alla messa notturna a Ferraglia dove veniva fatta una bella cerimonia, con i canti del coro dei giovani, che si erano preparati durante tutto l’anno per questo speciale evento. Quando intonavano l’Adeste Fideles, che annunciava la nascita del Signore a Betlem, ciascuno di noi si commuoveva e anch’io, che ero piccolo e molte volte assonnato, all’udire questa bella melodia mi passava il sonno. Poi il coro intonava l’inno “Tu scendi dalle stelle”, che fortunatamente era in italiano, e i suoi versi ci ricordavano che il Re dei cielo era sceso sulla terra per nascere in una grotta al freddo e al gelo. C’era in noi tanta compassione per questo Bambino che era nato in una stalla e tremava per il freddo, proprio per amore nostro e dell’umanità intera. Alla fine della Messa ciascuno di noi si avvicinava al Bambinello che era stato messo in bella mostra sull’altare per baciarlo. Tornavo a casa, nella notte più buia, appena rischiarata dalle stelle, tenendo per mano una delle sorelle. A casa trovavamo babbo e mamma, un po’ assonnati, che stavano ancora lavorando per preparare i famosi “cappelletti” natalizi. Questi cappelletti, erano detti così poiché avevano proprio la forma di un cappellino. Per farli la mamma preparava la sfoglia, che tirava con il matterello, e la faceva venire sottile sottile, come un foglio di carta. Poi tagliava la sfoglia in tanti piccoli quadrettini della grandezza di 3-4 centimetri di lato. Dentro a questi ci metteva il ripieno che era fatto di carne di pollo, di maiale, uova, prosciutto e formaggio. Noi, spesse volte, aiutavamo i nostri genitori a confezionare i cappelletti. Questi quadrettini di sfoglia, con in mezzo una bella pallina di ripieno, venivano chiusi con le mani in modo che diventassero dei triangolini, poi prendevamo i due angoli del triangolino e li giravamo intorno al dito in modo che sembrassero dei veri e propri “cappelletti”. Che delizia, quando la mamma a tavola, ci versava due bei “romaioli” di questi cappelletti caldi, con il brodo di gallina e che profumo! La pentola, piena di buona carne, gallina lessa, polpettone, il collo ripieno, veniva a poco a poco svuotata, come il cappello di un prestigiatore. A tavola ci guardavamo tutti soddisfatti e la mamma era molto contenta di aver preparato delle cose buone per tutti noi. Io, come era d’abitudine, avevo preparato una bella letterina di Natale, che avevo messo, all’insaputa del babbo, sotto il suo piatto. Quando il babbo aveva finito i cappelletti e mia madre alzava la scodella, mio padre vedeva la mia letterina e la leggeva a voce alta. In questa, io gli chiedevo scusa delle marachelle, gli manifestavo il proposito di diventare più buono, in cambio però esprimevo il desiderio che lui accondiscendesse a farmi realizzare, con i suoi soldi, qualche piccolo sogno: giocattoli, dolciumi, ecc. In quel giorno mio padre dimenticava tutto, e la pace era fatta

L’INSALATINA DI CAMPO E L’ERBA PER I CONIGLI

Non c’era famiglia in paese che non avesse un piccolo spazio per allevare qualche coniglio, qualche pollo, o dei piccioni. Ancora esisteva nei paesi un’economia “fai-da-te” nel senso che, data la precarietà del lavoro e la poca disponibilità di mezzi finanziari, ognuno doveva arrangiarsi come meglio poteva. Allora ci cibavamo molto anche di vegetali, non c’era bisogno del fruttivendolo, ognuno disponeva di un orto, per il consumo familiare. Inoltre, facevamo molto uso anche dei radicchi di campo, poiché questi erano molto appetitosi e si accompagnavano bene con uova, formaggi e anche con la carne. Mio padre nell’orto aveva un capannotto dentro il quale c’era un pollaio, con polli, galline e anche qualche gallo; delle stie dentro le quali teneva dei conigli, e c’era pure uno stalletto per il maiale, che veniva tirato su per il fabbisogno di carne invernale. I polli beccavano ogni cosa, dai vermi della terra, alle bucce della frutta, agli avanzi di pane, ma anche grano, formentone, poiché questo dicevano faceva venire le uova più gialle. Allora, il bisogno di uova fresche era quasi quotidiano, poiché servivano per le frittate, per la sfoglia, ecc. Mia madre, quando le galline non facevano le uova, le “tastava”, nella parte rettale, per sentire se queste fossero in arrivo. Non dobbiamo meravigliarci di questo, poiché era una pratica consuetudinaria. Dopo averle “tastate” le massaie dicevano: “Sta per fare l’uovo” e queste poverette non facevano a tempo a deporlo, specialmente nell’immediato dopo-guerra, che questo era già finito in padella. Ai conigli, che erano molto prolifici, veniva data soprattutto dell’erba, che noi andavamo a cercare nei campi dei contadini, ma anche crusca di grano, legumi, e tante bucce di patate, di mela, compresi i torsoli e baccelli di leguminose. Spesso i contadini, quando ci vedevano a fare l’erba, specialmente se prendevamo l’erba medica, ci “vociavano”, specialmente Tarolle, con quella sua vociona tuonante ci diceva: “Andate da un’altra parte, sennò vengo con la frusta”. Allora noi eravamo costretti a raccogliere l’erba sui cigli delle stradine, dove la proprietà era comunale. Quante balle d’erba ho fatto per i miei conigli. A loro piaceva molto dei tipi d’erba che si chiamavano “Cicerbite”, “Orecchi di lepre”, ma anche trifoglio, avena, ecc.

Spesse volte raccoglievamo l’erba lungo la stradina che va a Piandalecchio, questa è una località che si trova sopra il paese a qualche centinaio di metri. Piandalecchio era un luogo amenissimo: una pianura, lo diceva il nome stesso, a metà della montagna che si chiama Poggio Conca. Era bello stare lassù, nella solitudine, dove tirava una brezzolina di aria purissima e dove dominavi tutta la vallata del Carza. Spesse volte quando facevamo l’erba per i conigli, contemporaneamente raccoglievamo anche il radicchio per l’uso familiare. Per questo portavamo con noi anche il panierino dove avremmo messo le specie di radicchio più buone. Oltre ai vari radicchi veri e propri, raccoglievamo certe erbe e certe radici aromatiche tipo la “salvastrella” e il “grasso agnellino”, poi c’erano anche delle piccole “cicerbite” commestibili. Non so perché si chiamasse Piandalecchio. A me questo posto faceva venire in mente un luogo ancestrale, un luogo abitato da antiche popolazioni che vivevano d’agricoltura e di pastorizia. Probabilmente Alecchio era un vecchio pastore, chissà. Tornavamo a casa sempre con una balla piena di erba, per la felicità dei nostri coniglietti e un bel panierino di radicchi, che la mamma, provvedeva a pulire subito per darcelo a pranzo o a cena.

PERSONAGGI CURIOSI

C’erano nel paese dei personaggi curiosi, ciascuno dei quali meriterebbe di essere trattato a parte. Fra questi c’erano due cenciaioli, uno più buffo dell’altro. Uno, soprannominato Piscialletto (questo soprannome non si sa da chi gli era stato affibbiato e il perché) amava sempre dire “Sono il più signore della Toscana”, e questo faceva ridere un po’ la gente, poiché si “sentiva” tale, ma non lo era in realtà. Io penso, tuttavia, che si può essere ricchi anche senza soldi, basta esserlo dal di dentro. L’altro cenciaiolo (allora questo era un mestiere abbastanza comune poiché, nel dopo guerra la gente riciclava tutto, dalle pelli dei conigli, al ferro e aimetalli di recupero, ai vecchi mobili e alla cianfrusaglia in genere) lo chiamavano di soprannome Turibolo, poiché si recava alle case e diceva: “Signora, l’ha un cià mica quarcosa da buttare via, quarche pellaccia, quarche turibolo”, era buffo e prendeva qualsiasi cosa. Un altro personaggio, che non amava molto mettersi in luce, anche perché era una persona timida, era il Bicio, così lo chiamavano di soprannome. Quando lo incontravi nella Piazzetta, col suo caratteristico modo di camminare, vale a dire saltellando, diceva sempre “Bel tempino oggi, eh?”. Questa persona, pur bravissima, era talvolta oggetto di scherno da parte di alcuni ragazzi. Uno, in particolare, quando passava, gli tirava i calci negli stinchi, poiché diceva: “Non sopporto che quando cammina, saltelli così”. Un’altra persona buffa era l’Esterina, questa aveva un linguaggio tutto particolare. A suo figlio diceva: “Franco scendi da i’ nocio sennò piglio un saccio e ti sgucchio”, Voleva dire: “Franco, scendi dal noce, sennò prendo un salcio e ti sbuccio”. Un’altra, la Settima, aveva un intercalare famoso: “Che di’o bene o di’o male?” (Dico bene o dico male?). Maso amava dire spesso, e lo cantava in musica: “Tutte a mene, tutte a mene…”. Voleva dire che gli capitavano tutte a lui. Ce l’aveva in modo particolare con Sesto, suo genero, che una volta l’aveva trovato con la figlia, mentre facevano all’amore, e accortosi dell’arrivo di Maso, Sesto – a detta di Maso – aveva dovuto fare ben tre passi indietro per “tirarlo fuori”. Vasco, il meccanico, che raccontava sempre e a tutti la stessa barzelletta. E il bello era che a ridere era sempre lui e basta. Raccontava sempre quella del ciuchino di sei mesi, il quale era legato al muro con una corda. Passa una signora con un bambino piccolo, il quale domanda alla mamma, dopo aver visto l’”arnese” del ciuchino: “Mamma, l’hai visto quel ciuchino come è malato?” La mamma gli risponde: “Ce l’avesse tuo babbo una salute di ferro così”. E dicendo questa barzelletta Vasco rideva di cuore. Scugnizzo era anche un altro tipo di quelli buffi. L’avevano chiamato così, forse perché durante la guerra gli alleati lo chiamavano con questo nome. Quando aveva bevuto un po’, quando cioè il vino gli aveva dato una certa forza, riusciva a fare metà della salita del Miglio, rivoltato all’indietro, cioè tendendo con le mani il manubrio, voltato dalla parte del sellino, girando quindi le gambe all’indietro. Un altro tipo buffo era il Merciaino, il quale andava alle case a vendere le stoffe e la biancheria con il caratteristico fagotto di pezza, legato ai quattro angoli. Gli piaceva una ragazza del paese, ma lui diceva sempre di lei: “La vede arto, troppo arto”, voleva dire che la ragazza guardava in alto, aveva cioè ben altre aspirazioni.

GLI ATTREZZI E IL LAVORO DEI CONTADINI

Gli attrezzi dei contadini fontebuonesi più usati erano la zappa (màra), la vanga e il pennato (o pennata) che tenevano appeso a un gancio della cintura (cigna) o dei pantaloni (brache). Un altro attrezzo molto usato era il coltro (coittro), che veniva tirato da un paio di buoi o di vacche. Il coltro era in legno, ad eccezione della parte inferiore, detta la vangheggiola, che si infilava dentro il terreno da arare. Altri attrezzi erano il forcone o forcato, anche questo in legno che serviva per sollevare il fieno e la paglia che doveva essere riposta nel fienile, oppure stivata nei pagliai.

Questi avevano la caratteristica di una montagnola arrotondata, con un palo nel mezzo. Poi c’era il rastrello, fatto a forma di pettine, che serviva per ammonticchiare paglia fieno e legumi. Per battere questi ultimi i contadini usavano due bastoni uniti tra di loro con una correggia di cuoio. Uno di questi veniva tenuto in mano come una zappa e l’altro veniva battuto, a mo’ di frusta, sui monticelli di legumi, cereali, ecc. Quando i contadini falciavano il grano usavano la falce (faicce), che era sempre accompagnata da una pietra per eseguire l’arrotatura. I contadini la tenevano in un corno di bue, che si legavano alla cintola, il quale corno conteneva un po’ d’acqua, poiché l’arrotatura con la pietra esigeva che questa fosse bagnata. Per tagliare il fieno o arbusti leguminosi i contadini usavano la falce fenaia (o fienaia). Per arrotarla usavano sempre la pietra. Per trasportare le cose più varie usavano il carro tirato da due buoi o manzi. A questi veniva messo il giogo sulla parte terminale del collo e nelle narici veniva messo il morso, poiché i manzi rispondessero ai comandi. I manzi erano pacifici, a loro bastava masticare un po’ di fieno, contenuto in una specie di reticella o canestrino metallico, che veniva loro legato sotto la bocca e che il contadino aveva riempito di fieno prima di partire. Anche nelle soste i manzi erano buoni, se scalciavano un po’ questo era dovuto al fatto che erano infastiditi dalle mosche e dai tafani, allora numerosi. Erano bestie intelligenti, per partire bastava che il contadino dicesse: “Ehhh”, e scuotesse un po’ le briglie, che questi partivano agitando le loro zampe poderose. I carri dei buoi, come del resto quelli dei cavalli, avevano anche il freno, la cosiddetta “martinicca”, che i contadini azionavano giù per le discese ripide. La treggia invece era una specie di carro, che al posto delle ruote aveva due lunghi pali che fungevano da slitte e per pianale aveva come una stuoia di salci intrecciati (treccia), da qui il nome di treggia. Questo mezzo di trasporto generalmente veniva usato dai contadini all’interno del proprio podere. Per la vendemmia i contadini usavano i canestri e i panieri (pianeri). L’uva veniva versata nelle bigonce, una sorta di recipiente fatto in legno con le assi, tenute insieme da due “collari”, che tenevano ben strette le assi. Queste, come le botti, venivano fatte dai bottai, uno dei mestieri più comuni per quei tempi. I canestri pieni d’uva che i vendemmiatori avevano raccolto venivano vuotati dentro le bigonce. Le bigonce, a sua volta, piene di mosto zuccherino, che emanava un profumo intenso che si sentiva da lontano, venivano versate dentro il tino che si trovava nel podere o nella fattoria, affinché l’uva facesse la fermentazione. Dopodiché l’uva veniva spremuta con la pressa e il vino novello veniva messo in grosse botti di quercia. Per constatare se il vino nuovo fosse di buona qualità, le botti erano dotate di una specie di rubinetto, talvolta si trattava di una cosa molto semplice, vale a dire, un cavicchio (caicchio o zipillino)) infilato a forza in un buchino, questo facilitava l’erogazione in fiaschi o bicchieri di piccole quantità di vino. Questi erano gli attrezzi più comuni, però ogni contadino, aveva una piccola officina personale dove teneva tutti gli altri attrezzi non qui elencati, tipo: martelli, incudine, pialla, pietra per affilare i coltelli, chiodi, legno e assi per le riparazioni dei carri e delle tregge. Il contadino, insomma, nella sua economia familiare e nella gestione del suo lavoro, non doveva e non poteva dipendere da nessuno, pena che il suo piccolo guadagno andasse in fumo.

I LAVORI DELLA NONNA

I lavori della nonna erano principalmente tre: la calza, il ricamo e il rammendo, oltre naturalmente “dare una mano” in casa, in cucina, o fare le faccende meno pesanti. Ad una certa ora del pomeriggio, le donne, e fra queste le nonne, si radunavano nella piazzetta, a lato della casa della Bice e vicino al muretto dell’orto della Bruna, perché lì, prima che altrove, arrivava la tanto desiderata ombra. Le giornate allora erano molto assolate e le nonne si difendevano dal sole e dal caldo agitando la “sventolina” di casa, quella che usavano anche per alimentare il fuoco dei fornelli. Le nonne erano bravissime nel fare la calza e anche nel ricamare, in quest’ultima occupazione molte di loro si “erano finite gli occhi”. Non di rado vedevi nonne con gli occhi tutti arrossati o gocciolanti, “un ci ‘eggo più” dicevano, ma non si lamentavano e continuavano il loro lavoro di ricamo, infilando con una precisione da manuale, l’ago nel punto giusto, che spingevano con le dita protette da ditali che potevano essere di legno o metallo. Col lavoro di ricamo molte di loro si erano fatte nella gioventù una piccola dote per potersi sposare. Le sentivi parlare di “punto in croce”, “giornino”, “gigliuccio”, tutti tipi di ricami con i quali ornavano i lenzuoli, le federe e gli indumenti personali. Oltre ai vari disegni ricamati era abitudine allora apporre le “cifre”, vale a dire le lettere iniziali di coloro ai quali era destinato il corredo. Mentre ricamavano le nonne parlavano spesso della loro gioventù: “Ai miei tempi…non esistevano tutte queste comodità, allora per esempio capitava che una donna partorisse per i campi, dove andava con il marito a lavorare. L’ostetrica? e chi l’ha mai vista, anche se ti capitava di partorire a casa, una donna ti dava una mano. E tante donne, poverette, ci hanno rimesso la pelle…Che tempi… Allora si andava tutti a piedi, non c’erano né biciclette né motociclette. Qualche barroccino si vedeva, con quelli portavano i più anziani e i malati. E non c’era tutta questa abbondanza che c’è

oggi, la carne, il pollo….venivano dati ai malati per ritirarsi su. Allora si diceva: “quando uno mangia un pollo i casi sono due: o è malato il pollo, o è malato chi lo mangia….” Così le nonne continuavano nelle loro piacevoli chiacchiere e le donne più giovani le stavano a sentire. Alcune nonne le vedevi un po’ provate dalla vita e dagli stenti, e certe volte dal freddo delle case di allora che aveva modificato profondamente le loro articolazioni, le loro vecchie giunture arrugginite. Le sentivi che dicevano: “Ho un dolo (dolore) qua, un dolo là, ecc.” Alcune di loro avevano i sandali o le ciabatte con dei buchi dai quali spuntava la “patata” dell’alluce, o il callo sul mignolo. Alcune di loro avevano le dita rattrappite dai lunghi e rigidi climi invernali, riscaldati appena da un fuocherello sul camino di cucina, o da qualche “veggiolo” (scaldino), dentro il quale le nonne avevano messo la brace (bracia). Queste nonne erano belline, e quando si levavano il foulard (pezzola) dai capelli, vedevi i loro bei capelli bianchi raccolti, in piccole trecce o in piccole crocchie fermate con le forcine. Quasi sempre avevano lunghe gonne scure, e un grembiule (grembiale) un po’ più corto della gomma, allacciato alla vita. Le nonne quando parlavano, lo facevano a voce bassa e traspariva la loro serenità, la loro dolcezza ed erano consapevoli di essere ancora utili. I nonni, quelli che trovavi, poiché molti erano stati decimati dalle guerre, stavano seduti per lo più vicino a qualche portone di casa, a fumare la pipa e a sputacchiare di qua e di là. Fumavano il trinciato forte, e nel migliore dei casi, il sigaro toscano, appositamente sbriciolato. Quando la loro pipa non tirava, li sentivi succhiare con lena, e appena tirato qualche boccata si tranquillizzavano e chinavano la testa e spesse volte si addormentavano. Quando le pipe non tiravano, le sentivi le bestemmie (moccoli), poiché dovevano sciupare troppi fiammiferi (zorfini) e andare quindi alla rivendita a comprarne dei nuovi. Quelli meno casalinghi erano alla bottega a giocare il quartino a carte o alla Cooperativa del Cecioni a giocare alle bocce.

MODESTO E LA GALLINA CHIACCHIERONA

Forse i falegnami erano persone che non venivano mai pagate abbastanza per la loro capacità di fare mobili anche di una certa qualità. In paese se non mi sbaglio, all’epoca, c’erano due falegnami, ma Modesto si distingueva per le sue capacità ed anche per una certa estrosità del carattere. Ricordo che era un tipo singolarissimo: pipa e cappellino sempre in testa, ma in testa aveva anche un altro grande patrimonio: quello di vivere la vita con una certa filosofia e, perché no, anche con tanto umorismo. Allora era normalissimo avere dietro casa qualche metro di terreno, ed in questo allevare qualche pollo, per ricavarne qualche uovo fresco, qualche coniglio, dei piccioni; tutti animaletti che prima o poi andavano a finire in un tegame o nello spiedo del girarrosto. Una volta Modesto, che curava personalmente i polli, scese nel pollaio per governarli, vale a dire per dar loro qualche manciata di becchime. C’era una gallina che alla sua vista non smetteva di far “Co..co…co..co..”, Modesto la guardò, era un tipo anche un po’ nervosetto, ma non le disse niente. La gallina, invece, che era educatissima, voleva avvertire il padrone, che finalmente, dopo tanto tempo di inattività aveva fatto il suo dovere: l’uovo e continuava: “Co..co…cocò..cocò” e poi ancora: “Cocò..cocò..co…co…” Modesto non ne poteva più di questo starnazzare e improvvisamente gli entrò lo schiribizzo: “La vuoi smettere, maledetta gallina di fare tanto rumore per aver fatto un uovo? Cosa dovrei dire io che ho appena finito di fare un armadio?”.

Un’altra volta Modesto e la moglie scendevano giù dal Miglio a piedi, provenienti da Pratolino ed avevano per mano il nipotino. Arrivati al Lello, una località dove esisteva una casa distrutta dalla guerra, il nipotino cominciò ad importunare il nonno “Poppò, nonno poppò”. Ma Modesto non capiva cosa volesse dire il piccolo e continuava a camminare spedito con il bimbo per la mano, mentre la moglie li seguiva a qualche passo, fiutando di tanto in tanto qualcosa di poco piacevole. Dopo alcuni metri il piccolo ricominciò a tirare il braccio al nonno dicendo: “Nonno, poppò, poppò”. Modesto, continuava a non capire, anzi credeva che il bimbo avesse visto qualcosa e volesse attirare la sua attenzione. Arrivarono a casa, però il bimbo puzzava, poiché se l’era fatta nelle mutandine. La moglie di Modesto, rimproverò subito il marito: “Hai visto? Hai fatto fare la poppò addosso al bambino, la colpa è tua”. Modesto candidamente rispose: “Cara moglie, proprio non sapevo che la merda avesse cambiato nome, bastava che il bambino la chiamasse con questo nome e io gliela facevo fare”.

IL CHIERICHETTO

Dopo le elementari andai a scuola a Firenze per fare le scuole commerciali. Queste se vogliamo erano scuole di serie B ed erano adatte per studenti come me, che non amavano studiare, e per evitare che io andassi così giovane a lavorare, i miei optarono per una scuola di questo tipo che erano dette scuole di avviamento al lavoro. Io confermai in tutto e per tutto questa avversione alla scuola e allo studio, tant’è vero che quando portai la pagella del primo trimestre, assomigliava più a una schedina del totocalcio che a una pagella: 2, 3, 4, qualche 5 e 7 in condotta. Quando mia madre andava a parlare con i professori, mancava poco che l’aggredissero. “Suo figlio qui, suo figlio là…disturba…viene spesso espulso dalla classe..non fa mai i compiti”. Io ero di diverso avviso, poiché a me tutte queste cose mi parevano di una regolarità assoluta. Io e il mio amico di banco, un certo Bellini, facevamo a gara a chi facesse più forche. Spesso ci trovavamo al bar e con i soldi che mia madre mi dava per la merenda ce li giocavamo al flipper. Immaginarsi come tornavo a casa affamato! La Sita, allora non partiva da piazza della Stazione, ma da Via dell’Albero, davanti al cinema Fulgor, e l’unica corsa che c’era nel pomeriggio partiva alle 15,30 arrivando a Fontebuona alle 16. Il mio stomaco sulle curve del Battidenti si attorcigliava e di conseguenza l’autobus mi faceva male. Arrivato a casa mia madre mi chiedeva: “Come è andata oggi” “Bene” gli rispondevo. “Mah?” diceva mia madre “non studi mai, come farà poi a andarti bene….”, e mentre gli altri amici erano in casa a studiare io andavo fuori a giocare al pallone. Arrivarono i risultati di fine anno: neanche rimandato a settembre, proprio respinto. Ormai ero diventato la pecora nera della famiglia; tutti lavoravano e con grande sacrificio. Il fratello faceva l’impiantitore, nel senso che lavorava in una ditta dove arruotavano gli impiantiti, in altre parole, livellavano i nuovi e vecchi impiantiti. La sorella maggiore, che avrebbe tanto desiderato studiare, per ragioni economiche, fu mandata a lavorare in una fabbrica dove facevano le scatolette in latta per le conserve di pomodoro. L’altra mia sorella lavorava presso una sarta del paese che si chiamava Jone ed abitava alla Fòra (Quartiere sud del paese). Tutti ormai in famiglia mi chiamavano “la pecora nera”. Fui inviato l’estate a lavorare a Firenze presso un rivenditore di caldaie (boiler), che aveva la concessione di vendita per la Toscana da una ditta trevigiana. Non ho mai passato un’estate così barbosa. Pensavo al mio paese, al mio torrente, al gioco del calcio, e invece, lì con tutti quei boiler, tutte quelle serpentine da sostituire: che palle! Mia madre si impietosì e mi fece dare l’aut aut, provate a dire da chi? Da mio fratello. Mi chiamò in disparte e mi disse repentino: “O studi o vai a lavorare”. Io avevo visto che la condizione di mio fratello non era proprio bella, anzi era decisamente brutta. Doveva stare tutto il giorno con gli stivali a cavallo di una macchina, in mezzo all’umidità e al freddo. Tutte le mattine mia madre gli preparava la borsa da lavoro detta la “cartellina” con dentro la “scatolina” di metallo in cui c’era un secondo e il contorno. Quando c’era il coniglio, mia madre gli metteva un bel paio di coscette, oppure un bel lombo con le verdure. Certo mia madre era un po’ dispettosa, poiché a mio padre, quando aveva fatto il coniglio in umido, gli metteva sempre la testa (allora si cucinava anche la testa). Le mie sorelle rimproveravano mia madre poiché gli metteva per pranzo un pezzo così poco appetibile. “A lui gli piace” rispondeva secca mia madre. Mio padre, invece, che ne sapeva una più del diavolo, stava al gioco e quando tornava, la testa di coniglio non c’era più. L’aveva mangiata tutta? No, l’aveva buttata nei rifiuti ed era andato da Giancarlo, alla trattoria, a mangiare cose buone. Io, nel frattempo, ripensavo alla frase sibillina che aveva pronunciato il fratello: “O studi o vai a lavorare”. Optai per la prima ipotesi. Decisi, mio malgrado, di cambiare vita. Mi misi sotto a studiare e “a collo torto” accettai le responsabilità che ne derivarono. Poco pallone, poco divertimento, tanto studio. Fui promosso a pieni voti e quella materia che mi era tanto ostica, la religione, la superai brillantemente, tanto da vincere un premio “Veritas”.

Questo era il premio che vincevano i migliori in religione. Vinsi una gita a Montenero e un libro: le Confessioni di Sant’Agostino, che lessi con non poca fatica. Questo Santo, dottore della chiesa, come mi somigliava…Aveva gozzovigliato tutta la gioventù fra donne, vita beata, lusso, sperperi, con la sola differenza che lui aveva una cultura da far paura. Sua madre, che non condivideva la vita del figlio, pregava in continuazione (come faceva mia madre del resto) perché il figlio si convertisse, ma lui niente! Anzi, conviveva con una donna (grande scandalo per i cattolici di allora) e per di più da questa unione era nato un figlio. Poi le preghiere della madre di Sant’Agostino (e anche della mia) ebbero la meglio e il Santo rinunciò a tutti i piaceri e alla convivenza e iniziò la carriera ecclesiastica. Furono i sermoni di Sant’Ambrogio, a Milano, che convertirono Agostino. Io, invece, decisi di farmi chierichetto e a convertirmi fu la santità di Don Luigi Visani, parroco di San Michele alle Macchie o a Fontebuona Era costui un parroco davvero santo che è vissuto in povertà, una povertà francescana, accontentandosi di vivere nella miseria. La sua perpetua, la Teresita, donna squisita, buonissima, rappezzava la sua tonaca alla meglio, poiché il prete non aveva i soldi per comprarsene una nuova. Amava tutti, anzi mi diceva spesso: “Bisogna amare tutti, tutti in modo uguale, bianchi o rossi che siano”. Egli veramente applicava il Vangelo alla lettera, era veramente un buon cristiano. Era magrissimo e mangiava pochissimo, anche perché a volte non aveva soldi per comprarsi il cibo. L’unica sua ricchezza, si fa per dire, era un orticello, il quale gli permetteva di mangiare qualche verdura, qualche cavolo. Viveva anche per la carità di qualche paesano. Io so, di persone fontebuonesi, lontane dalla chiesa e dalla religione, che non di rado gli portavano qualcosa da mangiare: un pollo, un coniglio. Officiava la messa anche al Sanatorio di Fontesecca presso il quale si recava, sempre a piedi. Fu lui a insegnarmi a rispondere in latino alla messa; come mi sembrava ostica allora quella lingua! “Quia tu es Deus fortitudo mea, quare me repulisti, et quare tristis, ecc:” Ma cosa volevano dire tutte quelle parole? “Suscipiat Dominus sacrificium de manibus tuis…” Che bello però anch’io imparavo il latino come i miei amici, i quali frequentavano le medie, scuole di serie A, alle quali si accedeva solo dopo aver superato un esame di ammissione. Da allora non mancai più una volta alla SS. Messa di Don Luigi Visani e anzi, facevo la S. Comunione tutte le domeniche. Come mi sentivo bene allora! Ma non solo internamente, anche il mio fisico era alle stelle. Mi sentivo voglia di correre e facevo di corsa il tragitto Fontebuona San Michele e viceversa. Mi sembrava di essere una gazzella. I soldi non mi interessavano, vivevo una sorte di paradiso in terra. In effetti ero cambiato e le persone (e anche io) stentavamo a crederlo. Cosa era successo in me? Pensavo spesso a Sant’Agostino e ai suoi dubbi, alle sue incertezze ai suoi mille ripensamenti e come risposta ce l’avevo davanti: Don Luigi, un uomo santo, un santo sacerdote, che aveva fatto del Discorso della Montagna di San Matteo il suo cavallo di battaglia: “Beati i poveri, poiché erediteranno il regno dei cieli, beati gli umili….” Anch’io chiesi a Dio di restare povero e umile, per tutta la vita. Mi ricordo un paesano, soprannominato Piscialletto, che era un cenciaiolo, uno che guardava la mia condotta e diceva: “Non so spiegarmi come, ma tu eri il peggiore di tutti i ragazzi e ora sei diventato il migliore di tutti”. Di sé diceva che era il più signore della Toscana. Io ci credo, si può essere signori anche senza i soldi. Va bene, che poi nella vita, sbagli ne ho fatti ancora, qualche volta ho rincorso le ricchezze, le donne, il successo però posso dire di essere rimasto sostanzialmente lo stesso, quel “ragazzo” di campagna che andava a caccia di lucertole con il proprio archetto.

IL “SALOTTO LETTERARIO”, O MEGLIO IL GIARDINO LETTERARIO DI FONTEBUONA

Mia madre nelle giornate caldissime dell’estate, quando avevo 7-8 anni, per evitare che io andassi fuori, mi invitava sempre a fare un bel sonnellino, ma io non ne volevo assolutamente sapere, poiché avevo già dormito bene la notte e il giorno per me andava vissuto da sveglio. Allora mi proponeva delle letture edificanti, e per dir la verità anche molto pallose. Di “Cuore” di De Amicis, non ne volevo neppur sentire parlare: troppi racconti pietosi e strappalacrime; di Pinocchio, nemmeno, mi rimaneva odioso per quel suo moralismo più o meno nascosto, e poi quel Grillo parlante che andava sempre a rompere ….a Pinocchio, perché studiasse, non mi andava proprio a genio. Giamburrasca mi rimaneva più simpatico, poiché ne combinava di tutti i colori, un po’ come me, però anche questo mi stufava. Allora mia madre andava sul “duro” sceglieva come lettura il David Copperfield. Tre o quattro pagine tutti i giorni: che palla! Quel povero David, che era rimasto senza padre, doveva subirne di tutti i colori da quel Murdstone antipaticissimo, che era diventato il nuovo marito di sua madre. Poi questo suo patrigno lo mise in collegio…povero David! Se io l’avessi avuto sotto tiro quel Murdstone, lo sai quanti calci negli stinchi gli avrei tirato. Già allora, io ero vivacissimo e con queste letture mia madre sperava.. e diceva: ”Se non fai il buono, finisci come David Copperfield” Io non ci credevo, quella società ottocentesca, quelle figure del padre-padrone non esistevano più per fortuna da molto tempo. Alcune volte riuscivo a scappare fuori o in terrazza e così evitavo quella tortura. Quelle letture ogni tanto mi tornano alla mente come incubi, e da allora ho odiato un po’ tutta la letteratura ottocentesca, con qualche dovuta eccezione. Anche il romanticismo storico ottocentesco in genere l’ho detestato con qualche eccezione, come ad esempio, il Niccolò de’ Lapi (ovvero i Palleschi e i Piagnoni) di Massimo D’Azeglio, il quale era anche pittore, che descrive la società fiorentina del 1300. Dei poeti ottocenteschi l’unico che mi piaceva era il Pascoli, e mi piace ancora, specialmente la raccolta “Miricae”, vale a dire briciole, nelle quali descrive la vita dei campi di allora, con semplicità di linguaggio e con tanta verità. Poi crescendo i gusti cambiarono, anche perché la società nel frattempo era cambiata. La gente leggeva di più, o meglio leggeva molto più che nel passato. Allora si leggevano soprattutto settimanali, fotoromanzi, fumetti e anche quotidiani. Ogni tanto il babbo comprava il quotidiano per essere al corrente dei principali fatti avvenuti. Le sorelle leggevano di solito fotoromanzi e giornali di moda. Negli anni cinquanta-sessanta, nella società italiana di allora, si assisteva a un bipolarismo accentuato, vale a dire cattolicesimo-comunismo: mi viene in mente Peppone e Don Camillo. Guareschi, che era un cattolico di destra, aveva fatto proprio centro con questi suoi romanzi che sono dei veri e propri capolavori. Ho conosciuto quest’autore, come altri umoristi dell’epoca, grazie a un giovane fontebuonese, che riuniva, noi ragazzi di una certa età, adolescenti, nel suo giardino per giocare a carte. Ma il gioco delle carte passava in secondo piano. Il Cice, così si chiamava di soprannome questo giovanotto, più grande di noi, al quale non mancava un certo umorismo. Dopo il gioco delle carte il discorso finiva in letteratura umoristica. Lui aveva letto tutti i libri di Guareschi: Don Camillo, Don Camillo e l’Onorevole Peppone, il Compagno Don Camillo, ecc. e ce li descriveva in una maniera tale che anch’io finii per innamorarmi di questo autore e per leggere tutti i suoi lavori. Il Cice amava un certo tipo di letteratura e fra i giornali satirici acquistava assiduamente Il Travaso, che era ritenuto un giornale umoristico di destra, ma era spassosissimo per le sue vignette e per i suoi articoli. Chi possedesse oggi una collezione di tale Rivista, penso che avrebbe un tesoro in mano. Il Travaso se la rifaceva spesso con certi politici e con un certo modo di fare politica di allora, che era davvero grottesca (figuriamoci quella d’oggi!). Se la prendeva con certi “paparazzi” della politica italiana e europea e sparava a zero. Noi ci ridevamo molto. Il Cice amava anche altri autori come Curzio Malaparte ed anche di questo scrittore, che era un napoletano trapiantato a Prato, conosceva tutte le Opere: “La Pelle”, “Kaputt”, “Mamma Marcia”, “Anche le donne hanno perso la guerra”, fino ad arrivare a “Maledetti Toscani” (lui, Malaparte, che si definiva il più maledetto dei toscani). Troppo bello, troppo spassoso era questo libro, ma anche troppo vero, diceva delle verità che scottano sui toscani, diceva dei loro pregi, che sono molti, ma anche dei difetti. Ne parlava con un amore che soltanto un grande personaggio e un grande animo con il ”core napolitano” come il suo poteva parlarne. Mi ricordo un suo passo, il grido di guerra dei fiorentini, semplicemente: “Tomae!!”. Malaparte amava talmente la Toscana che alla sua morte volle essere sepolto nel cimitero di Spazzavento presso Prato. Sempre in questo giardino parlavamo di altri autori interessanti, sempre facenti parte di quel filone umoristico, come Giovanni Mosca, ecc. Il Cice che sapeva raccontarci questi autori, poco a poco aveva determinato in noi quella svolta, quell’amore allo studio e alla lettura che poi mi ha coinvolto per il resto della vita.

IL GATTINO “BISANZIO”

Ho sempre avuto una certa simpatia per i gatti, non lo so perché, ma io nutrivo per loro una tenerezza maggiore che per gli altri animali, forse perché i gatti sono un po’ girelloni proprio come lo ero io.

Quand’ero piccolo, e non sempre i gatti erano docili, mi piaceva mettere un ditino nella loro bocca, per sentire la lingua che era come una specie di lima o di grattugina. Purtroppo da noi a Fontebuona, la vita media di una di queste bestiole era di 3-4 mesi; quando andava bene un annetto, e se un gatto era proprio fortunato poteva anche vivere qualche anno. Ripeto il gatto è girellone, e purtroppo con tutto lo spazio che c’era nella Piazzetta e Sotto l’Arco, il gatto voleva in continuazione attraversare la strada. Purtroppo quella è una strada maledetta, le auto anche allora, quelle poche che passavano andavano a velocità sostenuta, e i gatti non si sa perché volevano sempre attraversare la strada nel momento in cui passava una macchina, specie se di notte. Quando sentivi un botto, come di un pallone che scoppia, questo era un gatto che restava sotto le ruote di un’auto o di un camion. Io non mi perdevo d’animo, appena uno era defunto, subito ne prendevo un’altro. Il gatto mi faceva compagnia, e poi mi piaceva quando mi veniva intorno a farmi le fusa col suo “Bruu…bruuu”. Ai gatti davo i nomi più impossibili. Una volta ne avevo uno, molto bellino, bianco con delle macchioline nere sul viso, quello fu uno anche dei gatti fortunati poiché campò abbastanza. A lui avevo dato il nome di Bisanzio. Una volta, una ragazzina vide il mio gatto e si mise a fargli le carezze, poi mi chiese: “come si chiama?” “Bisanzio” risposi io. Mi ricordo che fece una gran risata. Questa ragazzina, ho avuto poi la possibilità di rivedere di tanto in tanto negli anni successivi e ogni volta si ricordava del mio gattino: “Ti ricordi Paolo come gli avevi messo nome? Bisanzio”. Questi nomi io li prendevo dal libro di scuola e dalla storia. Fra gli altri nomi: Ulisse, Archimede, Ettore, ecc. Quando morivano io li sotterravo nell’orto di mio padre, gli facevo una bella buchetta, gli facevo sopra una bella aiuola con dei sassetti, qualche fiorellino di campo e infine gli mettevo una croce di legno, come se i gatti fossero cristiani! Allora i gatti non erano vezzeggiati come quelli di oggi, erano ritenuti utili poiché mangiavano i topi e liberavano le cantine e talvolta le case da questi fastidiosi animaletti. I gatti, di allora, erano quasi sempre affamati. Gli davano da mangiare qualsiasi schifezza e se non la volevano gli dicevano: “Vai a mangiare i topi”. Se si azzardavano ad allungare lo zampino per prendere qualche pezzetto di braciola o un pezzo di pollo dal tagliere, di rado, ma qualche volta capitava che ci rimettessero lo zampino, ma nel vero senso della parola, difatti, ogni tanto vedevi, qualche gatto a giro che gli mancava un pezzetto di gamba. Alcune volte, per divertimento, qualcuno gli faceva anche degli scherzi atroci, tanto per dire che il gatto era un animale e, come tale, non era tenuto in nessuna considerazione. I ragazzi invece in genere amavano questi animaletti, anche se questi erano un po’ più selvaggi di quelli di oggi. Per la troppa confidenza anch’io sono dovuto andare a medicarmi molte volte, le braccia, le mani e anche il viso. Però questo non cambiava il mio atteggiamento verso di loro e quando sentivo un cucciolino abbandonato : “Miaou..miao”, lo prendevo, gli davo da mangiare e poi finiva che lo tenessi per sempre, o almeno…..fino a quando diventato grande, attraversasse la strada…

L’ANGELO CUSTODE

“Vedo la luna, vedo le stelle, vedo Caino che fa le frittelle”. Questo era un detto popolare, che si sentiva ripetere spesso dalle persone. Una volta, già grandicello, camminavo per la stradina che va alla cappellina. Io fin da ragazzo sono sempre stato un po’ distratto, “con la testa fra le nuvole”, come si dice. Quel giorno camminavo e pensavo a qualcosa. Avevo alzato gli occhi al cielo, di pomeriggio, ed avevo visto la luna. La cosa mi parve alquanto strana; io la luna l’avevo vista sempre di notte. All’inizio pensai che fosse un altro astro, tipo Marte o Giove, ma più la guardavo e più mi sembrava la luna. Eppure, dicevo, ha gli occhi il naso e la bocca come la luna che si vede nelle notti più luminose, e adesso possibile che sia sbucata di giorno? Mentre facevo tutti questi ragionamenti, non mi accorgevo che i miei passi stavano deviando proprio verso la parte del torrente. Il fiume era lì di sotto, a 4-5 metri, che scorreva tranquillo, fra sassi e macigni. A un certo punto mi parve di volare, anzi volavo, precipitavo. La cosa incredibile è che io fui “posato” con la leggerezza di una piuma, in piedi, sul letto del fiume senza una scalfittura, senza una contusione, niente. Ringraziai il mio angelo custode che mi aveva salvato la vita. Tuttavia, questa fu una buona occasione per gli amici per prendermi in giro e mi cantavano: “Vedo la luna, vedo le stelle, vedo Caino che fa le frittelle”.

I MATRIMONI E I CONFETTI

Che a noi ragazzi piacessero i dolciumi, questa era una cosa risaputa. Chewing-gum, caramelle, duri di menta, lecca- lecca, mangia e bevi, mentine, biscottoni con le mandorle, croccanti, questi erano i dolciumi di cui andavamo pazzi. Il dolce ci attirava come lo zucchero attira le mosche o le api. La mamma talvolta, affinché non andassimo a comprare quelle cose che ci facevano male, ci faceva delle buone crostate, con uova burro farina e marmellata. Però queste cose la mamma non poteva farle spesso poiché gli ingredienti costavano caro e talvolta le uova fresche non si trovavano. Noi ragazzi avevamo sempre una riserva di spiccioli nelle tasche che ci permetteva di comprare dalla Delia questi dolciumi. Quando compravamo le mentine, la Delia ci chiedeva: “Quante ne vuoi?” Noi dicevamo 50 o 100 lire. Allora la Delia, prendeva il vaso delle mentine, che erano variamente colorate, e con la paletta ne prendeva un po’. Poi metteva un foglietto di carta sulla bilancia e le pesava. Faceva poi un bel cartoccino che ci consegnava. A volte prendevamo i duri. I migliori per me erano quelli di menta poiché ti lasciavano un frescolino in bocca per niente male. Anche i ”mangia e bevi” erano squisiti, sopra di cioccolata e dentro una bella ciliegina rossa e liquore. Intanto i primi denti, se ne andavano e altri cominciavano a “dondolare”. All’interno delle nostre bocche cominciavano ad apparire le prime finestrine. Quando ci vedevano gli adulti ci dicevano: “Fammi vedere, che è passato un topo?”. C’era un altro tipo di dolciume del quale andavamo pazzi: i confetti. In genere i confetti venivano venduti a peso e noi non potevamo acquistarli, poiché troppo costosi. L’occasione propizia per mangiarli erano i matrimoni. Adesso c’è l’abitudine di dare i confetti in eleganti bomboniere, ma allora non era così. C’era l’usanza, a cerimonia ultimata, che gli sposi, una volta fuori dalla chiesa, lanciassero i confetti per aria e le persone, ma soprattutto i ragazzi, che intervenivano numerosi, facevano di tutto per accaparrarsene, anche perché dicevano che portassero fortuna. Noi ragazzi facevamo dei lanci incredibili per acciuffarli, anche se spesso i grandi con la loro statura avevano la meglio. Qualche volta, quando c’era un matrimonio “bagnato”, vale a dire, che fuori pioveva e si erano formate le pozze di acqua piovana, gli sposi, che sapevano l’ingordigia di noi ragazzi, con un pizzico di malignità lanciavano i confetti proprio dentro queste pozze di acqua piovana, per farci rabbia, o per avere la soddisfazione di vedere se qualche ragazzo li raccogliesse comunque e li mangiasse, con grande divertimento degli sposi.

FARFALLINO IL BARBIERE

Il barbiere del paese si chiamava Farfalla o Farfallino e credo stesse a Fontesecca. Aveva una botteguccia, accanto alla vecchia officina del meccanico.

Farfallino era una persona molto dolce e gentile, sorrideva sempre ed era benvoluto da tutti. La sua bottega era lunga e stretta, e, oltre la sedia per sedersi, c’era un attaccapanni e uno specchio. Sulla mensola dello specchio c’erano gli attrezzi per la barba: un rasoio a lama, un paio di forbici, un pennello per spazzolare via i capelli, uno stick per fermasangue e una grossa bottiglia di profumo con la pompetta e le brillantine. Quando Farfallino aveva terminato di fare la barba a qualcuno gli dava una bella pompata di questo “profumo” (si fa per dire) e il malcapitato si riaveva di lì a poco. A coloro i quali aveva fatto i capelli, prendeva una bella manciata di brillantina solida da un vasetto, la mescolava un po’ con l’acqua e poi impiastricciava tutti i capelli, i quali non si muovevano più per un paio di giorni. Nel “salon de beauté” di Farfallino, non mancava la “sputacchiera”. Questo era un accessorio utile per quei tempi, in cui la gente e in modo particolare i vecchi, erano pieni di catarri. La persona educata, che avesse avuto una tale necessità, si alzava, andava alla sputacchiera, “tirava” con energia e “Puuh” e la cosa rimaneva lì in bella vista per giorni e giorni finché Farfallino non andava a vuotarla (nel torrente!!!!). Quando si avvicinava Natale a noi ragazzi diceva sempre: “L’hai scritta la letterina di Natale al tuo babbo? Se non l’hai fatto, senti come devi scriverla: “Caro babbo è Natale, senza soldi si sta male, mi contento di pochino, mille lire e un panfortino”. E poi rideva tutto soddisfatto. Alle persone più grandi, specialmente ai giovanotti regalava quei calendarietti profumati delle attrici, dentro una bustina trasparente. A noi ragazzi era proibitissimo guardare queste “sconcezze”. Io dicevo a mio fratello: “Fammele vedere” “No – rispondeva lui – sei troppo piccolo”. Una volta o due ho avuto modo di aprire uno di questi piccoli calendari di nascosto. C’erano delle foto di attrici, per lo più americane, in costume da bagno….intero! L’estate c’erano molte mosche e i negozi, si dotavano di quelle tende, con i pendagli di canna di bambù, che quando entravi sembrava di suonare lo xilofono. I contadini in genere non venivano a farsi i capelli o la barba se non in casi eccezionali. Prima di tutto perché la barba se la facevano, quando andava bene, una volta la settimana, e poi perché questi erano tirchi e non volevano spendere i soldi. I capelli, ai ragazzi dei contadini, venivano fatti con l’ausilio di una pentola posata sul loro capo, difatti li vedevi questi contadini con le sfumature molto alte, all’altezza appunto di pentola o di tegame. Lo stesso valeva per il ciuffo che questi avevano davanti. Questa frangina veniva tagliata alla stessa altezza della sfumatura. Per forza di cose, quando questi ragazzotti venivano in paese, conciati come erano, venivano presi in giro. La gente diceva loro: “Che ti se’ fatto i capelli con il tegame?” Poveri “diascoli”! Così li chiamavano in paese e al buffo si aggiungeva il divertente, quando arrivavano con gli zoccoli di legno, tutti motosi e merdosi. Poi quando aprivano la bocca per parlare, allora sì che i paesani si divertivano. Allora, andava farsi i capelli con la divisa. Per fare questo Farfallino bagnava ben bene i capelli, li “immasticiava” con la brillantina solida, poi prendeva il pettine e tracciava una riga dall’alto in basso. Con due energiche pettinate mandava i capelli da una parte e dall’altra e nel mezzo si vedeva una bella riga diritta. A me non piaceva questa acconciatura con la riga; solo una volta fui costretto a farmela: il giorno della mia prima comunione. A me piacevano i capelli tagliati corti e ritti, “all’Umberta”, come dicevano allora. La bottega di Farfallino era anche uno dei luoghi di ritrovo per parlare del più e del meno. Farfallino era sempre neutrale, non teneva per nessuno. Noi invece ci accanivamo con Bartali e con Coppi, con Magni, e passavamo lunghe ore in dispute che adesso, con il senno di poi, ci sembrano stupide ed inutili.

I GIOCHI DELLE BAMBINE

Di solito i maschi giocavano da una parte e le bambine da un’altra. Difficilmente avveniva una “contaminazione” fra i due sessi nel gioco, anche perché i giochi dei maschi erano più virili mentre le bambine, che erano meno scatenate dei maschi, giocavano in modo più gentile, più educato. Fra questi c’era un gioco che sicuramente era stato importato dall’Inghilterra o dall’America. La bambina si metteva a due o tre metri dal muro e contro di esso faceva rimbalzare una pallina dicendo: Oh yes, Singles, Stando fermi, Alzando un pié, Con una mano, Battendo le mani, Davanti e di dietro, La ruota, il Mulino, L’inchino. Se la bambina era riuscita a fare tutte queste cose nel tempo che la palla rimbalzava sul muro e senza farla cadere, aveva vinto. Altro gioco da bimbe, ma alla quale partecipavano anche i maschi, era la Palla prigioniera. I partecipanti facevano un bel cerchio e in mezzo, a turno, andava un bambino o una bambina. Quello che era al centro doveva fare di tutto per prendere la pallina che veniva lanciata da una bambina all’altra. Se colui che era al centro riusciva a intercettare la pallina, colui o colei che l’aveva lanciata era costretta ad andare nel mezzo. Le bambine in questo gioco erano solidali, forse più dei maschi, e facevano di tutto affinché i maschi stessero in mezzo il più possibile. Un altro gioco che veniva giocato principalmente dalle bambine era lo Zoppino o Zoppettino. Si disegnava in terra una specie di ferro di cavallo, diviso in sei caselle, numerate da uno a sei e in cima, sulla parte rotonda del ferro di cavallo un’ulteriore casella a semicerchio, il riposo. Si buttava il sassolino nell’uno e poi si andava a zoppino fino al riposo. Qui si poteva abbassare la gamba. Si tornava fino al sei a zoppettino, saltando le caselle e facendo attenzione di non calpestare le righe altrimenti si sarebbe stati eliminati. Poi si buttava il sassolino sul 2, poi sul 3 e così via. Un altro gioco al quale partecipavano molto volentieri anche le bambine era il gioco della bandierina o del fazzoletto. Uno in mezzo teneva serrato in una mano un semplice fazzoletto, e due squadre, spesso una di maschi e una di femmine si mettevano al di qua e al di là del bambino o della bambina che teneva la bandierina in mano con il braccio ben disteso. Questo poi chiamava un numero dicendo: “Numero…. numero… numero…” e tutti si mettevano pronti e in posizione per partire. Poi quando veniva detto il numero, che era stato preventivamente assegnato, partivano il bambino e la bambina dell’una e dell’altra squadra. Arrivati al fazzoletto uno poteva fermarsi e fare finta di prenderlo per ingannare l’altro, oppure, se nella corsa aveva un certo vantaggio, gli poteva convenire anche acciuffarlo e correre via. Però questo era pericoloso poiché l’altro era lanciato e quando questo invertiva marcia, perdeva velocità e veniva acciuffato o toccato. Questo gli costava un punto di penalità. Le bambine giocavano molto anche al salto della corda. Due bambine tenevano una corda che facevano ruotare da terra a una certa altezza, mentre un’altra che stava nel mezzo doveva saltare con un certo tempismo, proprio quando la corda stava per batterle nelle gambe. Le bambine erano molto abili a fare questo gioco, che permetteva loro di mostrare molta abilità, ad esempio, saltando a zoppino, ecc. Altro gioco era “Al mio bel castello”. Partivano in due e via via si chiamavano: Al mio bel castello, tarutino e tarutello, e il nostro l’è più bello tarutino e tarutà…Questo era un gioco molto infantile che veniva giocato anche a scuola durante l’ora di ricreazione. Infine c’era la filastrocca, vecchia quanto il cucco: Mammina dorata:

Mammina dorata

dove sei stata

dalla nonnina

cosa ti ha dato

una pallina

Dove l’hai messa

nella taschina

falla vedere

eccola qua.

I PANTALONCINI CORTI

La nostra tenuta invernale non era molto invidiabile. Tutti gli indumenti intimi venivano confezionati con la lana di pecora e fatti con la calza: maglioni, camiciole, e calzini. La lana era un ottimo materiale, che teneva caldo, però aveva un difetto grandissimo, quello di “pizzicare” al contatto con la pelle. Quando arrivava l’inverno e la mamma tirava fuori dei cassetti le camiciole di lana, odoranti di naftalina, era un vero supplizio. I primi tre o quattro giorni era tutto un grattarsi, sembrava che tutti avessero i pidocchi. Poi pian piano ci si abituava e il pizzicore si sentiva solo per alcune ore, quando la camiciola veniva cambiata. Le mutande erano in stoffa di flanella, confezionate come quelle di oggi dette “boxeur” o “Boxer”, ma molto più rudimentali. La camiciola veniva rigorosamente messa dentro le mutandine, per stare più caldi, così ci dicevano allora. Anche la camicie erano di flanella e alla confezione delle quali, provvedevano le sarte del paese, o la mamma stessa. Le sarte allora erano numerose, si può dire che un po’ tutte le donne erano delle sarte provette, quasi tutte avevano la macchina da cucire: la Necchi o la Singer. In alcune case usavano ancora quelle vecchie macchine da cucire, azionate a mano con una manovella. Poi arrivarono quelle a telaio che venivano mosse con i piedi per mezzo di una pedana bascullante che muoveva una ruota più grande e una più piccola, queste collegate da una specie di cordone di cuoio. I pantaloni o calzoni, anche questi venivano confezionati nelle case, dalle mamme, oppure dalle sarte del paese. Essi venivano fatti “alla zuava”, poiché questa era la moda di allora. Questo era un tipo di calzoni un po’ più corto di quelli di oggi, e in fondo il “gambule” era rastremato e chiuso per mezzo di una fascetta e di una bottone. Questa foggia di pantaloni permetteva di risparmiare un po’ di stoffa nel confezionamento, e fare economie. Si indossavano i calzettoni lunghi di lana, poi si mettevano i pantaloni, si allacciavano i gambuli, questi si tiravano su fino all’elastico dei calzettoni, e poi si faceva ricadere giù una parte del pantalone, che veniva appunto detta “alla zuava”. Le scarpe potevano essere basse, di vacchetta o di pelle, oppure gli scarponi chiodati, in cuoio leggero, per il periodo invernale più rigido. Sui pantaloni si metteva una giacca o giubbotto, sempre di lana. Noi ragazzi non vedevamo l’ora di arrivare alla bella stagione per toglierci di dosso tutte queste “infrastrutture” che somigliavano molto a una corazza. Quando chiedevamo alla mamma quando ci saremmo potuti mettere i pantaloni corti, questa diceva “A primavera”. Ma questa tardava sempre a venire, poiché gli inverni allora erano più rigidi degli attuali e talvolta capitava che noi attendessimo con ansia quel fatidico 21 marzo per indossare i pantaloncini corti, e invece la stagione talvolta era più invernale che primaverile. Anzi, capitava spesso, che il 21 marzo, giorno nel quale attendevamo il ritorno delle rondini, ci fosse ancora nella Piazzetta dei bei lastroni di ghiaccio e dei bei mucchi di neve ghiacciata. Quando poi il sole faceva capolino e cominciava a sciogliere tutti quei mucchi di neve (a “dimoiare” come dicevano qui) e anche il ghiaccio, noi finalmente cominciavamo a pensare che quel giorno era vicino. Poi le prime giornate di sole, le prime brezzoline primaverili che scendevano in direzione Est-Ovest e venivano giù dai Campini e strisciavano sui campi di grano, le cui piantine facevano capolino fra le zolle, ancora umide dalla neve appena sciolta. Ecco le prime rondini, i primi caroselli di queste bestiole che garrivano contente sù in alto, nel cielo del nostro paese, contente di aver ritrovato ciascuna il proprio nido sotto le grondaie dei tetti. Finalmente anche per noi era arrivato quel giorno fatidico in cui la mamma tirava fuori dal cassetto, belli stirati, i primi calzoncini corti. Appena messi, correvamo fuori contenti, come le rondini, a fare festa con gli amici. La primavera era tornata, la vita ricominciava….

LE “CACATE” DELLE BEFANE

Chissà perché, ma tutti si interessavano allo stato di salute intestinale delle Befane. In giro si sentiva dire: “Quest’anno la Befana, cacherà poco”, oppure un altr’anno si poteva sperare in una produzione addominale più abbondante: “Quest’anno le Befane cacheranno un bel po’”. Questa era la tradizione: se eri stato bravo, nella calza trovavi dolciumi, mandarini, arance; se eri stato cattivo, nella calza trovavi dei cacherelli di coniglio, di capra, che i grandi dicevano che erano appunto gli escrementi della Befana, oppure del carbone. Guai a non crederci alla Befana! Questa vecchina, con un grande sacco di doni sulle spalle, e che volava cavalcando una scopa, e che lasciava cadere i doni nel comignolo delle case, non sarebbe neppure passata; lo stesso valeva per tutti quei bambini che il giorno del 5 gennaio non fossero andati a letto presto. Allora noi bambini andavamo a letto presto presto e i genitori venivano ogni tanto a controllare se dormivamo. Se ci vedevano con un occhiolino ancora aperto ci dicevano: “Dormi sennò la Befana non passa”. Allora, anche se per l’emozione non riuscivamo a prendere sonno, facevamo finta di dormire, e dopo un po’, sentivamo nel camino della casa un agitare di catene, un battere di ferri: la Befana era passata, ma cosa ci avrebbe cacato? Non potevamo alzarci, la Befana se la sarebbe presa e l’anno successivo ci avrebbe portato solo carbone. La mattina, dopo un bel sonno ristoratore, ci alzavamo e correvamo subito al “focolaio” (o focolare) della casa, per vedere quello che la Befana ci aveva portato. Su un chiodo del caminetto pendeva un bel calzettone di lana, talmente pieno che sbucavano fuori, cioccolate, torroni, croccanti. Versavamo il tutto sulla tavola, tanti pacchettini colorati. tanta carta stagnola, un po’ di carbone e in un bel pacchettino, confezionato ad arte pieno di cacchette di capra…La Befana si era ricordata anche delle cattive azioni!

I “PRETAIOLI” E LA RACCOLTA DI FUNGHI

La ricerca e la raccolta di funghi era una “passione” sentita quasi come la caccia. Tanti cacciatori erano anche fungaioli. Cercare i funghi era un’arte bisognava prima di tutto sapere dove fossero le “fungaie”. Ogni fungaiolo era a conoscenza di un certo numero di fungaie, che sapeva solo lui e pochi intimi e non avrebbe rivelato a nessuno la loro ubicazione. I fungaioli più esperti, giravano i boschi con un bastone in mano, per sollevare le foglie, poiché alcuni funghi, in particolare i porcini, facevano soprattutto nei castagneti, ancora non ripuliti, ricoperti da uno strato di foglie. Le foglie permettevano a queste muffe fungine, di creare un microclima di calore e di umidità adatto alla crescita di questi ricercatissimi vegetali. I cercatori più esperti sapevano quindi qual’era il clima atmosferico più adatto; per i funghi occorreva un tempo caldo-umido e che le piogge cadessero al tempo opportuno. Quando il tempo era troppo “alitoso”, vale a dire secco e ventoso, di funghi ne avresti sicuramente trovati pochi. Il porcino, quando faceva, ne trovavi a cappellate, però bisognava fare attenzione poiché non tutti i porcini erano buoni. C’era fra questi anche il “boleto satana”, quello velenoso. Anche gli ovuli, che qui chiamavano “cocolle”, erano molto buoni, però bisognava fare attenzione ad una specie molto simile, l’ammanita falloide, che mangiata cotta o cruda ti spediva diritta diritta all’altro mondo. I pinaroli facevano invece, nelle vicinanze dei pini. Questi erano funghi molto gustosi, se consumati infarinati e fritti in padella. Poi c’erano i prataioli che a Fontebuona chiamavano, forse con un po’ di malignità i “pretaioli”. Pretaioli venivano chiamati anche coloro che si avvicinavano un po’ troppo alla chiesa. Questi funghi erano i primi a nascere nella tarda primavera, dentro le macchie di pruno. Li trovavano spesso nelle prunaie che da Ferraglia vanno a Risercioni. Per trovarli i fungaioli si dovevano infilare nelle macchie folte di pruno, proteggendosi mani e viso e venendone fuori alla fine tutti graffiati e sanguinanti, come se avessero fatto la lotta con gatti affamati. I pretaioli o prataioli venivano usati per fare un sugo eccellente, i funghi allora sostituivano per la loro prelibatezza spesso la carne, che era troppo costosa. Noi andavamo spesso a cercare i funghi con il nostro panierino, ma di funghi buoni, uno, due e talvolta neanche il segno.

LA GUZZI E…IL MAL DI CORPO

Quando sentivi il classico rumore “Pop..pop..pop..pop”, voleva dire che stavano per transitare i due poliziotti della Polizia Stradale con le loro Guzzi. Questa era una delle prime moto, che aveva come caratteristica quella di avere un volano a vista, che imprimeva la forza centrifuga ai pistoni e caratterizzava appunto il rumore del motore. Inoltre, dato che i primi esemplari non avevano il cambio a pedale, ma a mano, posto accanto al serbatoio, questo era una ulteriore caratteristica di queste moto, che quando cambiavano, non avveniva velocemente, come succedeva successivamente con il cambio a pedale, ma trascorreva un certo tempo tra una cambiata e l’altra. Questi due elementi caratterizzavano le Guzzi della Polizia in modo inequivocabile. Era raro che queste motociclette, fossero in mano di civili, anche perché esse erano molto costose. Noi ragazzi allora, eravamo molto piccoli, e fra i giochi c’era quello di lanciare sassi e bastoni (e talvolta palloni) anche nella strada, tanto non passava mai quasi nessuno. A conferma di questo, noi molte volte, quando non c’era nessun altro spazio disponibile, giocavamo appunto nella strada, facendo attenzione che non passassero auto, camion e ….soprattutto la Polizia Stradale. A Fontebuona c’era un paesano che era, per l’appunto un poliziotto della Stradale, il suo nome era Elio, e per la verità non era niente affatto accomodante e quando c’era da fare una multa non guardava in faccia a nessuno. Ne sa qualcosa il Gano, il corridore mugellano, che quando passava da Fontebuona, sapeva già che Elio era lì al confluire del Sottolarco che l’aspettava per comminargli il solito “Eccesso di velocità”, pari, allora a 10.000 lire. Molte volte il Gano aveva fretta, consegnava in mano a Elvio le diecimila e non aspettava neanche il verbale della multa. “Qualche volta ti sequestro la macchina” gli diceva Elvio. Ma il Gano ribatteva pacato “Cerca di essere comprensivo, queste macchine da competizione se le costringi ad andare piano si guastano, si piombano le candele, ecc”. Quella volta, dunque, che io ero molto piccolo, si e no 5-6 anni, lanciai in piazzetta un bastone, che andò a rifinire nella strada, proprio mentre stava transitando quel “Pop..pop..pop”. Subito dopo sentii un frangersi di vetri e un grande scoppio. Pensando che fosse la Polizia Stradale, io corsi subito a casa. Mia mamma vedendomi arrivare tutto trafelato disse: “Che cosa ti è successo?”. Gli risposi: “Mi fa male il corpo, voglio andare subito a letto”. Andai a letto, e mi tirai addosso le coperte fin sopra il capo. In realtà, il mal di corpo mi era preso dalla paura e io volevo nascondermi e bene, per timore che i poliziotti, mi venissero a prelevare a casa per portarmi in prigione. Fortunatamente colpii il faro della Guzzi che però non era dei poliziotti, ma di un privato cittadino, il quale fu molto comprensivo, anche se chiese ai miei genitori il risarcimento dei danni subìti.

LE RAGAZZE PROCACI E I TACCHI A SPILLO

E’ vero che la donna diventa adulta prima degli uomini, questo anche perché la maggior parte delle donne di allora si sposava quando era ancora molto giovane e cominciava a partorire figli già dalla giovane età. Maschi e femmine giocavamo insieme per anni, anche con le dovute distanze, fino all’età di 11 o 12 anni. Noi a quell’età eravamo considerati dei maschiacci. Mi ricordo una signora del paese, che quando la incontravo, e mi vedeva con la pelle scura come un marocchino, da tanto stavamo al sole, e con due occhi neri come il carbone, tale era la mia grossa pupilla, si fermava, mi guardava e mi diceva: “Occhiacci di carbone”. Forse ce l’aveva un po’ con me, ma non più di tanto, poiché penso avesse anche tanta simpatia nei miei confronti. Aveva anche lei dei figli e sapeva quello che voleva dire avere una famiglia numerosa. Io ero vissuto fino ad allora sulla strada, avevo cioè frequentato l’”università della strada”, come si dice. Una volta, ero molto piccolo, mi trovavo in paese, quando capitò che passasse accanto a noi una vecchietta che aveva una deformazione vistosa sulla schiena, una gobba per capirci, ma all’infuori di questo difetto fisico, del quale non ne aveva certo la colpa, era una cara e simpatica vecchietta ed era la mamma della signora che mi apostrofava con la frase: “Occhiacci di carbone”. Dei ragazzi più grandi che erano insieme a noi dissero: “Nessuno di voi ha il coraggio di toccare la gobba della vecchietta”. Toccare la gobbetta, prendere delle pagliuzze di fieno da un carro di passaggio, avere in tasca il “verde” (bosso), allora si diceva che portasse fortuna. Io non me lo feci ridire e per fare una bravata, andai a toccare la gobba della vecchietta, che però, data anche la rincorsa che presi, finii per toccarla un po’ troppo energicamente. La vecchietta andò su tutte le furie e per questa bravata in casa fui punito. Col senno di poi, quell’atto mi sembrò detestabile anche se la veemenza del colpo, non era da attribuire alla mia volontà. Di ciò chiesi scusa ai familiari della vecchietta a suo tempo. Ritornando all’adolescenza delle bambine, che fino a 12 anni le chiamavano “moccolone”, poiché avevano ancora il moccio che gli calava giù dal naso, tutto a un tratto accadeva loro qualcosa di sorprendente. La bambina che oggi era una moccolona, con la quale eravamo amici e facevamo i giochi più vari, l’indomani la vedevi improvvisamente trasformata. Tacchi a spillo, gonna aderente, poppette dure e procaci che si evidenziavano sotto la maglia, rossetto sulle labbra, che ci passava davanti senza degnarci neppure di uno sguardo. Noi dicevamo: “Ma chi è quella?”, “Non sarà mica già Carnevale?”. Questa bambina improvvisamente si era già trasformata in adulta, con noi non voleva più giocare, poiché diceva, siete troppo piccoli per me. Noi invece continuavamo ad essere i ragazzi di sempre, ignari del fatto che per noi la pubertà sarebbe durata ancora qualche anno.

PROPRIO COME IL PIOVANO ARLOTTO?

Fioriscono gli aneddoti sul prete di Ferraglia, mio zio. Uno di questi vuole che da giovane prete si sia recato in un bordello della vecchia Firenze, in un giorno piovoso settembrino, e che qui abbia incontrato uno del paese. Sennonché, sempre secondo questo aneddoto, il prete avrebbe lasciato l’ombrello in questo bordello e questo paesano se ne sarebbe accorto. Dopo qualche giorno il paesano vide alla bottega il prete e gli mormorò piano piano all’orecchio: “So’ priore l’altro giorno a i’ casino l’ha lasciato l’ombrello”. Al ché il prete avrebbe detto: “Zitto, zitto, non ti far sentire, tanto domani ci devo tornare e lo riprendo”. Forse si tratta solo di un aneddoto, forse è la verità, è difficile poterlo accertare. Al prete di Ferraglia piaceva molto giocare a carte, certe sere si incontravano nella canonica accaniti giocatori, per giocare a “bestia” uno dei giochi proibiti, poiché ritenuto un gioco d’azzardo. Il gioco delle carte piaceva molto a mio zio, e spesse volte capitava, che questi giocatori truccassero le carte, oppure si mettessero d’accordo per “ripulire” le tasche di mio zio. Qualche volta questo riusciva, ma spesso accadeva anche il contrario, vale a dire che questi giocatori provetti ritornassero a casa con le pive nel sacco.

Quando giocava nel bar di Fontebuona, a briscola o a scopa, ovviamente era per passatempo, giocavano poche lire, però la foga di vincere al prete era molta. Mio zio aveva sempre qualcuno dietro di sé che segretamente segnalava le carte del prete ai due giocatori avversari. Mio zio, un po’, l’aveva capito, anche se stava al gioco, infatti teneva sempre le carte sulla tavola coprendole con le due mani una sopra l’altra. Quando sentiva qualcuno bestemmiare, lo rimproverava subito: “Non si bestemmia”. Se questo continuava, mio zio si alzava e se ne andava via, io l’ho visto fare questo più di una volta. Il prete di Ferraglia aveva un’altra caratteristica, quello di essere forse il prete più veloce d’Italia, nel dire la messa. Un altro aneddoto vuole che, quando la messa si diceva ancora in latino, e le persone non capivano un’acca, che egli saltasse pari pari dei brani, del Vangelo, o della liturgia, per far prima. Non so se questo corrisponda a verità.

Certo, delle volte, specialmente quando in chiesa non c’era nessuno o quasi, prendeva il via a corsa, masticando il suo latino maccheronico, borbottava qualche cosa, sempre in latino, e ti trovavi già, dopo pochi minuti all’”Ite missa est”. Tuttavia, so per certo, che era un prete buono, anche se a modo suo. Ha aiutato molti: buoni, cattivi, bianchi, rossi e verdi. Molti del paese sono andati a bussare alla porta della sua canonica per chiedere questo o quel piacere. Lui, nonostante fosse così estroso, aveva una certa influenza in Curia e conosceva personalità di spicco del mondo mugellano e fiorentino, che stavano molto in alto. Non ha mai rifiutato un piacere a nessuno, se era in grado di poterlo fare. Aveva un debole: quello per le donne, questo è vero. Una volta conobbi una ragazza, una bella moretta, con dei bei “respingenti”. Quando seppe il mio cognome, si mise a ridere. “Ma allora, tu sei parente del prete di Ferraglia”, mi disse. “Si, sono suo nipote. “Sai, mi disse, io faccio parte di un coro e delle volte sono venuta a cantare a Ferraglia. Tuo zio, quando noi cantavamo dietro l’altare, veniva da me, e con la scusa di dirigere il coro, mi toccava le poppe”. “E tu te le facevi toccare”, risposi io. “D’altronde – le dissi – è meglio avere avuto uno zio prete “puttaniere”, che uno zio prete dell’altra sponda”. Su questo concordava con me. Se non bastassero tutti questi simpatici difetti, mio zio, era stonato come una campana rotta. Delle volte a Ferraglia c’erano delle belle funzioni, con tanti sacerdoti che venivano da altri paesi della pieve, e quando cantavano il gregoriano era un piacere sentirli. Purtroppo poi si metteva a cantare a squarciagola anche mio zio ed era come ad una bella melodia uno aggiungesse il rumore di una vecchia auto con la marmitta stappata. Naturalmente tutta la gente si metteva a ridere. Questo era e rimane comunque mio zio. Io non lo disconosco né lo ripudio. Ho nel mio studio, una foto di lui sacerdote, che fa la sua figura, in fondo era anche un bell’uomo, per questo piaceva alle donne!

LE INTERMINABILI NINNE NANNE

Eppure non è una mia sensazione, ma io mi ricordo di quando ero molto piccolo e mia madre voleva, per forza di cose, anche perché si voleva concedere un attimo di respiro, che io il pomeriggio andassi a fare un pisolino sul letto. Ripeto ero molto piccolo, forse due o tre anni. Mi metteva giù nel letto e mi cantava: “Fate la nanna coscine di pollo….” oppure “Ninna nanna ninna o’ il bambino a chi lo do, lo darò alla Befana che se lo tenga una settimana, lo darò all’omo nero che se lo tenga un mese intero…” Io non capivo perché mi volesse dare a tutta quella gente dal momento che mi aveva fatto lei, oppure non capivo il motivo, poiché io, che avevo già dormito abbondantemente la notte ed ora il sole illuminava la strada, gli alberi, le case, e nonostante mi sentissi di sgambettare, dovessi chiudere gli occhi e dormire per far piacere a lei. E lei ancora: “Ninna nanna, ninna nanna, il bambino gli è della mamma, della mamma e della zia e della Vergine Maria…”. Ci risiamo, questo bambino, poiché non si vuole addormentare é di tutti, anche della zia, ma di quale zia? Quando vedeva che dopo una mezz’oretta io ancora non mi ero addormentato, mia madre ricorreva a uno specie di stratagemma, cominciava a cantarmi: “Tu Gorizia addolorata, amavi tanto la patria mia, dugentocinque di fanteria, t’è venuto a riconquistare….” Questa era una delle tante reminescenze che il babbo aveva portato dalla guerra. Per me questa canzone era un vero e proprio sabotaggio e io pur di non sentirmi cantare tutte le altre strofe, chiudevo pian pianino gli occhi e mi addormentavo.

I FUOCHERELLI DI “BACÌO”

Nella lunga e interminabile stagione invernale, quando il paese e i campi erano coperti di un bel manto di neve, noi ragazzi, per non rimanere sotto la soggezione delle madri, andavamo a giro con l’archetto per i campi, per vedere di riuscire a prendere qualche merlo. Era davvero bello, vedere nelle macchie di pruni, posarsi qualche bel pettirosso. Questi uccellini, si chiamano così poiché hanno sotto il collo una bella macchia rossa. La leggenda vuole che questa si sia formata con le gocce di sangue di nostro Signor Gesù Cristo che cadevano dalla croce, e appunto una di queste cadde su un pettirosso, e da allora le piume di questo uccello, sotto il collo, sono di un bel rosso sgargiante. Fra gli altri uccelli che saltavano da un rametto all’altro dei pruni c’erano gli scriccioli. Questi sono uccellini davvero piccoli, che peseranno sì e no 15 grammi, eppure hanno una vitalità sorprendente. Anche i merli erano numerosi e altre specie che io non ricordo. Nelle tasche dei pantaloni portavamo sempre una bella scatola di fiammiferi, per accendere quei focherelli che tanto ci piacevano. C’era una grotta, molto riparata, per andare ai Campini, la quale era riparata dalla pioggia e dalla neve. Si dice che questa grotta, coperta da un enorme masso, una volta fosse rifugio per abitatori di epoche preistoriche. In epoche più recenti, i tedeschi avevano messo qui le loro contraeree e con queste avevano mitragliato anche molte case di Fontebuona, quando la gente sfollata, per fortuna, era andata a rifugiarsi dentro la galleria del treno a Saltalavacca. Io ero molto piccolo, e anche allora detestavo, rimanere rinchiuso in questa galleria con tutte le altre persone del paese. “Voglio andar fuori a fare pipì” dicevo in continuazione alla mamma, ma era una scusa, che poteva costarmi anche molto cara, poiché cadevano le bombe in continuazione. Dunque, in questa grotta accendevamo i nostri fuocherelli, se i nostri fiammiferi non si erano ammollati, per la neve. Talvolta questa era così alta che le nostre gambe sprofondavano e le nostre tasche si riempivano talvolta di neve fresca. La neve in quel campo era bella, soffice, fresca che la si poteva bere. Ogni tanto sopra il suo manto si osservavano le impronte degli animali e degli uccelli. “Guarda, qui è passata la volpe”, oppure “Guarda, queste sono le impronte delle zampe di un merlo”. Allora dalle orme riconoscevamo tutti gli animali. Talvolta per divertirci un po’ facevamo un bel pupazzo di neve, con tanto di cappellino e la pipa in bocca. Altre volte, giocavamo a palle di neve. Ma quella era una neve che non faceva male, era soffice come il cotone. Tuttavia, era fredda. Le nostre dita, ricoperte dai guanti di lana, certe volte sbucavano fuori poiché in un punto si erano rotti i guanti. Quella era una neve piacevole anche da prendere in faccia. Ridevamo di gusto mentre respiravamo l’aria fresca a pieni polmoni. Dopo andavamo in questa grotta e accendevamo il fuoco. Questa però ri riempiva presto di fumo poiché non c’era tiraggio dell’aria essendo bassa e piuttosto profonda. Però era un fumo piacevole, quello che è generato dalla combustione di bei ciocchi di legno di quercia o di ginestre secche o altri arbusti. Altre volte i fuochi li facevamo sul Poggiolino, che è una piccola collinetta, dove nei pressi, più tardi, sorgerà la nuova cappellina di Fontebuona. I più grandi approfittavano di questi focherelli di “porventa” (riparati dal vento) per cuocerci sopra anche qualche bella aringa da mangiare con il pane che si erano portati da casa

LE CHIESE DI FONTEBUONA

Tratterò questo argomento dal punto di vista dei ricordi e non storicamente, poiché ciò esulerebbe dal contesto che ho intenzione di trattare. Comincerò dalla chiesa di San Michele alle Macchie. Era piacevolissimo andare a questa chiesa, soprattutto in estate o d’inverno quando c’era la neve, quando gli alberi ti scaricavano addosso, di sorpresa, dei bei mucchi di neve dai loro rami. La chiesa la associo a Don Luigi Visani, il parroco, prete e mio amico e alla Teresita, la sua perpetua, donna buonissima e molto caritatevole. Alla messa di questo parroco partecipavano soprattutto i paesani del Cecioni e della Fora; lì infatti arrivava la sua giurisdizione, e dipendeva dalla curia di Fiesole. La chiesa aveva al suo interno (parlo al passato, poiché mi affido esclusivamente ai ricordi) un bel dipinto che rappresentava l’Arcangelo Michele, con la spada sguainata, che teneva sotto il piede il serpente. A lato della chiesa c’era la sagrestia, un piccolo locale con grandi armadi, pieni di reliquari dorati. Allora, e in passato, la fede per le reliquie di questi santi martiri doveva essere molto viva. Nella sacrestia , prima della messa, come chierichetto io sistemavo la tonacella bianca del sacerdote, legavo intorno alla sua vita un cordoncino bianco e controllavo che la tonacella arrivasse quasi fino ai piedi, e fosse pari, senza becchi o punte che spuntassero da tutte le parti. Poi, ultimata la vestizione, mi incamminavo verso l’altare con il sacerdote, con un turibolo in mano, e con una navicella contenente l’incenso. Dopo che Don Luigi aveva incensato l’altare, iniziava la messa e io rispondevo in latino, un latino imparato a poesia, poiché non l’ho mai studiato, e quel poco che so oggi, e che mi serve anche per le mie ricerche storiche, l’ho imparato come autodidatta. “Introibo ad altare Dei” Rispondevo “Ad Deum qui laetificat juventutem meam”, ma non sapevo cosa volesse dire, ma la cosa mi piaceva. Ancora: “Quia tu es Deus fortitudo mea, quare mere repulisti, ecc. ecc.”. Le persone che vedevi alla messa erano quasi sempre le stesse, quelle della Fora, la Jone, la sarta, la moglie di Franchino, e qualche vecchietta del Cecioni. Qualche volta, purtroppo capitava nella strada che va a San Michele di incappare in un povero vecchio matto, Egisto, che ci rincorreva con la falce sguainata o con il pennato, semplicemente perché gli andava di fare così. Non puoi chiedere a un matto il perché delle sue azioni. La chiesa di Ferraglia invece era in bella posizione, sul cucuzzolo di una collina. Non ho mai servito la messa a mio zio, anche perché aveva da tempo i suoi chierichetti, il Cice, Roberto il figlio di Tarolle. Quest’ultimo era un giovane buonissimo, religiosissimo, che purtroppo rimase vittima, da giovane, di un incidente mortale. Io, per fare il chierichetto, dovetti “espatriare” nella vicina chiesa di San Michele, che non era la mia parrocchia, ma fu per me una bella fortuna. Ricordo di questa chiesa un bel quadro, raffigurante San Niccolò, era una tavola trecentesca.

Adesso credo sia in uno dei musei di Arte Sacra di Firenze o del Contado (*). Ricordo le belle cerimonie, gli Uffizi cantati, le feste del patrono, i Corpus Domini, e purtroppo anche i funerali. I morti, allora, venivano portati da Fontebuona a Ferraglia in una barella, a spalla, e il prete e la gente seguiva il feretro, sempre a piedi, pregando e cantando inni per i defunti. Arrivati in chiesa c’era la benedizione della bara, altri canti e preghiere e poi la bara veniva chiusa dal falegname, con i familiari del defunto affranti in lacrime. Anche questo faceva parte della vita del paese. Il defunto veniva poi sepolto nel bellissimo cimiterino, che è situato proprio sul cocuzzolo della collina e che spazia a 360 gradi su tutto il panorama del Mugello. Della chiesa mi ricordo un altarino della Madonna, con la sua statua. Ricordo, una volta, la nostra custode, Isolina, si è inginocchiata davanti alla Madonna e l’ho vista pregare con tanta intensità e con tante lacrime, che ne rimasi commosso. Sarà stata esaudita? Penso senz’altro di sì, ma soprattutto penso che per questo suo gesto, si troverà ora senz’altro in Paradiso.

(*) La tavola è conservata, da tempo, presso la Galleria dell’Accademia di Firenze.

APPENDICE

QUESTA CHIESA NON S’HA DA FARE…..

Mi piace raccontare la storia di Gaspare Alpi, un buon prete vissuto nella metà dell’Ottocento, nel nostro Mugello, esattamente a Ferraglia nella parrocchia di San Niccolò. Il buon parroco non viveva con tutti gli agi, anzi viveva con tutti i disagi possibili immaginabili. Figuratevi aveva la venerabile età di 81 anni, acciaccato, minato dalla grave malattia dell’asma, e non per questo si poteva sottrarre ai suoi impegni parrocchiali. Infatti, essendo la parrocchia di San Niccolò a Ferraglia composta anche dal popolo di Fontebuona, il buon prete doveva sobbarcarsi l’onere, tutti i giorni, con il carico dei suoi 81 anni, di celebrare messa anche nella cappellina di San Carlo per le circa 160 anime che abitavano in quel tempo a Fontebuona.

La cosa non poteva reggere, tanto più che la sua chiesa aveva subito pochi anni addietro un terremoto che aveva sconquassato mezzo Mugello e la chiesa e la canonica non erano rimaste indenni. E poi la canonica, con gli ammattonati sconnessi, le finestrine dalle quali un uomo che indossava un cappello non si sarebbe potuto affacciare, e i tetti sempre gocciolanti dopo il più piccolo acquazzone. Nelle colline di Ferraglia abitavano invece circa una sessantina d’anime per lo più agricoltori e manovali. Il povero prete doveva fare il pendolare tutti i giorni.

Quante volte, superando il ponticello a schiena d’asino, che traversava la Carza il nostro buon Gaspero Alpi avrà sognato un’altra sistemazione, più comoda, più consona alla sua salute, magari in piano, senza dover affrontare salite come quella che portava a Ferraglia. Ma ecco che l’occasione gli si era presentata, un’occasione d’oro, forse irripetibile per le sue possibilità. Vediamo di cosa si trattava: lo Stato Granducale aveva da poco “diamesso” la posta di Fontebuona, vale a dire, che le diligenze statali non avrebbero più fatto sosta nello storico posto di sosta di Fontebuona, e che di conseguenza lo Stato avrebbe pensato ad alienare, allivellare o locare gli stabili preposti a questo servizio. Come la notizia era pervenuta, Don Gaspero Alpi, con carta penna e calamaio, si affrettò a fare domanda al Soprintendente delle RR. Possessioni, chiedendo che gli venissero concesse l’abitazione del postiere per trasformarla in canonica e le scuderie per trasformarle in una ampia e comoda chiesa per sé e per i propri popolani. La sua domanda venne presa in debita considerazione e venne dato l’ordine all’Ing. Orlandini di redigere una stima dei possessi governativi relativi alla Posta di Fontebuona e dei possessi della Curia rappresentati dalla Chiesa di San Niccolò a Ferraglia, dalla Canonica della stessa e da un piccolo podere annesso. Fatti i dovuti calcoli, e calcolando pro e contro, attività e passività, ecc. ecc. il capace e meticoloso Ing. Orlandini stimò questa operazione non conveniente né al Governo Toscano né allo stesso Don Gaspero Alpi, e liquidò la cosa scegliendo di dare in locazione i locali ai postieri. Il nostro buon Don Gaspero Alpi dovette accontentarsi di alcuni lavori di restauro alla Cappellina di San Carlo e alla canonica di Ferraglia. Così il nostro sacerdote non ebbe più ragione di lamentarsi, dal momento che aveva ottenuto una canonica più decente, anche se a lui rimase l’onere di fare il pendolare da Fontebuona a Ferraglia e viceversa. Così, dopo di lui i sacerdoti si sono succeduti nella curia della parrocchia di San Niccolò, con gli stessi disagi che abbiamo narrato adesso. L’ultimo parroco di Ferraglia è stato Don Guido Campidori, mio zio. Mi ricordo, quando ero piccolo, che la strada per arrivare alla chiesa era malagevole, e un carro di buoi passava con molta difficoltà. Inoltre, mancava la corrente elettrica, quando in paese invece esisteva in tutte le case e mancavano anche i servizi essenziali, quando invece in certe parrocchie ricche del Mugello si viveva nell’agiatezza e perfino nel lusso. E’ stato merito di questi sacerdoti che con abnegazione e talvolta con eroismo si sono sobbarcati questi oneri di mandare avanti parrocchie così povere e disagiate. Ora, la chiesa di San Niccolò a Ferraglia non ha più un sacerdote, l’ultimo, ripeto, è stato mio zio Don Guido Campidori. Ma sarà veramente l’ultimo?

MA ICCHENE? GL’HANNO RIMESSO I’ TRENO (RACCONTO IN VERNACOLO MUGELLANO)?

Gosto: E’ glero lì che steo aspettando l’autobusse alla fermata di Fontibona. Aspetta che t’aspetto, e’ veggo che passan tutti ma non la SITA. Allora e’ mi son detto: Guardiam un po’ l’oriolo pe’ vedere sell’é indreco o innanzi. L’é digià i’ tocco? L’aotobusse, positivo, l’è digià passata. E steo per andà su tutte le furie quando ho visto Nanni di’ Cecioni che mi punta ben bene e poi gli escrama: O Gosto che tu se’ rimbescherio? O ‘un tu sai che gl’hanno rimesso i’ treno e’ si ferma prioprio a i’ Sartalavacca? E mi son detto: Nanni o cià i’ ruzzo o l’ha beuto un po’ di calici di quello bòno da’ i’ Fedi. Maicchene, Nanni gl’insiste. Macché ruzzo e ruzzo! T’a ire a i’ Sartalavacca e tu ti rendi conto che gli è prioprio cosie come te l’ho detto innanzi. Io so che i’ Nanni gli è avvezzo a fare i trabocchetti alla gente dabbene, sicché e’ gli dio: Lo sai icché Nanni, tu ccià andà tene alla stazione di’ treno. Ma icché tu credi che sia rincognioni’o?

E gli è un po’ che parlano di’ treno! Tu dei sapere, che i tedeschi, quell’animacce, la feciono fòra con le grana’e, con le bombe. E’ parea l’inferno. poi viensono gli ameri’ani, boni chelli! E l’arebbono dovuta ricostruire loro, con i’ piano Marscialle. Ma icchene! Poi comincionno co’ i’ carosello della politi’a. Tutte le ‘orte che ci s’avvicinava alle votazioni pe’ prima ‘osa, e’ prometteano di rimettere i’ treno. Ormai gl’era diventata una burletta. E’ gl’eran cresciui certi arberi sulla ferovia che e’ pareano la foresta amazzonica. E poi quelle gallerie. Ma indoe? O come tu fai a stasalle? Mentre ero a fare questi riortolamenti ni’ mi’ cervello o unn’arrìa la Beppa, la donna di Maso. Anche lei la mi fà: O Gosto tu se’ prioprio l’ùtimo a sapelle le ‘ose. E gl’hanno rimesso i’ treno, lo sanno anco i più bischeri. Ora si potrà dire tutto della Beppina, che ‘la sia un po’ ciattrona, un po’ chiaccherona, ma bugiarda noe! Se tu me lo dici tene, guarda e’ vo’ a i’ Sartalavacca a vedere. Poco dopo passa i’ prete di Feraglia con la Lambretta e’ mi guarda con du’ occhi stranulati che parea un marziano. O icchè gliae? Lo sai icchene? Tanto l’aotobusse l’ho persa, m’incammino, senza da’ troppo nell’occhio per non passa’ da minchione. Arrìo a i’ Sartalavacca, guardo in giue e ti ‘edo una bella stazioncina. Se unné vero, stiantassi in questo momento. E’ la parea la casina delle fate. A un certo punto: ciuffe….ciuffe….ciuffe. O ‘un t’arrìa i’ treno. Questo gliè i’ massimo! E’ mi son preoccupa’o subito, siccome mi’ pae, bon’anima, l’ha sempre detto: Gosto, quando rimettano i’ treno e’ scoppia la terza guerra mondiale. Maremma diaola! Che sarà vero, eh? Lo sai icchene, tiro fòra da i’ corpetto una bella Nazionale semplice, senza filtro; quelle co i’ filtro le ‘un mi garbano, le fummano i signori, quelli che scialano. Di solito fummo sempre l’Arfa, quelle che ‘le sanno di cipolla. Insomma, tiro fòra anche gli zorfini e mi son messo a fare una bella fummatina e a guardarmi questo spettacolo meraviglioso di’ treno. E ho detto, tra mene e mene, lo sai icchene, se fumma i’ treno, l’è giusta che e’ fummi anch’io. E tra una tirata e l’altra ho deciso di tornare a casa. La prossima ‘orta glielo di’o anche a Foresto che c’è i’ treno a Fontibona. E’ vorrà dire, Maremma diaola, che s’andrà a i’ mercato a i’ Borgo co’ i’ ciuffe, ciuffe.

E LA SERA AL BAR A SENTIRE RACCONTAR BALLE!

Certo la nostra gioventù o meglio la nostra fanciullezza e adolescenza è stata molto spensierata, molto divertente. Gli unici doveri, se così li possiamo chiamare, erano la scuola e, personalmente, quello di annaffiare un po’ le zucchine, i fagiolini e altre piantine dell’orto, compito però inderogabile che dovevo espletare prima che giungesse il babbo dal lavoro. Tutto il resto del tempo lo passavamo a giro per i campi, spesse volte con un pallone in mano, altre volte con una fionda, che noi chiamavamo archetto, il cui proiettile era un semplice sassolino. Altre volte trascorrevamo il tempo costruendo dei carrettini con i cuscinetti che il meccanico, nostro amico, ci forniva per una cifra molto modesta. Si trattava di cuscinetti vecchi che il meccanico aveva sostituito ai motorini e che noi impiegavamo per farne delle ruote, un po’ rumorose se si vuole, ma sempre ruote. Spesso, sia con il carretto a 4 ruote che con quello a due partivamo da metà “Miglio” (località fra Fontebuona e Pratolino) per poter usufruire di quella bella discesa, nella quale il nostro carretto scendeva a una velocità, per noi allora, vertiginosa. Ma siccome, si sa, questi telai fatti da noi con delle assi, fatti con tanta cura quanto si vuole, non potevano essere i telai della Ferrari, e allora spesse volte, il carretto, proprio sul più bello, si sfasciava e noi tornavamo a casa con le ginocchia e i gomiti sbucciati, quando andava bene. Altre volte girovagavamo per i campi, spesso con un pallone di cuoio, accuratamente spalmato di sugna, sotto il braccio per cercare un angolino dove poter giocare. Ma siccome allora, tutti i campi erano arati e coltivati, era difficile trovarlo. Spesse volte, anzi il più delle volte. andavamo scalzi e tanta era l’abitudine di camminare in questo modo, che i nostri piedi si erano abituati ai sassi e alle asperità del terreno che non li sentivamo più. Spesse volte, in mancanza di un bel praticello con l’erba, andavamo a giocare a pallone proprio nei campi dove avevano tagliato il grano e vi erano rimasti quegli “spunzoni” come li chiamavano noi, ma dopo cinque minuti che vi avevamo corso sopra i nostri piedi scalzi non li sentivano più. Altre volte andavamo nei Campini, a Vigna Vecchia a “raccapezzare” un po’ di uva fresca, direttamente dalla pianta. Mi ricordo che le vigne che privilegiavamo, il più sovente, erano quelle di proprietà della canonica, di cui mio zio era sacerdote. Ma spesso era il fiume, la Carza, che accoglieva i nostri giochi, i nostri passatempi. Il bagno era un “obbligo”, visto anche il caldo che faceva, e una volta finito, mettevamo ad asciugare al sole le mutandine per non far sì che la mamma se ne accorgesse, la quale poi, inevitabilmente, l’avrebbe raccontato al babbo, la sera al ritorno dal lavoro. Fontebuona, per noi ragazzi, era tutto, era un microcosmo, un universo in miniatura, conoscevamo solo quello. I nostri confini erano Vaglia e Pratolino, oltre quelli non sapevamo quale mondo esistesse. La sera, poi, una volta cenato, il divertimento non terminava. Andavamo al bar, l’unico in paese, dove ci ritrovavamo tutti, piccoli e grandi. Era davvero uno spasso stare a sentire raccontare frottole: una più grossa dell’altra. Gli argomenti che le persone adulte tiravano fuori, erano più o meno gli stessi: la caccia (in paese erano quasi tutti cacciatori), lo sport, il ciclismo, in particolar modo: Bartali e Coppi, raramente si parlava di calcio. Ma la caccia, ripeto era l’argomento “principe”. Li sentivi parlare con accanimento di coppiole, di “spadellamenti”, del cane che aveva “scagnato” la lepre, ma che il fucile aveva fatto “cilecca”, insomma ognuno decantava la sua bravura di cacciatore e ognuno di loro raccontava di aver “morto” animali sempre più grandi. Ce n’era uno che raccontava delle “balle” talmente grosse, che faceva perfino ridere noi ragazzi, che, pur non essendo smaliziati come i grandi, tuttavia riuscivamo a intuire fino a dove arrivava la realtà e dove iniziava la fantasia. Questo Tizio era un contadino, che per raccontare queste balle, si metteva in mezzo della stanza, un po’ ricurvo, con le braccia penzoloni, con il berretto, tutto macchiato di “verde rame”, la sostanza che i contadini davano alle viti contro i parassiti. Tra un bicchiere e l’altro questo diceva: “L’altro giorno ho visto un leprone così (e con le braccia indicava un’apertura di un metro, un metro e mezzo), sarà stato di 25-30 chili”. Avendo intuito la balla, gli chiedevano come aveva fatto a ucciderlo. Lui diceva, che prima caricava il fucile con una cartuccia a formentone e poi quando il leprone si era fermato a mangiare, con un’altra cartuccia caricata ben bene l’aveva ammazzato”. Ma di questi tipi strani e buffi al bar ce n’erano in abbondanza. Masino, altro contadino, che possedeva una forza da gigante, amava talmente il vino, che lo tracannava tutto di un sorso. E un calice tira l’altro, quando aveva fatto il pieno, cominciava a raccontare di quando, da militare, era salito sulla “motopiana”, come chiamava lui, del suo capitano e non sapendola guidare, non riusciva più a fermarla. Allora, agli inviti del capitano che gli intimavano di fermarsi, lui replicava: “Un altro giro signor tenente”. Finché la moto andò a urtare un pagliaio, finendo la corsa in maniera piuttosto tragica. E poi raccontava le “gesta” di quando era in guerra, molto probabilmente racconti di fantasia, nei quali Masino diceva di aver affrontato le mitragliatrici nemiche, e nel racconto si immedesimava così tanto che cominciava a imitare il “Ta-ra-ta-ta”, delle mitragliatici stesse, che sembrava davvero essere lì. E a quel punto il Capitano, raccontava Masino, gli diceva: “Forza ragazzi, a carponi come le serpi”. Tutti ridevano, e Masino ci provava piacere, perché sapeva che a quel punto gli avrebbero offerto altri calici di buon vino, che lui avrebbe tracannato tutti di un sorso. Ma i racconti erano veramente i più disparati e i più impossibili. C’era chi raccontava di aver visto il Regolo, un animale fantastico, a forma di serpente, ma con gli orecchi di uomo, il becco come un uccello, animale pericolosissimo che riusciva anche a incantare le prede e anche le persone. Altri avevano visto il lupo mannaro aggirarsi per i monti di Starniano, Ceppeto, Pescina. Non mancavano i racconti del curato tale o tal’altro che aveva lasciato l’ombrello nelle allora “case chiuse”; oppure del curato della tale parrocchia che ci aveva rimesso un bel gruzzoletto al gioco della “bestia”, naturalmente con le carte truccate da parte di buontemponi che erano riusciti ad aggirarlo. Così passavano le sere al bar fra le frottole, il gioco delle carte, il gioco del biliardo e la saletta contigua che ospitava uno dei primissimi televisori, ma che non funzionava quasi mai. Mi ricordo l’Alviero, il barista, che quando questo non funzionava, con della stagnola, frizionava la “piattina” dell’antenna, e qualche volta questo metodo funzionava. Ma quando questo non bastava, dopo alcune volte passava alle maniere energiche, fino a rifilargli dei robusti cazzottoni nella parte laterale del televisore, allora in legno. A quei tempi, bisogna dire, che la gente si divertiva con poco, però con quel poco si divertiva davvero, al contrario di oggi, che la gente non si diverte pur avendo molto.

Un “ragazzo di campagna”

Da cacciatore di lucertole alla passione per l’arte e la fotografia

Sicuramente la passione per l’arte e per tutto quanto vi gravita attorno l’ho ereditata, se così si può dire, dall’essere stato dipendente del Ministero Beni Culturali a partire dal 1965, anno in cui, terminato il servizio militare, mi si presentò l’occasione di un impiego a tempo determinato. Fui dapprima distaccato ai musei di Pitti e lì ebbi modo di vedere le ricchezze di opere d’arte che vi erano esposte o immagazzinate negli sterminati depositi del palazzo. Il Palazzo già bellissimo di suo, con le sue ampie finestre che si aprivano, da una parte verso il Giardino di Boboli, e dell’altra verso lo stupendo panorama della città, con i campanili, la Cupola del Duomo, le torri, così vicine che avevi l’impressione di toccarle con un dito, non avrebbe quasi avuto bisogno di tanta ricchezza al suo interno. Mi ricordo i vasti e interminabili corridoi, le sale ricchissime di decorazioni che si susseguivano una all’altra, le innumerevoli tele e pale, alle pareti di autori quali Tiziano, Raffaello, Rubens, ecc. Forse era troppo per un semplice ragazzotto che veniva dalla campagna, in quel di Fontebuona, abituato ad una vita campagnola, che si svolgeva fra il fosso, la Carza, e i suoi borri (nei quali noi andavamo spesso a tuffarci per sfuggire un po’ alla calura estiva), le colline, Piandalecchio, Ferraglia, San Michele, oppure le frazioncine vicine al paese che avevano i nomi di Saltalavacca, Bicchi, La Fora, Starniano. Fu osservando quelle tele, quegli splendidi volti di Madonne, di dame, ma anche di splendidi paesaggi che mi resi conto di quanto gli artisti del passato e le loro botteghe avessero raggiunto un grado di perfezione tale, che io penso non sarà più possibile raggiungere nel futuro, tanto meno oggi che viviamo in una società industrializzata, dove l’arte e l’artigianato non sono davvero incoraggiate. A Pitti allora c’erano quattro musei: la Galleria Palatina che occupava il primo piano del palazzo, insieme agli Appartamenti Monumentali, che sarebbero stati la residenza dei Medici, prima, e la Residenza del Re d’Italia, quando Firenze diventò la capitale d’Italia. Al piano superiore c’era la Galleria d’arte moderna, con i dipinti dei Macchiaioli, di Signorini, Cabianca, Lega, ecc., insieme alle sculture dei nostri maggiori artisti vissuti a cavallo fra Ottocento e Novecento. Fra tutti questi quadri me ne ricordo di uno, in particolare, però non mi ricordo l’autore, che sicuramente era della seconda metà dell’Ottocento. Il quadro rappresentava un campicello con dei cardi, nella stagione invernale, con una luce mattutina, molto radente, e questa, metteva in mostra dei piccoli ghiaccioli che nella nottata si erano attaccati alla pianta. Questo quadro mi ricordava gli ortaggi del nostro orticello a Fontebuona e mio padre che cercava di ripararli dal freddo con paglia o cartone, quando sopraggiungeva il periodo invernale e le temperature rigide Ma gli unici ortaggi che riuscivano a sopravvivere ai rigori dell’inverno, erano proprio i cardi, il cavolo nero e pochi altri. In questo quadro di Pitti, c’era dunque tutta la poesia, il ricordo, l’amore che mio padre aveva verso il suo orticello e le sue piantine. Ma torniamo a Pitti. Al Pianterreno invece il Palazzo ospitava il Museo degli Argenti, la cui denominazione era un po’ impropria poiché oltre gli argenti c’erano avori, pietre dure, cristalli di rocca, insomma un po’ tutte le suppellettili di lusso che erano appartenute ai Medici-Lorena. Oltre a questo, a pianterreno il palazzo occupava il Museo delle Carrozze, appartenute ai Medici. Mi ricordo queste belle carrozze decorate e rifinite con legni pregiatissimi e oro che facevano spicco in dei saloni non troppo consoni al prestigio di queste Cadillacs o Limousines d’altri tempi. E poi i depositi, stracolmi di opere, che io mi domandavo chi mai ce le avesse portate e da dove venisse tutta questa grazia di Dio. Seppi poi che, parte di queste opere provenivano anche dal Mugello, il Granduca infatti, come pure gli altri membri della famiglia Medici, erano grandi collezionisti, oltre ché dei grandi mecenati. Prima di allora le uniche opere d’arte che avevo visto erano una tavola di San Niccolò, una pittura attribuita a Neri di Bicci, che si trovava nella chiesina di Ferraglia, e un’altra raffigurante l’Angelo Michele, nell’altra chiesa di Fontebuona detta di San Michele alle Macchie della quale era curato Don Luigi Visani, un bravissimo sacerdote di origine palazzuolese che è stato in quella chiesa moltissimi anni coadiuvato dalla sua Perpetua che si chiamava Teresita. Questo bravo sacerdote ebbe il merito di farsi amare da tutti i parrocchiani per la sua bontà. Mi ricordo che a questo sacerdote gli feci da chierichetto per diversi anni. A questa fase adolescenziale seguirono gli studi nella città. I miei avevano scelto per me una carriera che non mi era proprio consona e cioè decisero di farmi frequentare la scuola alberghiera, la quale, dicevano, mi avrebbe subito aperto la strada ad un lavoro. Era una scuola professionale, e d’altronde, io, figlio di un operaio, non avrei potuto fare altrimenti. Ma questa carriera, io ragazzo di campagna, vissuto in un ambiente periferico e abbastanza povero, l’ho vista subito come qualcosa che non era adatta a me. Seguirono alcuni tirocinii scolastici in Italia e all’estero e poi il servizio militare. Al termine degli studi mi liberai dall’ambiente degli alberghi, che io, sotto sotto, detestavo, in quanto era un ambiente troppo ricercato, troppo sofisticato, sempre “in etichetta”, sempre vestiti con l’abito scuro….insomma era una cosa che non si addiceva a un ragazzo campagnolo, che aveva sempre vissuto in un microcosmo fatto di persone (sempre le stesse), del fosso, dell’orticello del padre, del campicello di calcio. Insomma rinunciai volentieri a quel tipo di vita che mi costringeva a servire e riverire i Nababbi di tutto il mondo. Conclusi gli studi ottenendo un ambito posto di lavoro all’Hotel Excelsior di Firenze, presso la Reception dove ho avuto modo di conoscere e dare la mano a personaggi illustri: uno di questi ad esempio era Indro Montanelli che quando era a Firenze soggiornava presso quell’albergo e inviavi i suoi articoli al Corriere della Sera dalla telescrivente dell’albergo. Ma altri personaggi famosi soggiornarono durante il periodo che io ero lì: il Presidente degli Stati Uniti, Scià, Imperatori, Re del petrolio, attori e cantanti famosi, fra i quali Mina, Rita Pavone, ecc. Non ebbi neppure il tempo di abituarmi che “sbarcai” nei musei fiorentini e qui, in questi ambienti, la vita era talmente diversa dal lusso degli alberghi. Tutto qui era molto antiquato e tutto si muoveva a dei ritmi davvero lenti, statali, se vogliamo, o conservatori. Infatti qui non c’era da fare altro se non quello di conservare il patrimonio artistico. Ben presto, però, la mia indole, il mio carattere si ribellarono, non potevo accettare una vita così statica e accontentarmi solo di quella. Cominciai a viaggiare per il Mugello, a visitare tutte le sue chiesine, anche quelle più solitarie, cominciai a interessarmi del paesaggio, che stava cambiando da rurale in urbanizzato, mi interessai soprattutto delle case coloniche, in particolar modo di quelle abbandonate che stavano per cadere e che di lì a qualche anno non ci sarebbe stata più memoria. Con la mia reflex, dotata di grandangolo e teleobbiettivi varii, riempii rotolini e rotolini di pellicola Ilford bianco e nero che stampavo e ingrandivo per mio conto. Mi piaceva interessarmi delle piccole chiesette rurali mugellane, poiché erano trascurate; nessuno allora ne parlava. Tutti preferivano parlare delle grandi chiese, dei grandi palazzi di Firenze e proprio per questo mi sembrò giusto che si parlasse anche delle nostre campagne in via di abbandono. Era facile parlare del Duomo, di Palazzo Strozzi, del Bargello, ecc., molto più difficile era invece parlare della Pieve di Montecuccoli, della chiesa di Ampinana, della chiesa di Spugnole, di Cornetole. Riuscii a dare alle stampe il mio primo libro, le chiese del Mugello, che ricordo, uscì contemporaneamente con il libro di Barletti e Squilloni, intitolato Mugello. A quei tempi, il Mugello, bisogna dirlo, non interessava a nessuno o quasi. Dalle foto bianco nero passai alle diapositive a colori, queste mi davano più soddisfazione poiché il Mugello è bello anche per i suoi colori. Da allora la mia vita è stata una continua ricerca di paesaggi, di scorci suggestivi, di angoli di paese sconosciuti, di case coloniche, di chiesine, di campanili, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, sempre alla ricerca di qualche foto che “raccontasse” qualcosa. Ho collezionato ben 7000 diapositive, di cui la metà riguardano il Mugello e l’Alto Mugello. Questa è stata la mia passione che mi ha coinvolto e in un certo senso mi ha “travolto”. Ma l’ho fatto volentieri, in un tempo dove tutti si occupavano di altre cose ben più remunerative di questa, e quando nelle campagne mugellane tiravi fuori il cavalletto con la macchina fotografica, ti prendevano per scemo. E’ seguito poi il mio secondo libro “Folli e sapienti”, una raccolta di frasi, proverbi riflessioni ecc., e nella prefazione del quale io dico che lascio ai lettori il compito di collocarmi fra i saggi o gli stolti.

FONTEBUONA: UN IMPORTANTE BORGO MEDIEVALE NEL COMUNE DI VAGLIA IN MUGELLO

La località Fontebuona, posta sulla via Bolognese, a circa 15 Km. da Firenze, vanta tradizioni molto antiche. Infatti, il primo documento che la menziona risale al 1085 e questo documento viene riportato dal Repetti nel Dizionario Geografico Fisico della Toscana edito a Firenze nel 1833. Questo atto venne redatto ‘in loco qui dicitur Fonte Buona’ molto probabilmente perchè alcuni magnati di stirpe Longobarda vi risiedevano ed avevano una loro corte in questo luogo. Riportiamo quanto scrive il Repetti su questa località:     ‘Borghetto e prima posta da Firenze sulla strada bolognese….In questo borghetto, posto in pianura sulla sinistra del torrente Carza, nel sec. XI si incontrarono i primi magnati del Mugello. Tale era quel conte Gotizio di legge Longobarda, il quale insieme alla contessa Cunizza, sua moglie, e figlio del fu conte Alberto, nel febbraio del 1085, mentre RISIEDEVANO in ‘loco qui dicitur Fonte Buona’ cedettero al conte Tacido del fu conte Pagano la loro porzione dei castelli di Luco e di Cantamerlo con tutti i beni che essi possedevano nei pivieri di San Giovanni Maggiore, Santa Maria a Fagna e di Santa Felicita a Faltona nel Mugello. ‘Nello stesso mese ed annoi coniugi medesimi, dal luogo pure di Fontebuona, fecero altra donazione a favore del suddetto conte Tacido, cui rinunziarono per un prezzo di L. 200, le proprietà e ragioni che essi avevano in tutta la Toscana, ad eccezione delle corti di Firenze, di Campi, di Decimo, di Corella, e dei Castelli di Luco, di Cantamerlo e di Monte Aceraia. Nel tempo stesso investirono il conte Tacido di tutto ciò che a quei coniugi apparteneva nella villa di Monte Rinaldi e dello jus-patronato che avevano sulla chiesa di San Martino nel castello di Ricavo, su quella di Santo Stefano nel Castello di Comprato in Chianti, sulla chiesa di San Michele nel castello di Rifredo, e quello di Santa Maria nel Castello di Rio Cornacchiaja presso la pieve di Santa Maria e di San Giovanni Battista; come pure rinunziarono a favore dello stesso Conte Tacido i diritti sulla loro corte di Castro e sopra quella di Frena nel fiume Santerno (Annuali Camaldolesi)’.

Bisogna subito notare che i due atti, di importanza così rilevante, furono stipulati a breve distanza di tempo e nello stesso luogo. Infatti questi magnati cedettero una buona parte delle loro sostanze al Conte Tacido, poiché gli stessi si ritirarono nell’importantissimo Monastero di Luco di Mugello, riservandosi parte dei loro averi (i monasteri durante il medioevo avevano, fra gli altri compiti, anche quello di ricovero di persone facoltose, e non, principalmente anziane e incapaci di accudire a loro stessi, dietro compenso al Monastero di una parte dei loro averi).     E’ da ritenere che tali atti di donazione rogati nello stesso luogo non siano dovuti al caso. E’ da supporre, infatti, che proprio a Fontebuona il Conte Gotizio e la moglie Cunizza, avessero una propria ‘corte’ con palazzo annesso. Non è opinabile che i detti signori abbiano stipulato questi contratti in una antica Osteria, che già esisteva a quei tempi, o sulla strada o altrove. Si sa solo di una Rocca di Canapajo o Canapaia, che pure era di loro pertinenza, ma la cui ubicazione è a mezza strada fra Fontebuona e Vaglia. Altro palazzo turrito questi signori lo possedevano a Ferraglia, dove esistono tuttora muraglie e il basamento di una torre. Su questi ruderi fu ricostruita verso la metà del settecento l’attuale chiesa di San Niccolò a Ferraglia (precedentemente la chiesa era ubicata nel posto dove adesso c’è il cimitero, quindi proprio sul cocuzzolo della collina). E’ interessante vedere come questa collinetta a lato del torrente Carza è situata proprio all’imbocco della pianura che sfocia nel Mugello ed era collegata visivamente con le rocche dei dintorni. Gli Ubaldini, al pari degli Alberti e dei Guidi, erano signori e padroni assoluti del Mugello e Alto Mugello e discendevano direttamente dai Longobardi, come scrive anche un loro storico discendente G. B. Ubaldini. Il Chini nella sua Storia del Mugello del 1875 riporta quanto scrive lo storico G: Battista Ubaldini, cioè che il dominio degli Ubaldini si estendeva da Fontebuona sulla Carza in Mugello, fino alla strada che due miglia sopra a Bologna porta a Verona, passando da Castel Cavrenna e che dalle sorgenti del Santerno si estesero fino ad Imola e che da qui retrocedendo regnarono fino alla Val d’Agnello e fin sotto le mura di Palazzuolo. E’ anche probabile che questi feudatari longobardi avessero, in Fontebuona, avamposto delle loro proprietà, anche delle fortificazioni con guarnigioni militari e forse anche locali per il pagamento dei pedaggi (una specie delle dogane odierne). Se si esamina una vecchia foto di Fontebuona del 1903 si vedono ancora le vecchie strutture medievali fra le quali l’antico arco che sovrastava l’antica via bolognese che attraversava il paese, detta, ancora oggi Via dell’Arco. Qui, esiste un nucleo centrale molto antico, con mura poderose, anche se i rifacimenti sette-ottocenteschi nascondono in parte la sua vetustà. Il Niccolai nella sua Guida del Mugello e Val di Sieve del 1914 scrive a proposito di Fontebuona: “Il borghetto di Fontebuona, su lo stradale, presso una buona sorgente detta Fonte del Pruno (a 500 metri dal paese. NdR). La località è ricordata in un atto di donazione fatto dal Conte Gotizio e dalla moglie sua Cunizza nel 1085 “in loco qui dicitur Fontebuona”. Il Niccolai ci dà anche altre informazioni di questo luogo: “Per essere stata in passato la prima posta da Firenze a Bologna, Fontebuona aveva un antico alloggio per i pellegrini e un Oratorio dedicato a San Carlo”. Dai documenti finora ritrovati non si può stabilire con certezza se l’albergo per i pellegrini fosse ubicato nel nucleo storico suddetto. Si sa per certo, invece, che un locale molto ampio a pian terreno della Via dell’Arco veniva usato per il cambio dei cavalli e il piano superiore per l’alloggio dei forestieri. L’Oratorio dedicato a San Carlo, almeno verso la metà dell’Ottocento, era ubicato nel terreno della ex villa Lastrucci. L’arco medievale del quale si diceva: “Val di più di Fontebuona l’arco che tutto Pratolino con il Barco” (Parco della ex villa Demidoff, ex Villa Medicea), fu smantellato nel corso di restauri di inzio ‘900. Concludendo questo borgo storico di Fontebuona, per l’importanza delle testimonianze medievali, ma anche per l’ospedale per i pellegrini e per essere stata la prima posta delle diligenze granducali, merita davvero un grande rispetto.

UN CIMITERO PICCOLO PICCOLO

Siamo ormai quasi a novembre, si avvicina il mese dedicato ai nostri defunti. Se durante l’anno siamo stati occupati in mille cose: il lavoro, lo studio, gli affari gli interessi, le vacanze, i divertimenti, ora è tempo di pensare a loro, a chi ci ha con tanto sacrificio donato la vita, ai nostri genitori, che hanno lavorato e fatto tanti sacrifici per mantenerci e per darci un futuro nella vita. Ma non solo i genitori, i nonni, che con la loro saggezza e la loro esperienza ci hanno insegnato tante cose, e poi via via tutti i parenti e tutti gli amici che abbiamo amato in vita. Mi piace di tanto in tanto, anche se non siamo nel mese di novembre, ritornare in uno o due di questi piccoli cimiteri a incontrare i miei nonni, i miei genitori e i miei amici. Due di questi piccoli cimiteri mi sono particolarmente cari. Uno è quello di Visignano e l’altro è quello di Ferraglia, una collina che si trova sopra Fontebuona. Quest’ultimo, è un cimitero “fortunato” se si potesse usare questa espressione. Infatti, si trova proprio su un cocuzzolo di una collina e da lassù il panorama spazia a 360 gradi. A Nord la vallata del Mugello e i Monti della Futa, a Ovest il Poggio Conca, con Starniano, Ceppeto e Coiano; a Est i monti della Tassaia e Monte Senario e a Sud la collina di Fiesole e la vallata di Firenze. Dicevo che questo cimitero può considerarsi fortunato, infatti, in questo piccolo spazio dove è situato il cimitero, una volta c’era l’antica chiesa di Ferraglia, che fu demolita, in quanto molto rovinata da un terremoto, per essere costruita un poco più in basso. Il cimiterino di Ferraglia quindi occupa proprio lo spazio che occupava la vecchia chiesa, nella quale,nel corso dei secoli, sono state celebrate tante messe e tante funzioni religiose. Quale spazio può dirsi più sacro di questo? Come passi il cancellino ti volti a destra e a sinistra e vedi tanti volti di amici e di conoscenti. Guarda chi è questo…ma si è proprio lui, e dire che io, dato il lungo periodo di lontananza dal paese, non sapevo….ma guarda come è sereno…. come sorride…e quanti ricordi mi tornano a mente. Mi volto a sinistra e vedo il volto sorridente di una persona cara della mia infanzia, della quale avevo quasi dimenticato il suo volto. Che bello poter rivedere tanti amici, anche solo in fotografia! Eri chiamata la zia di tutti, si la zia di tutti i bambini, tu volevi bene a tutti. Ora sei lì che ci guardi e sorridi. Stai bene? Forse con l’inverno e con la neve che si poserà sulla tua piccola tomba, avrai un po’ di freddo? E la notte, col buio, avrai paura? Forse no, ci sono tanti piccoli lampioni e poi quanti amici hai intorno…Ancora un passo più avanti, vedo una foto un po’ sbiadita, io mi avvicino per guardarla meglio. Ma si, ora mi ricordo di te, la mamma del mio migliore amico. Quante cose mi fai tornare a mente… che bella voce avevi, sembravi un soprano quando nel mese di maggio, mese del rosario, cantavi l’Ave Maris Stella. Quanto tempo è passato! Ora riposi serena, accanto c’è il compagno della tua vita. Più avanti ancora, quanti personaggi cari della mia gioventù. Guarda c’è anche E. e poi M., non sapevo, proprio non sapevo, com’è strano il mondo, si corre, si corre e poi…Guarda c’è anche Bice eri la nostra vicina, la nostra amica di famiglia. E poi, quella brutta malattia che ti diede la cecità, temporanea per fortuna, le cateratte agli occhi che ti impedirono di vedere le tue nipotine per più di 10 anni! E poi Ilde la nostra dirimpettaia: nella foto sorridi ora come allora, con tanta umanità. E poi ancora tanti altri amici e conoscenti. Proprio in fondo al cimiterino c’è un bell’affresco, credo che sia stato dipinto da un allievo di Annigoni, per un nostro paesano, bravo muratore, che gli preparava l’arricciato al grande maestro. Guarda c’è anche Sghio e la Sghia. E dire che lei non voleva andare nemmeno in Paradiso per non ritrovare i bambini. Certo un po’ di ragione ce l’aveva i bimbi sono belli però a volte sono un po’ “petulanti”. Ritornerò a trovarvi, quassù in questo cimiterino, esposto ai quattro venti, dal quale si gode un panorama stupendo sul Mugello. Vorrei che anche i miei genitori avessero la fortuna di stare in questo piccolo e grazioso cimiterino, purtroppo invece riposano in quell’orrenda mega-struttura cimiteriale, che non ha niente di umano, che è il cimitero di Trespiano. Io ho sempre odiato le mega-strutture, le costruzioni faraoniche, in qualsiasi campo. Io amo le costruzioni “a misura d’uomo”, come questo piccolo cimitero di Ferraglia. Un altro piccolo cimitero, al quale mi reco spesso è quello di Visignano dove riposa la mia nonna Chicchina e il mio nonno. Anche questo, è un cimitero piccolo, piccolo, di una semplicità assoluta. In inverno, quassù cade molta neve perché siamo in montagna. La tomba della nonna Chicchina e del nonno Emilio è molto semplice, una lapide con due fotografie consunte dal tempo e un fazzoletto di terra, ben tenuto, con alcuni fiori di campo. Mi fa piacere stare sulla tomba della nonnina. Come eri bellina nonna Chicchina! Eri piccolina, ma c’eri tutta. Ora spero che tu stia bene, lassù dove sei. Mi inchino sulla tua tomba, recito un Requiem, e mi sembra che tu sia qui, proprio accanto a me.

QUANDO ABBONDAVANO I “PRETAIOLI”

Mi piace ritornare sul linguaggio dei nostri nonni, e sulle loro abitudini. Un vizio diffuso, ma anche un piacere, che i nostri nonni si concedevano in una pausa del lavoro dei campi, era quello di tirar fuori la pipa o il sigaro toscano per farsi “la fumma’a”. Ricordo quelle pipe, di coccio, con il cannello o bocchino di legno nelle quali pigiavano il ”toscano” preventivamente sbriciolato, da quelle loro “manone” dai diti possenti, e una volta messa in bocca la pipa, tiravano fuori lo “zorfino” e con delle energiche tirate, che sembravano delle locomotive, attizzavano la pipa. Finita la “fummatina”, riprendeva il lavoro dei campi, il taglio del grano, del fieno, facendo attenzione a non imbattersi in qualche “zeccola”, che sarebbero state le zecche. Ma i nostri contadini erano “vispi”, erano furbi, come si direbbe oggi, sapevano quali erano i pericoli. Spesso nel lavoro dei campi, nelle stalle, venivano accompagnati dalle rispettive consorti. La donna era l’angelo custode della famiglia, elemento indispensabile in quella società per gli importanti compiti che ricopriva. L’uomo di allora, anche se schivo e rozzo sapeva farsi ben volere dalla propria donna, e ogni tanto le regalava un “vezzo” che sarebbe una collana. La donna sapeva bene come trattare il suo uomo. Spesso e volentieri lo prendeva per la gola e quando suonava “i’ tocco” lo chiamava a tavola dove gli aveva cucinato un bel piccione “teragnolo”. Naturalmente a tavola non esisteva la finezza di oggi. Spesso i contadini avevano le “ugne” o “ugnelli” lunghi e non curati e quando mangiavano non curavano troppo il Galateo. Quando c’era la ciccia in umido, si poteva “ugnere” le mani, i baffi, senza che la sposa urlasse. Purtroppo allora il duro lavoro e l’essere sempre esposto a tutte le intemperie causava la “tossa” che spesse volte era accompagnata da altri guai. Ma i guai non consistevano solo nella salute. A volte quando meno te l’aspettavi batteva il “tremoto” e di quello avevano paura tutti, anche gli animali. Quando le povere bestie erano “serrate”, quasi impazzivano, allora era necessario “dar loro la stura” per eviatare guai maggiori. Le bestie erano troppo importanti per l’economia contadina di quei tempi. E’ vero che la “siccia” spesse volte toccava solo ai signori, ma qualcosa toccava anche al povero contadino, che qualche volta si accontentava dei “siccioli”. Ma l’alimentazione d’allora, non era come quella d’oggi, spesse volte ci si accontentava di una buona “stiaccia” condita con l’olio d’oliva. Però la vita della gente di campagna di allora era anche un po’ ingrata. Le bestie erano alla base dell’economia, ma per governarle, per pulirle sentivano molto “sito”. Ma la vita era fatta anche di qualche momento di spensieratezza, spesse volte, per fare una pausa, si saliva in casa a “schiccherare” qualcosa, e spesso a bere un buon bicchiere di vino, che quando lo mescevi faceva una bella “stummia”. Un goccetto di vino era necessaria anche quando nella battitura il contadino ingoiava una “resta”, che sarebbe un ago del grano. E allora erano “resipole”! A fine anno, quando ormai il contadino aveva messo insieme qualche “rispiarmio”, si poteva concedere il lusso di fare qualche gioco in compagnia. Spesso si giocava alla “ruzzola”, che era una rotella di legno, che sostituiva il “cacio”, e il gioco consisteva nel tirarla più lontano possibile. Tante persone assistevano ai giochi, anche donne e ragazze dalle belle “puppe” e anche qualche “pirulino” che faceva loro la corte. Quando era il momento si andavano a cercare i “pretaioli”, una specie di funghi molto buoni e appetitosi. Una volta raccolti si mettevano nella “pezzola” e si infilavano sotto il “pastrano”. Ma era importante trovare anche un poco di ghiande poiché il “niccio”, il maialino aveva molto appetito. Non c’era l’abbondanza di oggi, si faceva a “miccino” di tutto, cioè si faceva economia. Anche con la luce, si cercava di andare a letto presto per risparmiare il “moccolo”, la candela. Però c’era sempre qualche “mambrucco”, sciocco, che voleva vegliare. La mattina ci si alzava presto per andare nel “marucheto” a smacchiare, e per questo lavoro si usava la “pennata”. Però bisognava stare attenti perché le “maruche”, le spine, erano insidiose e ci si poteva fare anche del male. Quando uno tornava a casa e non aveva le “marmeggiole”, si mangiava un “corteccino di pane” oppure un “grumolino” di cavolo “morvido”. Quasi tutti i contadini avevano i qualche “lillero” da parte, però facevano “le liste” di non averne affatto. E se non ce li avevano era la “listesima”, il contadino si sapeva arrangiare. Qualche volta, purtroppo veniva a mancare qualche amico, e , allora in quei casi si diceva “l’è ito”. Ogni famiglia contadina possedeva anche un pollaio, però bisognava stare attenti, il “gorpe” o “gorpino” (la volpe) era sempre in agguato. Qundo c’era tempaccio e non si poteva stare “fora” si stava “drento” a “fiaccolare” nel camino mentre il ceppo faceva delle belle “faille” (scintille). Per prendere l’acqua si andava al “fontanello”, però quasi sempre si doveva camminare sulla strada “erta” e ciottolosa. Spesso e volentieri i contadini erano senza denti, perché questi si “bacavano” con facilità, e magari se non era oggi ma “domandassera”, si doveva andare a tirarlo via. Spesso ci si fermava a parlare e a “cincistiare” , specie d’estate, sotto i “chercio”, e spesso nella conversazione si univa anche il “curatolo”. Le persone lontane si chiamavano con un “bercio”. Quando si faceva “bruscolo” i cacciatori andavano al “barzello” . Se chiappavano la lepre, questa si “avvitorcolava” e “stiantava” di lì a poco.

ADRIANO CECIONI ARTISTA FONTEBUONESE

Il 26 luglio del 1836 a Fontebuona di Vaglia presso Firenze nasce l’artista Adriano Cecioni. Dopo una lunga formazione accademica, entra a far parte del gruppo di riformatori dell’arte italiana. All’Accademia di Belle Arti è allievo di Aristodemo Costoli. All’età di 27 anni è già vincitore di un pensionato artistico presso L’Istituto d’Arte di Napoli. Nel 1863 si sposa con Luisa, napoletana. Fa parte del Gruppo dei Macchiaioli, e fra loro si fa notare per l’ossequienza ai canoni dell’Accademia. Ama la natura, fino ad affermare che “tutto è bello in natura dal punto di vista dell’arte”. E’ amico di Giosué Carducci che diventa suo mecenate e protettore. Non ama molto l’adulazione e la notorietà: “esser celebri vuol dire esser mediocri”. Viaggia all’estero a Parigi, Nizza e Londra. In questa città collabora al giornale caricaturale Vanity Fair. A Parigi l’artista De Nittis vende le sue terrecotte di “beceri fiorentini e di preti”, divenute poi famose. Tuttavia De Nittis lo giudica provinciale gretto ed egoista. Nel 1878 entra a far parte, come critico, del Giornale Artistico diretto da Enrico Cecioni. E’ inoltre pittore e dipinge alcuni quadri dai titoli: “La comodità di un balcone”, “Interno”, “Una signorina romantica”. Il 23 maggio muore a Firenze nella casa del Kienerk. Non abbiamo notizie della sua vita, se non attraverso le lettere da lui scritte al Carducci, a Diego Martelli, a Telemaco Signorini. Ha avuto una vita travagliata e sfortunata, tanto da apparire una persona triste.

In realtà nell’arte si distingue come caricaturista dei personaggi più in vista dell’epoca, in particolare di coloro che frequentavano il Caffé Michelangelo a Firenze, tenendosi tuttavia in linea col gusto di un bonario prendere in giro. Celebri sono le sue statuette in terracotta che ritraggono Yorik, Napoleone Giotti, ecc. Ama ritrarre anche gli animali, in modo particolare i cani, dei quali dimostra di conoscere a fondo le loro abitudini. La “Sortita del padrone”, il “Cane che lascia” e “Incontro per le scale”, sono fra i più celebri. E’ tenero quando raffigura la madre col Bambino o quando raffigura gli amici. Bello fra questi è il busto di Giosué Carducci. Cecioni in fondo è un tradizionalista. Del progresso (nell’arte) afferma: “Il progresso, nel suo pieno e netto significato, fa le sue cose per intero, non viene ad accomodare o correggere, ma per demolire, distruggere e abolire”.

POESIE

Briciola

Dormi con il tuo musino

puntato sulla tappezzeria della sedia.

Le tue orecchie sono vigili

e nonostante il tuo sonno felino

reagisci a ogni minimo rumorino.

Talvolta russi talmente forte

che sembri uno schiacciasassi.

E poi sospiri, singhiozzi, ti giri e ti rigiri.

Hai mangiato troppo?

A volte ti svegli di soprassalto.

Forse sogni? E cosa sogni?

Sogni il tuo padrone che qualche volta

ti sgrida perché mangi troppo?

Hai ragione, dovrebbe pensare per sè

quel noioso trippone!

O sogni quella volta che ti volevano

fare un bagno e profumarti tutta

come un barboncino? Ma non lo sanno

chi sei tu? Sei un felino, va bene.

Ma non montarti troppo la testa.

Miaou, Miaou, cosa vuoi dire?

Mi intenerisci e resti la gattina di sempre.

Anche tu come noi: non cambi mai…

Dolce

Dolce il tuo sorriso

dolce il tuo respiro

dolce il tuo abbracci

dolce il tuo portamento

dolce il tuo sguardo

dolce il tuo profumo

dolce il tuo desiderio

dolci i tuoi baci

dolci le tue tenerezze

dolci le tue mani

dolce il tuo corpo nudo

in questa notte di luna mugellana.

DUE TESTINE

Due testine

un solo abbraccio

fra la bianca spuma

delle onde.

Un tuffo

i capelli rovesciati all’indietro

le mani unite

sotto l’azzurrino cobalto.

Un intenso riflesso

argenteo del sole al tramonto,

una sottile nebbia li avvolge

quasi occultandoli.

Lei ride, lui schiamazza,

gli sguardi si incontrano

due anime si uniscono

in un lungo abbraccio d’amore.

FONTEBUONA

Stai al riparo del Poggio Conca

distesa sulla strada bolognese

alcune case, un torrente, una spelonca

sei del Mugello il più bel paese.

Intorno a te boschi, campi, vigne

due chiesette, un bar, un ristorante

una sorgente ove ognun attinge

dal Mugello e da Firenze non sei distante.

Non manca neppure la pizzeria

dal Cantini vai la troverai buona

alimentari bar e ancora trattoria

prelibatezze, arrosti e sbriciolona.

Se poi vuoi passare una serata in allegria

al Chiar di Luna devi andare tosto

sicuramente romperai la monotonia

nei mesi estivi giugno luglio e agosto.

MINA

Nel corto viale alberato

la nostra auto blu si ferma nella notte scura.

Il profumo dolce dei tigli si mescola

con il profumo eccitante della tua pelle.

Le tue labbra vogliose, i tuoi occhi blu,

due fari che scrutano nel mare delle sensazioni.

I tuoi capelli come fili di seta

il tuo corpo che vibra

e la mia mano che ti passa leggera sul collo.

I nostri corpi si abbracciano stretti,

i tuoi seni dolci come arancini….

Mi ami? Ti amo? Forse è presto?

Forse è tardi? Andiamo?

Voglio restare ancora,

é bello qui.

Piove

Le gocce ballano e rimbalzano sul nero asfalto,

l’acqua dilava creando veloci rigagnoli, vortici e schiuma

Il cielo da plumbeo si fa nero.

Ecco il lampo venire da occidente

e subito il tuono rotola e rimbomba.

Il vento lo accompagna scuotendo i rami

e le foglie ingiallite si fermano sulle tue mani.

Tic, tac, tic, tac le gocce cadono, sul verde ombrello,

musica celestiale, armonia della natura.

I nostri spiriti si appagano e si placano

Ma ecco: già torna il sereno

SASSO DI SAN ZANOBI

Solitario, massiccio, aguzzo

la tua punta diamantina

tocca il blu infinito.

Prati e pascoli stanno ai tuoi

piedi e bianche vacche

pascolano tranquille al

tuo riparo.

Le verdi colline del fondovalle

solcate da strade sterrate

ti fanno da sfondo.

Sasso di San Zanobi,

Gigante buono, con i tuoi

mille colori: verdini, azzurrini, rossastri

ci inviti alla modestia e alla bontà

TI HO CERCATA…

Ti ho cercata fra le stelle del firmamento,

nell’Olimpo, nell’Eden, nel Parnaso.

Ti ho cercata a Parigi nelle sfilate di alta moda,

nei ristoranti più esclusivi di Montmartre, all’Olympia,

al Quai d’Orsée, sulla Senna, al Musée Grevin,

alla Sorbona, au Quartier Latin, al Trocadero.

Ti ho cercata negli alberghi di lusso della Costa Azzurra,

nei pubs alla moda, nei circoli letterari più raffinati.

Ti ho cercata nelle bianche ville di Cannes e Montecarlo,

tra i VIP di Portofino, di Porto Cervo, di Gallipoli.

E non ti ho trovata.

Ti ho cercata nei green dei campi da golf di mezza Europa,

a Cinecittà a Holliwood fra le dive del cinema, ti ho cercata

fra le “leonesse” e le “sorelle ottimiste”.

Ti ho cercata nei pads dei grand prix di mezzo mondo,

nei templi del tennis a Wimbledon, al Roland Garros.

E non ti ho trovata.

Ti ho cercata negli yachting club di Ibiza, alle Bahamas

e perfino al Club Velico di Cala Galera.

Ti ho cercato nelle ville più sontuose, fra le gente aristocratica,

fra i “liberi muratori”e nei templi dell’alta finanza.

Ma non ti ho trovata.

Ti ho cercata fra la “bella gente” degli ippodromi londinesi e parigini,

nelle residenze reali e presidenziali di Buckingham Palace e dell’Eliseo,

a Montecitorio, ai Parioli.

E non ti ho trovata,

e….non ti ho trovata.

E dire che ho fatto tanta strada per cercarti!

UN GRIDO NEL VUOTO

Due grandi occhi neri,

inorriditi,

si incrociano nel vuoto.

Dolore,

innocenza calpestata,

narici aperte,

bocca spalancata,

un grido di dolore

che nessuno vuol sentire.

Una lingua impastata di fame

attende invano acqua e pane.

L’uomo razzista,

discrimina il colore,

non si cura di te,

non vede il dolore

che solca il tuo visino nero,

senza un po’ d’amore.

UN PICCOLO CIMITERO

Un piccolo cimitero

in mezzo ai verdi abeti

la candida neve ammucchiata dal vento

disegna le bianche sagome dei tetti.

E’ inverno, il vento pungente

spinge i rovi, facendo cadere batuffoli di neve.

La bianca vallata si distende

con i suoi dolci declivi

Bianche anime aleggiano sul piccolo cimitero

la neve cade sul bianco recinto.

Con la primavera spunteranno

i primi fiori profumati

NOTE AUTOBIOGRAFICHE

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Ritratto di Paolo Campidori eseguito da Silvestro Pistolesi ex-allievo di Pietro Annigoni

Paolo Campidori è nato nel Comune di Vaglia da genitori “tosco-romagnolati” il 18 dicembre 1942. E’ un personaggio “scomodo” poiché non inquadrabile in senso stretto della parola in nessuna ideologia politica. Detesta essere etichettato. Non ama la cultura “ufficiale” e la storia che si studia sui libri di testo. E’ ricercatore storico-artistico, nonché scrittore, fotografo, poeta e collabora con un giornale mugellano, per il quale scrive articoli di storia e cultura. Ha scritto tre libri: Le Chiese del Mugello, Folli e Sapienti e Mugello, Vita di Paese. Ha passato buona parte della propria esistenza presso i musei fiorentini: Uffizi, Pitti, Bargello e ha collaborato con i più grandi nomi della cultura artistica del nostro tempo come, Luciano Berti, Ex Soprintendente ed Ex Direttore della Galleria degli Uffizi e Museologo di fama Internazionale; Umberto Baldini, Ex Direttore dell’Ufficio Centrale del Restauro di Roma, Ex Soprintendente ai Restauri e all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze; Antonio Paoluccci attuale Soprintendente al Polo Museale Fiorentino. Ha una vena umoristica, un po’ caustica. In religione ama definirsi un “Cristiano”, ama la Messa in latino e il Canto Gregoriano. E’ affascinato dai monasteri benedettini, francescani, e ovunque si “respiri” una intensa spiritualità cristiana. Ama gli animali in genere e i gatti in particolare. Coltiva da tempo diversi hobby fra i quali la fotografia, il disegno, l’etruscologia. Ama molto la sua terra ‘adottiva’ che è il Mugello e la Montagna dell’Appennino Tosco-Romagnolo, terra d’origine dei genitori. Ha due figli: Leonardo e Jacopo e tre nipotini: Matilde, Martina e Checco.  E’ sposato dal 1972 con Deanna.

INDICE

Introduzione                                                                       3

Prologo                                                                                4

Il Paese                                                                               5

La piazzetta                                                                        7

Via Sottolarco                                                                   11

La buchetta                                                                       16

La mora                                                                             17

La muriella                                                                        17

Il Rosario della Bice                                                           18

Le partite cornuti contro “segaioli”                                   20

La battitura del grano da Tarolle                                      24

Le processioni e le infiorate                                             27

Gli scoppi con il carburo                                                    30

La pesca nel torrente                                                         31

Gli orti concimati                                                              34

Alviero e la televisione a cazzotti                                      35

Le ricottine fresche di Starniano                                      37

L’uomo lupo e il regolo                                                        40

I carretti con i cuscinetti                                                 42

Amedeo e la bicicletta                                                       44

I detti e i modi di dire                                                      46

Il primo giorno di caccia                                                    47

Beppino e il fiasco d’inchiostro                                          50

Maso e la Beppa                                                                 51

La Sita e le bombette puzzolenti                                       54

La visita o la tira                                                              56

La scuola elementare                                                         58

La Delia poliglotta e i “tomaten”                                        62

Il Pecino e i cugini                                                              64

Pirulé e i “turiddi”                                                             65

Ettore e le salacche                                                          66

Lo zio prete e la partenza                                                  67

Le parole storpiate                                                            69

Pierino e la farinatina                                                       70

La mamma non si tocca                                                      71

Emma, c’é Cordo?                                                              74

Il Gallione                                                                         77

Le barchette con i gusci                                                    78

Il carrarmato con i rocchetti                                            79

Le sigarette di carta gialla                                                80

La gara del tiro do cacio                                                    81

Il Raspa e le cartucce a formentone                                   83

La fonte del Pruno                                                             86

Le zucche e la morte secca                                                89

La canna ladra                                                                   91

Il ballo nella pista                                                              91

Le noci e la frusta di Tarolle                                             93

Il pallaio                                                                            95

L’archetto e le trappole                                                     95

La beffa del portafoglio                                                    97

La cooperativa                                                                   98

I casotti nel torrente                                                        99

La famiglia Rossi                                                              101

In casa d’Oreste                                                              102

Le veglie di Natale                                                           104

L’insalatina di campo                                                        107

Personaggi curiosi                                                            109

Gli attrezzi dei contadini                                                 111

I lavori della nonna                                                           113

Modesto e la gallina chiacchierona                                   115

Il chierichetto                                                                 117

Il salotto letterario                                                         121

Il gattino Bisanzio                                                           124

L’angelo custode                                                              126

I matrimoni e i confetti                                                   127

Farfallino il barbiere                                                       128

I giochi delle bambine                                                      130

I pantaloncini corti                                                          132

Le “cacate” delle Befane                                                  134

I “pretaioli”                                                                     135

La Guzzi e il mal di corpo                                                 136

Le ragazze procaci e i tacchi a spillo                                138

Proprio come il “piovano” Arlotto?                                    139

Le interminabili ninne nanne                                             142

I fuocherelli di bacìo                                                       143

Le chiese di Fontebuona                                                   145

Appendice                                                                        148

Questa chiesa non s’ha da fare                                        148

Ma icchene? Gl’hanno rimesso i’ treno?                            151

E la sera al bar                                                                153

Un ragazzo di campagna                                                   156

Fontebuona: importante borgo medievale                         160

Un cimitero piccolo, piccolo                                              163

Quando abbondavano i “pretaioli”                                     166

Adriano Cecioni artista Fontebuonese                              168

Poesie                                                                              170

Briciola                                                                            170

Dolce                                                                               171

Due testine                                                                      171

Fontebuona                                                                      172

Mina                                                                                172

Piove                                                                                173

Sasso di San Zanobi                                                        173

Ti ho cercata                                                                   174

Un grido nel vuoto                                                            175

Un piccolo cimitero                                                          175

Note autobiografiche                                                      176

Indice                                                                              178

 

Copyright in Italia e all’estero: Paolo Campidori

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BOZZE PROVVISORIE DA CORREGGERE

 

 

 

“MONTI E GENTI DELLA ROMAGNA TOSCANA”


MONTI E GENTI DELLA ROMAGNA TOSCANA
A BELMONTE DALLA NONNA “CHICCHINA”
Con la “bricca” al Paretaio
Una volta all’anno, nel periodo della buona stagione, andavamo a trovare i parenti che abitavano a Belmonte. Questo era un paesino, se così si può chiamare, che mi ricorda molto la paesia che studiavamo alle elementari, Rio Bo. Tre o quattro casette, alcuni pracicelli verdi, mancava il rio che scorreva nella valle, la Diaterna, un fiumetto dalle acque limpidissime
Per quei tempi raggiungere Belmonte non era cosa semplicissima. Si doveva prendere la “corriera” che andando a Piancaldoli, ti scaricava al Paretaio. Qui ad attenderci c’era lo zio con la “bricca” (la ciuca) che docilmente acconsentiva a trasportare le nostre valige, lo zio mi metteva a cavalcioni, poiché essendo piccolo, e la strada lunga da percorrere…… Lo zio e la mamma venivano a piedi
Una notte su un materasso di foglie di granturco
La prima notte che dormii su un materasso riempito di foglie di granturco, provai una sensazione a dir poco stranissima. Questa abitudine di riempire i materassi con le foglie di granturco derivava dal fatto che le famiglie erano povere e la lana era preziosa per fare un mucchio di cose: camiciole, calzini, calzettoni e non si poteva sprecare per riempire i materassi degli ospiti. Naturalmente queste foglie venivano sostituite ogni anno, poiché diventavano troppo secche. La prima notte non riuscii quasi a dormire per gli scricchiolii delle foglie. Mi giravo da una parte e sentivi il rumore delle foglie che si frantumavano sotto di te, ti giravi dall’altra parte e il loro cric-croc si faceva più insistente. Finché il materasso non si afflosciava definitivamente e allora anche se diventava duro, il rumore scompariva.
Il brodo di galèna (gallina) e i nodini fatti a mano dalla nonna conditi con cacio secco
Sull’aia fortunatamente c’erano diversi animali che zampettavano tranquilli, or beccando qualcosa che trovavano nel terreno or attendendo una manciata di grano o di formentone che periodicamente veniva loro lanciata. Fra questi c’erano anche delle belle galline e a una di queste quando arrivavamo noi toccava la triste sorte di finire in una bella pentola con le zampe all’insù. La galèna vecia (gallina vecchia) faceva un brodo eccezionale. La zia, tirava la spoglia con il matterello e preparava dei tagliolini finissimi, oppure dei nodini, sempre fatti di pasta. Per completare la genuinità e la bontà dei piatti, una bella grattugiata di formaggio secco fatto di latte di mucca o misto con latte di pecora.
Il gabinetto all’aperto
La prima volta che chiesi allo zio dove fosse il gabinetto, mi indicò, fuori, nei campi. Io non capivo, rimasi sconcertato, cosa voleva dire? Voleva dire proprio quello. Allora nelle case contadine i “bagni” era situati in posizioni strategiche, molto spesso accanto alle concimaie.
Il concetto era semplicissimo, si trattava di uno stabbiolo in legno posto a cavallo di una fossa, la quale scaricava nella concimaia. Sul pavimento di questo stabbiolo, vi era una buca di circa 30×30 centimetri ed a questa ti dovevi abituare.
La sera a veglia con il lume ad acetilene
le sere erano più o meno lunghe, a seconda della stagione. Tuttavia questa durava dalle cinque del pomeriggio fino all’otto, in estate, oppure durava pochissimo in primavera. Si mangiava prestissimo, mi sembra verso le sei, poi dopo, un po’ di veglia. Alle otto faceva buio, allora non c’era l’ora legale, e dopo quest’ora, si accendeva la lampada ad acetilene, oppure un lumino a petrolio. La corrente elettrica quassù non ce l’aveva nessuno. Il tempo di parlare un po’ con gli zii e con la nonna, qualche orazione in comune e poi via a letto di corsa
Il profumo del pane cotto nel forno
Il pane veniva fatto una volta ogni dieci-quindici giorni. Insieme al pane spesso venivano cotte delle schiacciatine, delle torte, e anche della frutta, pere mele. Quando il forno era ben caldo la zia con una specie di pala con lungo manico adagiava i pani, che aveva preventivamente preparato, uno accanto all’altro e poi chiudeva bene la bocca del forno con una lastra in modo che il calore non uscisse. Dopo pochi minuti si sprigionava nell’aria un profumo buono e intensissimo del pane cotto in forno. Era una gioia assaggiare un cantuccino di quel pane ancora caldo.
I personaggi del posto: il postino, il maestro
in questo piccolissimo paese abitavano solo agricoltori. Unica eccezione erano il postino, che aveva la casa al limitare del paese, e il maestro che allora era un personaggio veramente importante.
Le scale di legno
Le scale che conducevano al piano superiore erano immancabilmente di  legno. Le case contadine di allora, avevano gli interni quasi completamente in legno, solo le pareti esterne erano fatte di sassi. Anche i solai erano in legno e quando ci camminavi sopra sentivi quel classico rumore, quasi come una cassa armonica. Quel legno delle scale e dei solai, delle finestre ti dava una sensazione di caldo, di intimità, che non ti danno i solai e le scale in muratura
La nonna che fila la lana al telaio
la nonna era quasi perennemente intenta a filare la lana. Usava un vecchio attrezzo in legno che azionava con una gamba e con le mani dipanava la lana che via via veniva attorcigliata a una specie di rocchetto girevole. Quando la lana era bella attorcigliata e raccolta in gomitoli la nonna faceva la calza con i ferri. Spesse volte, i ferri che non usava, li infilava nella crocchia di capelli. La nonna era quasi sempre vestita di scuro. Un giorno le domandai perché vestisse sempre scuro. “Perché sono vecchia”, mi rispose. Portava un vestito lungo, un grembiule sopra, una pezzuola le copriva quasi sempre i capelli, per non far vedere che erano in disordine.
La ‘spoglia’ tirata con il matterello
Una massaia, una donna di casa di allora non valeva niente se  non sapeva almeno tirare la spoglia con il matterello. Gli ingredienti erano semplici: farina, uova, e pochi altri ingredienti. Il difficile era far diventare la spoglia fine fine, come un foglio di carta o poco più. Mia  nonna e mia zia erano abilissime e poi la tagliavano fine fine per fare delle ottime minestrine, ma anche per fare i tortelli di patate o i cappelletti
Il risveglio all’alba con il canto del gallo
la mattina presto,  quando ancora albeggiava, sentivi cantare a squarciagola il galletto che col suo maledetto chicchirichì finiva immancabilmente per svegliarti. Anzi i galletti, perché ce n’era sempre più di uno e poi si sentivano anche quelli delle famiglie vicine. Contemporaneamente al suono del gallo sentivi lo zio, che smuoveva carri, accudiva le mucche, preparava gli arnesi per il lavoro dei campi
Il Rosario e le preghiere della sera
il mese di maggio era il mese dedicato alla Madonna. La nonna preparava un piccolo altarino su una sedia, metteva una immaginetta della Madonna, qualche fiore di campo, e si inginocchiava con la corona fra le dita, guardando l’immagine. Noi rispondevamo in coro.
I solai di legno e gli arredi con l’acquamanile e la caraffa
anche gli arredi delle camere erano di una semplicità assoluta. Fra questi il “necessaire” per la pulizia personale. Esso consisteva in una catinella, in una caraffa piena di acqua fresca che la nonna ci faceva trovare sempre in ordine e un asciugamano che profumava di pulito.
Le finestrine piccole piccole
la casa aveva delle finestrine piccole piccole. Forse erano fatte per ripararsi meglio dal freddo.
La chiesa di Caburaccia 
Belmonte si trova a metà strada fra la chiesa di Caburaccia e la Pieve di Bordignano. Ambedue le chiese avevano un passato illustre, in quanto avevano, tra l’altro, ricevuto la visita di San Zanobi. A ricordo di questo nelle vicinanze esiste una  grande roccia di origine vulcanica alla quale è stato dato il nome Sasso di San Zanobi.
Le strade fangose di melta (fango) degli inverni rigidi e piovosi
d’inverno era impossibile andare a trovare la nonna, tanto le strade erano impraticabili dal fango, che la gente di quassù chiamava “melta”. L’unica volta che sono andato lassù in inverno è quando la nonna è morta. Sul Passo del Giogo, la neve in certi punti arrivava a due metri e con la macchina si passava sotto un tunnel di neve.
La colazione con l’orzo tostato
il caffè era un lusso che da queste parti non si conosceva. la mattina appena alzati ci aspettava una buona colazione a base di latte e caffè d’orzo macinato con il macinino a mano, che immancabilmente stava sul caminetto. Qualche volta la zia faceva gli “zuccherini”, una specie di dolcetti di pasta frolla, cosparsi di zucchero e bagnati con un liquore rosso che si chiama “alkermes” o “archemusse”, come dicono in Toscana.
Le vacche e l’odore ‘penetrante’ della merda fresca delle vacche
ricordo ancora le strade polverose, percorse dalla gente, dalle pecore, dalle mucche, che al loro passare lasciavano una scia “odorosa” che ancora oggi “sento” nelle narici del mio naso. Ma non era un odore cattivo, era un odore che sapeva di natura, di erba appena tagliata, di buon fieno secco;  molto meglio dei tubi di scappamento delle nostre auto di oggi.
I tetti con le lastre di pietra 
non c’è casa da queste parti che  non avesse avuto il tetto in lastre di pietra. Oggi, molti di questi tetti, ormai cadenti vengono sostituiti con il laterizio, che non è assolutamente la stessa cosa.
La povertà assoluta ma anche la grande generosità
la gente di queste parti, in quegli anni, viveva ancora un po’ allo stato medievale. I contadini erano veramente i “servi della gleba” tanto erano asserviti ai padroni, tuttavia questi contadini erano di una generosità assoluta, pur essendo poveri, ti avrebbero messo, come si dice, la casa in capo. Erano persone semplici, di animo buono, timorati di Dio, accoglienti al massimo. Quando capitavi in una famiglia era “obbligo” prendere da loro qualcosa da mangiare o da bere.
Servi della gleba…eppure trovavano il coraggio di sorridere
pur nella loro miseria, quando questa povera gente tornava dal duro lavoro dei campi, stanchi morti, eppure avevano la forza e la volontà di sorriderti, di dirti una parola buona, perfino capaci di scherzare con quel loro dialetto “balzarott” che allora io non capivo, o capivo solo qualche parola. Lo zio mi chiedeva sempre cosa facevo. Io gli rispondevo che studiavo. Lo zio mi rispondeva: “BravoPaolo astugia tè”, che non significava “Bravo Paolo, studia tu”, ma significava “Bravo Paolo perdi del tempo tu”!
Il mercato a Firenzuola il londé (lunedì)
il vero giorno di festa per questa gente era il lunedì, giorno di mercato, a Firenzuola. Ci si vestiva a festa, immancabilmente con il cappello in testa, anche d’estate, ben rasati a dovere e via a Firenzuola a vivere. Si scambiavano le merci, le bestie, si andava all’osteria a bere qualche buon bicchiere di vino, oppure a mangiare un boccone alla trattoria. Il pomeriggio si trascorreva al gioco delle carte con  gli amici o sotto i portici di Firenzuola a parlottare del più e del meno.

Questa era la vita della gente di Belmonte, paesino del Comune di Firenzuola, in quegli anni ormai lontani dei quali rimane solo un bel ricordo, ma un ricordo che vivrà perennemente nella mia memoria e in quella di tutte le persone che hanno amato e amano questi luoghi.

AMORI E LUOGHI DI DINO CAMPANA E SIBILLA

Dino Campana, grande artista, ma anche personaggio singolarissimo era nato a Marradi nell’Appennino fra Toscana e Romagna. Nel l914 pubblica la sua raccolta di versi e prosa i Canti Orfici. La critica su questo grande artista è stata abbastanza controversa fino a dire che “Dino Campana al momento di confessarsi si  è taciuto, si è perduto nel bianco che gli offriva la carta; non sappiamo nulla del suo messaggio”. Il linguaggio di Campana invece è chiaro e non ha niente di misterioso.

Egli, come i pittori della sua epoca, con i pennelli intrisi nei colori più variopinti, descrive il mondo che lo circonda, un mondo talvolta pervaso di solitudine e di silenzi, di strade e di palazzi vuoti, di campagne selvagge e inospitali, di familiari e conoscenti che non lo comprendono, ma il suo mondo, i suoi personaggi, magari nella loro triste realtà, sono personaggi veri, pieni di poesia, come lo sono i personaggi dei pittori a lui contemporanei. Dino è un solitario, non per vocazione ma per necessità.  Nel suo ambiente marradese non è stimato, come i profeti che non trovano stima nella loro patria.

Campana trova a Marradi incomprensione e talvolta anche derisione. Anche in famiglia il tempo trascorso è pervaso da lunghe notti, rischiarate appena da un flebile ricordo della sua fanciullezza, quando la mamma lo accoglieva fra le sue braccia e il bimbo si sentiva sicuro, amato, come tutti i bimbi si sentono amati. Dino, in fondo, nella sua vita travagliata cercava due cose: l’amore di un suo simile che rimpiazzasse la madre, quell’amore che nell’adolescenza, forse a causa della sua malattia, gli era stato negato.L’altra cosa era quella di dimostrare agli altri il suo valore come persona, come uomo; la sua era una insaziabile voglia di uscire dall’anonimato, di “essere pubblicato”, nel tentativo estremo di avvicinarsi a quella gente, specialmente del suo paese, che lo teneva a una certa distanza. Questa dura realtà, appena smorzata, da un breve ma intenso amore con Sibilla Aleramo, lo costringe a viaggiare e a vagare per i boschi e i monti dell’Appennino, come un randagio. Sibilla lo seguirà in questo suo vagare, riempiendolo di attenzioni e di amore. Barco, Rifredo, Moschea, Casetta di Tiara sono i luoghi del suo itinerare con la sua amata Sibilla, la quale da quest’ultima località  manderà una cartolina ad un’amico con le sole e significative parole: “Tra i falchi”. Sibilla, era evidente, non amava la solitudine, se non in casi eccezionali; con Dino, riusciva a sopportarla, per breve tempo. Qui di seguito ho voluto intervallare alcune frasi dei Canti Orfici  e alcune frasi epistolari, scambiate fra i due amanti, con una sintesi storica dei luoghi del Giogo e dell’Appennino, cui fa riferimento:

“Salivano voci e canti di fanciulli e di lussuria per i ritorti vichi dentro all’ombra ardente, al colle al colle”.

A Rifredo sul Giogo che porta a Firenzuola, c’era anticamente un castello che apparteneva agli Ubaldini del ramo di Piancaldoli, i quali poi lo cedettero a Gotifredo, padre di Gotidio, fondatore del Monastero di Luco.

“Nella chiesetta solitaria, all’ombra delle modeste navate, io stringevo Lei, dalle carni rosee e dagli accesi occhi fuggitivi: anni ed anni fondevano nella dolcezza trionfale del ricordo”.

Le prime notizie della chiesa di Rifredo sono anteriori al Mille, come risulta da documenti del Monastero di San Pietro a Luco. La Rettoria dedicata alla Madonna, aggiunge il Mittarelli, risulta sottoposta al Monastero stesso ed affidata a un prete secolare chiamato secondo l’uso monastico “Conversus de reverentia”

….”Confortato da questa disponibilità di Sibilla, Campana, nuovamente in lingua francese (per sciccheria, ma anche per la privacy: pochissimi infatti a quei tempi sapevano leggere e scrivere l’italiano, figurarsi il francese! ndr), le fece sapere di essere ospite presso una trattoria “quelconque” al Barco “si vous venez ici je n’oubliarais pas, jamais votre grace….

Nella risposta Sibilla Allerano scrive:

“Mio caro Cloche, incomimcio a farmi una topografia dei nostri rispettivi eremi…..”.

Dal Barco una strada mulattiera che segue più o meno il fosso del Veccione porta all’antica Badia Vallombrosana di Moscheta e a Val d’Inferno, ove sono davvero caratteristici e degni d’esser studiati il quasi trogloditismo e certe singolari usanze degli abitanti (Niccolai, 413)

Ancora Sibilla: “….voi m’aspetterete al Barco….Forse resterò anche la sera. Siamo poeti notturni, le stelle ci propiziano l’avvenire”.

Foto n. Abbazia di Moscheta

L’Abbazia di Moscheta , nota anch’essa, come gli altri conventi più famosi, nel fervore della rinascita del sentimento cristiano e dello spirito di rinnovamento dell’XI secolo…..(Chiesa Fiorentina).

“L’agile forma di donna dalla pelle ambrata stesa sul letto ascoltava curiosamente, poggiata sui gomiti come una Sfinge…”

Di particolare interesse sono anche due borghi medievali nei pressi dell’Abbazia: OSTETO e FOGNANO con antichissime abitazioni  costruite in legname e pietra serena e sulle facciate interessantissimi tabernacoli di San Giovanni Gualberto e della Madonna del Piratello.

“Venne la notte e fu compiuta la conquista dell’ancella. Il suo corpo ambrato, la sua bocca vorace, i suoi ispidi  neri capelli a tratti la rivelazione dei suoi occhi atterriti di volutà intricarono una fantastica vicenda”

La critica letteraria dice ancora di lui: “fin dove scrive non pretende nulla di più, non sottintende una chiave o un altro vocabolario”. Come personaggio, alcuni preferiscono chiamarlo pazzo, io lo definirei un grande artista e basta. Amava molto la terra dov’era nato e nei rapporti con la gente era piuttosto schivo. In realtà Dino era asociale ma non antisociale. Questo incontro con Sibilla Alleramo, che era stata amante anche di altri artisti del tempo, è memorabile. Campana era giunto all’appuntamento con l’amata, camminando da  Marradi a Rifredo passando per i luoghi di Moscheta, Osteto , Fognano, tutti luoghi che hanno una storia antichissima.

ANEDDOTI E VITA VISSUTA NEL PALAZZUOLESE

Ho incontrato l’altro giorno Giuliana, palazzuolese doc, anzi campanarina doc, infatti da giovane abitava nella canonica della chiesa di Campanara. A proposito di questa canonica, mi diceva che, allora, negli anni della sua gioventù, quando nevicava, e di neve ne veniva in abbondanza, questa si cumulava davanti alla facciata esposta al vento e talvolta la neve, per effetto della bufera, e talvolta arrivava fino al tetto, tanto che per uscire erano costretti a passare dalla porta che dava sul dietro. Mi ha raccontato tante belle cose di questi posti. Fra questi racconti o aneddoti c’è quello di Tonio, contadino, il quale era molto povero ed aveva molti figli. Purtroppo egli aveva un podere altrettanto “povero”, mil suo confinante che abitava un po’ più in alto “ed sura” (come dicono a Palazzuolo) aveva una bella vigna che produceva buona e abbondante uva.

Foto n. 10   I monti del palazzuolese

Questo povero Tonio diceva spesso dentro di sé: “Guarda quanta bella uva ha il mio vicino, che potrei dare da mangiare ai miei figli e invece….”. Un bel giorno, l’uva era matura ed abbondante (ed assai invitante) decise di prendere la “carriola” con l’intenzione di andare a prendere un po’ di quell’uva.  Strada facendo, dal basso dove abitava lui, c’era una bella salita e la carriola cigolava e sembrava che dicesse: sit vi, sit vi, sit vi ( che in palazzuolese significa: se ti vede, se ti vede). Quando arriva lassù, carica la carriola d’uva e decide di scendere. Nel frattempo, però, arriva il padrone della vigna che gli da una bella strapazzata: “Come hai potuto fare questo Tonio?, ecc ecc: “ Tonio, con la faccia rossa di vergogna e demoralizzato,  riprende la sua carriola vuota e ridiscende. Durante la discesa la carriola, cigolando, sembrava che dicesse: At leva det, at leva det (in dialetto significa: Te l’avevo detto, te l’avevo detto). Questo per dire che, certe volte, le carriole sono più intelligenti delle persone. Un altro aneddoto: Beppone era un uomo con molti figli e molta miseria, però sapeva leggere e scrivere, che per quei tempi non era poco. Un giorno fu invitato a Roma per firmare alcune carte. Pensava che in un giorno se la sarebbe cavata, invece la cosa andò per le lunghe; perciò decise  di farsi radere la barba. Il nostro Beppone aveva una barbaccia a cespugli neri e grigi e assomigliava veramente a un orso. Si sedette sulla poltroncina e si lasciò “sbarbirire”. Dopo più di mezz’ora di torture il barbiere gli chiese se era rimasto soddisfatto. “Altro ché, rispose Beppone, guardi che lei è una persona straordinaria, speciale, addirittura più bravo di Gesù Cristo”. Il barbiere lo guardò a bocca aperta e gli chiese:  perche? “Perché, rispose Beppone, Gesù Cristo fa vedere le stelle soltanto di notte, invece lei le fa vedere anche di giorno”. Se ne tornò a casa sua tutto stizzito e a Roma non tornò più. Quando Giuliana comincia a raccontare è come un torrente in piena, sentite questo aneddoto che si riferisce al “Maggio”. Tutti i giovani della zona si ritiravano in parrocchia e da lì partivano tutti baldanzosi e allegri. Facevano il giro di ogni casa e cantavano stornelli. Se c’erano delle belle ragazze, cantavano d’amore e d’allegria, se invece trovavano tagazze bruttacchiole o vecchietti cantavano di morti e di Purgatorio. Stavano fuori tutta la notte e al mattino si ritrovavano di nuovo in parrocchia per la Messa. Ma scciome eran quasi tutti ubriachi, la messa l’”ascoltavano” dormendo sdraiati sulle panche. Qualcuno, tornando a casa, trovava la moglie dietro la porta, col matterello, e gli cantava così: Ragnolèn da la palota e la tura de casòn e’ s’ardupieva dré la matra per la pora de baston. In dialetto significa: Ragnetto dalla pallotta (sono quei ragni con la pancia a pallottina che si nascondono nelle madie e si cibano di farina)  e del coperchio della madia, si nascondeva dietro la madia per paura del bastone. Ancora è Giuliana che racconta. “Dalle nostre parti si era inventato il telefono “viva voce”. Consisteva nel parlare anche da molto lontano, cantando. Il primo (interlocutore) incominciava con questo sistema  che si chiamava “La Dolèna” (cantilena): Dolitti dolae o Roberta venne a quae, lerò leriero, tolerì, lerò. L’altra persona rispondeva: Dolitti dolie mè a là an poss evnie, lerò leriero, tolerì lerò (Trad.: Dolitti, dolae o Roberta vieni qui, lerò leriero tolerì lerò. Dolitti dolie, io là non posso venire, lerò leriero, tolerì lerò). Andavano avanti per ore e si dicevano tutto in musica. Magari non si erano mai visti, ma con questo sistema sono nate delle storie. Il tempo della mietitura era il tempo felice, e per quello che mi ricordo,  cantavano tutti questa canzone:

Il 29 luglio quando il sol matura il grano, trullallà e rataplan

è nata una bambina con una rosa in mano

non era paesana e nemmeno cittadina, trullallà e rataplan

è nata in un boschetto vicino alla marina

vicino alla marina dove è assai più bello stare, tullallà e rataplan

si vedon bastimenti a navigar sul mare.

Per navigar sul mare ci voglion le barchette, trullallà e rataplan

per far l’amor di sera ci voglion ragazzette, ecc, ecc.”

Foto n. 11   Case coloniche presso Palazzuolo

“Adesso, aggiunge Giuliana, quelle campagne sono vuote e, secondo me, desolate. Qualche tempo fa mi sono recata nella zona dove io ho vissuto i primi 15 anni della mia gioventù, e ti dirò che mi si è stretto il cuore perché non ho trovato nemmeno un uccellino (forse perché non c’è più cibo). Quelle persone che abitavano lassù, adesso hanno una bella casa con le mura di cemento. Hanno tutte le comodità : il televisore, il telefono e quant’altro, però, molti hanno la nostalgia del profumo dell’erba appena tagliata, del pane appena sfornato, del gallo che cantava all’alba (ed era l’orologio più preciso del mondo). I grilli che cantavano nei campi di trifoglio, le lucciole che illuminavano il grano maturo, la mietitura, la trebbiatura e i balli sull’aia. Il tintinnìo dei campani delle nostre bestie quando, all’imbrunire, rientravano dal pascolo”. Tutte queste cose, dice Giuliana, non ci sono più però molti  dicono sovente: ie se steva mei quand e se steva pezz! Vale a dire: “Si stava meglio quando si stava peggio”. Questa gente di montagna è tutta così estrosa, poiché è gente che ha vissuto – come diceva Giuliana – a contatto con la natura, la quale ha “formato” il loro carattere, la loro voglia di vivere, la loro estrosità poetica. Insomma, questa gente (non me ne vogliano i cittadini) aveva, come si usa dire oggi “una marcia in più”.

IL GALLETTO DELLA BANDERUOLA

Chissà per qual motivo Palazzuolo

Si vuole distaccare dalla Toscana

Chi col pensiero, chi ha già preso il volo

E chi si butterà nella fiumana

Così in Romagna arriverà da solo

Certo a noi ci par ‘na cosa strana

Visto che nessun gli ha fatto dolo

Anzi, grazie ci dovean dire, anche se tardi,

a chi li liberò dai Longobardi.

La banderuola in su la torre magna

A seconda di che vento tira

Or guarda la Toscana or la Romagna

È un po’ arrugginita e male gira.

Quel Galletto a ore e ore stagna

E verso il basso ha preso la mira

Per i toscani non ha riconoscenza

Dà a noi la coda e lui guarda Faenza.

( Poesia di Nedo Domenicali)

ANTONIO POLI “POETA” DELLA MONTAGNA PALAZZUOLESE

Subito dopo aver scritto un articolo sulla Pieve di Misileo e pubblicata sul Galletto, ricevetti una telefonata dal Sig. Antonio Poli che mi invitava a fargli una visita a Palazzuolo. “Sono Antonio Poli, non so se lei mi conosce – mi disse con quel suo accento mezzo romagnolo, mezzo toscano – ho letto il suo articolo, mi è parso interessante, venga a trovarmi a Palazzuolo, mi farà molto piacere”. Non me lo sono fatto ripetere due volte, domenica pomeriggio ho puntato decisamente il muso della mia macchina verso il Passo della Colla e verso le sei ero a Palazzuolo. La giornata era calda e il sole quasi al tramonto, faceva brillare di una luce quasi dorata l’antico Palazzo dei Capitani.

Dopo aver fatto una breve visita al museo, obbligatoria per chi viene a Palazzuolo, mi sono messo alla ricerca di Antonio. Qui in paese il Poli lo conoscono tutti è stato vice sindaco e presidente della Pro-loco, un personaggio insomma. I paesani lo chiamano Tonino, almeno gli amici. Come tutti gli abitanti di questa terra di contrasti, Tonino è un po’ loquace e quando prende il via è come una delle tante abbondanti sorgenti che sgorgano con impeto in questa valle. Però, come quella delle sorgenti, la sua è un acqua cristallina, incontaminata, un acqua che disseta, proprio come le sue parole. E’ stato felice di vedermi e mi ha mostrato quel bel sorriso che solo queste genti di montagna sanno regalare a noi cittadini che di sorrisi siamo un po’ avari. Mi ha accolto con gentilezza nella sua casa in mezzo ai suoi nipotini, ai suoi figli e a sua moglie. La sua è una casa spaziosa e accogliente ricca di cimeli che ricordano il passato e l’attività di Antonio.

Dopo aver parlato del più e del meno Antonio mi ha regalato un suo libretto, una bellissima pubblicazione, arricchita di bellissimi disegni acquerellati. “Questo libro – mi ha detto – l’ho scritto per i bambini e in particolare per i miei nipotini”. A me sembra un libro bellissimo, io l’ho letto tutto d’un fiato e posso dire che il libro è narrato con un linguaggio semplice ma molto colorito. Si intitola: “Le avventure di Nello il figlio del carbonaio”  e sulla copertina c’è un bellissimo disegno di un mulo che trasporta dei sacchi di carbone sotto il sole rovente delle estati palazzuolesi.  Il libro ci porta nel fantastico mondo dei boschi e dei carbonai e ci descrive tante avventure  e tante esperienze di vita vissuta, quella appunto delle genti che dal bosco traevano la maggior parte del loro sostentamento: la legna, il carbone, i frutti selvatici, per non parlare dei pesci così abbondanti nei ruscelli che attraversano quei boschi. Nello è un ragazzo di dodici anni, che tutto a un tratto si trova catapultato nella realtà di una vita dura, avventurosa ma anche affascinante. “Caro Nello, disse a un tratto il babbo rivolto al ragazzo, tu sei grande hai ormai dodici anni, fra quindici giorni finisce la scuola e io ho bisogno di qualcuno che mi aiuti, non posso fare il carbonaio da solo”.

Così comincia l’avventura di Nello il figlio del Carbonaio. “Il lavoro che dobbiamo fare quest’estate – proseguì il babbo – è nei boschi delle Cortine: 312 metri di legna, dieci carbonaie quasi tutte da cuocere due volte, da 250 a 300 quintali di carbone.  E’ un lavoro grosso per un uomo ed un ragazzo, ma dovremo aver finito prima che caschi la neve”. Arrivati stanchi morti sul posto, il babbo scaricò la ciuca e si diede subito da fare per cercare uno spiazzo per costruire la capanna. Nello era la prima volta che dormiva in una capanna in mezzo al bosco: “E’ proprio una bella capanna – pensò guardandola soddisfatto – per questa  notte vi dormirò dentro sdraiato per terra, ma domani sera sarà pronta la ‘rapazzola’ e allora sarà tutta un’altra cosa”. Quando si alzò alle prime luci dell’alba il babbo aveva fatto un bello spiazzo proprio davanti alla capanna e c’era anche un bel focolare con alari fatti da sassi trovati sul posto. Il babbo lo portò a vedere la carbonaia che stava preparando. Era lì vicino, a poche decine di metri lungo il sentiero. Il babbo disse che il giorno dopo avrebbero finito di prepararla che il lunedì mattina, appena spuntato il giorno, l’avrebbero messa a fuoco.

Dopo cena il babbo faceva la sua solita fumatine con la pipa seduto in terra vicino al fuoco. La domenica mattina, quando Nello uscì dalla capanna con gli occhi ancora assonnati, trovò una bella polenta di farina dolce, già cotta, fumante sopra un tagliere posato sul tavolo, mentre il caffè d’orzo bolliva nel pentolino appeso alla catena che scendeva sul focolare. Era una settimana che Nello lavorava con il babbo, eppure gli sembrava di averlo fatto da sempre. Il babbo ogni tanto andava a controllare la carbonaia a fuoco, poi tornava dal ragazzo indaffarato nella costruzione della nuova carbonaia. Gli correggeva gli errori che inevitabilmente commetteva e gli insegnava i segreti del mestiere. Il racconto prosegue fra lavoro, momenti di pausa e anche avventure. Come quella del pozzo della biscia nera. “Oggi pomeriggio facciamo festa, ci prendiamo una mezza giornata di riposo. Quattro carbonaie sono già state cotte e insaccate…” e Nello approfitta per andare al fiume per fare un bel bagno e magari fermarsi a pescare. Si mise a frugare sotto i sassi e dopo un  po’ tirò fuori una bella trota. Tutto contento si rituffò nell’acqua e proprio sotto un grande masso infilò un braccio, sperando di trovare un’altra trota. “Ma con orrore vide una grossa biscia nera attaccata al suo braccio che si contorceva”. Nello viene curato da Mengola, la moglie di un contadino che abitava nelle vicinanze, con dei decotti di erbe e acqua bollente salata. “Comunque non aver paura, disse il contadino, marito di Mengola, quella biscia ha morso anche mio figlio Mario, ma è solo una biscia e le bisce non sono velenose. Il libro continua con altri racconti gustosi come “La volpe e il baccalà”, “Le noci e lo scoiattolo” e “L’ultima carbonaia” con il quale si chiude il libro. Sul retro della copertina, quasi a suggellare il carattere biografico del racconto, c’è una bellissima foto in cui si vede Antonio Poli che insegna ad un nipotino come si fa a costruire una carbonaia. Nella breve didascalia, sotto la foto si legge: “Antonio Poli è nato nel 1926 a Palazzuolo sul Senio, sull’Appennino Tosco-Romagnolo. Ha svolto ricerche sulla cultura contadina della sua terra dei primi del ‘900. Ha voluto riportare questa esperienza in un libro per bambini. E’ alla sua quinta pubblicazione, la prima rivolta all’infanzia”. Non ci resta che fare tanti auguri di Buon Lavoro al nostro simpatico amico palazzuolese!!!

CABURACCIA SULLA VIA DELL’ANTICA STRADA PER LA ROMAGNA

Caburaccia….Caburaccia…..Cosa mi ricorda? Ma sì: la nonna Chicchina che stava a Belmonte (una piccola frazione  di Caburaccia), lo zio Gigione, la zia Gemma, il Maestro Carmagnini….Hai detto stecco! Il maestro, una volta, era una personalità, poiché era la persona più istruita del paese e a lui ricorrevano tutte le “donnnine” per farsi scrivere e leggere le lettere che venivano dal fronte. Il maestro era, insomma, il “saperepote”, cioè colui che incarnava sapere e potere allo stesso tempo.

Il paese in sé, anche a quei tempi, non era un gran ché: due case e una svolta, come si direbbe oggi. Poi c’era il torrente Diaterna (anche questo toponimo etrusco come il Santerno), un ponte e un mulino. Poi la chiesa che vanta origini importanti. Caburaccia è legata a origini illustri: Etrusche? Romane? Certo è che il toponimo Caburaccia che secondo l’etimologia più spiccia significherebbe Ca’ Buratta, sta per “edificio dove si abburatta” la farina e “abburattare” significa “separare”. Cosa? Naturalmente la farina dalla crusca. Quindi, Ca’ Buratta, o Ca’ Buratto, secondo il latino medievale significherebbe, nient’altro che un mulino. Però, a un più attento esame, l’etimologia del toponimo, potrebbe significare anche qualcos’altro. Per esempio? Ca’ Buderatio (Ca’ Buderetio o Ca’ Budereccia) significherebbe, e qui torniamo agli etruschi, “casa che si trova lungo il percorso della strada che porta ad Arezzo”. Si tratta dell’antica strada etrusca e poi romana, che da Aretium portava a Felsina, più tardi divenuta  la Bononia dei romani. Sentiamo cosa dice lo storico fiorentino Giovanni Villani, a proposito di questo paesino ubicato nella valle del Diaterna: “Giace nella giogaia dell’Appennino sull’antica Via Imolese, là dove nel 1361 tennero campo i bolognesi per ricevere dai Fiorentini per il Giogo di Scarperia provvisioni di vitto e di guerra: stante ché gli Ubaldini avevano chiuso e dominavano i più frequentati passaggi della montagna”. L’antichità di questa strada ci viene confermata anche dallo storico Lopes Pegna, il quel nel suo libro: Firenze dalle origini al Medioevo, ci dice: “Strada aperta in quell’anno (187) d.C. dal Console Caio Flaminio da Bologna a Arezzo….il percorso di questa antica e pressoché obliata arteria stradale, che da Bologna risaliva la Valle del Savena, valicava il Colle di Canda – presso il Passo della Raticosa – e declinava per Firenzuola e il Giogo in Val di Sieve fino a Dicomano, di lì ascendeva per Colla di Caspriano alla Giogaia del Monte Falterona, discendendo quindi lungo la Valle d’Arno ad Arezzo”. Sull’antichità di questa strada dobbiamo dar credito anche ad un avvenimento storico: il passaggio da queste parti del patrono principale della Diocesi di Firenze, nei primi anni del sec. V: San Zanobi. La tradizione vuole che il Santo Vescovo, passando per quei luoghi risuscitasse una persona. Questa è una testimonianza molto importante, poiché ci permette di dedurre che l’antica strada per Bologna, passava proprio da qui. Non possiamo pensare, ma niente ce lo vieta, che un embrione di comunità cristiana, esistesse già in quei luoghi. Più difficile invece è pensare che questa comunità fosse organizzata e che già esistesse una chiesa. La tradizione, comunque, assegna a questo piccolo paese, il vanto del transito di un così illustre uomo e santo. Che i luoghi siano antichi, ce lo testimoniano, se non bastasse,  i toponimi, molti dei quali etruschi e romani (oltre a quelli già nominati): Culcedra, Petramora (Sasso di S. Zanobi),  Petramala, ecc. Che la strada fosse transitata anche dagli etruschi, in questo luogo, abbiamo una testimonianza eloquente. Presso il Peglio, sulla strada che conduce a Caburaccia, presso il cosiddetto “Vulcano” (dalla terra – in questo luogo – emanavano, fin dall’antichità, miasmi velenosi e gassosi che al contatto dell’aria si autoincendiavano e formavano delle fiammelle) fu trovato un idoletto di bronzo, forse una divinità, Nettuno o Zeus, più probabilmente quest’ultimo, che stringeva nelle mani un fulmine (statuetta che si trova presso il Museo Archeologico di Cortona). Si sa che gli etruschi erano molto religiosi e allo stesso tempo molto superstiziosi e per questa ragione, credendo che presso presso il “vulcano” esistesse un dio degli inferi, costoro, per ingraziarselo, gli offrivano statuette votive, ex voto, ecc.

Tuttavia, questa località e la sua chiesa ci appaiono per la prima volta, “documentati” verso l’anno 1302-3. In tali anni la “Ecclesia de S.te Mariae de Caboratio” appare debitrice della chiesa fiorentina, nelle Rationes Decimarum e risulta appartenere al Plebato di Bordignano insieme alle altre chiese di S. Christofori de Utignano, S. Laurentii de Pellio, S. Cenobi de Petramora (San Zanobi al Sasso), S. Niccholai de Culcea (Culcedra), S. Marie de Cabuderaccio. Un documento  relativamente più recente della chiesa risale al 1337 e riferisce la permuta dei benefizi tra prete Borghese, rettore di S. Maria  a Caburaccia e prete Ubaldino rettore di Santo Stefano a Rezzano. In una ordinazione del 7 aprile 1509, ricevette il presbiterato “Dns Jacobus plebanus S.te Mariae de Caburatio”. L’appellativo di pieve dato ad una chiesa  non decorata di tal titolo, deve riferirsi al privilegio del Battistero esercitato “ab immemorabili”, anche se i registri lo datano solo al 1660. La relazione della visita pastorale di mons. Morigia, oltre ad informarci del titolo di prioria concesso a Caburaccia, ci ricorda, a proposito dell’Oratorio di San Zanobi, il miracolo ottenuto dal santo della resurrezione di un morto. Nel 1784 fu annessa la Rettoria di S. Niccolò a Culcedra. L’attuale  chiesa è piuttosto recente e venne costruita in luogo diverso dalla precedente, in seguito a un forte terremoto accaduto l’anno 1838.  Le uniche cose che furono salvate furono le campane…si fa per dire, poiché furono recuperate tutte a pezzi, e mandate alla Fonderia per fondere due nuove campane e  quattro candelieri. La nuova attuale chiesa di Caburaccia, dedicata a Santa Maria, con campanile e canonica furono ricostruite per volontà del Granduca Leopoldo II “Tutto fu fatto l’anno 1841 da SAR Leopoldo II”.

CARLO CALZOLARI: UN ALTO MUGELLANO “HONORIS CAUSA”

“Uj’era una vòlta …. Un Re! i deren subétt i mé letur. No raghèz, avi sbaglié. Uj’era una vòlta un pèz ed lègn” (Traduzione: “C’era una volta…..Un Re! diranno subito i miei lettori. No ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno”) Di sicuro avrete riconosciuto che si tratta dell’inizio del libro di Pinocchio si C. Collodi, tradotto in una lingua un po’ difficile per gli amici mugellani, i quali diranno subito: “Ma che lingua è questa, è forse goto?” Se vi siete posti questa domanda, siete andati molto vicini.

In che senso, direte voi? Nel senso che il posto in cui si parla questo dialetto è proprio ai confini del nostro Mugello e della Toscana con l’Emilia: si chiama Monghidoro e il nome sembra derivi da “Mons Gothorum” (Monte dei Goti). Ma Monghidoro, tra l’altro è il paese di persone illustri del passato e del presente. Basti ricordare Ramazzotto di Scaricalasino (un altro nome antico per designare Monghidoro), eroe per la gente di queste parti, e gran figlio di….samaritana per i toscani, vissuto nel sec XV. Mentre, per quanto riguarda il presente, il Gianni nazionale, ma chi altro se non il Gianni Morandi, l’”inossidabile” cantante degli anni ’60, ’70 fino ad arrivare a noi. Monghidoro, pur essendo in Emilia, è molto vicino al confine con la Toscana. Per farvi capire, quando siamo alle Filigare, ex dogana granducale, se percorriamo ancora 100 metri ci troviamo in territorio bolognese. Subito dopo troviamo la Ca’, un posticino di villeggiatura. Qui una volta si ballava con la fisarmonica; anch’io ci sono stato molte volte. Quanta allegria ci metteva addosso quella musica che usciva da quell’organetto! E che spettacolo vedere quelle persone che piroettavano leggere come delle piume! Ma tornerò su questo argomento. Dopo la Ca’ si trova Ca’ del Costa, anche qui l’estate ballavano all’aperto.  Subito dopo c’è Monghidoro, luogo di villeggiatura, sui 900 mt di altitudine, punto di incontro di bolognesi, che hanno qui le loro villette, ma anche di toscani. Proprio questa vicinanza al Mugello e alla Toscana, e il grande amore per il proprio dialetto, spingono Carlo Calzolari a tradurre Pinocchio nel suo dialetto. La sua è proprio una mania, traduce tutto ciò che gli capita, in dialetto monghidorese. Da ragazzo ha tradotto perfino il sillabario. Da Pinocchio prendo alcune frasi fra le più caratteristiche da lui tradotte: “Birbòn d’un fiol, ta ni incòra fini ed fer e tecminz bele a mancher ed respet a tu peder. Ma et fe mel; dimondi mel, cher ei mi ragazòl” (Traduzione: “Birbone di un ragazzo, non ti ho ancora finito di fare che tu cominci già a mancare di rispetto a tuo padre. Ma tu fai male; dimolto male, caro il mio ragazzuolo). Un’altra frase, questa esce dalla bocca di Pinocchio: “Fra i mistir dei mond ungn’è soltent un che verament um va a geni”. Gli va invece un altro mestiere: “Quell ed magner, ber, durmir, divertim e fer de la matenna a la sira la vétta dei vagabond” (Traduz.: “Fra i mestieri del mondo non ce n’è neppure uno che mi va a genio”. Gli va invece “Quello di mangiare, bere, dormire, divertirsi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo”). Sempre Pinocchio che parla: “Incò. andrò a sintir i peffer, edmen a scòla : per ander ascòla ui’è semper temp” (“Oggi andrò a sentire i pifferi, e domani andrò a scuola, per andare a scuola c’è sempre tempo”). Di Mangiafuoco: “in fond un’era brisa un’omen cativ” (“In fondo non era un uomo cattivo”. Mangiafuoco alla fine si intenerisce e dice a Pinocchio: “te ti un brev ragazòl” (“Tu sei un bravo ragazzo”) e poi gli domanda: “Cum’us’ciamel tu peder?” (“Come si chiama tuo padre?”). Pinocchio gli dice si chiama Geppetto e Mangiafuoco gli domanda ancora: “E che mister ei fal?” (“Che mestiere fa?”) “Ei puvrett” (“Il povero”). “Ei guadagnel dimondi?” (“Guadagna molto?”). “Ei guadagna quent ui vòl pr’an’aver mai un zentesum in bisaca” (“ Guadagna quanto ci vuole per non aver mai un centesimo in tasca”). Poi la volpe che dice a Pinocchio: “Per la pasiòn sciòca ed studier ai’ho pers una gamba” (“Per la passione sciocca di studiare ho perso una gamba”). E così il libro prosegue fra uno spasso e l’altro. Già Pinocchio, di per sé, è un capolavoro internazionale della letteratura dell’infanzia, e il libro diventa ancora più divertente a leggerlo tenendo accanto l’originale in italiano. Ma Carlo Calzolari, che è nato nel 1918 a Monghidoro, e di lì non si è mai mosso, ha altre “passioni”: quello della pittura, della musica. Tutto quello che di creativo viene pensato a Manghidoro passa attraverso il suo vaglio, la sua consulenza, la sua approvazione. Insomma è un “ragazòl” (ragazzo, si fa per dire) in gamba. Scrive delle poesie e “zirudele” che sarebbero delle filastrocche. Insomma un monghidorese, un emiliano, che se lo senti parlare in dialetto ti fa venire in mente i Goti, e ti sembra tanto lontano da noi toscani e mugellani. Tuttavia, al di là di quelle che sono le impressioni Carlo Calzolai, in arte Mazzi, è un uomo con il cuore tanto vicino a noi mugellani e toscani, da considerarlo quasi “uno dei  nostri”, un mugellano “honoris causa”. Il suo libro in dialetto monghidorese è stato catalogato ed inserito nella Biblioteca Collodiana della Fondazione Nazionale “Carlo Collodi” dove va ad aggiungersi alle edizioni integrali di Pinocchio in 60 lingue europee ed extraeuropee. Il libro è intitolato Pinocchio, e non “Pinoch” (che sarebbe l’equivalente in dialetto) ed è edito da: Editrice “Lo Scarabeo” di Bologna.

CATERINA SFORZA

E LA ROCCA DI PIANCALDOLI

Pazzo è chi ha male al cervello. Questa parola deriva dal latino “patiens” che significa sofferente, cioè una persona che patisce. Pazzo, di nome e non di fatto, era l’antenato della nobile famiglia fiorentina, appunto dei Pazzi, che alla conquista di Gerusalemme nel 1089, aveva portato a Firenze tre pietre del Santo Sepolcro. Quelle pietre, secondo un’antica usanza fiorentina, venivano condotte il Sabato Santo per le vie di Firenze. La famiglia dei Pazzi apparteneva ad una antica nobiltà del contado entrata nel commercio al momento degli Ordinamenti di Giustizia e, alleati a Cosimo, si erano affiliati al partito “popolare”. Per salvaguardarsi dalla tirannia del partito al potere era indispensabile allearsi ai potenti Medici. Questo era stato per decenni il loro gioco. Andrea, il loro capo, era stato membro della Signoria nel 1439 ed era divenuto un banchiere assai ricco e mecenate. Aveva finanziato il Capitolo di Santa Croce, costruito da Brunelleschi, da allora noto con il nome di Cappella Pazzi. Cosimo dei Medici stimò conveniente un’alleanza con banchieri che erano spesso suoi concorrenti, tanto da far sposare sua nipote Bianca, sorella di Lorenzo, a Guglielmo dei Pazzi. Ma questa pace doveva ben presto finire fra le due famiglie. I Pazzi, come i Medici, avevano una succursale romana della loro banca o Tavola. Il Papa Sisto IV, della famiglia Riario, chiese ai Medici un finanziamento di 30.000 ducati (40.000 secondo altra fonte) per garantire l’acquisto della Contea di Imola in favore del nipote Girolamo Riario. I Medici non vedevano di buon occhio questa operazione in quanto avrebbe permesso a Girolamo Riario di costituire uno Stato che rappresentava un pericolo sicuro per la Toscana. Rifiutatisi i Medici, fu Francesco dei Pazzi, detto Franceschino, a concedere a Sisto IV tale prestito e, per riconoscenza, il Papa concesse il monopolio dell’allume (miniere della Tolfa) e la carica di depositario pontificio, prima spettanti ai Medici, alla famiglia Pazzi. Per questo suo folle gesto Francesco dei Pazzi venne accusato di tradimento e costretto a fuggire. La famiglia Pazzi subì in seguito confische e attacchi d’ogni genere da parte dei Medici. Il desiderio di vendetta portò alla sconsiderata “congiura dei Pazzi”, che si concluse con l’uccisione di Giuliano, fratello di Lorenzo, durante la messa domenicale in Duomo. Ma i Pazzi non avrebbero potuto portare da soli a compimento la congiura se non avessero avuto l’avallo di Papa Sisto IV  Riario e del nipote Girolamo Riario, il quale non contento del giovane principato che egli tentava di formare a Imola, avrebbe voluto diventare, grazie anche all’appoggio dello zio Papa, il Signore di Firenze.Il complotto, ordito con tanta meticolosità, riesce solo in parte. Giuliano muore come Cesare con 21 coltellate e Lorenzo si salva per miracolo, anch’egli ferito leggermente per mano di due sacerdoti appartenenti a una famiglia nemica dei Medici, i Salviati. La città, a seguito di questo fatto di sangue, non solo non si solleva contro la tirannia medicea,  ma anzi ne prende le difese al grido di “Palle, Palle”. La congiura costerà cara ai Pazzi, essi verranno appesi alle finestre di Palazzo Vecchio o decapitati. Girolamo Riario, nipote del Papa, aveva sposato Caterina Sforza, figlia naturale di Galeazzo Maria.

Questa donna eccezionale risiede spesso nei suoi possedimenti di Imola e non di rado trascorre del tempo nella sua Rocca, in realtà munitissino castello, di Piancaldoli, che faceva parte della sua contea. Caterina per il coraggio dimostrato nel combattere per conservare ai suoi figli la loro eredità è considerata l’incarnazione della “virago”, l’eroina del Rinascimento. Ha sposato tre volte, e per tre volte è rimasta vedova. Girolamo Riario, autore con i Pazzi del complotto a Giuliano e Lorenzo, finirà anch’egli assassinato in una congiura nel suo palazzo di Forlì. Il secondo marito e, probabilmente suo amante anche durante la relazione con Girolamo, si chiama Feo, sposato segretamente, verrà anch’egli assassinato. Infine, Caterina sposa Giovanni dei Medici, su consiglio di Lorenzo dei Medici. Non si capisce bene questa mossa di Lorenzo il Magnifico: dare il proprio figlio in sposo alla moglie dell’uomo che aveva complottato con i Pazzi e ucciso l’amato fratello Giuliano. Evidentemente il Magnifico aveva dimenticato e perdonato, o forse la mossa corrisponde a giochi di potere così sottili che sfuggono alla nostra comprensione. Giovanni, poco prima di  morire, le lascerà un figlio che diventerà in seguito un famoso condottiero: Giovanni dalle Bande Nere. Torniamo alla Rocca di Piancaldoli e agli anni felici in cui Caterina vi soggiornava e passava lunghissime ore piacevoli con l’unico uomo che aveva scelto per la sua vita, il giovane Feo. Gli altri due mariti le erano stati imposti o “consigliati” per interessi politici ed economici. La leggenda popolare vuole che ogni anno “la temuta guerriera, montata su un cavallo, armata di spada, nella notte di Natale, torni in quella vecchia Fortezza per osservare minacciosa la sottostante borgata”. Oggi di quella Rocca, una volta forte e potente, resta una sola torre, con una bellissima finestra tre-quattrocentesca. La torre è stata restaurata recentemente e vi si può accedere per una stretta stradina medievale, in località Poggio. Il 20 novembre 1490 la Comunità di Piancaldoli si sottomette definitivamente a Firenze e si obbliga di offrire “l’annuo tributo di un cero per la festa di San Giovanni”. Un leone, che raffigura il Marzocco fiorentino, è posto sulla pubblica piazza antistante la chiesa con il muso rivolto a Firenze. Questo sta a significare che Piancaldoli e la propria gente, da questa data in poi, guardano verso Firenze e non più verso Imola e la Romagna, pur restando un paese tradizionalmente legato per lingua, vita e costumi a quella meravigliosa  terra che è la Romagna.

CON NEDO A “SPRUGNOLARE”

Dove quasi finisce la Toscana

C’è un grande sasso color grigio scuro

Con vista a tutto verde e aria sana

Finor goduta e forse anche in futuro.

C’era qui una chiesina e una campana

E un’osteria dove il vino puro

L’oste serviva e diceva con vanto

Questo da Zanobi “Il Santo”.

La guerra portò via tutte le mura

Ma il grande Sasso è rimasto in natura

(Nedo Domenicali)

Un pomeriggio a raccogliere i funghi, anzi, mi correggo, a raccogliere i prugnoli in quel di Caburaccia, all’ombra del Sasso di San Zanobi è un’esperienza bellissima, che consiglierei a tutti. Ma andiamo per ordine.

Venerdì sera Nedo mi telefona a casa e con quel suo fare scherzoso, giullaresco, mi dice: “Se non mi sbaglio il sabato e la domenica sono due giorni riservati per gli amici, e, dato che io ho trovato un mezzo chilo di prugnoli, io e mia moglie avremmo pensato di fare i tortelli al sugo di prugnoli. Se vuoi venire….” Detto e fatto. La domenica alle tredici eravamo seduti a casa sua dove, sulla tavola ben apparecchiata, Oriana, la moglie di Nedo, aveva appena posato un ricco vassoio, stracolmo, bello fumante di tortelli conditi con i prugnoli, che sembrava dicessero: “mangiaci subito”. Non ho fatto in tempo a guardarli e a respirare quel soavissimo profumo che già Oriana aveva ricolmato il piatto con queste prelibatezze. “Sai – dice Oriana con quel suo tipico accento dialettale – ho voluto fare le cose un po’ alla grande, poiché per fare il sugo per quattro persone sarebbero bastati due etti di prugnoli, io invece te l’ho voluto fare “buono” e ne ho messi tre etti”.

L’ho guardata con un gesto di simpatia e di approvazione, e ho iniziato a “sforchettare”  dai lati verso il centro del piatto. I tortelli si scioglievano in bocca trasformandosi in un delirio di gusti sopraffini: prugnoli, ricotta di montagna, erbe aromatiche.

Subito a tavola si è fatto un silenzio di tomba. Nessuno parlava più e tutti erano intenti a gustare questi tortelli al prugnolo fatti dalla brava Oriana. Dentro di me pensavo la famosa frase: “Pancia mia fatti capanna” e così è stato. “Dopo – ha detto Nedo – andiamo nel mio podere alla Ca’ di Luca, dove ho lasciato una prugnolaia da raccogliere, e ti voglio far vedere come e dove nascono i prugnoli. Il podere di Nedo con annessa casa colonica, un po’ in rovina, detta Ca’ di Luca si trova in una posizione a dir poco eccezionale, vale a dire, a circa duecento metri dal Sasso di san Zanobi e vicino a un altro casolare detto Ca’ di Gnacco. Quando siamo arrivati sul posto il sole ormai era sulla via del tramonto e il Sasso aveva quell’effetto strano e singolare dei colori cangianti che verso quest’ora, nella parte in ombra, verso la Valle del Santerno, vanno dall’azzurrino al verdastro, al rosso cupo: uno spettacolo meraviglioso della natura. Io respiravo a pieni polmoni l’aria fresca e pura e pensavo che in questo Alto Mugello esistono ancora luoghi di paradiso. Tutto intorno a noi si allargava la valle e la catena dei monti: uno spettacolo mozzafiato.  Il primo a vedere un fungo (ironia della sorte) sono stato proprio io, e, guarda caso, era un prugnolo! Mi sembra che Nedo abbia storto un po’ la bocca e poi ha detto: “Si, è un prugnolo, ma niente di eccezionale…..”.

Questo ritrovamento fortunoso , ha spronato Nedo alla rivincita e si è buttato a “corpo morto” in una prunaia dove aveva visto qualcosa. “I prugnoli – mi spiegava Nedo – fanno proprio qui, in mezzo all’erba alta (che qui, come in Mugello, chiamano “paleo”) proprio vicino alle radici di queste erbe, che occultano i funghi in maniera perfetta. Altre volte crescono nelle siepi di pruni, di pero selvatico, di rosa canina. E’ un lavoro da esperti. Sono convinto che se non vai a prugnoli con un esperto fungaiolo, tornerai a casa a mani vuote. La misura ottimale del prugnolo – continuava Nedo – è quella di una noce”. Dopo un po,’ Nedo ha trovato la prima fungaia “Vieni un po’ a vedere – mi dice”. Ai lati di una prunaia, ben protetti dal paleo, e da foglie secche c’erano setto o otto bei prugnoli dal colore bruno e marroncino, le cui cappelle andavano dai tre ai sei centimetri di lato. Mi sono avvicinato e i funghi  emanavano un odore soavissimo, tipico del prugnolo, un profumo dal quale rimani come incantato. Ho voluto fotografarli prima di raccoglierli: era davvero uno spettacolo: “Il loro profumo – proseguiva Nedo – ma anche il  loro sapore è simile a quello dei tartufi, ai quali si avvicinano anche come prezzo di acquisto. Un chilo di questi “funghetti”, da queste parti, viene venduto per una cifra che va dai 50 ai 70 Euro. In questi campi del mio podere –aggiungeva soddisfatto Nedo – ho una fortuna in funghi, una vera e propria coltivazione allo stato naturale. Per questa ragione ho provveduto a  recintare la mia proprietà per contrastare i numerosi fungaioli del week-end, che arrivano a gruppi dalla Romagna, da Imola e dalle zone vicine e sciupano tutto”.  Nedo, nel frattempo, ha trovato una seconda, una terza fungaia  e alla fine i funghi non stavano più nelle mie mani e in quelle di Nedo. “Mettiamoli nel mio cappello – ha detto Nedo”. Ha poi proseguito: “Mi dispiace è un cappello di marca, un Panizza, l’ho pagato caro e l’ho comprato, poco tempo fa, in un negozio di Borgo San Lorenzo. Ma per i prugnoli si fa questo e altro”. Quando siamo ritornati all’auto, che avevamo parcheggiato sulla strada, con a bordo le mogli, il cappello era letteralmente pieno di prugnoli e di un’altra specie di funghi detti “pioppini”, che sono simili per colore e per sapore ai prugnoli, di una squisitezza unica. Io e Nedo eravamo al settimo cielo, contentissimi, e le mogli non credevano ai loro occhi. “Questi funghi – ha detto Nedo – li porti a casa tua e ci fai una bella spaghettata”. Abbiamo lasciato la Ca’ di Luca, e gli altri posti, la Ca’ di Gnacco, il Montarello e il Sasso di San Zanobi, quando ormai il sole si era nascosto dietro le montagne. Una esperienza indimenticabile che ti lascia dentro una gioia immensa, quella gioia che deriva appunto dalle piccole cose, cose semplici, umili, ma che sono le più grandi nella scala dei valori umani.

DA CONTI A CONTADINI

La storia recente, la vita e le vicende di una famiglia; di un paese mugellano e dei suoi paesani, raccontata nel libro di Paolo Campidori -Mugello – Vita di Paese e dintorni

E’ la storia di una famiglia firenzuolina, quella dei Campidori, trapiantati in Mugello in pieno periodo fascista. I Campidori appartenevano a quella nobile genealogia stabilitasi, ab antico, nel territorio di San Felice sul Panaro. Le origini della casata, affondano al periodo Longobardo, periodo in cui erano nobili Cavalieri (non inteso nel senso moderno). I Cavalieri di un tempo, grandi proprietari terrieri e feudatari, erano guerrieri ed avevano giurisdizione su una vasta parte del territorio emiliano. Si sa, poi, quando i Conti Longobardi lasciarono il posto  ai Franchi, quest’ultimi, lasciarono i Longobardi padroni di molte terre e di molte ricchezze, ma sul piano giuridico i Conti Longobardi diventarono veri e propri contadini Contadini. Le loro proprietà, allora assai vaste, si frantumarono con il tempo per via di eredità, in quanto la legge longobarda imponeva a ciascun figlio, uomini e donne, una parte di eredità uguale per tutti. Molti Longobardi, pur non conservando i titoli rimasero feudatari anche sotto i Franchi ed oltre; un esempio è la Famiglia Ubaldini che in virtù anche degli appoggi ecclesiastici, furono una delle famigli dominatrici del Mugello, fino a tutto il 1300 ed oltre. Invece, molti piccoli vassalli, originari dei Longobardi, piano piano, divennero dei semplici proprietari terrieri e più tardi, perfino contadini, coltivatori diretti. Appunto, la Famiglia Campidori da Coniale (Firenzuola).

Oltre alla nobile appartenenza,  questa famiglia era rimasta proprietaria di un piccolo ma importante latifondo, ubicato nei monti del Firenzuolino, in località Monti di Coniale. Allora, la ricchezza, al contrario di oggi, era sui poggi dove veniva praticato l’allevamento del bestiame, e la coltivazione  marrone, vero e proprio, pane dell’epoca. In tempi recenti, vicino a noi, i Campidori di Monti, che si erano imparentati con i Righini, avevano numerosi figli, i cui nomi di origine tedesca: Guido, Umberto, Leopoldo ricordavano quella famosa stirpe, che si era stabilita più di mille anni fa, sulle rive del Panaro. Su quei monti firenzuolini di Coniale, i Campidori, pur restando una famiglia patriarcale a tutti gli effetti, legata a costumi e tradizioni antiche, si erano, per forza di cose, ammodernati. Avevano fatto studiare tre, la maggioranza dei loro figli, e allora, bisogna ricordare, mandare i propri figli a studiare era molto costoso.

Guido e Francesco, li avevano fatti preti; Leopoldo, era stato mandato dai Salesiani a Firenze a frequentare le scuole superiori e per imparare un mestiere, Pino, era diventato un Veterinario, gli altri figli, con gli zii, rimasero nel “feudo” arroccato sui monti del firenzuolino. A Guido fu quasi imposta la carriera ecclesiastica, e fu mandato in una importante e ricca chiesa del Mugello. A Francesco, che però si era fatto prete per vocazione, toccò l’importantissima Pieve di San Gavino Adimari, nel Barberinese. Guido, poi per una punizione (al giovane pretino piacevano le donne) , fu mandato a ricoprire il posto vacante di una chiesa nella Pieve di Vaglia, quella di San Niccolò a Ferraglia presso Fontebuona. Fu a questo punto che Don Guido chiese al fratello Leopoldo o Poldo, di acquistare dei fabbricati in questo paese, con una parte dell’eredità taccatagli. Negli anni trenta, in pieno regime fascista, il giovane fratello Leopoldo, lascia, Monti, Greppola e si trasferisce con la moglie e due figli a Fontebuona, dove nasceranno, poco dopo, altri due figli:  Luisa e Paolo, che è l’autore del libro Mugello-Vita di Paese e dintorni. Paolo, nella sua fanciullezza, annota mentalmente la vita dei paesani, così diversa, da quella che gli avevano raccontato i genitori, vissuta sui monti di Firenzuola. Paolo, in famiglia, sente parlare dai genitori, una lingua: il romagnolo, poi quando va fuori a giocare con gli amici sente un altro dialetto: quello toscano, fatto di molte parole buffe: treciolo, culizione, memmero (sciocco), s’aire, gli è ito e così via. Paolo, annota tutto (mentalmente s’intende), dai personaggi buffi, ai contadini, un po’ volgari, un po’ diascoli e ne parla in famiglia al babbo, alla mamma che ne ridono di cuore. Così la vita va avanti, con persone, molto diverse, in fatto di usi e costumi e forse anche in fatto di radici,  in quanto i fontebuonesi e i mugellani in genere sono i diretti discendenti degli etruschi che popolarono queste terre, più di venti secoli fa. E’ un libro piacevole, rilassante, da leggersi nei momenti di relax ed è anche umoristico, sotto certi aspetti. Non è un “amarcord”, in quanto l’autore non si sente legato a quei luoghi per un vincolo di sangue, ma solo per esserci nato e per averci passato la propria infanzia, ma una testimonianza, una preziosa “pagina” di storia  e di vita vissuta mugellana.  Un libro tutto da leggere e  tutto da scoprire,  un libro da lasciare sul comodino del proprio letto, magari,  per rileggerlo un’altra volta.

DA SINDACO A ONOREVOLE PEPPONE?

Intervista al Sindaco di Firenzuola

In una intervista affrettata, ma ricca di contenuti, Renzo Gasperini ancora una volta ha dimostrato la sua disponibilità e la sua simpatia verso il Giornale Il Galletto, al quale, tramite il sottoscritto, ha rilasciato la seguente intervista:

Dopo nove anni di mandato come Sindaco farà come l’On. Peppone, vale a dire verrà eletto deputato?

 

Ho espresso il desiderio di partecipare a una elezione primaria per scegliere il candidato per il Mugello Val di Sieve. Finalmente questo comprensorio avrà il diritto di essere rappresentato da uno del territorio. In passato, invece, tutte le volte arrivava un candidato da fuori.

Se Lei venisse eletto, e dovesse trasferirsi a Roma, non avrebbe nostalgia del suo Mugello, oppure sarebbe una liberazione?

Abito a Borgo San Lorenzo in Mugello e sicuramente farei il pendolare, Borgo San Lorenzo-Roma e viceversa.

Questa Bretella, allora, secondo Lei, si farà o non si farà?

Posso anticiparLe che sono finite le indagini geologiche, e, per quanto sappiamo, sono molto confortanti. I sondaggi effettuati sono buoni. Sulla destra del cimitero dei tedeschi esiste una zona di argille scagliose dove si potrà fare il tunnel. Senza danneggiare la sorgente Panna o altre sorgenti.

La pensa che la Sig.ra Galasso, sindaco di Scarperia,  non si opporrà?

E’ anche nostro interesse non danneggiare Panna. Se i risultati saranno positivi, il tunnel si farà.

Firenzuola, guarderà a Firenze, come sempre, oppure, dopo che sarà realizzata la Bretellina, volgerà lo sguardo verso la Romagna?

Il tunnel si ricollega con l’Autostrada Nazionale e potremo raggiungere Firenze e Bologna in soli 35 minuti. La costruzione della ferrovia veloce e il raddoppio dell’Autostrada del Sole trasformeranno le due città in una unica area metropolitana.

La cosa è senz’altro interessante e sarà foriera di sviluppi economici e interessi culturali dei quali in questo momento è difficile valutarne l’importanza. Ma restiamo, per il momento, in ambito più ristretto. Non pensa che sarebbe stato meglio creare una Comunità Montana specifica per i Comuni di Firenzuola, Palazzuolo e Marradi?

Per me la montagna non deve essere isolata dal fondovalle, per ragioni soprattutto economiche, ma anche culturali, turistiche, ecc.

Noto fra i giornali, che ha sulla scrivania, un giornale che tratta di economia e di finanza nazionale. Come concilia la sua cultura politica di sinistra, con quella più decisamente capitalista di questo giornale? Cosa ne pensa del caso Parmalat?  Lei per caso è uno dei molti italiani sventurati che hanno investito in titoli di quella Società?

Non ho avuto questa sfortuna

Che tipo di economia lascerà a Firenzuola alla fine del suo mandato?

Quando sono arrivato qui ho trovato il Comune in grande difficoltà con ben 300 donne iscritte nelle liste di disoccupazione; andamento demografico negativo; aziende in grande difficoltà. Oggi noi stiamo riguadagnando popolazione, siamo risaliti a 4900 abitanti, dai 4700; NON ESISTE DISOCCUPAZIONE; l’economia è rimessa sui binari. Lascio il Comune in buona salute e dotato di servizi civili e sociali di pregio.

Cosa non  Le è riuscito fare?

A parte la Bretella, che però è avviata a buona soluzione, una è quella del Centro Sociale per Anziani e le abitazioni di edilizia economica e popolare.

Chi verrà dopo di Lei?

Sicuramente Claudio Corbatti della Margherita. Qui abbiamo trovato un accordo all’interno dell’Ulivo, vale a dire il passaggio a Sindaco dai DS alla Margherita.

Foto n. Secondo lei l’Amministrazione Comunele di Firenzuola…..?

DA ZIO GIGIONE CON LA VECCHIA CORRIERA

La Carlina, in romagnolo “Carlena”, è un casolare che sorge presso il Sasso di San Zanobi in una bella e aperta campagna. Per meglio localizzarla posso dire che si trova proprio sulla strada che va a Castelvecchio, a due passi dal Montarello, un gruppetto di casali molto antichi, e dal Paretaio, una sorta di barriera naturale, entro cui è scavata la strada maestra. Una volta, quando ero piccolo, e venivo con la mamma a “villeggiare” da queste parti, scendevamo con la corriera (“corira” in romagnolo) proprio qui al Paretaio e l’autobus proseguiva per Piancaldoli. Il tratto di strada che scendeva dal Paretaio, giù per la Carlina e Castelvecchio, oppure per andare a Caburaccia (direzione Firenzuola) era molto accidentato; la strada subiva molti smottamenti, poiché ancora non erano state fatte le opere per renderla più agibile. Naturalmente, la strada che da Raticosa arrivava a Piancaldoli era sterrata e polverosa.

Su quel tratto vi potevi trovare carri tirati da manzi o calessi o branchi di pecore e mucche, che ostruivano la strada. Tutte le volte che l’autista incontrava un contadino o un pastore, si fermava a parlottare piacevolmente con loro, senza curarsi né di orari né di esigenze dei viaggiatori. Eravamo negli anni ’50 e nessuno da queste parti era legato da vincoli di tempo. Le persone erano molto allegre e serene e, quando salutavano, si levavano il cappello. Ancora,  da noi, non era arrivato il “boom” economico, figurarsi da quelle parti! Le soste con la corriera erano possibili ovunque. Allora, come ora, c’erano le soste cosiddette convenzionali, ma oltre a queste c’erano le soste di “favore”, presso ciascuno dei casali e bastava dire all’autista: “Cio’ (“Ciò” era un modo amichevole in romagnolo per dire “amico”) fermati qui”. Subito l’autista accoglieva la richiesta del viaggiatore. Se poi a qualcuno, per strada, capitava di  avere necessità difare un bisognino (e a quell’epoca erano frequenti, poiché la gente beveva molto) non c’erano problemi, l’autista si fermava e aspettava.  Quando partivamo da Fontebuona, il nostro bagaglio era formato da valigie, rigorosamente di cartone e legate con filo di spago, per evitare che queste potessero, da un momento all’altro, aprirsi e riversare il contenuto sugli ignari viaggiatori. Infatti, mia mamma, oltre che a portare i nostri abiti, faceva incetta, in paese, di generi di prima necessità come caffé, zucchero, pasta per dare alla famiglia dello zio Gigione che teneva presso di sé la nonna Chicchina. Quando ripartivamo, le valige erano cariche di altri generi: formaggi, uova, ecc. e numerosi sacchetti e borse con pollame, conigli e piccioni che lo zio Gigione, persona generosissima, ci dava in cambio. Ricordo l’autobus, che svolgeva il ruolo di “coincidenza” (oggi si direbbe “navetta”) era molto scassato, polveroso e all’interno era piuttosto trascurato. I sedili, quasi delle panche, avevano nella parte superiore, una specie di braccioli in ferro tubolare cromato. All’interno, a seconda della stagione, i passeggeri salivano con le scarpe polverose o piene di fango, che da queste parti chiamano “melta” (“malta”, come noi chiamiamo la calcina dei muratori), e lasciavano qua e là dei “bioccoli” di mota. Dentro l’autobus si spargeva un odore di agli, di cipolle, di vino, di pollame, che i contadini del luogo avevano fra i loro bagagli. Quando la corriera arrivava al Passo di San Zanobi, la mamma cominciava a ridere e non stava più nella pelle dalla contentezza. Si sentiva a casa sua, nel suo ambiente dove era nata e cresciuta. Ad aspettarci al Paretaio c’era lo zio Gigione con la sua “brecca” (la ciuca) il quale, dopo averci salutato con calore e aver scambiato due parole, caricava la “brecca” con le nostre valigie e, io, in sella alla volta di Belmonte. La mamma chiedeva premurosa come stesse in salute quella vecchia e santa donnina (era molto piccola, come la mamma) che era la nonna Chicchina. Dopo essere stata rassicurata, chiedeva della famiglia dello zio, della zia Gemma, dei cugini e, infine, degli zii Aldo, Angiolino e delle loro famiglie. Appena arrivati alla loro casa e, finiti i convenevoli, salivamo una scala di legno ed entravamo nella camera che ci avevano riservato, umile, ma pulita con un bel lettone e pochi accessori: un lavamano con la brocca e catinella, uno specchio, una bella Madonnina, sotto la quale c’era una corona per il Rosario e alcune sedie. Non mancava fra gli accessori il “prete”, che era una specie di piccola struttura in legno, la quale, alloggiava uno scaldino per riscaldare le fredde lenzuola del letto. Tutto era di legno, dal pavimento, al soffitto, agli scuri che sigillavano le finestre, durante l’inverno, i quali, avevano dei piccoli interstizi che lasciavano appena filtrare un poco d’aria dall’esterno. La mattina, appena alzati, facevamo colazione con latte, appena munto e caffé d’orzo, poi andavamo a salutare amici e conoscenti che abitavano nei vicini casolari dai caratteristici nomi: Ca’ di Marco, Ca’ di Sotto, Ca’ di Sopra, ecc., i quali, sempre, ci riempivano di cortesie. La zia Gemma si metteva subito al lavoro con poche uova e un  po’ di farina bianca e in quattro e quattr’otto stendeva con il matterello una bella “spoglia”. La ripiegava, poi, con il coltello, era abilissima e velocissima a fare i tagliolini (senza mai tagliarsi), mentre una gallina stava  già bollendo a gambe sollevate in una grande pentola. Ancora, mi viene in mente, il profumo di buono che emanava questo bollito. La zia Gemma, non perdeva tempo, e, subito, era di nuovo al lavoro per preparare del buon pane nel forno che era già caldissimo. Una volta sfornato il pane, che emanava un profumo delizioso, la zia metteva una teglia di mele e di pere a cuocere, per poi darle e tutti come merenda.
DALLA CARLINA A CASTELVECCHIO

La Carlina è un casolare isolato, posto proprio sotto il Sasso di San Zanobi, sulla strada che va a Castelvecchio. Oggi, proprio qui, c’è un enorme cantiere della TAV, non numerose baracche e camions che vanno e vengono carichi di materiali vari. Una volta qui alla Carlina, si vedevano solo greggi di mucche e di pecore al pascolo e alcuni contadini intenti nei campi a tagliare il grano o l’erba per fare il fieno. Alla “Carlina” era “approdato” mio zio Aldett, dopo aver vissuto per lunghi anni a Visignano, sulla strada che porta a Monti e nei castagneti di Santa Cristina.

Lo zio Aldo viveva in questo bellissimo casolare con la moglie, la zia Giorgina, santa e brava donna che lo zio aveva amato fino dalla gioventù. Giorgina gli aveva “regalato” tanti bei figli: Bruno, Sergio, Vittorio, Nedo (il poeta di Pietramala), Fernanda e Adriana. Per la moglie Giorgina, lo zio aveva una specie di venerazione. Quello che avrebbe fatto lui per la sua Giorgina? Tutto. Giorgina, infatti, era una bella donna, un tipo etrusco, con i capelli nerissimi ed aveva un sorriso davvero dolcissimo. Lo zio aveva per tutti i suoi familiari un pensiero di affetto, quasi di riconoscenza e tutti i figli erano tenuti da lui in grande considerazione. Di essi diceva che ognuno di loro era “nato con il suo panierino”. Questo significava che, nonostante il difficile periodo in cui erano nati e le ristrettezze economiche, c’era sempre stata la “provvidenza” che aveva provveduto. Della sua Giorgina me ne parlava spesso, di lei raccontava spesso un fatto che gli capitò in gioventù. La sua Giorgina dovette andare dal dentista per levarsi un dente, però, aveva paura e non si decideva a toglierlo. Allora, lo zio Aldo, che nella sua bocca aveva 32 denti sanissimi, per solidarietà, decise di togliersene prima uno lui, anche se era cariato. . Non so se la cosa sia vera, o sia solo un aneddoto, però lo zio lo raccontava spesso. La Carlina, il casolare in cui abitava, era un piccolo paradiso. Il sabato e la domenica si ritrovava con figli e figlie, generi e nuore e tanti nipotini, intorno a una bella tavola apparecchiata. In quella casa non mancava mai nulla e lo zio di ciò era fiero. Davanti c’era un bel prato e accanto alla casa un bel pollaio con uova sempre fresche. Lo zio era un abile falegname e i lavori che ha fatto lui lo sanno tutti nella zona. Era anche un abile intagliatore e sui mobili faceva delle decorazioni davvero di pregio. Anche lui, come un po’ tutti da queste parti, amava il gioco delle carte e bere qualche bicchierozzo divino di quello buono, Inoltre, come il figlio Nedo, amava la poesia e dire ogni tanto degli “strambotti” dialettali. Tutti lo conoscevano da quelle pari per la sua ilarità, per la sua gioia di vivere davvero incontenibile. Lo ricordo al matrimonio di mia sorella, al quale era presente un Marchese della famiglia F. e lo zio, per l’occasione, tirò fuori questo strambotto: “Credevo che il fisco di vino durasse un mese, invece se l’è bevuto tutto il Signor Marchese”. Alla Carlina ci andavo spesso e appena mi vedeva mi salutava: “Ehi! Boia d’un Campidùr, ma cosa tu fai da queste parti?”. Se rifiutavo di passare in casa diceva “Dio l’om bon! Tu vuoi andare via senza prendere neppure un bicìr ‘d ven (bicchiere di vino)?” Entrando in casa salutavo la zia, che allora era inferma, e subito mio zio apparecchiava la tavola con formaggi, salsicce e subito sopo andava in cantina a “tirer so (tirar su) una bela bocia ‘d ve Lambrosc, di quel bon”. Dopo, portavo lo zio a Castelvecchio dalla Maria, la bottega del paese, a giocare a carte (a sugher a cherte). C’erano lì tutti gli amiconi dello zio: quelli del Montarello, quelli della Ca’ di Gnocco, la Berca, e tanti altri. Giocavamo di poco: il mezzo litro di vino, oppure poche lire, delle volte dei biscotti. Il marito della Maria i biscotti che noi chiamiamo “frou frou”, per un difetto di pronuncia li chiamava “fu fu”: Allora, mio zio, che anche lui per prendere in giro era l’asso, si divertiva a ripetere e a scimmiottare quello che diceva: “Fu, fu! Assidenticaté e e’ fu fu. (Fu, fu! Accidenti a te e i fu fu). Poi il gioco continuava con lo scopone, gioco in cui mio zio era particolarmente abile. Un giorno mi ritrovai in finale, in coppia con lui, in una gara di briscola. Accanto a me avevano piazzato la preda ambita dei vincitori: un tacchino-struzzo, che era più alto di me (seduto). Io guardavo il “tacchino” e mi sembrava che mi volesse beccare. Lo guardavo bene negli occhi, per stabilire un minimo di amicizia e volevo rassicuralo che in caso che avessi vinto non lo avrei fatto arrosto, ma il tacchino, tuttavia era sempre minaccioso. Lo rassicurai perfino con una carezza, ma questo continuava a guardarmi con occhi sospetti; insomma, non voleva assolutamente “socializzare”. Fortunatamente (o sfortunatamente per lui) sbagliai una giocata e lo zio Aldo mi fulminò con una occhiata. Fui rimproverato aspramente, ma avevo l’attenuante, di aver avuto il tacchino vicino che mi distraeva e che non voleva socializzare.  Lo zio mi parlava spesso anche dei suoi amici, li conosceva un po’ dappertutto. Non vi era casolare nel raggio di chilometri e chilometri, che mio zio non vi conoscesse qualcuno. Quando ci fermavamo, si salutavano con gioia incontenibile. Il soliti convenevoli: “Cun vàla? A sì invece vuetre, e la vostra dona? (Come va? Siete un po’ invecchiato, e la vostra donna?)”. Lo zio, quando non lo facevo perdere di proposito a carte, mi raccontava molti aneddoti e spesso rammentava un suo amico, il migliore che aveva, quello che quando arrivava gli faceva più feste: un certo Rampòn, che abitava nella Valle dell’Idice. Gli aveva fatto fare tanti affari (mio zio era anche un abile mediatore). Mi raccontava spesso anche episodi della sua gioventù, uno in particolare, quando alla sua Giorgina, aveva fatto posare la mezzana per ben sette volte, durante il tragitto dalla sorgente alla casa di lei. Lo zio Aldo era un vero mattacchione!

DALLA CARLINA A CASTELVECCHIO

La Carlina è un casolare isolato, posto proprio sotto il Sasso di San Zanobi, sulla strada che va a Castelvecchio. Oggi, proprio qui, c’è un enorme cantiere della TAV, non numerose baracche e camions che vanno e vengono carichi di materiali vari. Una volta qui alla Carlina, si vedevano solo greggi di mucche e di pecore al pascolo e alcuni contadini intenti nei campi a tagliare il grano o l’erba per fare il fieno. Alla “Carlina” era “approdato” mio zio Aldett, dopo aver vissuto per lunghi anni a Visignano, sulla strada che porta a Monti e nei castagneti di Santa Cristina.

Lo zio Aldo viveva in questo bellissimo casolare con la moglie, la zia Giorgina, santa e brava donna che lo zio aveva amato fino dalla gioventù. Giorgina gli aveva “regalato” tanti bei figli: Bruno, Sergio, Vittorio, Nedo (il poeta di Pietramala), Fernanda e Adriana. Per la moglie Giorgina, lo zio aveva una specie di venerazione. Quello che avrebbe fatto lui per la sua Giorgina? Tutto. Giorgina, infatti, era una bella donna, un tipo etrusco, con i capelli nerissimi ed aveva un sorriso davvero dolcissimo. Lo zio aveva per tutti i suoi familiari un pensiero di affetto, quasi di riconoscenza e tutti i figli erano tenuti da lui in grande considerazione. Di essi diceva che ognuno di loro era “nato con il suo panierino”. Questo significava che, nonostante il difficile periodo in cui erano nati e le ristrettezze economiche, c’era sempre stata la “provvidenza” che aveva provveduto. Della sua Giorgina me ne parlava spesso, di lei raccontava spesso un fatto che gli capitò in gioventù. La sua Giorgina dovette andare dal dentista per levarsi un dente, però, aveva paura e non si decideva a toglierlo. Allora, lo zio Aldo, che nella sua bocca aveva 32 denti sanissimi, per solidarietà, decise di togliersene prima uno lui, anche se era cariato. . Non so se la cosa sia vera, o sia solo un aneddoto, però lo zio lo raccontava spesso. La Carlina, il casolare in cui abitava, era un piccolo paradiso. Il sabato e la domenica si ritrovava con figli e figlie, generi e nuore e tanti nipotini, intorno a una bella tavola apparecchiata. In quella casa non mancava mai nulla e lo zio di ciò era fiero. Davanti c’era un bel prato e accanto alla casa un bel pollaio con uova sempre fresche. Lo zio era un abile falegname e i lavori che ha fatto lui lo sanno tutti nella zona. Era anche un abile intagliatore e sui mobili faceva delle decorazioni davvero di pregio. Anche lui, come un po’ tutti da queste parti, amava il gioco delle carte e bere qualche bicchierozzo divino di quello buono, Inoltre, come il figlio Nedo, amava la poesia e dire ogni tanto degli “strambotti” dialettali. Tutti lo conoscevano da quelle pari per la sua ilarità, per la sua gioia di vivere davvero incontenibile. Lo ricordo al matrimonio di mia sorella, al quale era presente un Marchese della famiglia F. e lo zio, per l’occasione, tirò fuori questo strambotto: “Credevo che il fisco di vino durasse un mese, invece se l’è bevuto tutto il Signor Marchese”. Alla Carlina ci andavo spesso e appena mi vedeva mi salutava: “Ehi! Boia d’un Campidùr, ma cosa tu fai da queste parti?”. Se rifiutavo di passare in casa diceva “Dio l’om bon! Tu vuoi andare via senza prendere neppure un bicìr ‘d ven (bicchiere di vino)?” Entrando in casa salutavo la zia, che allora era inferma, e subito mio zio apparecchiava la tavola con formaggi, salsicce e subito sopo andava in cantina a “tirer so (tirar su) una bela bocia ‘d ve Lambrosc, di quel bon”. Dopo, portavo lo zio a Castelvecchio dalla Maria, la bottega del paese, a giocare a carte (a sugher a cherte). C’erano lì tutti gli amiconi dello zio: quelli del Montarello, quelli della Ca’ di Gnocco, la Berca, e tanti altri. Giocavamo di poco: il mezzo litro di vino, oppure poche lire, delle volte dei biscotti. Il marito della Maria i biscotti che noi chiamiamo “frou frou”, per un difetto di pronuncia li chiamava “fu fu”: Allora, mio zio, che anche lui per prendere in giro era l’asso, si divertiva a ripetere e a scimmiottare quello che diceva: “Fu, fu! Assidenticaté e e’ fu fu. (Fu, fu! Accidenti a te e i fu fu). Poi il gioco continuava con lo scopone, gioco in cui mio zio era particolarmente abile. Un giorno mi ritrovai in finale, in coppia con lui, in una gara di briscola. Accanto a me avevano piazzato la preda ambita dei vincitori: un tacchino-struzzo, che era più alto di me (seduto). Io guardavo il “tacchino” e mi sembrava che mi volesse beccare. Lo guardavo bene negli occhi, per stabilire un minimo di amicizia e volevo rassicuralo che in caso che avessi vinto non lo avrei fatto arrosto, ma il tacchino, tuttavia era sempre minaccioso. Lo rassicurai perfino con una carezza, ma questo continuava a guardarmi con occhi sospetti; insomma, non voleva assolutamente “socializzare”. Fortunatamente (o sfortunatamente per lui) sbagliai una giocata e lo zio Aldo mi fulminò con una occhiata. Fui rimproverato aspramente, ma avevo l’attenuante, di aver avuto il tacchino vicino che mi distraeva e che non voleva socializzare.  Lo zio mi parlava spesso anche dei suoi amici, li conosceva un po’ dappertutto. Non vi era casolare nel raggio di chilometri e chilometri, che mio zio non vi conoscesse qualcuno. Quando ci fermavamo, si salutavano con gioia incontenibile. Il soliti convenevoli: “Cun vàla? A sì invece vuetre, e la vostra dona? (Come va? Siete un po’ invecchiato, e la vostra donna?)”. Lo zio, quando non lo facevo perdere di proposito a carte, mi raccontava molti aneddoti e spesso rammentava un suo amico, il migliore che aveva, quello che quando arrivava gli faceva più feste: un certo Rampòn, che abitava nella Valle dell’Idice. Gli aveva fatto fare tanti affari (mio zio era anche un abile mediatore). Mi raccontava spesso anche episodi della sua gioventù, uno in particolare, quando alla sua Giorgina, aveva fatto posare la mezzana per ben sette volte, durante il tragitto dalla sorgente alla casa di lei. Lo zio Aldo era un vero mattacchione!

ECCEZIONALI RITROVAMENTI E RECUPERI DI OPERE D’ARTE A FIRENZUOLA

Come ti rigiri a Firenzuola trovi qualcosa di “eccezionale” e non intendo affatto scherzare. Disponevo in questo week-end un pomeriggio assolutamente libero e il richiamo della montagna ormai si faceva sentire con una certa impellenza, ho puntato dritto verso Firenzuola con la sicurezza di non rimaner deluso. Ho fatto una visita alla Pieve dove ho avuto modo di vedere qualcosa di eccezionale.

 

Nella chiesa è esposto, ben protetto da una teca, il Crocifisso ligneo del sec XII, sfuggito fortuitamente a un saccheggio da parte dei ladri alla Pieve di Camaggiore. Il Crocifisso è stato mirabilmente restaurato dalla Soprintendenza di Firenze ed è stato riportato alle forme originarie. L’interno della scultura in legno custodiva anche delle preziose reliquie, anche queste esposte. Finita questa breve ma interessante visita,