MUGELLO, ROMAGNA TOSCANA A E VAL DI SIEVE


MUGELLO,. ROMAGNA TOSCANA E VALDISIEVE

…..quel cervo ucciso da un pugnale d’oro

FRA I BOSCHI DI POLCANTO IN MUGELLO CON GLI UBALDINI DA PILA E L’IMPERATORE FEDERICO

Q.D.A. e ancora: A.D.U. I lettori si chiederanno meravigliati il significato di queste sigle o ‘rebus’ che dir si vogliano. Sveliamo subito il segreto: Q.D.A sta per: QUIS DOMINUS APPENNINI?, cioè: ‘Chi è il padrone degli Appennini?’; e l’altra A.D.U. sta per: ALMA DOMINUS UBALDINI e, cioè, ‘L’alma casa di Ubaldino’.
Chi ha pronunciato queste frasi? E quando? Sia alla prima che alla seconda domanda non possiamo rispondere in maniera certa e documentata. Possiamo però fare riferimento a delle circostanze che avallerebbero la possibilità che Federico stesso, l’Imperatore, le abbia pronunciate durante un banchetto in suo onore nel Castello in Mugello degli Ubaldini da Pila, situato nei monti fra Polcanto e Borgo San Lorenzo. Veniamo ai fatti. Sappiamo per certo che Federico nel 1185 fu in Toscana e si trattenne, dicono le fonti antiche, per restituire il contado ai suoi devoti vassalli, riprendendolo agli ‘usurpatori’ fiorentini, che oramai erano diventati troppo forti e miravano ad estendere il loro territorio molto oltre le loro mura cittadine. Narra la storia non ‘ufficiale’, cioè quella che si tramanda oralmente e che non è supportata da documenti scritti, ma non per questo, certe volte, non meno attendibile, che, nel 1185, l’Imperatore Federico era in Mugello e più precisamente era ospite di Ubaldino da Pila presso il suo castello omonimo. La storia tradizionale, e quella narrata da un suo discendente, narra che, per rendere omaggio a un così illustre personaggio gli Ubaldini da Pila, oltre ai numerosi e sontuosi festeggiamenti, organizzarono una caccia eccezionale nei boschi intorno al castello. Pare che il coraggioso Ubaldino da Pila abbia trattenuto per le corna un cervo di taglia eccezionale in attesa che l’Imperatore Federico lo trafiggesse da parte a parte con la sua lancia. Federico avrebbe poi donato la testa del cervo a Ubaldino autorizzandolo per questo nobile gesto (per quei tempi) a dotare il loro stemma con tale insegna. Niente sappiamo più dalla storia al di fuori di scarne notizie tratte da documenti notarili relative a donazioni, acquisti e vendite di immobili, testamenti, ecc. Sappiamo per certo dalla storia che i Fiorentini, ormai diventati forti economicamente e militarmente, ebbero la meglio sugli Ubaldini e sul potere feudale che si esercitava soprattutto nel contado. Verso la metà del sec XVIII, narra il Brocchi, gli Ubaldini da Pila tornano a far parlare di sè. Presso i ruderi del Castello di Ottaviano Ubaldini a Montaccianico, presso Scarperia, viene ritrovato un reperto importantissimo e cioè il sigillo degli Ubaldini da Pila. In questo sigillo è raffigurato un cavaliere, armato di tutto punto in sella al suo veloce destriero e tutt’intorno la scritta: UBALDINI DA PILA. Alcuni giorni fa sono salito, insieme a due simpatici giovani accompagnatori: Paola e Giorgio, attuali proprietari del luogo, sulla sommità della collina per accertarmi di ciò che resta di un castello così importante. Vi posso assicurare che la gioia e l’emozione è stata grande, e il panorama stupendo. A parte un poco di disagio causato dalla strada che si inerpica con una pendenza notevole, debbo dire che la passeggiata è stata piacevole. Si arriva dopo circa 20 minuti di cammino su un pianoro, dove prima esisteva, oltre un villaggio, anche la chiesa di San Niccolò alla Pila, la cui Pieve era Santa Felicita a Larciano poi spostata in Val di Faltona, presso il fiume. La vista spazia a 360 gradi: a Nord la vallata del Mugello, a Est la vallata del Carza e la Badia di Buon Sollazzo, a Sud i Monti di Polcanto, a Ovest sul cucuzzolo il monte Asinario il cui nome pare derivi dall’etrusco ‘aisn’ che significa luogo di preghiera. Qui gli Etruschi, forse avevano un loro tempio e forse una fortezza e che visivamente collegava buona parte della Toscana. Successivamente, nel Medioevo un Giuliano da Bivigliano, degli Ubaldini , risulta proprietario di questo castello, che si collegava al Castello della Pila con una strada di crinale. Lasciato questo Pianoro si sale ancora un poco e fra la folta vegetazione incominciamo a vedere le prime muraglie diroccate. Più avanti in mezzo alla folta vegetazione ancora ruderi: una cisterna con tubi di raccolta per l’acqua piovana, con la volta crollata e , ancora, avanzi di muri con tracce di decorazioni affrescate con motivi geometrici e con colori tenui dal rosso al celestino, ma ormai quasi illeggibili. Si narra che alcuni cercatori, non autorizzati, abbiano ritrovato, calandosi pericolosamente fra questi ruderi, delle armature, dei frammenti di lancia e altre armi dell’epoca. Ancora un attimo a respirare con Giorgio e Paola l’aria salubre dove per secoli da queste vette hanno dominato gli Ubaldini, e forse dire ‘dominato’ è ancora un pò poco. Lasciamo con un poco di rimpianto questa altura e ci incamminiamo verso la valle dove ci attende la Signora Edvige, originaria di Marradi, nonna dei giovani accompagnatori. Questi Signori abitano questo luogo che si chiama podere Pila da circa 30 anni. Quando acquistarono la casa, sopra l’arco dell loggia c’era ancora uno stemma con il cervo degli Ubaldini. Inoltre sulla casa è stata posta una lapide che ricorda l’episodio riportato da Dante nella Divina Commedia quello del Conte Ugolino (da Pila) e dell’Arcivescovo Ruggieri. L’episodio raccapricciante riportato da Dante ha prevalso sulla caccia al cervo degli Ubaldini con l’Imperatore Federico e sulla storia di questo importantissimo castello!

….amava il Mugello o i mugellani amavano Francesco

SAN FRANCESCO IN MUGELLO

La sua vita di “poverello” analizzata attraverso il Cantico delle Creature e dei Fioretti

Non si può dire che Francesco avesse rinunciato alle ricchezze, è più giusto dire che egli aveva rinunciato “a tutto”. Ma non per questo si sentiva povero, ce lo dimostra il Cantico delle Creature, egli era l’uomo più ricco del mondo perché “possedeva” pienamente e completamente le “creature” del Signore che sono l’aria, il vento, l’acqua, il sole, la luna, il fuoco. Per capire San Francesco bisogna immedesimarsi nella povertà della sua vita. Camminava scalzo, anche con il ghiaccio e la neve, negli inverni più rigidi, elemosinava il mangiare, aveva un saio tutto rattoppato (chi si vuol rendere conto di questo vada alla Verna a vedere i cimeli del Santo custoditi nella chiesa). Ma non per questo era triste, anzi, era allegro: cantava le lodi del Signore, ballava, tanta era la sua contentezza di creatura “piccolissima” del Signore. Il Santo si considerava un “pianticella” del Signore, e anche Chiara definiva San Francesco così. Ma San Francesco non era solo il “poverello” del Signore, egli era anche l’umile “pecorella” del Signore. Mi piace ricordare nei Fioretti quando Francesco tornando e camminando a piedi scalzi da Perugia a Santa Maria degli Agnoli (Angeli) “tormentato dal freddo e dalla piova”, stanco e affamato, ad un tratto si rivolge a Frate Lione, che lo accompagnava, chiedendogli quale fosse la cosa più degna e più grande per un poverello del suo Ordine. Non certo – dice San Francesco – saper parlare tutte le lingue del mondo, non certo la sapienza, o mille altre cose. Allora Lione, cortesemente ma decisamente vuole sapere dal Santo dove stia la vera grandezza per un monaco del suo Ordine. La risposta di Francesco è che l’uomo, o il monaco, è veramente grande quando sopporta, con pazienza, sciagure, offese, dolore fisico e spirituale e perfino il martirio, unicamente per amore di Cristo. Qui sta la risposta di Francesco a tutti coloro che si chiedono e non capiscono, soprattutto nel mondo di oggi, il perché del male nel mondo. E Francesco fa l’esempio che, una volta arrivati a Santa Maria degli Agnoli, bagnati dalla “piova”, infreddoliti dalla neve, stanchi e affamati dal grande viaggio, il portinaio del convento, vedendoli arrivare, finga di non riconoscerli, li respinga brutalmente e li lasci per tutta la notte al freddo e al gelo. Non solo, ma indispettito dalle richieste insistenti dei frati di lasciarli entrare nel convento (poiché facenti parte di quella famiglia) il portinaio esca con un randello e li colpisca “ad nodo ad nodo”, lasciandoli sanguinanti e tramortiti sulla neve. “Ecco – replica il Santo – se noi sapremo sopportare tutte queste ingiustizie per amore di Dio, qui sta la vera grandezza”. San Francesco, dunque, aveva rinunciato a ricchezze “effimere”, viveva la sua povertà in modo totale. Proprio per questa ragione egli possedeva totalmente tutte le ricchezze della natura che sono nell’universo. Anzi, lui era tutt’uno con la natura: la terra che fa germogliare le messi, i fiori che sbocciano spontanei nei prati, i fiumi che scendono fragorosi nelle gole delle montagne, il fuoco che lo risparmia dal gelo invernale, il cielo stellato (immaginiamoci come doveva apparire a San Francesco!) con le stelline “clarite et belle”, come gemme, e, infine, gli animali verso i quali nutre un amore e una simpatia particolare, anzi fratellanza. Fratello lupo, sorelle tortore. Francesco, come creature del Signore, predica loro la parola del Signore e queste ricambiano amore e riconoscenza a San Francesco.Tutto quello che Dio ha creato è meritevole dell’amore dell’uomo e di San Francesco. Anche, e soprattutto, i lebbrosi meritano amore e Francesco bacia uno di questi e capisce che la vera gioia è l’amore verso il prossimo, in modo particolare verso il prossimo bisognoso. Il creato è l’espressione più diretta di Dio. Così fratello sole, che riscalda e illumina la terra e permette alle creature di esistere. Francesco ripete fino all’ebbrezza completa: “Che tu sia lodato Signore…Che tu sia lodato Signore”. Francesco non ama solo la natura, è in contatto continuo con il Signore, prega in continuazione. Questo rapporto così stretto con il Creatore è la sua vera “ricchezza”. Egli non brama altro, se non una vita di povertà assoluta. E Chiara, “pianticella” di San Francesco ribadisce: “nella lotta un uomo vestito (un ricco) non può competere con un uomo nudo (il povero), in quanto quest’ultimo non avendo appigli da offrire all’avversario, non cadrà a terra”. Un bel concetto per definire che le ricchezze della vita sono un grosso ostacolo per colui che vuole intraprendere una lotta spirituale e arrivare a Dio. Anche Gesù nel Vangelo, al giovane e giusto ricco, aveva detto che se avesse voluto raggiungere la “perfezione”, avrebbe dovuto vendere le sue ricchezze e distribuirle ai poveri. Conseguentemente il giovane se ne era andato “rattristato”. La lotta di cui accenna Chiara è anche e soprattutto la lotta contro il demonio, contro i vizi, contro il peccato. Francesco, dal canto suo, non è distratto da niente. Mi viene in mente il film di Zeffirelli “Fratello sole e sorella luna” quando San Francesco e San Bernardo sono intenti nella ricostruzione della chiesetta di San Damiano, momento in cui sembrano talmente assorti nell’opera del Signore quasi da apparire, come di direbbe oggi degli esseri “poco normali”. Ma Francesco tira dritto per la sua strada, neppure la morte lo impaurisce. Anzi, per lui la morte è “sorella morte”, una cosa, essa stessa, del creato, come tutti gli altri elementi della natura. Francesco ha, invece, molta paura della morte “seconda”, cioè della morte spirituale, della morte dell’anima. A sera, Francesco, stanco della giornata, dei lunghi viaggi percorsi a piedi nudi, stanco delle veglie, delle interminabili preghiere, si addormenta sulla nuda roccia, con unica “coperta” il suo saio bigio tutto strappato e rattoppato. Alla Verna, dove Francesco ha ricevuto le stimmate, è visibile in un antro, fra le rocce, il giaciglio di pietra dove dormiva il Santo. A Borgo San Lorenzo, città del Mugello, San Francesco c’è sicuramente stato ed ha predicato, cantato e ballato alla popolazione “su la piazza del castello”, e a tutte le altre persone che erano accorse da tutte le altri parti del Mugello per vedere San Francesco. Il Santo non li deludeva mai, quando parlava con il suo accento umbro, sprizzava allegria da tutti i pori, era difficile non rimanere contagiati da questo “piccolo-grande uomo”, vestito di stracci, scalzo, ma con una forza interiore irresistibile. Questa chiesa e convento, donata dagli Ubaldini al Santo, era divenuta talmente famosa, tanto da essere munificata dagli stessi Ubaldini e dai Portinari, della qual famiglia apparteneva Beatrice di Dante. In Mugello, c’è anche ilConvento di Bosco ai Frati. Questa chiesa è un’opera straordinaria, anche sotto il profilo artistico, un vero gioiello del Mugello, su disegno del grande architetto fiorentino Michelozzo, che lavorava per i Medici. Questo Convento, anche per le straordinarie opere d’arte al suo interno (tra le altre un Crocifisso di Donatello, recentemente restaurato), merita veramente una visita, anche perché qui, specialmente nel suo chiostro, si respira un’aria veramente particolare e il luogo ispira una religiosità intensa. In questo chiostro, San Bonaventura da Bagnoregio, ricevette la porpora e il cappello cardinalizio da un messo del Papa, ma, secondo la tradizione, essendo il Santo impegnato nell’orazione, lo fece appendere a un albero, un corniolo. Come dire: prima viene l’Ufficio Divino, poi tutte le altre cose.

….un po’ d’attualità nell’arte

STRAORDINARI AFFRESCHI DA SALVARE A LUCO DI MUGELLO

Ho avuto modo di visitare, recentemente, l’ex monastero delle monache camaldolesi di Luco di Mugello. Mi ha accompagnato in questa visita il custode, signor Giuseppe Mengoni, che ha la cura dell’orto, che si trova di fronte al loggiato Sud. La visita si è limitata solo, e per fortuna, all’esterno dell’ex Monastero, in quando il Mengoni non ha le chiavi per entrare all’interno. Dico, per fortuna, perché immagino quante brutte sorprese mi avrebbe riservato la visita all’interno, calcolando quello che ho visto all’esterno! Moltissime le cose spiacevoli che appartenevano all’ex ospedale mugellano: sporcizia e rifiuti in abbondanza, degrado, stato di totale abbandono. Per fortuna ho notato anche cose interessanti fra le quali una cappellina in fondo all’orto, presso il muro di cinta, che serviva alle monache per raccogliersi in preghiera, durante le processioni serali. (*) Una specie di Stazione, come nelle processioni della “via crucis”. Esiste anche un’altra cappellina nel lato Est del Convento, molto più deteriorata, e nella quale si notano ancora dei frammenti di affreschi. Fra questi si può riconoscere ancora un angelo, senza piedi e senza testa. Mi sono assai meravigliato che in un così piccoli scrigni, si celassero dei tesori così importanti. Mi sono ancor più meravigliato vedendo lo stato di degrado e di abbandono nei quali sono lasciati dei veri capolavori d’arte (**) Se non si interverrà in tempo, Luco e il Mugello, perderanno irrimediabilmente una parte importante della loro storia e della loro cultura, che è data appunto da questi affreschi, ma non solo. Purtroppo la piccola costruzione, situata in fondo all’orto, come si vedrà dalla fotografia, è in condizioni di conservazione, molto, molto critiche. Le due piccole finestrine ai lati della porta sono tappate con pannelli di polistirolo. La finestra grande manca di intelaiatura e di vetrii e al loro posto sono, da tempo, stati sistemati dei teloni. La cappellina è tutt’ora adibita a magazzino per riporre, durante l’inverno, i prodotti dell’orto, quali fagioli, cipolle, ecc. Gli affreschi, quindi, sono minacciati dalle intemperie, dalla polvere, dall’umidità soprattutto e rischiano, giorno dopo giorno, la rovina completa. Questi affreschi, che si trovano all’interno, rappresentano: Gesù risorto si manifesta a Maria Maddalena e la Crocifissione. Nel primo affresco notiamo il Cristo in piedi, capelli e barba rossicci, vestito con una tunica azzurro-violacea, con la manica aperta, fa vedere al di sotto la ferita al costato. Inginocchiata, di lato, si vede Maria di Magdala, vestita di azzurro con una tunica rossa. Il Vangelo di Marco riferisce su questo punto: “Cessato il sabato Maria di Magdala, Maria di Giacomo, e Salome comprarono gli oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano fra loro: Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del Sepolcro? Ma guardando videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande” (Marco 16, 1-4) Il racconto prosegue con il Vangelo di Giovanni: “Gesù le disse: Maria! Essa, allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: Rabbunì che significa Maestro! Gesù le disse: non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre”. Nell’affresco alla base fra il Cristo e la Maddalena c’è appunto l’ unguentario, attributo della Santa. Su una delle rocce c’è un pappagallo duplice simbolo di Maria: 1) perché il suo verde manto non si bagna nella pioggia come il verde normale della vegetazione, ma resta asciutto; 2) perché il pappagallo sa dire Ave (mentre nelle immagini del Paradiso rimanda ad Eva, il rovescio del saluto a Maria, poiché Eva è l’immagine opposta di Maria e vede in questa la sua purificazione). Il Cristo tiene nella mano sinistra una scure, strumento con cui si abbattono gli alberi, dall’epoca preistorica simbolo della divinità e, in particolare, del fulmine scagliato dal dio celeste, e perciò, anche nell’arte antica, emblema di potenza assai diffuso. In questo contesto inoltre, simile alla falce di mietitura – è un simbolo di giudizio. Dietro ai personaggi, si vede una tomba scoperchiata, fra le rocce, inserita in un antro di un poggiolo, con vegetazione sulla sommità. Il monte è il luogo e il simbolo dell’incontro tra cielo e terra, dell’ascesa umana e della teofania. Sullo sfondo sulla sinistra si nota un paesaggio, forse il castello di Luco allora esistente, e che, in quanto a stile, ricorda tanto da vicino il temperamento di Andrea del Sarto, profondamente sensibile allo sfumato leonardesco. Esso rappresenta una terra murata, dotata di una porta fortificata e, a distanze regolari, sono inserite diverse torri cilindriche. Dal tipo di fortificazione sembrerebbe trattarsi di mura e torri cinquecentesche. La torre circolare infatti, sostituisce la torre angolata per essere meno vulnerabile alle artiglierie. Queste mura nella simbologia cristiana rappresentano l’emblema della difesa e della preservazione. Le mura sorgono per questo anche a protezione dei fedeli. Alle porte delle mura si stanno avvicinando alcune persone, una donna carica di fascine, un uomo che cavalca un asino e un bambino. La porta propone l’area del passaggio, della soglia tra due zone: tra due mondi, tra noto e ignoto, il di qua e l’aldilà, la luce e le tenebre, la rinuncia e le ricchezze. Al di sopra dell’affresco del Cristo risorto, in lunetta, è affrescata la Crocifissione, con la Madonna e San Giovanni ai lati. La Madonna è vestita con abiti monacali, mentre San Giovanni indossa un abito azzurro con un mantello rosso. Sullo sfondo è dipinto un bellissimo e delicatissimo paesaggio, che ci richiama molto i paesaggi dipinti da Andrea del Sarto. Il dolce rilievo delle colline contrasta con la scena cruenta della Crocifissione. Dietro il Crocifisso fa da sfondo un’altra bellissima città fortificata, sfumata sempre alla maniera leonardesca, tipica di Andrea del Sarto. Questi affreschi, eseguiti da Andrea del Sarto e aiuti sono già stati oggetti di restauro una ventina d’anni addietro. E’ opportuno dire a questo punto che l’artista, con il suo aiutante Raffaello, dimorò presso questo convento per tre anni dal 1521 al 1524, un po’ per sfuggire alla peste che infieriva a Firenze, un po’ per trovare altro lavoro. In un documento del 1524, Andrea del Sarto dichiara di aver ricevuto 80 fiorini d’oro per aver eseguito la tavola dell’altare grande, raffigurante la Visitazione, poi ceduta dalle monache al Granduca nel 1783 per 800 scudi. Ancora, Raffaello, suo aiutante, riceve dalla Badessa del convento 10 scudi d’oro “per magistero della tavola di Andrea del Sarto”. Andrea, oltre al garzone, aveva portato in Mugello, la moglie tale Lucrezia di Bartolomeo del Fede, che era rimasta vedova di Domenico Berrettaio, una figliastra e la sorella di lei. A Luco l’artista trovò un ambiente favorevolissimo, era adulato e vezzeggiato, oltre che dalle monache anche dalla popolazione. Oltre la visitazione Andrea fece altre opere per il Monastero di Luco, fra queste gli affreschi delle cappelline, ma, sembra, anche per altre chiese del Mugello. Fatalità del caso l’artista che era sfuggito alla peste, rifugiandosi in Mugello tra il 1521 e il 1524, morì, di peste, nel 1530 a Firenze e viene sepolto nella chiesa dei Servi.

(*) Ho effettuato la visita all’ex monastero camaldolese di Luco nel febbraio 2002 e da quel momento non ho avuto occasione di rivisitarlo.
(**) Devo segnalare in proposito che la Soprintendenza AA.BB.AA. era già intervenuta, pochi anni avanti su questi affreschi, salvandoli dal degrado e da sicura distruzione. Nonostante l’impegno e i mezzi impiegati, la situazione era tornata ad un punto forse peggiore di prima.

…..una badia secolare, un po’ sfortunata

LA BADIA DI BUONSOLLAZZO, GIA’ SAN BARTOLOMEO IN FORCULISE

La Badia di Buonsollazzo deriva il suo nome dal latino “Bonum Solarium” che significa una località ben esposta alla luce e al calore del sole, quindi una badia posta in un luogo meraviglioso e privilegiato. Ma originariamente la Badia non si chiamava con questo nome bensì con quello di San Bartolomeo in Forculise, dal nome di una antica chiesetta che sorgeva proprio su quel luogo. Di questo nome Forculise, che deriva da una casa colonica non molto distante chiamata Podere alla Forca, ne abbiamo una prima menzione in un documento con il quale una nobildonna longobarda di nome Gisla figlia di Rodoldo figlio di Pagano padrone e signore del castello di Carza Vecchia (territorio nel quale la chiesa e il monastero erano ubicati), fece una donazione ai monaci di Forculise, ora Buonsollazzo, di due appezzamenti di terra, uno in località Macìa di Lupolo (questo nome macìa deriva dal latino e significa: mucchio di sassi o terreno magro e sassoso), l’altro casa di Vitale. La storia primitiva dell’Abbazia è ancora avvolta nelle nebbie del mistero ed è abbastanza controversa. La tradizione popolare la fa derivare da una conversione del Conte Ugo, avvenuta proprio nei Boschi di Montesenario. In realtà il monastero benedettino di Buonsollazzo risale perlomeno al sec. IX, se non precedente; mentre il Conte Ugo, che può averla abbellita e beneficiata in ogni modo, morì nel 1006 e sepolto nella Badia Fiorentina. Più realistica, mi sembra, la versione del Chini che la farebbe risalire al VII-VIII secolo.
In questa ricerca ho messo a confronto uno storico “laico”, come si direbbe oggi, e mi riferisco al Repetti, con un “religioso” che sarebbe il Padre Lino Chini. Il raffronto è interessante poiché i due studiosi sono coevi (Sec XIX) e le loro opere sono state pubblicate con uno scarto di tempo di soli 30-40 anni (Dizionario Geografico Storico del Repetti edito dal 1833 al 1846 eStoria Antica e Moderna del Mugello di Lino Chini, pubblicata nel 1875). L’antica e primitiva chiesa pare fosseubicata nel prato antistante la Badia. Del chiostro benedettino, dell’antica chiesa, restano capitelli e pilastri incastrati nei muri. Gli abati benedettini ricevevano l’investitura dagli abati dell’Abbazia di San Godenzo in Alpe, questo ci fa capire quanto fosse importante l’Abbazia posta sugli Appennini. L’abbazia si trovava ubicata su un’antichissima strada medievale, forse già etrusco-romana, che da Cercina saliva a Pratolino, toccava Montesenario e poi scendeva verso la piana del Mugello verso Valdastra e la chiesa di Livizzano o Lezzano come e detta tutt’ora. Qui, probabilmente, attraversava la Sieve e poi Borgo San Lorenzo, risaliva la Colla, da una parte, o si dirigeva verso Dicomano e San Godenzo dall’altra.

SEC XI E PRECEDENTI : BENEDETTINI

Repetti: “vi furono alcuni che cedettero, questa, una delle sette Badie fondate dal gran Conte Ugo spaventato dall’orrore della foresta e dai manigoldi che l’abitavano…Le più antiche memorie di questa Badia sono del sec. XI, quando il conte Ugo era già da tempo mancato ai viventi. Fu in origine monastero dei benedettini subordinati alla Badia di San Gaudenzio a pié dell’All’Alpe”
Di parere opposto è il Chini: “La prepotenza, l’orgoglio, l’avarizia e la cupidigia de’ signorotti feudatari (che in ogni torre racchiudeva un tiranno) opprimeva e contristava talmente i paesi e le campagne che i poveri padri furono talora costretti a vendere i propri figli per satisfare alle ingorde brame di quei despoti….le donne pubblicamente insultate….rapite per essere trascinate nei turriti castelli….per futili pretesti venivano talora in guerre tra loro, usando violenze ai passeggeri, imponendo pedaggi e gabelle a chi entrava nelle loro terre, altrimenti, la perdita dei loro bagagli e delle loro sostanze….” ed ancora “i donativi fatti alle chiese per porgere preghiere all’Eterno perché prosciogliesse i donatori dalle pene che si erano meritate per i loro eccessi….”
…..”siffatti donativi….furon quelli spettanti alla chiesa di Santa Maria e San Bartolomeo in Forculise o Forcolese, mercé dei quali surse la celebre Abbazia detta di Buonsollazzo…”

E’ interessante notare la divergenza di impostazione dei due autori che è sostanziale. Il Repetti ci dice che l’Abbazia fu eretta per contrastare la prepotenza dei manigoldi che abitavano la foresta, e anche perché a quei tempi, una foresta così imponente e quasi impenetrabile faceva orrore ai viandanti. Padre Lino Chini ci fa invece capire che quei feudatari non erano proprio dei santerelli, anzi, diciamolo “chiarozzo-chiarozzo” (come diceva San Bernardino da Siena), i manigoldi erano proprio loro. Difatti si parla di un periodo “scuro” dell’alto medioevo, periodo molto duro per le popolazioni mugellane ormai sottomesse ai Longobardi, periodo del quale si hanno pochissimi documenti, o episodi pervenutici tramite la tradizione orale. Poi, questi signorotti feudali, piano piano, sono stati “rintuzzati” dalla popolazione vessata, dalle parrocchie, dai Vescovi, i quali dall’epoca carolingia in poi hanno rafforzato il loro potere, potere del quale hanno beneficiato i popoli del Mugello e Alto Mugello. E’ chiaro, i Longobardi, via, via sono diventati più “flessibili” fino ad arrivare a quello che si dice oggi ad un vero e proprio”inserimento” nella società italiana e mugellana. Si sono talmente inseriti che spontaneamente o per interesse si sono anche convertiti alla religione cattolica, essi che erano di fede ariana. Dalla conversione a mettere la mano dietro il portafoglio, il passo è stato breve e sono avvenute le prime donazioni a favore di chiese, conventi, curie vescovili.
C’è una canzone di non molti anni fa che diceva: “Come si cambia per non morire!”.
Mi sembra che questo sia proprio il caso.

1320: CISTERCENSI BADIA A SETTIMO

Repetti: “Nell’anno 1320, per ordine del Vescovo di Firenze Antonio Orso vennero di là espulsi i Cassinesi (Benedettini ndr), i quali spogliarono in modo la casa di Buosollazzo, che i Cistercensi inviati colà dalla Badia di Settimo per rimpiazzarli, dovettero ricorrere alla Repubblica fiorentina perché li soccorresse di aiuti, siccome fece con sua provvisione del 14 aprile 1321”.
Diversa è la versione del Chini: “la Repubblica e i suoi uffiziali dipendenti, non cessavano di tentar soprusi e violazioni su’ beni e diritti del vescovo, agognando sempre di toglierli ogni resto di signoria fin sui più ripidi e scoscesi monti, dove il vecchio feudalismo s’era ritirato minacciato sempre di rovina e di morte dal portentoso avanzarsi della libertà popolare. In pari tempo nel Mugello andavano viepiù restringendosi anche le temporali giurisdizioni de’ conventi, monasteri ed abbazie, imperocché la Fiorentina Repubblica ne assoggettava al suo dominio i coloni, imponea loro tributi….Così a dir vero, adoperò cogli abitanti delle rive della Carza e soprammodo con quelli di Buonsollazzo, quando nel 1320 per ordine del vescovo di Firenze Antonio Orso furono espulsi da quel monastero e da quella contea i monaci benedettini neri, che fin dalla sua origine avevano quivi abitato”

Anche qui la versione “laica” e “religiosa” sono completamente diverse. Il Chini ci fa sapere che ormai il vecchio potere feudale s’era arroccato sui monti più scoscesi e si trovava un po’ nella situazione del povero Don Abbondio, cioè, quella di un vaso di coccio che si ritrova a viaggiare in compagnia di vasi di ferro. Da una parte il feudalesimo voleva sopravvivere, dall’altra i ”nuovi feudatari” Repubblica fiorentina e Vescovado taglieggiavano con tasse, balzelli di ogni genere i poveri abitanti mugellani, facendo di tutto per estendere la propria inflenza politica ed economica su quei luoghi, fino ad arrivare ad una forma forzata di leva militare. Quindi i poveri monaci cistercensi, che ormai non avevano altre risorse se non quella di sopravvivere, furono, gioco forza, obbligati a “sloggiare” e proprio su ordine del Vescovo Antonio Orso di Firenze.

1706: TRAPPISTI FRANCESI

Repetti: “Sotto il governo del Gr. D. Cosimo III, ampliato il chiostro, e con magnificenza riedificata la chiesa di Buonsollazzo, nel 1705, fu dato ai solitari della Trappa chiamati dalla Francia, i quali vi restarono fino al 1782, epoca della soppressione della Badia”
Chini: “Sotto il governo mediceo il monastero era diventato sì povero, che le entrate non erano più sufficienti a fornire il vitto giornaliero ai religiosi….Cosimo III fece importanti restauri alla fabbrica, e la chiesa stessa arricchì di sacre suppellettili…Smanioso di moltiplicare nello stato le corporazioni religiose e fortemente preso da questa congregazione della Trappa che in Francia fioriva ammirata e benedetta, la quale professava la stretta osservanza di San Bernardo…tanto brigò, tanto fece che, fatti venire in Firenze i Trappisti francesi, costituì loro per eremo e per dimora l’antica Badia di Buonsollazzo. In conseguenza di ciò, dovettero i cistercensi sloggiare, e i beni che possedevano furono aggiudicati ai religiosi novelli”

Permettetemi una piccola malignità. Ho l’impressione che il Granduca Cosimo III ambisse la presenza di questi monaci in tutti i monasteri di Firenze. Infatti la fama dei Trappisti aveva valicato le Alpi per la loro regola rigida. Preghiera, meditazione e lavoro, queste erano le loro speciali qualità. Questi monaci, dunque, erano sempre al lavoro e a levare la mente al cielo, e si cibavano sempre di ”magro”. Essi erano autonomi sotto tutti gli aspetti, e facendo una vita così povera, il Granduca avrà pensato che gli stessi mai e poi mai avrebbero bussato alla porta del suo palazzo, chiedendo questa o quella cosa, facendo così dei notevoli risparmi a beneficio suo e dell’erario statale.

1877: CAMALDOLESI

Il Repetti ovviamente non può parlare di questo periodo poiché il suo dizionario enciclopedico è pubblicato dal 1833 al 1846.
Chini: Solo dopo appena due anni dalla pubblicazione della sua Storia del Mugello (1877) il Chini commenta brevemente: “dell’acquisto dell’antico ex-convento di Buonsollazzo, fatto dai monaci del sacro Eremo di Camaldoli, vicino, in tanta odierna soppressione e dispersione di famiglie monastiche, ad essere nuova stanza di religiosi…” Poco avanti però il Chini diceva: “A tempi di Pietro Leopoldo pare però che la stretta regola fosse degenerata in larga, e molto larga…” Constatato ciò: “un ordine fulminante (di Pietro Leopoldo) soppresse quell’antica Badia, e rimossi i religiosi e riunitili ai Cistercensi di Firenze, e quanto si poté ritrarre dalla vendita di tutto quel locale e annessi andò a vantaggio degli ospedali…”

Purtroppo le varie soppressioni delle Comunità religiose avvenute in più riprese nella storia sono delle tristi pagine della nostra italica storia. Queste hanno segnato l’inizio del declino degli Ordini religiosi. Se molti dei nostri Conventi oggi segnano il passo o sono minacciati di estinzione, molto lo dobbiamo a questa politica insensata che è iniziata appunto verso la fine del XVIII secolo con l’austriaco Granduca Leopoldo ed è seguita dal Governo francese napoleonico ed è continuata con i Governi di unificazione italiana. Se i benedettini neri che costruirono e vissero in santità nella prima abbazia di Buonsollazzo, vedessero come è ora ridotta la loro Abbazia, nell’anno del Signore 2005.. O forse è già un miracolo che sia ancora in piedi e che non abbia subito la sorte di molte “consorelle” delle quali resta un mucchietto di pietre?

….arte e ….antiquariato

UN GIOTTO MUGELLANO VOLATO NEGLI USA?

Che fine ha fatto la tavola di Giotto che si trovava nel Convento dei Frati di Borgo san Lorenzo? E’ la stessa che si trova al Fogg Museum di Cambridge, USA?

Ho proprio qui davanti ai miei occhi alcune fotografie che si riferiscono a due dipinti di Giotto aventi per oggetto il prodigioso fatto, che avvenne in Toscana, alla Verna, vale dire, San Francesco che riceve le stimmate. Le foto rappresentano rispettivamente: la prima, la tavola che si trova presso il Fogg Museum di Cambridge, nel Mass. USA, la seconda, la tavola che si trova a Parigi nel Museo del Louvre (che è di dimensioni abbastanza grandi) e la terza fotografia, la tavola che si trovava a Borgo San Lorenzo nell’antico convento dei frati francescani. Ho inforcato gli occhiali per esaminare con più precisione e con maggior sicurezza i dettagli delle tre foto. Devo dire che mettendo accanto la foto della tavola di Giotto, che si trovava a Borgo San Lorenzo, con quella che si trova a Cambridge, si può affermare tranquillamente che una potrebbe essere copia dell’altra e viceversa. Giotto, in questa tavola ha rappresentato il Santo inginocchioto, con le braccia sollevate e con le palme delle mani aperte verso l’esterno, che vengono “trafitte”(insieme ai piedi) dai raggi divini che sprigionano, dalle ferite del Cristo-Cherubino crocefisso (o Cristo alato), di cui San Francesco ha avuto la prodigiosa visione. Il santo guarda il Cristo, che gli appare sollevato verso il cielo. Dietro San Francesco si vedono le rocce di quello che poi diventerà poi il celebre Santuario della Verna, forse il luogo più caro, più misterioso a Francesco poiché qui ricevette quel “dono” di sofferenza da Cristo, che il Santo Gli aveva chiesto con insistenza. Infatti, in Santo aveva chiesto a Cristi di vivere e soffrire, come Lui, le pene della Passione. Sulle rocce qualche alberello, dipinto alla maniera di Giotto e fra le rocce una cavità, con una porta rudimentale, aperta, che potrebbe essere l’ingresso della misera dimora di Francesco. Davanti al Santo la piccola chiesetta di santa Maria degli “Agnoli”, un’ umile chiesetta, del Duecento, con un semplice portale, e sopra un timpano, con al centro, un piccolo rosone, di semplice fattura, senza ornamenti di sorta. Il Santo veste il saio francescano, con il cingolo e il “capperone”, che era un cappuccio, entro il quale i monaci riparavano il capo dal freddo e dalle intemperie. Sulle rocce si vedono anche dei cespuglietti d’erba e fiori di campo. Tutto quanto ho descritto fino qui, vale per le due tavole, cioè, sia per quella che era a Borgo San Lorenzo, che per l’altra che si trova al Fogg Museum di Cambridge. C’è da dire un’altra cosa. Il dipinto del Fogg, come pure quello che si trovava a Borgo San Lorenzo è dipinto su tavola, cuspidata, tronca, vale a dire, con l’estremità superiore della punta troncata, come fosse stata segata. Ovviamente, non è così, il quadro fu concepito proprio con questa caratteristica. Invece, la tavola di Giotto che si trova a Parigi al Museo del Louvre presenta delle caratteristiche e delle differenze notevoli rispetto al Giotto del Fogg. Tra le differenze più appariscenti nel Giotto del Louvre ci sono, ad esempio, una casetta in muratura, in più, che si trova alle spalle del Santo, poi altri particolari divergenti: la forma degli alberelli, le cui fronde sono più dettagliate, le ali del Cristo-cherubino che all’altezza delle braccia, sono più ricche di particolari, e, anche le ali inferiori, che fungono da perizoma, cioè che coprono le parti nascoste e le gambe, sono più larghe e riunite in una punta. Quelle del Fogg divergono e sono più piccole. C’è da notare poi un altro particolare: nel quadro del Louvre le ali sopra la testa (le ali sono complessivamente sei, come si rappresentavano i cherubini nella pittura bizantineggiante) sono rivolte in alto e convergono sulla punta, mentre sono divergenti nel quadro di Cambridge. Altra differenza sostanziale è che la tavola del Louvre è cuspidata, vale a dire a forma di triangolo appuntito, al contrario, quella del Fogg è cuspidata tronca. Differenza questa non sottovalutabile. Il Santo, nella posizione inginocchiata, nel panneggio del saio, nella posizione delle mani, nella testa reclinata verso l’alto è, in tutto e per tutto, simile nei due quadri. Piccole differenze inoltre si notano nella chiesetta di santa “Maria delli Agnoli”, del Louvre, più spostata col suo asse verso l’osservatore, ha quindi un orientamento leggermente diverso, più frontale, rispetto a chi la guarda. Nella tavola del Louvre, sempre la chiesetta, non ha il rosone nel timpano. Nel quadro del Louvre, ancora, mancano i piccoli cespugli d’erba che si notano qua e là sulle rocce e le rocce stesse sono un po’ diverse, specialmente in basso, dove è inginocchiato il Santo. Ancora una differenza: nella tavola del Louvre si notano i legni della Croce, mentre in quella del Fogg sono coperti dalle ali. Pur trattandosi di due quadri sostanzialmente uguali, e, possiamo dire, dello stesso autore o della stessa Bottega, ci sono tuttavia delle differenze per cui possiamo tranquillamente affermare che si tratta di due lavori diversi, cioè, uno non è copia dell’altro. Non possiamo dire, con sicurezza, la stessa cosa della tavola che si trova al Fogg Museum con quella che si trovava a Borgo San Lorenzo e che fu fotografata verso il 1913-4 dall’Ungania e riportata nel libro del Niccolai: “Mugello e Val di Sieve, Roma 1914” In sostanza la tavola di Borgo San Lorenzo non differisce in alcun particolare da quella del Fogg. Si tratta della stessa tavola? Forse sì, forse no. O dovremmo dire senz’altro di sì? E’ possibile, allora, che la tavola di Borgo, sia, per un motivo o l’altro, volata negli USA, in modi e circostanze che noi non sappiamo? La cosa è probabile. Esistono notizie su questa tavola. Scrive il Niccolai: “lo stesso Giotto vi aveva fatto (nel Convento francescano di Borgo SL, che si trova accanto all’Oratorio del SS. Crocifisso) in tavola un San Francesco che riceve le stimmate, di cui si era persa sino la memoria, ma che poi fu riconosciuta dal Pievano Del Corona (pievano in Borgo dal 1882 al 1892) e affidata non molti decenni fa al Seminario di Cestello”. Padre Lino Chini scrive di questa tavola: “Giotto…venne al Borgo e con grande esultanza di quel popolo fece la bella tavola di San Francesco nell’atto di ricevere dal cherubino alato (che sarebbe poi il Cristo) le sacre stimmate sulle rupi, ecc.” In una nota al testo il Chini precisa: “La tavola di San Francesco dipinta da Giotto è adesso in una stanza della chiesa del SS. Crocifisso dei Neri al Borgo san Lorenzo, ma in cattivo stato e trascurata da tutti” Ricordiamo che l’edizione del Chini fu pubblicata nel 1875. Non sappiamo altro, fino al 1929, anno in cui la tavola entra a far parte del Fogg Museum di Cambridge. Da quanto riferito dal Chini e cioè: “che la tavola si trovava in cattivo stato e trascurata da tutti”, farebbe pensare che la stessa sia stata in qualche maniera alienata o donata e successivamente restaurata. La tavola del Fogg, in effetti, appare alquanto rimaneggiata e restaurata, non si notano più o quasi certi particolari, che si notavano nel dipinto di Borgo, e l’opera appare molto sbiadita, e mancante di certe parti, come le ali del Cristo-cherubino, o la facciata della chiesa, nella quale si fatica a riconoscere certi particolari. Inoltre la tavola, già raffigurata con cornice, nella foto dell’Ungania, nel libro del Niccolai, si presenta scorniciata nella foto dell’opera del Fogg Museum. Nella monografia di Giotto, edizione Rizzoli, è scritto: “ Le stimmate di San Francesco – Cambridge, Mass. – Fogg Art Museum, pervenne alla sede odierna nel 1929. Il dipinto fu attribuito a Giotto da Mather jr. (1931), ma per lo più lo si considera opera di bottega….” Non si precisa in alcun modo come l’opera pervenne al Fogg Museum. Tempo fa telefonai al Rettore del Seminario fiorentino di Cestello, ma questi mi disse che non sapeva assolutamente niente di questo quadro e, a lui non risultava che il quadro fosse mai pervenuto in quel Seminario. Non ho potuto approfondire ulteriormente, però, quasi sicuramente, Il Giotto del Fogg Museum è lo stesso che Giotto dipinse per il Convento dei Frati francescani di Borgo San Lorenzo, poiché le risultanze sono evidenti. Resta da vedere come e perché l’opera sia “volata” negli USA.

(*)Notizia tratta dal libro: “La Pieve di San Lorenzo a Borgo” di Aldo Giovannini e Giuseppe Panchetti

…..un pilastro della storia delle chiese mugellane

LA PRIMA CHIESA CRISTIANA IN MUGELLO
Simbologia di un martirio nella Pieve di Sant’Agata

Parlare della chiesa più importante, per storia e arte, del Mugello non è facile. Ancor più difficile è parlare della stessa nel suo primo millennio di vita che va dal sec III- IV d.C al sec XIV. Eh sì, contrariamente a quanto si crede la chiesa è molto più antica di quella data 1175, scritta “a scalpello” sulla cornice superiore della balaustrata decorata in marmo del Battistero. Per capire qualcosa di più concreto dobbiamo risalire al nome della Santa protettrice: Sant’Agata. Questo grande personaggio della cristianità è vissuta
nel III secolo d.C. ed esattamente fu martirizzata nell’anno 251 a Catania, in Sicilia, per non aver voluto abiurare la religione cristiana. Dice testualmente il Martirologio Romano di Papa Gregorio VIII (Roma, 1646), alla data 5 febbraio: “A Catania in Sicilia il natale di Sant’Agata Vergine; la quale al tempo di Decio Imperatore sotto Quintino Giudice, dopo le guanciate (sberle n.d.R), dopo l’eculeo, e strati et dopo esserle tagliate le mammelle, et esser rozzolata sopra rottani, e bragie, all’ultimo in prigione orando rese lo spirito a Dio”. Immaginiamo, ma con un certo realismo, che la notizia del martirio di Sant’Agata si sia diffusa rapidamente, certamente non con la celerità di oggi, èra dei massmedia, ma tuttavia non sarà passato molto tempo, forse neppure un anno, anche ad opera dei pellegrini, per diventare dominio di tutti. Certo a quell’epoca i martiri cristiani erano tantissimi! Sicuramente nel paese di Sant’Agata in Mugello passava la strada romana che collegava Firenze all’Emilia Romagna (Regio Aemilia e Regio Flaminia). Qualche secolo addietro, sicuramente, sempre per Sant’Agata, passava la strada etrusca che collegava Fiesole a Felsina (Bologna), passando per Marzabotto (forse Misa), prima di aver superato gli abitati di Montepoli e oltrepassato l’Appennino di quello che è poi diventato il Passo dello Spedaletto altrimenti detto dell’Osteria Bruciata. In questa zona, poi, c’è una circostanza particolare da tenere in debito conto. Agli inizi del III sec d.C sec III inizia la cristianizzazione in Mugello, e questo è verosimile considerando il martirio di San Cresci in Valcava, che avviene in quel lasso di tempo. Anche la Pieve di Valcava è una delle primissime chiese cristiane del Mugello. Per questa strada, che attraversava Sant’Agata transitavano
tante persone, e tante di queste persone, si suppone, saranno state ormai battezzate e diventate cristiane. Prima di iniziare la tappa di attraversamento dell’Appennino,che conduce a un’altra chiesa, anch’essa antica come quella di sant’Agata, i cristiani di allora avranno ricercato qui in paese, a Sant’Agata, il proprio “tempio”, prima di affrontare un viaggio così pericoloso, quale era quello dell’Appennino. E’ supponibile che in paese ci sia stato un primo edificio, che non chiamo neppure chiesa, con dei segni o simboli particolari che dovevano ricondurre al martirio di questa Santa e al Cristianesimo. In un’epoca come quella, nella quale si dava la caccia al cristiano (si andava addirittura a scovarlo come fanno i cacciatori con il cinghiale), non sarebbe stato prudente, anzi, sarebbe stato stupido, intitolare quel primo edificio a una Santa cristiana. Probabilmente, quella prima chiesa segreta, “ufficialmente”, sarà stato un posto di sosta, un ospizio o un albergo per i viandanti, il quale tuttavia, anche senza una scritta specifica, sarà stato riconoscibile ai primi e “segreti” cristiani e, sicuramente, l’avranno saputo riconoscere in mezzo agli altri edifici, allora esistenti in Sant’Agata. Ma, come? Noi, uomini d’oggi, “smaliziati”, nell’epoca della scrittura, della televisione, del telefono non conosciamo più il linguaggio dei simboli. I simboli invece, allora, erano tutto. Erano necessari per dire e non dire. Parlare qui della simbologia è impossibile, e quindi tralasciamo tanti particolari. Si può dire che gli antichi comunicavano attraverso i simboli, anzi quello, era la loro scrittura e il loro linguaggio per eccellenza, ma non solo qui in Toscana, ma nell’Italia intera, nell’Europa e nel mondo. Un cristiano, si sa, veniva ucciso se dichiarava il proprio credo e i simboli, anche in questo caso (casi precedenti, vedi Catacombe, ecc) sono sono stati un mezzo per comunicare segretamente. Il cristianesimo veniva allora considerato una setta pericolosa poiché minava le basi stesse della società romana (i cristiani predicavano la bontà, la giustizia, avversavano la schiavitù, le ricchezze illecite e non ultima l’immoralità nella quale era piombata la società romana). Il segno, trovato anche nelle Catacombe, sulla tomba si San Pietro, formato da una P maiuscola sovrastante una X equivaleva a Cristo. Ma i simboli della cristologia sono molteplici, non è possibile elencarli tutti, specie in questa sede. Dunque, ritornando a Sant’Agata e al nostro primitivo edificio, supponiamo che in una parete, probabilmente nella facciata, vi fosse stata una pietra, scolpita un poco alla maniera arcaica che, raffigurante tre cerchi, uno dei quali più grande e due più piccoli, ai cristiani significava qualcosa e lo stesso simbolo era, invece, completamente indecifrabile ai soldati romani. Questo era il simbolo del martirio di Sant’Agata: un vassoio circolare (cerchio grande) con due mammelle ai lati (cerchi piccoli). Questa stessa pietra con il simbolo di Sant’Agata, che adornava quel primo edificio, ci è stata tramandata e si trova oggi sulla facciata della Pieve. I cristiani d’allora si soffermavano in quella prima chiesa segreta e chiedevano l’aiuto della Santa martire, cui era stato dedicata la prima chiesa primitiva, prima di affrontare il lungo e pericoloso cammino attraverso l’Appennino, allora infestato di briganti, ladri e ogni sorta di persone poco per bene. Lo stesso simbolo, con stesso significato, lo troviamo anche su un’architrave, o meglio una porta centinata con architrave che conduce al Chiostro, dove si vede chiaramente che l’architrave non armonizza con il portale. La centina è in serpentino, una specie di marmo verde, e l’architrave e le decorazioni contrastano con l’insieme del portale. E’ supponibile che le maestranze abbiano usato questa grossa pietra per ricordo, o per documentare l’esistenza di una chiesa più antica, molto più antica della data 1175, data di costruzione della chiesa attuale. Questo è certo poiché si sono ritrovati i resti di una chiesa intermedia, molto più piccola dell’attuale, dotata di abside semicircolare, orientata di qualche grado in più a NW rispetto all’attuale, e probabilmente risalente al V-VI secolo, quando già il cristianesimo si era affermato in Toscana e in tutta la penisola. Ma ritorniamo alla prima chiesa “segreta”, quella sorta nel III-IV sec d.C.
Perché asserisco questo con una certa convinzione? Il simbolo della mammella o della mammelle è molto antico e quasi sempre ha rappresentato la fecondità (escluso i tempi attuali nei quali il simbolo delle mammelle ha assunto un significato molto diverso). Sul significato di questo antico simbolo si potrebbe scrivere molto. Diciamo che anche i greci attribuivano ai seni il significato di fecondità, basti pensare alla Diana di Efeso (Artemide polimastòs) con i seni a grappolo; gli etruschi, i romani ecc. Nella Diana di Efeso il petto materno aveva un’importanza simbolica: la madre universale che allattava l’intera umanità. Ora si sa bene che i romani tolleravano tutte le religioni, anche dèi stranieri quali Mitra, dio indiano, insomma tutti, all’infuori però del cristianesimo. Quindi, agli occhi degli antichi romani, questo simbolo delle mammelle, non significava il martirio di Sant’Agata, ma tutt’alpiù poteva significare la raffigurazione dea della fecondità. In questo modo i cristiani del tempo “fregavano” i romani. La simbologia non è scomparsa con i bizantini e neppure nel medioevo e allegorie simboliche sono frequenti nelle opere del Rinascimento italiano e europeo.
Tralasciavo di dire che nella lunetta della porta che conduce al chiostro ci sono altri due simboli importanti, sempre legati al martirio di Sant’Agata, si tratta di un’ascia, simbolo antichissimo, e di un uncino o tenaglie con le quali sono state strappate le mammelle della santa. Ai lati del portale ci sono altri due simboli: una croce e un fiore a sei petali. La Pieve, proprio perché antichissima, conserva ancora i simboli del suo passato, simboli importantissimi, che ci fanno capire, oppure ci fanno appena intuire, come il passato per la cristianità non fosse facile, anzi tutt’altro! Usciamo, dunque, in punta di piedi, da questo importante monumento della cristianità, del quale gli abitanti di Sant’Agata e del Mugello dovrebbero esserne molto orgogliosi.

….in Mugello gli artisti nascono così….

IL MUSEO DI LEPRI FALERIO IN ARTE LEPRINO

Proliferazione, inflazione di musei della civiltà contadina in Mugello e Alto Mugello ne conosco almeno tre (se vogliamo escludere quello di Bruscoli), uno a Casa d’Erci presso Luco di Mugello, esattamente a Grezzano, quello di Leprino a Sant’Agata e l’altro a Palazzuolo sul Senio in Alto Mugello. Voglia di ritorno alle origini? Un semplice tuffo nel passato per far affiorare i ricordi? O nostalgia di una società e di un tipo di vita che non esiste più? In questo punto il Signor Lepri Falerio, in arte Leprino, precisa: “Non ci facciamo illusioni, la vita a quell’epoca era dura non era quindi idilliaca come può sembrare guardando questo piccolo mondo in miniatura”. Tuttavia non si tratta di giocattolini, su questo punto Leprino (da ora lo chiamerò così con questo suo nomigliolo simpatico, come fanno tutti) è categorico e ha ragione. Altro che giocattolini! Si tratta di una vera e propria ricerca storica sul paese di Santagata e della vita che si conduceva tempo fa e sulla vita dei contadini, prima che disertassero in massa le nostre campagne. Per la sua realizzazione c’è voluto quel tanto di estro o quel pizzico di arte innata doti delle quali sono dotate molte persone mugellane. La tradizione ricorda Giotto, pastore in Mugello, che, fanciullo, disegnava le sue pecorine su un sasso come un bravo artista, e faceva l’O di Giotto, cioè disegnava un cerchio a mano libera meglio che con un compasso, tanto da diventare migliore del suo maestro Cimabue, sempre mugellano. Insomma artisti si diventa, ma soprattutto si nasce. Ma chi ha insegnato a Leprino la meccanica per movimentare quei personaggi? “Nessuno – mi risponde – Durante la notte mi veniva in mente un’idea e io mi alzavo da letto per fare i disegni o abbozzare un primo progetto”. E l’arte della modellazione? Anche questa non gliel’ha insegnata nessuno.Ha realizzato i volti dei personaggi in cartapesta, frugando nei propri ricordi, andando a rivedere qualche fotografia ingiallita dal tempo, ricordandosi dei personaggi, tutti in carne e ossa, non immaginari, paesani e extra-paesani. Ma come è saltato fuori il nomignolo di Leprino? Sentiamolo dal suo racconto: “Mio padre aveva un amico a Firenzuola che si chiamava appunto Leprino. A questi, per via dell’amicizia, fece una promessa che se gli fosse nato un figlio maschio, l’avrebbe chiamato come lui” (In fondo da Lepri, suo cognome, a Leprino, non c’era molta differenza). Nacque, in effetti, un bimbo maschio, e portatolo al Fonte Battesimale, il padre di Leprino intendeva mantenere la promessa fatta all’amico. Ma il prete non era di questo avviso: quel nome si addiceva più a una bestia che a un cristiano. “Ma allora, replicò il padre del bimbo, anche Papa Leone ha un nome di bestia”. Evidentemente, nel Cinquecento, il diritto canonico era un pò più flessibile su questo argomento. Sta di fatto che al bimbo fu messo nome Faliero. Ma alla gente di Sant’Agata Faliero non garba affatto e così tutti lo chiamano Leprino. Il racconto continua: “Io avevo un negozio di generi alimentari in piazza e quando ci si avvicinava alle feste natalizie, invece di mettere in vetrina l’albero di Natale, come facevano altri, o una sfilata di panettoni, panforti o torroni, io mettevo uno dei miei personaggi”. Questi personaggi in movimento nella vetrina piacevano talmente ai clienti della bottega o a coloro che passavano davanti che tutti esclamavano: “Garda che bello….ecc.” Si sa, nessuno di noi, è esente da ambizione, insomma tutti noi amiamo farci dire bravo…..ma quando ci dicono il contrario…..Siamo uomini con i nostri difetti, con le nostre passioni, le nostre ambizioni, ecc. Una volta ho sentito dire da un Cardinale famoso, naturalmente per scherzo: “Se Dio ci avesse voluto diversi, ci creava angeli”, e, se lo dice lui….Questi riconoscimenti a Leprino facevano piacere, tanto da stimolargli la fantasia e la voglia di fare. A poco a poco la sua casa, la sua bottega è diventata un piccolo laboratorio e Leprino ha cominciato a “sfornare” personaggi al posto dei filoni di pane. E’ diventato il Geppetto del paese (si fa per dire, Leprino non me ne voglia). Per il movimento dei personaggi, c’era bisogno di motorini elettrici, di ingranaggi, viti, bulloni, pulegge e allora Leprino comincia a ricercare fra le cose comuni che si gettano, perchè superate dalla tecnologia, oppure perché guaste, le ripara, le smonta e le rimonta. Anche gli amici gli portano motori di frullatori, tritacarne, insomma di tutti quegli elettrodomestici che a loro non servono più. Una volta fatti questi personaggi, intendo dire completati anche i volti in cartapesta, c’era la necessità di “vestirli” , cioè, mettere loro addosso o meglio “cucire addosso” quei vestiti nei caratteristici panni dei quali erano soliti vestirsi i nostri contadini. A questo ha pensato la moglie, a lei va un notevole merito. Molte volte si è recata presso le case dei contadini superstiti e si è fatta “regalare” qui panni che essi avevano, magari logori, nei loro cassettoni e nei loro armadi e che magari erano appartenuti agli zii, ai nonni, ecc. E, allora, tu vedi risaltare fuori come per incanto, stoffe a quadri, tipo tovaglia, con le quali i contadini ci facevano le camicie, le tele, i fustagni i velluti con i quali i contadini si confezionavano i corpetti, ecc. E poi le scarpe chiodate, gli zoccoloni con le tomaia di vacchetta, insomma tutto torna a rivivere come per incanto. Ma, non solo. “Quelli che tu vedi nella cucina – questa realizzazione risale al 1949 – sono tutti i miei parenti: mia zia, mio padre, mia nonna, ecc” Allora tu capisci che questi personaggi sono qualcosa di più di semplici macchinette in movimento. Anche l’arrotino, il magnaio, l’ombrellaio-sprangaio, ecc. corrispondono a personaggi veri, l’uno era di Scarperia, l’altro veniva dalla montagna Pistoriese, un’altro ancora veniva da San Piero a Sieve, altri ancora come gli spazzacamini venivano addirittura dall’Alto Adige. Leprino precisa: “non è che questi avessero bisogno, ma, facevano la loro gita e tornavano a casa con qualche soldino…” Oltre ai personaggi nel museo sono rappresentate scene della vita contadina. fra queste la “battitura del grano” che si svolgeva nell’aia del podere e alla quale partecipavano un gran numero di persone. Per l’occasione e per rifocillare i battitori si ammazzava il papero e si faceva la pastasciutta a sugo di papero. E poi scene come la spremitura del vino con lo “strettoio”, la “mescita di vini” , la trattoria, il barbiere, il falegname, sarebbe troppo lungo elencarli tutti. C’è perfino la scena dei carabinieri che, uno di qua, uno di là, portano in guardina l’ubriacone che si è messo a cantare “Bandiera rossa” (un tantino “osé” per quell’epoca). Meritevoli di attenzione sono anche gli attrezzi e utensili da lavoro, fra questi citerò la roncola, il pennato, il trapano a corda, l’ascia a petto (serviva per fare le listelle dei canestri). “Sa – continua Leprino – tutto questo ben di Dio lo volevano a San Marino e mi avrebbero dato anche un sacco di soldi, ma io ho rifiutato. Ho preferito fare una donazione alle generazioni che verranno dopo di me, ai nostri figli, ai nostri nipoti i quali si ricorderanno chi erano e come vivevano i loro nonni. Per questo, ho fatto una donazione al Comune di Scarperia, con preferenza (ripetuto due volte), con preferenza Sant’Agata, il paese dove io ho vissuto da sempre. Questo significa che il paese di Sant’Agata beneficerà di questo “dono” eccezionale, e, io mi auguro che lo sappia conservare con amore. Infine il discorso cade su la trasmissione “Portobello” di Enzo Tortora, alla quale Leprino partecipò, in tempi ormai lontani. Gli ho chiesto cosa pensasse di Enzo Tortora. “Era bravo e umano”, mi risponde. Mi ha fatto piacere sentire da lui questo apprezzamento per una persona che anch’io ho stimato molto. Prima di uscire, getto un’ultima occhiata per trovare un personaggio nuovo. Ne vedo uno che mi commuove: si tratta del ciabattino, che lavora umilmente in disparte, mentre sta aggiustando una scarpa. Mi viene in mente mio padre, anche lui ciabattino a tempo pieno, prima, e a tempo perso, poi, una volta divenuto operaio in un calzaturificio. Mi sembra di vedere lui, quando io ero ragazzo, chino al suo “bischetto” (si chiamava così il tavolo da lavoro del ciabattino), che cuce, batte sulla forma, inchioda, incolla. Mio padre si chiamava Leopoldo, veniva da Firenzuola, e il mestiere lo aveva imparato in collegio a Firenze presso i Salesiani. Lui aveva preferito così, invece di fare il contadino o il prete come i suoi fratelli. Però la sua vita l’ha combattuta ugualmente, ha “tirato sù” una famiglia di quattro figli, con la moglie casalinga. Lo guardo un’ultima volta e lo saluto: “Ciao babbo”. Eh! Altri tempi quelli!
Un “ciao” anche a Leprino. Tu e il tuo museo non morirete mai.

…..una pieve fiorita in un antico villaggio etrusco

L’ANTICA PIEVE DI BOTENA

Questa località si trova indicata nell’antichità con il nome di Potèna. In documenti precedenti, invece (1124), è indicata con il nome attuale Botèna. Nelle carte sei-settecentesche viene indicata Boterna (toponimo molto simile a Paterno). Dal Libro di Montaperti, registro nel quale venivano elencate le quantità di grano “promesse” dai popoli e dagli Enti ecclesiastici del contado fiorentino per fronteggiare la guerra contro Siena emerge che la Pieve di Botèna, in quel periodo, non doveva essere molto ricca. Infatti, la Pieve, antichissima, era stata “tassata” per una modestissima quantità di grano, vale a dire solo 3 staia, imposizione equivalente ad una piccola chiesetta. Alcune chiese “suffraganee”, cioè dipendenti dalla Pieve, erano state “tassate” per una quantità maggiore, in staia di grano. Ad esempio, le chiese di San Niccolò alla Torricella, San Martino di Corella, San Michele di Rupecanina avevano subìto la mannaia del fisco, che per loro ammontava a quantità maggiori delle 10 staia di grano. Sempre dal Libro di Montaperti del 1260 si deduce, però, che la Pieve, era importantissima, territorialmente parlando, infatti aveva sotto la sua giurisdizione 11 chiese. Esse erano: San Pietro a Pimaggiore, San Niccolò alla Torricella, San Michele a Ampinana, San Martino a Rasoio (Rossoio) (*), San Donato a Paterno, San Martino a Corella, San Lorenzo al Corniolo, San Michele e Santa Maria a Rabbiacanina (Rupecanina), San Bartolo a Farneto, Santa Maria a Rostolena, San Cristofano a Casole. La località, come ci informa Riccardo Francovich ne “I castelli del Contado Fiorentino nei secc. XII-XIII” è una piccola frazione del Comune di Vicchio, posta ad altitudine collinare di mt. 266. Il toponimo Botèna, come altre località poste nelle vicinanze, ad esempio Rostolena, Pescina, è sicuramente di origine etrusca. (cfr. Pieri, Repetti, Francovich). Dobbiamo distinguere almeno tre fasi importanti che concernono la storia di questa Pieve. Una si riferisce alla Pieve originaria, anichissima, che sorgeva vicino al fiume Botèna, in località Ginestra, oggi casa colonica semi-diroccata, da me rintracciata recentemente. Nella parte che guarda ad Ovest della colonica è rintracciabile l’antica, presunta, facciata con i grossi conci squadrati ad angolo, con il tondo, appena visibile, che ospitava il rosone, completamente tamponato da una muratura di mattoni e la parte superiore della parete sinistra in cui è possibile scorgere l’antico filaretto. Da un primo sommario esame, data anche la pericolosità del luogo, non ho notato traccia alcuna del campanile, che suppongo dovesse essere a torre. In una mappa tardo-seicentesca (ASF) si nota l’interessante tracciato stradale. Una strada collega direttamente Vicchio, per via obliqua, alla Pieve di Botèna, però non è certo che si tratti della Pieve costruita successivamente proprio in località Botèna.
Infatti, come afferma il Calzolai in Chiesa Fiorentina, “La gloria e l’importanza di Botèna cominciarono a declinare allorché sorse il Castello di Vicchio: 20 ottobre 1324”. Dell’antichissima Pieve, che pare sorgesse in località Ginestra, cioè alla confluenza del Botèna con la Sieve, abbiamo i primi documenti nel 1224, questo non significa che la Pieve fosse di molto più antica. Questo documento riguarda una locazione di un podere e un resedio posti nel Castello detto “Castrum Novum positum prope Sanctum Stephanum in Botèna” (Lami, 168). Lo stesso castello, fatto costruire dal Vescovo di Firenze Ardingo, come dice Niccolai: “ci induce a credere che il dominio vescovile vi avesse in tal epoca prevalso”. Il Castello poi è ricordato in un altro documento del 1232. Per deduzione dobbiamo ammettere che se un Castrum Novum era stato costruito, un altro Castello “vetus”, di proprietà (forse) dei Conti Guidi, non doveva esistere più o tutt’al più doveva coesistere con il Castrum Novum. Ma dove sorgessero esattamente questi castelli non ci è dato sapere. Una seconda fase di questa Pieve, vede l’abbandono della stessa, in quanto come già ci conferma Luigi Gravina in “Vicchio di Mugello, 1943”: “….la Pieve, pur solidamente costruita con pietre scarpellate (leggi: filaretto), ma per difetto del terreno, il tempo rovinò”. Una terza fase della Pieve vede la ricostruzione della stessa, in zona collinare, in località Botèna, allontanandosi dall’”influenza” giurisdizionale della nuova chiesa di Vicchio, che assumeva, entro le mura del Castello, sempre maggiore importanza. Il Brocchi a tale riguardo ci dice: “La Pieve di santo Stefano in Botèna (nell’anno 1747 ndR) è di Patronato della Mensa Archiepiscopale Fiorentina; ed è situata tra il fiume detto Arsella, e il fiume Botèna, in distanza di circa un miglio e mezzo da Vicchio”. Quindi al tempo del Brocchi la Pieve era viva e vegeta. E’ probabile che la chiesa “cessò di esistere” con il passaggio del fonte battesimale, e tutti i diritti, nella nuova chiesa paesana di Vicchio eretta e consacrata nel 1785, circa 40 anni dopo che Brocchi pubblicava la sua “Descrizione del Mugello”. Ebbi occasione, circa 10 anni fa, di recarmi a Botèna e sul luogo esiste ancora a tutt’oggi ciò che rimane dell’antica Pieve: quattro antichi muri in filaretto che costituiscono una cappellina o chiesupola. Purtroppo non ho la documentazione fotografica di questa, in quanto mi fu severamente vietato di fotografare senza il permesso della Curia. Vi risparmio ogni mio commento.

(*) In questa chiesa di San Martino a Rossoio fu mandato, novello sacerdote, come prima destinazione, mio zio Don Guido, che da poco si era “laureato” prete nel seminario di Firenzuola.

…..chi ha ucciso, chi ha fatto uccidere, chi è caduto martire

“UCCI…UCCI…SENTO ODOR DI CRISTIANUCCI”
Storia dei Martiri cristiani di Vallicula (Valcava)

Questa frase che spesse volte mi martella il cervello, mi fa tornare in mente i giochi infantili che, quotidianamente, insieme agli altri ragazzi facevamo, il più delle volte, all’approssimarsi della sera, quando già avevamo fatto i compiti di scuola e nell’attesa di un buon piatto di minestra fumante, che nostra madre affaccendata ai fornelli ci faceva trovare. Se non ricordo male, questa frase “Ucci, ucci, sento odor di cristianucci” veniva fuori quando facevamo il gioco del “nascondino” e colui che “sentiva”, vuoi per intuito, vuoi perché il “nascosto” aveva mosso una frasca, o altro, oppure aveva fatto rotolare con i piedi un po’ la terra, pronunciava questa frase, come per dire “Attento ti ho udito, so che sei lì dietro l’albero, o dietro la siepe”. Non so l’origine esatta di questa frase che veniva pronunciata con tanta ingenuità dai miei compagni di giochi, ma ho l’impressione che nell’immaginario popolare abbia un origine antica, e non sia poi tanto ingenua. Una volta essere cristiano non era come oggi. Oggi, purtroppo, la maggior parte delle persone sono cristiani all’acqua di rose, e fra questi mi ci metto anch’io, siamo come qualcuno ci ha definiti “cristiani pantofolai” (mon generalizziamo, ovviamente). Una volta, e mi riferisco al fatto che sto per raccontare, essere cristiani non era né una moda, né un passatempo, né una cosa, come si dice oggi, che facciamo poiché l’abbiamo ereditata dai nostri genitori. Oggi ci sono fra noi moltissimi cristiani di “facciata” (e mi ci metto anch’io) che si definiscono tali ma che nella realtà dei fatti sono tutto fuori che cristiani. Una volta, e mi riferisco al tempo delle persecuzioni cristiane da parte dei romani, essere cristiano, equivaleva essere un “fuorilegge”, in altre parole una persona che andava “scovata”, “braccata” come la selvaggina, e “giustiziato” nel più infamante dei modi. Ma quanto sono durate queste persecuzioni da parte dei romani? Sono durate tanto. Tre secoli e oltre! Va bene, dicono che Gesù sia stato ucciso dagli ebrei. Mi fanno ridere. E allora chi ha ucciso le migliaia e migliaia di martiri cristiani, che passavano la loro vita fra le Catacombe e il Circo Massimo in attesa di essere mangiate dalle belve? Chi ha messo i cristiani a ardere come delle torce per illuminare l’antica Roma? Sono stati gli ebrei? No, cari amici, sono stati i Romani, come romani erano coloro che hanno materialmente ucciso il Cristo, ed esattamente per un motivo politico, di potere. Ma Cristo non era venuto per diventare Re su questa terra! Ecco, dunque, cosa voleva dire allora essere cristiano, voleva dire, essere uno che, per seguire la religione di Cristo, doveva prepararsi al sacrificio estremo. Così si capisce cosa voleva dire per quei primi cristiani l’Eucarestia. Significava prepararsi alla morte del corpo, ma questa – per i primi cristiani – non era altro che un passaggio da una breve vita terrena, ad una promessa vita immortale. Ecco perché in alcune antiche tombe paleo-cristiane noi non troviamo la simbologia Alfa-Omega, e non Omega–Alfa. La prima significa: Inizio-Fine, mentre Omega-Alfa significava, secondo i primi cristiani, il passaggio da questa vita terrena (Omega) verso la “Vita” (ultraterrena), vale a dire l’Eternità, la Vita in Cristo. E, notate, quando poco sopra mi sono riferito al fatto che sto per raccontare, per “fatto” intendo “avvenimento” (nel senso “dongiussaneo” del termine), insomma, non teoria o leggenda per “alimentare” la religione, ma un fatto vero, un fatto storico, realmente avvenuto. Eravamo nel 250 d.C. sotto l’Imperatore Decio….e Cresci era un nobile germano convertitosi alla religione cristiana, e per questo fu messo in prigione in un buio carcere della città di Firenze. Una notte in questo tetro carcere rifulse una luce immensa e Cresci si trovò liberato dalle catene. Onnione, che era il suo carceriere, si convertì vedendo le cose che erano accadute. Cresci ed ad Onnione lasciarono la città di Firenze e giunti sulla strada militare che da Firenze conduceva a Faenza, in luogo detto il Colle (Collis) presso Valcava, chiesero asilo ad una vedova pagana di nome Panfila o Panphilia, alla quale Cresci sanò il figlio di nome Serapione, e li battezzò entrambi. A quest’ultimo fu dato il nome di Cerbone. Ma i soldati romani si misero subito sulle loro tracce e li raggiunsero in un posto in cui essi attendevano vigilanti pregando Dio. I soldati li presero, li legarono e li portarono in catene al “fanum” (tempio) più vicino dove erano diverse immagini di idoli. Li fecero entrare nel tempio volendoli costringere a sacrificare per gli Dei. Con Cresci c’erano anche due suoi discepoli Onnione, il carceriere, ed Enzio. Onnione dopo essere stato spogliato e flagellato morì invocando il Signore. La stessa sorte toccò a Enzio. A Cresci, invece, uno dei soldati lo percosse e con la spada gli recise la resta, aspergendo sul pavimento il sangue del Martire. Questo fatto avvenne il 24 ottobre del 250. I soldati “innastarono” il capo di San Cresci per portarlo all’Imperatore Decio. Ma il loro cavallo si fermò, prodigiosamente, in un luogo detto Vallicula (odierna Valcava) ed essi dovettero abbandonare sul terreno il capo grondante di sangue. Allora Cerbone e gli altri cristiani racolsero i corpi dei santi martiri caduti al Colle e li trasportarono dove i soldati avevano lasciato cadere il capo di Cresci. Avvolsero questi in preziosi lini e con preghiere li seppellirono in quel posto. Su queste tombe altri fedeli si recarono a pregare. Ma il 4 maggio 251 mentre Cerbone e i compagni stavano pregando sopraggiunsero dei soldati romani che fecero scavare una fossa lì vicino e li seppellirono vivi. Molti accorsero a venerare i martiri della Valcava e questo nuovo martirio fu il seme della nuova religione in Mugello. Così al tempio pagano dedicato a Esculapio o a Hygia fu sostituito forse già dal sec. III un “Sacellum cristiano” per custodire le tombe dei martiri, nel luogo dove poi sarebbe sorta la chiesa. Questo è il fatto e questa che segue è la conferma del fatto. Siamo nel 1613, nei giorni 4 e 5 luglio, e in una ricognizione delle reliquie del Santo operata dall’Arcivescovo Alessandro Marzi-Medici fu accertata la perfetta concordanza con ciò che gli Atti di San Cresci (Conservati nei manoscritti dell’Opera del Duomo di Firenze) con i rinvenimenti e cioè: dietro l’altar maggiore, in un’arca di pietra serena, furono rinvenuti filamenti d’oro, un castone di rame dorato con pietra azzurra, monete romane e i resti umani di San Cresci, dei quali una testa staccata dal busto, che recava visibilmente il foro dell’asta, con cui era stata trafitta. Sotto l’antica gradinata dell’altar maggiore vi erano i corpi distesi dei due Santi Enzio ed Onnione. L’Arcivescovo Marzi-Medici fece deporre le reliquie in una “capsa lignea” munita di lamina plumbea. Presso l’antico fonte battesimale si rinvennero otto teschi che appartenevano ai Santi Cerbone e Panfila e altri cristiani sepolti vivi nel maggio 251. Concluderei con un passo della lettera di San Cipriano a Donato nell’anno 246, quasi contemporanea ai fatti della Valcava: “Quando l’omicidio è commesso dai singoli è considerato un crimine, ma diventa una virtù quando lo si compie socialmente. Non certo l’innocenza, ma l’eccesso di crudeltà dà impunità ai delitti”. Proprio come oggi?

….una realtà museale molto importante

VICCHIO: DA “MUSEINO” LOCALE A IMPORTANTE MUSEO D’ARTE SACRA PER IL MUGELLO (MUSEO DIFFUSO) (*)

Un ricordo dell’amico Prof. Renzo Chiarelli, “vicchiese honoris causa” e non solo, antesignano del progetto “museo diffuso”

Ottobre 1964: si inaugura il Museo di Vicchio. Questa è una data importante e lo vedremo perché. Circa tre anni dopo esattamente il 17 giugno 1967, a Firenze, in Palazzo Vecchio si tiene il discorso celebrativo su “Giotto nel VII centenario della nascita”. Ma lasciamo un attimo i numeri e le date per parlare di uno dei “protagonisti” che ha contribuito in maniera “determinante” alla nascita del Museo vicchiese. Parlo del Dr. Renzo Chiarelli, funzionario della Soprintendenza Beni storici Artistici (allora detta Soprintendenza alle Gallerie), negli anni ’60 e ’70, anni del cosidetto “boom” economico italiano. Ebbi occasione di conoscere questo simpatico personaggio, di mole grassoccia e di indole bonaria, verso la fine degli anni ’60, quando io, allora dipendente della Soprintendenza, in Via della Ninna, fui temporaneamente mandato (o comandato come si diceva allora) a sostituire un collega bibliotecario, da tempo assente per ragioni di salute. Ricordo che il Dr. Chiarelli aveva il suo ufficio “personale” proprio accanto alla Biblioteca degli Uffizi (specializzatissima in pittura, scultura e arti minori) della quale egli era il Direttore. Ma questo non era il solo incarico che aveva nell’ambito della Soprintendenza (Il personale allora era poco e i funzionari ancora meno). Era direttore dei Musei di San Marco e dell’Accademia e, credo, avesse l’incarico “territoriale” del Mugello. Io ricordo il Dr. Chiarelli, una persona squisita, molto gentile, e, come dicevo, un po’ grassoccio e quasi calvo. Lo ricordo nei mesi della calura estiva, quando arrivava in Ufficio dopo aver fatto tappa ai due musei, un po’ trafelato, pieno di sudore, ma sempre con il sorriso sulla bocca e con l’aria bonaria di sempre, tipica delle persone “cicciottelle”. Si accomodava alla sua scrivania, accendeva uno dei vecchi ventilatori, inventariato alla base col numero stampato in rosso, dall’Economato della Soprintendenza, e, cominciava a parlare affabilmente con tutti. Era un tipo molto alla mano; amava molto la musica classica. Mi diceva spesso: “in casa mia siamo tutti musicofili e musicomani” ed era uno che aveva la città di Verona sempre sulla bocca, poiché proveniva da lì. Ovviamente, Chiarelli stravedeva per il Beato Angelico, che, guarda caso, era vicchiese anche lui e monaco in San Marco, di cui Chiarelli era il Direttore. Tutti sapranno che il Beato Angelico, frate domenicano, affrescò tutti quegli affreschi stupendi che si trovano nelle celle dei frati, dei veri capolavori. Però , ovviamente amava anche Giotto e Cimabue anch’essi vicchiesi doc, o presunti tali.
Usava un linguaggio un po’ ricercato, questo è vero, e quando parlava la sua “e” era stretta stretta poiché proveniva dal Nord Italia, come ho già detto, da Verona. Però aveva legami strettissimi con il “suo” Mugello, che non mancava di andare a visitare spesso, poiché, se non ricordo male, mi sembra che ricoprisse anche la carica di Ispettore per la Soprintendenza alle Gallerie del territorio mugellano. Di questo legame con il Mugello e in modo particolare con Vicchio ne parla in una sua presentazione al libro di Pierluigi Cantini: Origini del Castello di Vicchio: “Scrivere per Vicchio, si tratti pure d’una semplice prefazione a un libro, per uno come me, legato a Vicchio da vincoli di sangue, non solo, ma da remotissimi ineffabili ricordi d’infanzia e d’adolescenza, da insostituibili affetti e da amicizie antiche….è motivo di gioia e di commozione”. Questo mi sembra dica tutto sui suoi rapporti con quel paese Nei suoi argomenti , tornavano spesso due temi a lui cari: Verona e Vicchio. La prima era la sua città di “adozione”, con la quale manteneva rapporti scrivendo sul suo giornale: L’Arena di Verona. Era molto “geloso” di questi giornali, e periodicamente dava ordine al Bibliotecario capo di farli rilegare. Spesso e volentieri, quando scriveva, li andava a consultare. Il secondo era Vicchio. Quando parlava di questo paese i suoi occhi si illuminavano e, forse, qualcosa in più. Vicchio, era per lui, la sua seconda patria, ma potremmo ben dire, la sua seconda casa e i vicchiesi erano, per lui, tutti suoi amici. Mi parlava di Tizio e di Caio, di Siro, di Lido, il ristoratore e albergatore del paese. Una volta andammo a pranzo da Lido: io, il Dr. Chiarelli, la sua segretaria (siamo agli inizi degli anni ’70) Signora Olga, e, se non ricordo male, un fotografo della Soprintendenza. Ricordo allora i suoi discorsi (parlava quasi sempre lui) quasi tutti incentrati sulla sua infanzia passata qui a Vicchio, delle persone care; ma soprattutto gli stava a cuore questo paese, Vicchio, con Giotto e il Beato Angelico: due suoi illustri compaesani del passato e dei quali andava molto fiero. Ma altre cose gli stavano a cuore: quella di un nascente museo da lui voluto con caparbietà, e alla realizzazione del quale avevano concorso la Pro-Loco e il Comune e, quella delle opere d’arte che si trovavano neglette nelle chiese mugellane, notevoli per importanza, e che, dato l’abbandono delle campagne (e di conseguenza delle chiese) erano soggette a saccheggi di ogni tipo. Sentiamo cosa dice il Chiarelli in proposito in un suo articolo del 1967: “Non è da oggi, che in Toscana si va attuando a cura di Enti e di Comuni, quando non addirittura da parte delle Soprintendenze alle Gallerie, la politica, per così dire, della “proliferazione” di piccoli musei, destinati soprattutto ad accogliere oggetti di interesse artistico esistenti in centri minori o nelle campagne…..Da questa funzione di salvataggio, o di ricupero, è legittimata l’esistenza di tali piccoli musei, ancorché più che da campanilistiche ambizioni o da necessità turistiche…..Si tratta per ora, e in vista di prossimi e sicuri ampliamenti di un “embrione” di museo: una sola stanza al piano terreno del Palazzo Comunale”. Ma, ci domandiamo, da dove nacque esattamente l’idea del Museo? Ancora Chiarelli ci fa luce in merito: “in quella stanza (ex esattoria del Comune) era visibile, da sempre, un affresco, l’unico elemento superstite, assai probabilmente, della Cappella d’un distrutto Palazzo del Podestà. Fu proprio da qui che nacque l’idea del Museo, da quell’affresco rimasto tenacemente, malgrado tutto, sul vecchio muro”. Ma vediamo nel lontano 1967, quali opere ospitava il “museino” (bisognava stare attenti, all’epoca, a non allargarsi troppo) come lo definiva Chiarelli. Un’intera parete era dedicata agli stemmi in pietra dei vari Podestà succedutisi dal XV al XVIII secolo, l’affresco, di cui si è parlato, raffigurante la Vergine in Trono, con i Santi dei quattro Pivieri vicchiesi, databile al XIV-XV secolo, di incerta attribuzione, un affresco staccato da Rupecanina, con una deliziosa Madonna con il Bambino e Angeli, di maniera Biccesca, un busto del Battista, di Andrea della Robbia, due scene mitologiche, su embrice, di ignoto quattrocentesco, provenienti dalla distrutta Cappella di Montesassi, un’acquasantiera monolitica, proveniente dalla “abbandonata” chiesa del Rossoio. Chiarelli conclude: “il museo di Vicchio sarà ampliato e completato….non manca volontà di far ciò, né mancano in terra vicchiese, sparse qua e là, le opere d’arte da collocare nelle nuove sale….Sarà un museo da vedere….”. Il resto è storia dei nostri giorni.

(*) Maria Frati, nel bellissimo libro di Antonio Barletti “Mugello – Cuore verde della Toscana”, a pag. 155, del Museo Diffuso dà la seguente definizione: “…una ricca articolazione in rete di musei, centri di documentazione, laboratori didattici, itinerari tematici, organizzati per sistemi omogenei di beni demoetnoantropologici, archeologici, storico-artistici, naturalistico-paesaggistici e coordinati dal ‘Museo dei Musei’, quest’ultimo con il compito di comunicare il senso del disegno culturale d’insieme”

……il paese di Giotto, di Cimabue e del Beato Angelico (scusate se è poco!)

LE ORIGINI DEL CASTELLO DI VICCHIO

In una cosa la storia è equiparabile alle altre discipline scientifiche. Si dice scienza o disciplina scientifica lo studio di certi fenomeni che si possono spiegare, riprodurre con una certa scientificità, in natura o in laboratorio. Ebbene la scientificità della storia consiste nel fatto che essa si ripete in continuazione. Storia “mater et magistra” ha scritto Papa Giovanni nella sua Enciclica. Niente di più vero. Se noi stiamo attenti agli accadimenti storici di qualsiasi periodo del passato noi vedremo che gli stessi si ripeteranno con una certa costanza nel tempo. Questo perché gli uomini, a cavallo, in bicicletta, sulla Ferrari, sono sempre gli stessi, non cambiano mai, i loro comportamenti sono sempre identici. Come nella chimica: ad una azione corrisponde sempre una reazione. Nella storia abbiamo invece i “corsi” e i “ricorsi”. Siamo sulla fine del sec. XIII, il Comune di Firenze aveva già iniziato da tempo la sua politica espansionistica nel contado fiorentino, mugellano compreso. L’oggetto del contendere è la Rocca di Ampinana, fortissimo castello, di proprietà del Conte Manfredi, figlio di Guido Novello, della nobile famiglia dei Conti Guidi. Ora, la Repubblica si trova a discutere sulle modalità per venire in possesso di tale fortilizio. I pareri sono discordanti, alcuni propongono di costruire un altro castello per contrapporlo a quello di Ampinana, altri suggeriscono che la via economica, cioè quella di un accordo dietro corresponsione di fiorini d’oro sia la soluzione migliore. Altri ritengono addirittura che il passo migliore da compiersi, in questo caso, sia la soluzione militare.
A conferma di quanto dicevo prima, non avviene oggi forse la stessa cosa? Mi viene a mente un proverbio: “A nemico che fugge ponti d’oro”. Ma voi direte: che c’entra questo? Vi spiego subito. Acquistando Ampinana, e questa fu la decisione del Comune di Firenze per 3000 sonanti fiorini, la città fiorentina avrebbe avuto via libera su questa parte del territorio, in particolar modo sulle vallate di detto castello, e avrebbe invogliato la popolazione a scendere a valle per costituire un insediamento umano. Ma per fare questo sarebbe stato necessario costruire un nuovo ponte sulla Sieve, nel punto più stretto del fiume, in località Montesassi. E questo è ciò che i fiorentini fecero nel 1295, un bellissimo ponte con arco a sesto ribassato, che attraversa tutto lo specchio del fiume e un altro piccolo archetto, vicino alla riva destra, accanto al grande pilastro decentralizzato. Un’opera architettonica, bellissima e anche molto ardita per quei tempi, in cui non conoscevano, come noi oggi, il cemento armato. Dunque i servi della gleba, i nemici giurati del Conte Manfredi, sarebbero potuti fuggire dalla schiavitù, dalle corvées, dalle vessazioni di ogni genere da parte del feudatario, con un semplice gesto, fuggendo da qui monti che li imprigionavano e attraversando questo bellissimo ponte, che i fiorentini avevano costruito per loro, anche se non era d’oro, come dice il proverbio, in senso metaforico. Questa a pensarci bene fu la causale storica che fece nascere il Castello di Vicchio. Questo nuovo ponte come ci riferisce Pierluigi Cantini, nel suo libro “Origini del Castello di Vicchio” del 1979: “è probabile che abbia aumentato il flusso di merci e mercanti….e può aver favorito anche nuovi insediamenti umani sulla sponda opposta della Sieve”. Il podestà di Firenze con una lettera del 1308 autorizza la costruzione di una nuova “terra” e ordina che la stessa dovrà sorgere “in loco qui dicitur Vicchio”. Ecco quindi che la strategia di Firenze “che mirava a consolidare la posizione della città sul suo contado, contrastando le velleità di riscossa degli ultimi grandi feutatari” si evidenzia con grande lucidità. Già nel 1306 vennero deliberate le costruzioni di nuove terre in Mugello, per quanto concerne Scarperia e Firenzuola, e come dice la Provvisione (c.206, 29 aprile 1306): “ad reprimendum effrenandi superbiam Ubaldinorum et aliorum de Mucello et de ultra Alpes qui comuni et populo Florentie rebellaverunt”. Italo Moretti nel suo libro “Le Terre Nuove del Contado fiorentino” ci dice con precisione il significato di “terra nuova”: “Non si trattava di borghi sviluppati spontaneamente senza un piano preordinato presso un castrum di origine feudale o comunque precedente……Esse erano nuove realizzazioni insediative, programmate talvolta fino nei dettagli”. Inoltre i “terrazzani” chiamati a popolarle saranno esentati per 10 anni da ogni tassa, ricevendo inoltre la promessa di libertà. Dobbiamo ricordare che i “servi della gleba” non erano liberi, essi erano dei veri e propri schiavi. Dunque dalle delibere, dalle provvisioni si passa ai fatti. Come ci narra il Villani: “Nel detto anno (1324) e mese d’ottobre si cominciò per lo comune di Firenze a fare una terra nuova in Mugello, presso ove fu Ampinana, e le terre che s’erano racquistate per lo detto comune dai conti (Guidi) e puosesi nome Vico”. Questo castello, o terra nuova, si rivelò ben presto di grande importanza strategica, e per questa ragione nel 1364 fu ingrandito e fortificato. Ben presto la popolazione, che comprendeva vari popoli, si era costituita in Lega, la cosiddetta Lega di Vicchio. Essa comprendeva i popoli delle Pievi di Santo Stefano in Botèna, San Casciano di Padule, San Martino in Viminuccio e San Cresci in Valcava. Nel 1413, nasce il primo Statuto. Ora c’è da dire che gli statuti dei popoli soggetti alla Repubblica fiorentina si assomigliano un po’ tutti. Diciamo che nella loro compilazione viene seguita una falsariga comune e si emanano regole (perché di questo si tratta) sulle più disparate discipline, che gli abitanti decidono di accettare liberamente, senza costrizioni alcuna, da parte della Repubblica fiorentina. In realtà quando questa emana gli Statuti, di fatto, controlla totalmente il “territorio”, tramite il suo emissario, il Podestà, anche se eletto con una parvenza di democraticità. Ciò avviene anche ai giorni nostri: i Sindaci sono eletti democraticamente, ma il cittadino non conta niente o quasi. La vita di paese di allora, in questo caso Vicchio, si svolge, “mutatis mutandis” e fatto salvo il progresso, come la vita di oggi. Oggi di tale castello, che era di forma esagonale, le cui mura erano alte circa venti braccia, con sei torri poste agli angoli del perimetro esistono pochi avanzi. Le porte, dette la Porta fiorentina o la Porta al Borgo a Ovest e la porta a Dicomano ad Est che troviamo anche nelle vecchie cartoline d’epoca, furono distrutte durante l’ultimo conflitto mondiale. Questa di Vicchio e del Mugello, come diceva Bargellini è: “terra di pittori; terra da tritare e da impastare, terra che fa volume e colore insieme…..Guardate le groppe delle montagne; notate la linea delle colline; considerate il colore della terra lavorata, il colore dei primi grani verdini… il colore mischiato dei boschi, specie in autunno, con l’oro dei pioppi, il rame delle querci, il rosso dei salici, il nero dei cipressi…e ditemi come si fa a non essere pittori in questa terra di pittori”. L’allusione a Giotto e Beato Angelico è evidente, e …..scusatemi se dico poco.

….è anche il ricordo di un amico che amava la natura

AUTUNNO ALLA BADIA DI AGNANO

E’ ormai autunno, l’aria settembrina si fa sentire carica di nebbie e gocciole di pioggerellina fine fine. Le nuvole bianche e lattiginose accarezzano i valloni e le creste delle montagne. E’ una esplosione di colori, rosso ruggine come i pampini delle viti, nero ceruleo come i succolenti chicchi d’uva in attesa della raccolta, giallo-verde come i limoni che fanno a nascondino dietro le larghe foglie verdi, giallo come le puzzoline roride di rugiada, rosso come i secchi della raccolta delle uve, verde cupo come il colore degli alberi che circondano le montagne, rosa shocking come i fiorellini che si trovano sul muro davanti alla porta della badia, e poi i colori indescrivibili delle bocche di leone, l’azzurrino increspato dell’acqua della piscina, il rosso fiamma del ciocco che sta ardendo nel caminetto, scintillando e scoppiettando. L’autunno è una festa di colori, di suoni. Il galletto ripete per due volte il chichirichì, poi si riposa; le galline zampettano sull’aia in cerca di qualche granellino, le mucche, con il loro pacato movimento, sempre seguite dai vitellini, ruminano il fieno e le biade che in questa stagione trovano in abbondanza. Sui monti si sente un belare di pecore, un andare delle mucche con il loro caratteristico scampanìo. E settembre è qui che ci chiama. La vite che si appoggia al pioppo prosperoso è carica di grappoli d’uva bianca e nera, e sembra che ci chiami e che ci dica sono qua, vieni a cogliermi. Il contadino ormai attende gli ultimi raggi di sole e tutta quest’uva si trasformerà in dolce e profumato mosto. Ma anche gli olivi mostrano dietro le foglie argentee le succulente bacche che si trasformeranno, a novembre però, in verdognolo e amarognolo succo, l’olio extra vergine delle nostre colline mugellane. Ma settembre è tempo anche di fichi, i più belli, i più maturi sono quelli che stanno lassù in alto, quelli più difficili a raccogliere, poiché quasi irraggiungibili. Dopo le piogge abbondanti di quest’anno i fontanelli sgorgano acqua genuina, non importa se la cannella gocciola, l’acqua è abbondante. Proprio l’altro giorno mi trovavo quassù alla Badia di Agnano, proprio nel bel mezzo di uno dei frequenti acquazzoni che ormai quest’estate ci ha abituato a vedere. L’acqua aveva ripulito le foglie, i fiori, i pampini, i grappoli d’uva, le bocche di leone (che sono dei fiori gialli con un bellissimo pistillo), i pomodorini che avevano tirato fuori quel rosso intenso, i limoni pregni d’acqua che di tanto in tanto lasciavano cadere una gocciolina.
Sono stato testimone di tutto questo spettacolo qui alla Badia di Agnano, posto bellissimo, in mezzo a panorami di sogno, vicino a Pievi illustri quale la Pieve di San Bavello e l’importantissima Badia benedettina, ai piedi dell’Alpe, di San Godenzo. Ma la Badia di Agnano, che nel medioevo doveva essere un punto di riferimento della Abbazia di Sant’Ellero, si trovava proprio sulla vecchia strada che proveniva da Frascole e raggiungeva San Godenzo. La chiesa, rifatta, a seguito di terremoto, è romanica con i muri in filaretto e abside semicircolare. All’interno della chiesa si trova un bellissimo crocifisso, alcuni affreschi e un tabernacoletto del Cinquecento. Un bel campanile a torre ospita due belle campane che una volta dovevano allietare non poco gli abitanti della zona con il loro rintocchi: l’Ave Maria, il Vespro e gli ultimi rintocchi della sera quando greggi e contadini si ritiravano nei poderi, illuminati da un fioco lume di candela. Purtroppo queste campagne hanno conosciuto negli ultimi tempi un devastante allontanamento delle persone, degli armenti, perfino dei sacerdoti che sono andati a “curare” le anime nei paesi che sono cresciuti a dismisura. Per queste campagne sono stati tempi duri: è come se il cielo si fosse oscurato per l’avvicinarsi di un forte temporale, con nuvole nere cariche di acqua grandine e fulmini. Ma si sa, il cielo cambia velocemente, basta avere un po’ di pazienza e, a poco a poco, ritorna il sereno e già ci siamo scordati del temporale. Qualche volta il “sereno” in queste campagne ritorna, anche per merito di persone brave, amanti della campagna, che investono capitali e la loro vita stessa per far “rivivere” queste belle campagne. Uno di questi è l’amico Gabellini Giuseppe (*) che abita a Dicomano. Sono stato loro ospite in occasione della vendemmia, una vera festa “consumata” in compagnia di amici parenti e conoscenti. Verso le 12,30, dopo il lavoro, le donne hanno preparato una bel pranzetto. Merito della Sig.ra Bruna e Tina, che hanno preparato un stufato di quelli che sanno fare solo qui in Mugello, di Concetta e della moglie di Giuseppe, Marcella. Il pranzo è stato veramente eccellente, una vera tavolata sullo stile “Linea Verde” televisivo. Giuseppe ha “tirato su” un’azienda agrituristica che ha una capacità ricettiva non grande, ma di qualità. Quassù la vita ha davvero qualcosa di magico. Si gira lo sguardo e lo spazio si apre davanti agli occhi come una scena incantata. Agnano magico, si dovrebbe definire.

(*) Purtroppo da un po’ di tempo l’amico Giuseppe ci ha lasciato ed ha lasciato anche la sua amata Agnano.

…..ancora un po’ di vernacolo …e di folklore

CARNOVALE A I’ DICOMANO

‘E me l’aeano detto in parecchi, se tu vo’ vedé una ‘osa ganza, ma di chelle ganze su i’ serio t’a ire a i’ Carnovale a Dicomano. E sai, sono stati anco più di uno quelli che mi diceano questa ‘osa: Foresto, Gosto, i’ Nanni, Beppino, i’ Triga e tutti gli insisteano su questo Carnovale. Ai barre ‘un si parlava che di chesta ’osa; a i’ pallaio l’era la medesima, ‘e m’avean fatto un capo come un cestone, Lo sai icchene, ieri, che l’era domeni’a so’ ito alla Messa e ho visto i’ soppriore sulla porta della chiesa. ‘E parea che gl’aspettasse mene. Anco lui, che stea lì impalato che e’ parea che vo,lesse dimmi: “O ‘un tullo sai corella? Tene tu arrii sempre alla Messa dopo la martinicca”. Maicchene ‘e un l’era questo che volea dimmi. E ritonfa! Anco lui gl’era ito colla su’ perpetua a i’ Carnovale a Di’omano. E giù a raccontammi i parti’olari: “E tu vedessi quanta gente vi steano, e’ strabordaano tutti dalle strade”. I’ paroco, che glié anco una personcina a qui mo’, ‘e mi parea che fusse doventato citrullo anco lui. Anco lui s’era fatto suggestionare da queste feste moderne, scatenate, e, anco a di’ la verità, un po’ pagane. La peggio l’era la perpetua. La mi dicea: “T’aessi visto come gl’eran belli que’ bambini su’ cari, che unn’eran tirati dalle mucche, ma da de’ bestioni di trattori. E le su’ mamme come gl’eran contente! Tutte le steano vicino a’ cari a guardassi e riguardassi que’ mimmini che e’ tiraano curiandoli e stelle filanti. E poi v’era un casino…. A mene i’ casino mi garba, t’aessi a dire qui in parocchia ‘un si ‘ede mai anima viva, t’ha ‘oglia tene a scampanare…qualche giorno le vengan giue quelle campane, da quando i’ soppriore le tira con tutta la su’ forza che gl’hae in corpo. Ma tanto ‘un si ‘ede mai nessuno. Aimmeno una ‘orta quando sonaan le campane, venian tutti, perché e’ credeano che vi fusse l’incendio o i briganti”. Insomma, gl’era i’ massimo…anco i soppriore e la perpetua a i’ Carnovale a i’ Di’omano, T’aessi a dire, alla fine m’hanno infruenzato anche me. La sai icchene? Dopo la Messa so’ ito a governare le bestie, poi ho detto alla mi’ Beppa: “Nanni, e’ semo sempre quie a fa i’ bischero, ‘un si ‘a mai in nessun posto, oggi ‘un sa’ esse tirchi. Dopo aé desinato un be’ mazzo d’agli freschi dell’orto e vino di chello bono, si sella i’ calesse e si ‘a a i’ Dcicomano. La Beppina ‘la parea la stiantasse dalla contentezza, pe’ forza l’è sempre intorno ‘asa co i’ su’ pollame, i piccioni, l’orto. Insomma anco lei la si mette in ghingheri e dopo un’ora di trotto (‘e ciò un cavallino che’e sembra un treno) semo arriati su’ i’ posto. La Beppina a vedé tutto qui’ riortolamento di cari, di maschere, l’ha escrama’o: “Dio mio, i’ mondo l’è dientato tutto matto”. ‘La ‘un ci olea credere, anco le persone grandi ‘le un si riconosceano! E poi veanian giù da i’ Comune, che l’è un bei palazzo, che ora gli stanno rassettando, ‘e giraano tutti intondo ‘e parean tutti biriachi. La Beppina l’ha detto: “Qui positivo ‘e semo ni’ paese di’ Bengodi”. In un caro poi v’eran tre o quattro famiglie, e gl’eran tutti mascherati da leani, leonesse, anco i mimmini. ‘E parea d’esse in Africa. Dopo che gl’eran passa’i e ripassati tutti que’ cari e gl’ho visto la mi’ Beppina, che ‘la s’avvicina troppo a un baroccino: e l’era quello de’ croccanti e, la Beppa, e’ si vede’a l’avea l’acquolina in bocca. Crepi la tirchieria e gl’ho compra’o un par di croccanti e un torone. T’aessi a dire! La Beppina la se l’è sgranocchia’i subito, ‘la parea una conigliola. Che giorna’a che gl’ho passato. Ni’ viaggio di ritorno, su i’ calesse la Beppina l’è stata tutto i’ tempo a guardammi. E gl’ho detto: “Catù da guardammi? Un so’ mia i’ bronzo di Troiace! Insomma ‘la mi facea gli occhini piccini, piccini ‘e la mi parea una triglia. Positivo l’avea delle intenzionacce. E poi ‘la stea tutto i’ tempo su i’ calesse a dimmi: “Tu mi garbi, tu mi garbi” Io ‘un sapeo come rigirammi. Un ‘osa così ‘la ‘un mi capita’a da quando riviensi da i’ militare. Io, peroe, gl’ero orgoglioso di mene e ogni tanto gli toccao i capelli e la crocchia “’Un mi toccà tanto” ‘La mi dece’a lei. “Se tu mi fai gl’occhiolini ti tocco” Gli rispondeo. Già, ‘un m’ero ricordato che i’ giorno innanzi gl’era San Valentino. Maremma diaola, me n’ero dimenticato davvero. Ho dato du’ frustate a i’ mi cavallino e ho detto alla Beppa: “A stasera” e gl’ho mollato un bacio di chelli che ‘la se ne ri’orderà pe’ tutta la vita!

ONA, ONA MA CHE BELLA RIFICOLONA
Dicomano in festa esibisce la sua Rificolona più bella

Ona, ona, ma che bella Rificolona, ma mia l’é coi fiocchi la tua l’è coi pidocchi….Chi non ha cantato nell’infanzia e nella giovinezza questo bel ritornello, oppure chi non l’ha fatto cantare ai propri figli o ai propri nipotini? Sicuramente questa è un delle più belle feste che hanno luogo in Firenze e nel contado fiorentino. Probabilmente la storia di questa festa si perde nei tempi ed ha come sicuro aggancio le feste carnacialesche di fiorentina memoria, feste che si svolgevano, principalmente durante il ‘400, nei periodi di pace, quando Lorenzo il Magnifico, grande politico e grande stratega e grande paciere, riusciva a far di Firenze l’ago della bilancia nelle contese nazionali e internazionali.Lorenzo, grande diplomatico, riusciva a conciliare le aspettative dei fiorentini, coltivando le feste e le arti con quelle personali e dello Stato che erano quelle di diventar più forti e più ricchi e anche quello di far quadrare le entrate e le uscite di bilancio. Le feste dunque che si facevano a Firenze erano memorabili: si tappezzavano intere strade di tappeti, si costruivano grandi scenografie ed a queste partecipavano i grandi artisti dell’epoca, si abbellivano gli angoli delle strade con ghirlande di fiori, con racemi di olivo di alloro e di altre piante simboliche, si illuminavano i palazzi con ceri, torce e la gente scendeva in strada con il vestito più elegante: per questo basti vedere ad esempio il Cassone Adimari, che rappresenta in questo caso uno sposalizio, dove gli uomini vestono elegantissimi e variopintissimi pantaloni attillati, con giacche semplici ma di un’eleganza straordinaria, e le donne splendide nei loro vestiti lunghissimi, con eleganti cappelli e straordinari gioielli fatti dalle mani dei migliori orefici fiorentini del tempo. L’allegoria era alla base di queste feste carnacialesche, che mischiava un po’ del sacro e un po’ del profano. Ma la base, il succo, era laico, e il messaggio era quasi sempre lo stesso: quello del carpe diem. In sostanza, si cercavano di dimenticare i problemi della città, si mettevano da parte le lotte guelfe e ghibelline e si ritornava a scoprire l’uomo e i suoi valori terreni. Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia, chi vuol esser lieto sia, del diman non v’è certezza. Così cantava Lorenzo il Magnifico quando si incontrava con la sua “Brigata”, nelle ville di Careggi e del Mugello. Poi si sa, la vita è fatta di corsi e ricorsi e queste feste dovettero con il tempo “scadere” in qualità e moralità, tant’è che i famosi piagnoni che possiamo paragonare oggi ai cattolici e ai moralisti più ortodossi, cominciarono a dire la loro ed elessero come loro portavoce il monaco domenicano Savonarola. Ma dall’altro lato i palleschi, che erano la fazione favorevole ai Medici, non ne volevano sapere di rinunciare a queste feste e a godersi la vita con feste balli e canti, tanto da contrapporsi l’una fazione all’altra, fino a determinare l’allontanamento dei Medici da un lato e l’uccisione di Savonarola sul rogo, come “eretico” (Lui che era il “castigatore” dei vizi dei fiorentini!). Ma torniamo alla nostra bellissima festa di Dicomano, la festa della Rificolona. Vi dico subito che è stata una festa bellissima, anche se come tutti i grandi attori si è fatta un po’ attendere prima di entrare in scena. E’ giusto così, è necessario creare il “pathos” o la “souspence” che dir si voglia. Io mi ero recato lì già dalle ore 21 (il mio difetto più grande è quello di essere puntuale come un orologio svizzero, e così è mia moglie che mi accompagnava, anche lei contentissima di aver visto questa festa) con la mia telecamerina, pronto a immortalare le “vedute” più suggestive e più spettacolari. Non sapevo esattamente cosa fosse la Rificolona, se non per sentito dire. Dalle 21 alle 21,30 ho ingannato il tempo, osservando e curiosando le persone che si avvicinavano al banchino del “croccantaio” per acquistare un croccante o un torroncino. Poi la mia attenzione si è rivolta verso un gruppo di anziani signori, che erano seduti davanti alla Casa del Popolo e attendevano disciplinati, fra una chiacchera e l’altra l’arrivo del corteo con i carri. Poi ho rivolto lo sguardo verso i bambini, alcuni piccolissimi che passavano con la rificolona, ancora spenta, tenuti in braccio delle mamme e dei loro babbi. Era una cosa bellissima. Poi improvvisamente un grido di un bambino, dalla faccina molto sveglia, ha annunciato l’arrivo del primo carro in lontananza. Non si può definire se non lo si vede. Era un tripudio di luci di colori e anche di allegria. Ci siamo avvicinati, io e mia moglie, all’incrocio dove i carri voltavano per dirigersi verso la stazione del treno. Abbiamo avuto la fortuna di poterli vedere con un approccio ravvicinato. Più che vedere, ci siamo “tuffati” in questa festa dai mille colori, l’abbiamo “respirata” e devo dire che è stata una sensazione bellissima. Sì, questa è la festa delle “sensazioni”, una festa che, per la sua semplicità e per la sua gioia ti fa palpitare il cuore. E’ una festa “laica” e “religiosa” allo stesso tempo, per grandi e per piccini, ma soprattutto per questi ultimi. Quello che mi è piaciuto di più è stata la partecipazione “sentita” della popolazione, ma soprattutto dei bambini, che cantavano, che urlavano e facevano il tifo per il proprio carro. Mi è piaciuta inoltre la semplicità con la quale questa festa e questi carri sono stati realizzati: sono stati sufficienti due soli carrelli da supermarket per costruirci sopra una “favola”, una “mitologia”, una “fontana” di giochi e di colori. Non mi chiedete quale è stato il carro più bello. Per me lo sono stati tutti. Non so neppure chi ha vinto. Per me non ha vinto un carro, semplicemente hanno vinto i bambini di Dicomano e coloro che, sapientemente, li hanno “seguìti”, passando giorni e notti insonni nella loro realizzazione. Hanno vinto insomma, ancora una volta le persone, l’amicizia, le buone relazioni interpersonali che fanno di una paese una famiglia allargata. Hanno vinto i bambini che con i loro canti, i loro schiamazzi di gioia hanno ricordato ai grandi di esistere e hanno ricordato al paese che essi sono il bene più prezioso, il futuro di Dicomano e no n solo.

….un po’ di letteratura e poesia

LA “BECA” DA DICOMANO
Il celebre sonetto,vita e altre opere del “mugnaio mugellano” Luigi Pulci

Luigi Pulci nasce a Firenze nell’anno 1432, da una famiglia di origine francese. Ha la possibilità di coltivare gli studi grazie a un impiego di domestico o segretario presso la famiglia dei Castellani, amici dei Medici. Grazie a questo impiego, che tuttavia gli procura un magro guadagno, il Pulci riesce a coltivare gli studi, nonostante anche i dissesti economici cronici che affliggono la sua famiglia. Anche il maggiore dei fratelli, Luca, nato nel 1431, aveva composto un poema mitologico in ottave, il Driadeo d’amore e altri componimenti in rima. Morirà in prigione per debiti. Ma solo Luigi dimostrerà di possedere autentiche doti di fantasia e di impegno. Grazie all’amicizia con i Castellani, amici dei Medici, il Pulci diventa dal ’61 un assiduo frequentatore di Casa Medici. Alla Corte Medicea. Il poeta esercita una sorte di amabile magistero su Lorenzo che egli definisce con affetto il cucco suo e il suo compagnuzzo. Anche se il Pulci non fu mai un vero dipendente dei Medici, egli tuttavia, con il loro aiuto poté esercitare la propria mercatura a Firenze, a Foligno e a Napoli. In casa Medici egli godeva la simpatia e la protezione di Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo, e di Clarice Orsini, moglie dello stesso. Fu la Tornabuoni stessa a incitare il Pulci, che era di origini francesi, a cantare in versi le gesta di Carlo Magno, proprio in vista di un programma di riavvicinamento di Firenze e della corte medicea alla Francia. Intanto Lorenzo cresceva, ascoltava le lezioni del Ficino e di altri dotti maestri.
Il Pulci non osava mettersi al pari di questi dotti, tuttavia era stato lui a insegnare a Lorenzo a scrivere versi. Da questa passione per la poesia e l’arte Lorenzo protesse e fece fiorire presso la sua Corte le lettere e le arti. Suoi sono i celebri poemetti: I Beoni, I Canti Carnacialeschi e celebre è il poemetto per La Nencia da Barberino, che, altro non è che un lamento d’amore di un certo Vallera per una giovane contadina mugellana. Dicevamo che se il Pulci non era un dotto, un uomo di studi, egli tuttavia aveva fatto le sue letture come poteva: conosceva bene Dante e Petrarca e altre opere, per lo più, testi volgari. Nelle sue composizioni non usava molto i latinismi o vocaboli rari, come pure termini del cosiddetto “gergo furbesco”. La sua era una poesia comica e familiare. Nel Morgante, la sua opera principale, egli dimostra, non tanto la sua cultura enciclopedica, quanto la sua forza di scoperta e tutto il peso dell’esperienza burchiellesca, oltre la conoscenza della parlata del Mugello e del Valdarno. In Mugello, il Pulci, possedeva un mulino e a questo proposito scriveva: “…E la mia patria sarà dove lo staio della farina vagli pochi soldi; e dove s’infarinino i pesci e’ funghi secchi e le zucche, e non gli uomini….Io mi voglio intanare nel mio Mugello, e starvi tanto che voi non mi ricognosciate in Firenze….Io mi farò mugnaio; per certo io porterò in dosso un sacco a rovescio, et un burattello in capo, e dormirò nella madia….Ma la grande passione del Pulci è stata sempre quella di scrivere sonetti. Questo era un modo per lui di partecipare agli eventi fiorentini e del contado e alla vita familiare della Corte Medicea. Uno di questi sonetti fu composto in onore di una donna mugellana (da contrapporre all’altra mugellana Nencia da Barberino, composizione di Lorenzo il Magnifico) con il nome di Beca da Dicomano. Beca sarebbe il diminutivo di Domenica. In questo sonetto Pulci si lamenta per la celebrità della Nencia e nessuno si ricorda della sua Beca:

Ognun la Nencia tutta notte canta
e della Beca non se ne ragiona
……….
La Beca mia ch’è bella tutta quanta
Guardate ben come in sulla persona
Gli stanno ben le gambe, e par un fiore
Da fare altrui sollucherare il cuore.
Poi prosegue:
Tu sei più bianca che non è il bucato,
Più colorita che non è il colore,
Più sollazzevol che non è il mercato,
Più rigogliosa che lo ‘mperatore

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….benedetti etruschi, ma da dove venite?

ETRUSCHI: LA QUESTIONE DELLE ORIGINI

Eccoci arrivati a uno dei punti “dolens”, o meglio al punto più misterioso in assoluto di tutta la questione etrusca: quella delle origini, o meglio della provenienza. Esistono varie teorie su questo punto, nel senso che gli studiosi sono divisi se azzardare, avallare o dare per scontato le varie teorie avanzate nel corso della storia, oppure se non sia, più prudente parlare di una necessità, o meglio ancora non parlare di origini, ma di “formazione”. Insomma, inutile nasconderlo, se la fine della civiltà di questo popolo resta misteriosa, non di meno lo è il suo inizio, se così si può parlare. Esistono varie teorie sulla provenienza o sulle origini, ma a me sembra, che la “teoria” che attualmente sia più “di moda” sia quella dell’autoctonìa. Ho avuto la conferma di ciò, anche la scorsa estate, vistando vari musei dell’entroterra etrusco maremmano. Al contrario delle teorie avanzate a cominciare dall’antichità, fino ad arrivare all’età moderna, su questo spinoso problema, il grande storico ed etruscologo Massimo Pallottino, per la prima volta, ha come dire, “disconosciuto” il problema delle origini rovesciando, in un certo senso, il modo di ragionare, e di congetturare sulla provenienza di questo popolo ed ha aperto una tesi, tutta propria, discutibile anche questa, se vogliamo, cioè quella della “formazione in loco” di un popolo. Bisogna dire a questo proposito che la scienza dell’Etruscologia, intesa in senso metodologico, moderno, è abbastanza recente, essa risale solo nel XVIII secolo, quindi verso il 1700. In passato, è vero, erano state ipotizzate, varie tesi sulle origini di questo popolo, ma, si sa le fonti antiche, quelle greche e romane, erano un po’ troppo influenzate dalla mitologia che era la religione di quei tempi. E’ vero che un illustre studioso ha affermato che “non è la storia a spiegare la mitologia, ma è quest’ultima a spiegare la storia”, ma non esageriamo. Fatto sta che molti avvenimenti considerati un tempo mitologici, si rivelano veri, cioè la mitologia ci ha permesso di scoprire molte verità diventate storia. Dunque, é questo il punto importante del discorso, gli etruschi erano stati in un certo senso dimenticati. Fino a non molto tempo fa, la cultura ufficiale, la storia del nostro paese era letteralmente “intrisa” di romanicità e questo lo è stato per moltissimo tempo, per quasi due millenni. La conquista del popolo etrusco, per mano dei romani, ha cancellato del tutto o quasi il ricordo, la lingua, gli usi, la scrittura di questo popolo meraviglioso.
L’effetto che ha avuto la civiltà romana sul popolo etrusco è simile a quella, che nei secoli passati, persone, davvero maldestre e poco illuminate, hanno steso una mano di bianco o di altro colore coprente su meravigliosi affreschi medievali, rinascimentali, barocchi, etc. Oggi, con la mano paziente del restauratore, con il suo bisturi usato sapientemente, questi capolavori, a poco a poco, vengono riscoperti in tutta la loro bellezza, quasi per magìa. Lo stessa cosa sta avvenendo per gli etruschi. Giorno dopo giorno assistiamo, alla scoperta di tombe con ricchi corredi, di siti archeologici, di fondamenta di case, di templi, ecc. La civiltà etrusca, sta affiorando prepotentemente dagli scavi, in tutta la sua bellezza e oggi, più che mai, possiamo affermare con sicurezza che: non due grandi civiltà antiche hanno influenzato la nostra Italia, ma di tre grandi civiltà: quella greca, quella etrusca e quella romana. C’è stato indubbiamente un concorso di fattori, che hanno determinato l’offuscamento di questo popolo. Senza dubbio i romani hanno avuto il ruolo maggiore di demerito, avendo assoggettato questo civilissimo popolo, quindi avendolo privato della libertà, dei loro costumi, della loro religione ed avendogli fatto accettare forzatamente la loro cultura. Poi le invasioni barbariche e il cattolicesimo hanno fatto il resto. In seguito, per tutto il medioevo, nelle università europee, lo studio della lingua latina e del diritto giustinianeo, era alla base di tutti gli indirizzi di insegnamento di allora. Poi è venuto il Rinascimento, un movimento culturale complesso, che aveva fra le altre caratteristiche, quella della riscoperta e lo studio degli antichi capolavori di letteratura greci e latini, della riscoperta delle bellezze classiche scultoree, architettoniche e pittoriche, sempre di queste due civiltà del passato ma non degli etruschi, salvo poche eccezioni, come, ad esempio, la Chimera d’Arezzo, “restaurata” in periodo rinascimentale. Bisogna arrivare, come abbiamo detto, al 1700, esattamente 1726, con la fondazione della Accademia Etrusca di Cortona, che diventerà il centro di questa attività erudita. Soprattutto nelle nostre scuole, gli etruschi, sono stati emarginati dalla nostra cultura (con il pretesto che non si trattava di un popolo civile ma di gente dedita ai passatempi e alla vita godereccia: un’immagine questa del tutto falsata) in favore di una romanicità esasperante, insegnata pedantemente nelle scuole fino a farcela diventare indigesta. Eppure gli etruschi ci hanno dato tanto in termini di cultura, di lingua, di costume, anche se non si sono trovati ancora i famosi testi letterari, vale a dire gli scritti eruditi etruschi sulle varie “discipline”. Gli etruschi, con la loro arte, hanno riempito i musei italiani e di tutto il mondo con le loro sculture, le ceramiche, i meravigliosi gioielli o oggetti del loro vivere quotidiano. Non per ultimo la lingua. Eppure anche questo apporto così importante è stato, per così dire, disconosciuto. Non importa risalire ai vecchi dizionari dell’Accademia della Crusca, per rendersi conto di ciò. Basta guardare un dizionario dei nostri studi giovanili, delle scuole superiori, per renderci conto di come nella derivazione delle parole si parli quasi esclusivamente di derivazioni latine e greche o tutt’alpiù arabe. Dove mancano queste derivazioni, i vocaboli restano senza paternità, sembrano non avere storia, come usciti fuori dal nulla. Se io prendo, ad esempio la parola “olio”, il vocabolario mi dice che deriva dal latino “oleum”, lo stesso dicasi per vino. Eppure gli etruschi chiamavano quest’ultimi “eleiva” e “vinum”, molto simile al nostro italiano. Ce ne sono in abbondanza parole che derivano dall’etrusco. Prendiamo la parola “clan”. Oggi sentiamo dire Sempronio appartiene al “clan” di Tizio o di Caio, oppure per fare un esempio più terra terra, il Clan di Celentano. Per gli etruschi clan significava “figlio”. Invece, la parola “sex”, una parola oggi tanto usata e abusata, vale a dire “sesso”, in etrusco significava “figlia”. Mi sembra ci sia un ottimo accostamento fra i due significati. E non possiamo fare ancora uno studio definitivo, poiché per ora i vocaboli etruschi conosciuti sono solo quelli relativi all’ambito tombale, cimiteriale e poc’altro ancora. Con il tempo, via via che ci saranno nuove scoperte, vedremo sempre più l’apporto notevole della lingua etrusca sulla nostra lingua italiana. Dobbiamo renderci conto che gli Etruschi sono fra noi, sono “tornati”, anzi ci sono sempre stati, non sono mai andati via. Le genti etrusche che popolavano Fiesole e il Mugello Orientale sono sempre lì, con i loro usi, i loro costumi, la loro lingua caratterizzata da quella “c” aspirata di derivazione etrusca. I Romani li hanno vinti, li hanno assoggettati, ma non li hanno annientati. Piano piano, i loro oggetti personali tornano in superficie: rasoi, piatti, le anfore, le “mezzine” di rame saltano fuori dal terreno e ci parlano: “Mi spanti Nuzinaia”, “Mini muluvanice Mamarce”, “Io appartengo a Nuzinai”, “Questo Mamarce l’ha donato a me”, e così tornano a farsi “vive” le persone: Nuzinai, Mamarche, che il tempo aveva dimenticato. Poi tornano a rivivere i volti di questa gente raffigurata nei coperchi dei sarcofagi, negli affreschi parietali delle tombe, nella lamine, nelle statuine in terracotta. Tornano i loro stupendi gioielli come le fibule, gli orecchini, i bracciali. E’ un mondo che “rimpatria” ma che non era mai sparito, solamente era stato dimenticato. Ho letto da qualche parte, che in uno studio recente, nel sangue degli italiani, ma in particolare in quello dei toscani, è stata rilevata un percentuale non trascurabile di sangue etrusco, cioé di quel sangue le cui caratteristiche sono state analizzate nei reperti umani delle tombe etrusche, la cui composizione è senz’altro determinata da elementi fornitici dal buon vino delle nostre vigne e dall’ olio extra vergine di oliva. Nei territori dove non attecchiscono queste due piante, dubito che vi abitassero gli etruschi! Non vi sembra meraviglioso tutto questo?

….ne hanno fatte tante di ipotesi….

ETRUSCHI: “IL POPOLO DEI DUE MARI”

Come si definivano gli etruschi di Poggio Colla, di Frascole o di Pietramensola? Il problema dell’origine, ma soprattutto dei confini della patria dei nostri antenati mugellani, visto con gli “occhi” della storia.

Da dove veniva quel popolo che ha lasciato vistose tracce della propria civiltà e che ha abitato fra il VII e il V secolo sulle alture di Poggio Colla presso Vicchio di Mugello? La stessa domanda possiamo porci per gli antichi abitanti di Frascole, presso Dicomano, dove era attestata una civiltà, che aveva simili caratteristiche a quella di Poggio Colla? Per non parlare degli antichi abitanti di Ronta, il cui nome deriva da “Arunte”, degli antichi abitanti di Pietra Mensola o “Mesula”, il cui nome deriva da “Mels”, nome di persona etrusco. Gli esempi potrebbero continuare con Rostolena, Varena, ecc. ecc. Se avete fatto caso, fino ad ora non ho nominato la parola “etrusco”. Ve lo dico subito, questa parola, questa “etichetta” che significa “abitatore dell’Etruria”, a pensarci bene, non potrebbe essere la più appropriata. A me sinceramente non piace molto, anzi vi dirò che mi va un po’ stretta. Mi piace più parlare di nostri “antenati” mugellani, tarquinensi, vulcenti, volterrani, ecc. La parola “etrusco”, è stata coniata al tempo dei romani.I greci invece definivano gli etruschi con la parola “Tyrsenoi” che significa “tirreni”. Ma già Dionisio di Alicarnasso, retore e storiografo greco, vissuto però a Roma fra il 30 e l’8 a.C. ci avverte di fare attenzione, poiché gli abitanti dell’Etruria non si facevano chiamare né “tirreni”, né “etruschi”, ma unicamente “Rasenna”. In fondo Dionisio, da quel grande storico e viaggiatore che era, non aveva fatto altro che precisare e documentare quello che aveva sentito con i propri orecchi da un etrusco. Oggi definiremmo Dionisio come un “testimone” di quel tempo. Senz’altro questa notizia è giusta, non abbiamo ragioni di dubitare, anche perché l’etimologia della parola “rasenna” è senz’altro etrusca. Allora sbagliavano i romani o forse i greci? In realtà, definire un popolo “abitatori dell’Etruria”, può voler dire molto o può voler dire molto poco, se non si definiscono i confini dell’Etruria. Fino a non molto tempo fa, non parlo di secoli, era comune intendimento fissare i confini dell’Etruria “vetus”, fra i due fiumi Arno e Tevere. Questo territorio aveva come confine “naturale” la catena degli Appennini. Così ci rendiamo conto che in passato non venivano definiti “etruschi” gli abitanti ad esempio di Marzabotto (l’antica Misa?), oppure gli abitanti di Bologna (l’antica Felsina). In altre parole non venivano definiti “etruschi” coloro che abitavano al di là dell’Appennino. Costoro, infatti, venivano definiti “villanoviani”, da Villanova presso Bologna. Eppure, ormai è stato riconosciuto da tutti gli studiosi, che i “villanoviani” non sono altro che gli “etruschi” che hanno abitato questa fascia di terra dell’Italia Centrale, che comprende la Toscana, il Lazio, l’Emilia e l’Umbria (con qualche piccola esclusione), territorio bagnato ad Ovest dal Mar Tirreno e ad Est dal Mare Adriatico. Dunque, una volta, fra il IX e il VII secolo a.C. i tarquinesi e i “felsinei” (bolognesi), erano esattamente la stessa cosa, stesso popolo, stessa origine. Negli strati più profondi delle grandi città etrusche, come Tarquinia, Cerveteri, Volterra, Felsina, Marzabotto ecc, emergono risultanze archeologiche identiche, cioè villanoviane. Fino a non molto tempo fa, pur ammettendo la quasi identità della cultura “etrusca” con quella “villanoviana”, gli storici, gli etruscologi, avevano una sorte di timore “riverenziale” nei confronti di quella che era stata, da sempre, considerata Etruria, nel dire la verità, e cioè che si trattava della stessa identica civiltà, dello stesso popolo insomma. Questo popolo che io definirei, per le sue caratteristiche geografiche “dei due mari” aveva in comune gli stessi costumi, la stessa religione, la stessa scrittura, lo stesso modo di seppellire i defunti. Poi gli etruschi del versante “Mare Adriatico” e quelli del versante “Mare Tirreno” subirono eventi storici diversi, mi riferisco all’invasione romana da una parte e quella celtica dall’altra, che caratterizzarono , negli anni a seguire, due diverse civiltà, ma che in origine però erano le stesse. Ecco perché parlare oggi di “etruschi” in termini di “Etruria”, territorio fra Arno e Tevere, può risultare una interpretazione restrittiva, in quanto non tiene conto dell’Etruria “adriatica”. Allora come chiamarlo questo popolo? “Rasenna”? Tutto sta nel significato reale di questa parola. A tutt’oggi, non abbiamo una traduzione letterale “sicura” per “rasenna”. E’ stato ipotizzato che essa equivalga o significhi proprio “il popolo”. La questione è un po’ controversa poiché in etrusco la radice “rasnà” indica “uno spazio pubblico soggetto al regime della limitazione”. Quindi se si vuol dare credito a questo significato la parola “rasenna” significherebbe semmai “repubblica”, dal latino “res publica”. Ma, anche se così fosse, dobbiamo ammettere che la cosa ci dice ancora molto poco, poiché se ad uno di noi venisse chiesta la nostra nazionalità e noi rispondessimo: “Siamo gli abitanti della Repubblica”, sicuramente penserebbero che ci manchi qualche venerdì all’appello. “Repubblica” o “Rasenna” non definiscono uno Stato, ma qualificano la condizione giuridica e politica del medesimo. Solo se io dico: “Sono un cittadino della Repubblica Italiana” la cosa avrà un senso compiuto, poiché ciò indica la mia appartenenza ad una nazione piuttosto che ad un’altra. Forse, quel cittadino etrusco, interpellato da Dionisio di Alicarnasso, avrà voluto significare, che apparteneva ad uno Stato oppure ad una Federazione di città (la Dodecapoli) e che non era insomma né un nomade, né un girovago e tantomeno un apolide. Ecco quindi che, ai lumi del pensare moderno, dire abitatore dell’Etruria o dire Rasenna, può non significare affatto riferirsi alla realtà “totale” del mondo etrusco. Ciò ci confermerebbe che, se vogliamo risolvere il “mistero” delle origini o della provenienza degli etruschi, tenendo conto esclusivamente delle fonti antiche, greche romane o egizie, questo “mistero” si infittirebbe sempre di più. Sabatino Moscati, grande archeologo diceva: “In archeologia non esistono misteri, ma solo problemi da risolvere”. Allora non c’è dubbio: in etruscologia i problemi non mancano. Circa l’origine degli etruschi sono state fatte ormai tutte le ipotesi: quella della provenienza orientale, la provenienza lidica (Isola di Lemno), la provenienza pelasgica (antichi popoli marinari), la tesi “autoctona” ripresa da Dionisio, la provenienza dal nord dell’Italia, la provenienza adriatica, fino ad identificare gli etruschi con gli ebrei o con alcuni popoli dell’antico Egitto o dell’India. Voi direte che manca solo l’ipotesi che gli Etruschi vengano dal cielo. No, è qui che sbagliate. E ’stata fatta anche codesta ipotesi, e cioè che gli etruschi non fossero altro che degli extra-terrestri!

…..e non mi dite che parlavano peggio dei toscani di oggi!

LA PAROLA AI NOSTRI ANTENATI ETRUSCHI
Gli Etruschi, eh? Ve li immaginate i nostri antenati che vivevano sparsi un po’ ovunque in Mugello, sul Poggio Colla, a Montebonello, a Frascole, oppure a Pescina, Pietramensola, Ronta, ecc. ecc. come sarebbero stati buffi se avessero giocato alla mora? I nostri vecchi, invece, con un colpo secco delle mani e con le dita aperte dicevano: “Sei, otto, quattro, sdum, tutta”. E gli etruschi mugellani? “Ci” per dire tre; “Cesp” per dire otto; “Huth” per dire sei; “Sa” per dire quattro, ecc. Poi magari, se incontravi un etrusco per la strada di Frascole e gli chiedevi: “ Chi siete? Di dove venite? Di dove siete originari?” Senza dubbio ti avrebbe risposto: “Caro amico, il mio nome è Laris noi siamo Rasenna” Il nostro Tizio inquirente, sarebbe rimasto a bocca aperta ed avrebbe esclamato: “Non ho capito un’acca, questo per me è etrusco!”. In realtà rasenna sta per popolo, in altre parole: noi siamo il “Popolo”, il popolo per eccellenza. La parola ha attinenza con la radice ràs che sarebbe l’equivalente del latino res, da cui deriva, res-publicae (cose pubbliche) e per l’etrusco equivale a rasnés o rasné (atti o cose pubbliche). Il popolo etrusco, nel suo insieme era diviso in città e villaggi e questi, a loro volta erano composti da famiglie (lautun) che vivevano in athre (edifici), probabilmente case dotate di atrio (da qui la derivazione latina “atrium”). Se poi allo stesso Laris gli avessi chiesto come fosse composta la sua famiglia, ti avrebbe risposto che la sua lautn (famiglia) è composta dal apa (padre), dalla ati (madre), che sarebbe stata poi la puia ( moglie di suo padre), da alcuni clan o clen-ar (figli) (o anche vel che ha il significato di “figlio di”), e da alcune sex (figlie). Chissà se il vocabolo attuale “sesso” non derivi proprio dal sostantivo etrusco “figlia”? Anche il vocabolo “clan” lo ritroviamo nella nostra lingua: Tizio o Caio appartengono a quel “clan” (gruppo di persone). Infine Laris avrebbe detto al nostro interlocutore che nella sua famiglia ci sono alcuni lautni (liberti), vale a dire alcuni schiavi affrancati. Gli etruschi erano molto religiosi. Essi amavano molto l loro eiser o laran (divinità) ai quali offrivano offerte (fler, offrire; cleva, offerta) o sacrifici (nunthen). Il pievano o “piovano” di oggi, come si dice in Toscana, era il cepen o cipen (sacerdote), il quale offriva agli dei (eiser), che avevano i nomi di Fuflun (Bacco), Nethuns (Nettuno), Pacha (Bacco), ecc. Le offerte (tartiria) venivano messe sull’altare su un’aska (vaso) e date in dono (alpnu) alla divinità (Calu). Le cerimonie sacre (zusleva) dovevano essere frequenti e tutte in occasioni di matrimoni, funerali, ecc. Forse molti dei matrimoni si svolgevano come da noi in alcale (giugno), o quando i fichi erano maturi, in Cel o Celi (settembre). Gli etruschi amavano molto bere (spesso e volentieri un “gottino” di quello buono): un buon bicchier di vinum (vino) rosso, che i possidenti (acnina) coltivavano per se e per i clienti (etera). Gli etruschi erano molto attenti ai loro possedimenti e i loro tularu (confini) venivano misurati con un attrezzo apposito chiamato groma (Da questo vocabolo la derivazione di “agronomo”). Gli etruschi amavano la natura in generale e i rapaci in modo particolare, per essere, questi, dotati dalla natura di doni quali: una vista eccezionale, la capacità di volare, ad essi sconosciuta, e la capacità di cacciare e di procurarsi le prede. L’antha (aquila), era segno divino della potenza trionfale e della gloria regale; il falco (arac o capu) era ritenuto anche un simbolo del cielo (attivo) in contrapposizione alla terra (passivo). Per quanto riguarda l’etrusco scritto possiamo affermare che il problema è parzialmente risolto nel senso che conosciamo molte cose, ma altre ci sono oscure (troppo pochi sono i vocaboli a nostra disposizione e quasi tutti riguardano l’aspetto funerario, vale a dire le iscrizioni trovate sulle urne, sul materiale lapideo o sulle ceramiche usate per il cerimoniale funebre, ecc.) Non esiste invece un problema di decifrazione poiché l’alfabeto etrusco è perfettamente leggibile. Gli etruschi avevano accolto già nel VII sec. un alfabeto ricco di 26 lettere, derivante dall’alfabeto greco (vedi tavoletta rinvenuta a Marsiliana d’Albegna). La scrittura va da destra a sinistra contrariamente a quanto accade nella scrittura greca e latina. Vani sono stati diversi tentativi di spiegare l’etrusco con il greco, l’hittito, l’armeno, l’egiziano, ecc. Solo la lingua parlata nell’isola di Lemno sembra abbia una stretta affinità con l’etrusco. Un particolare curioso: la “c” aspirata toscana sembra una derivazione della lingua etrusca. Nonostante certe affinità, la lingua etrusca ci appare distante, molto distante dalla nostra lingua, ma non dobbiamo meravigliarci più di tanto. Alla civiltà etrusca, si sono sovrapposte nel tempo moltissime altre civiltà: romani (il latino però ha cominciato da tempo ad annoiarci e non a caso sta scomparendo dal rituale cattolico e dall’insegnamento nelle scuole), celti, longobardi, franchi, ecc. ecc. e del ceppo originario della lingua etrusca rimangono soltanto alcune reminescenze. La lingua etrusca però è giunta fino a noi mutilata e impoverita, ma, speriamo, non del tutto dispersa.

MA CHE CAVOLO DI LINGUA PARLAVANO I NOSTRI ANTENATI ETRUSCHI?

Un viaggio immaginario alla scoperta dell’idioma etrusco

“Mi spanti Nuzinaia”: Io sono il piatto di Nuzinai. Fino qui niente di trascendentale. Già, perché gli etruschi personalizzavano ogni cosa, anche i piatti. Era un po’ come dire: “se non ti dispiace posa questo piatto poiché non appartiene a te, ma a Nuzinai”. Questa Nuzinai, sarebbe la nostra Nunziatina, almeno si avvicina come fonetica. Ancora “Mini muluvanice Mamarce”. Qui anche se la cosa sembra un po’ più difficile, non dobbiamo per niente spaventarci. Semplicemente: “Mamarche” – che potrebbe essere un po’ il nostro Marco – l’ha dedicato a me” (forse a una divinità). Ma già vediamo qui una differenza fra “mi” uguale a “io” e “mini” che significa “a me”. Questo “mini” è molto simile a quel “mene” che si sentiva, fino a non molto tempo fa, nella parlata di certi contadini toscani. Per esempio, in Mugello, si poteva sentir dire una frase come questa: “l’ha detto a mene” (l’ha detto a me). Ed ecco dimostrato come la lingua etrusca abbia avuto una continuità nel tempo, per secoli e secoli, fino ad arrivare ai nostri giorni. Però se io esamino la frase seguente: “partunus vel velthurus satnalc ramthas clan avils lupu XXIIX”, cosa vi viene in mente? Buio assoluto? Forse che quel “lupu” significa lupo? No, qui le cose si complicano un pochino. Ci sono molti nomi di persone in questa frase, come Partunu, Velthur e Satlnei. Notate il primo nome con quella “u” finale, sembra sardo, no? Velthur, invece assomiglia a Valter, ma è una pura congettura. Allora la frase etrusca dice: Partunu Vel (Vel sarebbe il cognome), figlio di Velthur e di Satlnei, lupu (morto) a 28 anni. Purtroppo per il nostro Partunu o Partuno, se lo vogliamo italianizzare, la vita non fu generosa con lui, infatti l’iscrizione dice morto a 28 anni, troppo giovane anche per quei tempi. Quel “lupu” etrusco che ha il significato di “morto”, assomiglia al nostro lupo, è vero. Chi sa, se gli etruschi chiamassero questi animali davvero “lupu” e se il sostantivo significasse anche l’equivalente di “pericolo”, oppure “morte”. Certo i lupi allora dovevano essere molto pericolosi, molto affamati, e quando si avvicinavano a un gregge di pecore a qualcuna di loro toccava la mala sorte di diventare “lupu”, cioè uccise, morte. Solo ipotesi. Ma guardiamo ancora un’altra frase: “Alethnas Arnth larisal tarchnalthi amce”. Qui veramente non sappiamo che pesci prendere. Ma non c’è tutta quella difficoltà come appare ad un primo esame. Intanto Alethnas Arnth sono un nome e cognome, come io dicessi, ad esempio, Mario Rossi. Poi “larisal” va scomposta in due paroline “Laris” e “al”, dove Laris è un nome e “al” sta per “figlio di”. Poi troviamo un’altra parolina “zilath” o “zilche” che significa “magistrato”. Non impressioniamoci, eh! Questa parola non è proprio estranea all’italiano, poiché in un dialetto italiano, l’umbro, lo “zicche” di un paese, di una città, ancora oggi, sarebbe colui che ha in mano il potere. Il “bosse”, come diremmo noi umoristicamente in Mugello, insomma colui che comanda. Poi un’altra parola che sembra davvero intraducibile “tarchnalthi”, anche questa è una parola composta da “tarchna” e il suffisso “lthi”. Quindi,Tarch(u)na, avete capito? Esattamente. Gli Etruschi, a partire dal VI secolo a.C. (per renderci ancora più difficili le cose) introdussero la sincope in mezzo alla parola, vale a dire, nella scrittura tolsero la vocale. () Una specie di abbreviazione della scrittura, se vogliamo. Ma quindi, niente di impossibile: le cose si facilitano e capiamo subito che Tarchna (Tarchuna) non è altro che l’antica città etrusca: Tarquinia. Manca ancora una parolina all’appello, quell’”amce”. Voce del verbo? Essere. Anzi, passato remoto del verbo essere e quindi “amce” è uguale a “fu”. Ora, con facilità possiamo ricomporre la frase: “Alethna Arnth figlio di Laris, fu magistrato a Tarquinia”. Una frase comunissima, scritta con un alfabeto che è simile al nostro, con la sola differenza che la scrittura va da destra verso sinistra, () al contrario della nostra scrittura. Allora sembrerebbe tutto chiaro? Magari! Sarebbe tutto chiaro se conoscessimo il vocabolario etrusco, vale a dire se fossimo in possesso, di diecimila, ventimila parole, come troviamo, ad esempio nel nostro vocabolario della lingua italiana (). Purtroppo, e qui sta la difficoltà, noi conosciamo un vocabolario molto limitato, vale a dire un vocabolario “cimiteriale”, di frasi molto semplici come questa: “Qui giace Pinco Pallino”, “Qui riposa Caio o Sempronio che ha vissuto per 70 anni”. Tutte frasi come queste. Per far capire la cosa è come se noi dovessimo compilare un vocabolario di italiano, avendo a disposizione, facciamo un esempio, solo le lapidi del cimitero di Trespiano. Un vocabolario, quindi, che potremmo definire senza ombra di dubbio “limitato”. Facciamo un altro caso per capire: “Lethamsul ci tartiria cim cleva acari…calus zusleve pavinaith acas aphes ci tartiria ci turza”. Vi dico subito che si tratta di prescrizioni relative ad offerte rituali. Qui troviamo un numero “ci”, che significa “tre”. Ma se in questa frase capiamo all’incirca il significato vale a dire: “al dio Letham si debbono offrire tre “tartiria” e tre “cleva”, non sappiamo cosa significano le parole “tartiria” e “cleva”. Senza traduzione inoltre rimangono le parole “zusleva” e “turza”. E dire che noi possiamo leggere l’etrusco, poiché l’alfabeto è quello greco, molto vicino al nostro, e possiamo anche pronunciarlo perché l’alfabeto greco è stato “adattato” dagli etruschi per la loro lingua. Quindi anche la fonetica, supponiamo sia quella giusta, vale a dire, noi pronunciamo bene quello che leggiamo. Però, non capiamo il significato, o per lo meno lo capiamo in parte, limitatamente al linguaggio cimiteriale, ad alcune iscrizioni relative ai terreni e ai confini, oppure relative alla mitologia, insomma, poco, molto poco. Gli etruschi in definitiva erano un po’ diversi da tutti gli altri popoli italici, tanto da chiedersi chi essi fossero e da dove venissero. Un giorno Dionisio di Alicarnasso, retore e storiografo vissuto a Roma fra il 30 e l’8 a.C., disse: “Ci penso io” e incontrando uno di questi etruschi, forse per strada, gli chiese: “Chi siete e da dove venite?”. L’etrusco senza scomporsi minimamente gli rispose: “Rasenna!”. Il povero Dionisio si allontanò in fretta credendo di essere stato offeso, o che l’etrusco avesse bestemmiato gli dei. In realtà ‘rasenna’ voleva dire “il popolo”, in un certo senso “il popolo per eccellenza”. Così si sentivano gli Etruschi!

() Una cosa simile, ma non uguale, alla sincope la troviamo della lingua francese che adotta la “e” muta (l’”e muette”, come dicono i francesi) fra due consonanti e anche in fine di parola. In francese l’e muta non si pronuncia o quasi ma viene scritta nella parola
() Certe volte, a seconda del periodo storico, la scrittura etrusca, va da destra a sinistra e da sinistra a destra. In questo caso si dice che è “bustrofedica”. In altre parole,m le righe, venendo a capo seguitano ciascuna nel verso contrario a quello della riga precedente, e così si alternano da destra a sinistra e da sinistra a destra
(
) Purtroppo riguardo alla lingua etrusca sentiamo spesso delle inesattezze. L’ultima su Archeologia Viva n. 111 del maggio-giugno 2005, nella Rubrica “Spazio aperto” a pag. 12, a proposito dell’apertura del Museo di Piccioli (Pisa), in cui si delinea la scrittura etrusca come un “mistero svelato”. Questo sarebbe vero, come ho detto sopra, se possedessimo un vocabolario etrusco (tradotto) di almeno diecimila o ventimila parole. Purtroppo, siamo in possesso solamente di qualche centinaia di vocaboli, tutti relativi al linguaggio cimiteriale. Esistono invece alcune migliaia di vocaboli etruschi che si riferiscono a nomi propri di persona come Laris, Aule, ecc. Sempre sullo stesso argomento un libro che mi ha fatto meravigliare non poco è quello di Eleonora Sandrelli, “Etruschi – Un enigma risolto” della Giunti, Firenze 1999. In esso si afferma: “ Lungamente avvolta da un’aura affascinante di mistero, la lingua etrusca è ampiamente nota e interpretata almeno nelle sue linee generali…” La cosa non mi sembra proprio stia in questi termini, anche se notevoli passi in avanti sono stati fatti

PAOLO CAMPIDORI, COPYRIGHT

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