MUGELLO – VITA DI PAESE E DINTORNI – UN VIAGGIO ATTRAVERSO I RICORDI


PAOLO CAMPIDORI

MUGELLO
VITA DI PAESE
E DINTORNI

Un viaggio attraverso i ricordi
Mugello - Vita di paese.jpg

INTRODUZIONE

MUGELLO-Vita di Paese e dintorni – Un viaggio attraverso i ricordi. Un titolo lungo, come si osserverà, ma un titolo che racchiude in sé tutto un programma. Prima di tutto: il Mugello, come ambito territoriale; secondo: Vita di Paese, come obiettivo generale e i dintorni come obbiettivo particolare; terzo: Un viaggio attraverso i ricordi, che riferisce alla materia trattata. Questi i tre punti di riferimento del volume. Non è un opera storica, se per storia si intende quella con la “S” maiuscola. Tuttavia, tratta della storia cosiddetta “minore”, quella, per intenderci, delle persone comuni: i paesani, gli artigiani, il prete, le donnine (il diminutivo non suoni come dispregiativo), i contadini, i ragazzi, i giochi dei bambini, ma soprattutto: “La vita del Paese”. Il libro non è né uno struggente “Amarcord” di felliniana memoria, né uno spaccato di storia, anonima, fredda e senza personaggi. In questo lavoro i “personaggi” occupano la parte principale: Amedeo, il lattaio, il Raspa, contadino un po’ “ballone”, Maso, altro contadino dal “calice” facile. Poi la famiglia dei bottegai: la Delia, Pirulé, il Pecino. il pollaiolo Ettore, il falegname Modesto, ecc. Tutti personaggi veri che “non tornano a vivere” ma che “vivono”, “parlano”, si “muovono” con il lettore del libro, che non guarda ad essi come a dei personaggi su un palcoscenico, ma si muove con essi, ci si “cala dentro”, entrando a far parte con loro di quella “Vita di Paese”: Fontebuona, come S. Piero, come Borgo San Lorenzo, come uno dei tanti paesi del Mugello. Il gioco del pallone nelle strade, la pesca e il bagno nei fiumi, i giochi: la muriella, “acchiappino”, “nascondino”, lo “zoppettino”, etc. In questo senso anche il mio libro è storia poiché “fissa” la vita di uno dei borghi del Mugello, in un dato periodo storico, ed esattamente, quello che va dall’immediato dopoguerra (sono nato nel 1942) ai “favolosi” anni Sessanta, gli anni del “boom” economico, ma anche della spensieratezza. E’ un libro piacevole, che scorre bene, che contribuisce a rinverdire le “radici” dei mugellani. E’ anche un libro umoristico, se vogliamo, specialmente quando tratta di certi personaggi spassosi, come l’oste Pirulé, suo nipote il Pecino, Piscialletto e tanti altri. Ho scritto questo libro “di botto”, 180 pagine, in soli due mesi, approfittando del fresco della mia casa in campagna a Fontebuona, nella quale mi rifugiavo, fuggendo dai 40° ed oltre della città, della caldissima estate 2003.

PROLOGO

Per fortuna sono nato a Fontebuona, un piccolo paesino del Comune di Vaglia. Pensate che sfortuna avrei avuto se fossi nato a Parigi o a Londra! Mi sarei perso tutte le cose che bene o male ho raccontato in questo libro. Invece di vedere prati, alberi, monti davanti alla finestra della mia camera, avrei visto case, case e ancora case. La sera poi, all’imbrunire, quando la campagna si acquieta non avrei sentito, lo scorrere dolce del torrente, le rane far cra cra, gli ultimi canti degli uccelli prima di addormentarsi….e poi, la notte, la civetta con il suo “tutto mio”, i pipistrelli volare come impazziti e con i loro “radar” invertire bruscamente le rotte. Non avrei visto il cielo stellato, non avrei potuto apprezzare i fiori dei campi, i gigli, i tromboncini, le margherite, le violette. A Parigi o a Londra avrei visto lunghe prospettive di strade, con incroci, con semafori, con tanti lampioni accesi e tante insegne, tutte cose delle quali posso fare anche a meno. Qui in campagna, ho sentito il canto del gallo al mattino, lo stridere fra i denti del nitrito del cavallo e il suo scalpitare, il belare delle pecore, il tintinnio dei campani delle mucche. Qui ho visto il falegname al lavoro, il contadino arare i campi con le mucche, ho visto la mietitura, la battitura del grano, ho visto la vendemmia. Ho sentito le voci argentine dei contadini; ho visto il gioco dei bambini; ho visto le nonne fare la calza, le mamme cantare la ninna nanna ai propri figli. Ho visto i vecchi giocare nel pallaio, i bambini correre dietro al cerchio, le maestre col capo chino, insegnare ai bambini. Ho sentito l’urlo della madre, che generava un figlio nella propria casa; ho sentito il gemito disperato della mucca che partoriva il vitello; ho sentito gli ultimi respiri di una persona morente. Mi sono affacciato alle finestre delle case ed ho visto tanti bambini intorno al desco con una minestra fumante, ho visto il vecchio seduto sulla porta di casa fumare la sua pipa. Ho sentito le campane suonare, ho sentito le donne pregare, i maschi imprecare, ho visto le persone disperarsi e impazzire di gioia. Ho visto i giovani diventare vecchi, e i vecchi ringiovanire. Ho visto la gioventù aprirsi e sbocciare come un fiore, ho sentito un cane abbaiare, un gatto miagolare. Ho visto le bisce nei fiumi con in bocca le ranocchie, ho sentito urlare per Coppi e per Bartali. Cosa avrei fatto io aux Champs Elisées, a Montmartre, au Quartier Latin, sulla Senna? Cosa avrei fatto a Trafalgar Square a Piccadilly Circus, Hyde Park? Ancora, qui ho visto zampillare l’acqua fresca di una sorgente, ho potuto fare il bagno nei fiumi, andare a prendere le ricottine fresche dai contadini. Che cosa potrei desiderare ancora?

IL PAESE

Per noi ragazzi il paese era il nostro piccolo grande mondo. Non esistevano altri posti all’infuori della nostra piazzetta, della nostra strada interna, che si chiamava Via Sotto l’Arco, del torrente Carza che attraversava il paese e nasceva sui monti delle Caselline; le nostre due chiesine, tutte e due parrocchie con i sacerdoti; il bar, che prima era semplicemente una mescita di vini; l’antica trattoria-alimentari e i vari rioni del paese: il Cecioni, la Fora, Bicchi, Saltalavacca, Ferraglia, San Michele alle Macchie. Quello era il nostro territorio. Erano rarissime le volte che si sconfinava da esso. A Firenze, che pur non era lontanissimo per quei tempi, mi sono recato pochissime volte con la mamma o con i genitori per andare a trovare la zia Lina che abitava in Via del Romito. Qualche raro sconfinamento avveniva a Pratolino durante i giorni della fiera annuale oppure a Vaglia, che era la nostra Pieve, per assistere a qualche festa religiosa importante, oppure a Macioli sempre per lo stesso motivo. Noi consideravamo il nostro paese alla stessa stregua che gli animali considerano il loro territorio. Per noi, pur nella sua piccolezza, era completo, non mancava niente. Era come una piccola cellula, un atomo con il nucleo e i suoi protoni e neutroni, viveva in simbiosi con gli altri, ma era di per sé stesso unico, autonomo, indipendente. E poi la gente, il vicinato, tutte persone con le quali avevi un rapporto interpersonale, di conoscenza e d’amicizia. Conoscevi di tutti vita morte e miracoli. Conoscevi di queste persone i loro caratteri: se erano gentili, se erano irascibili, se erano buffi, se erano scontrosi, se erano un po’ fuori dell’ordinario. Ciascuno con il suo mondo dentro il piccolo mondo paesano. Giovane, vecchio, nessuno ti era estraneo. E poi c’erano i ragazzi e le ragazzette, che magari ti piacevano e verso le quali cominciavi a dimostrare le prime simpatie, le prime garbate “avances”.

Fig. 1 – Fontebuona ripresa dalla casa colonica Fontana nel 1981

Nel nostro paese c’era la scuola elementare che era tutto un mondo a parte: il barbiere che veniva ogni sabato e domenica e si chiamava Farfallino, il lattaio, il macellaio, che veniva a giorni alterni, da Tagliaferro, c’era un ortolano-ambulante, soprannominato Tibet, che aveva un suo negozietto anche in paese, c’era il meccanico che riparava le biciclette e i motorini, c’era anche la casa del popolo con annesso un negozietto di alimentari, la Cooperativa, che si trovava al Cecioni. C’erano due buone sorgenti per l’acqua da bere. La Fonte del Pruno era una sorgente eccezionale, sempre fresca, e scendeva ben filtrata dall’interno della montagna del Poggio Conca; l’altra era la Fonte cosiddetta Fontebuona, che si trovava nella via di Sotto l’Arco. Poi c’erano due chiesine: quella di Ferraglia, era la nostra parrocchia, e quella di San Michele era la chiesa della parte del paese che guarda Pratolino e questa dipendeva dalla Diocesi di Fiesole. In questo piccolo mondo passavamo i giorni senza ansietà, e le ore, che erano scandite dalle campane dalle due nostre chiesette, e anche dallo scampanio delle grosse campane di Montesenario. Qui, nel paese, si succedevano le nascite, i matrimoni, le morti delle persone che venivano accompagnate ai due piccoli cimiteri di Ferraglia e San Michele. Questo piccolo mondo tuttavia era vivo, pulsante proprio come un atomo i cui elettroni girano intorno al nucleo ad una velocità vertiginosa non perdendo mai la loro carica di vitalità.

LA PIAZZETTA

Il punto centrale del paese e anche il posto di aggregazione delle persone era senz’altro la Piazzetta, questo anche perché nella piazza c’era il “fontanello” o la fontana dove il vicinato veniva a prendere l’acqua per bere e per i consumi domestici. C’erano però altre fontane, una di queste era a lato delle macerie del Cecioni e l’acqua si tirava su da una pompa, di quelle vecchio stampo in ghisa, con un braccio che muove uno stantuffo su e giù e permette all’acqua di salire dal pozzo. Quest’acqua, io l’ho bevuta molte volte ed aveva un sapore ferruginoso, ma non si sa bene se questo fosse dovuto alla pompa e ai tubi rugginosi o se l’acqua avesse avuto davvero tale sapore. Le “donnine” del posto in ogni caso la usavano per i propri bisogni. Altre fonti erano la fonte cosiddetta Fontebuona, nella via Sotto l’Arco, sotto una tettoia, e proprio da questa fonte il paese ha preso tale nome. L’altra sorgente era a Bicchi la cosidetta Fonte del Pruno, un’acqua stupenda che filtrava dalle viscere del Monte Conca e usciva fresca in estate,

Fig. 2 – Fontebuona, la Piazzetta in una foto d’epoca

tanto da non poterci lasciare la mano sotto di essa. Dicevo della bella piazzetta di Fontebuona. Dominava la piazza un bel casamento stile ottocentesco con il portale ad arco. Altre case si affacciavano sulla piazzetta a sinistra e a destra dell’Arco, proprio come una specie di anfiteatro. Una volta, dicevo, c’era un bell’arco di origine medievale che univa questi caseggiati al di qua e al di là della strada. Durante i lavori di sistemazione delle case, verso i primi del Novecento quest’arco fu abbattuto, forse anche perché era un po’ danneggiato o per altri motivi dei quali non mi è giunta notizia. Le case di sfondo alla piazza avevano le finestre piccole piccole e dietro le tendine si scorgevano le vecchiette che stavano a vedere le persone per passatempo. Sulle finestre c’erano immancabilmente dei vasi di fiori, spesso gerani, bocche di leone, rose e tutte queste finestre colorite davano un senso di calore, di allegria, ma anche di vita pulsante. La piazza come abbiamo detto era il punto di aggregazione per eccellenza, il vero e proprio fòro di antica romana memoria. Non solo si riunivano le “donnine” a fare la calza e scambiare così due chiacchiere, ma era anche il luogo per eccellenza per i passatempi, per il gioco, per le conversazioni, per le dispute sportive su Bartali e Coppi, ma anche luogo per eccellenza per discutere di politica, per rievocare i tristi ricordi della guerra appena passata. La piazza era inoltre campo per il gioco della palla. Era davvero raro allora, in quei tempi del dopo guerra, trovare un pallone e anche se lo trovavamo d’occasione si consumava molto presto poiché la piazzetta era sterrata, inoltre non c’era l’asfalto, c’erano poggi e buche e molti sassi. I primi palloni, io li ricordo, non erano fatti come questi di oggi che sono molto evoluti. L’esterno era fatto di strisce di cuoio con una apertura che veniva chiusa da un laccio di cuoio infilato in dei buchi a mo’ di scarpa. Dentro c’era la camera d’aria di gomma, con un cannello, sempre di gomma che serviva per gonfiarla. Quando il pallone era un po’ consumato oppure un po’ rotto, spesse volte si bucava o si scoppiava, allora noi lo riparavamo come si fa per la camera d’aria di una normale bicicletta. Inoltre il cuoio del pallone, una volta che si era giocato, doveva essere ben ingrassato con la sugna di maiale, questo evitava che il cuoio si indurisse e si consumasse troppo. Quando non avevamo un pallone, le nostre gambe e i nostri piedi (e soprattutto le nostre scarpe) si sfogavano con una palla fatta con la carta dei giornali e avvolta da elastici, oppure fatta di stracci. Talvolta ci sfogavamo anche con dei barattoli da conserva. Ma spesso e volentieri giocavamo scalzi per non consumare troppo le scarpe e quelle volte che capitava di calciare un sasso, povere dita! Avevamo però un callo sotto i piedi che potevamo benissimo correre sulla ghiaia quasi senza accorgercene. Spesso, essendo la piazza ai bordi della strada statale, il pallone andava a finire sulla carreggiata, e talvolta il pallone andava a finire sotto uno dei rari camion o macchine che passavano e faceva un grosso botto, mettendo a repentaglio l’incolumità dei viaggiatori e anche la nostra, poiché rischiavamo per recuperarlo. Dicevo la piazza era il luogo di fanatiche dispute sportive, specialmente per quanto riguarda il ciclismo. I gruppi di tifosi di solito erano due: i bartaliani e i coppiani. Le dispute erano veramente animatissime. Durante il giorno si sentivano alla radio i “passaggi” dei corridori al Giro d’Italia, e poi, più tardi, sempre alla radio si sentiva la radiocronaca dell’arrivo della tappa, magari ci si riuniva in sette o otto persone, con i più grandi e ognuno tifava per il suo beniamino. Poi la sera, quando gli operai tornavano con la corriera dal lavoro non posavano neppure la borsa e si mettevano subito a commentare l’avvenimento ciclistico. Bartali era il più forte, no il più forte era Coppi, quello aveva preso una “cotta” in salita, l’altro aveva preso una “bomba” per andare più forte, un altro si era fermato per una diarrea e aveva perso dieci minuti, un altro ancora aveva forato in discesa. Si parlava anche di calcio, della Fiorentina, della Nazionale. Raramente in questo campo c’erano dei tifosi che tenevano per altre squadre, ma il Bastian contrario non mancava mai. Mi ricordo di uno che teneva per l’Inter, per un fatto di convenienza, poiché vinceva più della Fiorentina. Qualche volta non mancavano neppure le dispute politiche o religiose; più frequenti erano invece le dispute sulla caccia. Questo era un paese di cacciatori e di cani da caccia. Chi aveva il setter, chi il segugio, chi il pointer, chi il bracco, chi il cane da riporto, chi aveva gli uccelli da richiamo: il “frusone”, il fringuello, il passero; chi tirava solo alla lepre, chi amava invece tirare più al fagiano e alle quaglie.

Fig. 3 – La piazzetta con neve in una foto attuale

Poi c’erano quelli che esageravano sempre sulla misura e sul peso della selvaggina uccisa. “Ho ammazzato una lepre lunga così, ieri”. “Cala, cala” diceva l’altro, che evidentemente non credeva alla storia. E poi c’era chi “padellava” la selvaggina, i cosiddetti “padelloni”, coloro che sparavano senza far centro. Un altro argomento che si trattava nella piazzetta era un resoconto di tutto quello che accadeva nel paese: vita, morte e miracoli di ognuno. Allora la vita era ben diversa da adesso dove ognuno si ritira nella casa propria e non conosce neppure la famiglia che abita accanto. E gli scherzi erano frequenti nella piazza, ma anche le cazzottate e a queste non si sottraevano neppure i grandi. Bastava una piccola cosa, una piccola offesa, o bastava che uno avesse alzato un poco il gomito perché due andassero alle mani. Fortunatamente il tutto si concludeva con qualche ammaccatura o con un naso sanguinante. Poi tutto andava a finire a “vino e tarallucci”.

LA VIA SOTTO L’ARCO E LA POSTA DELLE DILIGENZE

Prima che operassero la deviazione attuale della strada, questa era la Via Regia Bolognese e da questa strada transitavano e arrivavano le carrozze e i convogli postali che partivano da Firenze a Bologna. Qui, proprio dove io avevo un grande magazzino, c’erano le stalle dell’antica Posta. Un poco più avanti dove c’era la Villa Meschiari, famoso avvocato del periodo fascista, c’era la Locanda della Posta. La Posta non ha proprio il significato odierno, oggi per posta si intende un ufficio postale. Allora Posta significava un punto ben organizzato dall’Amministrazione Granducale che serviva come punto di sosta, cambio dei cavalli ed eventuale pernottamento nella locanda. Queste Poste non venivano gestite direttamente dall’Amministrazione Granducale, ma venivano concesse in gestione a Postieri (questo era il nome dei tenutari) di assoluta fiducia. Quindi trattandosi di gestioni private le poste che si trovavano lungo il percorso da Firenze a Bologna erano più o meno raccomandabili, più o meno accoglienti. Questa di Fontebuona era gestita da diverse persone e questo dimostra che c’era un discreto transito di passeggeri e anche di clienti che pernottavano e mangiavano nella locanda. Il personale di servizio, viveva quasi alla stregua delle bestie: uomini e donne ammucchiati in un paio di grossi cameroni. C’era una grande cucina, un forno, un pozzo, una grande cantina e alcune stalle per riporre il fieno, e tutto quanto l’occorrente per la bardatura del cavalli. Il compito principale del postiere era quello di effettuare il cambio dei cavalli, che provenendo da Firenze, passando per l’Uccellatoio, avevano sopportato un tratto molto difficile e in salita fino a Pratolino, per poi riaversi un poco, forse, nella ripida discesa del Miglio. I cavalli invece che provenivano dalla posta di Cafaggiolo, verso Firenze, avevano avuto un tratto più pianeggiante, ma i cavalli venivano sostituiti o aggiunti a questi per affrontare la dura salita del Miglio.

Fig. 4 – Pianta della Posta Granducale di Fontebuona (ASF)

Appena arrivavano le carrozze (queste potevano essere postali e gestite dallo stato, se trasportavano anche la posta, oppure potevano essere carrozze private se erano normali diligenze da trasporto) con i cavalli sudati fradici d’estate e infreddoliti durante il periodo invernale, venivano subito fatti alloggiare in una specie di porticato con annessa una piccola capanna con il fieno e le biade. Il postiere, d’inverno, solerte copriva i cavalli con delle coperte affinché non prendessero freddo e ammalarsi, poi li rifocillava con del buon fieno e delle biade. Proprio accanto a questo porticato sgorgava una buona sorgente d’acqua fresca, che versava in due grosse vasche, che probabilmente servivano anche di abbeveratoio per i cavalli.

Fig. 5 – Sviluppo del Fabbricato della Posta di Fontebuona (ASF)

La sorgente appunto si chiamava Fontebuona, la stessa che dava nome al paese. Non credo ci fosse acqua corrente nelle camere della locanda. L’acqua per bere veniva probabilmente infiascata in questa sorgente e, invece, per i pochi servizi igienici, molto probabilmente ci si serviva dell’acqua del pozzo. Il forno che era contiguo al pozzo doveva sfornare dei buoni pani freschi, fatti con ottima farina macinata ai mulini di Paterno o di Vaglia. Inoltre il vitto per la clientela doveva essere genuino a base di uova, formaggio, conigli e polli ruspanti. Nel paese inoltre esisteva una trattoria-locanda antichissima della quale troviamo notizie già nel trecento e quattrocento, che era a conduzione privata, e probabilmente questa accoglieva avventori un po’ meno esigenti e meno danarosi. L’immobile della posta era di proprietà granducale, vale a dire le stalle, la locanda e alcuni terreni che servivano ai postieri per l’approvvigionamento del fieno per i cavalli ed alcuni piccoli appezzamenti adibiti ad orti per la coltivazione delle verdure. Con la progettazione della strada ferrata, che sarebbe appunto passata anche da Fontebuona, piano piano le diligenze cominciarono a perdere la loro importanza, che era arrivata all’apice nel sette-ottocento. Il Governo Granducale pensò allora di “dismettere” tutte queste poste per dare inizio a un’opera così moderna come la ferrovia, che avrebbe sicuramente migliorato i servizi rendendoli più veloci e affidabili e di conseguenza avrebbe dato un certo prestigio al Regno Granducale. Altri tronconi erano stati realizzati in Toscana con un successo imprevedibile. Cominciò così il declino di queste storiche Poste, e fra queste non si sottrasse quella di Fontebuona, che cominciò a decadere, poi fu deciso di mettere in vendita gli immobili di proprietà demaniale occupati dalla Posta. Quasi contemporaneamente fu operata una deviazione della strada regia.

Fig. 6 – Pianta topografica di Fontebuona, con la deviazione della strada Regia Bolognese

I mezzi di trasporto non passavano più da Via Sotto l’Arco, ma da un troncone di strada nuova e più larga che andava dalla piazzetta fino alla fine del paese. Questo fu probabilmente il colpo di grazia per i poveri postieri, che nel frattempo avevano continuato a gestire le posta per il traffico delle diligenze dei privati. La posta fu venduta dallo Stato ai postieri Vannini, i quali, essendo una famiglia molto numerosa, divisero la locanda in vari appartamenti. La locanda fu acquistata in epoca fascista dal Meschiari, famoso avvocato penalista e anche membro del partito fascista, che ne fece una splendida villa con giardino e con una bella vasca nel mezzo. Per realizzare questo giardino fu abbattuta la piccola cappella di San Carlo, che veniva officiata dal priore della chiesa di san Niccolò a Ferraglia, per la popolazione di Fontebuona e per gli eventuali clienti che sostavano nella locanda. Via dell’Arco prende il nome da un bellissimo arco, forse medievale, che congiungeva le case ai due lati della strada. Esso è ancora visibile in alcune cartoline dei primi del novecento. Poi, a detta di alcuni, l’arco fu abbattuto poiché, trascurato da tempo, si era reso pericolante. Questa era la strada dove noi ragazzi potevamo giocare indisturbati, specialmente in estate sotto l’ombra del grande leccio della Villa Meschiari. Correvamo dietro ai cerchi, giocavamo a tappini, alle figurine, a pallone e facevamo tanta gazzarra in concorrenza con gli uccellini che popolavano il grande leccio e le rondini che volavano a bassa quota, quasi volessero giocare con noi. Oggi è amaro constatare che non c’è più nel paese questa aggregazione, anche fra ragazzi, come c’era una volta. La strada si è riempita di automobili sui due lati, non c’è più neppure uno spazio libero; lo stesso dicasi della piazzetta, sempre strapiena di macchine. La vita anche in questo piccolo paese è cambiata molto.

Fig. 7 – Fontebuona Via Sotto l’Arco in una foto degli anni ‘80

LA BUCHETTA

Per fare questo gioco occorre una palla di ferro del diametro di circa 10 centimetri e quindi anche piuttosto pesante. Battendo la palla di ferro contro il terreno, si ricavavano 5 buche, delle quali 4 laterali e una centrale. Il gioco consisteva nell’allontanarsi dalle buche 4 o 5 passi e poi cercare di tirare la palla in una di queste buche. Naturalmente il punteggio variava a seconda che si buttasse la palla nella buca centrale o nelle buche laterali. Questo gioco veniva praticato nella piazzetta del paese e potevano partecipare due, tre o più persone. Si giocava spesso con i soldi del passato regime e cioè il “diecino”, il “ventino”, la mezza lira e la lira. Quando giocavano i grandi molte persone si fermavano a vedere e tifavano per l’uno o l’altro dei giocatori. Chi faceva più punteggio vinceva un quartino di vino, che veniva acquistato alla mescita dal perdente. Però il quartino o il mezzo litro di vino veniva diviso fra tutti i giocatori.
LA MORA

Questo è un gioco molto simpatico che se viene giocato da abili giocatori viene condotto con molta velocità ed accanimento. Li sentivi da lontano questi giocatori scandire i numeri con una sequenza impressionante: quattro, sei, “sdum”, “tutta”. Dove tutta sta per il punteggio massimo vale a dire dieci e sdum il contrario, cioè zero. A questo gioco partecipano due persone ciascuna delle quali, con la mano destra, o sinistra se uno è sinistrorso, apre la mano completamente se vuol buttare 5, oppure non apre la mano e mostra il pugno: in questo caso vuol dire che il giocatore butta zero punti o lo sdum; oppure aprirà le dita per il numero dei punti che vorrà giocare. Allo stesso tempo i giocatori enunciano un numero ciascuno variabile da uno a dieci. Ad esempio un giocatore può buttare tre e dire il numero otto. L’altro a sua volta può buttare due e dire sei. In questo caso non ha vinto nessuno dei due giocatori poiché due più tre fa cinque mentre i giocatori hanno detto otto e sei. Se invece il numero che si dice corrisponde alla somma della buttata, uno dei giocatori vince e il punteggio viene tenuto alzando uno dei diti della mano libera, la sinistra o la destra. Anche in questo caso i giocatori potevano giocare di soldi o del quartino o mezzo litro di vino.

LA MURIELLA

Questo è un gioco che si giocava con i soldini del duce e del re Umberto. Era un gioco adatto alle persone adulte, ma anche noi ragazzi lo praticavamo molto. La muriella non era altro che una lastra di pietra che doveva avere certe caratteristiche. Non doveva essere troppo pesante altrimenti non poteva venire lanciata da troppo lontano, né doveva essere molto leggera altrimenti si rischiava di lanciarla troppo lontano. Doveva avere altre caratteristiche tra le quali: la compattezza e la robustezza, non doveva avere gobbe né sopra né sotto. C’era un rito tutto particolare, nel senso che si dava molta importanza alla scelta della muriella. Era naturalmente nel torrente Carza dove si andava alla ricerca delle stesse. A volte non bastavano tutti questi requisiti e allora si cercava con un altro sasso duro di darle la forma adatta, proprio come facevano gli uomini preistorici a fare asce, i coltelli e le punte di freccia con le selci. Al gioco, che assomigliava molto alle bocce, potevano partecipare due o più giocatori. Da una certa distanza si scagliava la muriella che doveva avvicinarsi il più possibile al “lussi” o “lussino”. Questo era un rettangolino di pietra o di mattone, sul quale venivano poste le monetine della posta in gioco. Si trattava di avvicinarsi il più possibile con la muriella o addirittura di buttar giù il “lussi” e possibilmente far cadere la monetine proprio sulla muriella. L’altro e gli altri giocatori cercavano di colpire, con la propria, l’altrui muriella per far sì che le monetine andassero a posarsi sulla propria muriella. Vinceva chi aveva più monete vicino o sopra la propria muriella. Questo era un gioco povero, che forse sostituiva le bocce, troppo costose da acquistare per quei tempi.

IL ROSARIO DELLA BICE E DELLA ZIA BRUNA

Il mese di maggio era il mese dedicato alla Madonna e al Rosario. Noi che eravamo dei ragazzetti e frequentavamo la scuola elementare, eravamo affidati alle madri, mentre i babbi andavano a lavorare, se lo trovavano. Ho un ricordo bellissimo di questi rosari che venivano recitati da tutte le donne del paese in onore della Madonna. L’altarino veniva preparato in casa della Bice o della Bruna, la quale veniva da tutti chiamata zia Bruna. Sull’altarino veniva messa una immagine della Madonna con delle candele e tanti fiori, soprattutto rose ma anche bocche di leone, gerani. Nella stanza si diffondeva un profumo buonissimo di rose forte ed intenso che ancora percepisco nelle mie narici. In mezzo a questo profumo e all’odore delle candele che ardevano cominciava la “cantilena” del Rosario. I Pater Ave e Gloria venivano intramezzati da canti nei quali si distinguevano per la bella voce due o tre donne del gruppo, le quali consapevoli delle loro capacità canore, amavano mettersi in evidenza. Le altre donne seguivano le più brave a voce bassa. Fra le meno brave c’erano alcune vecchiette che si difendevano alla meglio, ma erano un po’ d’intralcio alla buona riuscita del canto. Raramente ai rosari partecipavano gli uomini, anche perché questi erano occupati se non in un lavoro fisso, almeno in lavoretti occasionali o nell’agricoltura, come i contadini.

Fig. 8 – La Bruna Lumini detta da tutti “Zia Bruna”

Appena cominciavano i Misteri Gloriosi, Gaudiosi, ecc, tutte le donne si mettevano in ginocchio con la corona in mano e con la testa china e le mani unite in preghiera rispondevano alle sequenze delle Ave Marie, sempre in latino. Anche l’Ave Maris Stella veniva cantata in latino. Mi ricordo degli “sfondoni” che allora venivano detti, anche perché nessuno conosceva il latino, tanto meno noi ragazzi, che conoscevamo appena l’italiano. Una volta finito il Rosario le donne si riunivano nella piazzetta, sul calar del sole, protette dall’ombra delle case e ciascuna di loro aveva un lavoretto da fare. Alcune facevano la calza, altre l’uncinetto, qualcuna rammendava i calzini o i pantaloni del marito o dei figli e tutte insieme facevano un gran brusìo, chiacchierando del più e del meno e alternando spesso i discorsi con fragorose risate. Noi bimbi stavano nella piazzetta a fare i giochi più vari, sempre sorvegliati dalle mamme che ci seguivano con la coda dell’occhio. Ogni tanto le mamme venivano disturbate da noi bambini perché capitava di calciare la palla su una delle loro teste, o perché noi ragazzi, quasi sempre affamati, chiedevamo il pane in continuazione. “Mamma ho fame, voglio fare merenda”, “Ma se l’hai fatta mezz’ora fa”, rispondeva la mamma. “Voglio un cantuccio di pane con i fagioli dentro”. La mamma paziente andava in cucina e vuotando della midolla un bel cantuccio di pane fresco gli versava dentro un bel “romaiolino” di fagioli conditi con sale o buon olio di oliva. “Attento a non versarlo” diceva la mamma. Altri tipi di merende erano pane e frittata, pane con l’olio, pane con vino e zucchero, pane e marmellata da accompagnare sempre con acqua fresca di sorgente che si andava a prendere con le mezzine di rame o con i fiaschi alla Fonte del Pruno in località Bicchi, a meno di un chilometro dalla piazzetta del paese.

LE PARTITE “CORNUTI CONTRO SEGAIOLI”

Come abbiamo visto il gioco del calcio era il passatempo preferito da noi ragazzi. Non c’era ora della giornata che non si approfittasse per dare qualche calcio a una palla o a un pallone. Eravamo talmente “fissati” di correre dietro a un pallone o a un qualcosa che avesse soltanto la forma rotonda che poteva essere una mela una arancia, una palla di stoffa, una palla da tennis perfino dei barattoli. Una volta ci capitò una cosa molto curiosa. Io e altri miei amici passammo una mattina accanto al cimiterino di campagna che si trova a Ferraglia. Seminascosta fra alcuni rifiuti ammucchiati accanto al muro del cimitero scorgemmo qualcosa che assomigliava ad una palla di gomma di colore grigio. “Prendiamola – disse uno di noi – che facciamo una partitella”. Un amico prelevò questa palla da questo monticello di immondizia e la lanciò per l’aria con l’idea di farla rimbalzare in terra. Ben presto però ci accorgemmo che la palla non rimbalzava affatto. “Non fa niente – disse uno di noi – giocheremo lo stesso”. Dopo alcuni tiri ci accorgemmo che la palla perdeva dei pezzetti. Nostro malgrado allora ci accorgemmo che la palla con cui giocavamo a pallone altro non era che la calotta superiore di un cranio umano, che il becchino, scavando una fossa, l’aveva gettata al di là del muro, insieme ad altre cose. Ce ne tornammo a casa tutti mortificati ma ormai non ci potevamo fare niente. Per giocare una partita a pallone nel paese era difficile che si raggiungesse il numero di 11 giocatori per squadra, anche perché gli orari fra noi amici non coincidevano troppo spesso.

Fig. 9 – Io, la mamma e la sorella Maria Grazia

C’era chi studiava nelle ore in cui noi oziavamo e c’era fra gli amici chi studiava sempre. Poi noi eravamo considerati dei “ragazzacci” e alcuni, con la puzza sotto il naso, non frequentavano la nostra compagnia. Le loro mamme dicevano: “Sono dei ragazzacci, non state con loro”. In effetti, noi eravamo un po’ dei “birboni” come si diceva allora. Andavamo nei campi a rubare l’uva, le pere, le mele, prendevamo a prestito senza l’autorizzazione la bici del lattaio, andavamo a suonare alle porte e poi scappavamo via e spesse volte litigavamo e facevamo a cazzotti. Ma una cosa in particolare: eravamo sempre a giro come dei nomadi. Ora si andava a giocare al campo sportivo di Vaglia e poi a fare il bagno alle Fontanine, ora si andava a fare due o tre bei tuffi alla Serrina del Termine, ora si andava a levare gli uccellini dai nidi ai Pozzi. Eravamo un trio ben affiatato: io, Bruno e Roberto, detto Piolino. Ciascuno di noi odiava la casa come il diavolo. Ci piaceva star fuori all’aria aperta, mangiare qualcosa che ci offrivano i contadini oppure qualcosa che fregavamo agli stessi come l’uva e la frutta, ci piaceva bere alle sorgenti dove l’acqua zampillava fresca e pulita, ci piaceva fare il bagno nei fiumi per rinfrescarci dalla calura estiva. Spesso camminavamo scalzi e il bitume delle strade, quando ci recavamo a Vaglia al campo sportivo, si attaccava sotto i nostri piedi, tanto era il calore dell’asfalto. Certo giocare a Vaglia nel campo sportivo anziché nella piazzetta di Fontebuona era tutta un’altra cosa. Vedere questo campo enorme e poterlo scorrazzare da cima a fondo era piacevolissimo. Quante sudate abbiamo fatto dietro a quel pallone. Dopo la partita ci aspettava un bel bagno alle Fontanine. Questa località è detta così perché nelle vicinanze si trovano due fontane, due sorgenti: le Fontanine appunto, proprio sulla strada, e la Fonte detta del Pastore, subito attraversato il fiume. Questa sorgente era per i vagliesi l’equivalente della Fonte del Pruno per i fontebuonesi. Proprio qui alle Fontanine dove il fiume fa una lunga ansa c’è un borro abbastanza profondo dove noi ragazzi trovavamo il refrigerio dopo le sudate del pallone. Però c’era un problema, i nostri genitori non volevano che facessimo il bagno nel fiume poiché dicevano che fosse pericoloso. Di conseguenza non potevamo portare le mutandine da bagno. Allora escogitavamo un espediente facevamo il bagno con le slip normali che portavamo sotto i pantaloni e finito il bagno le mettevamo ad asciugare su dei massi arroventati dal sole, e noi nel frattempo, per non farci scoprire in costume adamitico ci andavamo a nascondere nelle siepi vicine. Delle volte quando tornavamo a casa le mutandine erano ancora un po’ umide e allora la mamma se ne accorgeva e riferiva al babbo. Certe volte la supplicavo di non dirlo al babbo e le promettevo che non l’avrei fatto più, ma la tentazione di fare il bagno nel fiume era troppo grande e io regolarmente trasgredivo. Da questa passione per il pallone e per le squadre di calcio nascevano le prime nostre partite, i primi confronti diretti con le squadre dei paesi vicini. Io, come portiere, giocavo nelle squadre dei grandi, spesse volte contro il Vaglia, il Montorsoli, Bivigliano. Erano partite amichevoli, ma la foga che ci si metteva nel giocare era davvero tanta. Spesse volte capitava di avere dei calcioni negli stinchi, nei polpacci, insomma un po’ dappertutto. Io ci ho rimesso una volta la frattura di un braccio e un’altra volta la frattura della caviglia. Ma le partite più sentite e anche più buffe erano quelle che si giocavano fra la gente del paese fra cornuti e segaioli.

Fig. 10 – Io, portiere nel campo sportivo di Vaglia

I cornuti naturalmente erano gli sposati, mentre i segaioli erano i non sposati. In questo tipo di partite non c’erano limiti di età, difatti giocavano a volte anche persone di una certa età. Il tifo della gente era pressante e c’era molto umorismo, specialmente quando uno degli anziani invece di tirare in porta dava col piedone una zappata per terra. Allora il pubblico cominciava a suonare campanacci e a sbellicarsi dalle risate. Però delle volte le partite finivano con qualche scazzottata, specialmente nelle volte in cui l’arbitro faceva delle parzialità. Allora la rissa scoppiava poiché alcuni supponevano che una parte avesse comprato l’arbitro.

              LA BATTITURA DEL GRANO DA TAROLLE

A luglio, dopo che il grano era stato segato dai contadini con le falci, veniva ammucchiato nell’aia facendo una specie di catasta che assomigliava molto ad una casa. Questa della battitura del grano era una ricorrenza importante per i contadini di allora; essa rappresentava l’ambito traguardo di un anno di fatiche, iniziato nell’inverno con l’aratura fatta con i buoi, la sminuzzatura della terra con l’erpice, la raccolta dei sassi e infine la semina, fatta allora per di più con il metodo detto a “spaglio”, cioè spargendo il seme di grano con delle grosse manciate, che il contadino dispensava alla terra con un movimento rotatorio del braccio a 180 gradi. Purtroppo, con questo sistema, molta parte del seme veniva mangiato dagli uccelli che erano numerosissimi, una parte di esso cadeva sul terreno sassoso dove non produceva e poi ci si metteva di mezzo anche la stagione. Se nevicava e il manto nevoso copriva per giorni le piccole piantine di grano già spuntate il contadino era contento poiché diceva: “Sotto la neve pane”. Se, invece, abbondava la pioggia era facile intuire che non si avrebbe avuto un buon raccolto. E poi, una volta che il grano era cresciuto ed era imbiondito, c’era il pericolo dei temporali estivi e della grandine, che avrebbero potuto compromettere il raccolto. Il podere di Tarolle non era grande e, per lo più, ad esclusione di due o tre campi sul piano, era tutto balzi e buche. Però negli anni di buon raccolto Tarolle riusciva a fare i suoi 70-80 quintali che non era poco per quei posti. Va bene, bisogna tener conto che, essendo a mezzadria, il contadino avrebbe dovuto dare la metà del raccolto del grano al padrone, che controllava la battitura dall’inizio alla fine. Arrivato il grande giorno della battitura, la mattina, abbastanza presto, arrivava il trattore che trainava la pesante e voluminosa macchina per battere il grano, la trebbiatrice. Poiché il podere di Tarolle era situato un po’ in salita, il trattore faceva molta fatica a inerpicarsi su per quella stradina. Spesse volte si fermava e le ruote cominciavano a slittare. Allora i contadini buttavano dei sassi sotto le ruote per farle riprendere, certe volte anche delle fascine di piccoli legni. Ma tutto questo lavoro, a volte, risultava inutile. Allora al trattore venivano attaccati prima un paio di manzi di quelli robusti e se non bastava ne venivano attaccati quattro, e il trattore, piano piano, cominciava a muoversi e in breve tempo era sull’aia pronto per la battitura. Già i contadini addetti alla battitura erano arrivati da ogni dove, ma soprattutto dai poderi vicini tutti abbigliati con calzoni, una camicia e un bel fazzoletto rosso al collo per difendersi dalla polvere e dalla “pula” del grano. Le massaie cominciavano a distribuire l’acquerello, che è una sorta di vino, semi-annacquato, ideale per combattere la sete. Le stesse poi si recavano in cucina per preparare i paperi a sugo, come dettava la tradizione della battitura. Anche noi ragazzi che avevamo l’occasione di vedere uno spettacolo così avvincente vicino a casa nostra non volevamo perdere tale occasione. Benché i contadini fossero un po’ restii ad avere i ragazzi fra i piedi, data anche la pericolosità delle macchine e delle cinghie meccaniche che talvolta erano soggette a sganciarsi dalle ruote in cui erano fissate, noi cercavamo di fare di tutto per ingraziarci il padrone e i contadini, affiancando gli stessi, in lavoretti di minore importanza. Spesse volte, ma un po’ a malincuore, ci adibivano ad un attrezzo che serviva per preparare i fili di ferro per legare le presse. Questa specie di macchina consisteva in un cavalletto che aveva alle estremità, da una parte, una manovella che arrotolava il filo facendo un occhiellino, dall’altra vi era una specie di tenaglia, che allungava il filo e una specie di coltello che lo tagliava. Le presse talvolta erano centinaia, quindi dovevamo preparare molti di questi fili. Fare questo lavoro insieme a tutti gli altri contadini ci faceva sentire molto realizzati, e, per un momento, ci sembrava essere diventati uomini tutto ad un tratto ed essere assimilati in tutto e per tutto a quei contadini. La macchina faceva un rumore infernale e anche una polvere che non si vedeva ad una distanza di un metro. Allora ci si “parava” la bocca con un fazzoletto, come facevano i trebbiatori. Le fascine o i “manatelli” di grano venivano passati dal contadino che era sulla “barca”, così si chiamava la catasta del grano, che li prendeva con una specie di gancio e li passava ai battitori che erano sulla torretta della trebbiatrice. Questi si davano un bel daffare facendo ingoiare alla macchina il più rapidamente possibile le fascine di grano dorato, mentre il sole picchiava sulle loro teste. La macchina sembrava digerire velocemente la paglia e il grano, e mentre sbuffava, batteva, girava, vagliava, la paglia veniva da dietro vomitata ad un ritmo incessante. La paglia passava poi nella pressatrice e usciva fuori sotto forma di presse ben legate con il filo di ferro. Oltre alla paglia la trebbiatrice lasciava cadere nei sacchi dei bellissimi e biondi chicchi di grano. Ogni tanto il contadino e il padrone ne prendevano una manciata, la controllavano e dicevano: “Quest’anno abbiamo un buon raccolto”. Poi arrivava il momento più desiderato, lo scoccare del mezzogiorno con l’arrivo delle cuoche con i grossi tegami di papero a sugo e i fiaschi di vino, questa volta schietto. Noi ragazzi che avevamo fatto la nostra piccola parte di lavoro, in cuore nostro, ci aspettavamo che ci invitassero a pranzo per gustare quel papero delizioso che era stato preparato dalle esperte massaie. Qualche volta, quando il mangiare era abbondante, questa fortuna ci è toccata, altre volte siamo stati sfortunati e siamo ritornati alle nostre case a mangiare. Anche perché quando era l’ora di pranzo e noi eravamo fuori, nei paraggi, sentivi tutte le mamme chiamare a raccolta i loro ragazzi, allora non c’era il telefonino. E in quel momento sentivi urlare i nomi: Paolo, Bruno, Renzo, Roberto, venite a mangiare. Forse anche la mamma aveva preparato qualcosa di buono, ma il papero era un’altra cosa.

LE PROCESSIONI E LE INFIORATE CON I FIORI DI GINESTRA E PETALI DI ROSA PER LA STRADA DI FERRAGLIA

Se non mi sbaglio le occasioni per le quali si usciva in processione non erano molte, anzi rare, però queste erano molto ben preparate.

Fig. 11 – La chiesa di San Niccolò a Ferraglia

Una di queste mi sembra fosse il Corpus Domini e credo si svolgesse verso la metà del mese di giugno. La festa veniva preparata da tempo e per questo scopo venivano messi in azione i festaioli i quali si occupavano della preparazione della festa e anche di raccogliere i fondi necessari per organizzarla. La processione aveva luogo dalla chiesa di Ferraglia fino al paese e ritorno, il che voleva dire camminare circa tre chilometri. Noi ragazzi e ragazze eravamo incaricati di andare a raccogliere i fiori di ginestra, di rose e di altri fiori di campo. Ne riempivamo molti panieri e ceste di questi petali colorati di mille colori. Tutti questi fiori venivano messi lungo la via dove passava la processione creando dei disegni e delle scritte, come ad esempio Viva Maria, Viva Gesù, con vari disegni.

Fig. 12 – Case a Ferraglia

La strada, che allora era sterrata, veniva così abbellita e i fiori, specialmente quelli di ginestra e di rosa, emanavano un profumo delizioso. Le donne intanto alle case avevano preparato diversi altarini sulle finestre ed avevano esposto dei bei drappi ricamati e tanti fiori. Inoltre nella piazzetta veniva preparato un altare dove la processione avrebbe fatto sosta. Aprivano la processione i cosiddetti mazzieri, cioè due uomini che con una tunica bianca tenevano in mano una specie di bastone con una specie di cartagloria, forse una reminiscenza degli antichi alabardieri. Questi avevano il compito di aprire lo spazio fra le persone che aspettavano la processione ai lati della strada. Seguivano le Figlie di Maria, le quali avevano tutte degli abiti bianchi, con delle corone di fiori sulla testa. A queste facevano seguito i ragazzi che erano passati alla comunione. Seguiva poi il Crocifisso, forse il più pesante arredo della processione che consisteva in un grosso Crocifisso, coperto da una specie di baldacchino. Seguiva l’ombrellino. Era questo un ombrello con manico dorato fatto a foggia di ombrello ma ricoperto di tessuti pregiati. Di solito a questo compito veniva assegnato uno dei “notabili” del paese e, quasi sempre, il geometra Guidino. Egli aveva il compito di accompagnare il sacerdote che teneva il Santissimo, dal baldacchino fino all’entrata della chiesa. Non appena superata la soglia della chiesa l’ombrellino veniva chiuso. Dietro c’era lo stendardo che era una specie di telone fatto di stoffe pregiate e ricamate ed era sostenuto da sei o otto bastoni, una specie di tenda ambulante. Esso serviva per riparare tutti i preti che partecipavano alla processione, che, per l’occasione, potevano essere anche una diecina e più. Al centro stava il sacerdote che portava il Santissimo sotto un grande mantello ricamato. Seguiva la processione fatta di fedeli che partecipavano in gran numero. Sulle stradine tortuose di Ferraglia, in salita, chi era in ultima fila, poteva vedere l’intera processione, che era simile a un grosso serpentone che piano piano si allungava e si accorciava per le strade della montagna. Le persone, che erano ai lati e non partecipavano alla processione, all’arrivo del Santissimo si inchinavano e si facevano il segno della croce. I sacerdoti lungo tutto il percorso intonavano inni e lodi al Signore e alla Vergine Maria e dicevano preghiere. I fedeli rispondevano alle orazioni e ai canti. Ricordo il gran caldo che ci attanagliava specialmente nella via del ritorno alla chiesa di Ferraglia. I sacerdoti, che erano vestiti con quegli abiti pesantissimi da cerimonia, tiravano in continuazione fuori, da sotto la tonaca, dei fazzolettoni bianchi e con quelli si asciugavano in continuazione il sudore. I sacrestani, anche loro, con una tunichetta bianca affiancavano i sacerdoti con i turiboli per l’incenso che agitavano spesso per non farli spengere. Nella piazzetta di Fontebuona il corteo si fermava, il sacerdote esponeva il Santissimo sull’altare e metteva un po’ d’incenso nel turibolo e con quello incensava l’altare. Poi diceva alcune orazioni seguito da alcuni inni e ripartiva alla volta della chiesa. Arrivati alla chiesa, in cima alla collina, mi ricordo, che tutti eravamo stanchi e accaldati da morire e non si vedeva l’ora di entrare nella chiesa per trovare un po’ di fresco e per mettersi un po’ a sedere nelle panche. Le campane suonavano a festa e i sacerdoti intonavano il Te Deum e altri canti in gregoriano. Finita la cerimonia si usciva sul sagrato della chiesa e i festaioli provvedevano a dar da bere alla gente, a dar da mangiare, che consisteva in pane e affettati e dolcetti vari. Poi tornavamo alle nostre case e, per fortuna, questa volta la strada era in discesa.

GLI SCOPPI CON IL CARBURO E I BARATTOLI

La luce elettrica nel paese era ormai una cosa acquisita da tempo, anche se le interruzioni di erogazione dovuti ai guasti erano piuttosto frequenti. Per questo in ogni famiglia tenevamo a disposizione per ogni eventualità delle candele o dei lumi a petrolio o a carburo (acetilene). Nelle case, poi, dove esisteva la luce elettrica non erano infrequenti gli ambienti dove questa ancora non c’era come, per esempio, le cantine, i ripostigli, i magazzini ecc. E poi, anche se il paese era fornito di corrente elettrica, esistevano tuttavia ancora delle case coloniche, nelle vicinanze, alle quali non era stata portata l’energia, poiché dicevano che erano troppo lontane dalla linea principale e sarebbero occorsi molti soldi per la realizzazione degli impianti. A noi i “moccoli” per non restare al buio, specialmente nelle fredde serate invernali interessate dai black out, ce li forniva il nostro zio prete, che era il parroco di Ferraglia. Questo perché negli altari delle chiese esistevano vari candelieri, e quando le candele si consumavano ed arrivavano a una certa misura non erano più utilizzabili. Quindi mio zio ce ne portava, ogni tanto, qualche fagotto. Dove non esistevano le candele, poiché, allora venivano fatte di cera d’api ed erano piuttosto costose, le persone usavano il lume ad acetilene o carburo oppure il lumino ad olio o petrolio. Le luce elettrica sulle strade era veramente irrisoria. Due o tre piccoli lampioni che diffondevano una luce fioca, fioca si trovavano all’inizio, al centro e sopra il paese in località Cecioni. Il negozio di alimentari, era un po’ il negozio tutto fare, in quanto aveva anche un distributore per la benzina, trattoria e vendeva anche generi che normalmente vende una mesticheria. Fra questi c’erano il petrolio per i lumi e il carburo per le lampade ad acetilene. Qualcuno di noi aveva scoperto che questo gas, l’acetilene, prodotto dal carburo al contatto con l’acqua, aveva un effetto detonante a contatto con una scintilla o con una fiamma e questo era stato sufficiente per dar vita a questo gioco, un po’ pericoloso, dei botti con i barattoli. Si facevano delle buchette rotonde nella terra umida dei prati, della profondità di circa 10 cm. e del diametro uguale al diametro del barattolo. Allo stesso si era praticato con un chiodo un buchino nella parte superiore, proprio al centro. Si metteva un pezzetto di carburo nella buchetta e con una bottiglia d’acqua che ci eravamo portati da casa, si versava un po’ di liquido sul carburo. Si metteva il barattolo dentro la buchetta e con un dito si tappava il buchetto praticato sul barattolo. Si aspettava che all’interno del barattolo si fosse formato il gas detonante, poi con un fiammifero messo su una canna, lo avvicinavamo al barattolo e questo: “Bummm”, saltava per aria come una bomba raggiungendo l’altezza di 10-20 metri. Altri scoppi, di altro genere, si facevano con il potassio. Bastava mettere una pasticchina di potassio sotto una lastruccina di pietra e poi questa metterla sotto il tallone del piede sinistro. Con l’altro piede si dava un bel calcione e la pasticca di potassio sfregando sul terreno faceva un enorme botto, tanto potente da spaccare in due la piccola pietra e talvolta anche le scarpe (per fortuna il babbo era calzolaio).

LA PESCA NEL TORRENTE: L’ASSORDA

Il torrente, dopo la piazza, era il luogo di maggior frequentazione. Certo l’acqua non era inquinata come quella dei torrenti di oggi. Alla serrina di Vigna Vecchia e sopra di essa si trovavano granchi e gamberi. Era relativamente facile la pesca dei gamberi. Noi sapevamo che essi vivevano in un certo tipo di terra che noi chiamavamo terra “bottaia”, ma non so il significato di questo nome. In realtà si trattava di una specie di argilla nella quale i gamberi amavano fare la loro casa. Generalmente sopra la loro casa c’era un sasso dalle dimensioni più o meno grosse. Bastava alzare il sasso e quando si vedeva il gambero bisognava stare attenti perché questo non partiva in avanti ma all’indietro. I gamberi erano molto buoni anche se sapevano un po’ di quella terra in cui abitavano. Poi c’erano anche i granchi, ma quelli a differenza dei gamberi avevano le chele con le quali sapevano difendersi molto bene. Oltre a queste specie sotto i massi si trovavano le anguille. Allora i metodi per pescare questi pesci, che assomigliano più a delle serpi, erano molto rudimentali. Appena individuata la tana dell’anguilla sotto un masso (e generalmente l’anguilla stava sotto grandi sassi) si metteva una mano dentro la tana e si porgeva il dito indice all’anguilla.

Fig. 13 – Il torrente Carza a Fontebuona

Questa specie di pesce serpentiforme, che mangerebbe tutto quello che trova, si attacca con la bocca al dito e quindi, se l’anguilla non era enorme, era facile tirarla fuori. Io per la verità ho provato poche volte, ma una volta che ci provai tirai fuori una serpe acquaiola. Meno male che queste serpi non sono velenose! Oltre a queste specie e ai ranocchi c’erano allora i pesci: delle belle lasche, dei ghiozzi e qualche barbo. I barbi vivevano fra le “vetici” che sono quelle piante acquatiche che abbondano lungo i fiumi. Le lasche e i ghiozzi invece, quando non nuotavano libere nell’acqua, amavano stare sotto le pietre del fiume. Il nostro metodo di pescare era l’assorda. Era un metodo molto semplice e anche un po’ cattivello se si vuole. Si portava con noi da casa un grosso martello o una mazza di ferro e quando vedevamo una lasca andare sotto un sasso con il martello sferravamo una bella martellata e a causa di questa le lasche molte volte venivano su a pancia all’aria. I ghiozzi, invece, che forse erano i pesci più buoni da mangiare si pescavano con una forchetta. Essi stavano sotto piccoli sassi e appena alzavamo il sasso questi se ne stavano tutti rannicchiati, allora noi li infilavamo con la forchetta. Questi pesci erano però brutti avevano una grossa testa e una boccona enorme. Tant’è vero che questo nome veniva dato a quello persone con la testa grossa. C’erano poi tante rane, ma non mi risulta che in questo paese le mangiassero. Era possibile nel fiume vedere tutto il ciclo riproduttivo di questo anfibio. In primavera le uova che restavano attaccate a dei sassi o a degli stecchi, poi nascevano i girini, che noi volgarmente chiamavamo “padelle”. C’erano molti girini nel nostro fiume. Questi poi, se riescono a sopravvivere, cominciavano a mettere le prime zampette, conservando la coda. Infine diventavano ranocchi. La sera da casa nostra si sentiva quel continuo “cra cra” nel fiume. Un altro metodo per pescare era quello del “gorellino”. Con questa tecnica noi incanalavamo il fiume con dei sassi, fino a farlo diventare stretto stretto e alla fine del quale mettevamo un retino. I pesci ignari di questo trabocchetto si facevano trasportare dalla corrente e poi finivano nel retino e dal retino dentro la padella. Le lasche e i barbi erano pesci buoni ma un po’ liscosi. Sul filo dell’acqua poi camminavano quasi per incanto degli strani animaletti a 4 zampe, una sorta di grosse zanzare, ma non erano zanzare, che noi chiamavamo “le guardie”. L’acqua del fiume allora era limpida e pura e non di rado noi la bevevamo, nei momenti più caldi, quando la sete si faceva soffocante. Oggi non consiglierei nessuno di bere l’acqua di quel torrente.

GLI ORTI CONCIMATI A BOTTINO

Gli orti di una volta venivano concimati a humus, vale a dire, sterco di vacca e paglie e bottino vero e proprio. Gli orti di Fontebuona erano situati per lo più lungo il torrente Carza, dove era facile approvvigionarsi di acqua per annaffiare le verdure. Nell’orto mio padre aveva un po’ di tutto a cominciare da una piccola vigna, un assortito frutteto e nella parte coltivata ad orto si trovavano tutti gli ortaggi: patate, zucche, insalata, cetrioli, fagiolini, pomodori. Io avevo il compito giornaliero di tirar su dal fiume con un secchio tutta l’acqua necessaria per riempire un paio di bidoni di quelli grossi. Questo, oltre a studiare, era l’unico compito che avevo durante la giornata. Mio padre, tornava dal lavoro stanco, però l’orto per lui era un divertimento, un piacevole passatempo. Dalle 18,30 alle 20 ora in cui si cenava, mio padre lo vedevi nell’orto intento a curare le sue piantine, ad annaffiarle, a zappettarle, a dar loro il verde rame per preservarle dai parassiti. Nell’orto c’era inoltre un capannotto che serviva per gli animali domestici: polli, conigli e qualche volta anche il maiale. Per i piccioni, invece, mio padre aveva una piccionaia, sistemata in alto in vecchio magazzino. La domenica o quando c’erano degli invitati, mio padre saliva in piccionaia, tirava velocemente il collo a un paio di piccioni e li dava a mia madre per pelare e cucinare. La domenica mio padre tirava il collo a un pollo o ammazzava un coniglio. Quante volte ho visto tirare il collo a un pollo oppure uccidere un coniglio con un pugno sulla testa, eppure non mi faceva nessuna impressione. Alcune volte ho visto anche uccidere il maiale. Mi ricordo perfettamente come facevano, gli davano un po’ di granoturco da mangiare e il norcino, che era stato chiamato apposta per lavorare il maiale, gli puntava una pistola a spillo sulla testa e questo cadeva giù morto. Subito dopo veniva tolto il sangue e con quello si facevano i migliaccini. Dopo aver pulito e ripulito le budella della bestia, veniva lavorata la carne con sale e pepe, e questa veniva introdotta in queste interiora per formare salami, salsicce, ecc. Veniva inoltre preparata la pancetta e i prosciutti che venivano messi a stagionare in un magazzino o nella cantina. La vescica del maiale veniva riempita di lardo, che altro non era che il grasso liquefatto, e questo serviva durante tutto l’anno per friggere, per fare i soffritti. Esso veniva prelevato da questa sacca con un cucchiaio o altro arnese. Il lardo era molto importante poiché a quell’epoca l’olio di oliva non si conosceva affatto.

ALVIERO E LA TELEVISIONE A CAZZOTTI E A STAGNOLA

Con l’avvento della televisione in Italia cominciarono le prime trasmissioni in bianco nero e la cosa fece molto scalpore. A Fontebuona, essendo situata nella valle del Carza, o in buca, come dicevamo noi, le onde televisive arrivavano male o non arrivavano affatto. Avere un televisore personale o familiare a quei tempi era impossibile, era un lusso che tutti non si potevano permettere, anche perché il canone era costoso. Non mi sembra che in paese qualcuno avesse un televisore personale. Allora la televisione marciava a canale unico, poi sono venuti il secondo e il terzo nazionale. La trasmissione più in voga era Lascia o Raddoppia condotta dal famoso Mike Buongiorno, un italo-americano che aveva fatto la fortuna tornando in Italia. Alviero, proprietario del bar, decise di mettere la televisione anche per richiamare più gente ed incrementare le vendite. Alviero era una persona buona e sempre gentile, ma se però gli prendevano i cinque minuti….L’impianto della televisione fu sistemato in questo modo: l’apparecchio fu messo in una stanza in alto su una mensola, di modo che tutti potessero vedere bene e all’interno della stanza c’erano tutte le sedie come in una sala cinematografica. Il problema fu come e dove mettere l’antenna, visto che in quel punto le onde televisive non arrivavano. Fu deciso di piantare un lungo palo con sopra l’antenna sulla collina nelle adiacenze del bar e questa fu collegata al televisore del bar per mezzo di un lungo cavo elettrico, chiamato piattina. L’impianto non era di quelli fissi, ma come si dice, un po’ volante, di conseguenza quando c’era un minimo di vento la piattina svolazzava in qua e là e condizionava con questo suo movimento la ricezione del televisore. Poteva capitare che si vedesse bene per cinque minuti, poi l’immagine cominciava a andare in su e giù e gli spettatori che si erano accomodati al bar per vedere lo spettacolo, avendo ordinato tanto di consumazione, cominciavano a spazientirsi. Allora qualcuno chiamava al alta voce: “Alviero, la televisione non funziona”. Non so chi glielo avesse detto ma Alviero aveva escogitato un mezzo per far tornare l’immagine, vale a dire, vicino al televisore, aveva arrotolato un pezzo di stagnola intorno al filo che, nei casi di disturbo delle onde, Alviero strusciava avanti e indietro e non so per quale magia il televisore tornava a funzionare con grande sollievo degli spettatori. Ma purtroppo questo inconveniente durante la sera succedeva molte volte e dopo tre o quattro volte che Alviero era dovuto intervenire cominciava a innervosirsi. Ma anche i paesani che avevano “consumato” liquorini, bibite, tè e camomille varie cominciavano a innervosirsi, poiché perdevano il più bello dello spettacolo. Era a questo punto che Alviero perdeva la pazienza. A un’ulteriore chiamata lasciava il banco del bar e veniva tutto stizzito nella sala della televisione, la guardava di sotto in su, agitava due o tre volte la stagnola e poi dopo una serie di “moccoli” sferrava alla televisione tre o quattro bei cazzotti dati con forza. A quel punto, spesso, il televisore ricominciava a funzionare bene senza dare ulteriori fastidi. Il pubblico di queste serate televisive era molto vario. C’erano i frequentatori abituali del bar, quelli che non uscivano mai di casa, quelli seriosi che non davano confidenza a nessuno, e c’erano quelli, come noi ragazzi che spesso andavamo lì per fare un po’ di confusione e far arrabbiare coloro che non volevano perdere neppure una parola dello spettacolo. Quando, nella trasmissione di Lascia o Raddoppia, i concorrenti entravano nella cabina per le domande finali, quello era per noi ragazzi il momento cruciale, oltre che per gli spettatori. Mi ricordo ci mettevamo di posto dietro a una donna, tutta di un pezzo, soprannominata la Sghia, che era più una “carabiniera” che una rappresentante del gentil sesso, e sul più bello gli cominciavamo a tirare dei botti o dei petardi sotto la sedia. Mi ricordo che questa povera donna faceva dei sobbalzi di mezzo metro e poi ci digrignava i denti come un mastino. Poi lo andava a dire ai nostri genitori, i quali poveretti si dovevano sorbire tutte queste lamentele per causa nostra. Poi c’erano altri personaggi buffi. Il Gallione, un muratore simpatico, che veniva quasi apposta per vedere le belle annunciatrici della televisione, e ogni tanto, quando apparivano queste belle signorine, il Gallione sussurrava a Tizio o a Caio: “La guarda te”. Un altro contadino, molto caratteristico, non si metteva mai a sedere, per non pagare la consumazione e stava in piedi da una parte tutto ripiegato con le braccia che gli ciondolavano come degli orologi a pendolo. Ma anche il lattaio, così grasso, era uno dei nostri bersagli preferiti. Esigeva il silenzio, e noi che mangiavamo delle noccioline americane ci divertivamo a schiacciarle pesticciando sotto la sua sedia facendo un rumore insopportabile.

LE RICOTTINE FRESCHE DI STARNIANO

Mio babbo, padre di una famiglia abbastanza numerosa per quei tempi avendo quattro figli si doveva dare molto da fare per camparli tutti. Era venuto via giovanissimo lasciando una arcaica famiglia di contadini, coltivatori diretti ed era stato messo in un collegio di salesiani a Firenze per studiare e per imparare un mestiere. Allora i mestieri che i salesiani insegnavano ai ragazzi erano pochi e mio padre optò per imparare il mestiere di ciabattino. Era quello un mestiere da non sottovalutare poiché a quei tempi solo i signori si recavano nei rari negozi di calzature a comprarsi le scarpe. Tutti gli altri invece le scarpe se le facevano fare dai ciabattini. Questo succedeva in modo particolare nelle campagne. Mio padre aveva imparato a fare anche calzature di un certo livello. Possedeva per svolgere il suoi lavoro una serie di attrezzi e arnesi che teneva su una specie di tavolino che si chiamava “bischetto”. Aveva anche tutta una serie di forme di legno, che servivano per modellare le scarpe. Era gelosissimo dei suoi arnesi e non voleva che nessuno andasse a toccarli. Ma in paese i signori erano rari come le mosche cavalline e quindi era raro che gli capitasse qualcuno che gli ordinasse delle scarpe di un certo valore. Quindi si doveva accontentare di fare quelle scarpe e scarponi che si usavano nelle campagne, basse o alte a seconda della stagione. Mi ricordo quegli scarponi in vacchetta che erano fatti con pelle durissima, questo perché le scarpe dovevano durare il più possibile. Però allora tutto era in cuoio, non esistevano materiali sintetici. Sotto le suole di cuoio venivano messi i chiodi. Questi avevano la funzione, oltre ché non scivolare sul ghiaccio e sulla neve, anche quella di preservare la suola e farla durare di più. I clienti più assidui di mio padre erano i contadini, allora ce n’erano molti nelle campagne.

Fig. 14 – F. Borolli – Ciabattino (Collezione privata)

Mio padre quando si recava da loro si tratteneva due tre o più giorni, mangiava e dormiva da loro. Il più delle volte questi contadini non pagavano in moneta ma in natura. A fine lavoro mio padre veniva via con sacchetti di grano o granoturco e altri prodotti della terra e anche formaggi e ricotte. I contadini gli facevano fare delle scarpe nuove, risolare quelle vecchie e zoccoli con la suola in legno per il lavoro dei campi. Spesso si recava a Starniano da dei contadini. Questo posto si trova alle falde del Monte Morello. Per arrivarci si passava dalla Chiesa di San Michele e poi, seguendo una strada molto solitaria, si arrivava da questi contadini. Mi ricordo che questi avevano una casa colonica molto grande, poiché la famiglia era molto numerosa. La padrona, la moglie del capoccia, mi ricordo, era una donna molto dolce e molto gentile. Nella loro cucina avevano un grande tavolone e sopra un bel lume a petrolio che per quei tempi era moderno. Io ero sempre desideroso di andare col babbo mi piaceva stare con lui e visitare gente nuova e posti nuovi. Ero un girellone come si dice da queste parti. Mio padre per accontentarmi acconsentiva di andarlo a trovare con la scusa di andare a prendere la ricotta fresca. Per andare a Starniano il cammino è piuttosto lungo e faticoso. Quando siamo a San Michele alle Macchie che è l’altra chiesetta di Fontebuona, siamo forse a metà strada. Il tratto di strada da San Michele a Starniano era molto solitario, dico era perché adesso in quella zona hanno costruito molte villette ma allora quel tratto di strada lo facevo tutto di corsa. Quando arrivavo a Starniano la buona contadina mi accoglieva con un bel sorriso ed era felice, lei che viveva in una zona così solitaria, di vedere qualcuno. Dopo avermi rifocillato con un bel pezzo di pane e cacio la contadina andava a prendere due o tre foglie di farfaro. Il farfaro è una pianta che fa delle grosse foglie e vive ai bordi dei torrenti o dei laghetti in zone molto umide. Andava in cucina e da un grosso pentolone tirava su con un colino dei bei pezzi di ricotta ancora caldi e poi li pressava in una forma apposita che aveva dei buchi per far scolare il siero. Quando la ricotta aveva preso una bella forma rotondeggiante la contadina la metteva in queste foglie di farfaro che aveva unito insieme con un rametto di salcio. Così la ricotta, in queste foglie umide, si manteneva fresca fresca anche sotto il sole e quando arrivavo a casa mia mamma me ne metteva un bel pezzo sul pane. Mi ricordo ancora vagamente il profumo e la delizia di questa ricotta consumata fresca.
L’UOMO LUPO E IL REGOLO

Quando ero ragazzetto nei racconti della gente del paese aleggiavano ancora tante leggende, retaggio di un periodo buio e ancestrale della storia dell’umanità. La notte di un tempo, prima dell’avvento della luce elettrica, era buia, le strade erano deserte e le leggende abbondavano e si tramandavano di bocca in bocca, sempre aggiungendo, con la fantasia, particolari nuovi. Anche le fiabe che ci raccontavano da bambini e quelle che leggevamo sui banchi della scuola giocavano la loro parte. I boschi allora erano popolati di gnomi e gli alberi stessi con i loro tronchi e i loro rami contorti, pareva avessero una vita simile alla nostra. Si muovevano, emettevano dei suoni sinistri, i nodi dei tronchi sembravano simili a delle facce umane. Dentro i tronchi poi, vivevano ogni sorta di elfi e divinità del bosco. Il racconto di Cappuccetto Rosso mi veniva più volte alla mente quando andavo a Starniano e dovevo attraversare il bosco per andare a prendere la ricotta. Le donnette anziane su questi argomenti sembravano fossero quelle che avessero più fantasia di tutti. Non era infrequente il caso in cui si affermasse che in una data casa “si vedesse” o si “sentisse”. Certamente erano gli spiriti delle persone morte che erano vissute in quella determinata casa e tornavano con una certa frequenza a farle visita. Mi ricordo di un fatto che si raccontava a proposito di una casa che si trovava sulla salita del Miglio. Persone avrebbero giurato e spergiurato di aver visto qualcosa di strano muovere dietro le finestre di quella casa, illuminate da una torcia, qualcosa simile a un fantasma di una persona con la faccia tutta sbiancata, quasi trasparente. A questo proposito si narra anche un aneddoto un po’ raccapricciante. Una volta uno transitava per la strada del Miglio che va a Pratolino, con una delle prime macchine, quando vide uscire dalla porta di questa casa una strana persona, un uomo stranamente vestito con abiti di altra epoca e con un cappello sulla testa. Al sopraggiungere della macchina, l’uomo chiuse la porta di casa e fece segno alla macchina come di uno che volesse chiedere un passaggio. L’autista, persona gentile, si fermò e lo fece salire. Dopo pochi chilometri l’uomo chiese di scendere proprio nel folto del bosco fra Pratolino e Fontesecca, però dimenticò sulla macchina il suo cappello. Il signore, ripassando un giorno da quelle parti, con l’intenzione di restituire il cappello al proprietario si sentì dire da alcuni paesani che in quella casa non abitava assolutamente nessuno ed era disabitata da diversi anni. Ma non solo i fantasmi riempivano le storie paesane.

Fig. 15 – Il Miglio da Pratolino a Fontebuona

Io ho sentito narrare da una persona e anche abbastanza giovane che costui aveva visto il regolo. Che cosa fosse poi in realtà questo regolo non ci è dato a sapere. Questo, secondo la descrizione minuziosa di quest’uomo, era un incrocio di più animali, un rettile, una specie di serpente con le ali e con il becco di un rapace, che quando apriva la bocca emetteva del fuoco, proprio come i draghi. Proprio così, un rettile pericoloso che emetteva sibili mostruosi e che se lo guardavi negli occhi questo strano animale ti ipnotizzava e restavi come paralizzato. Un altro essere mostruoso che si doveva temere era l’uomo lupo. Quest’uomo inselvatichito era tutto coperto di peli e quando c’era la luna piena emetteva degli ululati, proprio come fanno i lupi. Si narrava che questo fosse stato un bambino abbandonato dalla madre e allevato dai lupi. Certo è che queste storie, anche se non vere facevano accapponare la pelle a noi ragazzi, specialmente quando andavamo nei boschi o nelle campagne abbandonate.

I CARRETTI CON I CUSCINETTI

Quando eravamo ragazzi, le macchine che transitavano sulla strada bolognese erano rare come le mosche cavalline. Erano le prime auto costruite nel dopoguerra: la Topolino, le Lancia, le prime 1100 Fiat, ecc. C’erano invece diversi mezzi da lavoro, camioncini e camion pesanti. Inoltre c’erano molte motociclette fra queste molte Guzzi che si riconoscevano da lontano con il loro caratteristico “Pop pop pop”, il loro motore era inconfondibile. Era una bella moto con un caratteristico volano rosso cromato e con le caratteristiche marce a mano. I modelli seguenti poi uscirono con il cambio a pedale. C’erano anche moltissime Vespe, Lambrette, MV Agusta, Gilera. Noi ragazzi che amavamo emulare i grandi sognavamo nel nostro piccolo di possedere un nostro mezzo, magari rudimentale, e perché no, costruito con le nostre mani. Si sa la fantasia dei ragazzi non ha confine.

Fig. 16 – Io, a Ferraglia, sulla moto del cugino Gano

Per questo andavamo sempre dal meccanico del paese che aveva la bottega proprio davanti alla Delia, antica trattoria, e ci piaceva vedere come erano fatti i motori delle motociclette. Stavamo attenti quando il meccanico sostituiva i cuscinetti del motore e se questi fossero stati proprio inutilizzabili il meccanico ce li avrebbe regalati per farne dei carretti. La passione di avere un motorino o una macchina era per noi proprio un fatto maniacale, e poiché esso era un sogno impossibile ci fabbricavamo con il legno una specie di manubrio da bicicletta sul quale disegnavamo gli strumenti, un contachilometri e alle estremità mettevamo due manopole vecchie di motorino che periodicamente il meccanico ci regalava. Poi partivamo, a corsa, naturalmente e con la bocca facevamo il caratteristico “brum brum” dei motori. Poi ci piegavamo a destra e a sinistra, imitando i motori che girano in curva, e, inoltre, imitavamo con la voce anche le loro cambiate e “sgassate”. La via di Sotto l’Arco era la strada scelta da noi per i nostri giochi. Io ero uno dei più appassionati di queste cose ed ero sempre in corsa con questo manubrio che, secondo la mia immaginazione, avrebbe dovuto rappresentare una Lambretta. Siccome nel paese tutti avevano un soprannome, grandi e piccini, e non riuscendo ad appiopparmene uno idoneo, alla fine riuscirono a trovarlo, uno un po’ lungo: “Pordone su Lambretta di Leopordo”, dove Pordone sarei stato io per la mia costituzione un po’ alta e Leopordo mio padre. A questi fantasiosi manubri sostituimmo presto i carretti con le ruote di legno prima e poi con i cuscinetti. I primi prototipi che uscirono dalla nostra fantasia furono i carretti a due ruote di legno, il cosiddetto monopattino. Non era difficile farlo. Occorreva un paio di belle assicelle; una di questa sarebbe servita da base e l’altra da forcella. L’unica cosa difficile da realizzare erano le ruote di legno poiché queste andavano fatte da un tronco ben rotondo e stagionato. Poi al centro venivano bucate con un ferro rovente. Un lavoro più da grandi che da ragazzi come noi. Quando invece cominciammo ad avere a disposizione i cuscinetti la cosa si fece più semplice. Noi possedevamo vicino casa un magazzino piuttosto ampio e questo era diventato l’officina di tutti quelli che volevano costruire carretti. Ben presto dal monopattino passammo al carretto a 4 ruote, solo che questo aveva una difficoltà rispetto al carretto a due ruote. Su quest’ultimo si posava un piede sul pianale e con l’altra gamba libera ci si dava l’anda (spinta) per spingerlo, mentre il carretto a quattro ruote, anche se presentava il vantaggio di poter stare seduti e guidarlo come un automobile, aveva lo svantaggio che non ci potevamo spingere da soli. Per cui avevamo bisogno che un ragazzo o un adulto ci spingesse, cosa che era alquanto difficile da trovare. L’unica possibilità era allora sfruttare la discesa e in vantaggio avevamo anche il brivido della velocità. Ma i cuscinetti meccanici odiano la terra, in quanto, questa andava a incastrarsi fra le sfere, dovevamo quindi trovare una bella discesa, però nella strada asfaltata. Per questo sceglievamo di portare il carretto fino a metà della salita del Miglio e dalla cima, frenando alla meglio con i piedi, arrivare fino alla fine della discesa senza subire forti traumi od escoriazioni. Il più delle volte a metà discesa, a causa alle forti vibrazioni, si sfilava un cuscinetto, oppure si rompeva la “sala” che teneva i cuscinetti e noi con tre o quattro ruzzoloni ce la cavavamo. Però questo era molto pericoloso poiché c’era il rischio concreto di rimanere sotto una macchina e finire così molto presto la nostra carriera di piloti di carretto. Per fare il carretto a 4 ruote si inchiodavano tre assi a formare un triangolo. La parte posteriore, con delle assi inchiodate di traverso, serviva da seggiolino. Poi su due legni fissavamo i cuscinetti. Quello della parte posteriore restava fisso, come nelle automobili. La parte anteriore invece, fissata con un “pernio”, rimaneva mobile e con una cordicella attaccata sui due lati ci permetteva di sterzare a nostro piacimento. Io avevo anche una bella terrazza e su questa disegnavo col gesso una bella pista piena di curve e nelle giornate in cui ero costretto a restare in casa mi divertivo su queste curve “virtuali” a imitare i campioni che vedevo passare durante le famose Mille Miglia.

AMEDEO E LA BICICLETTA RINFORZATA

In paese c’era un personaggio caratteristico che faceva il lattaio di professione. Poiché Fontebuona era un paese piuttosto piccolo il nostro lattaio svolgeva la sua professione anche nel vicino paese di Pratolino. Il suo nome era Amedeo. Da ragazzotto con i pantaloncini corti e due gambe muscolose da vero tracagnotto egli si era ritrovato nella maturità, forse a causa di una malattia, a diventare un omone grande e grosso. Ma quando dico grosso intendo dire veramente grosso. Senza esagerare aveva due cosce del diametro di mezzo metro l’una e quando camminava assomigliava più a un elefante che un essere umano. Per spostarsi, allora, per le persone non facoltose, c’era un solo mezzo: la bicicletta. Ma Amedeo doveva sempre portare con sé anche un paio di stagne di latte che i contadini del posto giornalmente gli portavano per la vendita al dettaglio. Si era fatto fare una bicicletta rinforzata appositamente per la sua taglia con i tubi e le ruote più grosse del normale. Quando si trattava di scendere giù da Pratolino per venire a Fontebuona, tutto andava bene. Metteva le stagne, una di qua e una di là, appese per i manici, alla canna della propria bicicletta e in discesa…tutti i Santi aiutano. Il problema, invece, si presentava quando da Fontebuona doveva salire, sempre con due stagne, a Pratolino. Con la sua stazza sarebbe si e no arrivato alla casa del Lello, situata nella pianura, prima che inizi la salita vera del Miglio. Allora aveva escogitato un espediente ingegnoso. Partiva da Fontebuona, poco prima che transitasse il camioncino dell’ortolano Tibet che andava verso Firenze. Arrivato sulla prima salita i camioncini di una volta, per cambiare marcia, quasi si fermavano e allora era in quel punto che Amedeo si agganciava al retro del camioncino e si faceva trainare fino a Pratolino. D’altronde allora il traino era quasi una consuetudine. Poiché c’era moltissima gente che anche dal Mugello si spostava con la bicicletta e siccome la salita del Miglio era molto dura, perfino per i corridori di bicicletta, era allora di moda farsi trainare da uno dei mezzi di trasporto che in salita riducevano di molto la velocità. Qualche volta i proprietari dei mezzi acconsentivano e non dicevano niente, altre volte invece urlavano improperi a coloro che si facevano trainare, qualche volta anche minacciandoli. Ma i ciclisti facevano orecchie da mercante e una volta attaccati al traino vi rimanevano, anche perché erano sicuri che l’autista non si sarebbe fermato in quel punto in salita, essendovi il rischio per il mezzo di non ripartire. Amedeo, una volta finito il lavoro, come tutti i paesani, andava al bar dove si parlava del più e del meno, si giocava a carte e inoltre, in tempi più recenti, il proprietario del bar aveva acquistato un bel biliardo. Amedeo avrebbe giocato volentieri al biliardo se la sua costituzione glielo avesse consentito, ma per giocare “a stecca” bisognava fare delle belle flessioni e sporgersi molto in avanti. Questo non gli sarebbe stato possibile. Allora quando c’erano due giocatori che facevano la partitina di biliardo, egli, quasi per compensare questa sua impossibilità fisica, intendeva fare il saputello e diceva: “Picchia qui Pacchianino” e con il dito dentro le sponde indicava il punto dove picchiare. Fra i giocatori una volta c’era un certo Pacchianino, chiamato così di soprannome, al quale piaceva fare i dispetti un po’ a tutte le persone, e era pure sua abitudine appioppare i soprannomi a tutte le persone del paese. Una volta giocando con un altro paesano, aveva seguito per due o tre volte i consigli di Amedeo. Alla terza o alla quarta volta che Amedeo diceva “Picchia qui Pacchianino”, mettendo come al solito il dito dentro la sponda del biliardo. Pacchianino sferrò un colpo con tutta la forza che andò a battere contro il dito del suggeritore facendogli un ditone grosso e nero. Una bella lezione che il nostro Amedeo si ricordò per molto tempo in avvenire.

I DETTI E I MODI DI DIRE

Molti erano i detti e i modi di dire, e ciascuna persona del paese li aveva ereditati dai nonni, dai bisnonni, oppure, se non erano originari del paese, dall’ambiente in cui provenivano. Il più delle volte i detti riguardavano i contadini, i quali, spesso e volentieri, venivano un po’ derisi per il loro modo di parlare e storpiare le parole. Bisogna dire che istruzione ne avevano avuta poca, molti non sapevano né leggere né scrivere e quando dovevano firmare un documento apponevano una croce. Quindi parole come cuttello, treciolo, capomilla erano all’ordine del giorno. Molti contadini per chiedere l’ora dicevano: “Cor’ella?”. Culizione stava per colazione, scaizzo per scalzo, tera, guera, buro queste parole erano di normale amministrazione. S’aire per si deve andare, gli è ito per è andato, gnamo per andiamo, ruzzo per allegria, le cheche per tristezza, ecc. ecc. Poi c’erano molti modi di dire, molti di questi riguardavano la vita contadina, come: “Come disse il contadino alle su’ mucche, quest’anno poche foglie ma che zucche”, oppure “Ch’avete seminato i’ miglio?, No ho seminato i’ rondine”. Poi alcuni curiosi intercalari, una vecchietta diceva sempre dopo aver terminato una frase: “Che di’o bene o di’o male?”. Poi gli aneddoti, anche questi investivano più che altro i contadini che spesse volte venivano dipinti, e a torto, come dei fannulloni. Un certo Mini era considerato da tutti uno di questi. Una volta un contadino gli chiese se volesse andare da lui a prestargli l’opera per tagliare il grano. Questo Mini gli rispose. “Per quest’anno mi dispiace non posso venire, per il prossimo anno, invece, provvedi a piantarne di meno e così potrai fare senza di me”. Poi c’erano parole che venivano coniate sul momento. Un camion che picchiava nel muro e faceva molto danno aveva fatto uno strucinio. E poi i proverbi: “Il ben d’un anno va in una bestemmia” oppure “Quando canta il cucù il foco a letto un si mette più”, e ancora “Rosso di sera bel tempo si spera” che qui avevano cambiato in: “Rosso di sera vent’anni in galera”. Poi c’erano le canzoni, specialmente quelle cantate sotto il servizio militare: “Tredici mesi di pastasciutta mamma l’è brutta”. D’inverno le persone si mettevano il pastrano o il trence, una parola forse questa ereditata dalle truppe alleate inglesi e americane. Poi c’era il linguaggio dei giocatori di carte, lì si dava veramente sfogo a tutta la fantasia per coniare parole nuove e divertenti. Al bar poi, solo a sentire parlare certe persone, ti divertivi per tutta la serata.

IL PRIMO GIORNO DI CACCIA

Fra le solennità, le ricorrenze, le feste civili, questa senz’altro occupava uno dei primi posti. La caccia era sentita come un evento straordinario, un avvenimento per il quale valeva la pena fare qualche sacrificio. Già alcuni giorni prima dell’apertura i cacciatori più esperti andavano per la campagna a Ferraglia, a Riseccioni, in Vigna Vecchia a provare i cani ad abituarli, specialmente se questi erano cuccioletti, a fiutare la selvaggina che dalle nostre parti voleva dire: lepri, fagiani, starne, quaglie e una numerosa specie di uccelli. Già parecchi giorni prima cominciavano le discussioni sulla caccia, sui fucili, sulle cartucce, sui carnieri. Ogni cacciatore ne era ben fornito e a chi ancora mancava qualcosa si apprestava ad acquistarlo nei negozi a Firenze di caccia e pesca. Allora l’armamentario, o meglio l’occorrente per la caccia era molto complesso. Il cacciatore si doveva dotare ti tutta una serie di utensili a cominciare dal fucile, all’equipaggiamento, vale a dire al vestiario e altre cose non secondarie. Per esempio, le cartucce, che adesso comprano già fatte, allora i cacciatori se le facevano per proprio conto. Per fare questo era necessario che comprassero la polvere da sparo, i pallini di piombo, gli stoppacci. A seconda del tipo di cartuccia che volevano fare mettevano più o meno polvere, o mettevano dei pallini di piombo più o meno grossi. Per stabilire la quantità esatta tutti i cacciatori avevano una staderina, di quelle che usavano anche in oreficeria, con un braccio ai lati del quale pendevano due scodellette. Su una di queste veniva messo un pesino di bronzo per esempio da 10 o da 20 grammi e sull’altra scodelletta il quantitativo di polvere o di pallini di piombo. La cartuccia veniva chiusa con una macchinetta, nella quale si i inseriva la cartuccia e poi con una manovella si girava e la cartuccia, proprio in cima, faceva una specie di bordo rotondo che teneva bloccato lo stoppaccio con tutto il contenuto. Da questo paziente lavoro di alchimia venivano fuori cartucce di tre specie: le corazzate, le mezze corazzate e le cartucce semplici. Quest’ultime, fatte con i pallini più piccoli servivano per tirare agli uccelli, le altre per tirare alle lepri o ai fagiani. Qualche volta capitava che questi cacciatori sbagliassero le dosi oppure per fare cartucce più potenti esagerassero nel riempire le cartucce con troppa polvere pirica. Qualche volta capitava che le canne del fucile scoppiassero e il malcapitato cacciatore, quando andava bene ci rimetteva qualche dito della mano. Anche in paese ne è capitati casi come questo. L’equipaggiamento del cacciatore consisteva prima di tutto in un fucile, la famosa doppietta, a due canne, con due grilletti, che sparava solo due colpi in successione. Il cane era quasi indispensabile, sia per stanare la selvaggina che per riportare gli animali uccisi. Altrimenti poteva capitare di perderli nel folto del bosco. Il vestiario consisteva in un paio di scarponi, un paio di pantaloni di velluto o di tela pesante, un corpetto con vari taschini, e la giacca sul retro della quale c’era il carniere, ossia una specie di tasca ampissima nella quale venivano alloggiate lepri, fagiani starne. Alla vita il cacciatore si legava la cartucciera, con i differenti tipi di cartucce. Poi alla cintura legava un mazzo di pendagli con anelli chiamati “strozzini” ai quali venivano appesi gli uccelli di taglia più piccola. Nessun cacciatore era poi sprovvisto di coltello, un coltello speciale, che sul fondo aveva una specie di pinza, che serviva per estrarre le cartucce che si fossero incastrate nella canna. Arrivato il primo giorno di caccia, tutti i cacciatori si levavano prestissimo e ciascuno andava ad occupare il posto per attendere la selvaggina. Appena si faceva giorno, dalle nostre case si sentiva un rumore di spari che durava con più o meno intensità fino alle 11 o a mezzogiorno. Verso quest’ora vedevi tornare i cacciatori soddisfatti, chi con due o tre lepri altri con lepri, fagiani e uccelli. Allora la caccia era abbondante. Difficilmente capitava che un cacciatore non prendesse niente il primo giorno. La soddisfazione di chi aveva fatto una buona caccia era evidente. Si parlava di pappardelle sulla lepre, di lepre in salmì, di fagiano arrosto, di crostini alla cacciatora, da consumarsi in famiglia e con gli amici. Naturalmente il consumo della selvaggina non era immediato poiché per gustare una buona cacciagione, la selvaggina andava “frollata”, vale a dire, andava lasciata alcuni giorni ad ammorbidire, perché diventasse più tenera e più gustosa. Per il procedimento di “frollazione” si parlava anche di metodi che oggi sicuramente sarebbero da scartare, per la poca igienicità. Non mi è mai capitato di andare a caccia, e quindi al di là delle impressioni esteriori, non sono mai riuscito a capire pienamente ciò che la caccia rappresentasse veramente per un cacciatore. Il desiderio più ambìto di noi ragazzi era che qualche cacciatore ci invitasse con lui per una battuta di caccia, ma questo toccava solo a pochi fortunati, coloro cioè che avevano il papà cacciatore.

BEPPINO E IL FIASCO D’INCHIOSTRO

Beppino aveva quel suo modo strano di portare il cappello sulla testa, appena appoggiato, con un taglio particolare, che allora dicevano sulle 23. Ma dire le 23 per Beppino era una cosa un po’ fuori dalla realtà in quanto la sera non usciva mai e quando aveva dato fondo al fiaschetto di vino, se ne andava a letto presto, tutto contento, con la faccia rubizza e il nasino alla Mastro Ciliegia.

Fig. 17 – Beppino, marito della custode Isolina

Beppino era il marito della custode della scuola, aveva una famiglia numerosa, ma per fortuna il buonumore caratterizzava la loro vita familiare. Vivevano nella casa annessa alla scuola, un appartamento demaniale, un po’ piccolo per la loro famiglia numerosa. ll più grande dei figli, Cirillo, al quale il sarcasmo non mancava mai, una sera quando tutti erano seduti a tavola davanti a una bella zuppiera di minestra calda, rivolto a tutti disse: “Mi sembra che in questa famiglia siamo un po’ numerosi, sarebbe bene che qualcuno di voi cominciasse a morire”. Figurarsi la sorpresa dei commensali che cominciarono a fare gesti di scongiuro, ma oramai tutti erano abituati ad ascoltare queste battute, anche un po’ cattive. La più burlona di tutte in casa era la Franca, che aveva ereditato questa allegria forse dalla mamma Isolina, che era la custode della scuola elementare. Beppino era la vittima predestinata di tutti gli scherzi che con frequenza si facevano in famiglia. Si sa, Beppino, amava il vino e si sarebbe attaccato a qualunque cosa pur di bagnarsi il palato con quel rosso nettare, che quando era fresco di cantina andava giù più veloce di una bicicletta nella discesa del Miglio. Isolina brontolava spesso Beppino per questa sua mania di attaccarsi a tutti i fiaschi con liquido rosso intenso o quasi nero, tipico del vino generoso. Franca era la più sveglia e spesso e volentieri bersagliava il povero Beppino con i suoi scherzi. Lei sapeva che per abitudine Beppino, quando rimaneva solo in casa, dove era un piccolo palchetto coperto da una tenda, c’era il fiasco del vino rosso che serviva di consumo quotidiano. Quel giorno Franca aveva sostituito (forse per sbaglio) al fiasco di vino il fiasco dell’inchiostro che serviva per riempire i calamai della scuola. Peppino allungò il braccio, afferrò il fiasco con la mano destra e glu, glu, glu si tracannò un quarto di quel fiasco d’inchiostro. Non so la cosa come andò a finire ma probabilmente con una bella lavanda gastrica.

MASO E LA BEPPA: “IL SANGUE MIO TIRA IL TUO”

Maso e la Beppa si conobbero in maniera molto semplice. Entrambi erano contadini. Un giorno Maso passando davanti al podere della Beppa la vide alla finestra con il suo bel faccino giovanile, che appena sporgeva tra i vasi di gerani del davanzale. Era la prima volta che Maso vedeva la Beppa e tutti e due rimasero colpiti l’uno dell’altro. Un’altra volta Maso ripassando da casa della Beppa la vide mentre era nell’aia. Maso non si fece scappare l’occasione e le disse: “Beppa il sangue mio tira il tuo”, “Anche il mio tira il tuo” rispose la Beppa e i due si misero insieme. Maso era un uomo dalla forza eccezionale, forse era anche il vinello che gli dava tutta quella forza nelle braccia. Quando era nel campo ad arare con le bestie, sollevava quel coltro e lo faceva sprofondare nella terra come fosse un fuscello.

Fig. 18 – Contadino che infiasca il vino (Museo di Leprino)

Il vino gli piaceva molto e quando ne aveva bevuto due o tre calici di quelli pieni, gli venivano a mente tutti quei fatti buffi che gli erano capitati sotto il servizio militare. Spesso gli capitava di raccontare quel fatto che gli era capitato con la “motopiana”, come la chiamava lui. Il capitano aveva lasciato la moto incustodita e Maso, recluta e attendente del capitano, moriva dalla voglia di salirci sopra e fare un bel giretto, anche se non la sapeva guidare. Il posto era invitante in mezzo a una bella campagna, con alberi da frutto e pagliai, proprio un po’ come la campagna di casa che Maso aveva lasciato per il servizio militare obbligatorio. Maso non era mai salito sopra una moto, però aveva visto dal tenente come si faceva ad accenderla. Maso quindi girò la chiavetta, diede una bella pedalata e la motocicletta si mise in moto. Maso salì sopra, ingranò la marcia e la moto partì a grande velocità. Ma Maso non aveva pensato a una cosa: non sapeva come fermarla. Cominciò quindi a girare intorno a un pagliaio a velocità vertiginosa, quando uscì il suo capitano, vide Maso sulla moto e gli intimò di fermarsi: “Maso, ti ordino di fermarti”. Ma Maso più tirava leve e levette e più la moto girava gagliarda. Non volendo dire che non sapeva fermarla gridava a squarciagola: “Ancora un giro signor Capitano”. “Maso o ti fermi o ti metto agli arresti”, replicò il capitano. “Ancora un giro, signor Capitano” rispose amareggiato il povero Masino, finché la “motopiana” andò a schiantarsi contro un pagliaio terminando così la corsa impazzita. Altri fatti di vita militare raccontava Maso. Una volta si imbatterono con il nemico che li attaccò. Non l’avessero mai fatto…Maso era bravissimo ad imitare la scena. Il capitano aveva detto ai soldati “A carponi come le serpi” e dicendo questo Maso si buttava in terra e mimava il verso della mitraglia con tutta la voce che aveva in corpo: “Ta, ra, ta, ta, ta, ta”. Uno dopo l’altro, tutti i nemici uccisi. Così Maso bruciava energie e insieme a queste i calici di vinello che aveva bevuto. Maso, in quanto attendente del capitano, era di casa nel suo appartamento, dove spesso e volentieri espletava qualche piccola mansione, quale quella di fare la spesa, andare all’edicola dei giornali per acquistare le riviste e i quotidiani, uscire tre volte al giorno con il cane, per fargli fare i bisognini. Talvolta nella familiarità della casa, accudiva la moglie del capitano. Una volta questa si trovava nuda nella vasca da bagno e sentendo arrivare Maso, lo chiamò per farsi lavare la schiena. Il capitano non era in casa, e Maso, acconsentì volentieri a farle questo servizio. Finito che ebbe di lavargli la schiena, la signora chiese a Maso: “Senti Maso, so che sei un bravissimo attendente, che sai fare molte cose, ti dispiacerebbe farmi il verso del canino?” Maso non se lo fece ripetere due volte, e mentre la signora era lì distesa e nuda nella vasca da bagno, Maso cominciò: “Caì, Caì, Bau, Bau, Bau….”. Naturalmente, non era proprio questo il verso che la moglie del capitano si attendeva da Maso.

LA SITA E LE BOMBETTE PUZZOLENTI

L’autobus che partiva da Firenze verso le 13,20 e arrivava a Fontebuona poco dopo le 14 era il punto di ritrovo obbligato di tutti noi studenti che dal Mugello ogni mattina partivamo da casa per recarci nelle scuole di Firenze per frequentare le classi superiori. Possiamo dire che quella o quelle, poiché erano più di una, erano le corriere degli studenti, dei bidelli, degli impiegati dello Stato e dei Comuni che lavoravano mezza giornata. I pullman della Sita erano stracolmi. Se avevi la fortuna di salire in Piazza della Stazione avevi anche il posto a sedere assicurato. Ma se per caso, prendevi l’autobus alla fermata di Piazza della Libertà eri quasi sicuro che dovevi stare in piedi, pigiato come delle sardine. Per fortuna, io scendevo a Fontebuona e il viaggio non era troppo lungo. Stavi in piedi sui corridoi, con la cartella in mano, a stretto contatto con le altre persone. A volte ti capitava di stare a stretto contatto con una bella signorina e allora la cosa era piacevole, meno piacevole, era quando accanto avevi una di quelle persone, che spesso e volentieri emanavano odori di ogni specie, dalle ascelle ai piedi e spesso qualcosa d’altro. Facevamo un gran casino su quegli autobus. Non so come l’autista riuscisse a guidare. L’autobus ondeggiava a destra e a sinistra sulle numerose curve della Bolognese nuova e arrivati a Trespiano, quando si scollinava il Pian di San Bartolo, l’autista accelerava e l’autobus prendeva l’”anda” per fare più velocemente la salita dei Cipressini. Purtroppo talvolta capitava che l’autobus si dovesse fermare al Pian di San Bartolo per far scendere o salire qualcuno. Allora, si sentiva come un coro di protesta, poiché l’autobus perdeva tempo prezioso e, dovendo ripartire da fermo, l’autobus affrontava la salita dei Cipressini con molta più fatica. Io non so quante volte ho fatto quel tragitto con la corriera della Sita. A volte mi divertivo a chiudere gli occhi per cinque o dieci minuti e calcolavo mentalmente le curve le diritte, le fermate, ecc. Prima di riaprire gli occhi dicevo dentro di me siamo nel tal punto e ciò in effetti si verificava. Le grandi discussioni che facevamo con gli altri studenti erano spesso e volentieri sullo sport, sul calcio, la Fiorentina, la Juve, ma anche sul ciclismo, sull’idolo locale Gastone Nencini, sul Giro d’Italia. Ma le discussioni più appassionate venivano fatte sulle squadre di calcio locali: il Fontebuona, il Vaglia, il Montorsoli, il Bivigliano. Discutevamo del più e del meno e delle future partite amichevoli che c’erano in programma. I vagliesi ci snobbavano un po’ poiché la loro squadra era un po’ più forte della nostra. In compenso la nostra formazione aveva due o tre “picchiatori” di quelli che quando alzavano la gamba non si sapeva dove andava esattamente a rifinire. Spesso le loro gambe andavano a colpire proprio quelle parti basse che noi uomini teniamo tanto di conto. Ma altre volte erano gli stinchi, o i ginocchi a farne le spese. Se c’era poi bisogno, questi due o tre “picchiatori”, sapevano agitare bene anche le mani e i pugni anche fuori del campo. L’arbitro delle partite, quasi sempre uno di Vaglia, il Paolino, era davvero un coraggioso. Nonostante questa nostra “difesa” ferrea, di terzini cazzuti, alcuni giocatori di Vaglia, con dei dribbling davvero geniali riuscivano ad aggirare qui temibili terzini ed andare a rete. Io, che ero in porta, mi difendevo assai bene sulle palle alte, più insidiosi per me erano invece i tiri bassi e angolati e le uscite, nelle quali spesse volte uscivo a vuoto. Se la domenica c’era stata la partita, ed avevamo perso, sull’autobus dovevamo aspettarci per tutto il tragitto una solenne presa di bavero. C’era molto campanilismo fra le frazioni. I Vagliesi snobbavano un po’ tutti poiché Vaglia era il capoluogo del Comune e inoltre lì c’era l’amministrazione comunale. Si sentivano più importanti di noi e ce lo facevano pesare con i loro discorsi. E poi il campo sportivo era a Vaglia e Fontebuona ne era privo, dovevamo quindi giocare nei campi, anche quando era stato da poco tagliato il grano. Noi giocavamo scalzi su quegli “spunzoni” di paglia lasciata dalle falci sul terreno. Dovete immaginare che razza di calli avevamo sotto i piedi. Ma i vagliesi e gli altri ci prendevano in giro anche perché noi avevamo un borgo che si chiamava Saltalavacca. E quando l’autobus si fermava in questo borghetto i vagliesi dicevano: “Scendete saltalavacchesi, contadini”, Il campanilismo in effetti era molto sentito. Spesse volte noi dovevamo soccombere anche perché i vagliesi erano più numerosi di noi. Spesse volte ci vendicavamo nelle maniere più impensate. Quando in inverno ci avvicinavamo al Carnevale e sull’autobus si era pigiati fino all’inverosimile, con tutti i finestrini sigillati dal freddo che faceva fuori, allora entrava in azione la nostra vendetta. Dalla tasca della giacca o dei pantaloni lasciavamo cadere sul corridoio dell’autobus due o tre bombette puzzolenti che erano contenute in delle fialette di vetro. Le pesticciavamo un po’ per assicurarci che queste si rompessero, e dopo alcuni secondi si alzava un odore nauseabondo che in pochissimo tempo saturava la già viziata aria dell’autobus. “Hanno buttato le bombette puzzolenti” gridava subito qualcuno. Allora l’autobus era costretto a fermarsi, venivano aperti tutti i finestrini e le persone erano costrette a scendere per alcuni minuti. Quando l’effetto bomboletta era passato, risalivamo sull’autobus. Spesso la cosa finiva lì, ma qualche volta l’autobus subiva un ulteriore bombardamento con relativa sosta forzata. Così ci vendicavamo delle prese di giro alle quali noi fontebuonesi dovevano sottostare per avere un paese e una squadra di calcio meno importanti di altre frazioni e del capoluogo del comune.

LA “VISITA” O LA “TIRA”

Fra gli scherzi più praticati c’era la “visita” o la “tira”. Però questo scherzo non era poi tanto innocuo, anzi era, fra gli scherzi, il più pesante, forse imparato dai più grandi sotto il servizio militare, oppure ereditato chissà da chi. Non ci dobbiamo meravigliare di certi scherzi anche un po’ esagerati, dobbiamo pensare che eravamo negli anni del dopoguerra, e la gente, specialmente i più grandi, che l’avevano vissuta sulle loro spalle, sentivano fortemente il desiderio di distrarsi da tali brutti ricordi, e siccome molti dei paesani erano ancora senza lavoro, si pensava a divertirsi. La “visita” dice lo stesso nome, era una vera e propria visita però fatta contro la volontà e all’insaputa del malcapitato paziente. Questo scherzo veniva fatto fra ragazzi ma talvolta era fatto anche tra persone adulte. Lo scherzo, che nella maggior parte delle volte veniva fatto nella piazzetta, e spesse volte alla presenza di tutti, uomini donne e signorine, consisteva nell’affiancare un ragazzo (che veniva spesso scelto fra i più ingenui e vergognosi o fra quelli che capitavano lì per caso, anche contadini che si recavano in paese una volta tanto) da parte di tre o quattro persone. Questo veniva immobilizzato alle braccia e alle gambe e un’altra persona gli tirava giù i pantaloni e le mutande alla presenza di tutti, che scoppiavano in una fragorosa “risaiola”. Il ragazzo se era timido, diventava tutto rosso, specialmente se fra il pubblico c’erano delle signorine; si divincolava, urlava, imprecava, ma come si sa, contro la forza la ragion non vale. Il più delle volte il malcapitato veniva deriso per la dimensione dei suoi attributi maschili e anche le ragazze si univano al coro, mettendo ancora più in imbarazzo il povero malcapitato. Alla visita, quando proprio volevano infierire facevano seguire la “tira”. Con la tira venivano afferrati gli attributi maschili e allungati fino a far urlare il poveretto. Non contenti talvolta gli afferravano anche i due “ovetti” che aveva sotto il pube e glieli schiacciavano come si farebbe con due noci. Ripeto, questo era uno scherzo un po’ cattivo, però bisogna sempre inquadrarlo in un tipo di società che usciva impaurita e provata dalla grande guerra e cercava con lo scherzo e con il riso di dimenticare tutto ciò che di tragico era successo fino ad allora. Colui che aveva subìto questo scherzo, si rialzava tutto dolorante e con la faccia rossa dalla vergogna si tirava su le mutande e i pantaloni e si guardava in giro tutto frastornato. Spesso lo scherzo finiva lì con una bella risata, ma qualche volta, se il malcapitato era un po’ rissoso, la cosa finiva con una bella scazzottata.

LA SCUOLA ELEMENTARE

Da ragazzo non ero molto amante della scuola. Allo studio preferivo il gioco e la compagnia degli amici. Non posso neppure dire che odiassi la scuola, essa mi restava semplicemente indifferente. Non capivo perché si fosse costretti a studiare la vita e le sue componenti sui banchi di scuola, quando la natura, la campagna, il bosco, gli alberi, il ruscello, gli animali, le persone che ci gravitavano intorno erano essi stessi la migliore scuola che ci potesse preparare per la vita.

Fig. 19 – Anno scolastico 1949-50 – Io. la sorella Luisa e la Maestra Triulzi

Per me ascoltare il canto degli uccelli, lo stormire delle fronde mosse dal vento, il suono delle campane in lontananza, la scorrere fragoroso dell’acqua del torrente giù da una cascata era molto più avvincente del canto e del solfeggio, della storia, della geografia, che la maestra ci insegnava a scuola. Feci le cinque classi elementari senza lode e senza infamia e al termine, superato l’esame di quinta, mia madre venne a parlare con la maestra, una genovese che aveva sposato un fiorentino e si era trapiantata a Firenze.

Fig. 20 – Scuola Elementare Anno 1952-53 – La maestra Cia Amico Bovolo e la classe

Si chiamava Cia, un diminutivo di Cecilia ed era una donna buonissima. Ci trattava tutti come suoi figli, dal momento che lei non ne aveva potuti avere. Dunque mia madre voleva sapere dalla maestra se fosse stato il caso o meno che io continuassi gli studi, nella fattispecie, le tre classi superiori che però si dovevano fare a Firenze. La maestra Cia, guardò mia madre un po’ sconsolata e ondeggiò il capo da destra a sinistra e viceversa. Mia madre capì chiaramente che io, di continuare a studiare, non ne avevo nessuna intenzione. La maestra consigliò mia madre di farmi ripetere volontariamente la quinta classe, cosa che io feci. La nostra scuola si trovava a metà del paese e dalla strada si saliva una bella scalinata in mattoni, che in inverno, con il gelo diventava come un bello scivolo di ghiaccio. Noi allora, anche se indossavamo gli scarponi con i chiodi, dovevamo stare molto attenti a non scivolare. Sopra questa scalinata c’era un bella pergola di edera che faceva un bel fresco durante l’estate.

Non mi ricordo moltissimo dell’edificio scolastico e della nostra classe. Ricordo solo che in un andito piuttosto ampio, c’erano due formelle di terracotta, due busti, che dovevano essere di uomini illustri dal momento che erano lì in bella mostra. Uno mi sembra fosse stato quello di Carducci, e quello io l’avevo sentito dire, ma l’altro quello del Botticelli (allora per me illustre sconosciuto), mi sono sempre chiesto chi mai fosse costui. Già il nome mi sembrava molto buffo, il nome di una persona grassoccia, una botticella appunto. Comunque non mi sono mai preoccupato di chiedere alla maestra delucidazioni in merito a tale personaggio. Però, a pensarci bene, anche la scuola aveva il suo fascino. A me piaceva, in modo particolare, il primo giorno di scuola. Pochi giorni prima che essa cominciasse, la mamma comprava tutto nuovo: la cartella che sapeva un buon profumo di cuoio, l’astuccio, le penne e i lapis che sapevano di nuovo. Il libro e i quaderni erano nuovi di zecca, non come alla fine dell’anno con tutte le pagine sporche ed arricciate. Non vedevo l’ora, quel giorno, di salire alla scuolina, anche per vedere se ci fosse stata ancora la nostra affezionata maestra, ma anche per vedere tutti i compagni, la custode Isolina, che da buona mamma ci ricopriva da tutte le marachelle che si facevano, il buon Beppino, suo marito, che spesso veniva nelle classi a riempire i nostri calamai con l’inchiostro. Poco prima di partire da casa, la nostra mamma, ci dava un’ultima occhiata per vedere se tutto era perfetto. Il grembiulino nero ben stirato, il colletto bianco ben inamidato e il fiocco celeste ben fatto. Attendevamo fuori della porta e, appena suonava la campanella, ci precipitavamo in classe per occupare i banchi di nostra preferenza. Spesso però la maestra ci cambiava di posto: “Tu non stare lì, vai accanto a Marcello, poiché tu sei vivace e lui è un bambino calmo state bene insieme”. Le mattine passate a scuola non sono mai state troppo pesanti. Si alternava lo studio alle lezioni e alla ricreazione e anche all’ascolto della radio. La maestra infatti ci faceva ascoltare la “Radio per le scuole”, che aveva funzione formativa per tutti gli alunni italiani. Di solito si ascoltava questa trasmissione nell’ora di merenda che le nostre mamme ci avevano messo nella cartella prima di partire. Ricordo i profumi di frittata, di mela, di mortadella, di marmellate contenute nei nostri panini e il desiderio nostro di arrivare a questo momento era davvero forte.

Fig. 21 – Scuola Elementare – Anno 1953-54

Poi andavamo un poco in giardino, poiché la scuola possedeva un giardino e un prato più ampio. La maestra ci faceva zappettare le aiuole, poiché esisteva fra le varie materie d’insegnamento una che si chiamava: Lavoro. Non mi piaceva zappettare le aiuole però lo dovevo fare, pena un brutto voto in pagella. La nostra classe era composta da ragazzi più o meno bravi e da ragazzi e ragazze molto diligenti. Mi ricordo di una in modo particolare, sempre precisa, sempre con i compiti ben fatti, sempre pulitissima alla quale non pendeva neppure una capello. Noi invece eravamo i più discoli e del bel grembiulino nuovo che ci aveva fatto la mamma all’inizio dell’anno rimaneva, dopo alcuni giorni passati nel giardino della scuola, un cencio che non sarebbe stato bello neppure se indossato da uno spauracchio. Ho ancora la foto di classe con questi amici e con le loro firme apposte sul retro. C’è anche la firma di questa bambina precisissima e bravissima, che noi sfottevamo un pochino e regolarmente sua mamma ci tirava le orecchie. Una volta la combinammo grossa. Io e altri amici, non certo fra quelli “migliori”, un giorno precedemmo questa povera fanciulla che era uscita dalla scuola e ci appostammo dietro una siepe. La fanciulla, di famiglia benestante, percorreva una strada in salita per tornare a casa, come al solito, tutta pulita, precisissima, con le treccine ben ordinate, e con la cartellina che teneva pari pari per la manina. Tutto a un tratto, noi discolacci, uscimmo fuori dalla siepe e gli sbarrammo la strada, con urla fortissime. Potete immaginare la poveretta, che rimase spaventatissima, si mise a piangere e andò a raccontare tutto alla mamma, la quale mise in atto tutta la sua “diplomazia” e le sue conoscenze, prete e maestra compresi, per farci punire

LA DELIA POLIGLOTTA E I “TOMATEN”

In paese c’era una sola trattoria, ma molto caratteristica. Era gestita da una famiglia i cui personaggi erano molto coloriti, gentili e irascibili allo stesso momento. La Delia gestiva una trattoria, che era anche alimentari, piccolissima locanda e mescita
di vini e distributore di benzina.

Fig. 22 – Oste e bevitore in mescita di vini (Museo di Leprino)

Era una di quelle botteghe caratteristiche di campagna, con le cassette, con il vetro sul davanti, che facevano vedere all’interno i vari tipi di pasta, oppure il sale, lo zucchero e poi c’erano i vari vasi che contenevano varie cose: dai biscotti, alle caramelle, ai croccanti, insomma tutte ghiottonerie delle quali noi ragazzi andavamo pazzi. La Delia era un tipo particolare, di quelli che quando gli eri davanti era gentile e sorridente poi quando ti giravi, ti diceva piano, piano: “Ma vai a pigliartelo nel….”. Tutti noi che abitavamo vicino alla piazzetta andavamo dalla Delia a fare la spesa. Allora non esisteva, come si fa oggi, di prendere i generi alimentari e pagarli subito. C’era una specie di convenzione con le famiglie, le quali avevano un libretto e su questo venivano annotati, volta per volta, gli acquisti alimentari che si facevano. A fine mese venivano tirate le somme e ciascuna famiglia pagava per quanto aveva preso. Uniche eccezioni, per i pagamenti in contanti, erano le caramelle o altri dolciumi i quali venivano pagati con monetine spicciole. Durante il giorno noi chiedevamo alla mamma 50 o 100 lire per acquistare caramelle o chewing gum che noi, però, chiamavamo “cincingomma”. Spesso le caramelle che compravamo erano “stantìe”, cioé erano mosce, poiché non fresche. Allora ci capitava, quando andavamo con la mamma a fare la spesa, di dire alla Delia che le ultime caramelle acquistate erano stantìe. La Delia faceva finta di non aver sentito e magari faceva una bella risata e diceva: “Emma, ma che sagoma è il suo figliolo”. Poi quando ci giravamo per andare via, piano piano, diceva: “Ma vattelo a pigliare nel …..”. Ma la Delia era famosa anche come “poliglotta”, si fa per dire. Quando si fermavano degli stranieri, la cosa non era infrequente, anche perché la trattoria era posta sulla strada statale Bolognese e ancora l’Autostrada del Sole non era stata costruita. Quando gli stranieri entravano in bottega, sia che fossero tedeschi, inglesi, francesi ecc. lei chiedeva loro sempre la stessa cosa “Volere tomaten?”, che tradotto significava: “Volete dei pomodori?”. E se questi non capivano la Delia insisteva: “Tomaten?”, “Tomaten?”. Questi poveretti anche se non ci pensavano neppure ai pomodori, erano costretti a prenderli. La Delia e suo figlio non andavano d’accordo e capitava che litigassero spesso in bottega. Il figlio era più buffo di lei e quando litigava con la madre andava su tutte le furie, imprecava e la sua voce alterata si sentiva da lontano. Se a volte capitava di entrare in bottega in quel momento, magari con la mamma per fare acquisti, la Delia con aria sorridente, come non fosse successo niente, diceva a mia mamma: “Lo sa, Emma, che mio figlio è una sagoma, non è vero?” Poi quando andavamo via ricominciavano a litigare di santa ragione.

IL PECINO E I CUGINI DI UN METRO E NOVANTA

Uno dei personaggi più curiosi del paese. Lo ricordo soprattutto quando entrava nella sala cinematografica di Pratolino dove la gente stava assistendo al film in un silenzio di tomba. Quando entrava, e vedeva noi, seduti nelle prime file, il Pecino cominciava a urlare a squarciagola: “Manino hai un pettinino?” oppure qualche altra sciocchezza. Per dire la verità, lo scopo principale poiché andavamo al cinema non era quello di vedere il film, ma di fare quattro risate fra di noi. Un’altra volta portai con me il Pecino sulla mia Citroen “Due cavalli”, quella buffa macchina francese supermolleggiata che nelle curve di montagna pendeva come la torre di Pisa. Per farsi un po’ più bullo con delle ragazze che stavano passando sulla strada, salì sul tettuccio dell’auto e cominciò a cantare a squarciagola una canzoncina delle sue: “Spaghetti, vino, insalatina, una tazzina di caffé…una capomillina, un frognacchino…ecc:” Le ragazze cominciarono a ridere a crepapelle e il Pecino aveva raggiunto il suo scopo. Spesso si lamentava con la Delia, sua mamma, perché l’aveva fatto piccolo di statura: “E pensare che ho dei cugini di un metro e novanta”, diceva sempre, e poi, rivolgendosi alla Delia, con qualche moccolo, le diceva: “Delia, io t’ammazzo, perché mi ha fatto così piccino?”. La Delia che lo conosceva cominciava a ridere.

PIRULE’ E I “TURIDDI”

Pirulè, nonno del Pecino, nella conduzione dell’azienda e della trattoria aveva il compito del tuttofare. In particolare egli aveva il compito di erogare la benzina alle poche vetture italiane o straniere che transitavano per la Bolognese. Era un tipo buffo Pirulé, con un cappellino di quelli di stile tibetano, con la tesa larga e la parte superiore arrotondata. Spesso e volentieri lo trovavi a pompare la benzina e miscela per i motorini. Appena

Fig. 23 – Contadino con panierino (Museo di Leprino)

arrivavano degli stranieri che manifestavano il desiderio di fermarsi alla trattoria, lui subito cominciava a gridare: “Delia, Delia, pocca madocca, c’è i turiddi”. La Velia scendeva giù e se questi dimostravano di voler acquistare o volersi fermare alla trattoria, li trattava con gentilezza, però la prima cosa che domandava sempre era: “Tomaten?” che significa “Pomodori?”. Se invece, si fermavano solo per chiedere informazioni, senza acquistare, quando passavano la porta diceva loro: “Accidenti a voi e a chi vi ci porta”. Se si fermavano a tavola, Pirulé si improvvisava cameriere. Era buffo il suo modo di servire la minestra. A parte la mano tremante, egli teneva la scodella con il palmo della mano e il dito pollice dentro la scodella, dentro la minestra calda. Ogni tanto si bruciava e lasciava cadere in terra ogni cosa. Quando non si scottava ai turisti arrivava una bella minestra condita con il pollice di Pirulé. A volte, dovuto al tremolìo della sua mano, versava tutta la minestra addosso ai malcapitati turisti, i quali spesse volte se ne andavano senza neanche pagare.

ETTORE E LE “SALACCHE” PROMESSE E MAI DATE

Ettore era il pollaiolo del paese. Portava un cappellino sulle 23 e il suo abito, il suo corpetto erano sempre coperti di piume di pollo. Aveva una faccia furba di quelle del vecchietto arzillo, sempre preso dal suo lavoro, che sapeva fare bene.

Fig. 24 – Ettore – il pollaiolo di Fontebuona

I polli li andava a comprare negli allevamenti in Romagna, vivi e belli grossi. Qui in paese c’era la lavorazione, alla quale erano occupate anche diverse donne. Quando il lavoro si faceva più pressante, ci chiedeva a noi ragazzi di dargli una mano. Però era furbo, ci diceva: “Se mi date una mano a pelare i polli vi prometto di darvi delle salacche”. Io, sinceramente, non sapevo cosa fossero queste salacche. Allora avevo la sensazione che fossero delle caramelle o dei dolcetti. Tuttavia queste salacche non arrivavano mai. Ripensandoci ora, con il senno di poi, salacche erano quella specie di sardine sotto sale, che si vendevano allora in grossi barattoli. Ma “salacche”, ripensandoci bene, potrebbe aver avuto anche il significato di botte, vale a dire schiaffoni o altro. L’espressione toscana “gli ho tirato una salacca sul viso” ha questo significato poco allettante. Chi lo sa se Ettore, quando ci prometteva le salacche, furbo com’era, non pensasse a questo secondo significato. Meno male che non ce le ha date, allora. Ma Ettore era buffo anche per un’altra cosa. Quando giocava a carte e toccava a lui “smazzare”, siccome aveva le dita callose, un po’ rattrappite, per lui era difficile “spiccicarle”, vale a dire separare l’una carta dall’altra. Allora con un gesto rotatorio metteva tutto il palmo della mano sulla bocca e con la lingua leccava tutto il palmo della mano e tutto il dito pollice fino alla punta e poi diceva: “Ovvia, s’ha ire?”, che significa: “Via, si comincia?

LO ZIO PRETE E LA PARTENZA A SCATTO

Anche lo zio prete, in fatto di umorismo, non era da meno degli altri. Con l’avvento dell’era motorizzata, vale a dire con le prime Vespe e Lambrette, anche lo zio prete che da Ferraglia doveva scendere sempre giù in paese aveva pensato bene di motorizzarsi, infatti aveva comprato una delle prime Lambrette. Queste avevano delle ruote piccole piccole che avrebbero messo in difficoltà anche il più esperto guidatore che avesse voluto affrontare la salita o la discesa di Ferraglia, tutta ciottoli e buche, con curve pericolose.

Fig. 25 – Lo zio prete con la sua Lambretta, le sorelle, e parenti

Figurarsi lo zio prete, si sentiva insicuro, e tutte quelle asperità, spesso gli procuravano dei forti sbandamenti e delle cadute. Allora aveva inventato un modo di viaggiare tutto suo, molto caratteristico. Teneva le gambe aperte e con i piedi toccava continuamente il terreno, pedalando come se avesse avuto un monopattino. Più la salita si faceva ripida, più lo zio pedalava, per paura che la Lambretta si fermasse proprio sul più bello. Quando talvolta, la Lambretta perdeva i giri fermandosi, lo zio era veramente in difficoltà. Già gli riusciva male la partenza in pianura, figurarsi la partenza in salita. La cosa era davvero comica. Per ripartire egli usava una tecnica tutta particolare. Tirava tutto il gas e quando il motore era al massimo dei giri, per essere sicuro di ripartire, lasciava andare la frizione di scatto. La Lambretta si impennava, si scuoteva, come un cavallo imbizzarrito che vuole disarcionare il suo cavaliere, e dopo alcuni sussulti e varie sbandate il viaggio ricominciava. Queste “ripartenze” dello zio prete le sentivi e le vedevi anche da lontano, poiché il rumore era assordante e il fumo e la polvere occultavano del tutto la Lambretta e lo zio. La gente si guardava in giro e rideva di gusto dicendo: “Senti, è il prete di Ferraglia che riparte”.

LE PAROLE STORPIATE

E’ indubbio che nel paese si parlasse un toscano un po’ particolare. Si sa che in Toscana e se ci limitiamo ad alcune zone come i dintorni di Firenze o il Mugello in particolare possiamo osservare che esistono delle “isole” linguistiche particolari, che variano da zona a zona, da paese a paese. Ci sono dei vocaboli, detti in un paese, che magari in un paese vicino non li hanno neppure mai sentiti. E questo è il bello, questa diversità linguistica rappresenta un patrimonio culturale che sta sempre più livellandosi, anche per colpa, se si può dire, dei mezzi di comunicazione di massa come la radio e la televisione. Anche quella “c” aspirata che ci contraddistingue un po’ da tutte le altre regioni d’Italia va sparendo a poco a poco. E’ penoso sentire un toscano che pronuncia “casa” al posto di “’asa”. A me piace molto di più quest’ultima, anche se capisco sia più elegante parlare con la “c” ben pronunciata che con una “c” strascicata. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che questa caratteristica “c” toscana, è un ricordo, una eredità, che ci hanno tramandato le nostre antiche generazioni, e sembra proprio che questa “c” aspirata fosse propria del linguaggio etrusco. Tuttavia ci sono espressioni paesane, che non hanno niente a che vedere con l’etrusco. S’aire per Dobbiamo andare, Gnamo per andiamo, Un tu viensi per tu non venisti, Un vi stiede per non ci stette, e così la cosa potrebbe continuare per molto. Anche nel paese però c’erano due tipi di linguaggio, uno un po’ più evoluto, che veniva parlato dai paesani che vivevano nel paese, uno più arcaico e più buffo, parlato dai contadini che vivevano fuori del paese. Questi ultimi frequentemente non rispettavano le doppie consonanti, quasi volessero prendere una scorciatoia, e Poro è il porro, Tera la terra, Guera la guerra, Buro il burro e così via. Poi ci sono delle espressioni del tutto particolari che appartengono al vocabolario contadinesco: Cor’ella per dire che ore sono, Culizione per colazione, Scaizzo per scalzo, Sarcio per salice o salcio, Stianto per schianto, Stummia per schiuma, Sciabordare per mescolare e Sciabordito per indicare una cosa o una persona un po “rimescolata”. Stramutare va per spostare, Straporto per trasporto, Coittro per coltro, Mara per zappa, Costie per costà, Curatolo per curato, Aratolo per aratro, Boo o boe per bove, Treciolo per cetriolo, Capomilla per camomilla. Questi sono alcuni esempi del linguaggio paesano ed extra paesano di allora. Ripeto, oggi il linguaggio si va uniformando a quello di un fiorentino ingentilito, quello parlato dalle persone più colte, ma anche quello parlato nei mass media. Il nostro bell’avverbio “ora” spesso è sostituito con “adesso” e poi tutto il linguaggio diventa più ricercato: mio padre, mia madre al posto del bel toscano: mio babbo, mia mamma. Raramente si sente ancora dire il toscanissimo: “mi garba” per dire mi piace. Cascare diventa cadere, la nostra bellissima espressione “‘i tocco” diventa l’una o le tredici. Per quanto riguarda i vocaboli che derivano da parole straniere abbiamo: archemusse per alkermes, trence per impermeabile, barre per bar: i toscani non hanno molta simpatia per le parole forestiere e così le modificano a loro piacimento.

PIERINO, LA FARINATINA SEMPLICE SEMPLICE E “L’ALIA DI CONIGLIOLO”

A volte quando siamo a tavola e in mezzo a questa c’è un bel pollo arrosto fumante, capita di dover scegliere il pezzo preferito. Chi preferisce l’ala, chi la coscia, chi il petto. E si sa che c’è anche chi preferisce una parte particolare del pollo indicata generalmente come il “bocconcino del prete” che sarebbe poi la parte più arretrata dell’animale. Però capita che qualche volta in tavola al posto del pollo ci sia il coniglio o “conigliolo” come chiamano da queste parti. Si sa benissimo che i conigli non volano, ma nella fantasia dei bambini….”Pierino cosa vuoi, una coscia, il lombo, le costoline?” Gli chiedeva la mamma. “No mamma preferirei l’alia”. Rispondeva Pierino candidamente. “Tu vuoi sempre cose impossibili” replicava la mamma. Pietrino dispiaciuto rinunciava volentieri a questa sua assurda pretesa. Un’altra volta la mamma stava ai fornelli per preparare qualcosa ai figli. Pierino si era già messo a tavola. “Mamma oggi fammi una farinatina”. “Una farinatina? Va bene, come la vuoi questa farinatina?” “Fammela semplice semplice di quelle che piacciono a me”. Questo detto della farinatina semplice semplice in paese è diventata una delle frasi celebri. Quando uno vuole indicare una cosa semplice, spesse volte si aggiunge: “Semplice come?” e la risposta più ovvia è “Come la farinatina di Pierino”. Ecco come certi detti popolari passano alla storia.

LA MAMMA NON SI TOCCA…IL BABBO INVECE…

Si sa che nei paesi era tutto uno scherzo, quando andava bene, fra ragazzi.A volte, però, erano proprio questi ultimi che ne facevano le spese a scapito dei più grandi, poiché spesso se ne approfittavano. Ma anche fra persone adulte gli scherzi non mancavano, anzi erano molto frequenti. Il più delle volte però erano i grandi ad aizzare i più piccoli, giocando sul loro orgoglio, sulle loro capacità di dimostrare la loro mascolinità e anche di dimostrare la propria forza e il proprio coraggio. Magari andavano a stuzzicare proprio i tipi più fragili, più irascibili, dei veri e propri piccoli Braccio di Ferro. Quando due tipetti di questo tipo erano insieme a giocare un paio di grandi si affiancavano a loro e dicevano: “Scommetto che Bruno non ha il coraggio di toccare il naso a Giuliano”. Farsi toccare il naso, per sfida, per noi ragazzi significava un vero e proprio affronto, qualcosa che doveva essere risolto con un duello, che spesso e volentieri sfociava in una bella cazzottata. Quando il Tizio era stato aizzato e messo un po’ alla prova del proprio orgoglio replicava, dopo un attimo di esitazione: “Vuoi vedere se sono capace di toccargli il naso? Stai a vedere” e si avvicinava all’altro che era diventato paonazzo dalla vergogna e dalla rabbia di sentirsi così sbeffeggiato da un amico. Allora il malcapitato replicava, mostrando tutte e due i pugni e gonfiando il torace come un gallo da combattimento. “Vieni avanti e vedrai cosa ti succede”. “Credi che abbia paura?” Replicava l’altro e avanzava guardingo e con il braccio allungato per arrivare a dare una bella stropicciata di naso al compagno. L’altro immobile aspettava e minacciava con gli occhi e a parole di non avvicinarsi, pena…..Ma ormai non si poteva tornare indietro, chi l’avesse fatto sarebbe passato da codardo e sottoposto a una “fischiaiola”, alle risa e alle beffe dei ragazzi più grandi. Ma non appena uno dei contendenti aveva acchiappato il naso dell’altro, scoccava come una scintilla che fa deflagrare una bomba. I due cominciavano con una bella scazzottata e a darsele di santa ragione, con gran divertimento e accanimento da parte dei grandi che tifavano per l’uno o per l’altro. “Dai picchia qui, picchia lì, dagli sodo, fagli vedere chi sei”. I due si placavano, dopo brevi “round” come per la boxe, poiché esausti dalla fatica o nel caso che uno dei due si fosse fatto male. La maggior parte delle volte capitava che uno prendeva un bel “cazzottone” nell’occhio che gli diventava tutto nero. Quando gli altri amici lo vedevano con quest’occhio nero, naturalmente lo prendevano in giro dicendogli: “Però, picchia forte Tizio o Caio”. Altre volte il “match” si concludeva con un bel colpo ai denti e uno cominciava a sanguinare dalla bocca. Non era raro che uno dei due ragazzi cominciasse a piangere e corresse dalla mamma a farsi medicare, la quale, usciva fuori tutta infuriata e ne diceva tre o quattro al feritore e a coloro che avevano fomentato la singolar tenzone. Ma scazzottate belle e sode accadevano anche fra persone più adulte, le quali, spesso, riportavano spesso ferite anche più serie delle nostre. Per fortuna capitava, prima che il duello degenerasse, che alcune persone fra quelle più cazzute dividessero e trattenessero i litiganti, prima che questi passassero a maniere più spicce. Un altro tipo di scherzo che spesso ci coglieva impreparati era la “tira”. Questo gioco, se così si può chiamare, consisteva nel tirare giù i pantaloni a un malcapitato e tirargli il “pivellino” con tutta la forza. Potete immaginarvi come restava questa povera vittima che si vedeva circuito da quattro o cinque ragazzi, i quali, tutti insieme, lo bloccavano, lo gettavano a terra e di fronte a tutti, anche alle ragazzine, che ridevano soddisfatte, gli tiravano giù i pantaloni e gli facevano una bella “tira”, allungandoglielo di diversi centimetri. Questo quando andava bene. Quando andava male, prendevano anche gli “attributi” che uno ha sotto il “pivello” e li schiacciavano come due noci. Scherzi stupidi, se vogliamo, ma allora si rideva così, quando, naturalmente, non toccava a noi stare sotto. Un’altra cosa che noi ragazzi non sopportavamo era quella che uno dicesse una cosa qualsiasi contro la mamma dell’altro. Mentre le offese al babbo e ai fratelli e sorelle erano ben tollerate, le offese alla mamma non passavano sotto silenzio. “Dì quello che vuoi al mio babbo, ma non toccare la mamma sai…”. Oppure: “Casa hai detto di mia mamma?”. Se questo ripeteva l’offesa, si andava subito ai cazzotti. Quante cazzottate abbiamo fatto per difendere l’onore della mamma, e magari le nostre mamme, erano tranquille in casa e non ne sapevano neanche nulla. Però, quello che c’era di bello, volta saldato il conto a solenni cazzottoni o pedate negli stinchi o in altre parti più o meno proibite, noi tornavano ad essere gli amici di sempre, anzi più amici di prima. Subito dopo tornavamo a giocare insieme come niente fosse accaduto. Eravamo dei veri amici, per la pelle.

Fig. 26 – Babbo e mamma il giorno del loro fidanzamento

EMMA C’E’ CORDO?

Mio padre era un uomo buonissimo di quelli che, se lo sapevi prendere, si levava perfino la camicia per dartela. Unico difetto aveva un aspetto serioso di quelli che quando lo vedevi e lo guardavi negli occhi non dico che ti impauriva, ma ti metteva almeno un po’ di soggezione.

Fig. 27 – Il babbo detto lo “sceriffo”

Per questo motivo i soliti del paese, quelli che mettevano il soprannome a tutti, compresa la loro mamma, lo chiamavano con l’appellativo di ”sceriffo”. Questo anche perché io avevo due sorelle più grandi di me e mio padre era un po’ geloso di loro, specialmente quando andavano a ballare nella pista di Alviero. Il più delle volte io venivo incaricato di seguirle a vista e di “riportare” ogni cosa sospetta alle autorità paterne. Bisogna tener conto che mio padre veniva da una famiglia patriarcale della Romagna Toscana, dove, per fare un esempio, andare a ballare, lo si faceva di nascosto poiché i vecchi, ma soprattutto il parroco del luogo, dicevano che era peccato. Mio, padre quando era giovane, non condivideva questo modo di vedere dei vecchi e si ribellava, tanto che quando gli altri andavano al vespro pomeridiano, lui andava a quelle feste improvvisate (oggi si chiamano “rave”, ma sono di tutt’altro genere) dove si ballava con la fisarmonica, spesso e volentieri nei castagneti, poiché nessuna famiglia di allora avrebbe ospitato una festa così disdicevole per quei tempi. La sera invece quando tutti, dopo aver detto il Rosario, andavano a letto, giovanotti compresi, lui si calava dalla finestra della sua camera e andava, come si diceva allora, “a fare l’amore”. Questo termine, allora, non aveva il significato che ha oggi, fare l’amore era anche intrattenersi pudicamente con una pulzella del luogo; oppure poteva avere il significato che ha anche oggi. Quando, a sua volta, mio padre ha avuto dei figli, non si è ricordato che anche lui era un po’ ribelle ed ha esercitato quella autorità che egli stesso aveva rifiutato. Dunque anche lui si poteva definire un tipo autoritario, ma non solo con le sorelle, un po’ con tutti.

Fig. 28 – La mamma sulla terrazza di casa

Io però, da ragazzaccio qual’ero, avevo individuato nel suo carattere un punto debole, ed avevo scoperto che mio padre era sì autoritario, ma incostante. Questo significava che, quando avevo commesso una serie di marachelle, tanto da farlo uscire fuori dai gangheri, bisognava che stessi molto attento a non farmi prendere in quei momenti d’ira, altrimenti me le avrebbe suonate bene bene. Io, per l’appunto, sedevo a tavola proprio dalla parte opposta dove sedeva lui, ed essendo la tavola rettangolare, io sedevo a una certa distanza da lui, questo mi consentiva un certo margine di sicurezza per una eventuale fuga. Quando mia madre aveva “spifferato”, io guardavo attentamente mio padre e stavo attento ad ogni minimo movimento, anche degli occhi. Se proprio non era il caso, io non mi sedevo neppure a tavola, ma sostavo sulla porta che immetteva nella cucina. Mio padre delle sere schiumava di rabbia, poiché era stanco del lavoro, e poi gli toccava sentire tutte le lamentele della mamma: “Tuo figlio ha fatto questo e quell’altro e tu lo lasci fare, non gli dici mai nulla, non lo rimproveri, non lo castighi, ecc.”. Mio padre che era di indole buona non amava per nulla castigarmi, anche perché forse si ricordava come era stato lui. Quando mia madre incalzava con le lamentele allora accennava due o tre volte ad alzarsi e a rincorrermi. Ma io avevo uno scatto molto più veloce del suo e siccome lasciavo per sicurezza il portone di casa aperto, il più delle volte gli sfuggivo di mano. Finito di mangiare, sentito il giornale radio della sera, mio padre andava a letto, spossato dalla fatica. A questo punto entrava in gioco quella peculiarità del suo carattere: l’incostanza, vale a dire passato quel momento di rabbia, mio padre non era capace di tenere la rabbia al giorno dopo. Allora io andavo tranquillamente a tavola, poiché sapevo che mio padre si addormentava subito, e magari subivo una piccola punizione da mia madre, che era molto più all’acqua di rose, ad esempio una mestolatina con il mestolo da cucina. All’indomani mio padre si alzava presto per andare al lavoro e non si ricordava più di niente, la rabbia gli era passata del tutto. Naturalmente io me ne approfittavo di questa situazione, e con il senno di poi, penso che mio padre avrebbe fatto bene a svegliarmi la mattina, prima di andare a lavorare, e darmi una punizione anche piccola, questo mi avrebbe insegnato molte cose. Una volta però non mi andò bene e quel gioco delle fughe non ebbe successo. Non so come, ma mio padre mi colse di sorpresa e ormai stava per agguantarmi. Benché avessi avuto uno scatto felino, mio padre ormai era in corsa e io ancora quasi fermo, e sicuramente mi avrebbe raggiunto. Allora in quegli attimi fulminei nella mia mente escogitai di non prendere il lungo corridoio che portava al portone d’ingresso, ma di virare bruscamente verso il bagno per chiudermi dentro. Mio padre intuì che quella sera la preda gli era a portata di mano. Infilai nel bagno, mi chiusi dentro e poi con un salto raggiunsi il finestrino che dava su un ampia terrazza di nostra proprietà. Il finestrino però era piccolo, e io vi rimasi un po’ incastrato, cosa che mi fece perdere degli attimi preziosi. La porta del bagno era fatta di assi abbastanza fini. Mio padre, che aveva una forza notevole, l’abbatté con un pugno e della porta non rimase che la cornice. Mio padre, mi prese per le gambe, mi tirò giù dal finestrino e tirò giù anche i miei pantaloni, poi si levò la cinghia e potete immaginarvi i miei poveri glutei, tutti arrossati come peperoni. Mio padre si rifece delle molte sconfitte che aveva subito nel passato. Questo suo carattere austero doveva fare un certo effetto anche al mio amico più intimo Bruno, il quale, si guardava bene dall’entrare in casa mio quando c’era mio padre. Mio babbo si chiamava Leopoldo, ma tutti, compresa mia madre lo chiamavano Poldo o Pordo alla toscana. Bruno invece che era piccolo non sapeva chiamarlo con il nome giusto e lo chiamava Cordo. Si affacciava alla porta di casa e chiamava mia mamma: “Emma c’è Cordo?”. Se mia mamma gli diceva di no, lui entrava e giocavamo insieme, altrimenti se c’era mio babbo, scappava via talmente veloce che non gli si vedevano neppure le gambe.

IL GALLIONE

Non si tratta di un gallo o di un’altra bestia, questo era semplicemente un soprannome. Derivava dal fatto che questa persona divideva le persone del paese in due categorie: i “gallioni” che erano coloro che avevano una certa dimestichezza con le donne e i “capponi” che non ne avevano affatto. Per questo paesano, alto imponente, forzuto, se uno era un cappone voleva dire, nel termine che usava lui, che era poco “afficato”. Era questo Gallione un uomo semplice e simpatico, che sorrideva sempre ed aveva la battuta sempre pronta. Il Gallione, come tutti in paese, veniva la sera al bar a rigenerarsi un po’ dopo una lunga e faticosa giornata di lavoro. Ai giovanotti un po’ attempatelli, quelli che ancora non avevano trovato una donna diceva spesso: “Sbrigati a trovare una donnuccia, poiché mi sembra che tu stia per andare in seme”. A noi ragazzi, studenti, faceva sempre una sorta di prova per vedere se eravamo intelligenti o meno e in modo particolare se sapevamo la matematica. Ci proponeva spesso questa specie di quiz: “In una stalla c’è una “tioccia” (chioccia) con 10 uova da pulcino, entra il “boo maritto” (bove di destra) e ne stiaccia 5. Quante ve ne rimane?”. Noi dicevamo apposta sette, sei, tre, mai la risposta giusta per farlo contento e per permettergli di dirci che non eravamo forti in matematica.

LE BARCHETTE CON I GUSCI DI NOCE

Ora, come allora, quando venivano forti temporali, dei veri e propri diluvi, le strade diventavano dei fiumi e le fogne non riuscivano a contenere una quantità di acqua superiore alla loro capacità. Le fogne stradali quelle a cielo aperto e poco profonde venivano chiamate da noi in gergo “azzanelle” nome che deriva da zana o zanella che significa culla. Queste infatti erano semirotonde come una culla di un bambino. Quando la pioggia si abbatteva gagliarda sul paese noi ragazzi eravamo tutti contenti, poiché anche questo ci permetteva di giocare. Noi aspettavamo che le “azzanelle” si riempissero per bene e che l’acqua scorresse a grande velocità per tirare fuori le nostre piccole barche. Talvolta erano delle vere e proprie piccole imbarcazioni, con tanto di vele, che avevamo costruito con le nostre mani. Quando non avevamo le barchette correvamo in casa dalle nostre mamme, che avevano quasi sempre un panierino di noci di riserva. Le noci prendevano il posto della frutta, quando questa non c’era. Con un coltello dividevamo in due le noci, mangiavamo svelti svelti l’interno, e queste due semicalotte diventavano due splendide barchette pronte per i nostri giochi sull’acqua. “Non bagnatevi i piedi”, ci raccomandavano i nostri genitori. Noi usavamo queste barchette fatte con le noci per fare le gare. Le facevamo partire dalla piazzetta alla pari e le lasciavamo scorrere nella corrente. Dovevamo seguirle di corsa ed essere bravi a riprenderle prima che raggiungessero la terrazza del Meschiari, dove c’è una fogna che le avrebbe inghiottite.

IL CARROARMATO CON I ROCCHETTI E I SOLDATINI DI PIOMBO

Tutto veniva usato e tutti i materiali venivano riciclati per giocare. I rocchetti della mamma che usava per cucire, il cosiddetto “filoforte”, quel filo resistente che veniva usato per rammendare i calzoni, sempre rotti, erano un’ottima base di partenza per costruire i carrarmati. Certamente questa non era una cosa che avevamo inventato noi, probabilmente il gioco era vecchio di chissà quanto, però a noi piaceva. Infilavamo un elastico nel buco del rocchetto e questo veniva fermato ad una estremità da un bastoncino corto, mentre all’altra estremità da un bastoncino più lungo, che serviva anche come punto di appoggio al rocchetto affinché questo potesse muoversi, proprio come fanno i carrarmati. Fra questo bastoncino e il rocchetto veniva messo un tondino di candela, dentellato da una parte. Noi giravamo questo bastoncino collegato all’elastico, in sostanza davamo la carica a questa specie di mezzo che nella nostra immaginazione corrispondeva a un mezzo blindato. Bisogna tener conto che il ricordo della guerra con i Panzer tedeschi e i mezzi americani era molto vicino. Pur essendo stato molto piccolo, mi ricordo un giorno della sosta di questi enormi mezzi cingolati o meno, che si erano fermati a Fontebuona ed erano scesi soldati bianchi e di colore che non parlavano la nostra lingua, che a noi parevano degli estraterrestri. Quel giorno si fermarono anche molti camions e altri mezzi militari fra i quali le famose Jeep usate, mi sembra, dai Marines. Ritornando al nostro rocchetto “armato”, lo facevamo muovere e improvvisavamo delle ipotetiche battaglie mettendo in campo anche i nostri soldatini di piombo. La nostra giovane età, la nostra innocenza, non ci permetteva di tifare per gli americani o per i tedeschi, per noi allora i soldati erano tutti uguali.

LE SIGARETTE DI CARTA GIALLA E DI VITALBINE

La guerra, gli americani con le stecche di sigarette, le cioccolate e tanta miseria della popolazione. Però tutti fumavano e tutti volevano fumare le sigarette americane, che dicevano, erano di qualità migliore delle nostre nazionali. Forse, in mancanza di meglio, tutti si erano accaniti in questo vizio. Il fumo di una sigaretta era diventato un modo di evadere dai problemi di ogni giorno. Le fossette ai lati della strada erano tutte cosparse di mozziconi di sigarette. Noi ragazzini andavamo a cercare questi mozziconi, dette “cicche”, per i grandi, ma specialmente per i vecchi che ne ricavavano il tabacco per fumare con la pipa. Per questo servizio, talvolta ci davano qualche spicciolo per comprarci le caramelle. Però, come tutti i bambini, volevamo emulare i grandi, anche nel fumo. Sapevamo che il tabacco era dannoso alla salute, specialmente per noi ragazzi, per questo, escogitavamo un ripiego, vale a dire fumavamo dei surrogati del tabacco. Per fare questo bisognava che ci nascondessimo alla vista dei grandi, poiché questi l’avrebbero raccontato ai nostri genitori. I posti preferiti per le nostre fumatine erano sotto il ponticino della Cappellina, il quale dalla parte del paese era tutto ricoperto di frasche, in Vigna Vecchia, fra i filari delle viti, e ai Campini. Il più delle volte fumavamo la carta gialla, quella carta con la quale si incartava lo zucchero, le aringhe, ma anche la pasta, il pane. Era questa carta gialla, fatta dalla paglia, si notavano infatti le pagliuzze incollate. Si arrotolava la carta gialla, fino a farla diventare della grossezza di una sigaretta e poi l’accendevamo con i fiammiferi di legno, che qui chiamavano “zorfini”, poiché quando si accendevano emanavano un forte odore di zolfo. Mi ricordo che ognuno di noi faceva una tirata, o meglio dicevamo un “peo”, seguito spesso da un forte colpo di tosse. Ci sembrava allora di essere degli adulti e la cosa ci gratificava molto. Quando non avevamo a disposizione la carta gialla, specie durante l’inverno,

Fig. 29 – La sorella Luisa sulla terrazza di casa

usavamo i bastoncini secchi delle vitalbe. Queste erano delle piante che abbondavano nelle siepi e seccavano col sopraggiungere della stagione invernale. Dentro questi bastoncini avevano un piccolo foro che lasciava passare il fumo. Anche il fumo di queste vitalbe era molto forte tanto da farci tossire ripetutamente, ma il piacere di sentirci grandi era più forte.

LA GARA DEL TIRO DI CACIO

Ogni paese, ciascuna cittadina ha le proprie usanze, le proprie feste civili e religiose. Qui a Fontebuona il primo giorno dell’anno, dopo che nelle famiglie si era pranzato con del buon cappone lesso, e magari, come in casa nostra con dei cappelletti in brodo, gli uomini si radunavano per l’annuale gara del tiro del cacio. Questa gara si giocava lungo la strada, la Via Bolognese, appena fuori del paese, un po’ prima che la strada cominci a salire rapidamente, fra le località La Fora e il Lello. Il gioco si poteva fare sia con le forme di cacio pecorino, se queste erano ben dure e stagionate, oppure con le ruzzole, ricavate da tronchi di quercia ben stagionati, se la forma di formaggio non era abbastanza dura. Era questo un gioco di potenza, ma anche di abilità. Gli uomini che vi partecipavano, e a questo gioco prendevano parte i più forzuti, dovevano tirare la forma o la ruzzola di legno il più lontano possibile. Gli uomini si legavano intorno al polso un lungo nastro e questo veniva passato più volte intorno al cacio o alla ruzzola. Il partecipante prendeva una lunga rincorsa e arrivato a una linea che si era tracciata in terra, questi doveva scagliare la forma non oltrepassandola. Quando il tiratore arrivava alla linea, si doveva fermare di botto, allora il giocatore, con un gesto caratteristico alzava la gamba, facendo alcuni passi a zoppettino per non oltrepassare la riga. Prima di scagliare il formaggio il partecipante teneva ben serrato il cacio nella mano, con il pollice da una parte e le altre quattro dita dall’altra. Allentava la morsa e il cacio cominciava a srotolarsi dal nastro, il quale imprimeva alla forma un forte movimento rotatorio, che unito alla spinta del braccio, lo faceva balzare a gran velocità lungo la strada che conduce al Miglio. Talvolta capitava, in virtù dell’effetto, che il tiratore aveva impresso alla forma, che questa superasse il tratto di strada in diritta, poi la prima curva, e forse anche una seconda e una terza. Qui, appunto, stava l’abilità del tiratore, cioè, quella di calcolare nel tiro l’effetto, vale a dire “lo sguancino”, che in gergo significa piegare la forma o la ruzzola di un certo numero di gradi. In questo caso l’effetto prodotto era quello di superare la prima curva, la seconda e così via. Allora ai lati della strada non c’erano le barriere metalliche (i guard-rails) come ci sono oggi, al loro posto c’erano i “colonnini” una sorta di pilastri in cemento, rinforzati con tondini di ferro. Se il tiratore non aveva dato lo “sguancio” giusto, la forma di cacio andava a schiantarsi contro uno dei colonnini della prima o della seconda curva. Noi ragazzi eravamo molto interessati a questi “impatti”, che inevitabilmente riducevano la forma di cacio in vari pezzi. Gli uomini correvano subito per recuperare i pezzi di cacio, ma noi che eravamo ragazzi, correvamo più forte di loro e tanti buoni bocconcini di cacio andavano a finire nelle nostre bocche, sempre affamate. Devo dire che quel formaggio era veramente squisito.

IL RASPA E LE CARTUCCE A FORMENTONE

C’è un detto: “Contadino scarpe grosse e cervello fino”. Ed è vero. Purtroppo nella nostra campagna contadini non ce ne sono più, specialmente a Fontebuona, dove l’esodo nella città è stato massiccio. Alcuni giorni fa recandomi a Ferraglia, mi sono fermato per alcuni attimi a circa 2-300 metri dal paesino, sulla stradina, una volta sterrata, ora asfaltata, che conduce a Caselline. Qui mi sono imbattuto in una situazione che mi ha fatto tenerezza. Si è fermata un’auto dalla quale sono scesi un giovane che aveva in mano una telecamera e un vecchietto arzillo, un po’ grassoccio. Il vecchietto si era messo in posa davanti alla staccionata e si faceva riprendere da questo giovanotto. Anzi, il vecchietto faceva un po’ da regista, e indirizzava il giovane nelle riprese. Gli diceva: “Riprendi qua, riprendi là, riprendi il Cerreto, Risercioni, ecc. Io l’ho guardato bene in viso, supponendo che tale persona,

Fig. 30 – Contadino in osteria (Museo di Leprino)

conoscendo tutti quei luoghi a menadito, fosse stato, anche lui, uno del posto. Ho guardato bene i suoi occhi e ho notato che un grosso luccicone gli scendeva sul volto segnato dalle rughe. Mi sono avvicinato, e gli ho chiesto se fosse del luogo: “Sono il contadino che abitava quel podere a Cerreto, circa 40 anni fa” e dicendo questo, mi ha detto anche il suo nome e cognome e che ora abitava nei dintorni di Firenze. Anch’io gli ho detto il mio nome e che ero il nipote del prete di Ferraglia, il prete che abitava nella chiesina che aveva proprio davanti agli occhi. “Lei è il nipote del prete di Ferraglia? Si, si, ora mi ricordo. Allora, lei è il figlio di Poldo, il calzolaio, quello che veniva a lavorare anche da noi, a riparare le scarpe?” Il vecchietto era venuto quassù a Ferraglia per rivedere e per rivivere anche per un solo attimo i suoi vecchi posti, la sua casa, ora trasformata in villetta, il fienile, i suoi campi, il panorama sul Mugello, che quassù è superbo e spazia per buona parte della vallata fino ai monti di Firenzuola e oltre. Forse, data la sua età avanzata, ha voluto con quella ripresa cinematografica portare a casa un ricordo per tirarlo fuori nei momenti più tristi, più nostalgici, forse per quando sarà ancora più vecchio e non potrà più muoversi. Questi erano i nostri contadini, persone dure all’apparenza, ma con l’animo tenero di un bambino, persone semplici e sagge allo stesso tempo. Si alzavano all’alba con il canto del gallo, andavano a lavorare nei campi e vedevano, giorno dopo giorno, il miracolo della natura che fa germogliare un chicco di grano, che fa fiorire una siepe o un pesco o un melo, oppure che fa nascere dal ventre della madre un vitellino. L’uomo di oggi, massificato e mortificato dai mass-media, tempestato e direi quasi violentato dalle informazioni, dal TG5, dal TG1, ecc, dagli apparecchi radio, da internet, ha perso questo contatto con la natura e ha perso di conseguenza quella sensibilità che avevano i nostri contadini. L’uomo di oggi, spesso, è deprimente dirlo, non riesce più a vedere nemmeno la bellezza del creato, tanto è annebbiato dalle esigenze della vita che, spesso e volentieri, non sono primarie ma del tutto voluttuarie. Il contadino, invece, nella sua saggezza, conosceva il tempo e le stagioni meglio di un meteorologo. Sapeva quando doveva seminare, quando doveva potare, quando doveva dare a “frutto” la mucca per fare i vitellini. Il contadino, che tanti allora giudicavano un sempliciotto era una persona intelligente e umile, che ascoltava molto prima di parlare, tanto grande era la sua modestia. Se ogni tanto diceva qualche “sfondone”, non era altro che una maniera sottile di prendere per il bavero tutti coloro che non condividevano il suo modo di vivere. Anche il Raspa, il contadino che viveva nel podere detto il Canapaio, ascoltava e giudicava e poi, a modo suo, emetteva la sentenza. Egli, una sera, venne tranquillo tranquillo al bar e si mise, come al solito, ritto in mezzo alla stanza con le braccia che gli penzolavano e con la schiena ricurva. Dopo aver sentito tante chiacchiere dai cacciatori e anche tante bugie, fece questa dichiarazione: “Oggi ho preso una lepre di trenta chili che misurava un metro e mezzo”. All’inizio iniziarono tutti a guardarlo come se fosse stato matto, poi siccome lui insisteva nel dare ragguagli, la rabbia, l’invidia e il senso di inferiorità cominciarono a farsi strada fra i cacciatori più esperti. Il Raspa continuava: “La lepre correva più di un cavallo, ma io ho saputo come fermarla, senza ucciderla”. Un certo Carlino, un cacciatore bravo, uno che dava del “padellone” a tutti, disse stizzito: “Allora dicci come hai fatto a prenderla, quante cartucce hai sparato?”. “Solamente due colpi” rispose candidamente il Raspa. “La prima cartuccia che ho sparato mi è servita per fermare la lepre, cartuccia che avevo caricato a formentone. Appena il leprone si è fermato a mangiare il formentone ho sparato il secondo colpo, una cartuccia caricata a sale. Questa l’ho sparata sulla coda della lepre, che subito si è immobilizzata, per l’effetto che ha prodotto il sale sulla coda dell’animale. Poi l’ho messa dentro un sacco e l’ho portata a casa”. Tutti naturalmente risero e gioirono del fatto che una lepre di tale dimensioni esisteva solo nella fantasia del Raspa.

LA FONTE DEL PRUNO

Nessuna casa allora, parlo dell’immediato dopoguerra, aveva il privilegio di avere l’acqua corrente in casa. Ci poteva essere qualche eccezione, ma io penso che queste si potessero contare con le dita di una mano. Poi l’impianto idrico fu esteso a tutte le case. Fra queste eccezioni c’eravamo anche noi. Il nostro stanzone, così chiamato per la sua estensione, faceva parte della Posta Granducale e in questo locale vi erano appunto le “poste” dei cavalli, vale a dire, delle parti recintate di stalla nelle quali alloggiavano i cavalli, da qui il nome di “postieri”, cioè gli stallieri addetti ad accudire i cavalli. I cavalli venivano sostituiti ad ogni posta, affinché questi fossero sempre freschi per affrontare lunghi tragitti. In un angolo del nostro stanzone c’era una fontanina, con un piccolo lavabo al disotto, che era antica almeno quanto le poste granducali. Da dove venisse quest’acqua non lo so, ma è probabile che facesse parte dell’acquedotto dell’annessa locanda granducale, poi trasformata in villa. Noi tuttavia non ne facevamo molto uso. Nella piazzetta c’era il fontanello pubblico, quello che serviva per le necessità domestiche, vale a dire per lavare le stoviglie e per i servizi igienici. Questi ultimi erano molto primitivi. Il bagno lo si faceva in una tinozza con l’acqua riscaldata nel paiolo del caminetto e sulla cucina economica. La tazza del cesso, ora chiamata “water-closet” (noi italiani siamo un po’ esterofili quando si tratta di definire cose delicate) così come è oggi, allora nei paesi non esisteva. La vecchia latrina era come una panchina, sulla quale ci si sedeva, e in mezzo alla quale c’era un buco, più o meno largo, collegato ad un tubo che immetteva direttamente nel pozzo nero. Non essendoci, come nei WC moderni una intercapedine di acqua che fa la funzione di sigillo, è chiaro che queste latrine emanassero degli odori non proprio piacevoli per le nostre narici, allora, non proprio raffinate. Per ovviare un po’ a questo inconveniente, tenevamo una brocca piena di acqua che versavamo dopo i bisogni. A copertura della latrina c’era un tappo di marmo, con un manico in metallo, che serviva per coprire il buco nei momenti di inattività. C’è da notare inoltre che allora non esisteva la carta igienica per la pulizia del fondo schiena. I giornali, le riviste, i fotoromanzi appena letti venivano destinati a questo scopo, cioè a quello di fungere da carta igienica. In alcune case di contadini, o case più povere delle nostre, ho notato che tenevano degli stracci attaccati a un chiodo e ognuno cercava la parte più pulita, se si trovava, per pulirsi. Quando arrivò la televisione e con essa la pubblicità anche dei rotoli di carta igienica, la cosa ci sembrò molto buffa, una trovata per persone troppo raffinate, tanto eravamo abituati alla carta di giornale. Nel gabinetto o latrina, non esisteva neppure un lavandino, ma solo uno specchio e una mensolina sulla quale tenevamo il rasoio, quello a lama, e più tardi la macchinetta con le lamette. Queste erano a doppio taglio e venivano inserite in questa macchinetta e serrate a seconda del tipo di taglio, più o meno a pelle, della barba. Le marche delle lamette erano Gillette, Bolzano e c’era anche una lama chiamata Bartali. La mattina ci lavavamo nell’acquaio della cucina, versando dell’acqua fresca dalla mezzina di rame dentro una catinella di metallo smaltato. Per lavarsi le gambe e i piedi c’erano delle tinozze chiamate “bagnapiedi”. Mia mamma ogni tanto mi ci infilava a forza, poiché io ero come i gatti, l’acqua non mi piaceva molto, almeno quella della tinozza e del bruschino. Amavo invece tanto l’acqua dei fiumi, dei borri, delle serrine e soprattutto l’acqua del “toro” di Tagliaferro, dove l’acqua era abbondante e bella profonda. Questo ci permetteva di fare dei tuffi, che erano delle vere e proprie acrobazie: a capriola, a capofitto, in piedi, ecc. Si può dire che io ho imparato a nuotare proprio qui a Tagliaferro, quando ero ancora ragazzino e andavo accompagnato dal fratello più grande. A lato dell’acquaio si teneva anche l’acqua da bere e vi si attingeva con un romaiuolo di rame o d’alluminio. Sempre nell’acquaio venivano lavate le verdure: radicchio di campo, insalate, zucchine, cetrioli, ecc. in appositi recipienti. La biancheria, il vestiario e gli indumenti personali venivano lavati con un sistema particolare, dentro una conca di ceramica. Tutti i capi da lavare venivano messi dentro questa conca, cosparsi con della cenere e della soda, e riempita d’acqua, così i panni venivano lasciati a mollo per diverse ore. L’acqua di scarico veniva chiamata ranno, una sorta di composto chimico che veniva usato anche per confezionare un tipo di olive, quelle appunto sotto ranno. Poi i panni venivano recuperati e portati al lavatoio pubblico, che nel caso nostro era proprio a due passi da noi, e anche questo lavatoio non era altro che l’abbeveratoio dei cavalli della posta granducale, il quale poi era stato trasformato in lavatoio. Qui le donne sbattevano con grande fatica fisica, sciacquavano, intorcigliavano i panni per liberarli dai residui del ranno, che avrebbe avuto una funzione abrasiva nei loro confronti. Per bere a tavola usavamo quasi esclusivamente l’acqua di sorgente. La sorgente per eccellenza di Fontebuona era la cosiddetta Fonte del Pruno. Questa scaturiva perennemente dalle falde del Poggio Conca in località Bicchi, uno dei quartieri del paese, che dista circa 500 metri dalla piazzetta. Nel paese, verso Bicchi c’era un continuo via vai di persone, donne, uomini, giovani, vecchi, tutti con le mezzine, fiaschi e bottiglie in mano per approvvigionarsi d’acqua a questa freschissima sorgente. Per arrivare alla sorgente, si passava per un viottolino fresco ombreggiato da siepi e da alberi. Dopo una trentina di metri, in una specie di grotta naturale, formata da grossi macigni, scaturiva un rigagnolo d’acqua talmente fresca che a malapena ci si teneva le mani sotto. Noi usavamo quest’acqua, nelle calde serate estive con la “magnese”, sotto forma di fiocchi dolciastri, per farne una bibita effervescente e deliziosa, che gustavamo qui alla Fonte del pruno, oppure a casa. Con l’acqua fresca poi preparavamo dell’acqua da tavola, con delle bustine, la famosa acqua Idrolitina, un’acqua che unita alla freschezza, sembrava avesse anche degli effetti digestivi. Questa acqua mineralizzata, o acqua “sci sci” come alcuni la chiamavano (forse una storpiatura dell’acqua francese Vichy), la trovavi in tutte le tavole del paese e accompagnata al vino lo rendeva particolarmente gustoso e dissetante. Alle bottiglie portate dalla Fonte del Pruno e posate in tavola, si formava, per contrasto di temperatura, una patina di fresco, quasi glaciale, che sembrava volesse dirti: “Bevimi, bevimi”. Io avevo spesso l’incarico, uno dei pochi quotidiani, di andare alla Fonte del Pruno con fiaschi, bottiglie e qualche volta con i secchi. Nelle ore di punta del giorno e della sera, vale a dire poco prima di pranzo e poco avanti la cena, c’era molto affollamento presso questa sorgente e spesso eravamo costretti a fare la coda. In attesa del nostro turno, parlavamo del più e del meno: di ciclismo, di calcio, della scuola, ecc. Più tardi, vicino alla strada nazionale, furono fatti i lavatoi per comodo delle donne del luogo e l’acqua fu convogliata per alimentare gli stessi, pur mantenendo attiva la sorgente nel luogo originario. Questa fonte era conosciutissima per le ottime qualità e molti venivano anche da fuori paese a rifornirsi. Oggi, per varie vicissitudini, la fonte del Pruno non gode più questa notorietà, anche perché l’acqua potabile è stata portata da tempo in tutte le famiglie. Inoltre, insediamenti abitativi sono stati realizzati nei pressi della sorgente, senza tuttavia pregiudicare la sua purezza. Non essendo la stessa compresa fra le acque periodicamente controllate, il Comune di Vaglia ha fatto apporre sopra la sorgente un cartello: “Acqua non potabile”.

LE ZUCCHE E LA “MORTE SECCA”

Le zucche, come gli altri ortaggi, che in estate abbondavano negli orti di Fontebuona, avevano un’importanza primaria nell’alimentazione delle famiglie d’allora. Si può dire che non ci fosse famiglia che non avesse il suo orticello. C’è chi l’aveva sotto casa e chi ancora doveva fare qualche passo per raggiungerlo, però diciamo che in linea generale gli orti si trovavano vicino al torrente Carza, soprattutto per motivi di ordine idrico, poiché un orto vicino al torrente si poteva annaffiare con più facilità. La zucca è una pianta molto generosa e quando comincia a “produrre” zucchine non finisce più. Come pianta richiede una annaffiatura abbondante e poca manutenzione. C’era un detto paesano sulle zucche: “Come disse il contadino alle sue mucche, quest’anno poche foglie ma che zucche!” Il detto avrebbe anche un significato nascosto, certe volte si alludeva alle “zucche” dure di certe persone che non capivano o facevano finta di non capire. Le zucche con le frequenti annaffiature e con il passare dei giorni diventavano grosse, andavano in seme e di conseguenza non erano più adatte al consumo alimentare. Dalle stesse però venivano ricavati i semi i quali venivano essiccati al sole e messi sotto sale e riposti in dei barattoli di vetro per essere poi mangiati anche nella stagione invernale. Però le zucche, quelle più belle, noi ragazzi le usavamo anche per un altro scopo: la “morte secca”. Questo era un gioco divertentissimo che aveva lo scopo, secondo la nostra immaginazione infantile, di fare paura alle persone. Andavamo a scegliere nell’orto la zucca più bella, la tagliavamo in cima, facendo una specie di cappellotto, poi con un cucchiaio vuotavamo la zucca dalla polpa e dai semi. Una volta vuotata la zucca, praticavamo dei fori, in modo tale che somigliassero a un volto umano: due triangolini per gli occhi, un triangolo allungato per il naso, e una mezza luna messa in orizzontale per la bocca. Poi aspettavamo che venisse la sera e con il buio, mettevamo all’interno della zucca una candela e l’accendevamo. La zucca, nella notte, assumeva un aspetto sinistro, pareva di vedere un mostro o un fantasma con gli occhi fiammeggianti dai quali uscivano fumo e lampi di luce. Allora la notte era ancora avvolta di questi misteri, di presenze fantastiche, di voci misteriose. Erano i ricordi ancestrali che affioravano alla mente della gente di allora, fatti misteriosi che venivano tramandati oralmente di padre in figlio, questo immaginario fantastico della gente di allora tardava a morire. La zucca rappresentava il teschio, la morte insomma. Con questo gesto noi dissacravamo il sacrosanto timore della morte, che non ci appariva più nefasta e tragica, ma con gli occhi luminescenti e la bocca sorridente, come le Gorgoni rappresentate sulle antefisse murali dai nostri antenati etruschi. La zucca era anche il simbolo delle streghe, che con il loro aspetto arcigno, con i capelli sciolti al vento e col loro strano modo di vestire, volavano cavalcando una vecchia scopa. Noi mettevamo queste zucche dalle fogge più varie sul muretto della strada, convinti che le persone che vi passavano si spaventassero alla loro vista. Alcuni paesani quando le vedevano, si soffermavano e dicevano: “Che paura! Meglio scappare”. Ma era solo un modo per accontentare noi ragazzi che ridevamo di gusto.
LA CANNA LADRA

Quando la frutta nei campi dei contadini, e in modo particolare l’uva, cominciava a essere matura, noi ragazzi che eravamo in perenne girovagare per i campi e per i boschi, avevamo ripreso una vecchia usanza paesana: quella della canna ladra. Siccome i frutti più belli e più maturi erano in alto per arrivarli dovevamo arrampicarci sulla pianta. Ma talvolta questo poteva essere pericoloso poiché il contadino era in agguato, nascosto da qualche parte, per fare la guardia ai suoi frutti. Se il contadino ci avesse sorpreso sulla pianta sicuramente i colpi della sua frusta si sarebbero abbattuti gagliardi sui nostri poveri polpacci nudi. Per questa ragione era meglio rimanere a terra, pronti a scappare per ogni evenienza. Per arrivare i frutti usavamo la canna ladra. Questa era una canna comune, alla cui estremità veniva fatto un taglio di circa 15-20 cm. Le estremità tagliate venivano divaricate in modo che questa diventasse una specie di pinza. Fra le due estremità allargate ponevamo uno stecco in modo che la pinza rimanesse allargata. Quando questa toccava una bella mela o una bella pera, lo stecco messo a contrasto scattava via e le due estremità della canna si richiudevano subito, afferrando nel mezzo il frutto, pronto per essere mangiato. Questo sistema era molto valido anche per l’uva. La canna in questo caso veniva fatta scattare sul gambo del grappolo, ma siccome questo era molto duro, lo attorcigliavamo un po’ e questo si rompeva e il grappolo rimaneva attaccato alla canna.

IL BALLO NELLA PISTA

Fontebuona da sempre ha avuto una vocazione ballerina. Nell’immediato dopoguerra quando io ancora non arrivavo all’altezza della tavola, ballavano nell’antistante piazzetta del vecchio bar. Si ballavano tanghi, fox-trot, swing, jazz e naturalmente tante canzoni importate dagli alleati americani, il cui cavallo di battaglia mi sembra fosse l’intramontabile “Blue moon”. Ancora il rock non aveva fatto la sua comparsa. Arrivarono invece i ritmi jamaicani di Harry Belafonte con la celeberrima Banana Boat, le canzoni dell’italo-americano Perry Como e poi gli straordinari Platters con Only You. Anche la canzone italiana nel frattempo si era modernizzata ad opera specialmente di Renato Carosone che con motivetti tipo “Tu vuo’ fa’ l’americano”, aveva conquistato le simpatie degli italiani. In particolare il batterista Gegé di Giacomo piaceva per quella sua simpatica napoletanità e per il suo modo di cantare e suonare. Poi arrivarono i primi rock scatenati come “Tutti i frutti” e tanti altri. In tanta dovizia musicale il bar di Alfio si attrezzò e aprì una pista in un pezzo di terreno che faceva parte del giardino della ex Villa Meschiari, e ancor prima ex locanda della Posta Granducale. La pista da ballo venne chiamata “La Palma” poiché a lato c’era una palma, abbastanza grande. Intanto da Firenze cominciarono ad arrivare i primi “rock and rollers” e “boogie woogers”, veri artisti del rock americano che si esibivano nella nostra modestissima pista paesana. Fra questi c’era Alberto detto il “Secco”, un giovane smilzo che quando ballava sembrava che i piedi non gli toccassero nemmeno terra. Ballavano gli scatenatissimi “Tutti i frutti” e anche i primissimi rock di Elvis detto “The Pelvis”. Facevano la comparsa i primi juke-box, importati dall’America. Le prime macchine avevano un esiguo numero di dischi, tutti a 33 giri, che comprendevano musica moderna ma anche musica più tradizionale, come le canzoni di Claudio Villa e di Luciano Tajoli, che piacevano tanto alle nonne. In effetti c’era musica un po’ per tutti i gusti e per tutte le età. Le ragazze da marito di Fontebuona, si mettevano come si dice qui, “in ghingheri”, vale a dire gonna plissé corta, scarpe con i tacchi a spillo e camicetta che lasciava trasparire due belle “caciotte” ben appuntite. I ballerini contesi erano quelli “stranieri” quelli che venivano da fuori, in modo particolare da Firenze. Però qui in paese diffidavano molto di loro e alle ragazze veniva spesso ripetuto il proverbio: “Moglie e buoi dei paesi tuoi”. Per questa ragione le ragazze erano guardate a vista dai genitori o dai fratelli. Anch’io, ragazzino, avevo avuto il compito dai genitori di sorvegliare le sorelle e di andare e riferire qualsiasi comportamento anomalo delle stesse.

Fig. 31 – La sorella Luisa e il fratello Alberto sulla terrazza di casa

Mio padre era chiamato lo “sceriffo” per la sua apparente severità, in realtà si trattava più di un “burbero Benefico” che di uno sceriffo con tanto di stella e pistola. Quando vedevo le mie sorelle in atteggiamenti un po’ troppo intriganti con il partner, io dicevo loro subito: “Ora lo vado a dire al babbo”. Il più delle volte però i loro partners mi dicevano: “Se ti diamo 100 lire ci lasceresti un poco in pace?”. Naturalmente, io mi lasciavo corrompere e con quelle lire andavo a comprarmi un bel cono di gelato. Poi tornavo a casa e la mamma mi diceva: “Cosa hai visto? Cosa fanno le tue sorelle?”. “Tutto regolare”, rispondevo alla mamma, la quale era molto orgogliosa di avere un figlio così “responsabile”.

LE NOCI E LA FRUSTA DI TAROLLE

Tarolle era un omone alto ed aveva una caratteristica molto peculiare: la sua voce. Quando Tarolle parlava, anche a bassa voce (si fa per dire), pareva che dal cielo scendessero giù tuoni e lampi. Quando poi urlava la sua voce sembrava rimbombare da tutte le parti e ritornasse al punto di partenza con lo stesso vigore, tanto da sorprendere chi lo ascoltava. La sua voce sembrava provenisse dalle grotte di Frasassi, e per questa peculiarità della voce, unita alla statura, davvero notevole, Tarolle sembrava più un Ciclope o un Polifemo, con l’unica differenza che Polifemo aveva un solo occhio e Tarolle sembrava ne avesse due davanti e uno dietro. Infatti era molto difficile farla franca ogni volta che noi andavamo a prendere un po’ d’uva o un po’ di frutta nel suo podere. Non si sa come facesse, ma sbucava fuori dai luoghi più impensati e con quel vocione che ci atterriva e con la frusta sempre sguainata, ci faceva rimescolare le budella dalla paura.

Fig. 32 – Guido detto Tarolle

Era il contadino più pericoloso e quando noi dovevamo “trattare” con lui dovevamo stare con gli occhi bene aperti. Un giorno, in autunno, convinti che Tarolle fosse nel campo ad arare salimmo sul suo “nocio”, come lo chiamava lui. Tarolle invece arrivò e si mise sotto il noce con la frusta in mano ad aspettare che scendessimo. Per terrorizzarci ancora di più, ogni tanto tuonava qualche frase, talmente forte, che sembrava facesse cadere le noci più mature. Fummo costretti, io e gli amici, a passare le “forche Caudine” di Tarolle, vale a dire gran “scappellotto” sulle nostre povere teste e due frustate nelle gambe a ciascuno di noi. Quella volta le noci furono davvero indigeste.
IL PALLAIO

Il gioco delle bocce veniva giocato allora nel “pallaio” che si trovava in località Cecioni e faceva parte della Cooperativa o Casa del Popolo, che, non esiste più da molto tempo. Però il pallaio era diverso dai campi di bocce moderni. La prima diversità consisteva nel diametro delle bocce. Quest’ultime avevano un diametro di 40-50 cm. ed erano fatte di legno massello e quindi pesantissime. Per noi ragazzi era difficile anche sollevarle. Immagino che il loro peso superasse i 10 Kg. Il pallaio era in terra battuta (rena) ed aveva le sponde arrotondate. In fondo al campo nei due lati c’erano le fosse. Le palle che andavano a finire dentro le fosse si consideravano perdute. Per questa ragione bisognava che i giocatori calcolassero bene il tiro e l’effetto. Prima di tirare i giocatori pulivano ben bene con la mano la palla, poiché anche il più piccolo sassolino attaccato ad essa l’avrebbe potuta far deviare. Poi lanciavano la palla in modo da farla arrivare vicino al pallino o boccino. Il giocatore poteva anche bocciare una palla o più palle e queste quando si scontravano facevano un forte rumore sordo. Anche i giocatori, presi dalla foga del gioco, commentavano ad alta voce ed intervallavano con il sorso di un buon bicchiere di vino rosso. La posta in gioco era sempre il mezzo litro o il litro di vino.

L’ARCHETTO E LE TRAPPOLE PER GLI UCCELLI

Se la mia mentalità oggi è orientata verso la tutela di questi piccoli animali, una volta non era così. Fontebuona, quando la selvaggina abbondava, era di sicuro un paese a vocazione venatoria e la caccia alla lepre, al fagiano, alle starne e agli uccelli era senz’altro uno dei passatempi e degli sport preferiti e in parte lo è rimasto. In casa mia nessuno di noi ha mai praticato la caccia, nel senso di possedere doppietta e porto d’armi. Unica eccezione era lo zio prete (ma abitava per conto suo) che di tanto in tanto staccava la doppietta dalla trave della canonica per andare a tirare al balzello della lepre. Questo era un tipo di caccia che si praticava a “bruzzico” vale a dire, nel tardo pomeriggio, quando cominciava ad imbrunire, e le lepri si muovevano dal loro covo per trovare da mangiare e da bere. Evidentemente in casa aveva chi gli preparava un buon sughino per fare le “pappardelle sulla lepre”. Noi ragazzi venivamo influenzati dai grandi e ciascuno di noi aveva una attrezzatura per la caccia adatta alla nostra età. Non c’era ragazzo in paese, anche fra quelli più “perbenino”, che non avesse uno o più archetti. Anzi, non so spiegare come mai, ma i ragazzi che avevano la “puzzetta” sotto il naso erano quelli che miravano meglio. Uno di loro, mi colpì proprio in centro, senza tuttavia farmi eccessivo male. L’archetto, da alcuni chiamato fionda, veniva fatto tagliando un ramo a forca di un albero dal legno duro, ad esempio un carpine. A questa forca venivano fissati con degli elastici delle strisce di gomma, che prelevavamo da delle camere d’aria delle ruote delle motociclette, che ci forniva il meccanico del paese Vasco. Alle estremità di queste veniva fissata una striscia di cuoio che conteneva il proiettile, che nel caso specifico era un sassolino. Tenendo con la mano destra la forca che aveva la forma di un Y e con la mano sinistra la tasca di cuoio che conteneva il proiettile, si allungavano gli elastici mirando l’oggetto da colpire. Fortunatamente questo tipo di caccia era quasi innocua, poiché era raro che si colpisse un uccellino. Spesso capitava che gli elastici si rompessero e allora si prendeva, come di diceva allora, “tutto sul muso”. Alcuni ragazzi, i più esperti, usavano gli archetti per andare a rompere le “chicchere”, che sono quegli isolanti in vetro o in ceramica che si trovano sui pali della luce. Quando le “chicchere” si rompevano facevano lo stesso rumore che si può causare quando cade in terra una teiera o una tazzina da caffè. Io decisamente non avevo una buona mira, ma la cosa non mi dispiaceva più di tanto. Dai ragazzi del paese imparai altri metodi più “raffinati”, per prendere gli uccelli, vale a dire con le tagliole. Allora si usava fare questo e le tagliole le trovavi tranquillamente sui barroccini dei mercati o presso alcuni negozi. Queste funzionavano, purtroppo, soprattutto durante le nevicate, quando gli uccellini erano costretti a cercarsi il cibo nella neve. La tagliola veniva “caricata” con un pezzetto di pane e quando l’uccellino beccava, queste scattavano, uccidendo così la povera bestiola. Un’altra forma di caccia che ho visto fare ai miei amici era quella con una lastra di pietra, tenuta sospesa da uno stecco di legno, collegato a un filo. Sotto la lastra veniva messo il becchime (semi di grano e granturco) e quando gli uccellini andavano a beccare veniva tirato il filo, la lastra cadeva e gli uccellini restavano imprigionati o uccisi. Però voglio spezzare una lancia in favore di questi miei amici. Tante volte li ho visti curare una zampa o un’ala di un uccellino, e se riuscivano a farlo guarire, lo rimettevano in libertà con tanta felicità nel loro cuore.

LA BEFFA DEL PORTAFOGLIO

Che a Fontebuona ce ne fossero di buontemponi, cioè di gente che gli piacesse di menare per il bavero gli altri, questo era risaputo.

Fig. 33 – Il fratello Alberto, primo a destra, con amici fontebuonesi

Fra questi vi erano alcuni che avevano escogitato un modo davvero originale per fare quattro risate alle spalle di alcuni malcapitati. Parlo del gioco del portafoglio, che veniva legato ad un filo invisibile (nylon) e messo in mezzo alla strada in attesa di qualcuno che cadesse nella trappola. Una o due persone di quelle grandi, si rimpiattavano dietro una siepe o dietro un muretto pronti a tirare il filo. Il portafoglio veniva imbottito ben bene di carta straccia, e una banconota falsa, veniva messa ad arte, in modo che spuntasse in bella vista un po’ fuori del portafoglio, per invogliare di più i gonzi a fermarsi. Purtroppo di questa beffa rimasero vittime due poliziotti della Stradale, i quali fermatisi misero le moto sul cavalletto, si tolsero i caschi e gli occhiali e si avviarono per raccogliere il portafoglio. Si chinarono più volte, ma il portafoglio guizzava via tutte le volte che le loro mani si avvicinavano per raccoglierlo. Infine lo rincorsero, ma il portafoglio si allontanava più veloce di loro finché non sparì al di là del muretto dove c’erano i due buontemponi che si diedero alla fuga. I due poliziotti li inseguirono a piedi, ma non riuscirono ad acciuffarli poiché questi si dileguarono nel folto del bosco.

LA COOPERATIVA

Ho vaghi ricordi della Cooperativa che si trovava al Cecioni. Di sicuro vi era una bottega di alimentari che era molto simile al negozio della Delia. Questa aveva in più un annesso, vale a dire una stanza, nella quale si ritrovavano molti degli uomini del paese per il gioco delle carte. Fra le due stanze, vale a dire fra la bottega e la stanza da gioco, vi era un piccolo sgabuzzino, una specie di ripostiglio, nel quale erano sistemate alcune damigiane di vino alle quali erano applicate delle gomme per tirar su il vino e riporlo nei fiaschi, che allora erano rigorosamente ricoperti di paglia. Quando i giocatori richiedevano il quartino o il mezzo litro, il “biscazziere”, che era una specie di cassiere-barman, versava il vino dal fiasco e lo metteva in quelle “misure”, appunto dette quartino, mezzo litro e litro. Nella stanza dove giocavano alle carte c’era un gran fumo di sigaro, sigaretta e pipa. Molti allora fumavano con quelle pipe di coccio, che avevano un cannello di legno bucato. Quando uno voleva fare una “fummatina”, tirava fuori la pipa dal taschino del corpetto e in una scatolina che aveva in tasca prendeva dei pezzetti di sigaro toscano. Dopo averli sbriciolati con le dita sul palmo della mano li metteva nella pipa e li pigiava con il dito indice. Poi da un altro taschino del corpetto tirava fuori la scatola dei fiammiferi di legno, detti “zorfini”, e con uno di quelli, che emanava un forte odore di zolfo cercava di accendere la pipa. Ho detto cercava di accendere, poiché non sempre la pipa si accendeva al primo tentativo. Dopo aver “tirato” su tre o quattro volte, ed aver rilasciato dall’altra parte della bocca grossi e forti nuvoloni di fumo, poteva capitare che la pipa non si accendesse o perché il tabacco non era di quello buono o perché nella pipa si erano formati dei grumi e che, tira tira, immancabilmente andavano a finire in bocca del fumatore. Questi allora o provvedeva a sputarli direttamente sul pavimento, o nel caso migliore, li andava a depositare nella “sputacchiera”, una sorta di recipiente con dentro della segatura. A fianco della Cooperativa c’era il pallaio, con grosse bocce di legno.

I CASOTTI NEL TORRENTE

Forse i desideri più grandi per noi ragazzi erano due: quella di possedere un mezzo autonomo per spostarsi e quello di possedere una casa propria. In tutto e per tutto cercavamo di emulare le persone adulte. Il primo desiderio lo avevamo appagato costruendoci in proprio un carretto con i cuscinetti, questa non era una macchina vera e propria, ma con un po’ di fantasia…Il secondo desiderio era un po’ più difficile da realizzare, anche perché non eravamo davvero dei piccoli muratori in erba. Pur tuttavia ci provavamo. Ogni tanto, in due o tre amici, andavamo nel torrente per costruirci una casetta con i sassi del fiume, naturalmente in estate quando il torrente era quasi in secca. Il prototipo di casa era sempre lo stesso, non c’era bisogno di architetti e neppure di progetti. Il casotto veniva tirato su con i sassi del fiume fino ad una certa altezza, più o meno la nostra altezza di ragazzi. Prevedevamo, ovviamente, una porta di ingresso, una o due finestrine laterali e all’interno facevamo un bel caminetto con tanto di cappa fumaria per farci il fuoco. Per tetto usavamo delle frasche di albero, oppure, non era raro il caso, che per il tetto usassimo delle sottili lastre di pietra, sorrette da rami d’albero. Quando avevamo terminato il lavoro, tiravamo un sospiro di sollievo poiché non era stata un impresa da poco. Questo perché i muri li avevamo tirati su con i sassi di fiume, i quali non sono quasi mai squadrati, ma tondeggianti e quindi per farli star su stabilmente, bisognava che ogni sasso venisse “calzato” con dei piccoli sassetti, detti “lastruccine”. Uno di noi, fra i più coraggiosi, entrava per primo nel casotto per fare il collaudo, cioè per vedere se la costruzione fosse stata fatta a regola d’arte e non cadesse al minimo urto. Una volta entrati facevamo il fuoco con dei piccoli tronchi d’albero nell’apposito caminetto che avevamo predisposto. Spesso la cappa fumaria tirava poco e dentro si asfissiava dal fumo, e spesso dovevamo uscire fuori di fretta poiché ci prendeva una forte tosse. Quando il caminetto invece tirava bene, cucinavamo qualcosa sul fuoco, ad esempio arrostivamo il pane e qualche volta mettevamo sulla fiamma qualche aringa ad arrostire per la gioia del nostro palato. Quel piccolo casotto rappresentava per noi una piccola e vera casa in miniatura, di nostra assoluta proprietà, dove la mamma non sarebbe potuta entrare a comandare e a brontolare. Piano piano l’interno del casotto si andava arricchendo di arredi semplici, in legno, che costruivamo noi, come dei piccoli sgabelli, una piccola tavola e dei piccoli scaffaletti. Era bello stare lì dentro e pensare, nella nostra immaginazione, che quella fosse la nostra casa, piccola se vogliamo, ma pur sempre una casetta. Dice il proverbio: “Casa mia casa mia pur che piccola tu sia tu mi sembri una badia”. Ed era proprio vero. Purtroppo, spesse volte capitava che uno di noi all’interno facesse un movimento brusco e andasse a urtare contro i muri, i quali stavano su per scommessa. Allora, tutto ci crollava addosso, sassi, tegole, rami d’albero, e spesso e volentieri tornavamo a casa con dei bei bernoccoli sulla testa.

LA FAMIGLIA ROSSI

Era una famiglia di fiorentini che possedevano nel nostro paese una villetta proprio al di là del ponticino. Questo, in origine, era un ponticello medievale che scavalcava il torrente Carza, ed era stato costruito con un arco a schiena d’asino. Il ponte era belllissimo a vedersi, era ancora così quando io ero ragazzo. Poi la guerra, il passaggio del fronte, il transito dei mezzi pesanti, i cingolati, lo avevano un po’ danneggiato, ma il ponte, oggi, se non fosse stato abbattuto, sarebbe stato restaurato con una certa facilità. Al suo posto fu costruito un nuovo ponte, forse più sicuro, ma bruttissimo a vedere. Così spariva un’altra testimonianza medievale, come era sparito, alcune decine di anni prima, l’”Arco”, una sorta di volta pontata, un passaggio coperto che univa i due caseggiati al lato della strada detta, appunto, Sotto l’Arco. Questa famiglia, dunque, abitava una villetta ottocentesca, molto carina, restaurata di recente, di quelle che si vedono simili nelle pitture di Lega, Signorini e altri pittori macchiaioli. Annesso c’era un bel giardino, con dei vialetti di bosso, delle panchine di pietra e un bel tavolo, sempre in pietra. Noi ragazzi, quando non c’erano i padroni, amavamo scavalcare il recinto ed entrare in questo bellissimo giardino, per provare il piacere di percorrere questi bei vialetti di bosso, ma dovevamo stare attenti, poiché il giardiniere o guardiano, un certo Perule, chiamato così di soprannome, se ci vedeva “ci assottigliava il capo con la màra” (ci schiacciava il capo con la zappa), come diceva lui. La famiglia Rossi era composta, almeno nei primissimi tempi dal vecchio padre, e tre figli: due femmine e un maschio. Le figlie, due donne dolcissime, si chiamavano Wanda e Pia, e il fratello Viscardo. Erano tutti e tre scapoli, nessuno di loro si era voluto sposare. Erano religiosissimi ed erano molto amici di mio zio, sacerdote. La domenica, quando venivano a messa, si sedevano sulle prime panche con molta partecipazione. Io ero entrato nelle loro grazie e tutte le volte che passavo davanti alla loro villetta mi facevano entrare e le sorelle si mettevano a giocare con me. La Pia, in modo particolare, mi trattava come una mamma e sapendo che io ero ghiotto dei dolciumi, faceva un giochino che a me piaceva molto. Nascondeva dei piccoli pezzi di cioccolata, nelle cavità del muro e io dovevo trovarli. Lei mi aiutava dicendo: “Acqua, fuocherello, fuoco”, finché io lo trovavo e lo mangiavo.

IN CASA D’ORESTE…

“In casa d’Oreste, il primo si leva il primo si veste”. Ed era proprio così, questa famiglia, come del resto molte altre in paese, non aveva certo molto da buttare via. Era una bellissima famiglia, nonostante le poche disponibilità economiche. Eppure vivevano nella casa più bella di Fontebuona, addirittura in una villa, la Villa Meschiari, di proprietà del famoso avvocato penalista, il quale ricopriva un’alta carica nella gerarchia del fascismo. Finita la guerra, i gerarchi e gli aderenti al partito fascista, temendo delle ritorsioni, lasciarono in fretta il paese per trasferirsi al nord o in posti dove non erano conosciuti e quindi molto più sicuri. L’avvocato Meschiari, viveva in una bellissima villa, con ampie stanze e saloni. Questa villa, una volta, era la locanda della Posta Granducale. Durante il tempo questa subì delle modifiche sostanziali, trasformandosi, forse ai primi del Novecento in una lussuosa dimora. Al pianterreno c’erano degli ampi saloni con i muri tutti tappezzati di bellissime stoffe. Ai soffitti facevano sfoggio ricchi lampadari con pendenti di cristallo. C’erano ancora molti mobili e suppellettili d’epoca, fra i quali divani, abat-jour e vetrate di gusto liberty. Al piano superiore si saliva per mezzo di una bellissima scala, anche questa di gusto liberty. Le porte erano in legno massello pregiato. Certo che questo Meschiari ne doveva avere di soldi per vivere in un ambiente così lussuoso! C’è un aneddoto che ci descrive questo personaggio, un po’ irascibile, uno di quelli che quando c’è da dire pane al pane e vino al vino non si tirava indietro. Si racconta che una volta questo avvocato, che era uno dei più quotati nella piazza di Firenze, perse, forse per colpa dei giudici, una causa importante. Rivolgendosi ad essi, che sedevano su scanni di noce, sotto la scritta: LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI, disse loro: “Fareste meglio a scriverci: Mescita di vini”. Questa casa fu occupata, nel dopoguerra, da Oreste, che aveva delle bellissime figlie, e un ragazzo che era mio amico. Olga, Manola erano bellissime ragazze, con dei capelli nerissimi, raccolti in lunghe trecce.

Fig. 34 – La sorella Luisa e l’amica Olga

Bruno, il figlio, mi portava spesso in casa sua dove giocavamo. Ricordo un vecchio grammofono, uno dei primi, con la carica a manovella, e sua mamma ci faceva sentire i primi dischi e le canzoni d’anteguerra. In casa, non si preoccupavano molto del lavoro, del futuro, e prendevano la vita con molta filosofia. Tutto era carente dal cibo all’abbigliamento, ma non si preoccupavano neanche un po’. Sua mamma mi ripeteva sempre: “In casa d’Oreste, il primo si leva il primo si veste”. Così andrebbe presa la vita.

LE VEGLIE DI NATALE E IL CEPPO

Il Natale era una festa sentita in tutte le famiglie, anche quelle meno religiose. Era bella l’atmosfera di quando ci si avvicinava a questa festa. A scuola la maestra Cia ci faceva preparare il presepe e a ciascuno di noi dava un compito per la buona riuscita della cosa. Dagli armadi zeppi di registri, quaderni, penne, lapis, ecc. la maestra tirava fuori dei fagottini dentro i quali c’erano i personaggi del presepe: il Bambinello, i pastori, Giuseppe e la Madonna, le pecorine, il bue e l’asinello. Io e altri ragazzi avevamo il compito di trovare la “borraccina”, (muschio) che sarebbe servita per ricoprire il paesaggio. Andavamo nei boschi, vicino casa a trovare il muschio, e sceglievamo quello più bello e più fresco, poiché doveva durare per tutto il periodo natalizio. Affinché il muschio durasse di più, facevamo in modo che alla zolla di muschio rimanesse attaccata anche un po’ di terra umida, in questo modo la borraccina rimaneva fresca per diversi giorni. Come sfondo del presepe mettevamo un bel paesaggio stampato su un foglio, a colori vivaci, nel quale erano raffigurati i monti, che si stagliavano contro un bel cielo blu, la stella cometa e le case dei pastori, appena illuminate dalle torce. Era veramente bella la preparazione del presepe, ognuno di noi esprimeva delle idee su come realizzarlo: la capannuccia, era sempre posizionata al centro, con tutti i personaggi della Natività, intorno ad essa i pastori che arrivavano da vicino e da lontano con le greggi belanti, più distanti le case, le capanne, e altri pastori che vegliavano sui monti. Non mancava mai un torrente, fatto con la carta stagnola, e un ponticello. Le strade venivano disegnate con dei sassolini e con della ghiaia. Poi la neve, questa non doveva mai mancare, e per fare questa utilizzavamo della farina bianca. Alla fine del lavoro la maestra Cia si dimostrava molto soddisfatta e a ciascuno di noi faceva disegnare il presepe da portarlo a casa, nelle nostre

Fig. 35 – Silvestro Pistolesi – Natale di San Francesco

famiglie, presso le quali avremmo passato il periodo di vacanze natalizie. La maestra prima però ci dava i compiti per le vacanze: delle letture, dei temi, delle poesie da imparare a memoria, in modo che non ci dimenticassimo dello studio e della scuola. Anche nelle nostre case cominciava l’attesa natalizia, questa era una festa che ci riempiva il cuore di allegria. Qui a Fontebuona il Natale lo chiamavano il Ceppo, forse perché era abitudine nelle famiglie, la sera delle vigilia di Natale, di mettere un grosso ceppo d’albero nel caminetto affinché questo ardesse per tutta la notte. La notte di Natale, tutti noi andavamo alla messa notturna a Ferraglia dove veniva fatta una bella cerimonia, con i canti del coro dei giovani, che si erano preparati durante tutto l’anno per questo speciale evento. Quando intonavano l’Adeste Fideles, che annunciava la nascita del Signore a Betlem, ciascuno di noi si commuoveva e anch’io, che ero piccolo e molte volte assonnato, all’udire questa bella melodia mi passava il sonno. Poi il coro intonava l’inno “Tu scendi dalle stelle”, che fortunatamente era in italiano, e i suoi versi ci ricordavano che il Re dei cielo era sceso sulla terra per nascere in una grotta al freddo e al gelo. C’era in noi tanta compassione per questo Bambino che era nato in una stalla e tremava per il freddo, proprio per amore nostro e dell’umanità intera. Alla fine della Messa ciascuno di noi si avvicinava al Bambinello che era stato messo in bella mostra sull’altare per baciarlo. Tornavo a casa, nella notte più buia, appena rischiarata dalle stelle, tenendo per mano una delle sorelle. A casa trovavamo babbo e mamma, un po’ assonnati, che stavano ancora lavorando per preparare i famosi “cappelletti” natalizi. Questi cappelletti, erano detti così poiché avevano proprio la forma di un cappellino. Per farli la mamma preparava la sfoglia, che tirava con il matterello, e la faceva venire sottile sottile, come un foglio di carta. Poi tagliava la sfoglia in tanti piccoli quadrettini della grandezza di 3-4 centimetri di lato. Dentro a questi ci metteva il ripieno che era fatto di carne di pollo, di maiale, uova, prosciutto e formaggio. Noi, spesse volte, aiutavamo i nostri genitori a confezionare i cappelletti. Questi quadrettini di sfoglia, con in mezzo una bella pallina di ripieno, venivano chiusi con le mani in modo che diventassero dei triangolini, poi prendevamo i due angoli del triangolino e li giravamo intorno al dito in modo che sembrassero dei veri e propri “cappelletti”. Che delizia, quando la mamma a tavola, ci versava due bei “romaioli” di questi cappelletti caldi, con il brodo di gallina e che profumo! La pentola, piena di buona carne, gallina lessa, polpettone, il collo ripieno, veniva a poco a poco svuotata, come il cappello di un prestigiatore. A tavola ci guardavamo tutti soddisfatti e la mamma era molto contenta di aver preparato delle cose buone per tutti noi. Io, come era d’abitudine, avevo preparato una bella letterina di Natale, che avevo messo, all’insaputa del babbo, sotto il suo piatto. Quando il babbo aveva finito i cappelletti e mia madre alzava la scodella, mio padre vedeva la mia letterina e la leggeva a voce alta. In questa, io gli chiedevo scusa delle marachelle, gli manifestavo il proposito di diventare più buono, in cambio però esprimevo il desiderio che lui accondiscendesse a farmi realizzare, con i suoi soldi, qualche piccolo sogno: giocattoli, dolciumi, ecc. In quel giorno mio padre dimenticava tutto, e la pace era fatta!

L’INSALATINA DI CAMPO E L’ERBA PER I CONIGLI

Non c’era famiglia in paese che non avesse un piccolo spazio per allevare qualche coniglio, qualche pollo, o dei piccioni. Ancora esisteva nei paesi un’economia “fai-da-te” nel senso che, data la precarietà del lavoro e la poca disponibilità di mezzi finanziari, ognuno doveva arrangiarsi come meglio poteva. Allora ci cibavamo molto anche di vegetali, non c’era bisogno del fruttivendolo, ognuno disponeva di un orto, per il consumo familiare. Inoltre, facevamo molto uso anche dei radicchi di campo, poiché questi erano molto appetitosi e si accompagnavano bene con uova, formaggi e anche con la carne. Mio padre nell’orto aveva un capannotto dentro il quale c’era un pollaio, con polli, galline e anche qualche gallo; delle stie dentro le quali teneva dei conigli, e c’era pure uno stalletto per il maiale, che veniva tirato su per il fabbisogno di carne invernale. I polli beccavano ogni cosa, dai vermi della terra, alle bucce della frutta, agli avanzi di pane, ma anche grano, formentone, poiché questo dicevano faceva venire le uova più gialle. Allora, il bisogno di uova fresche era quasi quotidiano, poiché servivano per le frittate, per la sfoglia, ecc. Mia madre, quando le galline non facevano le uova, le “tastava”, nella parte rettale, per sentire se queste fossero in arrivo. Non dobbiamo meravigliarci di questo, poiché era una pratica consuetudinaria. Dopo averle “tastate” le massaie dicevano: “Sta per fare l’uovo” e queste poverette non facevano a tempo a deporlo, specialmente nell’immediato dopo-guerra, che questo era già finito in padella. Ai conigli, che erano molto prolifici, veniva data soprattutto dell’erba, che noi andavamo a cercare nei campi dei contadini, ma anche crusca di grano, legumi, e tante bucce di patate, di mela, compresi i torsoli e baccelli di leguminose. Spesso i contadini, quando ci vedevano a fare l’erba, specialmente se prendevamo l’erba medica, ci “vociavano”, specialmente Tarolle, con quella sua vociona tuonante ci diceva: “Andate da un’altra parte, sennò vengo con la frusta”. Allora noi eravamo costretti a raccogliere l’erba sui cigli delle stradine, dove la proprietà era comunale. Quante balle d’erba ho fatto per i miei conigli. A loro piaceva molto dei tipi d’erba che si chiamavano “Cicerbite”, “Orecchi di lepre”, ma anche trifoglio, avena, ecc.

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Fig. 36 – Io, il giorno della Prima Comunione davanti alle case del paese

Spesse volte raccoglievamo l’erba lungo la stradina che va a Piandalecchio, questa è una località che si trova sopra il paese a qualche centinaio di metri. Piandalecchio era un luogo amenissimo: una pianura, lo diceva il nome stesso, a metà della montagna che si chiama Poggio Conca. Era bello stare lassù, nella solitudine, dove tirava una brezzolina di aria purissima e dove dominavi tutta la vallata del Carza. Spesse volte quando facevamo l’erba per i conigli, contemporaneamente raccoglievamo anche il radicchio per l’uso familiare. Per questo portavamo con noi anche il panierino dove avremmo messo le specie di radicchio più buone. Oltre ai vari radicchi veri e propri, raccoglievamo certe erbe e certe radici aromatiche tipo la “salvastrella” e il “grasso agnellino”, poi c’erano anche delle piccole “cicerbite” commestibili. Non so perché si chiamasse Piandalecchio. A me questo posto faceva venire in mente un luogo ancestrale, un luogo abitato da antiche popolazioni che vivevano d’agricoltura e di pastorizia. Probabilmente Alecchio era un vecchio pastore, chissà. Tornavamo a casa sempre con una balla piena di erba, per la felicità dei nostri coniglietti e un bel panierino di radicchi, che la mamma, provvedeva a pulire subito per darcelo a pranzo o a cena.

PERSONAGGI CURIOSI

C’erano nel paese dei personaggi curiosi, ciascuno dei quali meriterebbe di essere trattato a parte. Fra questi c’erano due cenciaioli, uno più buffo dell’altro. Uno, soprannominato Piscialletto (questo soprannome non si sa da chi gli era stato affibbiato e il perché) amava sempre dire “Sono il più signore della Toscana”, e questo faceva ridere un po’ la gente, poiché si “sentiva” tale, ma non lo era in realtà. Io penso, tuttavia, che si può essere ricchi anche senza soldi, basta esserlo dal di dentro. L’altro cenciaiolo (allora questo era un mestiere abbastanza comune poiché, nel dopo guerra la gente riciclava tutto, dalle pelli dei conigli, al ferro e aimetalli di recupero, ai vecchi mobili e alla cianfrusaglia in genere) lo chiamavano di soprannome Turibolo, poiché si recava alle case e diceva: “Signora, l’ha un cià mica quarcosa da buttare via, quarche pellaccia, quarche turibolo”, era buffo e prendeva qualsiasi cosa. Un altro personaggio, che non amava molto mettersi in luce, anche perché era una persona timida, era il Bicio, così lo chiamavano di soprannome. Quando lo incontravi nella Piazzetta, col suo caratteristico modo di camminare, vale a dire saltellando, diceva sempre “Bel tempino oggi, eh?”. Questa persona, pur bravissima, era talvolta oggetto di scherno da parte di alcuni ragazzi. Uno, in particolare, quando passava, gli tirava i calci negli stinchi, poiché diceva: “Non sopporto che quando cammina, saltelli così”. Un’altra persona buffa era l’Esterina, questa aveva un linguaggio tutto particolare. A suo figlio diceva: “Franco scendi da i’ nocio sennò piglio un saccio e ti sgucchio”, Voleva dire: “Franco, scendi dal noce, sennò prendo un salcio e ti sbuccio”. Un’altra, la Settima, aveva un intercalare famoso: “Che di’o bene o di’o male?” (Dico bene o dico male?). Maso amava dire spesso, e lo cantava in musica: “Tutte a mene, tutte a mene…”. Voleva dire che gli capitavano tutte a lui. Ce l’aveva in modo particolare con Sesto, suo genero, che una volta l’aveva trovato con la figlia, mentre facevano all’amore, e accortosi dell’arrivo di Maso, Sesto – a detta di Maso – aveva dovuto fare ben tre passi indietro per “tirarlo fuori”. Vasco, il meccanico, che raccontava sempre e a tutti la stessa barzelletta. E il bello era che a ridere era sempre lui e basta. Raccontava sempre quella del ciuchino di sei mesi, il quale era legato al muro con una corda. Passa una signora con un bambino piccolo, il quale domanda alla mamma, dopo aver visto l’”arnese” del ciuchino: “Mamma, l’hai visto quel ciuchino come è malato?” La mamma gli risponde: “Ce l’avesse tuo babbo una salute di ferro così”. E dicendo questa barzelletta Vasco rideva di cuore. Scugnizzo era anche un altro tipo di quelli buffi. L’avevano chiamato così, forse perché durante la guerra gli alleati lo chiamavano con questo nome. Quando aveva bevuto un po’, quando cioè il vino gli aveva dato una certa forza, riusciva a fare metà della salita del Miglio, rivoltato all’indietro, cioè tendendo con le mani il manubrio, voltato dalla parte del sellino, girando quindi le gambe all’indietro. Un altro tipo buffo era il Merciaino, il quale andava alle case a vendere le stoffe e la biancheria con il caratteristico fagotto di pezza, legato ai quattro angoli. Gli piaceva una ragazza del paese, ma lui diceva sempre di lei: “La vede arto, troppo arto”, voleva dire che la ragazza guardava in alto, aveva cioè ben altre aspirazioni.

GLI ATTREZZI E IL LAVORO DEI CONTADINI

Gli attrezzi dei contadini fontebuonesi più usati erano la zappa (màra), la vanga e il pennato (o pennata) che tenevano appeso a un gancio della cintura (cigna) o dei pantaloni (brache). Un altro attrezzo molto usato era il coltro (coittro), che veniva tirato da un paio di buoi o di vacche. Il coltro era in legno, ad eccezione della parte inferiore, detta la vangheggiola, che si infilava dentro il terreno da arare. Altri attrezzi erano il forcone o forcato, anche questo in legno che serviva per sollevare il fieno e la paglia che doveva essere riposta nel fienile, oppure stivata nei pagliai.

Fig. 37 – Giuliano Paladini – Aratura

Questi avevano la caratteristica di una montagnola arrotondata, con un palo nel mezzo. Poi c’era il rastrello, fatto a forma di pettine, che serviva per ammonticchiare paglia fieno e legumi. Per battere questi ultimi i contadini usavano due bastoni uniti tra di loro con una correggia di cuoio. Uno di questi veniva tenuto in mano come una zappa e l’altro veniva battuto, a mo’ di frusta, sui monticelli di legumi, cereali, ecc. Quando i contadini falciavano il grano usavano la falce (faicce), che era sempre accompagnata da una pietra per eseguire l’arrotatura. I contadini la tenevano in un corno di bue, che si legavano alla cintola, il quale corno conteneva un po’ d’acqua, poiché l’arrotatura con la pietra esigeva che questa fosse bagnata. Per tagliare il fieno o arbusti leguminosi i contadini usavano la falce fenaia (o fienaia). Per arrotarla usavano sempre la pietra. Per trasportare le cose più varie usavano il carro tirato da due buoi o manzi. A questi veniva messo il giogo sulla parte terminale del collo e nelle narici veniva messo il morso, poiché i manzi rispondessero ai comandi. I manzi erano pacifici, a loro bastava masticare un po’ di fieno, contenuto in una specie di reticella o canestrino metallico, che veniva loro legato sotto la bocca e che il contadino aveva riempito di fieno prima di partire. Anche nelle soste i manzi erano buoni, se scalciavano un po’ questo era dovuto al fatto che erano infastiditi dalle mosche e dai tafani, allora numerosi. Erano bestie intelligenti, per partire bastava che il contadino dicesse: “Ehhh”, e scuotesse un po’ le briglie, che questi partivano agitando le loro zampe poderose. I carri dei buoi, come del resto quelli dei cavalli, avevano anche il freno, la cosiddetta “martinicca”, che i contadini azionavano giù per le discese ripide. La treggia invece era una specie di carro, che al posto delle ruote aveva due lunghi pali che fungevano da slitte e per pianale aveva come una stuoia di salci intrecciati (treccia), da qui il nome di treggia. Questo mezzo di trasporto generalmente veniva usato dai contadini all’interno del proprio podere. Per la vendemmia i contadini usavano i canestri e i panieri (pianeri). L’uva veniva versata nelle bigonce, una sorta di recipiente fatto in legno con le assi, tenute insieme da due “collari”, che tenevano ben strette le assi. Queste, come le botti, venivano fatte dai bottai, uno dei mestieri più comuni per quei tempi. I canestri pieni d’uva che i vendemmiatori avevano raccolto venivano vuotati dentro le bigonce. Le bigonce, a sua volta, piene di mosto zuccherino, che emanava un profumo intenso che si sentiva da lontano, venivano versate dentro il tino che si trovava nel podere o nella fattoria, affinché l’uva facesse la fermentazione. Dopodiché l’uva veniva spremuta con la pressa e il vino novello veniva messo in grosse botti di quercia. Per constatare se il vino nuovo fosse di buona qualità, le botti erano dotate di una specie di rubinetto, talvolta si trattava di una cosa molto semplice, vale a dire, un cavicchio (caicchio o zipillino)) infilato a forza in un buchino, questo facilitava l’erogazione in fiaschi o bicchieri di piccole quantità di vino. Questi erano gli attrezzi più comuni, però ogni contadino, aveva una piccola officina personale dove teneva tutti gli altri attrezzi non qui elencati, tipo: martelli, incudine, pialla, pietra per affilare i coltelli, chiodi, legno e assi per le riparazioni dei carri e delle tregge. Il contadino, insomma, nella sua economia familiare e nella gestione del suo lavoro, non doveva e non poteva dipendere da nessuno, pena che il suo piccolo guadagno andasse in fumo.

I LAVORI DELLA NONNA

I lavori della nonna erano principalmente tre: la calza, il ricamo e il rammendo, oltre naturalmente “dare una mano” in casa, in cucina, o fare le faccende meno pesanti. Ad una certa ora del pomeriggio, le donne, e fra queste le nonne, si radunavano nella piazzetta, a lato della casa della Bice e vicino al muretto dell’orto della Bruna, perché lì, prima che altrove, arrivava la tanto desiderata ombra. Le giornate allora erano molto assolate e le nonne si difendevano dal sole e dal caldo agitando la “sventolina” di casa, quella che usavano anche per alimentare il fuoco dei fornelli. Le nonne erano bravissime nel fare la calza e anche nel ricamare, in quest’ultima occupazione molte di loro si “erano finite gli occhi”. Non di rado vedevi nonne con gli occhi tutti arrossati o gocciolanti, “un ci ‘eggo più” dicevano, ma non si lamentavano e continuavano il loro lavoro di ricamo, infilando con una precisione da manuale, l’ago nel punto giusto, che spingevano con le dita protette da ditali che potevano essere di legno o metallo. Col lavoro di ricamo molte di loro si erano fatte nella gioventù una piccola dote per potersi sposare. Le sentivi parlare di “punto in croce”, “giornino”, “gigliuccio”, tutti tipi di ricami con i quali ornavano i lenzuoli, le federe e gli indumenti personali. Oltre ai vari disegni ricamati era abitudine allora apporre le “cifre”, vale a dire le lettere iniziali di coloro ai quali era destinato il corredo. Mentre ricamavano le nonne parlavano spesso della loro gioventù: “Ai miei tempi…non esistevano tutte queste comodità, allora per esempio capitava che una donna partorisse per i campi, dove andava con il marito a lavorare. L’ostetrica? e chi l’ha mai vista, anche se ti capitava di partorire a casa, una donna ti dava una mano. E tante donne, poverette, ci hanno rimesso la pelle…Che tempi… Allora si andava tutti a piedi, non c’erano né biciclette né motociclette. Qualche barroccino si vedeva, con quelli portavano i più anziani e i malati. E non c’era tutta questa abbondanza che c’è

Fig. 38 – La nonna Chicchina e due cugini

oggi, la carne, il pollo….venivano dati ai malati per ritirarsi su. Allora si diceva: “quando uno mangia un pollo i casi sono due: o è malato il pollo, o è malato chi lo mangia….” Così le nonne continuavano nelle loro piacevoli chiacchiere e le donne più giovani le stavano a sentire. Alcune nonne le vedevi un po’ provate dalla vita e dagli stenti, e certe volte dal freddo delle case di allora che aveva modificato profondamente le loro articolazioni, le loro vecchie giunture arrugginite. Le sentivi che dicevano: “Ho un dolo (dolore) qua, un dolo là, ecc.” Alcune di loro avevano i sandali o le ciabatte con dei buchi dai quali spuntava la “patata” dell’alluce, o il callo sul mignolo. Alcune di loro avevano le dita rattrappite dai lunghi e rigidi climi invernali, riscaldati appena da un fuocherello sul camino di cucina, o da qualche “veggiolo” (scaldino), dentro il quale le nonne avevano messo la brace (bracia). Queste nonne erano belline, e quando si levavano il foulard (pezzola) dai capelli, vedevi i loro bei capelli bianchi raccolti, in piccole trecce o in piccole crocchie fermate con le forcine. Quasi sempre avevano lunghe gonne scure, e un grembiule (grembiale) un po’ più corto della gomma, allacciato alla vita. Le nonne quando parlavano, lo facevano a voce bassa e traspariva la loro serenità, la loro dolcezza ed erano consapevoli di essere ancora utili. I nonni, quelli che trovavi, poiché molti erano stati decimati dalle guerre, stavano seduti per lo più vicino a qualche portone di casa, a fumare la pipa e a sputacchiare di qua e di là. Fumavano il trinciato forte, e nel migliore dei casi, il sigaro toscano, appositamente sbriciolato. Quando la loro pipa non tirava, li sentivi succhiare con lena, e appena tirato qualche boccata si tranquillizzavano e chinavano la testa e spesse volte si addormentavano. Quando le pipe non tiravano, le sentivi le bestemmie (moccoli), poiché dovevano sciupare troppi fiammiferi (zorfini) e andare quindi alla rivendita a comprarne dei nuovi. Quelli meno casalinghi erano alla bottega a giocare il quartino a carte o alla Cooperativa del Cecioni a giocare alle bocce.

MODESTO E LA GALLINA CHIACCHIERONA

Forse i falegnami erano persone che non venivano mai pagate abbastanza per la loro capacità di fare mobili anche di una certa qualità. In paese se non mi sbaglio, all’epoca, c’erano due falegnami, ma Modesto si distingueva per le sue capacità ed anche per una certa estrosità del carattere. Ricordo che era un tipo singolarissimo: pipa e cappellino sempre in testa, ma in testa aveva anche un altro grande patrimonio: quello di vivere la vita con una certa filosofia e, perché no, anche con tanto umorismo. Allora era normalissimo avere dietro casa qualche metro di terreno, ed in questo allevare qualche pollo, per ricavarne qualche uovo fresco, qualche coniglio, dei piccioni; tutti animaletti che prima o poi andavano a finire in un tegame o nello spiedo del girarrosto. Una volta Modesto, che curava personalmente i polli, scese nel pollaio per governarli, vale a dire per dar loro qualche manciata di becchime. C’era una gallina che alla sua vista non smetteva di far “Co..co…co..co..”, Modesto la guardò, era un tipo anche un po’ nervosetto, ma non le disse niente. La gallina, invece, che era educatissima, voleva avvertire il padrone, che finalmente, dopo tanto tempo di inattività aveva fatto il suo dovere: l’uovo e continuava: “Co..co…cocò..cocò” e poi ancora: “Cocò..cocò..co…co…” Modesto non ne poteva più di questo starnazzare e improvvisamente gli entrò lo schiribizzo: “La vuoi smettere, maledetta gallina di fare tanto rumore per aver fatto un uovo? Cosa dovrei dire io che ho appena finito di fare un armadio?”.

Fig. 39 – Giuliano Paladini – Pollaio

Un’altra volta Modesto e la moglie scendevano giù dal Miglio a piedi, provenienti da Pratolino ed avevano per mano il nipotino. Arrivati al Lello, una località dove esisteva una casa distrutta dalla guerra, il nipotino cominciò ad importunare il nonno “Poppò, nonno poppò”. Ma Modesto non capiva cosa volesse dire il piccolo e continuava a camminare spedito con il bimbo per la mano, mentre la moglie li seguiva a qualche passo, fiutando di tanto in tanto qualcosa di poco piacevole. Dopo alcuni metri il piccolo ricominciò a tirare il braccio al nonno dicendo: “Nonno, poppò, poppò”. Modesto, continuava a non capire, anzi credeva che il bimbo avesse visto qualcosa e volesse attirare la sua attenzione. Arrivarono a casa, però il bimbo puzzava, poiché se l’era fatta nelle mutandine. La moglie di Modesto, rimproverò subito il marito: “Hai visto? Hai fatto fare la poppò addosso al bambino, la colpa è tua”. Modesto candidamente rispose: “Cara moglie, proprio non sapevo che la merda avesse cambiato nome, bastava che il bambino la chiamasse con questo nome e io gliela facevo fare”.

IL CHIERICHETTO

Dopo le elementari andai a scuola a Firenze per fare le scuole commerciali. Queste se vogliamo erano scuole di serie B ed erano adatte per studenti come me, che non amavano studiare, e per evitare che io andassi così giovane a lavorare, i miei optarono per una scuola di questo tipo che erano dette scuole di avviamento al lavoro. Io confermai in tutto e per tutto questa avversione alla scuola e allo studio, tant’è vero che quando portai la pagella del primo trimestre, assomigliava più a una schedina del totocalcio che a una pagella: 2, 3, 4, qualche 5 e 7 in condotta. Quando mia madre andava a parlare con i professori, mancava poco che l’aggredissero. “Suo figlio qui, suo figlio là…disturba…viene spesso espulso dalla classe..non fa mai i compiti”. Io ero di diverso avviso, poiché a me tutte queste cose mi parevano di una regolarità assoluta. Io e il mio amico di banco, un certo Bellini, facevamo a gara a chi facesse più forche. Spesso ci trovavamo al bar e con i soldi che mia madre mi dava per la merenda ce li giocavamo al flipper. Immaginarsi come tornavo a casa affamato! La Sita, allora non partiva da piazza della Stazione, ma da Via dell’Albero, davanti al cinema Fulgor, e l’unica corsa che c’era nel pomeriggio partiva alle 15,30 arrivando a Fontebuona alle 16. Il mio stomaco sulle curve del Battidenti si attorcigliava e di conseguenza l’autobus mi faceva male. Arrivato a casa mia madre mi chiedeva: “Come è andata oggi” “Bene” gli rispondevo. “Mah?” diceva mia madre “non studi mai, come farà poi a andarti bene….”, e mentre gli altri amici erano in casa a studiare io andavo fuori a giocare al pallone. Arrivarono i risultati di fine anno: neanche rimandato a settembre, proprio respinto. Ormai ero diventato la pecora nera della famiglia; tutti lavoravano e con grande sacrificio. Il fratello faceva l’impiantitore, nel senso che lavorava in una ditta dove arruotavano gli impiantiti, in altre parole, livellavano i nuovi e vecchi impiantiti. La sorella maggiore, che avrebbe tanto desiderato studiare, per ragioni economiche, fu mandata a lavorare in una fabbrica dove facevano le scatolette in latta per le conserve di pomodoro. L’altra mia sorella lavorava presso una sarta del paese che si chiamava Jone ed abitava alla Fòra (Quartiere sud del paese). Tutti ormai in famiglia mi chiamavano “la pecora nera”. Fui inviato l’estate a lavorare a Firenze presso un rivenditore di caldaie (boiler), che aveva la concessione di vendita per la Toscana da una ditta trevigiana. Non ho mai passato un’estate così barbosa. Pensavo al mio paese, al mio torrente, al gioco del calcio, e invece, lì con tutti quei boiler, tutte quelle serpentine da sostituire: che palle! Mia madre si impietosì e mi fece dare l’aut aut, provate a dire da chi? Da mio fratello. Mi chiamò in disparte e mi disse repentino: “O studi o vai a lavorare”. Io avevo visto che la condizione di mio fratello non era proprio bella, anzi era decisamente brutta. Doveva stare tutto il giorno con gli stivali a cavallo di una macchina, in mezzo all’umidità e al freddo. Tutte le mattine mia madre gli preparava la borsa da lavoro detta la “cartellina” con dentro la “scatolina” di metallo in cui c’era un secondo e il contorno. Quando c’era il coniglio, mia madre gli metteva un bel paio di coscette, oppure un bel lombo con le verdure. Certo mia madre era un po’ dispettosa, poiché a mio padre, quando aveva fatto il coniglio in umido, gli metteva sempre la testa (allora si cucinava anche la testa). Le mie sorelle rimproveravano mia madre poiché gli metteva per pranzo un pezzo così poco appetibile. “A lui gli piace” rispondeva secca mia madre. Mio padre, invece, che ne sapeva una più del diavolo, stava al gioco e quando tornava, la testa di coniglio non c’era più. L’aveva mangiata tutta? No, l’aveva buttata nei rifiuti ed era andato da Giancarlo, alla trattoria, a mangiare cose buone. Io, nel frattempo, ripensavo alla frase sibillina che aveva pronunciato il fratello: “O studi o vai a lavorare”. Optai per la prima ipotesi. Decisi, mio malgrado, di cambiare vita. Mi misi sotto a studiare e “a collo torto” accettai le responsabilità che ne derivarono. Poco pallone, poco divertimento, tanto studio. Fui promosso a pieni voti e quella materia che mi era tanto ostica, la religione, la superai brillantemente, tanto da vincere un premio “Veritas”.

Fig. 40 – Fontebuona – La chiesa di San Michele alle Macchie

Questo era il premio che vincevano i migliori in religione. Vinsi una gita a Montenero e un libro: le Confessioni di Sant’Agostino, che lessi con non poca fatica. Questo Santo, dottore della chiesa, come mi somigliava…Aveva gozzovigliato tutta la gioventù fra donne, vita beata, lusso, sperperi, con la sola differenza che lui aveva una cultura da far paura. Sua madre, che non condivideva la vita del figlio, pregava in continuazione (come faceva mia madre del resto) perché il figlio si convertisse, ma lui niente! Anzi, conviveva con una donna (grande scandalo per i cattolici di allora) e per di più da questa unione era nato un figlio. Poi le preghiere della madre di Sant’Agostino (e anche della mia) ebbero la meglio e il Santo rinunciò a tutti i piaceri e alla convivenza e iniziò la carriera ecclesiastica. Furono i sermoni di Sant’Ambrogio, a Milano, che convertirono Agostino. Io, invece, decisi di farmi chierichetto e a convertirmi fu la santità di Don Luigi Visani, parroco di San Michele alle Macchie o a Fontebuona Era costui un parroco davvero santo che è vissuto in povertà, una povertà francescana, accontentandosi di vivere nella miseria. La sua perpetua, la Teresita, donna squisita, buonissima, rappezzava la sua tonaca alla meglio, poiché il prete non aveva i soldi per comprarsene una nuova. Amava tutti, anzi mi diceva spesso: “Bisogna amare tutti, tutti in modo uguale, bianchi o rossi che siano”. Egli veramente applicava il Vangelo alla lettera, era veramente un buon cristiano. Era magrissimo e mangiava pochissimo, anche perché a volte non aveva soldi per comprarsi il cibo. L’unica sua ricchezza, si fa per dire, era un orticello, il quale gli permetteva di mangiare qualche verdura, qualche cavolo. Viveva anche per la carità di qualche paesano. Io so, di persone fontebuonesi, lontane dalla chiesa e dalla religione, che non di rado gli portavano qualcosa da mangiare: un pollo, un coniglio. Officiava la messa anche al Sanatorio di Fontesecca presso il quale si recava, sempre a piedi. Fu lui a insegnarmi a rispondere in latino alla messa; come mi sembrava ostica allora quella lingua! “Quia tu es Deus fortitudo mea, quare me repulisti, et quare tristis, ecc:” Ma cosa volevano dire tutte quelle parole? “Suscipiat Dominus sacrificium de manibus tuis…” Che bello però anch’io imparavo il latino come i miei amici, i quali frequentavano le medie, scuole di serie A, alle quali si accedeva solo dopo aver superato un esame di ammissione. Da allora non mancai più una volta alla SS. Messa di Don Luigi Visani e anzi, facevo la S. Comunione tutte le domeniche. Come mi sentivo bene allora! Ma non solo internamente, anche il mio fisico era alle stelle. Mi sentivo voglia di correre e facevo di corsa il tragitto Fontebuona San Michele e viceversa. Mi sembrava di essere una gazzella. I soldi non mi interessavano, vivevo una sorte di paradiso in terra. In effetti ero cambiato e le persone (e anche io) stentavamo a crederlo. Cosa era successo in me? Pensavo spesso a Sant’Agostino e ai suoi dubbi, alle sue incertezze ai suoi mille ripensamenti e come risposta ce l’avevo davanti: Don Luigi, un uomo santo, un santo sacerdote, che aveva fatto del Discorso della Montagna di San Matteo il suo cavallo di battaglia: “Beati i poveri, poiché erediteranno il regno dei cieli, beati gli umili….” Anch’io chiesi a Dio di restare povero e umile, per tutta la vita. Mi ricordo un paesano, soprannominato Piscialletto, che era un cenciaiolo, uno che guardava la mia condotta e diceva: “Non so spiegarmi come, ma tu eri il peggiore di tutti i ragazzi e ora sei diventato il migliore di tutti”. Di sé diceva che era il più signore della Toscana. Io ci credo, si può essere signori anche senza i soldi. Va bene, che poi nella vita, sbagli ne ho fatti ancora, qualche volta ho rincorso le ricchezze, le donne, il successo però posso dire di essere rimasto sostanzialmente lo stesso, quel “ragazzo” di campagna che andava a caccia di lucertole con il proprio archetto.

IL SALOTTO LETTERARIO, O MEGLIO IL GIARDINO LETTERARIO DI FONTEBUONA

Mia madre nelle giornate caldissime dell’estate, quando avevo 7-8 anni, per evitare che io andassi fuori, mi invitava sempre a fare un bel sonnellino, ma io non ne volevo assolutamente sapere, poiché avevo già dormito bene la notte e il giorno per me andava vissuto da sveglio. Allora mi proponeva delle letture edificanti, e per dir la verità anche molto pallose. Di “Cuore” di De Amicis, non ne volevo neppur sentire parlare: troppi racconti pietosi e strappalacrime; di Pinocchio, nemmeno, mi rimaneva odioso per quel suo moralismo più o meno nascosto, e poi quel Grillo parlante che andava sempre a rompere ….a Pinocchio, perché studiasse, non mi andava proprio a genio. Giamburrasca mi rimaneva più simpatico, poiché ne combinava di tutti i colori, un po’ come me, però anche questo mi stufava. Allora mia madre andava sul “duro” sceglieva come lettura il David Copperfield. Tre o quattro pagine tutti i giorni: che palla! Quel povero David, che era rimasto senza padre, doveva subirne di tutti i colori da quel Murdstone antipaticissimo, che era diventato il nuovo marito di sua madre. Poi questo suo patrigno lo mise in collegio…povero David! Se io l’avessi avuto sotto tiro quel Murdstone, lo sai quanti calci negli stinchi gli avrei tirato. Già allora, io ero vivacissimo e con queste letture mia madre sperava.. e diceva: ”Se non fai il buono, finisci come David Copperfield” Io non ci credevo, quella società ottocentesca, quelle figure del padre-padrone non esistevano più per fortuna da molto tempo. Alcune volte riuscivo a scappare fuori o in terrazza e così evitavo quella tortura. Quelle letture ogni tanto mi tornano alla mente come incubi, e da allora ho odiato un po’ tutta la letteratura ottocentesca, con qualche dovuta eccezione. Anche il romanticismo storico ottocentesco in genere l’ho detestato con qualche eccezione, come ad esempio, il Niccolò de’ Lapi (ovvero i Palleschi e i Piagnoni) di Massimo D’Azeglio, il quale era anche pittore, che descrive la società fiorentina del 1300. Dei poeti ottocenteschi l’unico che mi piaceva era il Pascoli, e mi piace ancora, specialmente la raccolta “Miricae”, vale a dire briciole, nelle quali descrive la vita dei campi di allora, con semplicità di linguaggio e con tanta verità. Poi crescendo i gusti cambiarono, anche perché la società nel frattempo era cambiata. La gente leggeva di più, o meglio leggeva molto più che nel passato. Allora si leggevano soprattutto settimanali, fotoromanzi, fumetti e anche quotidiani. Ogni tanto il babbo comprava il quotidiano per essere al corrente dei principali fatti avvenuti. Le sorelle leggevano di solito fotoromanzi e giornali di moda. Negli anni cinquanta-sessanta, nella società italiana di allora, si assisteva a un bipolarismo accentuato, vale a dire cattolicesimo-comunismo: mi viene in mente Peppone e Don Camillo. Guareschi, che era un cattolico di destra, aveva fatto proprio centro con questi suoi romanzi che sono dei veri e propri capolavori. Ho conosciuto quest’autore, come altri umoristi dell’epoca, grazie a un giovane fontebuonese, che riuniva, noi ragazzi di una certa età, adolescenti, nel suo giardino per giocare a carte. Ma il gioco delle carte passava in secondo piano. Il Cice, così si chiamava di soprannome questo giovanotto, più grande di noi, al quale non mancava un certo umorismo. Dopo il gioco delle carte il discorso finiva in letteratura umoristica. Lui aveva letto tutti i libri di Guareschi: Don Camillo, Don Camillo e l’Onorevole Peppone, il Compagno Don Camillo, ecc. e ce li descriveva in una maniera tale che anch’io finii per innamorarmi di questo autore e per leggere tutti i suoi lavori. Il Cice amava un certo tipo di letteratura e fra i giornali satirici acquistava assiduamente Il Travaso, che era ritenuto un giornale umoristico di destra, ma era spassosissimo per le sue vignette e per i suoi articoli. Chi possedesse oggi una collezione di tale Rivista, penso che avrebbe un tesoro in mano. Il Travaso se la rifaceva spesso con certi politici e con un certo modo di fare politica di allora, che era davvero grottesca (figuriamoci quella d’oggi!). Se la prendeva con certi “paparazzi” della politica italiana e europea e sparava a zero. Noi ci ridevamo molto. Il Cice amava anche altri autori come Curzio Malaparte ed anche di questo scrittore, che era un napoletano trapiantato a Prato, conosceva tutte le Opere: “La Pelle”, “Kaputt”, “Mamma Marcia”, “Anche le donne hanno perso la guerra”, fino ad arrivare a “Maledetti Toscani” (lui, Malaparte, che si definiva il più maledetto dei toscani). Troppo bello, troppo spassoso era questo libro, ma anche troppo vero, diceva delle verità che scottano sui toscani, diceva dei loro pregi, che sono molti, ma anche dei difetti. Ne parlava con un amore che soltanto un grande personaggio e un grande animo con il ”core napolitano” come il suo poteva parlarne. Mi ricordo un suo passo, il grido di guerra dei fiorentini, semplicemente: “Tomae!!”. Malaparte amava talmente la Toscana che alla sua morte volle essere sepolto nel cimitero di Spazzavento presso Prato. Sempre in questo giardino parlavamo di altri autori interessanti, sempre facenti parte di quel filone umoristico, come Giovanni Mosca, ecc. Il Cice che sapeva raccontarci questi autori, poco a poco aveva determinato in noi quella svolta, quell’amore allo studio e alla lettura che poi mi ha coinvolto per il resto della vita.

IL GATTINO BISANZIO

Ho sempre avuto una certa simpatia per i gatti, non lo so perché, ma io nutrivo per loro una tenerezza maggiore che per gli altri animali, forse perché i gatti sono un po’ girelloni proprio come lo ero io.

Fig. 41 – Silvestro Pistolesi – Chi è?

Quand’ero piccolo, e non sempre i gatti erano docili, mi piaceva mettere un ditino nella loro bocca, per sentire la lingua che era come una specie di lima o di grattugina. Purtroppo da noi a Fontebuona, la vita media di una di queste bestiole era di 3-4 mesi; quando andava bene un annetto, e se un gatto era proprio fortunato poteva anche vivere qualche anno. Ripeto il gatto è girellone, e purtroppo con tutto lo spazio che c’era nella Piazzetta e Sotto l’Arco, il gatto voleva in continuazione attraversare la strada. Purtroppo quella è una strada maledetta, le auto anche allora, quelle poche che passavano andavano a velocità sostenuta, e i gatti non si sa perché volevano sempre attraversare la strada nel momento in cui passava una macchina, specie se di notte. Quando sentivi un botto, come di un pallone che scoppia, questo era un gatto che restava sotto le ruote di un’auto o di un camion. Io non mi perdevo d’animo, appena uno era defunto, subito ne prendevo un’altro. Il gatto mi faceva compagnia, e poi mi piaceva quando mi veniva intorno a farmi le fusa col suo “Bruu…bruuu”. Ai gatti davo i nomi più impossibili. Una volta ne avevo uno, molto bellino, bianco con delle macchioline nere sul viso, quello fu uno anche dei gatti fortunati poiché campò abbastanza. A lui avevo dato il nome di Bisanzio. Una volta, una ragazzina vide il mio gatto e si mise a fargli le carezze, poi mi chiese: “come si chiama?” “Bisanzio” risposi io. Mi ricordo che fece una gran risata. Questa ragazzina, ho avuto poi la possibilità di rivedere di tanto in tanto negli anni successivi e ogni volta si ricordava del mio gattino: “Ti ricordi Paolo come gli avevi messo nome? Bisanzio”. Questi nomi io li prendevo dal libro di scuola e dalla storia. Fra gli altri nomi: Ulisse, Archimede, Ettore, ecc. Quando morivano io li sotterravo nell’orto di mio padre, gli facevo una bella buchetta, gli facevo sopra una bella aiuola con dei sassetti, qualche fiorellino di campo e infine gli mettevo una croce di legno, come se i gatti fossero cristiani! Allora i gatti non erano vezzeggiati come quelli di oggi, erano ritenuti utili poiché mangiavano i topi e liberavano le cantine e talvolta le case da questi fastidiosi animaletti. I gatti, di allora, erano quasi sempre affamati. Gli davano da mangiare qualsiasi schifezza e se non la volevano gli dicevano: “Vai a mangiare i topi”. Se si azzardavano ad allungare lo zampino per prendere qualche pezzetto di braciola o un pezzo di pollo dal tagliere, di rado, ma qualche volta capitava che ci rimettessero lo zampino, ma nel vero senso della parola, difatti, ogni tanto vedevi, qualche gatto a giro che gli mancava un pezzetto di gamba. Alcune volte, per divertimento, qualcuno gli faceva anche degli scherzi atroci, tanto per dire che il gatto era un animale e, come tale, non era tenuto in nessuna considerazione. I ragazzi invece in genere amavano questi animaletti, anche se questi erano un po’ più selvaggi di quelli di oggi. Per la troppa confidenza anch’io sono dovuto andare a medicarmi molte volte, le braccia, le mani e anche il viso. Però questo non cambiava il mio atteggiamento verso di loro e quando sentivo un cucciolino abbandonato : “Miaou..miao”, lo prendevo, gli davo da mangiare e poi finiva che lo tenessi per sempre, o almeno…..fino a quando diventato grande, attraversasse la strada…

L’ANGELO CUSTODE

“Vedo la luna, vedo le stelle, vedo Caino che fa le frittelle”. Questo era un detto popolare, che si sentiva ripetere spesso dalle persone. Una volta, già grandicello, camminavo per la stradina che va alla cappellina. Io fin da ragazzo sono sempre stato un po’ distratto, “con la testa fra le nuvole”, come si dice. Quel giorno camminavo e pensavo a qualcosa. Avevo alzato gli occhi al cielo, di pomeriggio, ed avevo visto la luna. La cosa mi parve alquanto strana; io la luna l’avevo vista sempre di notte. All’inizio pensai che fosse un altro astro, tipo Marte o Giove, ma più la guardavo e più mi sembrava la luna. Eppure, dicevo, ha gli occhi il naso e la bocca come la luna che si vede nelle notti più luminose, e adesso possibile che sia sbucata di giorno? Mentre facevo tutti questi ragionamenti, non mi accorgevo che i miei passi stavano deviando proprio verso la parte del torrente. Il fiume era lì di sotto, a 4-5 metri, che scorreva tranquillo, fra sassi e macigni. A un certo punto mi parve di volare, anzi volavo, precipitavo. La cosa incredibile è che io fui “posato” con la leggerezza di una piuma, in piedi, sul letto del fiume senza una scalfittura, senza una contusione, niente. Ringraziai il mio angelo custode che mi aveva salvato la vita. Tuttavia, questa fu una buona occasione per gli amici per prendermi in giro e mi cantavano: “Vedo la luna, vedo le stelle, vedo Caino che fa le frittelle”.

I MATRIMONI E I CONFETTI

Che a noi ragazzi piacessero i dolciumi, questa era una cosa risaputa. Chewing-gum, caramelle, duri di menta, lecca- lecca, mangia e bevi, mentine, biscottoni con le mandorle, croccanti, questi erano i dolciumi di cui andavamo pazzi. Il dolce ci attirava come lo zucchero attira le mosche o le api. La mamma talvolta, affinché non andassimo a comprare quelle cose che ci facevano male, ci faceva delle buone crostate, con uova burro farina e marmellata. Però queste cose la mamma non poteva farle spesso poiché gli ingredienti costavano caro e talvolta le uova fresche non si trovavano. Noi ragazzi avevamo sempre una riserva di spiccioli nelle tasche che ci permetteva di comprare dalla Delia questi dolciumi. Quando compravamo le mentine, la Delia ci chiedeva: “Quante ne vuoi?” Noi dicevamo 50 o 100 lire. Allora la Delia, prendeva il vaso delle mentine, che erano variamente colorate, e con la paletta ne prendeva un po’. Poi metteva un foglietto di carta sulla bilancia e le pesava. Faceva poi un bel cartoccino che ci consegnava. A volte prendevamo i duri. I migliori per me erano quelli di menta poiché ti lasciavano un frescolino in bocca per niente male. Anche i ”mangia e bevi” erano squisiti, sopra di cioccolata e dentro una bella ciliegina rossa e liquore. Intanto i primi denti, se ne andavano e altri cominciavano a “dondolare”. All’interno delle nostre bocche cominciavano ad apparire le prime finestrine. Quando ci vedevano gli adulti ci dicevano: “Fammi vedere, che è passato un topo?”. C’era un altro tipo di dolciume del quale andavamo pazzi: i confetti. In genere i confetti venivano venduti a peso e noi non potevamo acquistarli, poiché troppo costosi. L’occasione propizia per mangiarli erano i matrimoni. Adesso c’è l’abitudine di dare i confetti in eleganti bomboniere, ma allora non era così. C’era l’usanza, a cerimonia ultimata, che gli sposi, una volta fuori dalla chiesa, lanciassero i confetti per aria e le persone, ma soprattutto i ragazzi, che intervenivano numerosi, facevano di tutto per accaparrarsene, anche perché dicevano che portassero fortuna. Noi ragazzi facevamo dei lanci incredibili per acciuffarli, anche se spesso i grandi con la loro statura avevano la meglio. Qualche volta, quando c’era un matrimonio “bagnato”, vale a dire, che fuori pioveva e si erano formate le pozze di acqua piovana, gli sposi, che sapevano l’ingordigia di noi ragazzi, con un pizzico di malignità lanciavano i confetti proprio dentro queste pozze di acqua piovana, per farci rabbia, o per avere la soddisfazione di vedere se qualche ragazzo li raccogliesse comunque e li mangiasse, con grande divertimento degli sposi.

FARFALLINO IL BARBIERE

Il barbiere del paese si chiamava Farfalla o Farfallino e credo stesse a Fontesecca. Aveva una botteguccia, accanto alla vecchia officina del meccanico.

Fig. 42 – Contadino e barbiere (Museo Leprino)
Farfallino era una persona molto dolce e gentile, sorrideva sempre ed era benvoluto da tutti. La sua bottega era lunga e stretta, e, oltre la sedia per sedersi, c’era un attaccapanni e uno specchio. Sulla mensola dello specchio c’erano gli attrezzi per la barba: un rasoio a lama, un paio di forbici, un pennello per spazzolare via i capelli, uno stick per fermasangue e una grossa bottiglia di profumo con la pompetta e le brillantine. Quando Farfallino aveva terminato di fare la barba a qualcuno gli dava una bella pompata di questo “profumo” (si fa per dire) e il malcapitato si riaveva di lì a poco. A coloro i quali aveva fatto i capelli, prendeva una bella manciata di brillantina solida da un vasetto, la mescolava un po’ con l’acqua e poi impiastricciava tutti i capelli, i quali non si muovevano più per un paio di giorni. Nel “salon de beauté” di Farfallino, non mancava la “sputacchiera”. Questo era un accessorio utile per quei tempi, in cui la gente e in modo particolare i vecchi, erano pieni di catarri. La persona educata, che avesse avuto una tale necessità, si alzava, andava alla sputacchiera, “tirava” con energia e “Puuh” e la cosa rimaneva lì in bella vista per giorni e giorni finché Farfallino non andava a vuotarla (nel torrente!!!!). Quando si avvicinava Natale a noi ragazzi diceva sempre: “L’hai scritta la letterina di Natale al tuo babbo? Se non l’hai fatto, senti come devi scriverla: “Caro babbo è Natale, senza soldi si sta male, mi contento di pochino, mille lire e un panfortino”. E poi rideva tutto soddisfatto. Alle persone più grandi, specialmente ai giovanotti regalava quei calendarietti profumati delle attrici, dentro una bustina trasparente. A noi ragazzi era proibitissimo guardare queste “sconcezze”. Io dicevo a mio fratello: “Fammele vedere” “No – rispondeva lui – sei troppo piccolo”. Una volta o due ho avuto modo di aprire uno di questi piccoli calendari di nascosto. C’erano delle foto di attrici, per lo più americane, in costume da bagno….intero! L’estate c’erano molte mosche e i negozi, si dotavano di quelle tende, con i pendagli di canna di bambù, che quando entravi sembrava di suonare lo xilofono. I contadini in genere non venivano a farsi i capelli o la barba se non in casi eccezionali. Prima di tutto perché la barba se la facevano, quando andava bene, una volta la settimana, e poi perché questi erano tirchi e non volevano spendere i soldi. I capelli, ai ragazzi dei contadini, venivano fatti con l’ausilio di una pentola posata sul loro capo, difatti li vedevi questi contadini con le sfumature molto alte, all’altezza appunto di pentola o di tegame. Lo stesso valeva per il ciuffo che questi avevano davanti. Questa frangina veniva tagliata alla stessa altezza della sfumatura. Per forza di cose, quando questi ragazzotti venivano in paese, conciati come erano, venivano presi in giro. La gente diceva loro: “Che ti se’ fatto i capelli con il tegame?” Poveri “diascoli”! Così li chiamavano in paese e al buffo si aggiungeva il divertente, quando arrivavano con gli zoccoli di legno, tutti motosi e merdosi. Poi quando aprivano la bocca per parlare, allora sì che i paesani si divertivano. Allora, andava farsi i capelli con la divisa. Per fare questo Farfallino bagnava ben bene i capelli, li “immasticiava” con la brillantina solida, poi prendeva il pettine e tracciava una riga dall’alto in basso. Con due energiche pettinate mandava i capelli da una parte e dall’altra e nel mezzo si vedeva una bella riga diritta. A me non piaceva questa acconciatura con la riga; solo una volta fui costretto a farmela: il giorno della mia prima comunione. A me piacevano i capelli tagliati corti e ritti, “all’Umberta”, come dicevano allora. La bottega di Farfallino era anche uno dei luoghi di ritrovo per parlare del più e del meno. Farfallino era sempre neutrale, non teneva per nessuno. Noi invece ci accanivamo con Bartali e con Coppi, con Magni, e passavamo lunghe ore in dispute che adesso, con il senno di poi, ci sembrano stupide ed inutili.

I GIOCHI DELLE BAMBINE

Di solito i maschi giocavano da una parte e le bambine da un’altra. Difficilmente avveniva una “contaminazione” fra i due sessi nel gioco, anche perché i giochi dei maschi erano più virili mentre le bambine, che erano meno scatenate dei maschi, giocavano in modo più gentile, più educato. Fra questi c’era un gioco che sicuramente era stato importato dall’Inghilterra o dall’America. La bambina si metteva a due o tre metri dal muro e contro di esso faceva rimbalzare una pallina dicendo: Oh yes, Singles, Stando fermi, Alzando un pié, Con una mano, Battendo le mani, Davanti e di dietro, La ruota, il Mulino, L’inchino. Se la bambina era riuscita a fare tutte queste cose nel tempo che la palla rimbalzava sul muro e senza farla cadere, aveva vinto. Altro gioco da bimbe, ma alla quale partecipavano anche i maschi, era la Palla prigioniera. I partecipanti facevano un bel cerchio e in mezzo, a turno, andava un bambino o una bambina. Quello che era al centro doveva fare di tutto per prendere la pallina che veniva lanciata da una bambina all’altra. Se colui che era al centro riusciva a intercettare la pallina, colui o colei che l’aveva lanciata era costretta ad andare nel mezzo. Le bambine in questo gioco erano solidali, forse più dei maschi, e facevano di tutto affinché i maschi stessero in mezzo il più possibile. Un altro gioco che veniva giocato principalmente dalle bambine era lo Zoppino o Zoppettino. Si disegnava in terra una specie di ferro di cavallo, diviso in sei caselle, numerate da uno a sei e in cima, sulla parte rotonda del ferro di cavallo un’ulteriore casella a semicerchio, il riposo. Si buttava il sassolino nell’uno e poi si andava a zoppino fino al riposo. Qui si poteva abbassare la gamba. Si tornava fino al sei a zoppettino, saltando le caselle e facendo attenzione di non calpestare le righe altrimenti si sarebbe stati eliminati. Poi si buttava il sassolino sul 2, poi sul 3 e così via. Un altro gioco al quale partecipavano molto volentieri anche le bambine era il gioco della bandierina o del fazzoletto. Uno in mezzo teneva serrato in una mano un semplice fazzoletto, e due squadre, spesso una di maschi e una di femmine si mettevano al di qua e al di là del bambino o della bambina che teneva la bandierina in mano con il braccio ben disteso. Questo poi chiamava un numero dicendo: “Numero…. numero… numero…” e tutti si mettevano pronti e in posizione per partire. Poi quando veniva detto il numero, che era stato preventivamente assegnato, partivano il bambino e la bambina dell’una e dell’altra squadra. Arrivati al fazzoletto uno poteva fermarsi e fare finta di prenderlo per ingannare l’altro, oppure, se nella corsa aveva un certo vantaggio, gli poteva convenire anche acciuffarlo e correre via. Però questo era pericoloso poiché l’altro era lanciato e quando questo invertiva marcia, perdeva velocità e veniva acciuffato o toccato. Questo gli costava un punto di penalità. Le bambine giocavano molto anche al salto della corda. Due bambine tenevano una corda che facevano ruotare da terra a una certa altezza, mentre un’altra che stava nel mezzo doveva saltare con un certo tempismo, proprio quando la corda stava per batterle nelle gambe. Le bambine erano molto abili a fare questo gioco, che permetteva loro di mostrare molta abilità, ad esempio, saltando a zoppino, ecc. Altro gioco era “Al mio bel castello”. Partivano in due e via via si chiamavano: Al mio bel castello, tarutino e tarutello, e il nostro l’è più bello tarutino e tarutà…Questo era un gioco molto infantile che veniva giocato anche a scuola durante l’ora di ricreazione. Infine c’era la filastrocca, vecchia quanto il cucco: Mammina dorata:

Mammina dorata
dove sei stata
dalla nonnina
cosa ti ha dato
una pallina
Dove l’hai messa
nella taschina
falla vedere
eccola qua.

I PANTALONCINI CORTI

La nostra tenuta invernale non era molto invidiabile. Tutti gli indumenti intimi venivano confezionati con la lana di pecora e fatti con la calza: maglioni, camiciole, e calzini. La lana era un ottimo materiale, che teneva caldo, però aveva un difetto grandissimo, quello di “pizzicare” al contatto con la pelle. Quando arrivava l’inverno e la mamma tirava fuori dei cassetti le camiciole di lana, odoranti di naftalina, era un vero supplizio. I primi tre o quattro giorni era tutto un grattarsi, sembrava che tutti avessero i pidocchi. Poi pian piano ci si abituava e il pizzicore si sentiva solo per alcune ore, quando la camiciola veniva cambiata. Le mutande erano in stoffa di flanella, confezionate come quelle di oggi dette “boxeur” o “Boxer”, ma molto più rudimentali. La camiciola veniva rigorosamente messa dentro le mutandine, per stare più caldi, così ci dicevano allora. Anche la camicie erano di flanella e alla confezione delle quali, provvedevano le sarte del paese, o la mamma stessa. Le sarte allora erano numerose, si può dire che un po’ tutte le donne erano delle sarte provette, quasi tutte avevano la macchina da cucire: la Necchi o la Singer. In alcune case usavano ancora quelle vecchie macchine da cucire, azionate a mano con una manovella. Poi arrivarono quelle a telaio che venivano mosse con i piedi per mezzo di una pedana bascullante che muoveva una ruota più grande e una più piccola, queste collegate da una specie di cordone di cuoio. I pantaloni o calzoni, anche questi venivano confezionati nelle case, dalle mamme, oppure dalle sarte del paese. Essi venivano fatti “alla zuava”, poiché questa era la moda di allora. Questo era un tipo di calzoni un po’ più corto di quelli di oggi, e in fondo il “gambule” era rastremato e chiuso per mezzo di una fascetta e di una bottone. Questa foggia di pantaloni permetteva di risparmiare un po’ di stoffa nel confezionamento, e fare economie. Si indossavano i calzettoni lunghi di lana, poi si mettevano i pantaloni, si allacciavano i gambuli, questi si tiravano su fino all’elastico dei calzettoni, e poi si faceva ricadere giù una parte del pantalone, che veniva appunto detta “alla zuava”. Le scarpe potevano essere basse, di vacchetta o di pelle, oppure gli scarponi chiodati, in cuoio leggero, per il periodo invernale più rigido. Sui pantaloni si metteva una giacca o giubbotto, sempre di lana. Noi ragazzi non vedevamo l’ora di arrivare alla bella stagione per toglierci di dosso tutte queste “infrastrutture” che somigliavano molto a una corazza. Quando chiedevamo alla mamma quando ci saremmo potuti mettere i pantaloni corti, questa diceva “A primavera”. Ma questa tardava sempre a venire, poiché gli inverni allora erano più rigidi degli attuali e talvolta capitava che noi attendessimo con ansia quel fatidico 21 marzo per indossare i pantaloncini corti, e invece la stagione talvolta era più invernale che primaverile. Anzi, capitava spesso, che il 21 marzo, giorno nel quale attendevamo il ritorno delle rondini, ci fosse ancora nella Piazzetta dei bei lastroni di ghiaccio e dei bei mucchi di neve ghiacciata. Quando poi il sole faceva capolino e cominciava a sciogliere tutti quei mucchi di neve (a “dimoiare” come dicevano qui) e anche il ghiaccio, noi finalmente cominciavamo a pensare che quel giorno era vicino. Poi le prime giornate di sole, le prime brezzoline primaverili che scendevano in direzione Est-Ovest e venivano giù dai Campini e strisciavano sui campi di grano, le cui piantine facevano capolino fra le zolle, ancora umide dalla neve appena sciolta. Ecco le prime rondini, i primi caroselli di queste bestiole che garrivano contente sù in alto, nel cielo del nostro paese, contente di aver ritrovato ciascuna il proprio nido sotto le grondaie dei tetti. Finalmente anche per noi era arrivato quel giorno fatidico in cui la mamma tirava fuori dal cassetto, belli stirati, i primi calzoncini corti. Appena messi, correvamo fuori contenti, come le rondini, a fare festa con gli amici. La primavera era tornata, la vita ricominciava….

LE “CACATE” DELLE BEFANE

Chissà perché, ma tutti si interessavano allo stato di salute intestinale delle Befane. In giro si sentiva dire: “Quest’anno la Befana, cacherà poco”, oppure un altr’anno si poteva sperare in una produzione addominale più abbondante: “Quest’anno le Befane cacheranno un bel po’”. Questa era la tradizione: se eri stato bravo, nella calza trovavi dolciumi, mandarini, arance; se eri stato cattivo, nella calza trovavi dei cacherelli di coniglio, di capra, che i grandi dicevano che erano appunto gli escrementi della Befana, oppure del carbone. Guai a non crederci alla Befana! Questa vecchina, con un grande sacco di doni sulle spalle, e che volava cavalcando una scopa, e che lasciava cadere i doni nel comignolo delle case, non sarebbe neppure passata; lo stesso valeva per tutti quei bambini che il giorno del 5 gennaio non fossero andati a letto presto. Allora noi bambini andavamo a letto presto presto e i genitori venivano ogni tanto a controllare se dormivamo. Se ci vedevano con un occhiolino ancora aperto ci dicevano: “Dormi sennò la Befana non passa”. Allora, anche se per l’emozione non riuscivamo a prendere sonno, facevamo finta di dormire, e dopo un po’, sentivamo nel camino della casa un agitare di catene, un battere di ferri: la Befana era passata, ma cosa ci avrebbe cacato? Non potevamo alzarci, la Befana se la sarebbe presa e l’anno successivo ci avrebbe portato solo carbone. La mattina, dopo un bel sonno ristoratore, ci alzavamo e correvamo subito al “focolaio” (o focolare) della casa, per vedere quello che la Befana ci aveva portato. Su un chiodo del caminetto pendeva un bel calzettone di lana, talmente pieno che sbucavano fuori, cioccolate, torroni, croccanti. Versavamo il tutto sulla tavola, tanti pacchettini colorati. tanta carta stagnola, un po’ di carbone e in un bel pacchettino, confezionato ad arte pieno di cacchette di capra…La Befana si era ricordata anche delle cattive azioni!

I “PRETAIOLI” E LA RACCOLTA DI FUNGHI

La ricerca e la raccolta di funghi era una “passione” sentita quasi come la caccia. Tanti cacciatori erano anche fungaioli. Cercare i funghi era un’arte bisognava prima di tutto sapere dove fossero le “fungaie”. Ogni fungaiolo era a conoscenza di un certo numero di fungaie, che sapeva solo lui e pochi intimi e non avrebbe rivelato a nessuno la loro ubicazione. I fungaioli più esperti, giravano i boschi con un bastone in mano, per sollevare le foglie, poiché alcuni funghi, in particolare i porcini, facevano soprattutto nei castagneti, ancora non ripuliti, ricoperti da uno strato di foglie. Le foglie permettevano a queste muffe fungine, di creare un microclima di calore e di umidità adatto alla crescita di questi ricercatissimi vegetali. I cercatori più esperti sapevano quindi qual’era il clima atmosferico più adatto; per i funghi occorreva un tempo caldo-umido e che le piogge cadessero al tempo opportuno. Quando il tempo era troppo “alitoso”, vale a dire secco e ventoso, di funghi ne avresti sicuramente trovati pochi. Il porcino, quando faceva, ne trovavi a cappellate, però bisognava fare attenzione poiché non tutti i porcini erano buoni. C’era fra questi anche il “boleto satana”, quello velenoso. Anche gli ovuli, che qui chiamavano “cocolle”, erano molto buoni, però bisognava fare attenzione ad una specie molto simile, l’ammanita falloide, che mangiata cotta o cruda ti spediva diritta diritta all’altro mondo. I pinaroli facevano invece, nelle vicinanze dei pini. Questi erano funghi molto gustosi, se consumati infarinati e fritti in padella. Poi c’erano i prataioli che a Fontebuona chiamavano, forse con un po’ di malignità i “pretaioli”. Pretaioli venivano chiamati anche coloro che si avvicinavano un po’ troppo alla chiesa. Questi funghi erano i primi a nascere nella tarda primavera, dentro le macchie di pruno. Li trovavano spesso nelle prunaie che da Ferraglia vanno a Risercioni. Per trovarli i fungaioli si dovevano infilare nelle macchie folte di pruno, proteggendosi mani e viso e venendone fuori alla fine tutti graffiati e sanguinanti, come se avessero fatto la lotta con gatti affamati. I pretaioli o prataioli venivano usati per fare un sugo eccellente, i funghi allora sostituivano per la loro prelibatezza spesso la carne, che era troppo costosa. Noi andavamo spesso a cercare i funghi con il nostro panierino, ma di funghi buoni, uno, due e talvolta neanche il segno.

LA GUZZI E…IL MAL DI CORPO

Quando sentivi il classico rumore “Pop..pop..pop..pop”, voleva dire che stavano per transitare i due poliziotti della Polizia Stradale con le loro Guzzi. Questa era una delle prime moto, che aveva come caratteristica quella di avere un volano a vista, che imprimeva la forza centrifuga ai pistoni e caratterizzava appunto il rumore del motore. Inoltre, dato che i primi esemplari non avevano il cambio a pedale, ma a mano, posto accanto al serbatoio, questo era una ulteriore caratteristica di queste moto, che quando cambiavano, non avveniva velocemente, come succedeva successivamente con il cambio a pedale, ma trascorreva un certo tempo tra una cambiata e l’altra. Questi due elementi caratterizzavano le Guzzi della Polizia in modo inequivocabile. Era raro che queste motociclette, fossero in mano di civili, anche perché esse erano molto costose. Noi ragazzi allora, eravamo molto piccoli, e fra i giochi c’era quello di lanciare sassi e bastoni (e talvolta palloni) anche nella strada, tanto non passava mai quasi nessuno. A conferma di questo, noi molte volte, quando non c’era nessun altro spazio disponibile, giocavamo appunto nella strada, facendo attenzione che non passassero auto, camion e ….soprattutto la Polizia Stradale. A Fontebuona c’era un paesano che era, per l’appunto un poliziotto della Stradale, il suo nome era Elio, e per la verità non era niente affatto accomodante e quando c’era da fare una multa non guardava in faccia a nessuno. Ne sa qualcosa il Gano, il corridore mugellano, che quando passava da Fontebuona, sapeva già che Elio era lì al confluire del Sottolarco che l’aspettava per comminargli il solito “Eccesso di velocità”, pari, allora a 10.000 lire. Molte volte il Gano aveva fretta, consegnava in mano a Elvio le diecimila e non aspettava neanche il verbale della multa. “Qualche volta ti sequestro la macchina” gli diceva Elvio. Ma il Gano ribatteva pacato “Cerca di essere comprensivo, queste macchine da competizione se le costringi ad andare piano si guastano, si piombano le candele, ecc”. Quella volta, dunque, che io ero molto piccolo, si e no 5-6 anni, lanciai in piazzetta un bastone, che andò a rifinire nella strada, proprio mentre stava transitando quel “Pop..pop..pop”. Subito dopo sentii un frangersi di vetri e un grande scoppio. Pensando che fosse la Polizia Stradale, io corsi subito a casa. Mia mamma vedendomi arrivare tutto trafelato disse: “Che cosa ti è successo?”. Gli risposi: “Mi fa male il corpo, voglio andare subito a letto”. Andai a letto, e mi tirai addosso le coperte fin sopra il capo. In realtà, il mal di corpo mi era preso dalla paura e io volevo nascondermi e bene, per timore che i poliziotti, mi venissero a prelevare a casa per portarmi in prigione. Fortunatamente colpii il faro della Guzzi che però non era dei poliziotti, ma di un privato cittadino, il quale fu molto comprensivo, anche se chiese ai miei genitori il risarcimento dei danni subìti.

LE RAGAZZE PROCACI E I TACCHI A SPILLO

E’ vero che la donna diventa adulta prima degli uomini, questo anche perché la maggior parte delle donne di allora si sposava quando era ancora molto giovane e cominciava a partorire figli già dalla giovane età. Maschi e femmine giocavamo insieme per anni, anche con le dovute distanze, fino all’età di 11 o 12 anni. Noi a quell’età eravamo considerati dei maschiacci. Mi ricordo una signora del paese, che quando la incontravo, e mi vedeva con la pelle scura come un marocchino, da tanto stavamo al sole, e con due occhi neri come il carbone, tale era la mia grossa pupilla, si fermava, mi guardava e mi diceva: “Occhiacci di carbone”. Forse ce l’aveva un po’ con me, ma non più di tanto, poiché penso avesse anche tanta simpatia nei miei confronti. Aveva anche lei dei figli e sapeva quello che voleva dire avere una famiglia numerosa. Io ero vissuto fino ad allora sulla strada, avevo cioè frequentato l’”università della strada”, come si dice. Una volta, ero molto piccolo, mi trovavo in paese, quando capitò che passasse accanto a noi una vecchietta che aveva una deformazione vistosa sulla schiena, una gobba per capirci, ma all’infuori di questo difetto fisico, del quale non ne aveva certo la colpa, era una cara e simpatica vecchietta ed era la mamma della signora che mi apostrofava con la frase: “Occhiacci di carbone”. Dei ragazzi più grandi che erano insieme a noi dissero: “Nessuno di voi ha il coraggio di toccare la gobba della vecchietta”. Toccare la gobbetta, prendere delle pagliuzze di fieno da un carro di passaggio, avere in tasca il “verde” (bosso), allora si diceva che portasse fortuna. Io non me lo feci ridire e per fare una bravata, andai a toccare la gobba della vecchietta, che però, data anche la rincorsa che presi, finii per toccarla un po’ troppo energicamente. La vecchietta andò su tutte le furie e per questa bravata in casa fui punito. Col senno di poi, quell’atto mi sembrò detestabile anche se la veemenza del colpo, non era da attribuire alla mia volontà. Di ciò chiesi scusa ai familiari della vecchietta a suo tempo. Ritornando all’adolescenza delle bambine, che fino a 12 anni le chiamavano “moccolone”, poiché avevano ancora il moccio che gli calava giù dal naso, tutto a un tratto accadeva loro qualcosa di sorprendente. La bambina che oggi era una moccolona, con la quale eravamo amici e facevamo i giochi più vari, l’indomani la vedevi improvvisamente trasformata. Tacchi a spillo, gonna aderente, poppette dure e procaci che si evidenziavano sotto la maglia, rossetto sulle labbra, che ci passava davanti senza degnarci neppure di uno sguardo. Noi dicevamo: “Ma chi è quella?”, “Non sarà mica già Carnevale?”. Questa bambina improvvisamente si era già trasformata in adulta, con noi non voleva più giocare, poiché diceva, siete troppo piccoli per me. Noi invece continuavamo ad essere i ragazzi di sempre, ignari del fatto che per noi la pubertà sarebbe durata ancora qualche anno.

PROPRIO COME IL PIOVANO ARLOTTO?

Fioriscono gli aneddoti sul prete di Ferraglia, mio zio. Uno di questi vuole che da giovane prete si sia recato in un bordello della vecchia Firenze, in un giorno piovoso settembrino, e che qui abbia incontrato uno del paese. Sennonché, sempre secondo questo aneddoto, il prete avrebbe lasciato l’ombrello in questo bordello e questo paesano se ne sarebbe accorto. Dopo qualche giorno il paesano vide alla bottega il prete e gli mormorò piano piano all’orecchio: “So’ priore l’altro giorno a i’ casino l’ha lasciato l’ombrello”. Al ché il prete avrebbe detto: “Zitto, zitto, non ti far sentire, tanto domani ci devo tornare e lo riprendo”. Forse si tratta solo di un aneddoto, forse è la verità, è difficile poterlo accertare. Al prete di Ferraglia piaceva molto giocare a carte, certe sere si incontravano nella canonica accaniti giocatori, per giocare a “bestia” uno dei giochi proibiti, poiché ritenuto un gioco d’azzardo. Il gioco delle carte piaceva molto a mio zio, e spesse volte capitava, che questi giocatori truccassero le carte, oppure si mettessero d’accordo per “ripulire” le tasche di mio zio. Qualche volta questo riusciva, ma spesso accadeva anche il contrario, vale a dire che questi giocatori provetti ritornassero a casa con le pive nel sacco.

Fig. 43 – Lo zio Don Guido in gita a Montenero, con alcune parrocchiane e la sorella Luisa in primo piano

Quando giocava nel bar di Fontebuona, a briscola o a scopa, ovviamente era per passatempo, giocavano poche lire, però la foga di vincere al prete era molta. Mio zio aveva sempre qualcuno dietro di sé che segretamente segnalava le carte del prete ai due giocatori avversari. Mio zio, un po’, l’aveva capito, anche se stava al gioco, infatti teneva sempre le carte sulla tavola coprendole con le due mani una sopra l’altra. Quando sentiva qualcuno bestemmiare, lo rimproverava subito: “Non si bestemmia”. Se questo continuava, mio zio si alzava e se ne andava via, io l’ho visto fare questo più di una volta. Il prete di Ferraglia aveva un’altra caratteristica, quello di essere forse il prete più veloce d’Italia, nel dire la messa. Un altro aneddoto vuole che, quando la messa si diceva ancora in latino, e le persone non capivano un’acca, che egli saltasse pari pari dei brani, del Vangelo, o della liturgia, per far prima. Non so se questo corrisponda a verità.

Fig. 44 – Lo zio Don Guido in un ritratto

Certo, delle volte, specialmente quando in chiesa non c’era nessuno o quasi, prendeva il via a corsa, masticando il suo latino maccheronico, borbottava qualche cosa, sempre in latino, e ti trovavi già, dopo pochi minuti all’”Ite missa est”. Tuttavia, so per certo, che era un prete buono, anche se a modo suo. Ha aiutato molti: buoni, cattivi, bianchi, rossi e verdi. Molti del paese sono andati a bussare alla porta della sua canonica per chiedere questo o quel piacere. Lui, nonostante fosse così estroso, aveva una certa influenza in Curia e conosceva personalità di spicco del mondo mugellano e fiorentino, che stavano molto in alto. Non ha mai rifiutato un piacere a nessuno, se era in grado di poterlo fare. Aveva un debole: quello per le donne, questo è vero. Una volta conobbi una ragazza, una bella moretta, con dei bei “respingenti”. Quando seppe il mio cognome, si mise a ridere. “Ma allora, tu sei parente del prete di Ferraglia”, mi disse. “Si, sono suo nipote. “Sai, mi disse, io faccio parte di un coro e delle volte sono venuta a cantare a Ferraglia. Tuo zio, quando noi cantavamo dietro l’altare, veniva da me, e con la scusa di dirigere il coro, mi toccava le poppe”. “E tu te le facevi toccare”, risposi io. “D’altronde – le dissi – è meglio avere avuto uno zio prete “puttaniere”, che uno zio prete dell’altra sponda”. Su questo concordava con me. Se non bastassero tutti questi simpatici difetti, mio zio, era stonato come una campana rotta. Delle volte a Ferraglia c’erano delle belle funzioni, con tanti sacerdoti che venivano da altri paesi della pieve, e quando cantavano il gregoriano era un piacere sentirli. Purtroppo poi si metteva a cantare a squarciagola anche mio zio ed era come ad una bella melodia uno aggiungesse il rumore di una vecchia auto con la marmitta stappata. Naturalmente tutta la gente si metteva a ridere. Questo era e rimane comunque mio zio. Io non lo disconosco né lo ripudio. Ho nel mio studio, una foto di lui sacerdote, che fa la sua figura, in fondo era anche un bell’uomo, per questo piaceva alle donne!

LE INTERMINABILI NINNE NANNE

Eppure non è una mia sensazione, ma io mi ricordo di quando ero molto piccolo e mia madre voleva, per forza di cose, anche perché si voleva concedere un attimo di respiro, che io il pomeriggio andassi a fare un pisolino sul letto. Ripeto ero molto piccolo, forse due o tre anni. Mi metteva giù nel letto e mi cantava: “Fate la nanna coscine di pollo….” oppure “Ninna nanna ninna o’ il bambino a chi lo do, lo darò alla Befana che se lo tenga una settimana, lo darò all’omo nero che se lo tenga un mese intero…” Io non capivo perché mi volesse dare a tutta quella gente dal momento che mi aveva fatto lei, oppure non capivo il motivo, poiché io, che avevo già dormito abbondantemente la notte ed ora il sole illuminava la strada, gli alberi, le case, e nonostante mi sentissi di sgambettare, dovessi chiudere gli occhi e dormire per far piacere a lei. E lei ancora: “Ninna nanna, ninna nanna, il bambino gli è della mamma, della mamma e della zia e della Vergine Maria…”. Ci risiamo, questo bambino, poiché non si vuole addormentare é di tutti, anche della zia, ma di quale zia? Quando vedeva che dopo una mezz’oretta io ancora non mi ero addormentato, mia madre ricorreva a uno specie di stratagemma, cominciava a cantarmi: “Tu Gorizia addolorata, amavi tanto la patria mia, dugentocinque di fanteria, t’è venuto a riconquistare….” Questa era una delle tante reminescenze che il babbo aveva portato dalla guerra. Per me questa canzone era un vero e proprio sabotaggio e io pur di non sentirmi cantare tutte le altre strofe, chiudevo pian pianino gli occhi e mi addormentavo.

I FUOCHERELLI DI BACÌO

Nella lunga e interminabile stagione invernale, quando il paese e i campi erano coperti di un bel manto di neve, noi ragazzi, per non rimanere sotto la soggezione delle madri, andavamo a giro con l’archetto per i campi, per vedere di riuscire a prendere qualche merlo. Era davvero bello, vedere nelle macchie di pruni, posarsi qualche bel pettirosso. Questi uccellini, si chiamano così poiché hanno sotto il collo una bella macchia rossa. La leggenda vuole che questa si sia formata con le gocce di sangue di nostro Signor Gesù Cristo che cadevano dalla croce, e appunto una di queste cadde su un pettirosso, e da allora le piume di questo uccello, sotto il collo, sono di un bel rosso sgargiante. Fra gli altri uccelli che saltavano da un rametto all’altro dei pruni c’erano gli scriccioli. Questi sono uccellini davvero piccoli, che peseranno sì e no 15 grammi, eppure hanno una vitalità sorprendente. Anche i merli erano numerosi e altre specie che io non ricordo. Nelle tasche dei pantaloni portavamo sempre una bella scatola di fiammiferi, per accendere quei focherelli che tanto ci piacevano. C’era una grotta, molto riparata, per andare ai Campini, la quale era riparata dalla pioggia e dalla neve. Si dice che questa grotta, coperta da un enorme masso, una volta fosse rifugio per abitatori di epoche preistoriche. In epoche più recenti, i tedeschi avevano messo qui le loro contraeree e con queste avevano mitragliato anche molte case di Fontebuona, quando la gente sfollata, per fortuna, era andata a rifugiarsi dentro la galleria del treno a Saltalavacca. Io ero molto piccolo, e anche allora detestavo, rimanere rinchiuso in questa galleria con tutte le altre persone del paese. “Voglio andar fuori a fare pipì” dicevo in continuazione alla mamma, ma era una scusa, che poteva costarmi anche molto cara, poiché cadevano le bombe in continuazione. Dunque, in questa grotta accendevamo i nostri fuocherelli, se i nostri fiammiferi non si erano ammollati, per la neve. Talvolta questa era così alta che le nostre gambe sprofondavano e le nostre tasche si riempivano talvolta di neve fresca. La neve in quel campo era bella, soffice, fresca che la si poteva bere. Ogni tanto sopra il suo manto si osservavano le impronte degli animali e degli uccelli. “Guarda, qui è passata la volpe”, oppure “Guarda, queste sono le impronte delle zampe di un merlo”. Allora dalle orme riconoscevamo tutti gli animali. Talvolta per divertirci un po’ facevamo un bel pupazzo di neve, con tanto di cappellino e la pipa in bocca. Altre volte, giocavamo a palle di neve. Ma quella era una neve che non faceva male, era soffice come il cotone. Tuttavia, era fredda. Le nostre dita, ricoperte dai guanti di lana, certe volte sbucavano fuori poiché in un punto si erano rotti i guanti. Quella era una neve piacevole anche da prendere in faccia. Ridevamo di gusto mentre respiravamo l’aria fresca a pieni polmoni. Dopo andavamo in questa grotta e accendevamo il fuoco. Questa però ri riempiva presto di fumo poiché non c’era tiraggio dell’aria essendo bassa e piuttosto profonda. Però era un fumo piacevole, quello che è generato dalla combustione di bei ciocchi di legno di quercia o di ginestre secche o altri arbusti. Altre volte i fuochi li facevamo sul Poggiolino, che è una piccola collinetta, dove nei pressi, più tardi, sorgerà la nuova cappellina di Fontebuona. I più grandi approfittavano di questi focherelli di “porventa” (riparati dal vento) per cuocerci sopra anche qualche bella aringa da mangiare con il pane che si erano portati da casa

LE CHIESE DI FONTEBUONA

Tratterò questo argomento dal punto di vista dei ricordi e non storicamente, poiché ciò esulerebbe dal contesto che ho intenzione di trattare. Comincerò dalla chiesa di San Michele alle Macchie. Era piacevolissimo andare a questa chiesa, soprattutto in estate o d’inverno quando c’era la neve, quando gli alberi ti scaricavano addosso, di sorpresa, dei bei mucchi di neve dai loro rami. La chiesa la associo a Don Luigi Visani, il parroco, prete e mio amico e alla Teresita, la sua perpetua, donna buonissima e molto caritatevole. Alla messa di questo parroco partecipavano soprattutto i paesani del Cecioni e della Fora; lì infatti arrivava la sua giurisdizione, e dipendeva dalla curia di Fiesole. La chiesa aveva al suo interno (parlo al passato, poiché mi affido esclusivamente ai ricordi) un bel dipinto che rappresentava l’Arcangelo Michele, con la spada sguainata, che teneva sotto il piede il serpente. A lato della chiesa c’era la sagrestia, un piccolo locale con grandi armadi, pieni di reliquari dorati. Allora, e in passato, la fede per le reliquie di questi santi martiri doveva essere molto viva. Nella sacrestia , prima della messa, come chierichetto io sistemavo la tonacella bianca del sacerdote, legavo intorno alla sua vita un cordoncino bianco e controllavo che la tonacella arrivasse quasi fino ai piedi, e fosse pari, senza becchi o punte che spuntassero da tutte le parti. Poi, ultimata la vestizione, mi incamminavo verso l’altare con il sacerdote, con un turibolo in mano, e con una navicella contenente l’incenso. Dopo che Don Luigi aveva incensato l’altare, iniziava la messa e io rispondevo in latino, un latino imparato a poesia, poiché non l’ho mai studiato, e quel poco che so oggi, e che mi serve anche per le mie ricerche storiche, l’ho imparato come autodidatta. “Introibo ad altare Dei” Rispondevo “Ad Deum qui laetificat juventutem meam”, ma non sapevo cosa volesse dire, ma la cosa mi piaceva. Ancora: “Quia tu es Deus fortitudo mea, quare mere repulisti, ecc. ecc.”. Le persone che vedevi alla messa erano quasi sempre le stesse, quelle della Fora, la Jone, la sarta, la moglie di Franchino, e qualche vecchietta del Cecioni. Qualche volta, purtroppo capitava nella strada che va a San Michele di incappare in un povero vecchio matto, Egisto, che ci rincorreva con la falce sguainata o con il pennato, semplicemente perché gli andava di fare così. Non puoi chiedere a un matto il perché delle sue azioni. La chiesa di Ferraglia invece era in bella posizione, sul cucuzzolo di una collina. Non ho mai servito la messa a mio zio, anche perché aveva da tempo i suoi chierichetti, il Cice, Roberto il figlio di Tarolle. Quest’ultimo era un giovane buonissimo, religiosissimo, che purtroppo rimase vittima, da giovane, di un incidente mortale. Io, per fare il chierichetto, dovetti “espatriare” nella vicina chiesa di San Michele, che non era la mia parrocchia, ma fu per me una bella fortuna. Ricordo di questa chiesa un bel quadro, raffigurante San Niccolò, era una tavola trecentesca.

Fig. 45 – La chiesa di Ferraglia (part.)

Adesso credo sia in uno dei musei di Arte Sacra di Firenze o del Contado. Ricordo le belle cerimonie, gli Uffizi cantati, le feste del patrono, i Corpus Domini, e purtroppo anche i funerali. I morti, allora, venivano portati da Fontebuona a Ferraglia in una barella, a spalla, e il prete e la gente seguiva il feretro, sempre a piedi, pregando e cantando inni per i defunti. Arrivati in chiesa c’era la benedizione della bara, altri canti e preghiere e poi la bara veniva chiusa dal falegname, con i familiari del defunto affranti in lacrime. Anche questo faceva parte della vita del paese. Il defunto veniva poi sepolto nel bellissimo cimiterino, che è situato proprio sul cocuzzolo della collina e che spazia a 360 gradi su tutto il panorama del Mugello. Della chiesa mi ricordo un altarino della Madonna, con la sua statua. Ricordo, una volta, la nostra custode, Isolina, si è inginocchiata davanti alla Madonna e l’ho vista pregare con tanta intensità e con tante lacrime, che ne rimasi commosso. Sarà stata esaudita? Penso senz’altro di sì, ma soprattutto penso che per questo suo gesto, si troverà ora senz’altro in Paradiso.

Fig. 46 – Babbo e mamma a Fiumetto
APPENDICE
Articoli su Fontebuona pubblicati sul giornale Galletto, Giornale del Mugello, negli anni 2001-2003

QUESTA CHIESA NON S’HA DA FARE…..

Mi piace raccontare la storia di Gaspare Alpi, un buon prete vissuto nella metà dell’Ottocento, nel nostro Mugello, esattamente a Ferraglia nella parrocchia di San Niccolò. Il buon parroco non viveva con tutti gli agi, anzi viveva con tutti i disagi possibili immaginabili. Figuratevi aveva la venerabile età di 81 anni, acciaccato, minato dalla grave malattia dell’asma, e non per questo si poteva sottrarre ai suoi impegni parrocchiali. Infatti, essendo la parrocchia di San Niccolò a Ferraglia composta anche dal popolo di Fontebuona, il buon prete doveva sobbarcarsi l’onere, tutti i giorni, con il carico dei suoi 81 anni, di celebrare messa anche nella cappellina di San Carlo per le circa 160 anime che abitavano in quel tempo a Fontebuona.

Fig. 47 – La cappellina ottocentesca di San Carlo a Fontebuona (ASF)

La cosa non poteva reggere, tanto più che la sua chiesa aveva subito pochi anni addietro un terremoto che aveva sconquassato mezzo Mugello e la chiesa e la canonica non erano rimaste indenni. E poi la canonica, con gli ammattonati sconnessi, le finestrine dalle quali un uomo che indossava un cappello non si sarebbe potuto affacciare, e i tetti sempre gocciolanti dopo il più piccolo acquazzone. Nelle colline di Ferraglia abitavano invece circa una sessantina d’anime per lo più agricoltori e manovali. Il povero prete doveva fare il pendolare tutti i giorni.

Fig. 48 – Pianta ottocentesca della chiesa di Ferraglia (ASF)

Quante volte, superando il ponticello a schiena d’asino, che traversava la Carza il nostro buon Gaspero Alpi avrà sognato un’altra sistemazione, più comoda, più consona alla sua salute, magari in piano, senza dover affrontare salite come quella che portava a Ferraglia. Ma ecco che l’occasione gli si era presentata, un’occasione d’oro, forse irripetibile per le sue possibilità. Vediamo di cosa si trattava: lo Stato Granducale aveva da poco “diamesso” la posta di Fontebuona, vale a dire, che le diligenze statali non avrebbero più fatto sosta nello storico posto di sosta di Fontebuona, e che di conseguenza lo Stato avrebbe pensato ad alienare, allivellare o locare gli stabili preposti a questo servizio. Come la notizia era pervenuta, Don Gaspero Alpi, con carta penna e calamaio, si affrettò a fare domanda al Soprintendente delle RR. Possessioni, chiedendo che gli venissero concesse l’abitazione del postiere per trasformarla in canonica e le scuderie per trasformarle in una ampia e comoda chiesa per sé e per i propri popolani. La sua domanda venne presa in debita considerazione e venne dato l’ordine all’Ing. Orlandini di redigere una stima dei possessi governativi relativi alla Posta di Fontebuona e dei possessi della Curia rappresentati dalla Chiesa di San Niccolò a Ferraglia, dalla Canonica della stessa e da un piccolo podere annesso. Fatti i dovuti calcoli, e calcolando pro e contro, attività e passività, ecc. ecc. il capace e meticoloso Ing. Orlandini stimò questa operazione non conveniente né al Governo Toscano né allo stesso Don Gaspero Alpi, e liquidò la cosa scegliendo di dare in locazione i locali ai postieri. Il nostro buon Don Gaspero Alpi dovette accontentarsi di alcuni lavori di restauro alla Cappellina di San Carlo e alla canonica di Ferraglia. Così il nostro sacerdote non ebbe più ragione di lamentarsi, dal momento che aveva ottenuto una canonica più decente, anche se a lui rimase l’onere di fare il pendolare da Fontebuona a Ferraglia e viceversa. Così, dopo di lui i sacerdoti si sono succeduti nella curia della parrocchia di San Niccolò, con gli stessi disagi che abbiamo narrato adesso. L’ultimo parroco di Ferraglia è stato Don Guido Campidori, mio zio. Mi ricordo, quando ero piccolo, che la strada per arrivare alla chiesa era malagevole, e un carro di buoi passava con molta difficoltà. Inoltre, mancava la corrente elettrica, quando in paese invece esisteva in tutte le case e mancavano anche i servizi essenziali, quando invece in certe parrocchie ricche del Mugello si viveva nell’agiatezza e perfino nel lusso. E’ stato merito di questi sacerdoti che con abnegazione e talvolta con eroismo si sono sobbarcati questi oneri di mandare avanti parrocchie così povere e disagiate. Ora, la chiesa di San Niccolò a Ferraglia non ha più un sacerdote, l’ultimo, ripeto, è stato mio zio Don Guido Campidori. Ma sarà veramente l’ultimo?

MA ICCHENE? GL’HANNO RIMESSO I’ TRENO?

Gosto: E’ glero lì che steo aspettando l’autobusse alla fermata di Fontibona. Aspetta che t’aspetto, e’ veggo che passan tutti ma non la SITA. Allora e’ mi son detto: Guardiam un po’ l’oriolo pe’ vedere sell’é indreco o innanzi. L’é digià i’ tocco? L’aotobusse, positivo, l’è digià passata. E steo per andà su tutte le furie quando ho visto Nanni di’ Cecioni che mi punta ben bene e poi gli escrama: O Gosto che tu se’ rimbescherio? O ‘un tu sai che gl’hanno rimesso i’ treno e’ si ferma prioprio a i’ Sartalavacca? E mi son detto: Nanni o cià i’ ruzzo o l’ha beuto un po’ di calici di quello bòno da’ i’ Fedi. Maicchene, Nanni gl’insiste. Macché ruzzo e ruzzo! T’a ire a i’ Sartalavacca e tu ti rendi conto che gli è prioprio cosie come te l’ho detto innanzi. Io so che i’ Nanni gli è avvezzo a fare i trabocchetti alla gente dabbene, sicché e’ gli dio: Lo sai icché Nanni, tu ccià andà tene alla stazione di’ treno. Ma icché tu credi che sia rincognioni’o?

Fig. 49 – Il treno arriva alla stazione di Fontebuona

E gli è un po’ che parlano di’ treno! Tu dei sapere, che i tedeschi, quell’animacce, la feciono fòra con le grana’e, con le bombe. E’ parea l’inferno. poi viensono gli ameri’ani, boni chelli! E l’arebbono dovuta ricostruire loro, con i’ piano Marscialle. Ma icchene! Poi comincionno co’ i’ carosello della politi’a. Tutte le ‘orte che ci s’avvicinava alle votazioni pe’ prima ‘osa, e’ prometteano di rimettere i’ treno. Ormai gl’era diventata una burletta. E’ gl’eran cresciui certi arberi sulla ferovia che e’ pareano la foresta amazzonica. E poi quelle gallerie. Ma indoe? O come tu fai a stasalle? Mentre ero a fare questi riortolamenti ni’ mi’ cervello o unn’arrìa la Beppa, la donna di Maso. Anche lei la mi fà: O Gosto tu se’ prioprio l’ùtimo a sapelle le ‘ose. E gl’hanno rimesso i’ treno, lo sanno anco i più bischeri. Ora si potrà dire tutto della Beppina, che ‘la sia un po’ ciattrona, un po’ chiaccherona, ma bugiarda noe! Se tu me lo dici tene, guarda e’ vo’ a i’ Sartalavacca a vedere. Poco dopo passa i’ prete di Feraglia con la Lambretta e’ mi guarda con du’ occhi stranulati che parea un marziano. O icchè gliae? Lo sai icchene? Tanto l’aotobusse l’ho persa, m’incammino, senza da’ troppo nell’occhio per non passa’ da minchione. Arrìo a i’ Sartalavacca, guardo in giue e ti ‘edo una bella stazioncina. Se unné vero, stiantassi in questo momento. E’ la parea la casina delle fate. A un certo punto: ciuffe….ciuffe….ciuffe. O ‘un t’arrìa i’ treno. Questo gliè i’ massimo! E’ mi son preoccupa’o subito, siccome mi’ pae, bon’anima, l’ha sempre detto: Gosto, quando rimettano i’ treno e’ scoppia la terza guerra mondiale. Maremma diaola! Che sarà vero, eh? Lo sai icchene, tiro fòra da i’ corpetto una bella Nazionale semplice, senza filtro; quelle co i’ filtro le ‘un mi garbano, le fummano i signori, quelli che scialano. Di solito fummo sempre l’Arfa, quelle che ‘le sanno di cipolla. Insomma, tiro fòra anche gli zorfini e mi son messo a fare una bella fummatina e a guardarmi questo spettacolo meraviglioso di’ treno. E ho detto, tra mene e mene, lo sai icchene, se fumma i’ treno, l’è giusta che e’ fummi anch’io. E tra una tirata e l’altra ho deciso di tornare a casa. La prossima ‘orta glielo di’o anche a Foresto che c’è i’ treno a Fontibona. E’ vorrà dire, Maremma diaola, che s’andrà a i’ mercato a i’ Borgo co’ i’ ciuffe, ciuffe. …
E LA SERA AL BAR A SENTIRE RACCONTAR BALLE!

Certo la nostra gioventù o meglio la nostra fanciullezza e adolescenza è stata molto spensierata, molto divertente. Gli unici doveri, se così li possiamo chiamare, erano la scuola e, personalmente, quello di annaffiare un po’ le zucchine, i fagiolini e altre piantine dell’orto, compito però inderogabile che dovevo espletare prima che giungesse il babbo dal lavoro. Tutto il resto del tempo lo passavamo a giro per i campi, spesse volte con un pallone in mano, altre volte con una fionda, che noi chiamavamo archetto, il cui proiettile era un semplice sassolino. Altre volte trascorrevamo il tempo costruendo dei carrettini con i cuscinetti che il meccanico, nostro amico, ci forniva per una cifra molto modesta. Si trattava di cuscinetti vecchi che il meccanico aveva sostituito ai motorini e che noi impiegavamo per farne delle ruote, un po’ rumorose se si vuole, ma sempre ruote. Spesso, sia con il carretto a 4 ruote che con quello a due partivamo da metà “Miglio” (località fra Fontebuona e Pratolino) per poter usufruire di quella bella discesa, nella quale il nostro carretto scendeva a una velocità, per noi allora, vertiginosa. Ma siccome, si sa, questi telai fatti da noi con delle assi, fatti con tanta cura quanto si vuole, non potevano essere i telai della Ferrari, e allora spesse volte, il carretto, proprio sul più bello, si sfasciava e noi tornavamo a casa con le ginocchia e i gomiti sbucciati, quando andava bene. Altre volte girovagavamo per i campi, spesso con un pallone di cuoio, accuratamente spalmato di sugna, sotto il braccio per cercare un angolino dove poter giocare. Ma siccome allora, tutti i campi erano arati e coltivati, era difficile trovarlo. Spesse volte, anzi il più delle volte. andavamo scalzi e tanta era l’abitudine di camminare in questo modo, che i nostri piedi si erano abituati ai sassi e alle asperità del terreno che non li sentivamo più. Spesse volte, in mancanza di un bel praticello con l’erba, andavamo a giocare a pallone proprio nei campi dove avevano tagliato il grano e vi erano rimasti quegli “spunzoni” come li chiamavano noi, ma dopo cinque minuti che vi avevamo corso sopra i nostri piedi scalzi non li sentivano più. Altre volte andavamo nei Campini, a Vigna Vecchia a “raccapezzare” un po’ di uva fresca, direttamente dalla pianta. Mi ricordo che le vigne che privilegiavamo, il più sovente, erano quelle di proprietà della canonica, di cui mio zio era sacerdote. Ma spesso era il fiume, la Carza, che accoglieva i nostri giochi, i nostri passatempi. Il bagno era un “obbligo”, visto anche il caldo che faceva, e una volta finito, mettevamo ad asciugare al sole le mutandine per non far sì che la mamma se ne accorgesse, la quale poi, inevitabilmente, l’avrebbe raccontato al babbo, la sera al ritorno dal lavoro. Fontebuona, per noi ragazzi, era tutto, era un microcosmo, un universo in miniatura, conoscevamo solo quello. I nostri confini erano Vaglia e Pratolino, oltre quelli non sapevamo quale mondo esistesse. La sera, poi, una volta cenato, il divertimento non terminava. Andavamo al bar, l’unico in paese, dove ci ritrovavamo tutti, piccoli e grandi. Era davvero uno spasso stare a sentire raccontare frottole: una più grossa dell’altra. Gli argomenti che le persone adulte tiravano fuori, erano più o meno gli stessi: la caccia (in paese erano quasi tutti cacciatori), lo sport, il ciclismo, in particolar modo: Bartali e Coppi, raramente si parlava di calcio. Ma la caccia, ripeto era l’argomento “principe”. Li sentivi parlare con accanimento di coppiole, di “spadellamenti”, del cane che aveva “scagnato” la lepre, ma che il fucile aveva fatto “cilecca”, insomma ognuno decantava la sua bravura di cacciatore e ognuno di loro raccontava di aver “morto” animali sempre più grandi. Ce n’era uno che raccontava delle “balle” talmente grosse, che faceva perfino ridere noi ragazzi, che, pur non essendo smaliziati come i grandi, tuttavia riuscivamo a intuire fino a dove arrivava la realtà e dove iniziava la fantasia. Questo Tizio era un contadino, che per raccontare queste balle, si metteva in mezzo della stanza, un po’ ricurvo, con le braccia penzoloni, con il berretto, tutto macchiato di “verde rame”, la sostanza che i contadini davano alle viti contro i parassiti. Tra un bicchiere e l’altro questo diceva: “L’altro giorno ho visto un leprone così (e con le braccia indicava un’apertura di un metro, un metro e mezzo), sarà stato di 25-30 chili”. Avendo intuito la balla, gli chiedevano come aveva fatto a ucciderlo. Lui diceva, che prima caricava il fucile con una cartuccia a formentone e poi quando il leprone si era fermato a mangiare, con un’altra cartuccia caricata ben bene l’aveva ammazzato”. Ma di questi tipi strani e buffi al bar ce n’erano in abbondanza. Masino, altro contadino, che possedeva una forza da gigante, amava talmente il vino, che lo tracannava tutto di un sorso. E un calice tira l’altro, quando aveva fatto il pieno, cominciava a raccontare di quando, da militare, era salito sulla “motopiana”, come chiamava lui, del suo capitano e non sapendola guidare, non riusciva più a fermarla. Allora, agli inviti del capitano che gli intimavano di fermarsi, lui replicava: “Un altro giro signor tenente”. Finché la moto andò a urtare un pagliaio, finendo la corsa in maniera piuttosto tragica. E poi raccontava le “gesta” di quando era in guerra, molto probabilmente racconti di fantasia, nei quali Masino diceva di aver affrontato le mitragliatrici nemiche, e nel racconto si immedesimava così tanto che cominciava a imitare il “Ta-ra-ta-ta”, delle mitragliatici stesse, che sembrava davvero essere lì. E a quel punto il Capitano, raccontava Masino, gli diceva: “Forza ragazzi, a carponi come le serpi”. Tutti ridevano, e Masino ci provava piacere, perché sapeva che a quel punto gli avrebbero offerto altri calici di buon vino, che lui avrebbe tracannato tutti di un sorso. Ma i racconti erano veramente i più disparati e i più impossibili. C’era chi raccontava di aver visto il Regolo, un animale fantastico, a forma di serpente, ma con gli orecchi di uomo, il becco come un uccello, animale pericolosissimo che riusciva anche a incantare le prede e anche le persone. Altri avevano visto il lupo mannaro aggirarsi per i monti di Starniano, Ceppeto, Pescina. Non mancavano i racconti del curato tale o tal’altro che aveva lasciato l’ombrello nelle allora “case chiuse”; oppure del curato della tale parrocchia che ci aveva rimesso un bel gruzzoletto al gioco della “bestia”, naturalmente con le carte truccate da parte di buontemponi che erano riusciti ad aggirarlo. Così passavano le sere al bar fra le frottole, il gioco delle carte, il gioco del biliardo e la saletta contigua che ospitava uno dei primissimi televisori, ma che non funzionava quasi mai. Mi ricordo l’Alviero, il barista, che quando questo non funzionava, con della stagnola, frizionava la “piattina” dell’antenna, e qualche volta questo metodo funzionava. Ma quando questo non bastava, dopo alcune volte passava alle maniere energiche, fino a rifilargli dei robusti cazzottoni nella parte laterale del televisore, allora in legno. A quei tempi, bisogna dire, che la gente si divertiva con poco, però con quel poco si divertiva davvero, al contrario di oggi, che la gente non si diverte pur avendo molto.

UN RAGAZZO DI CAMPAGNA
Da cacciatore di lucertole alla passione per l’arte e la fotografia

Sicuramente la passione per l’arte e per tutto quanto vi gravita attorno l’ho ereditata, se così si può dire, dall’essere stato dipendente del Ministero Beni Culturali a partire dal 1965, anno in cui, terminato il servizio militare, mi si presentò l’occasione di un impiego a tempo determinato. Fui dapprima distaccato ai musei di Pitti e lì ebbi modo di vedere le ricchezze di opere d’arte che vi erano esposte o immagazzinate negli sterminati depositi del palazzo. Il Palazzo già bellissimo di suo, con le sue ampie finestre che si aprivano, da una parte verso il Giardino di Boboli, e dell’altra verso lo stupendo panorama della città, con i campanili, la Cupola del Duomo, le torri, così vicine che avevi l’impressione di toccarle con un dito, non avrebbe quasi avuto bisogno di tanta ricchezza al suo interno. Mi ricordo i vasti e interminabili corridoi, le sale ricchissime di decorazioni che si susseguivano una all’altra, le innumerevoli tele e pale, alle pareti di autori quali Tiziano, Raffaello, Rubens, ecc. Forse era troppo per un semplice ragazzotto che veniva dalla campagna, in quel di Fontebuona, abituato ad una vita campagnola, che si svolgeva fra il fosso, la Carza, e i suoi borri (nei quali noi andavamo spesso a tuffarci per sfuggire un po’ alla calura estiva), le colline, Piandalecchio, Ferraglia, San Michele, oppure le frazioncine vicine al paese che avevano i nomi di Saltalavacca, Bicchi, La Fora, Starniano. Fu osservando quelle tele, quegli splendidi volti di Madonne, di dame, ma anche di splendidi paesaggi che mi resi conto di quanto gli artisti del passato e le loro botteghe avessero raggiunto un grado di perfezione tale, che io penso non sarà più possibile raggiungere nel futuro, tanto meno oggi che viviamo in una società industrializzata, dove l’arte e l’artigianato non sono davvero incoraggiate. A Pitti allora c’erano quattro musei: la Galleria Palatina che occupava il primo piano del palazzo, insieme agli Appartamenti Monumentali, che sarebbero stati la residenza dei Medici, prima, e la Residenza del Re d’Italia, quando Firenze diventò la capitale d’Italia. Al piano superiore c’era la Galleria d’arte moderna, con i dipinti dei Macchiaioli, di Signorini, Cabianca, Lega, ecc., insieme alle sculture dei nostri maggiori artisti vissuti a cavallo fra Ottocento e Novecento. Fra tutti questi quadri me ne ricordo di uno, in particolare, però non mi ricordo l’autore, che sicuramente era della seconda metà dell’Ottocento. Il quadro rappresentava un campicello con dei cardi, nella stagione invernale, con una luce mattutina, molto radente, e questa, metteva in mostra dei piccoli ghiaccioli che nella nottata si erano attaccati alla pianta. Questo quadro mi ricordava gli ortaggi del nostro orticello a Fontebuona e mio padre che cercava di ripararli dal freddo con paglia o cartone, quando sopraggiungeva il periodo invernale e le temperature rigide Ma gli unici ortaggi che riuscivano a sopravvivere ai rigori dell’inverno, erano proprio i cardi, il cavolo nero e pochi altri. In questo quadro di Pitti, c’era dunque tutta la poesia, il ricordo, l’amore che mio padre aveva verso il suo orticello e le sue piantine. Ma torniamo a Pitti. Al Pianterreno invece il Palazzo ospitava il Museo degli Argenti, la cui denominazione era un po’ impropria poiché oltre gli argenti c’erano avori, pietre dure, cristalli di rocca, insomma un po’ tutte le suppellettili di lusso che erano appartenute ai Medici-Lorena. Oltre a questo, a pianterreno il palazzo occupava il Museo delle Carrozze, appartenute ai Medici. Mi ricordo queste belle carrozze decorate e rifinite con legni pregiatissimi e oro che facevano spicco in dei saloni non troppo consoni al prestigio di queste Cadillacs o Limousines d’altri tempi. E poi i depositi, stracolmi di opere, che io mi domandavo chi mai ce le avesse portate e da dove venisse tutta questa grazia di Dio. Seppi poi che, parte di queste opere provenivano anche dal Mugello, il Granduca infatti, come pure gli altri membri della famiglia Medici, erano grandi collezionisti, oltre ché dei grandi mecenati. Prima di allora le uniche opere d’arte che avevo visto erano una tavola di San Niccolò, una pittura attribuita a Neri di Bicci, che si trovava nella chiesina di Ferraglia, e un’altra raffigurante l’Angelo Michele, nell’altra chiesa di Fontebuona detta di San Michele alle Macchie della quale era curato Don Luigi Visani, un bravissimo sacerdote di origine palazzuolese che è stato in quella chiesa moltissimi anni coadiuvato dalla sua Perpetua che si chiamava Teresita. Questo bravo sacerdote ebbe il merito di farsi amare da tutti i parrocchiani per la sua bontà. Mi ricordo che a questo sacerdote gli feci da chierichetto per diversi anni. A questa fase adolescenziale seguirono gli studi nella città. I miei avevano scelto per me una carriera che non mi era proprio consona e cioè decisero di farmi frequentare la scuola alberghiera, la quale, dicevano, mi avrebbe subito aperto la strada ad un lavoro. Era una scuola professionale, e d’altronde, io, figlio di un operaio, non avrei potuto fare altrimenti. Ma questa carriera, io ragazzo di campagna, vissuto in un ambiente periferico e abbastanza povero, l’ho vista subito come qualcosa che non era adatta a me. Seguirono alcuni tirocinii scolastici in Italia e all’estero e poi il servizio militare. Al termine degli studi mi liberai dall’ambiente degli alberghi, che io, sotto sotto, detestavo, in quanto era un ambiente troppo ricercato, troppo sofisticato, sempre “in etichetta”, sempre vestiti con l’abito scuro….insomma era una cosa che non si addiceva a un ragazzo campagnolo, che aveva sempre vissuto in un microcosmo fatto di persone (sempre le stesse), del fosso, dell’orticello del padre, del campicello di calcio. Insomma rinunciai volentieri a quel tipo di vita che mi costringeva a servire e riverire i Nababbi di tutto il mondo. Conclusi gli studi ottenendo un ambito posto di lavoro all’Hotel Excelsior di Firenze, presso la Reception dove ho avuto modo di conoscere e dare la mano a personaggi illustri: uno di questi ad esempio era Indro Montanelli che quando era a Firenze soggiornava presso quell’albergo e inviavi i suoi articoli al Corriere della Sera dalla telescrivente dell’albergo. Ma altri personaggi famosi soggiornarono durante il periodo che io ero lì: il Presidente degli Stati Uniti, Scià, Imperatori, Re del petrolio, attori e cantanti famosi, fra i quali Mina, Rita Pavone, ecc. Non ebbi neppure il tempo di abituarmi che “sbarcai” nei musei fiorentini e qui, in questi ambienti, la vita era talmente diversa dal lusso degli alberghi. Tutto qui era molto antiquato e tutto si muoveva a dei ritmi davvero lenti, statali, se vogliamo, o conservatori. Infatti qui non c’era da fare altro se non quello di conservare il patrimonio artistico. Ben presto, però, la mia indole, il mio carattere si ribellarono, non potevo accettare una vita così statica e accontentarmi solo di quella. Cominciai a viaggiare per il Mugello, a visitare tutte le sue chiesine, anche quelle più solitarie, cominciai a interessarmi del paesaggio, che stava cambiando da rurale in urbanizzato, mi interessai soprattutto delle case coloniche, in particolar modo di quelle abbandonate che stavano per cadere e che di lì a qualche anno non ci sarebbe stata più memoria. Con la mia reflex, dotata di grandangolo e teleobbiettivi varii, riempii rotolini e rotolini di pellicola Ilford bianco e nero che stampavo e ingrandivo per mio conto. Mi piaceva interessarmi delle piccole chiesette rurali mugellane, poiché erano trascurate; nessuno allora ne parlava. Tutti preferivano parlare delle grandi chiese, dei grandi palazzi di Firenze e proprio per questo mi sembrò giusto che si parlasse anche delle nostre campagne in via di abbandono. Era facile parlare del Duomo, di Palazzo Strozzi, del Bargello, ecc., molto più difficile era invece parlare della Pieve di Montecuccoli, della chiesa di Ampinana, della chiesa di Spugnole, di Cornetole. Riuscii a dare alle stampe il mio primo libro, le chiese del Mugello, che ricordo, uscì contemporaneamente con il libro di Barletti e Squilloni, intitolato Mugello. A quei tempi, il Mugello, bisogna dirlo, non interessava a nessuno o quasi. Dalle foto bianco nero passai alle diapositive a colori, queste mi davano più soddisfazione poiché il Mugello è bello anche per i suoi colori. Da allora la mia vita è stata una continua ricerca di paesaggi, di scorci suggestivi, di angoli di paese sconosciuti, di case coloniche, di chiesine, di campanili, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, sempre alla ricerca di qualche foto che “raccontasse” qualcosa. Ho collezionato ben 7000 diapositive, di cui la metà riguardano il Mugello e l’Alto Mugello. Questa è stata la mia passione che mi ha coinvolto e in un certo senso mi ha “travolto”. Ma l’ho fatto volentieri, in un tempo dove tutti si occupavano di altre cose ben più remunerative di questa, e quando nelle campagne mugellane tiravi fuori il cavalletto con la macchina fotografica, ti prendevano per scemo. E’ seguito poi il mio secondo libro “Folli e sapienti”, una raccolta di frasi, proverbi riflessioni ecc., e nella prefazione del quale io dico che lascio ai lettori il compito di collocarmi fra i saggi o gli stolti.

FONTEBUONA: UN IMPORTANTE BORGO MEDIEVALE NEL COMUNE DI VAGLIA IN MUGELLO

La località Fontebuona, posta sulla via Bolognese, a circa 15 Km. da Firenze, vanta tradizioni molto antiche. Infatti, il primo documento che la menziona risale al 1085 e questo documento viene riportato dal Repetti nel Dizionario Geografico Fisico della Toscana edito a Firenze nel 1833. Questo atto venne redatto ‘in loco qui dicitur Fonte Buona’ molto probabilmente perchè alcuni magnati di stirpe Longobarda vi risiedevano ed avevano una loro corte in questo luogo. Riportiamo quanto scrive il Repetti su questa località: ‘Borghetto e prima posta da Firenze sulla strada bolognese….In questo borghetto, posto in pianura sulla sinistra del torrente Carza, nel sec. XI si incontrarono i primi magnati del Mugello. Tale era quel conte Gotizio di legge Longobarda, il quale insieme alla contessa Cunizza, sua moglie, e figlio del fu conte Alberto, nel febbraio del 1085, mentre RISIEDEVANO in ‘loco qui dicitur Fonte Buona’ cedettero al conte Tacido del fu conte Pagano la loro porzione dei castelli di Luco e di Cantamerlo con tutti i beni che essi possedevano nei pivieri di San Giovanni Maggiore, Santa Maria a Fagna e di Santa Felicita a Faltona nel Mugello. ‘Nello stesso mese ed annoi coniugi medesimi, dal luogo pure di Fontebuona, fecero altra donazione a favore del suddetto conte Tacido, cui rinunziarono per un prezzo di L. 200, le proprietà e ragioni che essi avevano in tutta la Toscana, ad eccezione delle corti di Firenze, di Campi, di Decimo, di Corella, e dei Castelli di Luco, di Cantamerlo e di Monte Aceraia. Nel tempo stesso investirono il conte Tacido di tutto ciò che a quei coniugi apparteneva nella villa di Monte Rinaldi e dello jus-patronato che avevano sulla chiesa di San Martino nel castello di Ricavo, su quella di Santo Stefano nel Castello di Comprato in Chianti, sulla chiesa di San Michele nel castello di Rifredo, e quello di Santa Maria nel Castello di Rio Cornacchiaja presso la pieve di Santa Maria e di San Giovanni Battista; come pure rinunziarono a favore dello stesso Conte Tacido i diritti sulla loro corte di Castro e sopra quella di Frena nel fiume Santerno (Annuali Camaldolesi)’.

Fig. 50- Antica casa colonica Berti

Bisogna subito notare che i due atti, di importanza così rilevante, furono stipulati a breve distanza di tempo e nello stesso luogo. Infatti questi magnati cedettero una buona parte delle loro sostanze al Conte Tacido, poiché gli stessi si ritirarono nell’importantissimo Monastero di Luco di Mugello, riservandosi parte dei loro averi (i monasteri durante il medioevo avevano, fra gli altri compiti, anche quello di ricovero di persone facoltose, e non, principalmente anziane e incapaci di accudire a loro stessi, dietro compenso al Monastero di una parte dei loro averi). E’ da ritenere che tali atti di donazione rogati nello stesso luogo non siano dovuti al caso. E’ da supporre, infatti, che proprio a Fontebuona il Conte Gotizio e la moglie Cunizza, avessero una propria ‘corte’ con palazzo annesso. Non è opinabile che i detti signori abbiano stipulato questi contratti in una antica Osteria, che già esisteva a quei tempi, o sulla strada o altrove. Si sa solo di una Rocca di Canapajo o Canapaia, che pure era di loro pertinenza, ma la cui ubicazione è a mezza strada fra Fontebuona e Vaglia. Altro palazzo turrito questi signori lo possedevano a Ferraglia, dove esistono tuttora muraglie e il basamento di una torre. Su questi ruderi fu ricostruita verso la metà del settecento l’attuale chiesa di San Niccolò a Ferraglia (precedentemente la chiesa era ubicata nel posto dove adesso c’è il cimitero, quindi proprio sul cocuzzolo della collina). E’ interessante vedere come questa collinetta a lato del torrente Carza è situata proprio all’imbocco della pianura che sfocia nel Mugello ed era collegata visivamente con le rocche dei dintorni. Gli Ubaldini, al pari degli Alberti e dei Guidi, erano signori e padroni assoluti del Mugello e Alto Mugello e discendevano direttamente dai Longobardi, come scrive anche un loro storico discendente G. B. Ubaldini. Il Chini nella sua Storia del Mugello del 1875 riporta quanto scrive lo storico G: Battista Ubaldini, cioè che il dominio degli Ubaldini si estendeva da Fontebuona sulla Carza in Mugello, fino alla strada che due miglia sopra a Bologna porta a Verona, passando da Castel Cavrenna e che dalle sorgenti del Santerno si estesero fino ad Imola e che da qui retrocedendo regnarono fino alla Val d’Agnello e fin sotto le mura di Palazzuolo. E’ anche probabile che questi feudatari longobardi avessero, in Fontebuona, avamposto delle loro proprietà, anche delle fortificazioni con guarnigioni militari e forse anche locali per il pagamento dei pedaggi (una specie delle dogane odierne). Se si esamina una vecchia foto di Fontebuona del 1903 si vedono ancora le vecchie strutture medievali fra le quali l’antico arco che sovrastava l’antica via bolognese che attraversava il paese, detta, ancora oggi Via dell’Arco. Qui, esiste un nucleo centrale molto antico, con mura poderose, anche se i rifacimenti sette-ottocenteschi nascondono in parte la sua vetustà. Il Niccolai nella sua Guida del Mugello e Val di Sieve del 1914 scrive a proposito di Fontebuona: “Il borghetto di Fontebuona, su lo stradale, presso una buona sorgente detta Fonte del Pruno (a 500 metri dal paese. NdR). La località è ricordata in un atto di donazione fatto dal Conte Gotizio e dalla moglie sua Cunizza nel 1085 “in loco qui dicitur Fontebuona”. Il Niccolai ci dà anche altre informazioni di questo luogo: “Per essere stata in passato la prima posta da Firenze a Bologna, Fontebuona aveva un antico alloggio per i pellegrini e un Oratorio dedicato a San Carlo”. Dai documenti finora ritrovati non si può stabilire con certezza se l’albergo per i pellegrini fosse ubicato nel nucleo storico suddetto. Si sa per certo, invece, che un locale molto ampio a pian terreno della Via dell’Arco veniva usato per il cambio dei cavalli e il piano superiore per l’alloggio dei forestieri. L’Oratorio dedicato a San Carlo, almeno verso la metà dell’Ottocento, era ubicato nel terreno della ex villa Lastrucci. L’arco medievale del quale si diceva: “Val di più di Fontebuona l’arco che tutto Pratolino con il Barco” (Parco della ex villa Demidoff, ex Villa Medicea), fu smantellato nel corso di restauri di inzio ‘900. Concludendo questo borgo storico di Fontebuona, per l’importanza delle testimonianze medievali, ma anche per l’ospedale per i pellegrini e per essere stata la prima posta delle diligenze granducali, merita davvero un grande rispetto.

UN CIMITERO PICCOLO PICCOLO

Siamo ormai quasi a novembre, si avvicina il mese dedicato ai nostri defunti. Se durante l’anno siamo stati occupati in mille cose: il lavoro, lo studio, gli affari gli interessi, le vacanze, i divertimenti, ora è tempo di pensare a loro, a chi ci ha con tanto sacrificio donato la vita, ai nostri genitori, che hanno lavorato e fatto tanti sacrifici per mantenerci e per darci un futuro nella vita. Ma non solo i genitori, i nonni, che con la loro saggezza e la loro esperienza ci hanno insegnato tante cose, e poi via via tutti i parenti e tutti gli amici che abbiamo amato in vita. Mi piace di tanto in tanto, anche se non siamo nel mese di novembre, ritornare in uno o due di questi piccoli cimiteri a incontrare i miei nonni, i miei genitori e i miei amici. Due di questi piccoli cimiteri mi sono particolarmente cari. Uno è quello di Visignano e l’altro è quello di Ferraglia, una collina che si trova sopra Fontebuona. Quest’ultimo, è un cimitero “fortunato” se si potesse usare questa espressione. Infatti, si trova proprio su un cocuzzolo di una collina e da lassù il panorama spazia a 360 gradi. A Nord la vallata del Mugello e i Monti della Futa, a Ovest il Poggio Conca, con Starniano, Ceppeto e Coiano; a Est i monti della Tassaia e Monte Senario e a Sud la collina di Fiesole e la vallata di Firenze. Dicevo che questo cimitero può considerarsi fortunato, infatti, in questo piccolo spazio dove è situato il cimitero, una volta c’era l’antica chiesa di Ferraglia, che fu demolita, in quanto molto rovinata da un terremoto, per essere costruita un poco più in basso. Il cimiterino di Ferraglia quindi occupa proprio lo spazio che occupava la vecchia chiesa, nella quale,nel corso dei secoli, sono state celebrate tante messe e tante funzioni religiose. Quale spazio può dirsi più sacro di questo? Come passi il cancellino ti volti a destra e a sinistra e vedi tanti volti di amici e di conoscenti. Guarda chi è questo…ma si è proprio lui, e dire che io, dato il lungo periodo di lontananza dal paese, non sapevo….ma guarda come è sereno…. come sorride…e quanti ricordi mi tornano a mente. Mi volto a sinistra e vedo il volto sorridente di una persona cara della mia infanzia, della quale avevo quasi dimenticato il suo volto. Che bello poter rivedere tanti amici, anche solo in fotografia! Eri chiamata la zia di tutti, si la zia di tutti i bambini, tu volevi bene a tutti. Ora sei lì che ci guardi e sorridi. Stai bene? Forse con l’inverno e con la neve che si poserà sulla tua piccola tomba, avrai un po’ di freddo? E la notte, col buio, avrai paura? Forse no, ci sono tanti piccoli lampioni e poi quanti amici hai intorno…Ancora un passo più avanti, vedo una foto un po’ sbiadita, io mi avvicino per guardarla meglio. Ma si, ora mi ricordo di te, la mamma del mio migliore amico. Quante cose mi fai tornare a mente… che bella voce avevi, sembravi un soprano quando nel mese di maggio, mese del rosario, cantavi l’Ave Maris Stella. Quanto tempo è passato! Ora riposi serena, accanto c’è il compagno della tua vita. Più avanti ancora, quanti personaggi cari della mia gioventù. Guarda c’è anche E. e poi M., non sapevo, proprio non sapevo, com’è strano il mondo, si corre, si corre e poi…Guarda c’è anche Bice eri la nostra vicina, la nostra amica di famiglia. E poi, quella brutta malattia che ti diede la cecità, temporanea per fortuna, le cateratte agli occhi che ti impedirono di vedere le tue nipotine per più di 10 anni! E poi Ilde la nostra dirimpettaia: nella foto sorridi ora come allora, con tanta umanità. E poi ancora tanti altri amici e conoscenti. Proprio in fondo al cimiterino c’è un bell’affresco, credo che sia stato dipinto da un allievo di Annigoni, per un nostro paesano, bravo muratore, che gli preparava l’arricciato al grande maestro. Guarda c’è anche Sghio e la Sghia. E dire che lei non voleva andare nemmeno in Paradiso per non ritrovare i bambini. Certo un po’ di ragione ce l’aveva i bimbi sono belli però a volte sono un po’ “petulanti”. Ritornerò a trovarvi, quassù in questo cimiterino, esposto ai quattro venti, dal quale si gode un panorama stupendo sul Mugello. Vorrei che anche i miei genitori avessero la fortuna di stare in questo piccolo e grazioso cimiterino, purtroppo invece riposano in quell’orrenda mega-struttura cimiteriale, che non ha niente di umano, che è il cimitero di Trespiano. Io ho sempre odiato le mega-strutture, le costruzioni faraoniche, in qualsiasi campo. Io amo le costruzioni “a misura d’uomo”, come questo piccolo cimitero di Ferraglia. Un altro piccolo cimitero, al quale mi reco spesso è quello di Visignano dove riposa la mia nonna Chicchina e il mio nonno. Anche questo, è un cimitero piccolo, piccolo, di una semplicità assoluta. In inverno, quassù cade molta neve perché siamo in montagna. La tomba della nonna Chicchina e del nonno Emilio è molto semplice, una lapide con due fotografie consunte dal tempo e un fazzoletto di terra, ben tenuto, con alcuni fiori di campo. Mi fa piacere stare sulla tomba della nonnina. Come eri bellina nonna Chicchina! Eri piccolina, ma c’eri tutta. Ora spero che tu stia bene, lassù dove sei. Mi inchino sulla tua tomba, recito un Requiem, e mi sembra che tu sia qui, proprio accanto a me.

QUANDO ABBONDAVANO I “PRETAIOLI”

Mi piace ritornare sul linguaggio dei nostri nonni, e sulle loro abitudini. Un vizio diffuso, ma anche un piacere, che i nostri nonni si concedevano in una pausa del lavoro dei campi, era quello di tirar fuori la pipa o il sigaro toscano per farsi “la fumma’a”. Ricordo quelle pipe, di coccio, con il cannello o bocchino di legno nelle quali pigiavano il ”toscano” preventivamente sbriciolato, da quelle loro “manone” dai diti possenti, e una volta messa in bocca la pipa, tiravano fuori lo “zorfino” e con delle energiche tirate, che sembravano delle locomotive, attizzavano la pipa. Finita la “fummatina”, riprendeva il lavoro dei campi, il taglio del grano, del fieno, facendo attenzione a non imbattersi in qualche “zeccola”, che sarebbero state le zecche. Ma i nostri contadini erano “vispi”, erano furbi, come si direbbe oggi, sapevano quali erano i pericoli. Spesso nel lavoro dei campi, nelle stalle, venivano accompagnati dalle rispettive consorti. La donna era l’angelo custode della famiglia, elemento indispensabile in quella società per gli importanti compiti che ricopriva. L’uomo di allora, anche se schivo e rozzo sapeva farsi ben volere dalla propria donna, e ogni tanto le regalava un “vezzo” che sarebbe una collana. La donna sapeva bene come trattare il suo uomo. Spesso e volentieri lo prendeva per la gola e quando suonava “i’ tocco” lo chiamava a tavola dove gli aveva cucinato un bel piccione “teragnolo”. Naturalmente a tavola non esisteva la finezza di oggi. Spesso i contadini avevano le “ugne” o “ugnelli” lunghi e non curati e quando mangiavano non curavano troppo il Galateo. Quando c’era la ciccia in umido, si poteva “ugnere” le mani, i baffi, senza che la sposa urlasse. Purtroppo allora il duro lavoro e l’essere sempre esposto a tutte le intemperie causava la “tossa” che spesse volte era accompagnata da altri guai. Ma i guai non consistevano solo nella salute. A volte quando meno te l’aspettavi batteva il “tremoto” e di quello avevano paura tutti, anche gli animali. Quando le povere bestie erano “serrate”, quasi impazzivano, allora era necessario “dar loro la stura” per eviatare guai maggiori. Le bestie erano troppo importanti per l’economia contadina di quei tempi. E’ vero che la “siccia” spesse volte toccava solo ai signori, ma qualcosa toccava anche al povero contadino, che qualche volta si accontentava dei “siccioli”. Ma l’alimentazione d’allora, non era come quella d’oggi, spesse volte ci si accontentava di una buona “stiaccia” condita con l’olio d’oliva. Però la vita della gente di campagna di allora era anche un po’ ingrata. Le bestie erano alla base dell’economia, ma per governarle, per pulirle sentivano molto “sito”. Ma la vita era fatta anche di qualche momento di spensieratezza, spesse volte, per fare una pausa, si saliva in casa a “schiccherare” qualcosa, e spesso a bere un buon bicchiere di vino, che quando lo mescevi faceva una bella “stummia”. Un goccetto di vino era necessaria anche quando nella battitura il contadino ingoiava una “resta”, che sarebbe un ago del grano. E allora erano “resipole”! A fine anno, quando ormai il contadino aveva messo insieme qualche “rispiarmio”, si poteva concedere il lusso di fare qualche gioco in compagnia. Spesso si giocava alla “ruzzola”, che era una rotella di legno, che sostituiva il “cacio”, e il gioco consisteva nel tirarla più lontano possibile. Tante persone assistevano ai giochi, anche donne e ragazze dalle belle “puppe” e anche qualche “pirulino” che faceva loro la corte. Quando era il momento si andavano a cercare i “pretaioli”, una specie di funghi molto buoni e appetitosi. Una volta raccolti si mettevano nella “pezzola” e si infilavano sotto il “pastrano”. Ma era importante trovare anche un poco di ghiande poiché il “niccio”, il maialino aveva molto appetito. Non c’era l’abbondanza di oggi, si faceva a “miccino” di tutto, cioè si faceva economia. Anche con la luce, si cercava di andare a letto presto per risparmiare il “moccolo”, la candela. Però c’era sempre qualche “mambrucco”, sciocco, che voleva vegliare. La mattina ci si alzava presto per andare nel “marucheto” a smacchiare, e per questo lavoro si usava la “pennata”. Però bisognava stare attenti perché le “maruche”, le spine, erano insidiose e ci si poteva fare anche del male. Quando uno tornava a casa e non aveva le “marmeggiole”, si mangiava un “corteccino di pane” oppure un “grumolino” di cavolo “morvido”. Quasi tutti i contadini avevano i qualche “lillero” da parte, però facevano “le liste” di non averne affatto. E se non ce li avevano era la “listesima”, il contadino si sapeva arrangiare. Qualche volta, purtroppo veniva a mancare qualche amico, e , allora in quei casi si diceva “l’è ito”. Ogni famiglia contadina possedeva anche un pollaio, però bisognava stare attenti, il “gorpe” o “gorpino” (la volpe) era sempre in agguato. Qundo c’era tempaccio e non si poteva stare “fora” si stava “drento” a “fiaccolare” nel camino mentre il ceppo faceva delle belle “faille” (scintille). Per prendere l’acqua si andava al “fontanello”, però quasi sempre si doveva camminare sulla strada “erta” e ciottolosa. Spesso e volentieri i contadini erano senza denti, perché questi si “bacavano” con facilità, e magari se non era oggi ma “domandassera”, si doveva andare a tirarlo via. Spesso ci si fermava a parlare e a “cincistiare” , specie d’estate, sotto i “chercio”, e spesso nella conversazione si univa anche il “curatolo”. Le persone lontane si chiamavano con un “bercio”. Quando si faceva “bruscolo” i cacciatori andavano al “barzello” . Se chiappavano la lepre, questa si “avvitorcolava” e “stiantava” di lì a poco.

ADRIANO CECIONI ARTISTA FONTEBUONESE

Il 26 luglio del 1836 a Fontebuona di Vaglia presso Firenze nasce l’artista Adriano Cecioni. Dopo una lunga formazione accademica, entra a far parte del gruppo di riformatori dell’arte italiana. All’Accademia di Belle Arti è allievo di Aristodemo Costoli. All’età di 27 anni è già vincitore di un pensionato artistico presso L’Istituto d’Arte di Napoli. Nel 1863 si sposa con Luisa, napoletana. Fa parte del Gruppo dei Macchiaioli, e fra loro si fa notare per l’ossequienza ai canoni dell’Accademia. Ama la natura, fino ad affermare che “tutto è bello in natura dal punto di vista dell’arte”. E’ amico di Giosué Carducci che diventa suo mecenate e protettore. Non ama molto l’adulazione e la notorietà: “esser celebri vuol dire esser mediocri”. Viaggia all’estero a Parigi, Nizza e Londra. In questa città collabora al giornale caricaturale Vanity Fair. A Parigi l’artista De Nittis vende le sue terrecotte di “beceri fiorentini e di preti”, divenute poi famose. Tuttavia De Nittis lo giudica provinciale gretto ed egoista. Nel 1878 entra a far parte, come critico, del Giornale Artistico diretto da Enrico Cecioni. E’ inoltre pittore e dipinge alcuni quadri dai titoli: “La comodità di un balcone”, “Interno”, “Una signorina romantica”. Il 23 maggio muore a Firenze nella casa del Kienerk. Non abbiamo notizie della sua vita, se non attraverso le lettere da lui scritte al Carducci, a Diego Martelli, a Telemaco Signorini. Ha avuto una vita travagliata e sfortunata, tanto da apparire una persona triste.

Fig. 51 – Adriano Cecioni e Diego Martelli

In realtà nell’arte si distingue come caricaturista dei personaggi più in vista dell’epoca, in particolare di coloro che frequentavano il Caffé Michelangelo a Firenze, tenendosi tuttavia in linea col gusto di un bonario prendere in giro. Celebri sono le sue statuette in terracotta che ritraggono Yorik, Napoleone Giotti, ecc. Ama ritrarre anche gli animali, in modo particolare i cani, dei quali dimostra di conoscere a fondo le loro abitudini. La “Sortita del padrone”, il “Cane che lascia” e “Incontro per le scale”, sono fra i più celebri. E’ tenero quando raffigura la madre col Bambino o quando raffigura gli amici. Bello fra questi è il busto di Giosué Carducci. Cecioni in fondo è un tradizionalista. Del progresso (nell’arte) afferma: “Il progresso, nel suo pieno e netto significato, fa le sue cose per intero, non viene ad accomodare o correggere, ma per demolire, distruggere e abolire”.

POESIE

Briciola

Dormi con il tuo musino
puntato sulla tappezzeria della sedia.
Le tue orecchie sono vigili
e nonostante il tuo sonno felino
reagisci a ogni minimo rumorino.
Talvolta russi talmente forte
che sembri uno schiacciasassi.
E poi sospiri, singhiozzi, ti giri e ti rigiri.
Hai mangiato troppo?
A volte ti svegli di soprassalto.
Forse sogni? E cosa sogni?
Sogni il tuo padrone che qualche volta
ti sgrida perché mangi troppo?
Hai ragione, dovrebbe pensare per sè
quel noioso trippone!
O sogni quella volta che ti volevano
fare un bagno e profumarti tutta
come un barboncino? Ma non lo sanno
chi sei tu? Sei un felino, va bene.
Ma non montarti troppo la testa.
Miaou, Miaou, cosa vuoi dire?
Mi intenerisci e resti la gattina di sempre.
Anche tu come noi: non cambi mai…

Dolce

Dolce il tuo sorriso
dolce il tuo respiro
dolce il tuo abbracci
dolce il tuo portamento
dolce il tuo sguardo
dolce il tuo profumo
dolce il tuo desiderio
dolci i tuoi baci
dolci le tue tenerezze
dolci le tue mani
dolce il tuo corpo nudo
in questa notte di luna mugellana.

Due testine

Due testine
un solo abbraccio
fra la bianca spuma
delle onde.
Un tuffo
i capelli rovesciati all’indietro
le mani unite
sotto l’azzurrino cobalto.
Un intenso riflesso
argenteo del sole al tramonto,
una sottile nebbia li avvolge
quasi occultandoli.
Lei ride, lui schiamazza,
gli sguardi si incontrano
due anime si uniscono
in un lungo abbraccio d’amore.

Fontebuona
Stai al riparo del Poggio Conca
distesa sulla strada bolognese
alcune case, un torrente, una spelonca
sei del Mugello il più bel paese.
Intorno a te boschi, campi, vigne
due chiesette, un bar, un ristorante
una sorgente ove ognun attinge
dal Mugello e da Firenze non sei distante.
Non manca neppure la pizzeria
dal Cantini vai la troverai buona
alimentari bar e ancora trattoria
prelibatezze, arrosti e sbriciolona.
Se poi vuoi passare una serata in allegria
al Chiar di Luna devi andare tosto
sicuramente romperai la monotonia
nei mesi estivi giugno luglio e agosto.

Mina

Nel corto viale alberato
la nostra auto blu si ferma nella notte scura.
Il profumo dolce dei tigli si mescola
con il profumo eccitante della tua pelle.
Le tue labbra vogliose, i tuoi occhi blu,
due fari che scrutano nel mare delle sensazioni.
I tuoi capelli come fili di seta
il tuo corpo che vibra
e la mia mano che ti passa leggera sul collo.
I nostri corpi si abbracciano stretti,
i tuoi seni dolci come arancini….
Mi ami? Ti amo? Forse è presto?
Forse è tardi? Andiamo?
Voglio restare ancora,
é bello qui.
Piove

Le gocce ballano e rimbalzano sul nero asfalto,
l’acqua dilava creando veloci rigagnoli, vortici e schiuma
Il cielo da plumbeo si fa nero.
Ecco il lampo venire da occidente
e subito il tuono rotola e rimbomba.
Il vento lo accompagna scuotendo i rami
e le foglie ingiallite si fermano sulle tue mani.
Tic, tac, tic, tac le gocce cadono, sul verde ombrello,
musica celestiale, armonia della natura.
I nostri spiriti si appagano e si placano
Ma ecco: già torna il sereno

Sasso di San Zanobi

Solitario, massiccio, aguzzo
la tua punta diamantina
tocca il blu infinito.
Prati e pascoli stanno ai tuoi
piedi e bianche vacche
pascolano tranquille al
tuo riparo.
Le verdi colline del fondovalle
solcate da strade sterrate
ti fanno da sfondo.
Sasso di San Zanobi,
Gigante buono, con i tuoi
mille colori: verdini, azzurrini, rossastri
ci inviti alla modestia e alla bontà

Ti ho cercata…

Ti ho cercata fra le stelle del firmamento,
nell’Olimpo, nell’Eden, nel Parnaso.
Ti ho cercata a Parigi nelle sfilate di alta moda,
nei ristoranti più esclusivi di Montmartre, all’Olympia,
al Quai d’Orsée, sulla Senna, al Musée Grevin,
alla Sorbona, au Quartier Latin, al Trocadero.
Ti ho cercata negli alberghi di lusso della Costa Azzurra,
nei pubs alla moda, nei circoli letterari più raffinati.
Ti ho cercata nelle bianche ville di Cannes e Montecarlo,
tra i VIP di Portofino, di Porto Cervo, di Gallipoli.
E non ti ho trovata.
Ti ho cercata nei green dei campi da golf di mezza Europa,
a Cinecittà a Holliwood fra le dive del cinema, ti ho cercata
fra le “leonesse” e le “sorelle ottimiste”.
Ti ho cercata nei pads dei grand prix di mezzo mondo,
nei templi del tennis a Wimbledon, al Roland Garros.
E non ti ho trovata.
Ti ho cercata negli yachting club di Ibiza, alle Bahamas
e perfino al Club Velico di Cala Galera.
Ti ho cercato nelle ville più sontuose, fra le gente aristocratica,
fra i “liberi muratori”e nei templi dell’alta finanza.
Ma non ti ho trovata.
Ti ho cercata fra la “bella gente” degli ippodromi londinesi e parigini,
nelle residenze reali e presidenziali di Buckingham Palace e dell’Eliseo,
a Montecitorio, ai Parioli.
E non ti ho trovata,
e….non ti ho trovata.
E dire che ho fatto tanta strada per cercarti!

UN GRIDO NEL VUOTO

Due grandi occhi neri,
inorriditi,
si incrociano nel vuoto.
Dolore,
innocenza calpestata,
narici aperte,
bocca spalancata,
un grido di dolore
che nessuno vuol sentire.
Una lingua impastata di fame
attende invano acqua e pane.
L’uomo razzista,
discrimina il colore,
non si cura di te,
non vede il dolore
che solca il tuo visino nero,
senza un po’ d’amore.

UN PICCOLO CIMITERO

Un piccolo cimitero
in mezzo ai verdi abeti
la candida neve ammucchiata dal vento
disegna le bianche sagome dei tetti.
E’ inverno, il vento pungente
spinge i rovi, facendo cadere batuffoli di neve.
La bianca vallata si distende
con i suoi dolci declivi
Bianche anime aleggiano sul piccolo cimitero
la neve cade sul bianco recinto.
Con la primavera spunteranno
i primi fiori profumati

NOTE AUTOBIOGRAFICHE

Fig. 52 Ritratto dell’autore, appassionato fotografo

Paolo Campidori è nato nel Comune di Vaglia da genitori “tosco-romagnolati” il 18 dicembre 1942. E’ un personaggio “scomodo” poiché non inquadrabile in senso stretto della parola in nessuna ideologia politica. Detesta essere etichettato. Non ama la cultura “ufficiale” e la storia che si studia sui libri di testo. E’ ricercatore storico-artistico, nonché scrittore, fotografo, poeta e collabora con un giornale mugellano, per il quale scrive articoli di storia e cultura. Ha scritto tre libri: Le Chiese del Mugello, Folli e Sapienti e Mugello, Vita di Paese. Ha passato buona parte della propria esistenza presso i musei fiorentini: Uffizi, Pitti, Bargello e ha collaborato con i più grandi nomi della cultura artistica del nostro tempo come, Luciano Berti, Ex Soprintendente ed Ex Direttore della Galleria degli Uffizi e Museologo di fama Internazionale; Umberto Baldini, Ex Direttore dell’Ufficio Centrale del Restauro di Roma, Ex Soprintendente ai Restauri e all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze; Antonio Paoluccci attuale Soprintendente al Polo Museale Fiorentino. Ha una vena umoristica, un po’ caustica. E’ un cattolico tradizionalista, ama la Messa in latino e il Canto Gregoriano. E’ affascinato dai monasteri benedettini, francescani, e ovunque si “respiri” una intensa spiritualità cristiana. Ama gli animali in genere e i gatti in particolare. Coltiva da tempo diversi hobby fra i quali la fotografia, il restauro di stampe e libri antichi, le miniature. Ama molto la sua terra che è il Mugello e la Montagna dell’Appennino Tosco-Romagnolo. Ha due figli: Leonardo e Jacopo ed è sposato dal 1972 con Deanna.

Fig. 53 – Alessandro Parrini – Mugello – Campo con girasoli

INDICE
Introduzione 3
Prologo 4
Il Paese 5
La piazzetta 7
Via Sottolarco 11
La buchetta 16
La mora 17
La muriella 17
Il Rosario della Bice 18
Le partite cornuti contro “segaioli” 20
La battitura del grano da Tarolle 24
Le processioni e le infiorate 27
Gli scoppi con il carburo 30
La pesca nel torrente 31
Gli orti concimati 34
Alviero e la televisione a cazzotti 35
Le ricottine fresche di Starniano 37
L’uomo lupo e il regolo 40
I carretti con i cuscinetti 42
Amedeo e la bicicletta 44
I detti e i modi di dire 46
Il primo giorno di caccia 47
Beppino e il fiasco d’inchiostro 50
Maso e la Beppa 51
La Sita e le bombette puzzolenti 54
La visita o la tira 56
La scuola elementare 58
La Delia poliglotta e i “tomaten” 62
Il Pecino e i cugini 64
Pirulé e i “turiddi” 65
Ettore e le salacche 66
Lo zio prete e la partenza 67
Le parole storpiate 69
Pierino e la farinatina 70
La mamma non si tocca 71
Emma, c’é Cordo? 74
Il Gallione 77
Le barchette con i gusci 78
Il carrarmato con i rocchetti 79
Le sigarette di carta gialla 80
La gara del tiro do cacio 81
Il Raspa e le cartucce a formentone 83
La fonte del Pruno 86
Le zucche e la morte secca 89
La canna ladra 91
Il ballo nella pista 91
Le noci e la frusta di Tarolle 93
Il pallaio 95
L’archetto e le trappole 95
La beffa del portafoglio 97
La cooperativa 98
I casotti nel torrente 99
La famiglia Rossi 101
In casa d’Oreste 102
Le veglie di Natale 104
L’insalatina di campo 107
Personaggi curiosi 109
Gli attrezzi dei contadini 111
I lavori della nonna 113
Modesto e la gallina chiacchierona 115
Il chierichetto 117
Il salotto letterario 121
Il gattino Bisanzio 124
L’angelo custode 126
I matrimoni e i confetti 127
Farfallino il barbiere 128
I giochi delle bambine 130
I pantaloncini corti 132
Le “cacate” delle Befane 134
I “pretaioli” 135
La Guzzi e il mal di corpo 136
Le ragazze procaci e i tacchi a spillo 138
Proprio come il “piovano” Arlotto? 139
Le interminabili ninne nanne 142
I fuocherelli di bacìo 143
Le chiese di Fontebuona 145
Appendice 148
Questa chiesa non s’ha da fare 148
Ma icchene? Gl’hanno rimesso i’ treno? 151
E la sera al bar 153
Un ragazzo di campagna 156
Fontebuona: importante borgo medievale 160
Un cimitero piccolo, piccolo 163
Quando abbondavano i “pretaioli” 166
Adriano Cecioni artista Fontebuonese 168
Poesie 170
Briciola 170
Dolce 171
Due testine 171
Fontebuona 172
Mina 172
Piove 173
Sasso di San Zanobi 173
Ti ho cercata 174
Un grido nel vuoto 175
Un piccolo cimitero 175
Note autobiografiche 176
Indice 178

Copyright in Italia e all’estero: Paolo Campidori

Mugello - Vita di paese

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