I VINCITORI DELLA GARA “IL MIO RITRATTO” SUL GRUPPO FB “RITRATTI – PORTRAITS”, ORGANIZZATA DA PAOLO CAMPIDORI


I VINCITORI DELLA GARA “IL MIO RITRATTO” SUL GRUPPO FB “RITRATTI – PORTRAITS”, ORGANIZZATA DA PAOLO CAMPIDORI

Ce n’è voluto del bello e del buono per designare i quattro vincitori della Gara fra Amici Facebook, sul Gruppo “Ritratti – Portraits” in quanto le opere postate erano tutte belle e tutte ugualmente meritorie. Purtroppo la ‘gara’, di cui io sono l’organizzatore e giudice unico, è dovuta terminare con molto anticipo, per miei impegni urgenti, nel campo della cultura e dell’arte. Risultano pertanto vincitori i seguenti artisti:

a) per la pittura – Mauro Baroncini con il ritratto Omaggio a Carlo Monni

Mauro Baroncini - Il Monni

Mauro Baroncini – Il Monni

b) per la scultura – Claudio Cavallini Ke-vo con la scultura-ritratto “busto di donna” (da un’opera pittorica di Amedeo Modigliani

Claudio Cavallini - KE-VO Riktratto di donna (scultura)

Claudio Cavallini – KE-VO
Riktratto di donna (scultura)

c) Alessandro Pilli – per la grafica – per un’opera Ritratto di Jim Morrison

Alessandro Pilli - Ritratto di Jim Morrison

Alessandro Pilli – Ritratto di Jim Morrison

d) Maria Lucia Elelucy Castro – per le arti decorative – Autoritratto

Maria Lucia Elelucy Castro Autoritratto

Maria Lucia Elelucy Castro Autoritratto

Questi sono i vincitori della gara, da me designati, e ai quali andrà come riconoscimento simbolico alcuni miei libri. I miei complimenti ai vincitori

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Mauro Baroncini - Il Monni

“IL MIO RITRATTO” UNA ‘GARA’ FRA “AMICI FACEBOOK” ORGANIZZATA DA PAOLO CAMPIDORI


“IL MIO RITRATTO” UNA ‘GARA’ FRA “AMICI FACEBOOK” ORGANIZZATA DA PAOLO CAMPIDORI

E’ una ‘gara’ un po’ insolita organizzata dal Gruppo “RITRATTI – PORTRAITS” che ha per titolo “Il mio ritratto”. Perché ho detto insolita? Perché la gara è caratterizzata in modo tale, affinché prevalga l’opera d’arte, anziché l’Autore della stessa. Non è facile dire in questo campo dell’arte contemporanea, che il tuo curriculum non mi interessa, non mi interessano le mostre che hai fatto, non mi interessano i premi e i ‘riconoscimenti’ ricevuti, non mi interessno le critiche, spesso roboanti fatte celebri ‘imbonitori’ dell’arte, ma, mi interessa quell’opera che tu hai postato sul Gruppo “Ritratti – Portraits”, e solo su quella ‘base’ io giudicherò le tre opere più belle in gara. Ai vincitori sarà riservato un premio ‘morale’ consistente nell’omaggio di alcuni libri da me scritti. Ci sarà tempo per postare le opere fino al 15 dicembre 2014, sul gruppo “RITRATTI – PORTRAITS”. Ecco una panoramica dei quadri finora presentati:

Alessandro Pilli - Mona Lisa

Alessandro Pilli – Mona Lisa

Anna Maria Maremmi - Ritratto di donna

Anna Maria Maremmi – Ritratto di donna

Mauro Baroncini - Il Monni

Mauro Baroncini – Il Monni

Claudio Cavallini - KE-VO Riktratto di donna (scultura)

Claudio Cavallini – KE-VO
Riktratto di donna (scultura)

Luca Castri - La Zuppa

Luca Castri – La Zuppa

PIERO MAZZONI, NICOLA NUTI, ACRILICO SU COMPENSATO 150X150, 1992

ANDREA SIMONCINI

Maria Lucia Castro - Profili di donne

Maria Lucia Castro – Profili di donne

Antonio Angioni - Ritratto

Antonio Angioni – Ritratto

Ricordo le opere da postare:
a) dipinti
b) sculture
c) fotografie
le opere devono essere di artisti contemporanei

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Nota

le due opere mancanti di didascalia sono di Nicola Nuti e Andrea Simoncini

PISA: ETRUSCHI, LIGURI E ROMANI IN VETRINA


PISA: ETRUSCHI, LIGURI E ROMANI IN VETRINA

LA LOCANDINA DELLA MOSTRA ETRUSCHI LIGURI E ROMANI NEI DEPOSITI DELLA SOPRINTENDENZA

LA LOCANDINA DELLA MOSTRA ETRUSCHI LIGURI E ROMANI NEI DEPOSITI DELLA SOPRINTENDENZA

Si tratta di un evento davvero importante quello che la Soprintendenza alle Antichità della Toscana, si appresta a fare nella Sede distaccata di Pisa, Piazza Carrara, 2 p.t. da liunedì 13 a venerd’ 17. Saranno esposti infatti i reperti importantissimi Etruschi, Liguri e Romani, che fino a non molti giorni fa si trovavano nei depositi della citata Sopintendenza. Etruschi, Liguri e Romani, sono i popoli antichi che abitavano il centro-nord dell’Italia (Toscana, Lazio settentrionaale, Emilia e Liguria). Questi popoli, che guerreggiavano continuamente fra di loro, in realtà, si sono amalgamati creando un nuovo ‘status’, o meglio, una “mezcla” di popoli di origini diverse, come la chiamavano gli Etruschi. I Luguri, in particolare occupavano la Liguria e tutte quei territori sulla riva destra dell’Arno, fino a Pisa, compreso il Mugello e l’Alto Mugello. I Mugellani infatti, prima di essere ‘dominati’ dagli Etruschi facevano parte delle tribù liguri, chiamate Magelli. Anche Pisa, che si trovava alla foce, in terra di confine, piano piano, anche grazie a grandi modificazioni del territorio (la foce del fiume Arno), si è trovata in territorio Etrusco.E’ ovvio che una foce di un fiume, come quella di Pisa era troppo importante per far transitare le proprie navi, che solcavano l’Arno da Pisa adArezzo, essendo questo navigabile. Solo nel Medioevo l’Arno è stato deturpato con quelle paratie (pescaie) che non solo sono (oggi) più di alcuna utilità, ma anzi, in caso di piene sono molto più pericolose, in quanto si comportano come delle piccole dighe, che trattengono l’acqua e poi la rilasciano con grande forza e violenza. In questa mostra di Pisa, un territorio di confine, fra la civiltà antica dei Liguri e quella degli Etruschi, sarà molto importante vedere e comparare i reperti etruschi con quelli della civiltà ligure antica. Consiglio quindi a tutti di visitare questa Mostra, la quale, essendo inserita nella “Settimana dell Cultura in Toscana”, dovrebbe esser gratuita (informarsi però!).
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CHI E’ MASSIMO PITTAU?


CHI E’ MASSIMO PITTAU?

Sito Pittau

Come Massimo Pallottino, come altri linguisti famosi, cito a caso Giacomo Devoto, il Migliorini, ma ci mettere senz’altro (secondo il mio punto di vista), anche Giovanni Semerano, Padre Tarquini, il Prof. Stickler, tutti sono dei grandissimi personaggi della linguistica etrusca. Poi c’è la “scuola tedesca” che in fatto di linguistica etrusca, può benissimo “dire la sua”. Sono i cosiddetti capi-scuola, cioè quegli studiosi, che insieme ad archeologi “non archeologi”, come lo Schliemann, il Lawrence,dcc. hanno permesso a noi, studiosi di appassionarci a questa materia. Io conosco il Pittau da alcuni anni, egli rivela nel suo carattere quella ‘determinatezza’, quel suo ‘parlar schietto’, e quel suo modo di non farsi ‘intimidire da nessuno. Il Pittau ha superato i 90 anni e vive in Sardegna, nella sua città dove ha insegnato e dove è stato Rettore: a Sassari. E’ una persona simpatica dai modi ‘spicci’, e con quel suo accaento ‘sardo': Sig. Campidori (con la ‘o’ stretta). Pittau è stato tanto in Toscana, ed è per questa ragione, che dopo la sua Sardegna, ama svisceratamente la Toscana e gli Etruschi. Io e Pittau siamo “amici”, ci scambiamo e-mail e quando una cosa non mi è chiara ricorro a lui, senza esitare. Il Prof. Pittau è onesto, il suo vocabolario della Lingue Etrusca-Italiana è il risultato più completo, cui si è potuti giungere fino a questo momento. “Chi non risica, non rosica”. E’ vero! Nella vita bisogna sempre ‘risicare’. Brovo Pittau!
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Urna di Veltur  Purtunus

MASSIMO PITTAU: “EPIGRAFIA ETRUSCA”


Ricevo dall’Amico Prof. Massimo Pittau, Linguista storico, che pubblico volentieri

ETRUSCA DI MASSIMO PITTAU

La statua dell'Arringatore in un disegno su lastra di rame dell'Ottocento

La statua dell’Arringatore in un disegno su lastra di rame dell’Ottocento

Sembra del tutto evidente che l’epigrafia è una disciplina che ha come due manici: con uno di questi essa si connette strettamente all’archeologia, con l’altro si connette alla linguistica storica o glottologia.
La connessione dell’epigrafia con l’archeologia trova il suo fondamento essenziale nel fatto che – come mi ha insegnato la prima volta Giacomo Devoto nell’Università di Firenze – il primo fattore che una iscrizione offre a un suo interprete è il “supporto fisico” in cui essa risulta scritta. Nella generalità dei casi avviene che sulle tombe e sulle lapidi sepolcrali le iscrizioni abbiano un carattere funerario, con l’indicazione delle generalità dei defunti, della loro età ed eventualmente del loro curriculum; sui gioieli avviene che presentino il nome del donatore e/o quello del donatario ed eventualmente qualche frase di omaggio; nei monumenti pubblici presentino il nome di magistrati o di personaggi pubblici e/o il ricordo di importanti eventi storici; negli oggetti di uso comune presentino il nome del proprietario, ecc. Ne consegue che l’epigrafista, già dal supporto fisico in cui è tracciata un’iscrizione, è in grado di intravedere a grandi linee che cosa essa probabilmente indichi e dica.
Oltre a ciò l’archeologia, in virtù dei contesti archeologici trovati e interpretati, spesso riesce ad offrire all’epigrafista la datazione almeno generica di una iscrizione rinvenuta e studiata. Ed avviene anche il fatto opposto: spesso sono proprio le iscrizioni, ossia è l’epigrafia quella che dà all’archeologo la più o meno esatta datazione di un monumento o di un reperto archeologico.

Urna di Veltur  Purtunus

La questione invece della connessione o dei rapporti dell’epigrafia con la linguistica storica è di più facile evidenza: dopo aver letto o ricostruito più o meno esattamente una iscrizione antica, l’epigrafista deve anche affrontare il problema del suo significato generale e dopo quello del suo significato specifico; deve cioè tentare di prospettare la sua “traduzione” effettiva.
È evidente e logico che l’intervento preliminare dell’epigrafia costituisce una condizione sine qua non per l’intervento successivo della linguistica: un linguista non può affrontare il problema della traduzione effettiva di un’antica iscrizione se non a patto che abbia fra le mani il testo, più o meno esatto, quale è stato ricostruito e letto dall’epigrafista.
Ed anche qui avviene pure il fatto opposto: l’intervento preliminare del linguista può offrire un valido e anche indispensabile aiuto all’epigrafista perché legga bene e ricostruisca esattamente il testo originario di una iscrizione.

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Di certo per il motivo che la sua casa editrice non risulta molto conosciuta, mi era sfuggita del tutto un’opera di epigrafia etrusca, pubblicata nel 2007. Quando qualche mese fa di quest’anno 2014 ne ebbi finalmente sentore, non riuscii a trovarla più in commercio, neppure in quello antiquario. Solamente da qualche settimana ho avuto modo di averla in prestito da un mio collega di Università. Si tratta dell’opera dell’archeologo Enrico Benelli, Iscrizioni Etrusche – leggerle e capirle (SACI edizioni di Ancona, pgg. 302).
Dopo averla letta con interesse e con attenzione, da linguista quale sono, ritengo di poterne formulare questo giudizio generale: l’opera è rivolta quasi del tutto nella sola direzione dell’archeologia (e infatti il Benelli è fondamentalmente un archeologo), mentre – a mio giudizio – si dimostra grandemente difettosa nell’altra direzione rivolta alla linguistica.
Si presti attenzione a questi fatti facilmente controllabili nell’opera: I) Il Benelli prende in considerazione per la sua disanima solamente le iscrizioni brevi e brevissime, mentre trascura quasi del tutto le iscrizioni lunghe appena due o tre righe. II) Dei testi lunghi della lingua etrusca egli addirittura si limita a ripetere le brevi notazioni generali che si trovano in tutti i manuali. III) Egli in generale procede a dare la “interpretazione generica” di ciascuna delle iscrizioni esaminate, mentre solamente di poche osa prospettare una “traduzione” puntuale od effettiva. IV) In alcune traduzioni egli tralascia di esaminare e di tradurre vocaboli da lui non compresi. V) Per alcune iscrizioni egli cade in errori di carattere linguistico, qualcuno vistoso. Ecco alcuni esempi di questi errori:
Nell’iscrizione ET, AT 1.30 – 4s3i (su base di tufo) eca śuϑi Nevtnas Arnϑal neś «questa tomba (è) del defunto Arunte *Neutinio» (TLE 198) non è necessario prevedere un originario neśl perché è intervenuta la “declinazione di gruppo” (traduco gli antroponimi etruschi facendo riferimento a quelli corrispondenti latini).
Sembrebbe strano che il Benelli non abbia intravisto il significato del vocabolo che ricorre in alcune tombe di Tarquinia e del suo territorio manim come uguale a «monumento», corrispondendo chiaramente al lat. monumentum = monum-entum. Ragion per cui manim arce significa esattamente «fece il monumento (sepolcrale)». E inoltre che egli non abbia intravisto che il monosillabo ma, che compare in numerosi cippi o lapidi o stele significa appunto «cippo o lapide o stele funerari» e che probabilmente è l’abbreviazione, lessicale oppure grafica, del già visto manim «monumento funerario». Però si comprende bene che il Benelli paga il suo tributo all’ancora ricorrente ma del tutto infondato pseudoconcetto, secondo cui «la lingua etrusca non è confrontabile con nessun’altra».

Veio, Santuario del Portonaccio

Veio, Santuario del Portonaccio


In alcune iscrizioni in cui compare il numerale huϑ il Benelli lo traduce «sei» anziché «quattro», ma è contraddetto sia dalla iscrizione ET, Ta 7.81 – 3/2 (su parete di sepolcro che presenta l’immagine di quattro Caronti) Xarun huϑs «(immagine) del quarto Caronte» (LEGL 96, 136), sia dalla sua evidente corrispondenza col lat. quattuor, sia infine dal nome dell’antica città dell’Attica Hyttēnía, già interpretata come Tetrápolis «quattro città» oppure «città quadrata».
Inversamente il Benelli interpreta e traduce śa «quattro» anziché «sei», che invece corrisponde chiaramente al lat. sex. È evidente che con questa sua decisione il Benelli mira anche lui ad escludere la tesi del carattere indoeuropeo pure della lingua etrusca; senonché gli archeologi e gli epigrafisti non posseggono affatto gli strumenti necessari e la competenza specifica per sostenere o contrastare l’appartenenza di una lingua ad una famiglia linguistica oppure ad un’altra.
Nell’iscrizione di Annibale (ET, Ta 1.107) io interpreto il verbo murce come connesso coi lat. mora «indugio, ritardo», morari «attardarsi, indugiare, trattenersi, dimorare, soggiornare» [finora di origine incerta (DELL, DELI, DEI s. v. mora²) e pertanto probabilmente di origine etrusca] e traduco murce Capue come «dimorò, soggiornò a Capua» (in ablativo di luogo). (È noto che Capua, in origine probabilmente osca, era divenuta una città etrusca fin dal secolo V a. C. e fu conquistata da Annibale nel 212-211 a. C.). Interpreto invece il verbo tleχe come «fu tolto, fu levato» in quanto connesso con la radice del verbo etrusco tul (Liber II 3, 15; III 22; IV 12, 13, 16; V 5, 9, 12; IX 4, 16, 18, 20; X 2; XI 19) probabilmente «togli!, leva!, solleva!» (imperativo forte sing.) da confrontare col lat. tolle (Trombetti, Olzscha): cisum pute tul «e tre volte solleva il calice»; ei(m) tul var «e non togliere affatto». (ET, AV 0.28 – rec, su vaso) tul «solleva (alla salute)!»; tule probabilmente «solleva!», «prendi!», imperativo debole sing., da confrontare ancora col lat. tolle. (ET, Ve 3.32 – 6: su ansa di vaso) mini tule «sollevami!» (= alla salute!).
Pertanto la mia traduzione dell’intera iscrizione è questa: Felsnas La Leϑes / svalce avil CVI / murce Capue / tleχe Hanipaluscle «La(ris) Felsinio (figlio) di Letio / visse anni 106 / soggiornò a Capua / (e ne) fu cacciato dall’esercito di Annibale». A mio giudizio va respinto il tentativo, che è stato effettuato e che il Benelli ha approvato, di vedere nella iscrizione il riferimento a qualche episodio bellico avvenuto nelle vicinanze di Capua: nulla di tutto questo traspare o semplicemente trapela dall’iscrizione.
La nota iscrizione della gens Claudia, per la quale il Benelli manifesta titubanze e commette errori, va tradotta esattamente in questo modo: (ET, Cr 5.2 – 4:, su pilastro) Laris Avle Larisal clenar / sval cn suϑi ceriχunce | apac atic / saniśva ϑui cesu | Clavtieϑurasi «Laris (e) Aulo figli di Laris da vivi questo sepolcro hanno costruito; i genitori, e il padre e la madre, (sono) qui deposti – Per la famiglia Claudia».
Presento adesso e analizzo la traduzione e il commmento che il Benelli ha fatto della iscrizione della famosa statua di bronzo dell’Arringatore. Ecco il testo esatto dell’iscrizione (CIE 4196; TLE, 651; ET, Pe 3.3 – III-II sec. a. C., su 3 righe):

AULEŚI METELIŚ VE VESIAL CLENŚI
CEN FLEREŚ TECE SANŚL TENINE
TUΘINEŚ ΧISVLICŚ 
«per conto di Aule Metelis figlio di Vel questo al dio Tece padre fu donato dalla tuϑina χisvlicś»
Riporto adesso le parole di commento dell’”archeologo” traduttore: «Il soggetto grammaticale della dedica (espressa al passivo) è il dimostrativo cen “questo” (forma contratta di cehen) e intende ovviamente la statua; segue il destinatario, regolarmente al genitivo: fler significa “dio, divinità”, mentre tece sanśl deve essere letto come un unico lessema, composto dal teonimo Tece e dall’appellativo sanś, “padre” (che in ambito divino si alterna al termine apa, esprimente anche il “padre” umano) con la desinenza del genitivo applicata solo a quest’ultimo. Segue il verbo al passivo tenine (con l’uscita -ne che esprime un modo finito del passivo, diverso dal perfetto, indicato da -χe) e l’autore della dedica in ablativo. Tuϑina è un termine che identifica molto probabilmente un qualche tipo di suddivisione territoriale, forse di carattere amministrativo ecc.».
Ed io commento ed obietto: 1) Perché nella sua traduzione il Benelli salta del tutto il vocabolo vesial? 2) Che cosa in questa iscrizione lo spinge ed autorizza a interpretare il dimostrativo cen (accusativo di ca «questo-a») come forma contratta di cehen? (che invece è una forma enfatica di ca, avente il significato di «questo qui», al nominativo (si veda l’iscrizione di San Manno di Perugia). In epigrafia è cosa nota che una traduzione di un’iscrizione viene infirmata e indebolita da qualunque intervento si effettui sul testo effettivo conservato. 3) Fino ad ora gli etruscologi sono riusciti a individuare un solo morfema come tipico di un verbo passivo (-χe; esempi ziχuχe «è stato disegnato o scritto»; farϑnaχe «è stato generato») ed allora in base a che cosa il Benelli interpreta tenine come un verbo passivo? 4) In etrusco flereś significa sempre «offerta votiva, ex voto, vittima, statuetta votiva, statua»», mentre non significa mai «dio, divinità», che invece si dice sempre ais/eis. 5) Nella nostra iscrizione i vocaboli tece sanśl risultano chiaramente separati ed allora che cosa spinge e autorizza il Benelli ad effettuare la loro connessione, creando un nesso che non ha alcun altro riscontro nel materiale lessicale etrusco conservato? 6) Egli erra vistosamente a interpretare tece come un nome di divinità, per il fatto che questa è chiamata in sicuri passi di altre iscrizioni Tecum e Tecvm. E questa differenza non è cosa di poco conto, dato che investe i rispettivi fonemi finali dei vocaboli. 7) Io ho già avuto modo di scrivere che “Chi propone di tradurre tece sanśl «del (dio) Tecum Padre» non si accorge di far entrare illegittimamente una notazione “sacrale” in un’opera statuaria, che invece è evidentemente, totalmente ed esclusivamente “profana”, nella quale non c’è nessun elemento, neppure minimo, che faccia riferimento al “sacro” o al “religioso” (richiamo il riferimento già fatto a Giacomo Devoto). 8) Del vocabolo tuϑina il Benelli dice solamente qualcosa di molto generico e soprattutto per nulla motivato; del secondo χisvlicś non dice assolutamente nulla. 9) L’“archeologo” Benelli non ha mai citato, neppure una sola volta, nessuno dei miei scritti relativi alla lingua etrusca (13 libri e un centinaio di saggi), evidentemente perché sapeva già, per “ispirazione divina”, che non vi avrebbe trovato nulla di scientificamente valido. Ed invece, se avesse consultato almeno il mio libro Tabula Cortonensis – Lamine di Pirgi e altri testi etruschi tradotti e commentati (Sassari 2000; con qualche lieve correzione odierna), vi avrebbe trovato la traduzione e commento seguenti dell’iscrizione dell’Arringatore, di certo assai più consistente della sua, anche perché ne rispetta totalmente il testo:

AULEŚI METELIŚ VE VESIAL CLENŚI
ad Aulo Metello figlio di Vel (e) di Vesia
CEN FLEREŚ TECE SANŚL TENINE
pone questa statua di Padre il (suo) servizio
TUΘINEŚ ΧISVLICŚ
di patrocinio pubblico

E commento brevemente questa mia traduzione: tece significato quasi certo «pone», indicativo presente 3ª pers. sing.; da confrontare con l’iscrizione (ET, Co 3.8 – rec, su statuina bronzea di bambino) flereś tec sanśl cver «poni (= accetta) l’ex voto come dono del padre (del bambino)» (supplica alla divinità alla quale era stata offerta la statuina) (TLE 624). tenine probabilmente significa «tenuta, esercizio, svolgimento, servizio» (è il soggetto del verbo tece) [vedi tence, tenϑas(a), tenϑur, teniχunce, tenu]. tuϑineś «del patrocinio», genitivo di tuϑina (REE 55,128; ThLE² 399) «tutela, protezione, patrocinio», da confrontare coi lat. tutela, tueri, che sono di origine incerta e pertanto potrebbero derivare proprio dall’etrusco (DELL, DELI, DICLE). χisvlicś (χisvli-cś) probabilmente «(del) comunitario, generale, pubblico», aggettivo in genitivo articolato, da derivare da χiś «di ogni, di tutto».
Si nota abbastanza facilmente che l’iscrizione ha uno stile ricercato e pure alquanto ampolloso.
Molto probabilmente il personaggio raffigurato nella statua aveva esercitato il suo patrocinio a favore di una comunità cittadina – nella zona di Perugia o, più probabilmente, del Trasimeno – e questa lo ha ricompensato con la grande statua di bronzo. La statua, a grandezza naturale, rappresenta un uomo maturo, con i capelli pettinati a ciocche, vestito di una corta toga e di una tunica bordata da una stretta banda; porta dei calzari. Il suo rango è dimostrato dall’anello che ha alla mano sinistra. Sul bordo della toga si trova l’iscrizione incisa su tre righe; la grafia è ben curata. Il tipo di alfabeto adoperato è quello presente in epoca tardo-etrusca, nell’area di Chiusi e Cortona. Sia la denominazione sia l’abbigliamento rendono molto probabile che in realtà si trattasse di un cittadino romano, che si era assunto il compito di fare da patrono, nelle alte sfere di Roma, di una comunità cittadina etrusca, la quale lo aveva ricompensato con la splendida statua di bronzo.

Massimo Pittau
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MADONNA DEL SASSO (SANTA BRIGIDA): DA ‘SANTUARIO ETRUSCO’ A SANTUARIO CRISTIANO’


MADONNA DEL SASSO (SANTA BRIGIDA): DA ‘SANTUARIO ETRUSCO’ A SANTUARIO CRISTIANO’

Il bue con le sue lunghe corna arcuate a forma di mezza-luna rappresentava la luna per gli etruschi e le religioni mesopotamiche

Il bue con le sue lunghe corna arcuate a forma di mezza-luna rappresentava la luna per gli etruschi e le religioni mesopotamiche

Questa località, che oggi pochi conoscono, è stata fin da tempi remotissimio “Santuario”, prima etrusco, poi romano ed infine cristiano. Questo Santuario sorgeva su una delle strade etrusche più antiche, strada che, provenendo da Arezzo, il Casentino, scendeva i colli a sinistra dell’Arno, nei pressi di Rufina, risaliva dalla Pievecchia (anche questa Pieve fu ‘teatro’ di fatti atroci, compiuti durante l’ultima guerra, che era poi la Pieve, prima che divenisse tale la Pieve di Montefiesole), poi a Montefiesole e da qui scendeva alla località Madonna del Sasso, che sicuramente, al tempo degliE truschi non si chiamava così. Da qui la strada biforcava: da una parte verso Fiesole (città-stato), avamposto etrusco verso il Nord, dall’altra portava in Mugello e verso la Romagna.

Il toro (bue) sacro arte babilonese

Il toro (bue) sacro arte babilonese

Al posto del Santuario mariano, detto la “Madonna del Sasso, c’era, quasi certamente, un tempio oppure un Santuario Etrusco. Siamo nei pressi di Santa Brigida, di Mulin del Piano, di Lubaco, di Montetrini, tutte località che portano come ‘toponomi’ dei nomi che si rifanno alla lingua etrusca. La religione etrusca, prevedeva dei sacrifici “il vitello d’oro” molto cruenti. Il “vitello” che era in realtà un bue veniva ‘agghindato’ per il sacrificio: gli veniva cosparso il capo di farina (o cenere) e poi gli veniva legata la testa con una corda, che passava dentro un anello di ferro sistemato in terra. Tirando la corda il bue abbassava la testa e così gli veniva rifilata una solenne mazzata con un martellone di legno. Il bue, dopo ore di inimmaginabili dolori, veniva bastonato con dei legni (il fine, non certo ultimo, era quello di rendere la carne più tenera).

Nella Crocifissione di Dalì si nota esattamente cosa i Romani e gli Etruschi (benché assoggettati, la loro religione era tutt'altro che morta). Con questa condanna Cristo e il corpo visto dall'alto formano una testa di toro con due lunghe corna. E il toro era simbolo della religione etrusca

Nella Crocifissione di Dalì si nota esattamente cosa i Romani e gli Etruschi (benché assoggettati, la loro religione era tutt’altro che morta). Con questa condanna Cristo e il corpo visto dall’alto formano una testa di toro con due lunghe corna. E il toro era simbolo della religione etrusca

Una volta che il bue era ucciso gli veniva estratto il cuore e il sangue grandante veniva asperso sui partecipanti. Dopodiché le carni venivano distribuite ai ‘fedeli’ come carni, ritenute ‘sacre’ In questo rituale, che prevedeva anche un ‘offerta’ in sorta di calici o coppe alla divinità (o alle divinità) di vino consacrato ed era uso che i fedeli bevessero e mangiassero una sorta di paze ‘azzimo’. Poi una volta finita la cerimonia religiosa i partecipanti si “lasciavano andare” a balli, canti e bevevano, “a iosa”, fino ad ubriacarsi del tutto. Spesso accadevano risse, e perfino uccisioni, ma in queste feste, care a ‘Fuflun’ (Bacco) era permesso tutto, anche atti sessuali in pubblico. Come potete immagaginarvi, il rituale etrusco è entrato nei rituali romani e cristiani, non dalla porta di servizio, ma dal portone principale.

Cazzettino ex-voto etrusco. Presso i santuari etruschi sono stati ritrovati molti oggetti in bronzo riproducenti parti anatomiche

Cazzettino ex-voto etrusco. Presso i santuari etruschi sono stati ritrovati molti oggetti in bronzo riproducenti parti anatomiche

Lo sbaglio, o forse non si può parlare neppure di sbaglio, in quanto la religione cristiana, pur di attirare a sé, le popolazioni etrusche ‘recalcitranti’, è stato quello di chiudere un ‘occhio’ su queste abitudini idolatre, non solo, ma integrarle “di fatto” nella propria religione. Il nascente cristianesimo, oramai divenuto troppo forte, di fatto, non poteva escludere i riti religiosi romani ed etruschi, se voleva mantener (come si dice) il buono per la pace” ed anche allo scopo di fare più adetti per la mascente chiesta cristiana,senza versar sangue in inutili battaglie. Dobbiamo ricordare, anzi spezzare una lancia, che il cristianesimo è stato perseguitato per quattro secoli dopo Cristo, ed è tutt’ota perseguitato in ogni parte del mondo.

Giotto di Bondone da Vicchio (?) (mancano i documenti che comprovino con una certa attendibilità l'origine vicchiese del Maestro Giotto. Qui nell'affresco il "Bacio di Giuda" Pensiamo alle nostre bellissime opere d'arte

Giotto di Bondone da Vicchio (?) (mancano i documenti che comprovino con una certa attendibilità l’origine vicchiese del Maestro Giotto. Qui nell’affresco il “Bacio di Giuda” Pensiamo alle nostre bellissime opere d’arte

Ecco perché al monoteismo iniziale del Cristianesimo, di fatto, è stata sostituita una Trinità, proprio come era la religione Etrusca, che di fatto, ha sempre adorato tre dei. Ne è una prova i defunti, sui sarcofagi etrusci, che ostentano la mano e indicando le tre dita. Ciò significa la loro appartenenza alla religione dei Rhasena, che si rifacava alle religioni orientali e mesopotamiche. Il cristianesimo ‘rinasce’, dopo aver subito, torture, persecuzioni, esclusioni da ogni carica pubblica, ecc. con Costantino, il quale deve aver mediato in modo tale da riportare la pace nell’Impero. Questa “pace forzosa”, però, è costata, come si dice oggi, “calar le brache”, non solo alla religione cristiana, ma anche a quella etrusca e romana. Di fatto, sotto l’insegna della Croce di Cristo, il cristianesimo è diventata la “religione di Stato”, che ha dovuto sempre ‘dialogare’ con le religioni idolatre. Ne è nata una sorta di koiné linguistica e religiosa.

La copertina del libro di Paolo Campidori - Capire gli Etruschi

La copertina del libro di Paolo Campidori – Capire gli Etruschi

Di fatto ogni popolo (romano, etrusco e cristiano) professava anche la propria religione originale (in privato). Ed eccoci arrivati alla festa del “Vitello d’oro”, che di fatto si praticava, nelle chiese cristiane fino al 1940 d.C. ed oltre. Ed ecco perché i Cristiani, hanno un Dio unico e Trino, seguito da una miriade di Santi, ecc. ecc. Ed ecco perché i Cristiani, di fatto, hanno (o meglio avevano) una liturgia molto simile a quella Romana ed Etrusca; ed ecco perché nella Messa si consacra il pane e il vino, innalzando e abbassando il calice come facevano gli Etruschi, spelluzzicando uva e mangiando pane ‘azzimo’. Poi, essendo il Cristianesimo la religione di Stato, è stato facile per essi sbarazzarsi delle altre religioni, che, di fatto sono continuate a vivere alla luce del sole, fino a noi.

La copertina dell'ultimo libro di Paolo Campidori "Simbologia ed origine degli Etruschi"

La copertina dell’ultimo libro di Paolo Campidori “Simbologia ed origine degli Etruschi”

Ecco perché diaciamo che gli Etruschi, non sono mai spariti, gli Etruschi sono qui fra noi e in mezzo a noi, in particolar modo nella nostra Toscana. Infatti, se voi notate, c’è in atto un certo ‘ritorno’ della gente Ex-etrusca (che ha origini etrusche) a riprendere queste feste, come la Festa del “Vitello d’oro” e moltissime altre. Un tentativo coraggioso, c’era già stato nel Rinascimento, dove in un breve lasso di tempo “saltarono fuori tradizioni, dei, fauni, e tante abitudini del periodo etrusco che in cui non era più lo stesso, ma un popolo imbarbarito, come tutti gli altri.
ARTE PRATO

ARTE PRATO

Insomma, c’è un vero e proprio ritorno all’idolatria, anche se questo convive con una certo cristianesimo ‘pantofolaio’ e molto molto “di facciata”. Quindi attenzione, studiamo gli Etruschi, ma rendiamoci conto che non è tutt’oro quello che facevano! I monili e la granulazione in oro, quelli sì!!!
(Paolo Campidori, Copyright)
paolocampidori@yahoo.it
http://www.culturamugellana.com
http://www.paolocampidori.eu
Attenzione: Bozze da rivedere ed eventualmente correggere!!!

Nota dell’autore dell’articolo.
Per i lettori. Mi rendo conto che questo è un articolo ‘forte’ che si presterà a dei fraintendimenti. Ad esempio nessuno vuol negare la ‘divinità’ di Cristo, anzi, come cattolico io la confermo, come pure confermo l’altro dogma di fede che è “lo Spirito Santo”. Però ritengo, che oggi si insiste poco su alcune cose e queste sono:
a) Il Dio dei Cristiani è un dio UNICO;
b) che Gesù Cristo è il “Figlio di Dio”
c) Che lo spirito Santo è quell’ “alito” che sostiene e governa il mondo
d) che non si può insegnare (vedi Crocifisso nelle scuole) che Gesù Cristo è morto e basta! No, Gesù Cristo è morto e risorto!
Io, oltre ad essere un Cristiano-cattolico sono anche uno storico, ed un “cultore etruscolodo”. Pertanto bisogna scindere lo scrittore dal ‘fedele’, e anche la “verità storica” dai dogmi di fede. In questo articolo, forse un po’ brutale, per il suo realissmo, vuole dare un ‘contributo’ alla storia ‘vera’, pur restando nell’ambito della fede.

LA RAGAZZINA DI “BUBE” E’ IL QUADRO CHE HO PORTATO ALLA MOSTRA DI FIESOLE . IL TERRIBILE ‘FATTACCIO”‘ AVVENNE DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE, PRESSO UN SANTUARIO, GIA’ TEMPIO ETRUSCO, NEI DINTORNI DI FIESOLE E FIRENZE


LA RAGAZZINA DI “BUBE” E’ IL QUADRO CHE HO PORTATO ALLA MOSTRA DI FIESOLE . IL TERRIBILE ‘FATTACCIO”‘ AVVENNE DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE, PRESSO UN SANTUARIO, GIA’ TEMPIO ETRUSCO, NEI DINTORNI DI FIESOLE E FIRENZE

Questo è un ritratto “ispirato” di una ragazzina, moderna, troppo moderna e forse un po’ troppo libera per questo mondo (DI ME….), che non ha pietà per nessuno, NEANCHE PER I BAMBINI E PER I GIOVANI!!!. Io l’ho immaginata così, Siccome anch’io sono un appassionato di fotografia e di disegno (ritratti), mi sono ispirato a questa dolcissima fanciulla per ‘creare’ un ‘prototipo’, una ‘icona’ delle “nuove generazioni”, immaginandola sportiva, amante del trucco e dei vestiti, del divertimento, però, allo stesso tempo un po’ ingenua. Purtroppo oggi accadono fatti esecrabili, di violenza sui minori, maschi e femmine ed in particolare sui bambini (“bambinicidi”). Io mi fermo qui.

VOLEVO SOLO RICORDARVI CHE IL NOME “BUBE”, il primo nome che mi è venuto alla mente, è un nome che non ha nessuna attinenza con “La ragazza di BUbe” (**), mi piaceva e basta! Tutti sanno però che Bube era un partigiano e la sua ragazza, che ha un nome e cognome, ed anzi è morta alcuni anni fa. Il “fattaccio” CI RIPORTA AD UN PERIODO DAVVERO TRISTE PER L’ITALIA. Quindi è chiaro: il mio quadro che ho portato alla Mostra di Fiesole degli Artisti Fiesolani, E’ UN NOME DI FANTASIA E NON HA NESSUNA ATTINENZA NE’ con il LIBRO, CON I TRAGICI FATTI CHE SI SVOLSERO all’interno del SANTUARIO DELLA MADONNA DEL SASSO (SANTA BRIGIDA). In questo luogo apparve la Madonna (storia vera, non leggenda, poiché documentata-scritta, con tanto di testimonianze, visione a cui parteciparono circa 3.000 persone, vedendo anch’essi la Madonna. All’epoca i cronisti dettero ampi ragguagli sui fatti, sulle testimonianze (siamo verso la fine del ‘400 (sec. XV). (*)

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(*) e volete andare a vederE QUESTA MIA OPERA, si trova a Fiesole – Mostra permanente degli Artisti fiesolani – presso il Ristorante Le Lance di Fiesole (Firenze -Italy). ORARIO DI APERTURA DEL RISTORANTE.
(**) Il libro di Vasco Pratolini

Tecnica mista su carta Ingrees 200 grammi (filigranata 100% naturale (cotone) Fabriano.

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