CAPIRE GLI ETRUSCHI – UN LIBRO DI PAOLO CAMPIDORI


CAPIRE GLI ETRUSCHI – UN LIBRO DI PAOLO CAMPIDORI

GORGONE   TERRACOTTA

PROLOGO
Verso il 1975-6, quando il mio primo figlio aveva circa due anni, fummo invitati da una parente di mia moglie, da una zia, a trascorrere le vacanze estive in Maremma, per l’esattezza a Montalto di Castro, presso Tarquinia, in Maremma. Questa zia, ora in là con gli anni, si chiamava, e si chiama Velia, nome che per quei posti è tutto un programma. Essa aveva una casetta ammobiliata a Marina di Montalto, che volentieri ci affittò per il mese di luglio. Nonostante che io fossi un po’ riluttante all’idea di passare le vacanze al mare (in quel periodo ero appassionato di alta montagna, amavo soprattutto la Val d’Aosta, Courmayeur e la Val Veni) acconsentii e accettai la cosa un po’ a collo torto. Allora, non sapevo, o quasi, cosa fossero gli Etruschi, però già da una decina di anni, forse di più, mi interessavo di arte e di storia della stessa, essendo impiegato presso la Soprintendenza Antichità e Belle Arti di Firenze.

A Montalto di Castro, presso Tarquinia, dove viveva la zia di mia moglie, la zia Velia, nome di origine etrusco, tutto parlava di questo antico popolo: gli etruschi. Per dire la verità questa cittadina laziale, ai confini con la Toscana, era un po’ il centro dei “tombaroli”, che sarebbero coloro che, con uno strumento particolare, sondavano il terreno, per ricercare le tombe etrusche. Ricordo che qui a Montalto c’era un gran “commercio” (mi riferisco a trent’anni fa e forse più) di anfore, di buccheri, di cocci vari. Era facilissimo, anche se io non l’ho fatto, poiché sapevo che la cosa era rischiosa, ma soprattutto illegale, ottenere da qualche conoscente della Velia, che faceva il mercante clandestino, una manciata di cocci etruschi. Io stesso, ricordo, una volta, di essermi recato presso un laghetto molto bello, una specie di grande pozza formata dal fiume, a monte del quale vi era una bella cascata d’acqua, che creava un ambiente ricco di bellezza e di mistero. Presso questo “laghetto” c’era una discarica, usata, sembra, dai tombaroli, dove essi lasciavano i detriti, i frammenti non utilizzabili del loro commercio clandestino. Vedendo tutti questi “cocci” multicolori, grandi sì e no tre-quattro centimetri, alcuni completamente neri, di bucchero, io ne raccolsi una manciatina e la portai a casa. La misi su un tavolino della terrazza e lasciai che questi “cocci” venissero impregnati di sole e di luce.

Improvvisamente mi accorsi che questi frammenti di ceramica, così belli a vedersi, così misteriosi circa la loro origine, cominciarono a raccontarmi la loro storia. Alcuni di questi erano decorati, altri ricoperti di una vernice vetrificata, altri ancora erano manici di vasi o di Kilix o di patère, che pur isolati dal contesto dell’oggetto a cui appartenevano, avevano il loro fascino. Toccando poi quei frammenti avevi l’impressione che fossero “vivi”, che in un modo o in un altro ti erano riconoscenti, poiché li avevi preservati da un nuovo oblìo, infatti di li a poco sarebbe passata la ruspa del Comune che li avrebbe rotolati giù da chissà quale discarica. Avevi l’impressione che quei frammenti ti volessero parlare, ti volessero insomma raccontare la loro storia millenaria. Fu così che iniziai a chiedermi chi fossero quelle genti, quei popoli, che avevano modellato così bene l’argilla, per farne delle meravigliose terrecotte o dei buccheri per il loro vivere quotidiano.

Chi erano questi etruschi? Quanti anni fa avevano vissuto la loro storia, per quanti secoli hanno lasciato le loro orme su questi terreni caldi e rossastri come la lava dei vulcani che era diventata poi tufo vulcanico, dove gli etruschi avevano scavato le loro tombe. Iniziai così ad interessarmi di loro e fui preso da quella “febbre” che non contamina solo gli etruscomani o gli etruscologi, ma anche gli egittologi e un po’ tutti i ricercatori delle civiltà antiche. Cominciai ad acquistare libri, cataloghi, monografie sulle singole città etrusche e piano piano iniziai a visitare quei luoghi fascinosi e allo stesso tempo avvolti da un mistero quasi impenetrabile. Poi quei colori delle ceramiche, quelle ocre, quei verdi rame degli utensili, di quelle che ancora oggi noi chiamiamo “mezzine”, che usavano fino a non molto tempo fa anche nelle nostre campagne e che erano in tutto e per tutto uguali a quelle ritrovate nelle tombe etrusche ed ora esposte nei musei di tutto il mondo.

Articolo del giornale La Nazione di Firenze sul libro di Paolo Campidori - Capire gli Etruschi

Dopo la teoria, la pratica. Dopo cioè aver letto il contenuto di diversi libri ed essermi appassionato ad ogni aspetto della vita civile, politica e religiosa di questo popolo, iniziai la visita “sistematica” dei siti archeologici più importanti come Vulci, Tarquinia, Roselle, ecc. La mattina portavo in spiaggia mia moglie con il figlioletto Leo, e subito dopo partivo, sotto il sole cocente e abbagliante di quell’estate maremmana verso l’entroterra, per visitare tutti quei luoghi così nuovi per me, anche così diversi dal nostro vivere quotidiano. Mi incamminavo, da solo, per sentieri, in mezzo alla “macchia mediterranea”, in mezzo a gole rischiarate solo da un po’ di luce che veniva dall’alto, fra le campagne di olivi, calpestando la terra rossastra in mezzo a quei paesaggi “solari”, una volta percorsi da quelle genti meravigliose. Per fortuna, per prima cosa, scelsi di visitare un luogo molto significativo, forse il più significativo in assoluto, quello che parlava della religione di questo popolo, religione che era così radicata, in ogni atto in ogni istante della loro vita, in pace come in guerra, durante i loro svaghi, come in occasione di cerimonie funebri. Questo monumento rappresentava tutto poiché era il simbolo assoluto del loro credere, della loro religione, presa sul serio in ogni istante della loro vita, e non come vorrebbero farci credere certi storici quando parlano della loro religione esclusivamente come una specie di diavoleria, di esorcismo, di magia o di superstizione.

Articolo del giornale mugellano Il Galletto sul libro di Paolo Campidori - Capire gli Etruschi

La prima cosa che visitai fu il luogo dove sorgeva il tempio a Tarquinia. Era questo un luogo “solare”, intendendo per “solare” non solo il significato letterale, che può significare un luogo pieno di luce, pieno di calore, ma “solare” anche in senso magico, mistico. Forse la mia “sensibilità”, nel senso di concepire e percepire il trascendentale, in maniera forse più accentuata che in altre persone, senza tuttavia scendere ai livelli della extra-sensorialità o del paranormale, quei momenti passati entro l’area del tempio etrusco mi davano delle sensazioni, quasi reali, di “rivivere” in un certo senso la “presenza” e la “vita” dei nostri antenati etruschi, quindi delle forti imporessioni ed emozioni.

In quel luogo, così appartato dalla moderna città, però a breve distanza, nella campagna tarquinese, la vita sembrava essersi fermata. Intorno al tempio cperano greggi di pecore al pascolo, esattamente come è supponibile fosse circa tremila anni fa, e poi prati e olivi, una distesa di verde che copriva tutto il dolce declivio della vallata. Tutto era rimasto immutato, per fortuna. La vita, il “brulichio” immaginario dei fedeli che andavano e venivano dal tempio, davano l’impressione di una cosa reale, la sentivi, la percepivi, era come “spalmata” nei massi squadrati che formavano i muri della base del tempio. Ripeto, io non sono un “sensitivo”, parola oggi tanto usata per definire quelle persone che credono di avere dei poteri soprannaturali o extra-sensoriali, fenomeni molto discutibili che nella maggior parte dei casi sfociano in fenomeni di occultismo, spiritismo o addirittura di stregoneria. Tuttavia, trovandosi in questi luoghi, talvolta quasi inaccessibili, come ad esempio presso le tombe rupestri a Sovana, a Pitigliano, a Sorano etc, è inevitabile che una persona, dotata di una certa “sensibilità”, dotata di una certa capacitò di “viaggiare” con la propria mente attraverso secoli e secoli di storia, in altre parole, una mente “preparata”, una mente “addestrata”, provi certe sensazioni, che n on hanno niente a che vedere con il paranormale.

Mi parve interessante un certo esperimento, a metà fra la ricerca archeologica e la paranormalità di un gruppo di “sensitivi”, che trascorsero alcune notti nel buio e nel silenzio più assoluto, nel mistero trascendentale di quei luoghi, presso un sito archeologico, mi sembra di Cerveteri, registrando i rumori della notte con uno speciale “registratore”, un apparecchio sensibillisimo ai rumori. Questi sensitivi e ricercatori, allo stesso tempo, miravano a registrare certe voc che, pare, fossero state udite in questi luoghi archeologici, voci misteriose, di gente che pronunciava frasi in una lingua a noi sconosciuta: l’etrusco. Ovviamente, io non credo a certe cose, tuttavia mi sembra interessante, piena di fantasia e di fascino sentir dire da questi “sensitivi”, di aver registrato ad esempio lo scalpitio di cavalli e voci di cavalieri e amazzoni, passati proprio nelle vicinanze, voci e scalpitii “percepiti” solo da questo strumento sofisticatissimo. Anche se ritengo che la cosa sia molto opinabile, tuttavia dobbiamo ammettere che ha una certa poeticità, un certo fascino.

 

Questo per dire che, indipendentemente dai risultati di quell’esperimento, in quei luoghi, in quei ruderi di quelle antiche città, “esiste” qualcosa in più, che dei semplici massi, dei mattoni, delle tegole, dei buccheri, delle ceramiche. C’è qualcosa di impercettibile che non vedi, non senti, ma eppure valuti che sia lì accanto o davanti a te. E questa “percezione” non ti lascia, si impadronisce, si “impossessa” di te e ti spinge ad andare, a cercare, a studiare. Questa forza misteriosa ti spinge a visitare i luoghi dove viveva questa gente, posti unici, incantevoli o incantati, fatti di dirupi, di fiumi che scorrono in orridi indescrivibili, cascate, laghetti primordiali, strade incise nella roccia, con strani simboli, necropoli scavate nel tufo, dove il tempo si è fermato per migliaia di anni.

Così seguendo questo impulso di conoscenza ho visitato Vulci, con il suo museo di reperti situato nel bel castello medievale a guardia dell’arcato e ardito ponte a “schiena d’asino”, gettato fra le due rive dell’orrido del fiume, che scorre sotto fra cascate e precipizi e fra gole profondissime. E’ questo un museo particolare poiché vi trovi vasi, anfore, e oggetti di uso comune, molti dei quali recuperati dall’illecitae primitiva attività dei tombaroli della zona (ora gli stessi lavorano con mezzi sofisticati, molto più avanzati delle trivelle con manico di legno).

Qui ci sarebbe da aprire una parentesi su questa attività illecita che procura illeciti guadagni, o almeno, li procurava, a una disceta fetta di popolazione: si parlava allora di un buon 30-40% di abitanti impegnati in tale attività per “arrotondare” i magri stipendi o per supplire alla atavica mancanza di lavoro che, per molto tempo, è stata una caratteristica economica di questi posti. In alcuni casi, da parte di alcuni “tombaroli” il lavoro veniva fatto “a tempo pieno”. Si parlava di tombaroli esperti, nel settore, che potevano permettersi dei “contatti” con persone importanti, con professionisti, ecc. Per esempio, a me è stato raccontato, e questo non è un segreto, semmai è il segreto di Pulcinella, era nella bocca di tutte le persone del luogo, che, ad esempio “illustri” primari di ospedali laziali e toscani “abboccavano”, accetando in dono, reperti di ogni genere, in occasione di interventi operatori eseguiti sul “fior fiore” di tombaroli. Eppure, questi personaggi sapevano, dell’illiceità della detenzione di simili oggetti, ma li tenevano ugualmente in “bella vista” nelle loro abitazioni o nelle loro ville private, ben custoditi in vetrinette, per il lustro di “lor signori” e delle loro famiglie. I segreti veri, ce ne sarebbero, anche molti. Segreti svelati nelle aule dei tribunali, nei confessionali delle chiese, sussurrati dal popolino con un certo timore. Segreti che fanno parte della storia o che non faranno mai parte della storia, cose tramandate e che non verranno mai scritte. E purtroppo si sa, che quando una attività è illecita, ci si avvale di intermediari con pochi scrupoli, che remunerano la “manovalanza” con pochi spiccioli ed ottengono invece cospicue somme piazzando i reperti su mercati d’oltre Alpe o d’Oltre Oceano. Allora, si diceva, che il centro di raccolta e di smistamento fosse stata la Svizzera, e purtroppo temo che lo sia anche oggi, ma non è la sola nazione-mercato-antiquario. Da lì, si diceva, che i pezzi più importanti partissero per i musei e collezioni private di tutto il mondo.

Oggi, temo, che le cose siano molto cambiate. Da una parte penso che ci sia una maggiore tutela e una maggiore “esperienza” da parte delle Soprintendenze Archeologiche, dall’altra parte penso che vi sia un cambiamento in peggio, per l’affinarsi e per la complessità raggiunte da questi commerci affidati a antiquari senza scrupoli , se non a soggetti malavitosi.

Mi sembrava doveroso intingere un po’ il dito in questa piaga. La prima impressione che ebbi visitando un museo, vero (non che gli altri non fossero veri), come quello di Vulci, che esibiva il “bello” e il “brutto” dell’”affaire” o del “business” archeologia, mostrando per questa ragione, in tutto e per tutto un certo realismo, non fu la stessa impressione che ebbi, ad esempio, visitando i ruderi, o meglio quello che rimaneva del tempio di Tarquinia. Guardando attraverso gli spessi vetri delle vetrine del Museo di Vulci quegli ossari biconici, in cui gli etruschi mettevano le polveri, derivate dalla combustione dei corpi dei loro defunti, e che nascondevano accuratamente dentro una grande “olla” nel terreno, spesso tufaceo, ebbi l’impressione che la società odierna, la nostra, commettesse qualcosa di sacrilego, o, tutt’al più, qualcosa che non fosse giusto nei confronti di quella gente. Il fatto che fossero passati, qualcosa come venticinque o trenta secoli, non ci autorizzava affatto a “violentare” quelle tombe, che erano state destinate ai morti “per l’eternità” o almeno finché ci fosse vita nel mondo.

Gli etruschi ci tenevano al mondo dei morti, essi avevano un concetto della morte e dell’aldilà molto diverso dal nostro. Essi avevano il concetto, fortemente radicato, lo possiamo vedere anche dagli oggetti che erano di corredo alle tombe, ad esempio i nomi scritti sui calici, sui buccheri, nomi come Arunte, Nuzinai, Veltur, ecc. e frasi come questa “Io appartengo a Nuzinai” oppure “questo gotto l’ha messo Arunte per Velia, ecc. ecc.”. Gli etruschi avevano il concetto che chiunque avesse profanato le tombe, le loro tombe, sarebbe stato un sacrilego, e non sappiamo, a quali pene erano sottoposti coloro che si abbandonavano a tali atti sconsiderati.

La nostra religione cattolica e cristiana non permette a noi fedeli di avere il culto dei morti e delle tombe così come lo intendevano loro. Anzi, nel Vangelo Gesù dice in proposito: “lascia che i morti seppelliscano i loro morti”. Nella nostra religione il corpo del defunto non ha nessuna importanza, pioiché, Gesù nel Vangelo ci dice che “anche i capelli sono contati uno ad uno e che neppure uno di questi verrà perduto”. Gli etruschi invece avevano una concezione del “trapasso” intesa come un viaggio, sembra abbastanza lungo, che l’anima faceva su carri tirati da cavalli alati in compagnia delle divinità paradisiache e infernali. Durante questo viaggio, il defunto tornava alla tomba, per rifocillarsi, usando tutti quegli utensili che gli erano stati utili nella vita.

Oggi con la sfacciataggine più assoluta si profanano tutte queste tombe in nome della scienza e quello che potrebbe sembrare anche più grave è il fatto che questi oggetti, che potrebbero essere documentati e fotografati per essere rimessi al loro posto originale, vengono invece messi sotto il “fuoco” delle vetrine dei musei, interrompendo per sempre il silenzio ovattato del nascondiglio sotterraneo, e interrompendo sacrilegamente il “sonno eterno” dei n ostri antenati.

Noi non ci rendiamo conto che quei vasi che portano strani simboli incisi e che noi guardiamo distrattamente, con l’aria dei turisti annoiati, sono i resti mortali di persone che sono effettivamente vissute circa tremila anni fa. Il fatto dell’enorme quantità di tempo trascorso (che non è assolutamente niente nei confronti dell’eternità) non ci autorizza , perciò, a profanare queste tombe e a destinarle ad un uso improprio, commerciale, ecc. Quanto vale l’anima di un Etrusco, ammesso che la stessa possaessere rinchiudesa dentro un ossario biconico?

A me ha fatto sempre un po’ impressione le maledizioni che venivano scritte, ad esempio sulle tombe egizie, contro coloro che avessero osato disturbare il “sonno” dei defunti. Ammesso che non si tratti di sacrilegio, per le attenuanti che possono avere la scienza, la storia, l’archeologia, ecc. bisogna tuttavia ammettere che si tratta di mancanza di rispetto, se non di vera e propria indebita appropriazione, insomma un vero e proprio furto, commesso contro i defunti e contro i loro familiari. La nostra mentalità moderna cozza fortemente contro le antiche credenze etrusche.

Purtroppo sacrilegi o mancanze di rispetto, riguardo alle tombe degli antichi ne sono state fatte a iosa. Basti pensare alle mummie egizie. L’uso “migliore” che ne è stato fatto è quello di aver esposto i sarcofagi nei musei di tutto il mondo. Ma un uso improprio, anzi sacrilego al massimo, è stato fatto nella storia, passata e anche abbastanza recente, riguardo alle mummie egizie. La stupidità umana, nei secoli XV-XVII, le ha usate come, udite, udite, medicamento, come rimedio di alcuni mali, curati da una medicina idiota che a chiamarla empirica facciamo ancora un gesto di simpatia nei suoi confronti.

Se voi osservate certi “alberelli” (vasi da farmacia) del Sei-Settecento noterete la scritta “Momia”, che vuol dire proprio quella cosa lì: mummia. Questa era la farmacopea antica, che accanto alla “Panacea universalis”, altra stupidità del tempo, usava la polvere di mummia, per guarire chissà quali e quante malattie. Vi immaginate, questi poveri resti mummificati , queste carni a brandelli, queste misere stoffe che venivano usate per avvolgere il defunto, “pestate” nei pestelli di marmo e ridotte a polvere e venduta come rimedio agli ignari malati del tempo? Ma ci rendiamo conto della stupidità umana? Non voglio certo denigrare la farmacopea del periodo “barocco”, essa si avvaleva senz’altro anche di rimedi utili e efficaci, anzi dobbiamo ammettere che nell’antichità si aveva una conoscenza di certe virtù senz’altro terapeutiche del mondo vegetale, che soltanto adesso noi andiamo riscoprendo con razionalità e scientificità nella farmacopea moderna. Per non parlare dell’uso più moderno che ne è stato fatto per migliaia e migliaia di queste mummie. In periodi di scarsità energetica, queste mummie sono state usate come, sembra impossibile a crederci, eppure è così, combustibile per le caldaie dei treni a vapore. Quanti chilometri hanno fatto le locomotive di tutta Europa con questo “speciale combustibile”.
Ignoranza, certo. Colpa anche della nostra religione che non è tollerante con le antiche credenze, che le considerava idolatre. E’ meglio stendere un velo pietoso su questo argomento che ha dell’incredibile.

In questo museo di Vulci fui incuriosito da un’altra cosa. Accanto agli ossuari, accanto alle ceramiche, accanto ai buccheri c’erano gli oggetti che servivano per il vivere quotidiano degli etruschi, dissotterrati, ripuliti e restaurati con cura da abili ed esperte mani di restauratori, fra questi gli specchi in bronzo, che non hanno specchiato alcuno da secoli e secoli. Anzi, io mi sono sempre chiesto come si facessero a specchiare gli antichi. Sarà questa mia una domanda ingenua, ma io non riesco a capire come queste pareti degli specchi, così grezze, così ruvide, avessero potuto tanti, tanti anni fa, rispecchiare il volto di una bella donna etrusca, con le labbra carnose, con le trecce nere e con le orecchie ornate di bei orecchini, oppure rispecchiare il volto rude di un etrusco con tanto di barba nera.

Oltre a questi tanti “rasoi”, in rame o in bronzo, modellati in una foggia particolare, a forma di luna, con decorazioni orientaleggianti. Anche per questi mi sono semprechiesto, come avessero potuto gli etruschi sbarbarsi con rasoi così rudimentali e all’apparenza poco taglienti. Ho l’impressione che più che tagliarsi essi si strappavano la barba, questi rasoi non avrebbero potuto fare di meglio. Ma soprattutto notai che tutto, o una buona parte degli oggetti esposti, erano lontani, distanti dai nostri stili (Intendo dire che non c’era alcuna forma di continuità estetica fra la loro arte e la la noistra) Quei rasoi a forma di luna, gli specchi con incise scene mitologiche, gli oggetti della cucina, come colatoi (in Toscana li chiamiamo colini), i treppiedi, i carrelli, tutte queste cose avevano un “gusto” una particolarità che sapeva di Oriente.

Per questo tali oggetti emanavano un fascino così misterioso. Per la verità io rimasi affascinato da questi “etruschi della prima ora”, come si direbbe oggi., vale a dire del primo perido, quello anteriore alla scrittura, cioè i due secoli che vanno dal IX (e precedenti) al VII a.C. , periodo che è stato definito anche “villanoviano”, con un po’ di confusione. Quegli anni, in cui visitai il museo, erano gli stessi in cui le forze dell’ordine, polizia, carabinieri e finanza avevano assestato i primi importanti colpi ai “tombaroli” più o meno professionisti. Infatti in questo museo del castello di Vulci, come ho già detto, appese alle pareti, c’erano i “corpi del reato”, cioè quelle specie di bastoni a forma di “T”, che avevano all’estremità inferiore una specie di avvitatura per affondare l’attrezzo nel terreno, e nella parte superiore, il braccio o il Tau, che serviva per far leva nell’avvitatura. Non appena questo attrezzo, sentiva il vuoto, cioè la tomba etrusca, e il terreno non faceva più resistenza, i “tombaroli” avrebbero capito che lì, in quel punto, sicuramente, ci sarebbe stata una o più sepolture etrusche.

Certo questi tombaroli erano persone di pochi scrupoli e, in giro, nel paese, si diceva che questi usassero ogni “mezzo” per portare il bottino, vale a dire i tesori delle tombe, a destinazione dei ricettatori. Sappiamo che i ricettatori sono quegli intermediari che acquistano le cose rubate ai ladri, in questo caso ai tombaroli. Andando poi per la campagna intorno a Tarquinia o intorno a Vulci, ho spesso visto, nascoste dalla vegetazione, o negli anfratti dei muri a secco, pale, picconi e, appunto, queste trivelle a forma di tau, tutti utensili che i tombaroli avrebbero usato nelle notti in assenza di luna, cioè di luce lunare, per non essere visti dalle forze dell’ordine. Faceva un po’ impressione vedere come tale abuso venisse commesso, quasi approfittando della “impotenza” delle forze dell’ordine, quasi sempre a causo dell’inadeguatezza degli organici e dei mezzi finanziari.

Dopo Vulci mi recai a visitare gli ipogei, vale a dire le tombe scavate nel terreno tufaceo sparse nella campagna tarquinense. Ebbi allora la fortuna, quasi il privilegio, di vedere, quasi di toccare, quegli affreschi parietali, dei quali avevo sentito decantare la bellezza. Purtroppo su questi affreschi, visitati da centinaia di persone, si erano formati, a causa del vapore acqueo emesso dalla respirazione dei visitatori e quindi della umidità, dei sali che rischiavano di disgregare e polverizzare i pigmenti degli affreschi. Nonostante ciò, notai che questi affreschi avevano dei colori bellissimi, naturali, cioè colori fatti macinando certe terre e certe pietre. Vi si scorgevano colori che andavano dall’ocra al rosso mattone, al blu intenso delle acque e del cielo alle “terre” delle campagne, al verde-rame delle fronde degli alberi. Oggi questi colori non esistono più, poiché essi vengono preparati chimicamente dall’industria, insomma non è più una produzione artigianale.

Per la visita di queste tombe, si scende una scala, abbastanza ripida, scavata nel tufo, poi si percorre una specie di “dromos” (andito), prima di arrivare alla stanza della tomba vera e propria. Oggi non è più possibile entrare nella tomba, il visitatore viene fatto sostare all’ingresso, che è chiuso da una lastra di vetro o di plexiglas. Già allora, nel 1976, si diceva che il privilegio che avemmo avuto noi, cioè quello di “toccare” (in senso figurato) realmente gli affreschi, sarebbe toccato ancora a poche persone. Davvero mi trovai, per la prima volta, di fronte a qualcosa di meraviglioso, a qualcosa che mai avrei pensato di poter vedere. Davanti a me scorrevano le scene e i personaggi dipinti con una intensità e una nitidezza tale, che sembravano vere, che sembravano attuali, non dipinte quasi tremila anni fa.

Davanti a me, per la prima volta, apparivano gli etruschi in tutta la loro realtà. Non più il fascino tetro degli ossuari biconici, o il nero metallico misterioso dei buccheri, oppure i volti pensierosi, talvolta ieratici, dei personaggi raffigurati nei monumenti tombali. Davanti a me la vita, la vita vera, quella vissuta dagli etruschi giorno dopo giorno. Che idea sbagliata ci eravamo fatti degli etruschi guardando i loro monumenti tombali! Quanto erano simili a noi nella realtà, quanto erano vicini ai nostri costumi, al nostro modo di vivere la vita! Quelle scene dei fiumi, dei bambini che si tuffano nel torrente dalle cascate, quanto erano simil a noi, quando andavamo a fare il bagno nei fiumi e ci tuffavamo nel torrente a capofitto, andando a scoprire ciò che di meraviglioso e di “sottomarino” c’era dentro quelle acque limpide. Noi, come i ragazzi etruschi ci libravamo nell’aria come degli uccelli, per poi cadere con tutta la nostra gravità nelle acque limpide; noi, come i ragazzi etruschi, ci immergevamo nelle acque, per un momento in competizione con i pesci e con gli altri animali acquatici. E poi sole, luce, natura, alberi, e il cielo turchino e bellissimo delle nostre giornate estive toscane.

Questi erano gli etruschi, gli etruschi veri che non avevano niente a che vedere con gli etruschi ormai romanizzati, quelli per capirci, dell’Arringatore e delle altre sculture, più romane che etrusche. Niente di tutto questo ma la vita felice di questo popolo, che ballava al suono del doppio flauto, in compagnia di giovani donne, anch’esse scatenate nella danza al ritmo del doppio flauto e di altri strumenti. Non trapelava tristezza in questi affreschi ma solo allegria, voglia di vivere, vitalità assoluta. Guardavi quelle scene, quei personaggi e un’ora dopo, al rientro a casa, in quel di Montalto di castro, questi personaggi, queste donne, le trovavi per strada, identiche. Se guardavi i loro orecchi vedevi gli stessi orecchini delle donne etrusche, ai polsi le stesse armille, al collo le stesse collane di oro e di pietre persone. E poi il loro incedere, il loro sorriso, enigmatico, come le Gorgoni delle antefisse, i loro occhi socchiusi, le loro pupille grandi e nere, i loro capelli neri come il carbone. Come erano vicino a noi gli etruschi che apparivano in quelle scene di quegli affreschi e come erano moderni, una modernità che oserei definire scioccante.
Dopo il Museo di Vulci, ormai “invasato” (nel senso buono del termine) da questa smania di conoscenza di questo antico popolo, visitai il Museo di Tarquinia e di quasi tutte le altre principali città etrusche.

Da allora in poi i miei studi sugli Etruschi sono stati costanti nel tempo. Ho consultato i maggiori autori archeologi, etruscologi, filologi; ho visitato moltissimi musei e anchi molti scavi in Toscana., Lazio, Emilia Romagna e ho visitato tante mostre sugli Etruschi. Mi sono interessato particolarmente del territorio in cui abito e lavoro e cioè il territorio vicino a Firenze e la Maremma in particolare. Ho sempre cercato tuttavia di non essere dipendente da nessun capo-scuola, e di non tener conto mai del pensiero “dominante” o “ufficiale” come verità assoluta, ma come una verità che andava cercata, valutata e, soprattutto condivisa. Ho apprezzato molto studiosi-etruscologi e filologi, fra questi, il Pallottino, il Pittau, il Semerano, ecc. ecc. , come pure numerosi studiosi del passato come il Tarquini, lo Stickel, ecc. Sono sempre stato dell’opinione che, ancora oggi, nessuno studioso degli Etruschi può dire qualcosa di veramente definitivo, poiché tante altre scoperte dovranno essere fatte in campo storico, scientifico ma soprattutto archeologico

Ho cercato in questo mio libro, di non avere, neppure lontanamente, la pretesa di fare un libro per specialisti ma di comunicare il mio pensiero sugli Etruschi alla gente, e soprattutto mi sono preoccupato capire le loro lontane origini, la loro lingua, la loro religione, che sono i cardini su cui si basa l’esistenza di qualsiasi popolo. La mia è quindi una storia “controversa”, che dice qualcosa di diverso da quello che è stato detto fino ad ora.
Ci sarò riuscito? Spero senz’altro di sì.

ETRUSCHI: LA QUESTIONE DELLE ORIGINI

Eccoci arrivati a uno dei punti “dolens”, o meglio al punto più misterioso in assoluto di tutta la questione etrusca: quella delle origini, o meglio della provenienza. Esistono varie teorie su questo punto, nel senso che gli studiosi sono divisi se azzardare, avallare o dare per scontato le varie teorie avanzate nel corso della storia, oppure se non sia, più prudente parlare di una necessità, o meglio ancora non parlare di origini, ma di “formazione”. Insomma, inutile nasconderlo, se la fine della civiltà di questo popolo resta misteriosa, non di meno lo è il suo inizio, se così si può parlare. Esistono varie teorie sulla provenienza o sulle origini, ma a me sembra, che la “teoria” che attualmente sia più “di moda” è quella dell’autoctonìa. Ho avuto la conferma di ciò, anche la scorsa estate, vistando vari musei dell’entroterra etrusco maremmano. Al contrario delle teorie avanzate a cominciare dall’antichità, fino ad arrivare all’età moderna, su questo spinoso problema, il grande storico ed etruscologo Massimo Pallottino, per la prima volta, ha come dire, “disconosciuto” il problema delle origini rovesciando, in un certo senso, il modo di ragionare, e di congetturare sulla provenienza di questo popolo ed ha aperto una tesi, tutta propria, discutibile anche questa, se vogliamo, cioè quella della “formazione in loco” di un popolo. Bisogna dire a questo proposito che la scienza dell’Etruscologia, intesa in senso metodologico, moderno, della “etruscologia” è abbastanza recente, essa risale solo nel XVIII secolo, quindi verso il 1700. In passato, è vero, erano state ipotizzate, varie tesi sulle origini di questo popolo, ma, si sa le fonti antiche, quelle greche e romane, erano un po’ troppo influenzate dalla mitologia che era la religione di quei tempi. E’ vero che un illustre studioso ha affermato che non è la storia a spiegare la mitologia, ma è quest’ultima a spiegare la storia, ma non esageriamo. Fatto sta che molti avvenimenti considerati un tempo mitologici, si rivelano veri, cioè la mitologia ci ha permesso di scoprire molte verità diventate storia. Dunque, é questo il punto importante del discorso, gli etruschi erano stati in un certo senso dimenticati. Fino a non molto tempo fa, la cultura ufficiale, la storia del nostro paese era letteralmente “intrisa” di romanicità e questo lo è stato per moltissimo tempo, per quasi due millenni. La conquista del popolo etrusco, per mano dei romani, ha cancellato del tutto o quasi il ricordo, la lingua, gli usi, la scrittura di questo popolo meraviglioso. L’effetto che ha avuto la civiltà romana sul popolo etrusco è simile a quella, che nei secoli passati, persone, davvero maldestre e poco illuminate, hanno steso una mano di bianco o di altro colore coprente su meravigliosi affreschi medievali, rinascimentali, barocchi, etc. Oggi, con la mano paziente del restauratore, con il suo bisturi usato sapientemente, questi capolavori, a poco a poco, vengono riscoperti in tutta la loro bellezza, quasi per magìa. Lo stessa cosa sta avvenendo per gli etruschi. Giorno dopo giorno assistiamo, alla scoperta di tombe con ricchi corredi, di siti archeologici, di fondamenta di case, di templi, ecc. La civiltà etrusca, sta affiorando prepotentemente dagli scavi, in tutta la sua bellezza e oggi, più che mai, possiamo affermare con sicurezza che non due grandi civiltà antiche hanno influenzato la nostra Italia, ma di tre grandi civiltà: quella greca, quella etrusca e quella romana. C’è stato indubbiamente un concorso di fattori, che hanno determinato l’offuscamento di questo popolo. Senza dubbio i romani hanno avuto il ruolo maggiore di demerito, avendo assoggettato questo civilissimo popolo, quindi avendolo privato della libertà, dei loro costumi, della loro religione ed avendogli fatto accettare forzatamente la loro cultura. Poi le invasioni barbariche e il cattolicesimo hanno fatto il resto. In seguito, per tutto il medioevo, nelle università europee, lo studio della lingua latina e del diritto giustinianeo, era alla base di tutti gli indirizzi di insegnamento di allora. Poi è venuto il Rinascimento, un movimento culturale complesso, che aveva fra le altre caratteristiche, quella della riscoperta e lo studio degli antichi capolavori di letteratura greci e latini, della riscoperta delle bellezze classiche scultoree, architettoniche e pittoriche, sempre di queste due civiltà del passato ma non degli etruschi, salvo poche eccezioni, come, ad esempio, la Chimera d’Arezzo, “restaurata” in periodo rinascimentale. Bisogna arrivare, come abbiamo detto, al 1700, esattamente 1726, con la fondazione della Accademia Etrusca di Cortona, che diventerà il centro di questa attività erudita. Soprattutto nelle nostre scuole, gli etruschi, sono stati emarginati dalla nostra cultura (con il pretesto che non si trattava di un popolo civile ma di gente dedita ai passatempi e alla vita godereccia: un’immagine questa del tutto falsata) in favore di una romanicità esasperante, insegnata pedantemente nelle scuole fino a farcela diventare indigesta. Eppure gli etruschi ci hanno dato tanto in termini di cultura, di lingua, di costume, anche se non si sono trovati ancora i famosi testi letterari, vale a dire gli scritti eruditi etruschi sulle varie discipline. Gli etruschi, con la loro arte, hanno riempito i musei italiani e di tutto il mondo con le loro sculture, le ceramiche, i meravigliosi gioielli o oggetti del loro vivere quotidiano. Non per ultimo la lingua. Eppure anche questo apporto così importante è stato, per così dire, disconosciuto. Non importa risalire ai vecchi dizionari dell’Accademia della Crusca, per rendersi conto di ciò. Basta guardare un dizionario dei nostri studi giovanili, delle scuole superiori, per renderci conto di come nella derivazione delle parole si parli quasi esclusivamente di derivazioni latine e greche o arabe. Dove mancano queste derivazioni, i vocaboli restano senza paternità, sembrano non avere storia, come usciti fuori dal nulla. Se io prendo, ad esempio la parola “olio”, il vocabolario mi dice che deriva dal latino “oleum”, lo stesso dicasi per vino. Eppure gli etruschi chiamavano quest’ultimi “eleiva” e “vinum”, molto simile al nostro italiano. Ce ne sono in abbondanza parole che derivano dall’etrusco. Prendiamo la parola “clan”. Oggi sentiamo dire Sempronio appartiene al “clan” di Tizio o di Caio, oppure per fare un esempio più terra terra, il Clan di Cementano. Per gli etruschi clan significava “figlio”. Invece, la parola “sex”, una parola oggi tanto usata e abusata, vale a dire “sesso”, in etrusco significava “figlia”. Mi sembra ci sia un ottimo accostamento fra i due significati. E non possiamo fare ancora uno studio definitivo, poiché per ora i vocaboli etruschi conosciuti sono solo quelli relativi all’ambito tombale, cimiteriale e poc’altro ancora. Con il tempo, via via che ci saranno nuove scoperte, vedremo sempre più l’apporto notevole della lingua etrusca sulla nostra lingua italiana. Dobbiamo renderci conto che gli Etruschi sono fra noi, sono “tornati”, anzi ci sono sempre stati, non sono mai andati via. Le genti etrusche che popolavano Fiesole e il Mugello Orientale sono sempre lì, con i loro usi, i loro costumi, la loro lingua caratterizzata da quella “c” aspirata di derivazione etrusca. I Romani li hanno vinti, li hanno assoggettati, ma non li hanno annientati. Piano piano, i loro oggetti personali tornano in superficie: rasoi, piatti, le anfore, le “mezzine” di rame saltano fuori dal terreno e ci parlano: “Mi spanti Nuzinaia”, “Mini muluvanice Mamarce”, “Io appartengo a Nuzinai”, “Questo Mamarce l’ha donato a me”, e così tornano a farsi “vive” le persone: Nuzinai, Mamarche, che il tempo aveva dimenticato. Poi tornano a rivivere i volti di questa gente raffigurata nei coperchi dei sarcofagi, negli affreschi parietali delle tombe, nella lamine, nelle statuine in terracotta. Tornano i loro stupendi gioielli come le fibule, gli orecchini, i bracciali. E’ un mondo che “rimpatria” ma che non era mai sparito, solamente era stato dimenticato. In uno studio recente, nel sangue degli italiani, ma in particolare in quello dei toscani, è stata rilevata un percentuale non trascurabile di sangue etrusco, cioé di quel sangue le cui caratteristiche sono state analizzate nei reperti umani delle tombe etrusche e che corrisponde parzialmente alle caratteristiche del sangue di noi “etruschi moderni” la cui composizione è senz’altro detrminata da elementi fornitici dal buon vino delle nostre vigne e dall’ olio extra vergine di oliva. Nei territori dove non attecchiscono queste due piante, dubito che vi abitassero gli etruschi! Non vi sembra meraviglioso tutto questo? Ma abbiamo perso di vista il tema delle “origini”, tema che riprenderemo prossimamente.

ETRUSCHI: “IL POPOLO DEI DUE MARI”

Come si definivano gli etruschi di Poggio Colla, di Frascole o di Pietramensola? Il problema dell’origine dei nostri antenati mugellani, visto con gli “occhi” della storia.

Da dove veniva quel popolo che ha lasciato vistose tracce della propria civiltà e che ha abitato fra il VII e il V secolo sulle alture di Poggio Colla presso Vicchio di Mugello? La stessa domanda possiamo porci per gli antichi abitanti di Frascole, presso Dicomano, dove era attestata una civiltà, che aveva simili caratteristiche a quella di Poggio Colla? Per non parlare degli antichi abitanti di Ronta, il cui nome deriva da “Arunte”, degli antichi abitanti di Pietra Mensola o “Mesula”, il cui nome deriva da “Mels”, nome di persona etrusco. Gli esempi potrebbero continuare con Rostolena, Varena, ecc. ecc. Se avete fatto caso, fino ad ora non ho nominato la parola “etrusco”. Ve lo dico subito, questa parola, questa “etichetta” che significa “abitatore dell’Etruria”, a pensarci bene, non potrebbe essere la più appropriata. A me sinceramente non piace molto, anzi vi dirò che mi va un po’ stretta. Mi piace più parlare di nostri “antenati” mugellani, tarquinensi, vulcenti, volterrani, ecc. La parola “etrusco”, è stata coniata al tempo dei romani.I greci invece definivano gli etruschi con la parola “Tyrsenoi” che significa “tirreni”. Ma già Dionisio di Alicarnasso, retore e storiografo greco, vissuto però a Roma fra il 30 e l’8 a.C. ci avverte di fare attenzione, poiché gli abitanti dell’Etruria non si facevano chiamare né “tirreni”, né “etruschi”, ma unicamente “Rasenna”. In fondo Dionisio, da quel grande storico e viaggiatore che era, non aveva fatto altro che precisare e documentare quello che aveva sentito con i propri orecchi da un etrusco. Oggi definiremmo Dionisio come un “testimone” di quel tempo. Senz’altro questa notizia è giusta, non abbiamo ragioni di dubitare, anche perché l’etimologia della parola “rasenna” è senz’altro etrusca. Allora sbagliavano i romani o forse i greci? In realtà, definire un popolo “abitatori dell’Etruria”, può voler dire molto o può voler dire molto poco, se non si definiscono i confini dell’Etruria. Fino a non molto tempo fa, non parlo di secoli, era comune intendimento fissare i confini dell’Etruria “vetus”, fra i due fiumi Arno e Tevere. Questo territorio aveva come confine “naturale” la catena degli Appennini. Così ci rendiamo conto che in passato non venivano definiti “etruschi” gli abitanti ad esempio di Marzabotto (l’antica Misa?), oppure gli abitanti di Bologna (l’antica Felsina). In altre parole non venivano definiti “etruschi” coloro che abitavano al di là dell’Appennino. Costoro, infatti, venivano definiti “villanoviani”, da Villanova presso Bologna. Eppure, ormai è stato riconosciuto da tutti gli studiosi, che i “villanoviani” non sono altro che gli “etruschi” che hanno abitato questa fascia di terra dell’Italia Centrale, che comprende la Toscana, il Lazio, l’Emilia e l’Umbria (con qualche piccola esclusione), territorio bagnato ad Ovest dal Mar Tirreno e ad Est dal Mare Adriatico. Dunque, una volta, fra il IX e il VII secolo a.C. i tarquinesi e i “felsinei” (bolognesi), erano esattamente la stessa cosa, stesso popolo, stessa origine. Negli strati più profondi delle grandi città etrusche, come Tarquinia, Cerveteri, Volterra, Felsina, Marzabotto ecc, emergono risultanze archeologiche identiche, cioè villanoviane. Fino a non molto tempo fa, pur ammettendo la quasi identità della cultura “etrusca” con quella “villanoviana”, gli storici, gli etruscologi, avevano una sorte di timore “riverenziale” nei confronti di quella che era stata, da sempre, considerata Etruria, nel dire la verità, e cioè che si trattava della stessa identica civiltà, dello stesso popolo insomma. Questo popolo che io definirei, per le sue caratteristiche geografiche “dei due mari” aveva in comune gli stessi costumi, la stessa religione, la stessa scrittura, lo stesso modo di seppellire i defunti. Poi gli etruschi del versante “Mare Adriatico” e quelli del versante “Mare Tirreno” subirono eventi storici diversi, mi riferisco all’invasione romana da una parte e quella celtica dall’altra, che caratterizzarono , negli anni a seguire, due diverse civiltà, ma che in origine però erano le stesse. Ecco perché parlare oggi di “etruschi” in termini di “Etruria”, territorio fra Arno e Tevere, può risultare una interpretazione restrittiva, in quanto non tiene conto dell’Etruria “adriatica”. Allora come chiamarlo questo popolo? “Rasenna”? Tutto sta nel significato reale di questa parola. A tutt’oggi, non abbiamo una traduzione letterale “sicura” per “rasenna”. E’ stato ipotizzato che essa equivalga o significhi proprio “il popolo”. La questione è un po’ controversa poiché in etrusco la radice “rasnà” indica “uno spazio pubblico soggetto al regime della limitazione”. Quindi se si vuol dare credito a questo significato la parola “rasenna” significherebbe semmai “repubblica”, dal latino “res publica”. Ma, anche se così fosse, dobbiamo ammettere che la cosa ci dice ancora molto poco, poiché se ad uno di noi venisse chiesta la nostra nazionalità e noi rispondessimo: “Siamo gli abitanti della Repubblica”, sicuramente penserebbero che ci manchi qualche venerdì all’appello. “Repubblica” o “Rasenna” non definiscono uno Stato, ma qualificano la condizione giuridica e politica del medesimo. Solo se io dico: “Sono un cittadino della Repubblica Italiana” la cosa avrà un senso compiuto, poiché ciò indica la mia appartenenza ad una nazione piuttosto che ad un’altra. Forse, quel cittadino etrusco, interpellato da Dionisio di Alicarnasso, avrà voluto significare, che apparteneva ad uno Stato oppure ad una Federazione di città (la Dodecapoli) e che non era insomma né un nomade, né un girovago e tantomeno un apolide. Ecco quindi che, ai lumi del pensare moderno, dire abitatore dell’Etruria o dire Rasenna, può non significare affatto riferirsi alla realtà “totale” del mondo etrusco. Ciò ci confermerebbe che, se vogliamo risolvere il “mistero” delle origini o della provenienza degli etruschi, tenendo conto esclusivamente delle fonti antiche, greche romane o egizie, questo “mistero” si infittirebbe sempre di più. Sabatino Moscati, grande archeologo diceva: “In archeologia non esistono misteri, ma solo problemi da risolvere”. Allora non c’è dubbio: in etruscologia i problemi non mancano. Circa l’origine degli etruschi sono state fatte ormai tutte le ipotesi: quella della provenienza orientale, la provenienza lidica (Isola di Lemno), la provenienza pelasgica (antichi popoli marinari), la tesi “autoctona” ripresa da Dionisio, la provenienza dal nord dell’Italia, la provenienza adriatica, fino ad identificare gli etruschi con gli ebrei o con alcuni popoli dell’antico Egitto o dell’India. Voi direte che manca solo l’ipotesi che gli Etruschi vengano dal cielo. No, è qui che sbagliate. E ’stata fatta anche codesta ipotesi, e cioè che gli etruschi non fossero altro che degli extra-terrestri! Analizzeremo le varie ipotesi, una per una, in una prossima occasione.

LA PAROLA AI NOSTRI ANTENATI ETRUSCHI

Gli Etruschi eh? Ve li immaginate i nostri antenati che vivevano sparsi un po’ ovunque in Mugello, sul Poggio Colla, a Montebonello, a Frascole, oppure a Pescina, Pietramensola, Ronta, ecc. ecc. come sarebbero stati buffi se avessero giocato alla mora? I nostri vecchi, invece, con un colpo secco delle mani e con le dita aperte dicevano: “Sei, otto, quattro, sdum, tutta”. E gli etruschi mugellani? “Ci” per dire tre; “Cesp” per dire otto; “Huth” per dire sei; “Sa” per dire quattro, ecc. Poi magari, se incontravi un etrusco per la strada di Frascole e gli chiedevi: “ Chi siete? Di dove venite? Di dove siete originari?” Senza dubbio ti avrebbe risposto: “Caro amico, il mio nome è Arunte noi siamo Rasenna” Il nostro Tizio inquirente, sarebbe rimasto a bocca aperta ed avrebbe esclamato: “Non ho capito un’acca, questo per me è etrusco!”. In realtà rasenna sta per popolo, in altre parole: noi siamo il “Popolo”, il popolo per eccellenza. La parola ha attinenza con la radice ràs che sarebbe l’equivalente del latino res, da cui deriva, res-publicae (cose pubbliche) e per l’etrusco equivale a rasnés o rasné (atti o cose pubbliche). Il popolo etrusco, nel suo insieme era diviso in città e villaggi e questi, a loro volta erano composti da famiglie (lautun) che vivevano in athre (edifici), probabilmente case dotate di atrio (da qui la derivazione latina “atrium”). Se poi allo stesso Arunte gli avessi chiesto come fosse composta la sua famiglia, ti avrebbe risposto che la sua lautn (famiglia) è composta dal apa (padre), dalla ati (madre), che sarebbe stata poi la puia ( moglie di suo padre), da alcuni clan o clen-ar (figli) (o anche vel che ha il significato di “figlio di”), e da alcune sex (figlie). Chissà se il vocabolo attuale “sesso” non derivi proprio dal sostantivo etrusco “figlia”? Anche il vocabolo “clan” lo ritroviamo nella nostra lingua: Tizio o Caio appartengono a quel “clan” (gruppo di persone). Infine Arunte avrebbe detto al nostro interlocutore che nella sua famiglia ci sono alcuni lautni (liberti), vale a dire alcuni schiavi affrancati. Gli etruschi erano molto religiosi. Essi amavano molto l loro eiser o laran (divinità) ai quali offrivano offerte (fler, offrire; cleva, offerta) o sacrifici (nunthen). Il pievano o “piovano” di oggi, come si dice in Toscana, era il cepen o cipen (sacerdote), il quale offriva agli dei (eiser), che avevano i nomi di Fuflun (Bacco), Nethuns (Nettuno), Pacha (Bacco), ecc. Le offerte (tartiria) venivano messe sull’altare su un’aska (vaso) e date in dono (alpnu) alla divinità (Calu). Le cerimonie sacre (zusleva) dovevano essere frequenti e tutte in occasioni di matrimoni, funerali, ecc. Forse molti dei matrimoni si svolgevano come da noi in alcale (giugno), o quando i fichi erano maturi, in Cel o Celi (settembre). Gli etruschi amavano molto bere (spesso e volentieri un “gottino” di quello buono): un buon bicchier di vinum (vino) rosso, che i possidenti (acnina) coltivavano per se e per i clienti (etera). Gli etruschi erano molto attenti ai loro possedimenti e i loro tularu (confini) venivano misurati con un attrezzo apposito chiamato groma (Da questo vocabolo la derivazione di “agronomo”). Gli etruschi amavano la natura in generale e i rapaci in modo particolare, per essere, questi, dotati dalla natura di doni quali: una vista eccezionale, la capacità di volare, ad essi sconosciuta, e la capacità di cacciare e di procurarsi le prede. L’antha (aquila), era segno divino della potenza trionfale e della gloria regale; il falco (arac o capu) era ritenuto anche un simbolo del cielo (attivo) in contrapposizione alla terra (passivo). Per quanto riguarda l’etrusco scritto possiamo affermare che il problema è parzialmente risolto nel senso che conosciamo molte cose, ma altre ci sono oscure (troppo pochi sono i vocaboli a nostra disposizione e quasi tutti riguardano l’aspetto funerario, vale a dire le iscrizioni trovate sulle urne, sul materiale lapideo o sulle ceramiche usate per il cerimoniale funebre, ecc.) Non esiste invece un problema di decifrazione poiché l’alfabeto etrusco è perfettamente leggibile. Gli etruschi avevano accolto già nel VII sec. un alfabeto ricco di 26 lettere, derivante dall’alfabeto greco (vedi tavoletta rinvenuta a Marsiliana d’Albegna). La scrittura va da destra a sinistra contrariamente a quanto accade nella scrittura greca e latina. Vani sono stati diversi tentativi di spiegare l’etrusco con il greco, l’hittito, l’armeno, l’egiziano, ecc. Solo la lingua parlata nell’isola di Lemno sembra abbia una stretta affinità con l’etrusco. Un particolare curioso: la “c” aspirata toscana sembra una derivazione della lingua etrusca. Nonostante certe affinità, la lingua etrusca ci appare distante, molto distante dalla nostra lingua, ma non dobbiamo meravigliarci più di tanto. Alla civiltà etrusca, si sono sovrapposte nel tempo moltissime altre civiltà: romani (il latino però ha cominciato da tempo ad annoiarci e non a caso sta scomparendo dal rituale cattolico e dall’insegnamento nelle scuole), celti, longobardi, franchi, ecc. ecc. e del ceppo originario della lingua etrusca rimangono soltanto alcune reminescenze. La lingua etrusca però è giunta fino a noi mutilata e impoverita, ma, speriamo, non del tutto dispersa.

MA CHE CAVOLO DI LINGUA PARLAVANO I NOSTRI ANTENATI ETRUSCHI?
Un viaggio immaginario alla scoperta dell’idioma etrusco

“Mi spanti Nuzinaia”: Io sono il piatto di Nuzinai. Fino qui niente di trascendentale. Già perché gli etruschi personalizzavano ogni cosa, anche i piatti. Era un po’ come dire: “se non ti dispiace posa questo piatto poiché non appartiene a te, ma a Nuzinai. Questa Nuzinai, sarebbe la nostra Nunziatina, almeno si avvicina come fonetica. Ancora “Mini muluvanice Mamarce”. Qui anche se la cosa sembra un po’ più difficile, non dobbiamo per niente spaventarci. Semplicemente: “Mamarche” – che potrebbe essere un po’ il nostro Marco – l’ha dedicato a me (forse a una divinità). Ma qui già vediamo una differenza fra “mi” uguale a “io” e “mini” che significa “a me”. Questo “mini” è molto simile a quel “mene” che si sentiva, fino a non molto tempo fa, nella parlata di certi contadini toscani. Per esempio, in Mugello, si poteva sentir dire una frase come questa: “l’ha detto a mene” (l’ha detto a me). Ed ecco dimostrato come la lingua etrusca abbia avuto una continuità nel tempo, per secoli e secoli, fino ad arrivare ai nostri giorni. Però se io esamino la frase seguente: “partunus vel velthurus satnalc ramthas clan avils lupu XXIIX”, cosa vi viene in mente? Buio assoluto? Forse che quel “lupu” significa lupo? No, qui le cose si complicano un pochino. Ci sono molti nomi di persone in questa frase, come Partunu, Velthur e Satlnei. Notate il primo nome con quella “u” finale, sembra sardo, no? Velthur, invece assomiglia a Valter, ma è una pura congettura. Allora la frase etrusca dice: Partunu Vel (Vel sarebbe il cognome), figlio di Velthur e di Satlnei, morto (lupu) a 28 anni. Purtroppo per il nostro Partunu, o Partuno se lo vogliamo italianizzare, la vita non fu generosa con lui, infatti l’iscrizione dice morto a 28 anni, troppo giovane anche per quei tempi. Quel “lupu” etrusco che ha il significato di “morto”, assomiglia al nostro lupo, è vero. Chi sa, se gli etruschi chiamassero questi animali davvero “lupu” e se il sostantivo significasse anche l’equivalente di “pericolo”, oppure “morte”. Certo i lupi allora dovevano essere molto pericolosi, molto affamati, e quando si avvicinavano a un gregge di pecore a qualcuna di loro toccava la mala sorte di diventare “lupu”, cioè uccise, morte. Solo ipotesi. Ma guardiamo ancora un’altra frase: “Alethnas Arnth larisal tarchnalthi amce”. Qui veramente non sappiamo che pesci prendere. Ma non c’è tutta quella difficoltà come appare ad un primo esame. Intanto Alethnas Arnth sono un nome e cognome, come io dicessi, ad esempio Mario Rossi. Poi “larisal” va scomposta in due paroline “Laris” e “al”, dove Laris è un nome e “al” sta per “figlio di”. Poi troviamo un’altra parolina “zilath” o “zilche” che significa “magistrato”. Non impressioniamoci, eh! Questa parola non è proprio estranea all’italiano, poiché in un dialetto italiano, l’umbro, lo “zicche” di un paese, di una città, ancora oggi, sarebbe colui che ha in mano il potere. Il “bosse”, come diremmo noi umoristicamente in Mugello, insomma colui che comanda. Poi un’altra parola che sembra davvero intraducibile “tarchnalthi”, anche questa è una parola composta da “tarchna” e il suffisso “lthi”. Quindi,Tarch(u)na, avete capito? Esattamente. Gli Etruschi, a partire dal VI secolo a.C. (per renderci ancora più difficili le cose) introdussero la sincope in mezzo alla parola, vale a dire, nella scrittura tolsero la vocale. Una specie di abbreviazione della scrittura, se vogliamo. Ma allora, niente di impossibile: le cose si facilitano e capiamo subito che Tarchna (Tarchuna) non è altro che l’antica città etrusca: Tarquinia. Manca ancora una parolina all’appello, quell’”amce”. Voce del verbo? Essere. Anzi, passato remoto del verbo essere e quindi “amce” è uguale a “fu”. Ora, con facilità possiamo ricomporre la frase: “Alethna Arnth figlio di Laris, fu magistrato a Tarquinia”. Una frase comunissima, scritta con un alfabeto che è simile al nostro, con la sola differenza che la scrittura va da destra verso sinistra, al contrario della nostra scrittura. Allora sembrerebbe tutto chiaro? Magari! Sarebbe tutto chiaro se conoscessimo il vocabolario etrusco, vale a dire se fossimo in possesso, di diecimila, ventimila parole, come troviamo, ad esempio nel nostro vocabolario della lingua italiana. Purtroppo, e qui sta la difficoltà, noi conosciamo un vocabolario molto limitato, vale a dire un vocabolario “cimiteriale”, di frasi molto semplici come questa: “Qui giace Pinco Pallino”, “Qui riposa Caio o Sempronio che ha vissuto per 70 anni”. Tutte frasi come queste. Per far capire la cosa è come se noi dovessimo compilare un vocabolario di italiano, avendo a disposizione, facciamo un caso, solo le lapidi del cimitero di Trespiano. Un vocabolario, quindi, che possiamo definire senza ombra di dubbio “limitato”. Facciamo un altro caso per capire: “Lethamsul ci tartiria cim cleva acari…calus zusleve pavinaith acas aphes ci tartiria ci turza”. Vi dico subito che si tratta di prescrizioni relative ad offerte rituali. Qui troviamo un numero “ci”, che significa “tre”. Ma se in questa frase capiamo all’incirca il significato vale a dire: “al dio Letham si debbono offrire tre “tartiria” e tre “cleva”, non sappiamo cosa significano queste parole “tartiria” e “cleva”. Senza traduzione inoltre rimangono le parole “zusleva” e “turza”. E dire che noi possiamo leggere l’etrusco, poiché l’alfabeto è quello greco, molto vicino al nostro, e possiamo anche pronunciarlo perché l’alfabeto greco è stato “adattato” dagli etruschi per la loro lingua. Quindi anche la fonetica, supponiamo sia quella giusta, vale a dire, noi pronunciamo bene quello che leggiamo. Però, non capiamo il significato, o per lo meno lo capiamo in parte, limitatamente al linguaggio cimiteriale, ad alcune iscrizioni relative ai terreni e ai confini, oppure relative alla mitologia, insomma, poco, molto poco. Gli etruschi in definitiva erano un po’ diversi da tutti gli altri popoli italici, tanto da chiedersi chi essi fossero e da dove venissero. Un giorno Dionisio di Alicarnasso, retore e storiografo vissuto a Roma fra il 30 e l’8 a.C., disse: “Ci penso io” e incontrando uno di questi etruschi, forse per strada, gli chiese: “Chi siete e da dove venite?”. L’etrusco senza scomporsi minimamente gli rispose: “Rasenna!”. Il povero Dionisio si allontanò in fretta credendo di essere stato offeso, o che l’etrusco avesse bestemmiato gli dei. In realtà ‘rasenna’ voleva dire “il popolo”, in un certo senso “il popolo per eccellenza”. Così si sentivano gli Etruschi!

VILLANOVIANI ORIGINE
Vorrei, per prima cosa, esprimere un giudizio sulla provenienza dei “villanoviani”. Queste popolazioni che andarono ad abitare la Toscana, buona parte dell’ Emilia Romagna e dell’Alto Lazio, dopo aver fatto un lungo percorso, durato un arco di tempo molto ampio, forse alcuni secoli, provenivano dal nord dell’Affrica (come ultima tappa del loro interminabile nomadismo) ed essendovi fra loro anche popoli di bravi navigatori, dopo lunghi e pericolosi viaggi in mare, si insediarono, per prima, sulle coste toscano-laziali, per poi estendersi verso le regioni centrali delle stesse. Ho i miei buoni motivi di ritenere che la stirpe di questi popoli fosse imparentata anche, con i popoli (antichi) di etnia ebraica.
Dunque i Villanoviani che sono giunti in Toscana verso la metà del II millennio a.C. non erano un popolo “unico”, cioè riconducibile ad una sola etnia, ma era una ‘accozzaglia’ (non inteso in senso dispreegiativo, anzi!) di popolazioni NOMADI, che nel loro millenario girovagare si sono “fusi” fra di loro creando una etnia ibrida, una “mezlum” (una mescola, un insieme di razze), come si definiscono infatti gli Etruschi. Queste popolazioni “nomadi per eccellenza”, nel corso dei millenni hanno percorso migliaia e migliaia di chilometri, fermandosi, ora in un posto, ora in un altro. In questi luoghi di percorso si sono uniti con altre popolazioni nomadi, formando quella che loro chiamavano essere una “rasnés”, cioè una nazione di nomadi liberi. Questa ‘nazione’ o ‘accozzaglia’ di popoli nomadi aveva però un ‘popolo guida’ un popolo che aveva come insegna, come simbolo distintivo, una “MEZZA LUNA”, insieme ad altri simboli, come il sole o le stelle. Non poteva essere altrimenti, popolazioni nomadi che vivevano accampati in tende e che spesso dormivano all’aperto (nomadi), non potevano che essere adoratori degli astri. Il cielo, specialmente quello notturno, con la luna e le stelle non è lo stesso cielo che vediamo nelle nostre città “abbacinate” dalla illuminazione elettrica che, per nostra sfortuna ci occulta la cosa più meravigliosa: il creato. Queste popolazioni nomadi, attraverso il creato, adoravano il suo “Fattore” (Creatore). Ecco perché non ci dobiamo stupire che le popolazioni antiche e i nomadi, in particolare, fossero profondi conoscitori dell’Universo. Il cielo stellato era per loro un libro aperto, un libro sapienziale nel quale gli antichi abitatori nomadi facevano risalire la loro ancestrale sapienza e conoscenza del mondo. Nessun extra terrestre è venuto sulla terra, queste sono solo storielline. Ma agli uomini piacciole le fiabe. Dunque questa popolazione (Villanoviani) nomade non era né X né Y né Z. Era invece X+Y+Z quindi non riconducibile a nessun ceppo specifico particolare. Possiamo dire, facevano parte di questo gruppo di nomadi popoli che vivevano nella fascia mediterranea orientale. Questa ‘accozzaglia’ di popolazioni nomadi ha raccolto molte altre etnie nel loro girovagare e, tuttavia, il ceppo principale doveva appartenere a popolazioni che abitavano fra la Siria e l’attuale Israele. Ho l’impressione che la storia dei “villanoviani-etruschi”, più che nella storia di certi popoli antichi civilizzatissimi, come gli Egiziani, vada ricercata “FRA LE RIGHE” della Bibbia, o meglio, nell’Antico Testamento. Ciò non significa equiparare i Villavoviani agli antichi Israeliti. Essi erano sicuramente una componente importante di questa nuova etnia che aveva formato un “popolo nuovo”, popolo che era riconosciuto unicamente per la sua simbologia (molto più efficace della scrittura) riconducibile a segni come la luna, le stelle, il sole e alla raffigurazione di queste attraverso il RASOIO LUNATO, lo SPECCHIO DI FORMA ROTONDA, l’UOVO (simbolo di Rinascita).
Non è possibile ricostruire i percorsi migratori battuti da queste popolazioni, poiché questi potevano variare nei secoli. E’ probabile, riferendosi ai nomadi (chiamiamoli Villanoviani) che dal Medio Oriente si siano spostati verso Occidente e che a questi si siano uniti anche etnie provenienti da sud dell’Arabia, dall’Etiopia, dallo Yemen (attuali) e, possiamo pensare, dalle coste dell’attuale Tunisia e Libia, dopo un processo evolutivo, durato secoli, si siano spostati verso la Sardegna e la Corsica e da questa abbiano poi raggiunto le coste Toscane. E’ pure ipotizzabile che altre popolazioni nomadi affini abbiamo raggiunto l’odierna Turchia, Bulgaria, Yugoslavia, Albania (nomi geografici attuali) per arrivare, via mare, in più riprese, alle coste emiliane.
Dunque, mi sembra di poter affermare che i villanoviani-etruschi erano un popolo MEDITERRANEO “per eccellenza”, che non provenivano assolutamente dal nord dell’Europa, che non erano né marziani, né venusiani, né saturnini; che erano un popolo “materialista”, nel senso che credevano a ciò che vedevano (luna stelle, ecc.); che per essere un popolo nomade, per forza di cose, praticava l’incinerazione, al contrario degli Etruschi, propriamente detti, che probabilmente non erano più nomadi e praticavano l’inumazione.
Ripeto che nella multiforme formazione etnica dei Villanoviani poteva esserci un aggancio NON INDIFFERENTE ANCHE DI ETNIE EBRAICHE ANTICHE (1).
Rimando i lettori di questa ricerca-articolo all’opera più universalmente conosciuta in tutti i tempi: l’ANTICO TESTAMENTO, dove insieme alla storia del popolo ebraico, viene narrata anche e soprattutto la storia dell’intera umanità, Villanoviani compresi.
Fonte: ARCHIVIO STORICO ITALIANO – Deputazione Toscana di Storia Patria – G. I. Ascoli – IL SEMITISMO DELLA LINGUA ETRUSCA – Introduzione – “L’etrusco si appalesa una favella (lingua) semitica, vale adire, come tutti intendono, una lingua pertinente a quella famiglia di idiomi di cui son membri il fenicio, , più specialmente si addimostra una favella che in qualche modo sta in mezzo fra l’rbreo e l’aramaico. Tale è la sentenza, in cui studi simultaneamente condotti, vennero a concordare, l’uno all’insaputa dell’altro, il Professore al Collegio Romano (Padre Camillo Tarquini ndR) e il professore di Jena (Johan Gustav Sticlel, ndR).
Bibliografia:
Johann Gustav Stickel – „Das Etruskische durch Erklärung von Inschrften und Namen als Semitische Sprache erziesen“, Lipsia 1858;
Padre Camillo Tarquini della Compagnia di Gesù, Professore del Collegio Romano. Nella Civiltà Cattolica fasc. 6 giugno 1857 pag. 551-73 – “I MISTERI DELLA LINGUA ETRUSCA” – Fasc. del 19 dicembre 1857 pag. 727-42.

VILLANOVIANI ED ETRUSCHI SONO LA STESSA COSA?
Gli Etruschi non sono più un mistero?

La domanda più insistente che forse tutti ci poniamo riguardo agli Etruschi è la seguente: “Villanoviani ed Etruschi sono la stessa cosa?”. Bella domanda, vero? Fino a poco tempo fa non erano la stessa cosa. Si era sempre detto che l’Etruria Vetus era ‘confinata’ fra i fiumi Arno e Tevere e la catena degli Appennini. Verso la metà dell’Ottocento (ma anche prima) alcuni scavi, riportarono ‘fortuitamente’ alla luce del sole, in località Villanova, presso Bologna, un certo numero di tombe, DALLE QUALI VENNERO RECUPERATI E RESTAURATI REPERTI DI GRANDISSIMA IMPORTANZA, COME RASOI LUNATI, SPILLE, FUSERUOLE, SPADE, ELMI, ECC. Gli archeologi del tempo rimasero sbalorditi per un insieme di fattori. Il primo è dato dalla bellezza di questi reperti, ad esempio i rasoi a forma di luna in bronzo, ai quali venne subito connessa una valenza simbolica . Chiaramente, in una tomba con elmo spada e rasoio si riconnetterà la proprietà della stessa ad un uomo, un guerriero. In una tomba con spille e fuseruole verrà riconosciuta di appartenenza di una donna. Quindi per quelle popolazioni ‘Villanoviane’ la distinzione fra uomo-donna, maschio-femina, doveva essere di capitale importanza, poiché a questa distinzione si riconnettevano delle posizioni ben precise nella società di allora.
Un altro fattore di sbalordimento era dato dal fatto che le tombe di Villanova non erano tombe ad inumazione come si era abituati a vedere nella zona di Felsina-Bologna (Felsina: nome etrusco – Bologna-Bononia : nome celtico). La pratica funebre di inumazione consisteva nel deporre il cadavere nella tomba, fino a quando questo non si fosse decomposto interamente nel tempo (Forse, però, l’intenzione degli Etruschi era quello di conservarlo nel tempo, con unguenti, profumi, ecc). Qui, invece, nelle tombe di Villanova, presso Bologna, i corpi dei defunti erano stati bruciati, secondo una procedura meticolosa e le ceneri erano state messe in vasi panciuti di terracotta, dalla forma ovoidale, coperti da una ciotola, sempre in terracotta, oppure da un elmo di guerriero, detti vasi ‘biconici’. Quasi sempre questi vasi erano deposti in pozzetti con pochi oggetti personali del defunto, come abbiamo visto, consistenti in spade, elmi, spille, collane, fuseruole, e soprattutto rasoi e specchi (bronzo), insieme ai ‘servizi’ (i cocci, diremo in Toscana) che erano serviti per il convito funebre.
Gli archeologi dell’epoca rimasero sbalorditi e, coerentemente e razionalmente, non chiamarono queste popolazioni etrusche, poiché in tutto diverse da quest’ultime e si limitarono, diventando luogo comune, a denominare queste popolazioni ‘Villanoviane’ e assegnandole a un periodo fra il IX e il VII sec. a.C. La cosa però non ci dice assolutamente niente per risolvere il quesito che ci siamo posti.
Un’altra cosa che diede molto da pensare agli archeologi bolognesi dell’epoca fu il fatto che le tombe con le stesse caratteristiche e cioè a pozzetto, con vasi ‘biconici’ contenenti le ceneri dei defunti, con gli stessi corredi, con le stesse tradizioni cerimoniali funebri furono trovate anche negli strati più profondi delle città ‘etrusche per eccellenza’, come Vulci, Tarquinia, Volterra, ecc. con una sola differenza. In questi luoghi le tombe furono definite ‘etrusche’ o ‘etrusco-villanoviane’ per indicare che appartenevano alla stessa facies di quelle trovate a Villanova presso Bologna. A Bologna, invece (l’antica Felsina etrusca), tali reperti furono esposti nel Museo Civico della città sotto la denominazione di reperti ‘villanoviani’, quasi esistesse per questi ultimi una specie di timore riverenziale verso gli etruschi considerati DOCG. Io, ho passato più di due anni (prima di tornare alla Soprintendenza Beni Artistici di Firenze), alla Soprintendenza Beni Artistici di Bologna (allora diretta da Gnudi, Maria Vittoria Brugnoli Pace ed infine Emiliani, dei quali fui segretario inviato dal Ministero Beni Culturali di Roma) nei primi anni del ’70 e, in una delle mie frequenti visite al Museo Civico, vidi la bellezza di questi oggetti, che non erano belli perché erano ‘artistici’, ma erano belli per la loro (scusate il paradosso) elegante rozzezza e, soprattutto, per ciò che rappresentavano, per i colori cangianti che emanavano quelle superfici di rame e di bronzo, degli elmi, delle spade, dei rasoi, ecc., per lo strano gusto, o se vogliamo chiamarlo ‘richiamo’ orientale (ma tutto parlava orientale) di questi oggetti.Ma la cosa che più mi affascinava erano i rasoi, dalla strana forma ‘a mezzaluna’, una forma insolita, la quale terminava con un manico di metallo e con una specie di stellina. Una simbologia che rimandava alla luna, alle stelle (e rimandava, di conseguenza, anche alla civiltà dei Sumeri). Quindi questi oggetti potevano essere di uso comune, ma anche oggetti di culto, un culto che per noi uomini del III millennio è sconosciuto, o quasi. Anche gli specchi mi affascinavano e le decorazioni degli altri oggetti, tutto parlava di una provenienza arcana, soprattutto orientale. Mi sono sempre domandato: “Da dove saranno venute queste popolazioni?” E’ stato proprio vedendo questo Museo Civico di Bologna, nei primi anni del 1970 (cioè circa 40 anni fa) che mi sono appassionato alla storia, alla lingua e all’arte degli Etruschi, ‘passione’ (nel senso di piacere) che coltivo tutt’ora.
Ritorniamo agli oggetti esposti nel museo. Non un solo cartellino indicava (parlo sempre di 40 anni fa) che si trattasse di Etruschi. Gli Etruschi in questa zona erano quasi tabù. Mi ricordo che si dava importanza solo al fatto che la zona fosse stata conquista celtica (come in effetti lo è stato). Gli archeologi bolognesi che avevano curato l’allestimento del museo erano stati coerenti, almeno per quell’epoca, poiché si diceva (i maggiori esperti etruscologi), con una certa autorità e forse anche un po’ di prepotenza che Etruschi ‘veri’ erano solo quei popoli antichi che abitavano nel ‘triangolo’ Arno-Tevere-Appennino. Pertanto i reperti trovati a Villanova, non potevano essere etruschi, ma semplicemente villanoviani. Tuttavia gli stessi oggetti con le stesse caratteristiche trovati a Vulci, Tarquinia, Volterra, ecc. venivano definiti ‘etruschi’.
Qui è nata la grande confusione, che ha investito anche studiosi di prima grandezza, poiché gli Etruschi del IX-VII secolo risultavano essere completamente diversi dagli Etruschi che siamo abituati a conoscere, quelli che abitavano l’Etruria dal VII sec. a.C. Ma perché erano diversi i Villanoviani dagli Etruschi? Per una infinità di motivi, ma fra queste:
1 – il rituale funebre completamente diverso di ‘villanoviani’ ed etruschi;
2 – l’abbandono, o quali, della simbologia a favore della scrittura etrusca;
3 – il modo di vita, le mode, ecc., ecc.
Nel ragionamento di alcuni dei più grandi studiosi di etruscologia c’era qualcosa che non tornava, tutti avevano la sensazione che gli ‘Etruschi’ (i Villanoviani) del IX-VII secolo fossero diversi, o, ‘altra cosa’ rispetto agli Etruschi del VII sec. a.C. Ma affermando ciò, andava a discapito della ‘continuità’ che gli storici con insistenza proponevano, specialmente con la teoria della ‘autoctonia’. Questa affermava che gli Etruschi erano nati in quel luogo e vi erano sempre rimasti. D’accordo, però questa teoria ‘cozzava’ con il fatto che gli etruschi del IX sec. a.C: erano troppo diversi dagli Etruschi, ad es. del VII-V sec. a.C. Allora, sono state formulate le teorie più varie che non sto ad elencare perché ho pietà per i lettori.
C’è però un punto che ci può chiarire le idee. Si tratta di questo. Dionisio di Alicarnasso, storico greco, vissuto in Italia nei primi anni antecedenti la venuta di Cristo, raccolse la testimonianza da alcuni di questi abitatori ‘toscani antichi’ (tanto diversi dalle altre popolazioni italiche di allora in fatto di lingua, religione, costumi, ecc.) i quali affermarono che la loro ‘stirpe’ si sarebbe chiamata ‘Rasenia o Rasenna’. Ora bisogna vedere ciò che intendiamo con la parola ‘stirpe’. Questa parola deriva da “stirps-is” che vuol dire ‘radice’. Ma ha anche altri significati simili come ‘schiatta’, ‘progenie’, ‘RAZZA’, ecc. Mi soffermo su quest’ultima parola. ‘Razza’ potrebbe essere anche una parola di origine etrusca “Raza” (con una solo enne e si pronuncia “rasa”). Potrebbe darsi che fra ‘Raza’ (pron. ‘rasa’) e ‘Razenna (pron. ‘rasenna’) ci possa essere una connessione. E’ probabile che questi individui ‘toscani antichi’, “di raza”, (rasenna) abbiano detto a Dionigio (o Dionisio): “Guarda amico noi siamo di quella “raza” (origine, progenie, schiatta) e poi, a questa parola, ABBIANO FATTO SEGUIRE il nome “Rasenna”, che ancestralmente potrebbe aver avuto anche il significato di “UOMINI RASATI” o “GUERRIERI RASATI”, O ANCHE ALTRI SIGNIFICATI.
Proprio ieri, il Prof. Massimo Pittau, insigne glottologo e storico linguistico, nonché professore universitario e Rettore di Università, autore di più di trenta volumi e studi specialistici, autore del primo Dizionario, stampato, della Lingua Etrusca, mi ha confermato, a seguito del mio articolo “Rasenna – Finalmente risolto l’enigma della parola etrusca, ecc”, pubblicato da diverse testate internet e anche dal Galletto, Giornale del Mugello, la possibilità che questo accostamento: “Rasenna” con “Uomo Rasato” sia “plausibile”, ovvero sia azzeccato, ed ha spiegato il perché (Lettera che accludo, come doveroso corredo, al presente articolo).
Da parte mia vorrei esprimere un giudizio sui ‘villanoviani’, lo faccio per la prima volta (in assoluto) in questa occasione. I Villanoviani (intendendo questo antico popolo abitatore soprattutto della Toscana e dell’Emilia Romagna) era un popolo NOMADE (II millennio a.C.) proveniente dall’Africa del Nord o dalle zone prossime all’Arabia attuale. Ne sarebbe la prova, i RASOI, A FORMA DI MEZZALUNA, ANTICO SIMBOLO ORIENTALE. MI SEMBREREBE CHE LA STIRPE DI QUESTI POPOLI SIA STATA IMPARENTATA (MOLTO ALLA LONTANA) CON I POPOLI DI ETNIA ORIENTALE MA SOPRATTUTTO SEMITICA.
Infine, mi piace ricordare una cosa. Tempo fa ebbi modo di ritornare in un paesino della Romagna-Toscana (patria dei miei genitori ed avi), precisamente Coniale, che fu anticamente castello degli Ubaldini. Nella Cappellina, ora facente parte della Villa Vivoli, che si trova all’interno di quelle che erano le mura del castello, mi capitò di vedere e fotografare alcune cose: una stampa fine Ottocento con il ritratto di Papa Pio IX (legato al dogma della Immacolata Concezione) e un dipinto (stesso periodo) raffigurante una Madonna con il Bambino Gesù, e, sotto i piedi (della Madonna), una bella falce di luna messa in orizzontale che occupava tutta la parte inferiore del quadro. Dapprima non ci feci caso. Poi ripensandoci…..Da quelle parti, Valle del Santerno, Valle del Reno, Valle del Setta, dell’Idice la battaglia dei Cristiani contro i pagani, verso la fine del sec. IV, assunse toni drammatici. In modo particolare nel 393 d.C. ci fu un assalto dei cristiani guidati dai soldati dell’Imperatore a danno delle popolazioni ‘pagane’ e del Santuario alla Dea Pale che si trovava su Montovolo. Pale era la dea protettrice dei pastori e delle greggi (Pale, deriva da pallido, incolore, come il pallore della luna e come il ‘paleo’ secco dei prati che diventa pallido, senza colore, quando sopraggiunge la stagione fredda. La dea Pale, raffigurava la Luna). Dopo questo episodio cruento calò il silenzio e tutto fu avvolto nelle tenebre. Ma con il senno di poi ci possiamo domandare: “Chi erano questi ‘pagani’ se non gli Etruschi romanizzati o celtizzati? E tuttavia sempre etruschi erano ed avevano mantenuto, nonostante tutto, la loro religione, i loro costumi, e, forse anche la loro lingua originaria.
Mi sembra che tutto ruoti intorno a questo simbolo: LA LUNA.
E SE “RASENNA” VOLESSE DIRE “LUNA”?
La teoria mi sembra affascinante.
Tutto può essere, ma tutto ciò dovrà essere dimostrato e la cosa non è fa

TALAMONE
Il nome deriva da Telamon, forse in etrusco TLAMU, legato alla leggenda degli Argonauti

“Telamone, figlio di Eaco e di Endeide, divenne re di Salamina, partecipò alla spedizione degli Argonauti, alla caccia del cinghiale di Calidone e aiutò Eracle nella lotta contro le Amazzoni e contro Laomedonte di Troia. In ricompensa ricevette in moglie la figlia di Laomedonte, Esione, ebbe per figli Aiace e Teuco” (Dizionario dimitologia Zanichelli, Bologna, 1968)
Riguardo a questa località etrusca provengono alcune iscrizioni. Come ad esempio: “Aivas Tlamunus”, ritrovata sulla parete di un sepolcro di Vulci e che significa “Aiace figlio di) Telamone (M. Pittau – Dizionario della lingua Etrusca – Sassari, Editrice Dessì, 2005) La stessa scritta: “Eivas Telmunus” (Aiace (figlio di) Telamone è incisa su specchi chiusini. Telamone, come abbiamo visto è un personaggio mitologico e, sembrerebbe, anche realmente vissuto. L’etimologia greca della parola è Τελαμων (Telamon).
Quando facciamo riferimento a questo luogo dobbiamo specificare il periodo. Ad esempio: “dal materiale raccolto si rileva che l’area del talamonaccio era occupata già nella tarda età del bronzo (XIII-XII sec. a.C.); la vita continuò in questo periodo protovillanoviano e villanoviano…” (Gli Etruschi mille anni di civiltà – Bonechi Editore. Testo di Maurizio Martinelli – Vol. I, pag 84-85). Si hanno ritrovamenti sullo stesso colle nel Vi e nel IV sec. a.C. Proprio nel IV secolo a.C. fu costruito il tempio sulla sommità del Talamonaccio.
Conosco bene questa località, in quanto da alcuni anni frequento con assiduità nel periodo estivo, la costa dei campeggi dell’Oasi, di Marina Chiara, ecc. che si trovano fra Albinia, Fonteblanda e Talamone. In questo ntratto di mare dell’Argentario hai davanti a te Porto Santo Stefano, il Monte Argentario e più in lontananza l’isola del Giglio, mentre, se giri lo sguardo a destra, proprio in fondo dove finisce la spiaggia, vedi il colle del Talamonaccio, con la cima appena spianata, e, più in là, verso Ovest il promontorio di Talamone.
Proprio sul colle di Talamonaccio (chissà perché questo dispregiativo) sorgeva il tempio che ha restituito il celebre “frontone” (decorazione che ornava l’echino della facciata del tempio) in rilievo, che conosciumo tutti, raffigurante il mito dei “Sette a Tebe”, restaurato a Firenze, dalla Soprintendenza Archeologica Toscana e, giustamente, collocato nel locale Museo di Orbetello.
Dai ritrovamenti e da studi fatti, il tempio aveva una disposizione lungo l’asse Nord-Sud con la facciata rivolta a Sud in direzione Albinia, accarezzata, spesso, nelle calde estati dal vento caldo-umido di Libeccio. Essa era rivolta quindi verso la costa, e non verso Ovest, dove si trovano il Monte Argentario a S-W e, più in lontananza, a W la bellissima isola del Giglio. Ho l’impressione che il tempio del IV secolo, poi andato distrutto, fosse stato ricostruito sulle fondamenta di un tempio arcaico, forse risalente al periodo villanoviano. E villanoviano era anche il villaggio che si trovava ai piedi del tempio, fatto di capanne costruite con pali di legno, infissi nella roccia.
Fu probabilmente, a partire dal sec. VII a.C. che questo villaggio fu lentamente abbandonato, forse perché in parte danneggiato o distrutto, in una delle tante guerre che gli Etruschi combatterono per avere la sopremazia del Mare e delle coste tirreniche. Il dio tutelare del tempio di Talamone, forse Tinia, doveva svolgere, nell’intenzione dei “talamonesi”, un’azione di protezione nei confronti degli stessi, in altre parole li doveva difendere dai nemici.
Per i “talamonesi” che lasciarono il colle del Talamonaccio fu costruita una città nuova, non più fatta di capanne, ma casette in muratura, più corrispondente alle esigenze della nuova cultura che si andava insediando un po’ in tutta l’Etruria. La città doveva comprendere strade basolate in pietra; avere un impianto urbanistico d’avanguardia, per quei tempi, e all’interno di poderose mura dovevano sorgere palazzi e templi costruiti da esperti architetti. Dove si trova questa città? Purtroppo la scienza archeologica non ha risolto il problema e tutto ancora resta avvolto nel mistero. Il Martinelli (Gli Etruschi mille anni di civiltà, curata da Giovannangelo Camporeale e Gabriele Morolli, op. cit.pag 87) riguardo alla posizion e della città precisa: “L’acropoli doveva sorgere, alla luce delle attuali conoscenze, sul Poggio di Talamonaccio, MENTRE L’ABITATO SI TROVAVA PIU’ IN BASSO FRA LA ROCCA E IL RILIEVO DI BENGODI, protetto da una cortina di mura”.
Il sito archeologico di Talamone ha restituito, a partire dagli anni ’60 del sec. XX, diversi reperti, fra questi un’antefissa fittile con volto femminile, un “geison” con baccellatura, un askos in terracotta risalente al III sec., un’olla a vernice nera (III sec. a.C., un elmo bronzeo e una punta di lancia, tutti questi reperti sono conservati presso il Museo Archeologico di Grosseto. Ricordiamo che il “frontone, si trova nella vicina Orbetello, nella bellissima laguna omonima.
Ritornando all’abitato del periodo etrusco (VII sec. a.C. in poi) gli studiosi hanno detto che esso doveva sorgere più in basso, tra la Rocca e il rilievo di Bengodi. Su questo punto non sono d’accordo e lo dico con umiltà, senza pretendere di essere infallibile in materia. Ritengo invece che la città etrusca di Talamone, non dovesse sorgere dove attualmente esiste il paese che tutti conosciamo. Lì, secondo la mia opinione doveva sorgere la città portuale, o meglio una scalo per le merci in arrivo e in partenza. Dovevano perciò esserci magazzini per le derrate, per olio vino e grano in particolare, destinati un po’ per tutti i mercati del Mediterraneo, botteghe e empori che commerciavano di tutto, dalle armi, ai minerali grezzi, ai gioielli, all’olio, al vino, ai cereali, insomma tutti quei prodotti che fecero in brevissimo tempo la ricchezza di una città come Talamone.
Se la “città” portuale doveva trovarsi proprio a ridosso del porto, in posizione elevata, sugli alti scogli, la città vera e propria, e la cosiddetta “arce” doveva trovarsi in altro luogo. Io ho ipotizzato che essa si trovasse sulla collina subito a nord del paese attuale. Se vi capita di andarein quesi posti, voi noterete che la collina sopra Talamone presenta un pianoro che non è “naturale” ma creato artificialmente. Ebbene, io credo che l’antica città si trovasse proprio in quel punto che io indicherò con una freccia, in una delle fotografie che invierò a corredo della mia ricerca.
Si tratta di una ipotesi, tutta da verificare.

“RASENNA” – FINALMENTE RISOLTO L’ENIGMA DELLA PAROLA ETRUSCA CON LA QUALE GLI ETRUSCHI DEFINIVANO SE STESSI?
Chi erano in realtà i “Rasenna”?

“Rasna”, secondo il “Dizionario della lingua etrusca” (DLE) del Prof. Massimo Pittau (Professore Emerito dell’Università di Sassari), ma anche secondo la maggior parte degli altri illustri studiosi-etruscologi, ha il significato di “Rasennio, Etrusco-a. Ma questa traduzione non ci conduce a niente. Ancora sul DLE, poco sopra, troviamo Ρασεννα (Rhasénna) e si specifica che si tratta di una glossa greco-etrusca (ThLE 418). Questo sarebbe il nome secondo cui (Vedi: Dionisio di Alicarnasso I 30, 3) gli Etruschi chiamavano se stessi. Nel tradurre – specifica Pittau nel DLE– faccio riferimento al gentilizio latino Rasennius. “Rasnal”, poi viene tradotto: “dello (Stato) Rasennio ed Etrusco opp. della Federazione Rasennia o Etrusca”; in genitivo “Tular Rasnal” equivarrebbe a “confine della (città) rasennia”). (Vedi abnche articolo di Paolo Campidori pubblicato dal giornale mugellano “Il Galletto” “L’Idolo di bronzo ritrovato al Peglio” e da alcuni portali Internet, fra i quali Archeogate e Archeomedia.

Ma questo ci dice ancora poco e niente e, in particolar modo, la parola definisce gli Etruschi con un vocabolo che a noi resta ignoto. Se io dico, ad esempio, “sono italiano” significherà che sono un cittadino che abita in Italia, ma non l’étimo della parola. Italia deriverebbe dal greco ιταλος, ma secondo il Pittau anche questa parola sarebbe di origine etrusca (Massimo Pittau – Toponimi Italiani di Origine Etrusca – Magnum Edizioni, Sassari 2006, pagg 21-27) Esistono tuttavia varie traduzioni riguardo all’étimo di questa parola, da parte di altrettanti illustri studiosi italiani e stranieri.

Sempre su DLE, troviamo il vocabolo “RAS” e il Pittau definisce questo vocabolo di significato ignoto. (LLX.12). Eppure la parola “ras” esiste anche in italiano, ad esempio, quando diciamo che Tizio (o Caio) è il “ras” del quartiere, per intendere colui che comanda nel quartiere o nella città. In altre parole il “ras” è colui che esercita il potere entro un determinato spazio e questo potere può essere sottointeso: secondo lo “stato di diritto”, oppure, un potere “arbitrario”, cioè non riconosciuto dalla legge. Ma ciò ha poca importanza ai fini di questa ricerca.

Mi sembra che siamo giunti a una svolta importante del problema “rasenna”. Vediamo adesso come i Romani definivano il vocabolo italiano “rasoio”: con due parole che ci allontanano molto e queste sono: “novacula” e “culter”. Esiste tuttavia in latino la parola “rasura” che ha significato di “rasatura”. (QUEST’ULTIMA DI PROBABILE ORIGINE ETRUSCA)

Siamo giunti al nocciolo del problema: nella lingua italiana (Vocabolario Nicola Zingarelli, Bologna, 1958) troviamo le seguenti parole: “rasente”, che significa molto vicino (quasi a toccare), “rasare” e “raso”, tutte parole che riconducono a “tagliare” (la barba, l’erba, ecc.) e poi “raso” (rasus, lisciato). In tutti questi vocaboli manca l’origine della parola stessa. Allora, cosa dobbiamo pensare? Se l’étimo della parola “rasenna” non è latino e neppure greco, dovremmo fare altre ipotesi e cioè che la parola, oggetto del nostro studio, derivi proprio da “ras” etrusco (che è molto usato anche nell’Italia settentrionale) la quale potrebbe avere vari significati, ma cito solo tre di quelli che mi sembrano essere più probabili:

1 – “Rasenna” popolo (o tribù) al quale appartengono “coloro che si radono”. Nel dire ciò non faccio riferimento, ovviamente, al periodo ellenistico, periodo in cui le barbe andavano di moda, ma al periodo precedente “villanoviano” (IX-VII secolo a.C.), gli “ETRUSCHI VERI”, coloro cioè che abitavano il suolo italiano, probabilmente anche anteriormente al sec. X a.C. Queste popolazioni guerriere (rasenna), quando ancora non avevano subito “invasioni” da parte di altre civiltà (o “trasformazioni” con conseguente rilassatezza dei costumi dovute a “contaminazioni” “mode”o a vere e proprie “sottomissioni da parte di greci e romani), usavano andare in battaglia completamente nudi e rasati, senza abbigliamento di sorta, con l’unica eccezione di un copricapo e attrezzati solo di una lancia. Questo era il vero popolo etrusco! Non quello rilassato e debosciato delle tombe dipinte dei sec. V-II, dove ritraggono una popolazione “schiava” di greci (prima) e dei romani (poi).
2 –“Rasenna” popolo o tribù di coloro che si radono usando il rasoio (metallico, che essi stessi fabbricavano (Bellissimi sono i rasoi “villanoviani” a forma di “mezzaluna”, secc. X-IX, che si trovano nel Museo Civico di Bologna, ma anche a Tarquinia a Vulci, ecc).
3 -Ma citerei anche un’altra possibilità, che mi sembra tuttavia molto interessante e cioè quella secondo la quale “rasenna” significherebbe “IL POPOLO DI COLORO CHE HANNO PER CAPO ovvero per “RAS” UN UOMO (O UNA DIVINITA’) RASATA”

Queste mi sembrano tre possibili traduzioni coerenti con le abitudini di questo popolo. Un popolo che metteva nelle proprie tombe (semplici e “maschie”), la cenere dei corpi dei guerrieri morti in battaglia, in ossuari biconici e deposti con altrettanta semplicità in pozzetti scavati nella roccia o nel terreno (Si vedano ad esempio le interessantissime tombe a pozzetto di Palastreto, sopra Quinto (Firenze) o quelle “ricostruite” nel museo di Volterra, oppure a Tarquinia, Vulci, ecc. Insieme alle ceneri, nella tomba spesso veniva messo un rasoio lunato, per simboleggiare l’appartenenza al “popolo dei rasati”. E’ bellissima la foto nel libro a cura di Mario Cristofani “Etruschi, una nuova immagine – Giunti Editore, 2006, pag 12) in cui si vede un guerriero completamente nudo e completamente rasato, che indossa solo un elmo (o un copricapo in metallo) il quale, lancia in mano, si avvia a passi giganteschi verso la battaglia, deciso, senza esitazione alcuna, in altre parole senza paura. Gli Etruschi del IX-VII secolo a.C, non sono gli stessi degli Etruschi del VII-V secolo a.C. (Lidio?) oppure quelli del V-IV sec.a.C. (Greco) o, peggio ancora, degli Etruschi del III-I sec. a.C (romano). I Villanoviani (Rasenna) persero la loro battaglia (e, forse, la loro indipendenza) verso la metà del sec. VII con popolazioni che venivano dall’Oriente ( forse i LIDI ?), non per viltà o altre cause ma perché si trovarono davanti a un nemico che non era né più intelligente, e nemmeno più valoroso in battaglia; SI SONO TROVATI DI FRONTE A UN ESERCITO MOLTO PIU’ NUMEROSO DI QUELLO CUI I “RASENNA” (RASATI) DISPONEVANO.

La storia dei “rasenna” (rasato-i), quella dei veri “Rasenna”, TERMINA verso la metà del VII secolo. Da questo periodo in poi si potrà parlare solo di Etruschi o, meglio, “FUSIONE” IN ETRUSCHI” DELLE POPOLAZIONI AUTOCTONE CON ALTRE ETNIE” orientali e del Mediterraneo, che non hanno niente a che vedere con i “rasenna” ORIGINALI.

ALCUNE DOMANDE A MASSIMO PITTAU
LINGUISTA-ETRUSCOLOGO

Massimo Pittau già professore emerito nella Facoltà di lettere e già preside di quella di Magistero dell’Università di Sassari, è nato a Nuoro, dove ha seguito tutti gli studi elementari e medi. Iscrittosi all’Università di Torino, sotto la guida di Matteo Batoli, si è laureato in lettere con una tesi su “Il dialetto di Nùoro”; si è dopo iscritto all’Università di Cagliari, dove si è laureato in Filosofia con una tesi su “Il valore educativo delle lingue classiche”. Nell’anno accademico 1948/9, nella Facoltà di Lettere di Firenze, ha seguito come perfezionamento corsi di Carlo Battisti, Giacomo Devoto e Bruno Migliorini. Nel 1959 ha conseguito la libera docenza e nel 1971 la cattedra in Linguistica Sarda. E’ autore di oltre 30 libri e più di 200 studi relativi a questioni di linguistica, filologia, filosofia del linguaggio e a questioni socio-pedagogiche. Il Prof. Massimo Pittau vive e lavora a Sassari.

Nel suo interessantissimo «Dizionario della Lingua Etrusca» (Sassari 2005, Libreria Koinè) una fascetta sulla copertina riporta la dizione: “LA LINGUA ETRUSCA NON E’ UN MISTERO”. Nella parte introduttiva del vocabolario, a pag 16, Lei scrive: “…dizionario della lingua etrusca, nella sua caratteristica di lingua molto parzialmente e molto sparsamente documentata ed inoltre ancora poco conosciuta”: Mi potrebbe spiegare meglio quale significato dobbiamo dare a “lingua…poco conosciuta”?

«L’etrusco è una lingua del tutto sconosciuta per il grosso pubblico, anche per quello fornito di una buona cultura umanistica, il quale anzi continua a ritenerla un autentico e totale “mistero”; ed è una lingua pochissimo conosciuta perfino dai linguisti, i quali, soprattutto nell’ultimo cinquantennio, non le hanno dedicato quasi alcuna attenzione. La colpa di questa stranissima circostanza sta nel fatto che i linguisti hanno accettato acriticamente la tesi di alcuni archeologi, i quali per 50 anni hanno detto e proclamato che “l’etrusco è una lingua non comparabile con alcun’altra”».

Oltre ad essere un celebre etruscologo Lei è uno dei massimi studiosi e conoscitori della lingua sarda, la lingua della sua terra d’origine. In una nota, a pag 30, del suo interessantissimo libro “La lingua etrusca – grammatica e lessico” (1997, Libreria Koinè, Sassari) troviamo che “anche i Sardi provenivano dalla Lidia, dalla cui capitale Sardis essi avevano perfino derivato il loro nome e quello della loro isola”. Alcuni studiosi (e mi sembra, anche Lei) sostengono che gli Etruschi di Toscana abbiano origine dalla popolazionie lidia, stabilitesi anche in Sardegna alla fine del secondo millennio a.C.. Le ultimissime scoperte archeologiche e linguistiche (se ce ne sono state) hanno confermato questa ipotesi?

«Intanto la tesi della venuta degli Etruschi dalla Lidia nell’Anatolia od Asia Minore è stata sostenuta da Erodoto e da altri 30 autori antichi, greci e latini, contraddetta da un solo autore, Dionigi di Alicarnasso. Inoltre è recentissima la notizia che il genetista Alberto Piazza, dell’Università di Torino, ha comunicato in un convegno scientifico che, in base all’analisi del DNA da lui fatta, realmente i Toscani odierni mostrano di essere originari dell’Asia Minore.”

“Rasenna” è il nome con il quale gli Etruschi definivano il loro popolo di appartenenza. Qual’è, secondo Lei, il vero significato di “Rasenna”? La somiglianza di questo nome con alcune località come Ravenna in Romagna o Rassina in Toscana, è del tutto casuale?

“Non siamo ancora riusciti a chiarire l’esatto significato di Rasenna, col quale gli Etruschi chiamavano se stessi. Comunque la connessione col toponimo toscano Rassina è stata già effettuata e sembra anche in maniera pertinente.
In virtù del suo suffisso è quasi certo che anche Ravenna è un toponimo di origine etrusca, ma finora non è stato chiarito in maniera convincente il suo significato originario.”

I nomi di persona etruschi, più comuni, tipo Larzia, Tania, Velia, Aruntia, Aule, Larth, Marce, Velca, Velthur, ecc. sono nomi che si ritrovavano in abbondanza, al tempo degli etruschi, anche in altre parti del bacino del Mediterraneo, ad esempio in Lidia o a Lemno?

“Che l’etrusco non possa essere ritenuto una lingua del tutto sconosciuta, cioè un totale “mistero”, è dimostrato dal fatto che ormai abbiamo circa 11 mila iscrizioni etrusche, che in massima parte risultano ormai tradotte e comprese. Invece della lingua lidia abbiamo solamente una sessantina di iscrizioni, per di più piuttosto recenti, le quali pertanto non consentono una proficua comparazione con la lingua etrusca.
Nell’isola di Lemno, nel Mar Egeo, invece è stata rinvenuta una iscrizione, che sicuramente è composta in una lingua strettamente affine con quella etrusca; ed inoltre alcuni altri frustoli di iscrizioni. Ma anche in questo caso non è possibile approfondire la comparazione. In ogni modo anche questi rinvenimenti epigrafici dell’isola di Lemno danno una buona conferma della tesi della origine orientale ed anatolica degli Etruschi.

Nella sua “Grammatica Etrusca”, a pag 68, Lei parla di un “originario sistema matrilineare esistente fra gli Etruschi, o meglio, fra i loro antichi antenati Lidi”. Quali popolazioni esistevano in Toscana prima dell’arrivo dei Lidi-Etruschi?

“In Toscana esistevano i cosiddetti “Villanoviani”, popolazione preistorica che aveva un livello culturale molto inferiore a quello dei nuovi arrivati Lidi-Etruschi. Lo dimostra in maniera evidentissima il grande divario che si constata fra le tombe dei Villanoviani, costuite da due ciotole coperchiate l’una sull’altra e le grandiose e lussuose tombe ipogeiche etrusche, gia quelle più antiche, ad es, quelle di Vetulonia”.

Cerretani erano una nobile famiglia fiorentina stabilitasi a Firenze verso il sec. XII e che aveva il proprio feudo fra Cerreto Maggio (Vaglia) e Legri (Calenzano) in provincia di Firenze. Le chiedo se tale cognome potrebbe derivare da Caisr, Ceizra, Xaire, corrispondente al latino Caere (Cerveteri).

“Cerreto significa «luogo di cerri» e deriva dal lat. cerrus «cerro» (sorta di quercia). Siccome però questo nome di pianta è dato come preindoeuropeo e propriamente come “mediterraneo”, la sua connessione con l’etrusco Xaire è allettante ed io mi impegno ad approfondirla. Ma a Lei faccio i miei complimenti e ringraziamenti per questa connessione ipotizzata e suggerita.”

Vicino a Firenze, nella zona di Quinto dove è ubicata la celebre tomba della Montagnola (e altre tombe principesche etrusche) scorre un torrente: lo Zambre. Un altro torrente con lo stesso nome o simile, il Sambre, scorre nella zona di Fiesole (Val di Sambre), attraversa l’abitato di Compiobbi e si riversa nell’Arno. Nella zona poi dell’Alto Mugello, nel Comune di Firenzuola, troviamo un fiume chiamato Santerno, che scorre appunto nella Valle del Santerno e che nasce presso il Passo della Futa. Questi nomi di fiumi Sambre o Zambre, Santerno derivano dall’etrusco?
Il monte, che guarda Fiesole e Firenze, altro circa 900 metri, già sede di un potentissimo castello degli Ubaldini e divenuto poi verso la metà del sec. XIII, la dimora dei frati dell’ordine dei Servi di Maria, da sempre è chiamato Monte Senario o Monte Asinario. Dato che esiste in etrusco le parole “eis”, “eiser”, che significano rispettivamente “dio” e “dei”, è possibile che Monte Senario significasse in epoca etrusca “monte del dio” o “monte degli dei”?

“ Io ho pubblicato di recente un libretto intitolato «Toponimi italiani di origine etrusca» (Sassari, 2006, Libreria Koinè), ma non mi sono interessato di toponimi, anzi di microtoponimi della Toscana. Per questi Silvio Pieri aveva pubblicato due importanti opere: Toponomastica della Toscana meridionale (valli della Fiora, dell’Ombrone, della Cècina e fiumi minori) e dell’Arcipelago toscano, Siena 1969 (Accademia Senese degli Intronati); Toponomastica della valle dell’Arno, in «R. Accademia dei Lincei», appendice al vol. XXVII, 1918, Roma (1919).

Nella zona di Vicchio di Mugello, a Poggio Colla, dove nelle vicinanze è stato ritrovato un importante insediamento etrusco del VI-V sec. a.C. fino a poco tempo fa, gli abitanti di quella zona usavano la parola “vocolo” per designare una persona scialba, insignificante. Quali origini questa parola potrebbe avere secondo Lei?

“Vòcolo deriva da avòcolo «cieco», a sua volta dal lat. medioevale aboculis «senza occhi».

Presso la zona di Monteloro, vicino a Fiesole, esistono due località chiamate rispettivamente Monte Trini e Lubaco (o Lobaco). Sembra che la prima derivi dall’etrusco e significhi: “Monte dell’invocazione” o “Monte della preghiera”. Più problematica mi sembra invece l’etimologia del toponimo Lubaco. E’ possibile che derivi da “lo Bacco”, e che probabilmente esistesse un tempio dedicato a quella divinità?

“Sull’argomento provi a consultare le citate opere di Silvio Pieri, che potrà trovare in qualche importante biblioteca pubblica.”

Quale aiuto potrà dare lo studio e la comprensione della lingua etrusca alla lingua italiana?

“Non pochi vocaboli toscani e italiani sono ancora privi di etimologia. Essi potrebbero derivare appunto dalla lingua etrusca. Veda nel mio «Dizionario della Lingua Etrusca» l’Indice Tosco/Italiano-Etrusco, che sicuramente è assai lontano dall’essere completo.

OSTIA ANTICA: VIENE ALLA LUCE UNA CRIPTA CRISTIANA (SEC. IV?) CON IMMAGINE DI CRISTO BENEDICENTE.

Roma ombelico del mondo. Sì, Roma è più importante di qualsiasi altra città al mondo poiché conserva le reliquie dei Martiri del Cristianesimo. Al lusso e allo sfarzo della Roma imperiale, con i suoi monumenti più insigni, si contrappone la Roma sotterranea delle Catacombe, rifugio dei Cristiani perseguitati, martirizzati, fino a diventare i luoghi segreti delle loro tombe.
Voglio mettere in relazione (contro il parere dell’illustre esperta Maria Stella Arena, autore dell’articolo in Archeologia Viva n. 128 del marzo-aprile 2008 dal titolo: “OSTIA, L’Opus sectile di Porta Marina”) il ritrovamento negli anni 1940-1950, di un primo pannello in mosaico, raffigurante un leone in atto di aggredire una preda, con la simbologia cristiana (vedi bibliografia). Questa scoperta fu l’inizio di uno scavo che portò alla luce un edificio formato da una sala o esedra e da un’abside rettangolare.
Dopo un attento e scrupoloso restauro, durato anni di fatica, da parte di competenti restauratori per ricomporre i mosaici, è stata ricostruita, pannello dopo pannello, quella che i romani chiamavano “esedra”, cioè un’aula, sul fondo della quale si trovava, come già detto, una cripta rettangolare. Tutto farebbe pensare a un sepolcro di età ancora ben non definita, e, di primo acchito, farebbe pensare a uno dei tanti elegantissimi sepolcri dei patrizi pagani. Ma la cosa non sta in questi termini, o, almeno, secondo il mio parere è da scartare l’ipotesi “offertaci” dalla Dr.ssa Maria Stella Arena sulla Rivista Archeologia Viva, già citata.
La “tomba” farebbe pensare ad una costruzione in età ancora non bene identificata (ma probabilmente fra l’inizio e la fine del sec. IV) che assomiglia moltissimo alla “Cripta dei Papi” nelle Catacombe di San Callisto a Roma. Quest’ultimo sepolcro costruito come tomba privata nel sec. II (fine), è composto, come quello di Ostia da un’aula e da una abside rettangolare, fu donato alla Chiesa e trasformato nella sepoltura dei Papi, dal IV secolo d.C.
Nel difficile lavoro di restauro della cripta di Ostia, gli abilissimi restauratori hanno ricostruito questi intarsi geometrici, floreali, ecc. tutti formati di parti di marmi costosi, provenienti da ogni parte dell’Impero. Gli effetti cromatici di questi intarsi (opus sectile) sono davvero sorprendenti, poiché sono state sfruttate (dalle maestranze dell’epoca) le venature naturali dei marmi per creare effetti, in modo da rendere realisticamente le rocce, gli alberi, gli animali, ecc. Ma la sorpresa, veramente interessante, è che fra questi pannelli ci sono anche delle figure “umane”, fra le quali, una con “nimbo” (letteralmente ‘nuvola’) in atto benedicente.
Non mi sembra che ci voglia molta specializzazione o titoli accademici per riconoscere in una di queste figure il Cristo benedicente, senza divagare inutilmente in supposizioni che ritengo assurde. Il volto di Cristo, sempre in “opus sectile”, è raffigurato nella forma tradizionale e cioè, con barba e capelli lunghi, con occhi sbarrati e barba, sopraccigli, pupille e capelli di un nero, tipico medio-orientale. Intorno alla testa il Cristo ha un nimbo bianco. Questo simbolo non è di origine Cristiana, tuttavia esso appare, a partire probabilmente dal IV secolo, sul capo di Cristo, su affreschi catacombali romani (San Callisto), diventando poi una regola. Il Cristo, inoltre, ha la mano destra sollevata, con le tre dita alzate in segno benedicente, per significare la SS. Trinità. Più chiaro di così…..!
C’è poi la figura di un giovinetto, che si trova in un riquadro più basso e questo, mancando dei simboli tradizionali dei Santi, doveva essere colui (il patrizio romano) per il quale la cripta fu costruita.
Ci sono poi altre scene, in altrettanti riquadri, che raffigurano leoni e tigri in atto di azzannare dei cerbiatti. Si tratta ancora di simbologia Cristiana che fa riferimento alla prima Lettera di Pietro “Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente, va in giro, cercando chi divorare (Pietro Lettera I, 5,8).
Per chi fosse interessato, i pannelli di tale cripta sono attualmente esposti presso il Museo Nazionale dell’Alto Medioevo a Roma.
Riferimenti bibliografici:
G. Heinz-Mohr – Lessico di Iconografia Cristiana Istituto di Propaganda Libraria, Milano, 1995

PAROLE DI ORIGINE ETRUSCA IN MUGELLO?
Intervista con il liguista Massimo Pittau
Massimo Pittau, già Professore nella Facoltà di Lettere e già Preside di quella di Magistero dell’Università di Sassari, Docente di Linguistica Sarda all’università di Sassari, è autore di oltre 30 libri e di più di 300 studi relativi a questioni di linguistica, filologia, filosofia del linguaggio. Ha ottenuto per le sue pubblicazioni varie onorificenze. Recentemente ha pubblicato un Vocabolario e una Grammatica della lingua etrusca. Vive e lavora a Sassari.
Paolo Campidori ha scritto vari articoli di storia e cultura del territorio mugellano e alto-mugellano, avvalendosi anche dell’esperienza acquisita alle dipendenze delle Soprintendenze Beni Culturali di Firenze e Bologna, dove ha prestato lungo servizio nei musei e gallerie delle due città. Ha scritto anche una decina di libri sulla storia e l’arte del Mugello. In questa intervista fatta al Prof. Massimo Pittau, già Rettore di Università, insigne linguista ed esperto della lingua sardiana (antico sardo) e della lingua etrusca, nonché autore di più di trenta libri sulla linguistica, viene “focalizzata” la probabile origine etrusca di alcuni toponimi e vocaboli in uso nella lingua parlata mugellana.
In una località del Mugello, presso Borgo San Lorenzo, nella strada faentina, si trova una località chiamata Faltona. Esiste un gentilizio etrusco “FALTU” e “FALTUI” che corrispondono ai nomi “Faltone” e “Faltonia”. Tali nomi sono inscritti rispettivamente su un sepolcro e su un ossario etruschi: “LARTHI MURINEI FALTUSLA” (Lartia Murina figlia di Faltone). Ciò comproverebbe la derivazione del toponimo Faltona da “FALTU” etrusco?
Il riferimento della odierna Faltona all’etrusco Faltu è esatto. Però l’iscrizione citata va tradotta esattamnte «Lartia Murinia (figlia) di quella (figlia) di Faltone». Faltone quindi era il nonno non il padre di Lartia Murinia (vedi M. Pittau, Dizionario della Lingua Etrusca, Sassari 2005, Libreria Koinè, pg. 442).
Sempre sulla strada Faentina (cha da Firenze porta a Faenza), oltrepassato Borgo San Lorenzo, si trova una località pedemontana di villeggiatura denominata Ronta. Sappiamo che in etrusco esiste “ARUNTH”. Tale nome si trova in alcune iscrizioni funerarie: “MI ARUNTHIA MOLEMANAJ” (Io sono di Arunte Malomenio” e “MI ARUNTHIA KUSIUNAS” (Io sono di Arunte Cusonio). La stretta somiglianza del toponimo italico Ronta con ARUNTH e il fatto stesso che la località Ronta si trovi nel percorso di una strada etrusca (poi romana), fa pensare, non è vero?
No, io escluderei questo riferimento per la seguente ragione: i prenomi etruschi erano appena una ventina, per cui essi si ripetevano continuamente (vedi M. Pittau, La Lingua Etrusca – grammatica e lessico, 1997, Libreria Koinè, Sassari, pg. 64). Il prenome Arunth poi era comunissimo, per cui è del tutto improbabile che esso sia servito per indicare una certa località.
Il vocabolo “mara” nella lingua toscana ha il significato di “zappa”. Io ricordo ancora i contadini mugellani che indicavano con questo nome quell’attrezzo agricolo che oggi noi chiamiamo “zappa”. In etrusco esistono vocaboli come “MAR” e “MARAM”, di significato ignoto. Esiste poi “MARU” che ha significato di “Marone”, ed era un magistrato etrusco di grado inferiore. Questo magistrato viene rappresentato nei sarcofagi o negli affreschi tombali tenendo in mano un bastone ricurvo verso l’estremità, molto simile alla forma di una zappa. Questo accostamento “mara” e “MARU” è possibile?
L’ital. marra, deriva dal lat. marra, il quale finora risulta di origine ignota, per cui è probabile che sia di origine etrusca (gli Etruschi sono stati grandi produttori, lavoratori ed esportatori di ferro grezzo e lavorato). Escludo invece che questo vocabolo abbia qualcosa a che fare con Maru «Marone». Il bastone ricurvo di certi personaggi etruschi era il lituo augurale.
Troviamo in etrusco il gentilizio “ZEMNI” (pron. Semni). Il toponimo Senni esiste in Mugello, fra Borgo San Lorenzo e Scarperia in una località agricola di pianura molto fertile, dove esiste anche una chiesa molto antica, nell’antico feudo degli Ubaldini, sulla cui facciata è murata scultura, una divinità alata, che potrebbe rifarsi al periodo etrusco (la cosa è controversa). La concentrazione intorno a Borgo San Lorenzo, Scarperia di toponimi etruschi ci indurrebbe a pensare che questa fu una zona altamente popolata da genti etrusche che praticavano l’agricoltura e la pastorizia. Lei ritiene ciò possibile?
L’accostamento dell’etr. Zemni con l’odierno toponimo Semmi può essere esatto; però si debbono trovare le antiche forme di questo toponimo per vedere se l’accostamento regge.
I vecchi muratori mugellani usavano il termine “caiccina” per indicare la calcina, ovvero la calce, il legante con cui muravano sassi e mattoni. Esiste in etrusco il gentilesco “CAICNA” dal quale deriva anche il toponimo Cecina. Siccome è probabile che nella scrittura etrusca certe vocali fossero soppresse, si potrebbe supporre che “CAICNA” potesse essere nella lingua parlata “CAICINA”, che corrisponderebbe al toscano “caiccina”, per indicare la calce. Ma tutto ciò è pura congettura?
E’ possibile che il lat. calcina (finora di etimologia ignota) sia di origine etrusca, come indizia il suo suffisso, ma questo appellativo è del tutto diverso dall’etr. Caicna, che invece corrisponde al gentilizio lat. Caecinius; ed entrambi corrispondono all’etr./lat ceice/caecus «cieco».
Fino a non molto tempo fa per attingere l’acqua al pozzo o alla sorgente si usava un particolare secchio di rame (molto simile alle mezzine etrusche) che in Mugello si chiamava “mezzina” e in Alto Mugello (o Romagna Toscana) veniva chiamato “mesèna”. Esiste in etrusco il termine “MESN” (che è stato pure trovato inscritto su un “Kyatos”) che significa “mescere”, “riempire”. Questo accostamento “mezzana” o “mesèna” è plausibile?
Sì, questo accostamento è molto allettante. Però per esserne certi occorrerebbe fare ricerche sulle varianti dell’appellativo
In Mugello, quando si batteva il grano, ricordo che alla battitura (separazione della paglia dalle spighe) seguiva la separazione della brattea del chicco di grano, la cosiddetta “spulatura” (da “pula”). Esiste nella lingua etrusca un avverbio “PUL” che ha il significato di “poi, dopo, inoltre”. E’ possibile che il vocabolo “pula” sia una derivazione dell’etrusco “PUL”, cioè ciò che segue dalla “spulatura”?
Con i vocaboli corti, cioè di pochi fonemi è molto rischioso impostare etimologie. D’altra parte mi sembra da escludersi che un “sostantivo” toscano possa essere derivato da un “avverbio/congiunzione” etrusco.
Ancora oggi viene usato popolarmente il termine “ruzzare” che ha un doppio significato: quello di “giocare, scherzare” e l’altro un po’ più pruriginoso, vale a dire un significato erotico (fare l’amore). In etrusco “RUZ” e “RUZE”! significano, il primo, un piccolo ripostiglio, mentre il secondo significa “porco, maiale”, oppure una voce onomatopeica. Lei vede un accostamento?
L’etrusco ruz è troppo corto, e ruze è troppo distante nel significato.
Una “serqua” di uova era per i contadini mugellani una certa quantità di uova, che mi sembra corrispondesse a una diecina o a dodici unità. In etrusco esiste “SERQUE” che forse deriva dal numerale dieci o dodici? Quanto sarebbe verosimile questa derivazione dall’etrusco?
Io non conosco un vocabolo etrusco SERQUE, per cui non posso dire nulla su di esso.
C’è uno scioglilingua famoso: “Sopra la capra, la capra campa, sotto la capra la capra crepa”. In etrusco esiste il vocabolo “capra” con il significato di “urna, vaso, sarcofago”, ma genericamente si potrebbe tradurre con “contenitore, basamento vuoto all’interno”, ecc.). Ritornando allo scioglilingua “sopra la capra…ecc.) la frase non avrebbe significato. Se invece intendiamo “capra” per un sarcofago, un basamento, ecc. lo scioglilingua avrebbe un suo significato logico. Le sembra ciò molto distante dalla realtà?
In etrusco capra, kapra significava propriamente «capra», ma per metafora significava anche «sarcofago», perché molti sarcofagi antichi avevano ai quattro spigoli inferiori altrettanti appoggi a forma di «piede di capra o di caprone». (etr. capru).

Bibliografia:
Massimo Pittau – Dizionario della lingua etrusca – Dessì, Sassari 2005
Massimo Pittau – La lingua etrusca – Grammatica e lessico. Nuoro, 1997
Paolo Campidori – Mugello, Romagna Toscana e Valdisieve – Storia, personaggi, racconti, fiabe, poesie, ecc. Toccafondi, Borgo San Lorenzo, 2006
Massimo Pittau, http://www.pittau.it/

UN’ATTENTA ANALISI DEL CIPPO CONFINARIO DI FIESOLE
Lingua etrusca: si può parlare ancora di mistero?

Da più parti si sente dire la seguente frase: “La lingua etrusca non è più un mistero”: Come esistono altre voci, discordanti da questa, le quali affermano che l’etrusco non sia più un mistero, ma che tuttavia molte cose resterebbero ancora inspiegabili e indecifrabili. Per questa ragione ho voluto mettere a confronto due dei maggiori linguisti ed etruscologi del nostro tempo sulla “lettura” e “traduzione” che essi hanno fatto rispettivamente su un reperto archeologico, molto importante, che si trova a Fiesole, esposto in una delle sale del Museo Archeologico cittadino. Si tratta di un cippo di confine che è stato ritrovato entro i confini della cinta muraria fiesolana ed è catalogato come: “Cippo confinario, sec II a.C.” (Vedi: Marco de Marco – Fiesole, Area archeologica e museo, Giunti Editore, 1999). Si tratta, abbiamo detto, di un cippo fiesolano e fin qui non ci sono dubbi. Ne consegue che la lingua e le parole che sono state scolpite sul cippo, in maniera piuttosto marcata da un anonimo scalpellino, appartengano sicuramente alla lingua etrusco-fiesolana che veniva parlata a Fiesole in quel determinato periodo di tempo. Per questo, e non solo per questo, il cippo fiesolano in oggetto è di un’importanza fondamentale per lo studio e la conoscenza della lingua e della storia etrusca e, in particolare, cosa questa che più ci interessa, della storia fiesolana, che è la storia di casa nostra. Da tempo mi interesso di questo reperto archeologico e da un po’ di tempo ho cercato di studiare e di analizzare più fonti che potessero illuminarmi in merito. Ma non mi sono accontentato di ciò: per un paio di volte mi sono recato al museo fiesolano per eseguire l’autopsia (si definisce così il termine tecnico) del cippo ed ho potuto scattare alcune fotografie dello stesso, poiché quelle che avevo trovato sui libri non mi soddisfacevano o, perlomeno, c’erano alcune cose che non mi sembravano abbastanza chiare. Soprattutto certe lettere dell’alfabeto etrusco, scritte su tale cippo che, a mio parere, possono essere state mal decifrate da parte di illustri studiosi ed emeriti linguisti. La cosa può capitare quando ci si affida completamente a certi testi di etruscologia, senza fare una autopsia diretta sul reperto. Ma vediamo come i due maggiori studiosi hanno “interpretato” l’epigrafe. Il primo studioso ha decifrato l’iscrizione nel modo seguente: “TULAR SPURAL HIL PURAPUM VIPSL VHS PAPR”. In questa frase una lettera, riferita ad un vocabolo, presenta delle differenze di interpretazione. Mi riferisco, in modo particolare, all’ultima parola “tatr” (primo studioso) e “papr” (secondo studioso). Mi sembra che ci siano ancora altre difficoltà riferibili alla traduzione del testo. Se prendiamo in esame la prima ipotesi, la traduzione di questa epigrafe potrebbe essere la seguente: “CONFINE DELLA PROPRIETA’ DELLA FAMIGLIA PAPR SITUATA ENTRO I CONFINI DELLA CINTA MURARIA DELLA CITTA’ DI FIESOLE”. Mentre la seconda ipotesi, riferita al secondo linguista, sarebbe la seguente: “CONFINE DELLA CITTA’ E POMERIO PRIVATO/FIESOLE/VU(LCA) PAP(SENNA)”. Non mi sembrano differenze di poco conto fra la prima e la seconda traduzione. Ma veniamo all’analisi filologica del cippo. Nelle due prime parole “tular spural” i due linguisti sono d’accordo, le due parole significano: “confini della città” Il questo caso il nome della città è inteso come entità politica (quello che noi oggi chiameremmo “Comune di Fiesole”) da distinguere da “rasn(al) che pure ha significato “della città”, ma inteso come Stato, o meglio, come città-stato. Un’altra divergenza nella decifrazione dell’epigrafe riguarda la parola “puratum”, riferita al primo linguista, e “purapum”, riferita al secondo studioso. Non è cosa da trascurare poiché nei due casi si è letta una “t” al posto di una “p”, o viceversa. Ne deriva che il significato delle due parole, ovvero la traduzione è diversa. Nel primo caso “hil puratum” verrebbe tradotto con “case cinte da mura” o “cinta (muraria) nel cui interno si trovano delle case”; nel secondo caso, invece, “hil purapum” viene tradotto con “pomerio privato” (“pomerio” della città era lo spazio di terreno sacro, lungo le mura, all’interno e all’esterno, nel quale non era lecito fabbricane né coltivare ed era segnato da cippi confinari). Poi la parola “vipsl”. Anche qui ci sono incertezze nei due studiosi, ma credo che ciò sia riconosciuto universalmente: “VIPSL” o “VISL” (o VISUL), significava FIESOLE. Anche la traduzione dell’ultima riga del cippo sarà diversa se leggo la parola “papr” o “tatr”. Nel primo caso avremo il nome di una persona equivalente a Pap(senna), nel secondo caso la traduzione resterebbe ancora enigmatica.
Ci sarebbe da dire qualcosa ancora sull’epoca del cippo fiesolano. Per alcuni studiosi si tratta di un cippo di età arcaica risalente al VI secolo a.C., altri sostengono che sia del IV sec. a.C. e c’è anche chi la ritiene una stele più recente, cioè del II-I sec. a.C.. L’ipotesi prospettata nella via di mezzo e, cioè, che il cippo sia riferibile al IV secolo a.C. mi sembrerebbe la più attendibile, a giudicare da certe lettere come la “emme” scritte con l’alfabeto arcaico (un bastoncino con una seghetta a tre punte in cima).
Quanto ho accennato mi sembra più che sufficiente per dimostrare che: se anche la lingua etrusca non fosse più un mistero, essa è tuttavia un REBUS, poiché troppi pochi sono gli elementi certi a nostra disposizione. Ciò è dovuto ad una serie di ragioni che vanno dalla brevità delle iscrizioni tutte riferibili all’ambito ristretto in cui queste sono state scritte (cimiteriale, confini, ecc.) e, talvolta, un po’ di leggerezza (non è il caso dei due linguisti cui ho fatto riferimento) con cui viene affrontato il tema dello studio e della origine della lingua etrusca.

Bibliografia:
Massimo Pittau – Dizionario della lingua Etrusca, Sassari 2005, Libreria Editrice Dessì
Claudio De Palma – Le origini degli Etruschi, Bologna 2004, Casa Editrice Nuova S1

LA PRESENZA ETRUSCA NELL’APPENNINO TOSCO-EMILIANO-ROMAGNOLO
FRA RITROVAMENTI ARCHEOLOGICI E SIMBOLOGIA

L’Idolo in bronzo ritrovato al Peglio di Firenzuola (Firenze)

Mi diceva, tempo fa, un archeologo toscano che nell’Appennino Tosco-Emiliano e Romagnolo, non sono stati ritrovati, al momento, segni “tangibili” della presenza etrusca, se si eccettua il rinvenimento al Peglio (Firenzuola) di un idoletto in bronzo che si trova (e chissà perché) al Museo di Cortona. Questo idoletto in bronzo fu donato al Museo di Cortona sel sec. XVIII e faceva parte di una donazione composta da reperti provenienti da diverse parti dell’Etruria. Non esistono notizie precise in merito a questa statuetta. Si sa solo che essa fu ritrovata nella zona del Peglio, zona in cui era attivo un “vulcanello”, detto altrimenti “fuoco di legno”,che emetteva esalazioni di metano, le quali, al contatto con l’aria, prendevano fuoco illuminando la zona con un bagliore sinistro. La zona, per il suo interesse scientifico, fu visitata, allora, anche da un illustre scienziato italiano, inventore della pila: Alessandro Volta. Fu probabilmente in occasione di tali ricerche scientifiche che venne alla luce tale statuetta, della quale non sappiamo con esattezza chi fu il ritrovatore. Si tratta di una statuetta fusa in bronzo, di un dio, molto probabilmente Tinia, raffigurato secondo l’iconologia etrusca e, cioè: un giovane atletico nudo, imberbe, che tiene serrato nella mano un oggetto che potrebbe rappresentare un fulmine o uno scettro.
Pochissime sono le notizie che il Museo di Cortona mette a disposizione degli studiosi, e cioè: che si tratta di una divinità, uno Zeus (Tinia per gli Etruschi), che proviene dal Peglio di Firenzuola (Firenze), che è stato ritrovato in un santuario (tempio? edicola? pozzo?) e fa parte di una importante collezione. Tutto qui. Ho provato a chiedere informazioni alla Soprintendenza Archeologica di Firenze e alla Direzione del Museo di Cortona, ma purtroppo mi hanno detto che non esistono altre informazioni riguardo all’idoletto in bronzo.
Molti, specie gli addetti ai lavori, negano che la zona dell’Alto Mugello (o Appennino Tosco-Romagnolo), sia zana etrusca, in quanto, al momento, non esiterebbero risultanze tali da ammettere la presenza di villaggi etruschi, anche se rinvenimenti (oltre all’idoletto) ce ne sono stati in abbondanza. Nella prima metà dello scorso secolo, fu trovato un altro idoletto (andato disperso?) sempre nella zona del Firenzuolino, presso Frena, una località in cui passava una derivazione di una importante strada che portava in Emilia Romagna. Ma non è tutto fra queste due strade, quella montana del Peglio, che si dirigeva verso Marzabotto (Misa), e quella a mezza costa, lungo il fiume Santerno, esisteva un’altra strada di fondo valle che conduceva nella Valle dell’Idice e a Monterenzio dirigendosi verso Claterna. Proprio in quest’ultime due località sono stati ritrovati importantissimi reperti etruschi nel sito di Monte Bibele, reperti che si trovano attualmente nel locale museo di Monterenzio. Altri “risultanze” etrusche sono affiorate nel palazzuolese, i cui scavi sono tuttora in corso sotto la direzione del Dr. Luca Fedeli della Soprintendenza Archeologica di Firenze.
Tutti questi ritrovamenti, a sud e a nord dell’Appennino Tosco-Emiliano-Romagnolo, sono qualcosa di tangibile e che non fanno pensare a oggetti lasciati casualmente da commercianti etruschi durante i viaggi verso il nord (Emilia-Romagna) o dal nord verso il sud delle città dellEtruria meridionale. Ciò può anche essere vero, ma in parte. L’ipotesi più probabile è che la zona appenninica fra Senio (Palazzuolo), Santerno (Firenzuola), Monterenzio (Idice), Reno (Marzabotto), doveva essere ben più popolata da genti etrusche di quanto si è finora creduto. Lo testimonierebbero oltre ai rinvenimenti, i toponimi di derivazione etrusca e, non ultimo, la simbologia.
La “tangibilità” della presenza etrusca, via via che passa il tempo e che si approfondiscono gli studi, diventa sempre più marcata, se si tiene conto anche del simbolismo, fortemente diffuso, in quei luoghi. Il simbolo, da sempre, presso tutte le civiltà antiche, è stato il segno, o meglio, il sigillo o la figura rappresentativa di un’idea, di un concetto, ma anche della qualità delle cose, o del rango sociale di un personaggio. Possiamo tranquillamente affermare che il simbolismo ha preceduto la scrittura (che pure è autentico simbolismo), ha convissuto con essa per secoli, forse millenni. I simboli hanno avuto sempre grande considerazione presso le popolazioni antiche, le quali, hanno pensato ad essi come “portatori” di valenza magica, esoterica e religiosa. Basti pensare alle “rune” celtiche, ai segni della cabala, ai segni zodiacali, all’astronomia, e, non ultima, l’alchimia. Il Medioevo, in particolare, per far riferimento a un’epoca non troppo lontana da noi, ha tenuto molto in considerazione la simbologia, dei colori, dei numeri, ecc. Basta recarsi in una delle nostre belle chiese romaniche italiane (o francesi) per trovare nelle icone, negli affreschi, nelle sculture e nell’architettura una sovrabbondanza di simboli laici e religiosi, che l’uomo moderno, superficiale, fa fatica a comprendere.
La simbologia è stata da sempre un riferimento, una regola fissa, ma, talvolta, anche una necessità. Dobbiamo tornare per questo al tempo dei primi cristiani e al diffuso simbolismo delle Catacombe, dove il Cristo veniva presentato con il simbolo del pesce, per indicare la lettera greca, iniziale del Cristo, oppure con l’Alfa e l’Omega, due lettere greche indicanti l’inizio e la fine , cioè la vita e la morte, oppure nella forma rovesciata, morte-vita per indicare il fine escatologico dell’essere vivente e, ancora, per indicare il Dio, l’Essere supremo e superiore, insomma “Colui-che-è”.
Il Rinascimento, periodo caratterizzato dalla riscoperta dei valori dell’uomo e del suo mondo, dalla riscoperta della classicità e del paganesimo, ma anche periodo di forti contrasti materialistico-religiosi metterà in second’ordine (per usare un eufemismo) il simbolismo, sostituendolo con l’allegoria paganeggiante, che è tutt’altra cosa.
A Frassineta di Piedimonte presso Palazzuolo (Firenze), in un antico resedio rurale, su una finestra arcaica, è raffigurato un personaggio, una donna che lancia in aria una ruota, entro la quale è iscritta una croce polare. La ruota, secondo l’antica simbologia, rappresenterebbe il cielo o l’universo, mentre la croce polare l’unione di due principi, cioè il cielo (principio attivo) e la terra (principio passivo). Questo simbolismo, che forse però è anche una allegoria (simbolismo e allegoria, pur nella loro definizione concettuale ben precisa, sono concetti astratti, e molte volte si fondono l’uno nell’altro: il simbolismo nell’allegoria e viceversa), starebbero a significare che la donna (principio passivo), regge nelle sue mani la terra (ancora principio passivo) e il genere umano (principio attivo e passivo). La donna è anche simbolo della spiritualità sacerdotale, colei che ha generato il genere umano: la fattrice, la Madre. Questa simbologia donna-ruota (terra) è comunissima nell’antichità e, in particolare, la donna che lancia in aria la ruota si ritrova su vasi attici e nella simbologia etrusca. Ciò non vuol dire però che ci sia un legame diretto fra la raffigurazione di Frassineta di Piedimonte di Palazzuolo e i Greci o gli Etruschi. In altre parole, non è detto che per via di quella raffigurazione di Frassineta (che è una derivazione diretta della cultura greco-etrusca), o per altre risultanze simili, si possa affermare con sicurezza assoluta che gli etruschi abbiano abitato massicciamente, con numerosi villaggi, queste zone montane fra Toscana e Emilia-Romagna. Anche se scavi abbastanza recenti, condotti dalla Soprintendenza Archeologica per l’Emilia Romagna, hanno accertato la “presenza” di insediamenti etruschi a Monte Bibele (Idice), che non dista molto da Frassineta di Piedimonte. Un altro esempio di come attraverso la simbologia presente nellAppennino, nelle sue forme più svariate, si possono fare ipotesi circa la discendenza di quelle popolazioni da una civiltà piuttosto che da un’altra.

LA LINGUISTICA ARRIVA PRIMA DELL’ARCHEOLOGIA?
Il significato di Bonomia e Felsina
Ma è proprio vero che la scienza linguistica ottiene maggiori risultati dell’archeologia e in tempi decisamente più rapidi? Rispondo che in alcuni casi è vero e in altri no. Faccio un esempio: in Toscana, nel Lazio, in Emilia Romagna ci sono molti luoghi di località che hanno dei nomi di origine etrusca, ma che tuttavia, a tutt’oggi, non abbiamo risultanze archeologiche che possano, con sicurezza, “catalogare” queste località come etrusche. Al contrario sono stati scoperti vari siti archeologici che, a tutt’oggi, non sono collocabili sotto alcun nome. Se poi noi intendiamo la domanda se la scienza linguistica sia più efficace dell’archeologia nello studio degli etruschi o di altre civiltà, questo è, come si dice: “un altro paio di maniche”. Per questo argomento vorrei rimandare gli interessati al mio articolo “L’origine della lingua etrusca”, pubblicato sul giornale mugellano “Il Galletto” e su alcuni siti Internet. Che Bologna fosse un’antica città-stato etrusca, chiamata Felsina, è una notizia che sanno tutti e i bolognesi in modo particolare, da parecchio tempo. Avendo il sottoscritto lavorato nella città di Bologna per più di due anni e conoscendo abbastanza bene i bolognesi, so che essi sono molto attaccati anche alla loro discendenza nordica, quella dei Celti o Galli Boi appunto, che conquistarono questa città fortificata nel sec. IV a.C. Plinio il Vecchio (Nat. Hist., III,15), narra così: “Intus coloniae Bononia, Felsina vocitata tum cum princeps Etruriae esset…” (Dentro la colonia c’é Bologna, chiamata Felsina allorquando era la principale dell’Etruria…). I Galli Boi le diedero poi il nome di Bonomia.
E’ appena il caso di dire che la presenza etrusca nel sito di Bologna o nelle immediate vicinanze è ampiamente dimostrata anche da numerosi resti e reperti archeologici, oltre ad una quarantina di iscrizioni in lingua etrusca (Cfr. Massimo Pittau, Toponimi Italiani di Origine Etrusca, Magnum Edizioni, 2006). Tuttavia, come succede per altri importanti siti etruschi, il nome di Felsina, in quanto tale, non risulta documentato in alcuna iscrizione. Risultano invece copiosamente documentati alcuni gentilizi che sono strettamente correlati con il toponimo in questione. Questi gentilizi sono: Felzanas , che significa: di Felsina, cioè abitante originario di Felsina (Bologna); Felz(na), che corrisponde a un nome di persona: Felsinio; Felznei (Felsinia); ecc. ecc. E’ risaputo che in tutti i domini linguistici molto spesso nomi di persona e nomi di località si ricordano tra di loro dato che un antroponimo (nome di persona) può derivare da un toponimo (nome di località) e viceversa.
Ma vediamo perché i Celti, Galli Boi, ribattezzaronono l’etrusca Felsina con un nome tipicamente celtico: Bonomia. Bisogna intanto dire che “bona” (per i toscani e i mugellani ha un significato tutto particolare, riferito alle qualità di una donna avvenente) nella lingua celtica significava un luogo fortificato, o “oppidum” come chiamavano i latini. Da ciò è desumibile che i Galli Boi vollero qualificare questa città col nome di “bona-bonomia” poiché la stessa, al momento della conquista era già stata fortificata da parte degli Etruschi. Questo nome “bona” ha l’equivalente in altre città francesi, tedesche e austriache come ad esempio: Juliabona, Lillebone, Boulogne-sur-Mer, Boulogne-sur-Seine, Ratisbona, Vindabona (odierna Vienna), ecc. D’altronde lo storico, già citato, Tito Livio (XXX,37,4) narrando della città di Bologna, usa la espressione “Felsinam oppidum”. Ciò confermerebbe che i Galli mutando il nome di Felsina in quello di Bonomia, non abbiano fatto altro che “tradurre” un vocabolario etrusco con uno equivalente celtico, aventi l’uno e l’altro lo stesso significato di “oppidum” (luogo fortificato). L’oppidum, verrebbe anche confermato dal fatto che le caratteristiche geomorfologiche della città di Felsina-Bonomia sono adatte per essere fortificate, e anche per il fatto che non sarebbe esistito nelle vicinanze un altro stanziamento etrusco che potesse competere con questa ai fini di una difesa di carattere militare.

UN GIALLO SULL’ESPORTAZIONE ILLEGALE DI REPERTI
ETRUSCHI
Una delle tante storie legate al commercio illegale di
Reperti archeologici
Il rinvio a giudizio per contrabbando di antichità del precedente procuratore del Getty Museum Marion True e il commerciante Robert E. Echt, che vendette al Metropolitan Museum of Arts un vaso del tardo VI sec. a.C. dipinto da Eufronio per un milione di dollari nel 1972 è ancora in corso In questi ultimi tempi il MET (Metropolitan Museum of Arts) ha accordato la restituzione all’Italia di circa due dozzine di antiche opere Greche e Romane, incluso il vaso di Eufronio che erano state trafugate. E questo non è tutto. Il Museo di Belle Arti di Boston si dice che stia negoziando per rimandare alcuni pezzi della sua collezione che gli italiani asseriscono essere stati rubati. L’Italia sta anche investigando su opere nel Museo d’Arte di Cleveland, nell’Istituto d’Arte di Menneapolis, nel Museo d’Arte di Princeton, nel Museo d’Arte di Toledo e nella collezione privata di Leon Levy e di sua moglie Shelby White a New York.
L’azione offensiva legale dell’Italia si è basata su montagne di evidenze – migliaia di oggetti di refurtiva ma anche fotografie e documenti – sequestrati ai saccheggiatori e commercianti in una serie di drammatiche irruzioni dei Carabinieri addetti alla Tutela del Patrimonio Artistico. Le indagini furono condotte da Roberto Conforti comandante la Squadra del Patrimonio Artistico dei Carabinieri dal 1990. Conforti si è fatto questa sua considerevole esperienza lottando contro il crimine organizzato con lo scopo di spezzare la rete illecita del commercio dell’antichità. Il suo approccio è stato quello di procedere pazientemente per identificare le persone coinvolte e fare pressione sugli operatori di basso livello, la cosiddetta manovalanza o nel caso specifico “tombaroli” e trafficanti di “piccola stazza”, per incastrare i “pesci grossi” che stanno sopra di loro nella catena del crimine. La fortuna, o dea bendata, è intervenuta e ha portato gli investigatori su una traccia che si è rivelata molto importante..
Pasquale Camera era un uomo grasso, che pesava circa 150 chili e come ciò può suggerirci egli amava molto l’arte culinaria. Il 31 agosto 1995, di giovedì, egli pranzò al ristorante Luciano a Santa Maria Capua a Vetere. Prese l’Autostrada A1, ma i Carabinieri, che seguivano i suoi spostamenti, non lo inseguirono. Essi sapevano dove era ubicato il suo appartamento a Roma. Nonostante la giornata fosse calda e umida, il Camera si stava avvicinando all’uscita di Cassino mantenendo il motore della sua auto su di giri, mentre il contachilometri segnava 160-180 Km orari. Forse, per la fretta di partire dal ristorante, dopo aver fatto un lauto pranzo, il Camera accusò problemi di digestione che fatalmente gli procurarono in un colpo di sonno. La sua auto uscì di strada e andò a schiantarsi contro il guard-rail capovolgendosi. Il Camera rimase ucciso all’istante. Ovviamente, come succede in questi frangenti, ci furono delle voci che sospettarono che l’auto del Camera fosse stata manomessa, ma Conforti, non ha mai dato credito a questa tesi.
Gli incidenti stradali sono nel nostro Paese di competenza della Polizia, tuttavia quando questi capitano in piccole cittadine come Cassino, i Carabinieri vengono a loro volta informati. Essi vennero informati che un numero di fotografie erano state trovate negli scomparti della vettura semidistrutta del Camera, fotografie che ritraevano oggetti di antiquariato di enorme pregio artistico. Conforti si rese conto di questa grossa opportunità che gli era capitata fra le mani. Nel giro di un’ora i suoi uomini contattarono un magistrato di Santa Maria Capua a Vetere e ottennero una autorizzazione che permetteva loro di irrompere nell’appartamento del Camera a Roma. La rete di Conforti contava tuttavia di catturare alcuni “pesci” grossi e uno di questi era Giacomo Medici. Una richiesta ufficiale fu spedita alla Svizzera, chiedendo il permesso di “visitare” gli uffici della Editions Services, che erano locati nella stanza 23, al quarto piano di un magazzino costruito in metallo. Nella prima stanza gli agenti videro che si trattava di un normale ufficio, con divano, sedie, alcuni armadi e un bel tappeto che copriva il pavimento.
Quando i Carabinieri aprirono questi armadi, essi cambiarono subito la loro opinione. Tutti i palchetti degli armadi era stipati di pacchi che contenevano antichità, con vasi, statue, bronzi, candelabri, affreschi, animali in ceramica, gioielli, ecc. Alcuni erano avvolti in giornali, gli affreschi erano appoggiati sul pavimento e contro il muro, altri vasi erano impacchettati in casse da frutta e molti erano sporchi di terra e altre impurità. Alcuni avevano le etichette di Sotheby sotto le legature fatte con dei nastri bianchi, ma questo non era tutto. C’era anche una cassaforte e il contenuto di questa era assolutamente sbalorditivo. All’interno c’erano una ventina di preziosissimi piatti greci della migliore fattura, così belli che nessuno di loro aveva mai visto. Questi oggetti, nel loro insieme potevano valere milioni di Euro. Al vertice di questa rete di illeciti c’era Robert Hecht, i cui clienti includevano il Metropolitan Museum of Arts, il Getty ed altri. Fu su queste basi che Conforti si mosse contro i trafficanti. Un raid fu programmato nell’appartamento di Hecht a Parigi. L’ufficiale francese bussò alla porta. La moglie di Hecht, Elisabeth, aprì. Dapprima essa tentò di resistere ai poliziotti. Essa disse che Hecht non c’era e che non abitava lì da almeno 15 anni. Gli ufficiali di polizia francese e italiana le diedero un ultimatum. Se la donna li avesse fatti entrare di sua spontanea volontà essi non sarebbero passati alle maniere forti e non avrebbero sfondato l’uscio per entrare nella sua camera (dove, i poliziotti erano consapevoli che si trovasse Hecht). essa oppose resistenza e gli agenti entrarono di forza nella camera. Subito essi guardarono sotto il letto e videro numerosi sacchi bianchi per la spesa, pieni di reperti. La prima cosa che essi notarono furono alcuni vasi Attici, Apuli, Corinzi, tutti pieni di terra. Essi trovarono poi un elmo di bronzo e una cintura sempre in bronzo, che sembrava appena dissotterrata dal terreno. Inoltre si imbatterono in numerosi frammenti di vasi, nella stessa condizione di sporcizia.
Dal libro: “The Medici Conspiracy” di Peter Watson e Cecilia Todeschini, Copyright 2005

IL CONCETTO DI EROS, BIOS E THANATOS (AMORE, VITA E MORTE) PER I NOSTRI ANTENATI ETRUSCHI
Ho qui davanti ai miei occhi un bassorilievo etrusco, opera del VI sec., proveniente da Tarquinia e che si trova a Firenze, nel Museo Archeologico. Si tratta un bassorilievo interessante, suddiviso in sette riquadri di diversa grandezza,, forse in avorio. Le raffigurazioni trattano di scene mitologiche, cacce, battaglie e figure impregnate di mitologia. Nei primi tre riquadri superiori, due figure mitologiche: una figura antropizzata, forse una dea alata che porta sulla spalla destra un serpente. Nell’altra quella di destra una chimera, molto simile a quella d’Arezzo (un pezzo eccezionale, conosciuto in tutto il mondo, esposto nel Museo Archeologico di Firenze).
Nella zona mediana del bassorilievo,, in tre piccoli riquadri sono rappresentate alcune paperelle, messe in fila , una dietro l’altra. Sotto, in un riquadro esteso quanto il bassorilievo, è raffigurata la lotta fra un centauro munito di una grossa clava e un uomo armato di una freccia. Entrambi stanno per scoccare il colpo decisivo sull’avversario, il colpo che deciderà la vita o la morte. Al centro del riquadro, posto in basso, una figura enigmatica, forse un guerriero, che sella un bellissimo cavallo dalla coda attorcigliata. Più a destra un’altra scena propone un leone che sta per azzannare una cerva. All’estremità destra del riquadro una figura maschile, forse si tratta del defunto (?), che guarda impassibile le scene in una posizione accovacciata e con le mani disposte sulle anche. Vincerà la vita (qui è simboleggiata la vita ultraterrena) o vincerà la morte? I singoli riquadri del bassorilievo sono suddivisi da una cornice a forma di nastro intrecciato, motivo che ritroviamo in molte altre opere etrusche.
Come abbiamo detto tutte le scene sono impregnate dalla simbologia che ruota intorno al significato della vita, della morte e della rigenerazione. La morte, anzi l’attimo che precede la vita o la morte (thanatos) è rappresentata nei tre riquadri posti in basso del bassorilievo. Il pathos che accompagna queste scene dà veramente l’impressione che vita e morte siano legate e intrecciate fra di loro da un filo esilissimo. Forse anche le trecce delle code del cavallo e del minotauro alludono a questo A chi toccherà la vita (bios) e a chi toccherà la morte (thanatos)? A noi (mortali) non è dato sapere. Ma il fine escatologico in queste scene è evidente.
Il passaggio dalla morte alla vita ultraterrena è sottinteso nei tre piccoli riquadri mediani, dalle paperelle, simbolo dell’inaffondabilità e quindi dell’immortalità: infatti questo animale può attraversare (passaggio dalla morte alla vita) senza alcun pericolo, la distesa d’acqua o la palude senza pericolo di affondare (etrnità). La scena superiore,sinistra, dove è raffigurato un uomo e una donna mentre compiono l’atto sessuale (eros), rappresenta in termini ultraterreni la capacità di riproduzione o meglio di rigenerazione. Non dobbiamo qui pensare ad una scena erotica fine a se stessa.
Sempre nella parte superiore, nel riquadro centrale e di destra sono raffigurate una sorta di dea alata che sostiene un serpente (o altro animale mitologico) e la chimera. Entrambe rappresentano il mondo degli inferi. Per inferi non dobbiamo intendere il nostro inferno. Anche il Cristianesimo usa il termine “inferi” per definire il “regno dei morti” o meglio “la morte del corpo”. Nel Credo, preghiera cristiana, si dice che Cristo discese agli “inferi”, sottintendendo con questa definizione lo stato di morte corporale, insomma, il contrario della vita. Gli Etruschi intendevano per “inferi” il mondo dove abitavano le divinità telluriche, nel profondo della terra, e che per essi rappresentava l’aldilà, la vita eterna. In questo bellissimo e interessantissimo bassorilievo tarquinese, che si trova nel Museo Archeologico di Firenze, è rappresentata dunque la concezione vita-morte (bios-thanatos), l’amore generatore di vita etrena (éros-bios) e infine il “passaggio” al mondo dei “morti”, l’aldilà. Questa era la concezione escatologica dei nostri antenati etruschi e non possiamo certo affermare che esse non credessero in un’altra vita, quella ultraterrena, appunto

GLI ETRUSCHI CI PARLANO
Sono gli oggetti, le tombe, le innumerevoli iscrizioni
che ci parlano di loro

Gli Etruschi, popolo antichissimo e civilissimo, ci parlano e per fare questo hanno usato metodi diversificati, a seconda dell’epoca, e delle circostanze ambientali. Gli Etruschi Villanoviani ci hanno parlato con la simbologia, la quale attraverso simboli come l’uovo, il sole, la luna, le stelle, la cosiddetta “svastica”, ecc., ci dice moltissime cose e al contrario del linguaggio, questa si conserva immutata attraverso i millenni. Infatti le lingue, cambiano e spesse volte cambiano così in fretta da essere costretti a cambiare i nostri vocabolari o ad aggiornarli in tempi brevissimi. Gli Etruschi del VII sec. A.C. chi hanno ‘parlato’ con la scrittura. Le prime forme, arcaiche, sono distinguibili da quelle più recenti per diversi motivi, uno fra questi è quello che la scrittura doveva viaggiare pari passo con la lingua parlata. Un’altra forma di comunicazione si è rivelata quella degli affreschi, che si sono appalesati come una vera miniera di informazioni. C’è da dire: “grazie Etruschi, le vostre scene dipinte ci hanno permesso di conoscere un po’ della vostra vita” (anche se tanto ancora c’è da capire),

Per renderci conto di quanto sia difficile capire gli Etruschi potrei fare un esempio convincente, anche se mi auguro con tutto il cuore che ciò non avvenga mai. Ammettiamo (qui lo dico, qui lo scongiuro) che sulla terra incomba una disastrosa nuova guerra mondiale nucleare. Tutto ciò che si trova sulla terra diventa distruzione, macerie, e, ammettiamo che si salvino solo una sparuta schiera di uomini, donne e bambini. A causa di questo sfacelo la civiltà verrebbe cancellata. Gli uomini superstiti sarebbero costretti a ricominciare tutto la capo: niente tecnologia, niente fonti scritte, insomma niente che apparteneva alla civiltà distrutta. Ammettiamo anche che trascorrano un paio di millenni, e che tutto venga ricoperto da uno strato di terreno, alto cinque, sei metri. Supponiamo che verso il 4000 d.C. qui in Toscana avvengano eclatanti scoperte archeologiche, ad esempio che venga titrovato il sito della necropoli di Firenze, Trespiano per interderci. Gli archeologi del 4000 d.C. scoprirebbero migliaia e migliaia di croci, di Cristi lacertai, di Madonne piangenti, di Angeli, di Santi, con scritte più o meno varie, dalle più semplici alle più complesse: “Qui giace Tizio”, “Qui riposa in pace Caio”, ecc. fino alle forme di epigrafia più complesse, ma sempre riferite all’ambito cimiteriale.

Ipotizziamo, anche, ma certamente non sarà così, che la religione cattolica venga del tutto dimenticata a causa dell’ecatombe. Gli archeologi futuri potrebbero far risalire tali figure, sicuramente alla religione degli abitanti vissuti nel XXI secolo, ma di dovrebbero chiedere qual’era per essi il significato della croce, dell’Uomo in croce, della denna Donna che piange sul corpo morente di Cristo, degli angeli, della miriade di Santi, Pietro, Paolo, Francesco, Padre Pio, ecc. ecc. Ripeto, si tratta solamente di una ipotesi, che io, non solo mi sento di escludere, ma essendo credente mi vengono in mente le parole di Cristo: “I cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno mai”. I futuri archeologi potrebbero pensare a tantissime cose, alle più svariate, difficilmente riuscirebbero a capire la storia dell’uomo crocifisso. Ancora più difficlmete riuscirebbero a capire la simbologia cristiana, i vari IHS, il sole sul calice, e tutti gli altri simboli eucaristici. Difficile sarebbe per essi capire il perché di tante fuigure raccapriccianti, di uomini ai quali viene mozzata la testa, a donne alle quali vengono strattati i seni, a giovani legati alle colonne e uccisi con le frecce, a uomini che vengono arrostiti sulle gratelle, ecc. Sicuramente l’idea che si formerebbero questi archeologi del futuro sarebbe quella che la nostra società odierna era una società barbarica, sanguinaria e cattiva (e non avrebbero tutti i torti). Se poi andassero a analizzare le scritte, i linguisti del futuro farebbero mille supposizioni, la prima riguarderebbe senz’altro la loro origine: “Da dove provenivano gli Italiani”. E giù sopposizioni su supposizioni. Gli italiani venivano dagli Stati Uniti, poiché sono stati ritrovati dei pezzi di jeans, uguali a quelli che portavano gli americani. Altri potrebbero dire: gli italiani provenivano dalla Romania, poiché sono state trovate molte tombe con nomi simili o uguali a quelli ritrovati nel territorio rumeno. Sicuramente gli archeologi non riusciranno a capire il perché tante donne rumene sono qui in Italia a fare le “badanti”.

Altri potrebbero dire, per le stesse ragioni che gli Italiani provenivano dall’Albania, dalla Tunisia, dal Senegal e chi più ce n’ha più ne metta. Allora alcuni futuri archeologi obbietteranno: “Sicuramente gli Italiani erano una Federazione di popoli, di razze, di etnie diverse, come a suo tempo lo erano stati gli Etruschi?” E poi la lingua, gli Italiani parlavano una lingua imparentata con l’inglese, cedi OK, vedi bye bye, vedi joke-box, ecc. Altri potrebbero pensare che la lingua derivi dal francese, vedi cheri, non-chalance, merci, ecc. Vedete a che razza di confusione sarebbero sottoposti i nostri eroici archeologi del sec. XL?. E poi, le cappelle di famiglia semi distrutte, ma ancora “leggibili”, sotto il punto di vista architettonico. Mi immagino che i “futurarcheologi” direbbero: “Le case degli italiani erano piccole, di un solo ambiente, con il tetto a spiovente, ricoperte di marmi e suppellettili varie”. Questo per i ricchi, i poveri invece, non potendosi permettere la tomba signorile, venivano seppelliti in fosse di circa due metri di profondità.
Vedete quanto sarebbe difficile ricostruire dopo duemila anni il tipo di vita, la religione, larte, il lavoro, l’architettura e le conquiste scientifiche degli italiani? Se i futuri archeologi non venissero in possesso di un vocabolario della lingua italiana, si troverebbero nelle stesse difficoltà che ci troviamo oggi con la civiltà etrusca. Ma torniamo al tema di come gli Etruschi ‘comunicano’ con la nostra società attuale.

Nonostante i molteplici modi di forme di ‘comunicazione’ mi è parso giusto analizzare ciò che i nostri avi Etruschi ci tramandano con la scrittura. Noi possediamo migliaia di epigrafi, pochissime di queste sono arcaiche e semplicissime nei loro concetti, ad esempio: “Mi Mamarce Asklaie” (Io sono Marco di Ascoli, oppure io sono il donatore Marco di Ascoli); “Mi culixna Velthura Venelus” (io sono la coppetta di Venel Volturio).

Queste due iscrizioni, rinvenute a Capua (Campania) nel V sec. A.C. risalgono al V secolo a.C. Sono due frasi semplici, che da un lato vogliono affermare la proprietà delle cose a certe persone, e che quindi non vanno toccate da nessuno e tantomeno rubate, dall’altro lato, implicitamente, si riconosce che tali tombe appartengono a Tizio o a Caio. Sempre rimanendo nello stesso periodo riporto una iscrizione trovata in Campania a Suessula, e questa dice: “Mi xulixna cupes althnas ei minipi capi mini thanu”. L’iscrizione è appena un po’ più complessa delle altre, ma niente di trascendentale: “io (sono) la coppetta di Cupio della città si Alatri, non mi prendere”. Perché gli etruschi avevano così timore che un oggetto, se vogliamo di poco valore, allora, venisse trafugato dalle tombe dei loro cari? E’ probabile che gli oggetti lasciati nelle tombe del defunto fossero una specie di offerta da regalare al traghettatore, affinché questo lo conducesse senza pericoli nel regno dell’Ade, cioè nel regno dei morti. Altre iscrizioni sono ancora più semplici ad esempio questa: “Tula Tetula Surate” rinvenuta a Capena (Lazio) e significa: “io sono Tullio della città di Sorano”. Pochi discorsi, lo vedete come sono semplici: nome cognome e provenienza, una specie di carta d’identità in formato ridotto. Un’altra epigrafe dal contenuto un po’ curioso: “Mi Squrias Thina mlax mlakas”. Certo di primo acchito la frase sembra incomprensibile, ma se facciamo un po’ di attenzione notiamo che “Mi” equivale a “io sono” (opp. Mi ma=io sono), il verbo quindi, in questo caso è sottinteso. Per “squrias” ci viene in aiuto in latino con “scurra” che significa: fannullone, buffone, adulatore, parassita. Tuttavia l’origine di questo nome di persona sembra di origine etrusca. Da qui deriverebbero gli aggettivi italiani “scurrile”, che ha significato di osceno, maleducato, ecc, “thina” potrebbe significare “olla”, parola da cui deriverebbe anche l’italiano “tino” e il nome Tino-a. Dunque: “io sono la olla di Scurreia che scioglie un voto”. Gli Etruschi erano molto religiosi (ciò non toglie che ci fossero anche degli atei!) e la loro religione spesso e volentieri si tramutava in superstizione: guai seri sarebbero toccati all’eventuale ladro della ‘olla’ (pentolina) di Scurreia.

Ancora una epigrafe facile a comprendere: “Mi mulvanice Mamarce Velxanas”, semplicemente mi ha donato (mulvanice) Marco (Mamarce) Velxanas (di Vulci o vulcente). Ora due epigrafi, facili, facili da Tarquinia ed esattamente dalla Tomba Bruschi,forse una delle tombe che abbiamo recentemente visitato con i soci di Archeoclub Mugello. “Ati nacna Velus”. Ati significa madre e “nacna” significa “grande”, dunque le due parole messe insieme significano “grande madre” ovvero grand-mère (Nonna in francese) e Grossmutter (nonna in tedesco). Siccome la tomba è recente e risale al II sec. a.C., è probile che questa parola derivi dalla lingua celtica. I celti infatti invasero l’Italia settemtrionale verso il VI-V secolo a.C. Testimonianze molto interessanti della cultura celtica, appena fuori la Toscana le troviamo a Monerenzio, appena scollinato il Passo della Raticosa, in provincia di Bologna. L’altra iscrizione è formulata così: “Papa Velus”, dove “papa” non sta per papà, ma per nonno. E il n ostro “babbo”, allora da dove deriva? Si tratta forse di una voce onomatopeica? (il bambino piccolo quando riesce a pronunciare le prime sillabe dice: “ba-ba” e da qui ad arrivare a “babbo” il commino mi sembra breve).

Un’altra epigrafe interessante proviene da Tarquinia: “Mi ma Mamarce Spuriiazas”. La traduzione è la seguente “Io sono Marco Spurillio”. C’è da notare qui che “spurio” ha snche il significato di “illegittimo, bastardo, adulterino”, oppure “spur”, in etrusco significa “città”. Perche queste somiglianze? Non mi sentirei certo di confermare che “spuriazas” significasse “figlio naturale”, poiché mi mancano gli elementi per dimostrarlo, però, la tesi è interessante o “allettante” come spesse volte dice il Prof. Massimo Pittau, linguista etruscologo di chiara fama.
“Eca mutana Cutus Velus”, iscrizione in una trave di tufo, rinvenuta a Tarquinia nel II sec. a.C. significa: “Questa è la tomba di Vel C….” Un’altra iscrizione, rinvenuta a Tarquinia in un cippo funerario del II-III sec. a.C. “Lucer Latherna svalce avil XXVI”. “Lucer” deriva molto probabilmente da “luce” e quindi “Locer” potrebbe significare “Luciano”. Questo Luciano è vissuto (svalce) “avil” (fino a, anni) XXVI (ventisei). Questo giovane è vissuto troppo poco anche per quei tempi, in cui le guerre erano pane di tutti i giorni.

Abbiamo imparato dagli stessi Etruschi, alcuni nomi propri, alcune forme verbali semplicissime come as esempio “mi ma”, o semplicemente “mi”, che significa “io sono”; poi abbiamo conosciuto come questo popolo chiamava la mamma, il ‘babbo’, la nonna, il nonno, ecc. E’ solo una piccolissima parte di ciò che potremo scoprire analizzando le singole iscrizioni rinvenute nei siti etruschi.

FRASCOLE (Dicomano): ESCLUSA L’IPOTESI DEL TEMPIO ETRUSCO SUL POGGIO DI SAN MARTINO?

Tutta la zona di Frascole, Castel di Poggio, ecc., nel territorio mugellano, presso Firenze, rientrava nella giurisdizione di Castel del Pozzo, i cui proprietari, nel Medioevo, erano i potenti feudatari Conti Guidi da Porciano (in Casentino), un ramo della famiglia dei Guidi da Modigliana. Con la fine dell’età feudale e dopo aspre vicissitudini e battaglie i Guidi alienarono la Contea del Pozzo alla ‘novella’ aristocrazia fiorentina quella dei Conti Bardi, che la tennero per circa quant’anni e dopo la alienarono alla Repubblica Fiorentina che acquistò tutto il contado, fortezze comprese, per la modica cifra di 2500 fiorni, nell’anno 1378. Faceva parte della Contea di Castel del Pozzo, anche la fortificazione e la piccola chiesa che sorgevano su un importante snodo viario medievale, già etrusco, sul Castello di Poggio, ubicato a monte, direzione Est della pieve di Frascole. Accanto alla torre, facente parte della fortificazione di castel di Poggio, ubicata in posizione estremamente strategica, era stata costruita, o meglio, ricostruita dopo l’abbattimento del castello, sui ruderi della fortificazione la piccola chiesetta di san martino in Poggio la quale era diposta su un piano longitudinale est-ovest, con un piccolo sagrato in pietra e con pavimento in lastre sempre in pietra. La Fortezza di San Martino in Poggio fu espugnata e, in seguito, abbattuta forse ad opera dei Fiorentini, durante la loro maggiore fase di espansione nel contado, probabilmente verso la fine o agli inizi del XIII secolo.
Che tutta la zona intorno a Dicomano e, in modo particolare Frascole e Castel di Poggio, fossero in origine etruschi non esiste ombra di dubbio, infatti gli Etruschi abitavano le alture dei monti sulle sponde destra e sinistra del fiume Sieve e tanti reperti, appartenenti a questo antico pololo sono stati ritrovati in strati più o meno profondi in tutte queste zone, non esclusa la zona di cui stiamo trattando.
Accanto alla chiesa di San Martino in Poggio (cura di anime fino a che la zona non perse importanza per una serie di cause tutte legate al cambiamento della condizione economica e sociale degli abitanti che abitavano quelle zone collinari) scavi più o meno recenti hanno ritrovato le fondamenta di quella che era la torre (il mastio) della fortezza dei Guidi, signori della zona. Essa si trovava proprio accanto alla chiesetta, sotto la coltre di terra formante una specie di collina a forma di cono tronco alla sommità. Qui si celavano le strutture della fortezza dei Guidi e, proprio sulla sommità un po’ spianata era stato allogato il piccolo cimitero ad uso dei defunti che avevano abitato nella cura di detta chiesa. La torre della fortificazione aveva una base di circa 10 metri per trenta ed era divisa in tre parti da tre solidi muri interni. Lo spessore dei muri esterni misura circa mt. 1,50. La torre, che, ripeto, doveva essere il ‘mastio’ della fortificazione doveva avere un’altezza variabile dai 25 ai 30 metri, con un probabile coronamento superiore a merli. E’ probabile inoltre che l’ingresso della torre, per ragioni difensive, fosse non al piano terreno (dove probabilmente esistevano locali che potevano servire da cisterne per la raccolta delle acque o anche per il deposito di armi, di cibo, ecc.), ma al primo piano della stessa, ingresso al quale si accedeva per mezzo di una scala di legno, rimovibile, in caso di pericolo. Analoghe scale in legno dovevano esistere per raggiungere i piani superiori della torre.
Siccome la zona intorno a Castel di Poggio e Frascole era sicuramente abitata da Etruschi è probabile, ma non è sicuro, che la fortificazione medievale dei conti Guidi sorgesse sui ruderi di un precedente stanziamento etrusco.
In zona, abbiamo detto sono stati ritrovati molti reperti, soprattutto materiale fittile (terracotte), ma anche ex-voto, e un cippo funerario. Sembra, che uno di questi reperti fittili porti il nome di una famiglia facoltosa i VELASNA (di ceto paragonabile ai Guidi del Medioeveo). Tutto il materiale ritrovato andrà ad arricchire il nuovo museo Archeologico di Dicomano (Firenze) che aprirà i battenti, dopo tanti rinvii, il 6 dicembre 2008.
Ci auguriamo che anche sul Poggio di San Martino, gli scavi, che procedono un po’ a rilento, a causa della cronica carenza di fondi da parte della Soprintendenza Archeologica di Firenze, ci riserbino delle autentiche e piacevoli sorprese.

Bibliografia essenziale:
Francesco Niccolai – Mugello, ecc, opera citata
R. Francovich – I castelli del contado fiorentino nei secc. XII-XIII – Ed. Clusf
M. Pittau – Dizionario della lingua Etrusca – Dessì Sassari
Paolo Campidori – Mugello – Altomugello –Valdisieve – Toccafondi Editore 2006

LE ORIGINI VILLANOVIANO-ETRUSCHE DI FIRENZE
Una scoperta sensazionale sotto i secolari strati di limo del fiume Arno a Firenze
“VERSO LA FINE DEL X SECOLO a. C. C’E’ SICURAMENTE DOCUMENTATO IL PRIMO STANZIAMENTO DI GENTI ITALICHE NELLA ZONA ORIENTALE DELLA PIANURA FIORENTINA. ESSE PROVENGONO DALL’APPENNINO TOSCO-EMILIANO E COSTITUISCONO L’AVANGUARDIA DI QUELLA CORRENTE MIGRATORIA CHE DALLA VALLE PADANA SCENDE A POCO A POCO FIN SULLE RIVE TIRRENE: SONO GLI INDOEUROPEI PORTATORI DELLA CIVILTA’ DEL FERRO PRATICANTI, A DIFFERENZA DEI LIGURI INUMATORI, IL RITO FUNEBRE DELLA CREMAZIONE. LA PERFETTA CORRISPONDENZA CHE PRESENTA LA SUPPELLETTILE DELLE TOMBE ARCAICHE FIORENTINE CON GLI OGGETTI COSTITUENTI IL CORREDO FUNEBRE DELLE NECROPOLI “VILLANOVIANE” DELL’AGRO DI BOLOGNA (BENACCI I E II), FA SUPPORRE CHE LO SCAVALCAMENTO DELL’APPENNINO SIA STATO EFFETTUATO ATTRAVERSO LA VALLE DELL’IDICE, IL COLLE DI CANDA E IL PASSO DEL GIOGO, DONDE DISCESERO PER IL MUGELLO E LE VALLI DEI TORRENTI FISTONA E MUGNONE FIN SULLA OSPITALE SPONDA DELL’ARNO” (Mario Lopes Pegna – Firenze dalle origini al Medioevo – Del Re Editore, pag 19-20)
Secondo la teoria dello storico M. L. Pegna le genti “villanoviane” avrebbero fatto un percorso diverso da quello che oggi è più accreditato, sarebbero quindi i “villanoviani” del nord (Felsina) a ‘colonizzare’ la vallata fiorentina, verso la fine del IX secolo passando per la Valle dell’Idice (dove sono stati recentemente trovati importanti stanziamenti “villanoviami-etruschi-celtici), il Colle di Canda (che si trova ad est dell’attuale Passo della Raticosa, alle cui pendici sorge il paese di Pietramala) e scendendo verso il Peglio (ritrovamento di un idoletto etrusco, ora a Cortona) risaliva il Giogo fino al Passo dell’Ospedaletto (poi Osteria Bruciata), scendendo in Mugello e da qui a Firenze. A me sembra che questa ipotesi, formulata dallo storico Mario Lopes Pegna nel 1974, sia affidabile. Poi lo storico prosegue con la trattazione dei primi abitatori di Firenze:
“….DI QUESTE GENTI ITALICHE VENNE IN LUCE VERSO LA FINE DEL SECOLO SCORSO, DURANTE I LAVORI DI RIORDINAMENTO DEL CENTRO DI FIRENZE UNA PARTE DELLA NECROPOLI, COSTITUITA DA UN’AREA DI OLTRE 4000 MQ E CHE SI ESTENDEVA DA VIA PELLICCERIA A VIA DEL CAMPIDOGLIO, PROLUNGANDOSI VERSO OVEST FINO A VIA VECCHIETTI. FURONO CASUALMENTE SCAVATE UNA VENTINA DI TOMBE, QUASI TUTTE RAPPRESENTATE DAI COSIDDETTI OSSUARI VILLANOVIANI…
Noi abbiamo la documentazione di questi ritrovamenti archeologici, di importanza estrema, in una serie di foto (fine Ottocento – primi Novecento) che sono visibili nel libro del Lopes Pegna. Io stesso, ebbi modo di vedere gli originali di tali foto (che poi furono inserite nel libro del Pegna) all’Opificio delle Pietre Dure, in Via degli Alfani a Firenze (Ministero Beni Culturali), verso gli anni ’80, dove io prestavo servizio come segretario; si trattava di fotografie bianco nero, planimetrie e disegni vari, riguardanti tali scavi, che io stesso inventariai in un Registro che dovrebbe trovarsi ancora (lo spero) presso Archivio di detto Opificio P.Dure.
Prosegue poi Lopes Pegna riferendosi alle tombe villanoviane:
“….NON SI TRATTAVA DI UN SEPPELLIMENTO OCCASIONALE (necropoli fiorentina n.d.r.) MA BENSI’ DI UN’AREA CIMITERIALE BEN DEFINITA E PERTINENTE AD UN VILLAGGIO DI PRISCHE POPOLAZIONI ITALICHE, LA CUI SEDE NON POTEVA ESSERE MOLTO LONTANA DALLA NECROPOLI”.
E’ chiarissimo che si trattava della primitiva città (o villaggio) “VILLANOVIANO” sorto nell’area che poi diventerà la sede della Colonia Romana. Però bisogna notare un particolare molto interessante: il villaggio villanoviano si trovava ad una profondità variabile da 5 a 7 metri dal piano stradale e circa UN METRO SOTTO DI QUELLA CHE POI DIVENTERA’ LA CITTA’ ROMANA.
Prprio qui sta il “mistero” della sparizione di questo grande villaggio “villanoviano”, esistito dalla fine del X secolo a.C. agli inizi dell’VIII sec, a.C., IN QUESTO METRO DI TERRENO ALLUVIONALE che celava appunto il precedente insediamento.
Riportiamo queste significative conclusioni di M. L. Pegna al II capitolo del suo libro :
“…CONSIDERANDO CHE LO STRATO IMMEDIATAMENTE SOPRASTANTE AGLI OSSUARI ‘VILLANOVIANI’ ERA COSTITUITO DA TERRENO ALLUVIONALE, ATTESTANTE UN LUNGO PERIODO DI ABBANDONO, FU ACUTAMENTE RILEVATO ‘CHE LA CITTA’ ROMANA SORSE SU DI UN TERRENO CHE DA TEMPO ERA STATO ABBANDONATO E CHE AI PRIMI COLONI POTEVA APPARIRE COME VERGINE, E NON EBBE A SUBIRE ADATTAMENTI AD UN CENTRO PREROMANO’”.
E’ fin troppo chiaro a questo punto che l’origine di Firenze NON E’ ROMANA, bensì VILLANOVIANA (ed etrusca) ad iniziare dal sec. X a.C. E’ chiaro inoltre che la zona del villaggio fu ripetutamente sommersa dalle piene dell’Arno, che costrinsero i suoi abitatori ‘I Villanoviani’ a costruirsi un’altra città sulle alture delle colline che guardano Firenze e l’Arno. Quindi l’ipotesi che Fiesole sia più antica di Firenze E’ FALSA. SI TRATTA DI UNA TEORIA CHE NON E’ SORRETTA DA ALCUNA DOCUMENTAZIONE, NE DA ALCUN RAGIONAMENTO LOGICO.
Bibliografia:
Mario Lopes Pegna – Firenze dalle origini al Medioevo – Del Re Editore, Firenze 1974
Daniele Vitali – Guida al Museo Archeologico di Monterenzio “Luigi Fantini” – Archeologia e storia nelle Valli dell’Idice e dello Zena – Bologna 2

ANTICHI SIMBOLI ETRUSCHI NELLA STELE DI MARANO DI CASTENASO (BO)

La stele di Marano di Castenaso, presso Villanova, in Provincia di Bologna, ritrovata recentemente, è interessantissima per lo studio delle genti, cosiddette, “villanoviane”, che hanno preceduto gli Etruschi.
In questa stele sono ben evidenti sei ruote a otto raggi, scolpite a rilievo e poste, tre per parte, nella zona superiore rotondeggiante, o meglio, di forma ovoidale. Purtroppo la stele in oggetto è ancora ricoperta di strati terrosi, che non ci permettono di analizzare con precisione certi dettagli, specialmente nella parte superiore della stessa (Faccio riferimento alla foto e all’articolo: “I guerrieri di Castenaso” – Archeo n. 4 dell’aprile 2008). La parte centrale della stele è dominata da un felino (?) con la coda fra le zampe che termina a forma di una falce di luna. Particolare quest’ultimo da tenere in considerazione.
Purtroppo le incrostazioni terrose nella parte superiore della stele, non ci fanno vedere i rilievi che stanno sotto di esse, ma dovrebbe trattarsi di due stelle. Anche la testa del “felino”, in parte occultata, rivolta verso sinistra, sembra essere nell’atteggiamento di guardare i simboli (le stelle) che si trovano proprio sopra la sua testa.
Una spada, con la punta rivolta verso destra è posta al centro, sotto il rilievo del “felino”. Un’altra spada (una sorta di macete) di foggia un po’ diversa, con il manico uncinato, si trova nella parte superiore sinistra. In basso due guerrieri, armati di spada e protetti da elmi metallici, se le “stanno dando di santa ragione” (come si direbbe in Toscana). Il guerriero, che si trova a sinistra, ha appeso alla vita una specie di arma, una specie di boomerang, a forma di mezza luna, o probabilmente a forma di rasoio lunato (potrebbe però essere anche l’arto ripiegato avente la forma di una mezzaluna). Quattro anatrelle, due per lato, stanno nel rilievo sottostante, entro una specie di riquadro incorniciato e sono tutte rivolte verso sinistra.
E’ necessario per una decifrazione più sicura dei rilievi della stele attendere il restauro della Soprintendenza Archeologica di Bologna, tuttavia la simbologia già riconoscibile è di interesse estremo.
I cosiddetti “villanoviani”, cioè i precedenti abitatori delle terre, che poi saranno abitate dagli Etruschi (forse in una fusione di popoli con i “villanoviani”), non conoscevano l’uso della scrittura, poiché si affidavano alla simbologia, un modo di comunicare estremamente più efficace e più universale dal punto di vista della intelligibilità.
L’animale che compare al centro, che nell’articolo di Archeo (già citato) si dice essere un felino, potrebbe, forse, essere un lupo, costantemente raffigurato nella simbologia escatologica etrusca. Il lupo, forse, veniva tradotto in lingua etrusca con “lupu” (?), e questo a sua volta significava anche “morte”. Infatti in certe epigrafi troviamo, ad esempio, che Tizio è “lupuce”, che ha significato “è morto”. Dunque nella simbologia etrusca il lupo rappresentava la morte terrena. A questo faceva da contrapposizione l’anatra, che aveva il significato opposto, di rinascita, di vita ultraterrena. Si sa bene che quest’ultime restano a galla, con estrema sicurezza, sia in acque tranquille che in acque agitate e tempestose, e rappresentano un sicuro passaggio dalla vita terrena a quella ultraterrena.
I dischi, o ruote a otto raggi, rappresentano il sole e la falce arcuata (che ritroviamo anche nei tipici rasoi villanoviani) che in questa stele è rappresentata almeno due volte, rappresentano la luna. Sopra il “felino” (o lupo), sono distinguibili, forse, due stelle. Dunque, sole, luna, stelle sono gli oggetti celesti (gli “dei” celesti) che venivano adorati dai villanoviani: i “Rasenna”. Quest’ultimi, probabilmente si sono “fusi” con gli Etruschi ed hanno costituito un nuovo “popolo”, forse una “lega” (mexlum) di popoli, chiamati in diverso modo: Tirreni dai Greci, Etruschi dai Romani, ecc., i quali, forse per supremazia numerica, hanno imposto le loro abitudini ai “villanoviani”, la loro scrittura, una religione diversa, e un modo diverso di vivere la vita e di concepire la morte.
I due guerrieri in basso rappresentano in maniera molto realistica una battaglia, la battaglia per la vita (e la morte). Il numero otto dei raggi dei dischi solari o delle ruote, ci riconduce, secondo un’antica concezione numerologica, al concetto di rinascita.
La stele villanoviana di Marano di Castenaso (BO), ci illumina e ci parla delle credenze di questo antico popolo, che è stato definito dagli archeologi, come il popolo dei “villanoviani”. Da dove venisse però questo popolo non ci è dato sapere. In un articolo recente ho ipotizzato che “rasenna”, il nome con il quale gli Etruschi definivano se stessi, potesse avere il significato di “popolo dei rasoi lunati”, oggetto che troviamo quasi costantemente nelle tombe villanoviane.

LA LUPA CAPITOLINA DA CAPOLAVORO ETRUSCO A OPERA MEDIEVALE?
Errare humanum est? I falsi etruschi
“La Lupa è una straordinaria realizzazione in bronzo di artisti che possiamo immaginare non necessariamente in ambito etrusco, ma in quell’ambiente culturale dell’Italia medio-tirrenica nell’ambito del V sec. a.C. Le fonti ci dicono ad esempio che nella Roma degli inizi della Repubblica, quindi subito dopo la cacciata dei Tarquini, lavorarono artisti greci per la realizzazione del tempio di Cerere sull’Aventino. Proprio all’esperienza artistica greca fa pensare una realizzazione così essenziale e così straordinaria. Dell’opera nell’antichità noi non conosciamo la sistemazione, l’uso e anche l’ipotesi che è stata fatta che si tratti di un oggetto votivo inizialmente può essere forse ancora accreditata. Quindi diciamo che da questo punto di vista forse il famoso mistero legato alla lupa e alla iconografia e alle sue origini possiamo dire che rimane”. Queste le testuali parole pronunciate dalla Direttrice dei Musei Capitolini (Dr.ssa A. S.) durante un’intervista concessa nel corso della trasmissione televisiva “Il Filo di Arianna”, una trasmissione che ebbe molto successo e che fu mandata in onda su Rai Due, in occasione delle celebrazioni per l’Anno degli Etruschi (e in concomitanza con la Mostra di Venezia a Palazzo Grassi), trasmissione curata e ben condotta dall’archeologo e scrittore Valerio Massimo Manfredi. “Tutto sbagliato, tutto da rifare” diceva il grande “Ginettaccio” e “toscanaccio” nazionale. Già, ma i latini ammonivano che “Errare humanum est” e gli antichi romani, quando volevano, erano molto saggi. Quello però che stupisce non è il fatto di sbagliare o prendere una cantonata, oppure dire e fare uno “strafalcione”, questo può capitare a tutti, nessuno escluso e “chi si sente senza peccato scagli la prima pietra”. Però purtroppo, cantonate di questo genere, in questi ultimi tempi, ne sono state prese in grande quantità e su cose anche molto importanti. Se poi prendo in esame un arco di tempo un po’ più grande, ad esempio dall’inizio alla fine del Novecento (secolo passato), mi accorgo che “l’iter attributivo” di determinate opere d’arte da parte di illustri docenti, professori universitari, critici d’arte, addetti ai lavori, che la paternità di certe opere d’arte è stata ondivaga e attribuita, direi con una certa “nonchalance” ora ad un artista, poi ad altro artista della cerchia e della bottega, poi ad altro artista, completamente di fuori della cerchia, per poi ritornare, qualche volta all’artista originario. Un grande travaglio, questo, un grande sforzo culturale e intellettuale che ha impegnato “critici di livello” per decenni. E sono state lotte dure, talvolta fra critici, sono corse anche parole grosse e anche offese, contro l’operato di Tizio o di Caio. Vi ricordate ad esempio la “beffa” dei falsi Modigliani? Senza stare a fare dei nomi, vi posso assicurare che ad appoggiare la tesi che i paracarri sottratti a una statale livornese, “lavorati” ad hoc con un Black and Decker da parte di buontemponi studenti livornesi, furono valutati con sicurezza assoluta a Amedeo Modigliani, il grande Modì. Questi critici, erano i maggiori storici dell’arte, critici d’arte “di livello” di un tempo, e alcuni Direttori dei maggiori musei (addetti ai lavori). Poi venne fuori il “bubbone”, la grande “capocciata”. Fu una vera débacle che ebbe riflessi negativi anche su addetti ai lavori che non ne avevano avuto la benché minima colpa. L’Italia dell’arte subiva un colpo durissimo e i critici di allora ne uscirono fuori malissimo. E poi ci fu anche un giallo quello della morte, si dice accidentale (ma forse, qualcuno sussurra, sarebbe bene che il caso venisse riaperto) della figlia di Amedeo Modigliani. Aprendo, a caso, una vecchia pubblicazione del periodo fascista, sulla città di Roma, ad opera del Touring Club Italiano (Roma – Parte I – Milano 1941), noto a pag. 47 una bella raffigurazione della lupa, con le mammelle cariche di buon latte per i propri cuccioli, e che volge guardinga la testa per scrutare all’intorno e per proteggere le proprie creature. Nella didascalia, oltre le frasi auliche, che traboccano di romanticismo classico “stra-romano” fino al disgusto, leggo che si tratta di notevole opera etrusca del V a.C secolo e poi le seguenti parole: “Saldamente piantata sulle zampe, con occhio vigile volto al nemico e la bocca ringhiosa, fa pensare che già in origine fosse raffigurata mentre protegge i due gemelli, il cui gruppo attuale fu aggiunto nel Rinascimento da Antonio del Pollaiolo. E’ un’opera egregia d’arte etrusca degli inizi del sec V a.C.” La lupa, già simbolo di Roma, per le note vicende di Romolo e Remo, che furono (stando alla leggenda) i fondatori di Roma, a partire dal post Rinascimento e fino ai tempi nostri, divenne ancora di più simbolo assoluto della potente città si Roma (e in un certo senso convalidava anche il potere centrale della Chiesa di Roma). Tanto era cara e preziosa e importante questa figura della lupa, “etrusca”, o per dirla con la Dr.ssa Anna Sommella, “nata in ambiente culturale dell’Italia Medio-Tirrenica nell’ambito del V sec a.C.”, che essa fu posta, nelle Sale dei Conservatori, e non poteva essere altrimenti, uno dei punti più prestigiosi dei Musei Capitolini. Questo è uno degli esempi più significativi di come venga falsata la storia e vengano avallate le leggende. Perché furono aggiunti i due lattanti Romolo e Remo sotto le mammelle della lupa? Dobbiamo credere alla buonafede di coloro che ordinarono i gemelli in bronzo all’artista rinascimentale Antonio Pollajolo (il sicuro mecenate fu il Papa Sisto IV)? I committenti dei gemelli credevano che la scultura, fosse di ambito etrusco, oppure dobbiamo pensare che essi fossero in malafede e, proprio per il gusto della “rinascita” (da cui deriva “Rinascimento”) e della “cultura” pagana (Papa Sisto, forse, è stato il più pagano dei papi di Roma), essi fecero credere alla gente semplice, al popolino, che la famosa leggenda di Romolo e Remo non era campata in aria, bensì, comprovata dalla aggiunta postuma dei gemelli? O ancora dobbiamo supporre che la lupa e i gemelli, furono considerati etruschi del VI-V sec. a.C. solo per un “ghiribizzo” di alcuni collezionisti, che videro così aumentare la quotazione del “pezzo” o del reperto di antichità? Di certo sappiamo che la lupa fu donata a papa Sisto IV e che i gemelli furono aggiunti a quell’epoca. In quel tempo iniziava a ridestarsi anche, dopo un sonno durato quasi due millenni, la grande civiltà dell’Etruria Vetus e degli Etruschi, abitanti della stessa, che furono, dagli antichi e fino al periodo fascista, sempre considerati come un sottoprodotto della civiltà romana e greca (in parte lo sono ancora da parte di molte persone male informate). Basti fare un esempio per tutti la famosa Chimera di Arezzo, esposta al Museo Archeologico di Firenze, uno dei pezzi più straordinari dell’arte etrusca, lo definirei anzi il capolavoro sublime, fu ritrovato proprio durante il Rinascimento e subito ricevette le attenzioni dei Medici e fu “restaurato” per le collezioni medicee da uno dei più valenti scultori dell’epoca. Poi udite… udite, il tempo passa, la scienza fa capolino, arriviamo all’epoca moderna, al restauro scientifico delle opere d’arte, all’analisi e dei materiali con i microscopi a scansione e alle analisi radiografiche, chimiche ecc. dei nostri giorni. E all’orizzonte compaiono i primi lampi e i primi tuoni, poi la tempesta. Da studi recentissimi, compiuti in sede di restauro romano da una delle più valenti restauratrici veniamo a sapere (Archeologia Viva n.121 del gennaio febbraio 2007, pag. 17) che la lupa dei Musei Capitolini non può essere considerata ulteriormente un’opera del V secolo a.C (480-470 a.C.), e tantomeno opera del grande Vulca di Veio (fine VI sec. a.C.), e addirittura non può essere considerata opera etrusca, né opera umbra (ambito etrusco), né opera medio-mediterranea, ma opera, udite…. udite… medievale! La restauratrice e storica dell’arte Anna Maria Carruba, che ha compiuto il restauro afferma, che tale opera non può essere etrusca per una serie di ragioni: primo fra tutti lo stile dell’opera che non è etrusco (ma non ci sarebbe stato bisogno dell’affermazione della restauratrice, si vedeva benissimo anche a occhio nudo che si trattava di opera medievale), per l’uso della lega metallica usata per la fusione “a cera persa” e “in un solo getto com’era in uso nelle officine medievali”. Gli etruschi e anche i romani realizzavano le loro opere più belle fondendo separatamente vari pezzi, uno alla volta e ricongiungendoli mediante saldature. Che fine farà adesso la lupa? Sarà ripresentata alle mostre “di livello” sugli Etruschi? Sarà ancora considerata un capolavoro dell’arte antica greco-etrusca? Verrà collocata in un museo medievale o alto-medievale della capitale? Credo che per adesso, nessuno sia in grado di fare una tale previsione. Concludo dicendo ai nostri maggiori critici che se è vera la prima parte del proverbio “Errare è umano”, tanto più vera è la conclusione dello stesso: “perseverare è diabolico”.

ETRURIA: “TERRA PROMESSA”?
Un comune destino sembra legare gli antichi popoli villanoviani
con le popolazioni ebraiche

“ Io sono Jahveh, io vi toglierò di sotto ai duri pesi degli Egiziani e vi libererò dalla loro schiavitù e vi riscatterò col braccio disteso e con grandi giudizi e vi prenderò per il mio popolo e sarò il vostro Dio e voi conoscerete che Io sono il Signore Iddio vostro, che vi traggo di sotto ai duri pesi degli Egiziani e vi condurrò nella TERRA, CHE, CON MANO ALZATA, HO PROMESSO DI DARE AD ABRAMO A ISACCO E A GIACOBBE, TERRA CHE IO VI DARO’ IN POSSESSO DI EREDITA’: IO SONO JAHVEH!” In tal modo parlò Mosé ai figli di Israele, “MA ESSI NON DETTERO ASCOLTO A MOSE’ PERCHE’ IL LORO ANIMO ERA OPPRESSO DA UNA DURA SCHIAVITU’” (Esodo 6,6-9). (La Sacra Bibbia – Traduzione italiana dai testi originali di Fulvio Nardoni, LEF, 1960). Siamo circa nel 1200 a.C. qiando Jahveh si rivela a Mosé e “stipula” un patto con i figli di Isaraele.

Facciamo adesso un enorme salto in avanti di circa 3000 anni: siamo nella prima decade della seconda metà del 1800 (1860 ca.). In questo periodo le scoperte archeologiche etrusche si susseguono a un ritmo davvero incalzante e, di conseguenza, anche le iscrizioni in lingua etrusca divengono, di giorno in giorno, più numerose. Aleggia intorno a questa lingua un grande mistero: non si capisce che lingua sia e da cosa derivi. Si tenta allora un esperimento. Si scelgono due fra i maggiori studiosi e filologi del momento, uno è Padre Canmillo Tarquini della Compagnia di Gesù, professore emerito del Collegio Romano e l’altro è il Prof. Johann Gustav Stickel, dottore in teologia ed in filosofia, professore ordinario delle lingue orientali, ecc. ecc. e, A LORO INSAPUTA, si fanno esaminare delle iscrizioni e dei testi in lingua etrusca. Gli studi del Tarquini furono pubblicati in Civiltà Cattolica, fasc. 6 giugno 1857, pag. 551-73 e in “I misteri della lingua etrusca” Ibidem del 19-XII-1857, pag. 727-742. Gli studi condotti sulla stessa materia dello Stickel furono pubblicati a Lipsia (Germania) nel 1858 in “Das Etruskische durch Erklärung von Inschriften und namen als semitische Sprache” (Op. cit. pag. 296 e tre tavole). Sia il professore di Iena, lo Stickel, sia Padre Tarquini, del Collegio Romano (Attuale Sede del Ministero Beni Culturali) concordarono l’uno all’insaputa dell’altro che: “L’ETRUSCO SI APPALESA UNA FAVELLA SEMITICA, VALE A DIRE, COME TUTTI INTENDONO, UNA LINGUA PERTINENTE A QUELLA FAMIGLIA DI IDIOMI DI CUI SON MEMBRI IL FENICIO, L’EBRAICO, L’ARAMEO, L’ARABO, L’ETIOPICO, E, PIU’ SPECIALMENTE SI ADDIMOSTRA UNA FAVELLA CHE IN QUALCHE MODO STA IN MEZZO FRA L’EBREO E L’ARAMAICO. SIMIGLIANTE SENTENZA FU IN DIFFERENTI TEMPI SOSTENUTA DA VARI ERUDITI ITALIANI (G. I. Ascoli – Intorno ai recenti studi diretti a dimostrare il semitismo della lingua etrusca” (Archivio Storico Italiano – Deputazione Toscana di storia patria)
Veniamo ai nostri giorni. Il filologo Giovanni Semerano (1911-2005), i cui studi sono apprezzatissimi in Europa e negli Stati Uniti, già allievo dei maggiori linguisti italiani come il Devoto, Pasquali, Migliorini, ecc. nel suo libretto edito da Bruno Mondadori “La favola dellIndo-Europeo”, a cura di Maria Felicia Iarossi, a proposito dell’origine delle lingue Indo-Europee precisa quanto segue: “L’ESITO PERENTORIO QUI SCANDITO E’ CHE L’INDOEUROPEO, ENTITA’ LINGUISTICA DAL NOME ERRATO, NON ESISTE, NON E’ MAI ESISTITO. IL COMPLESSO LESSICALE OSSIFICATO NEI TOMI ACCADEMICI APPARTIENE ALL’EREDITA’ DELLE LINGUE E DELLE INARRIVABILI CIVILTA’ DEL VICINO ORIENTE; ESSE, DAL III MILLENNIO A.C. HANNO ACCESO IL LORO LUME SUL NOSTRO INCOLTO OCCIDENTE E NON SI PUO’ RESPINGERE UNA SONORA REALTA’: CHE QUELLE LINGUE SONO DI CEPPO SEMITICO. (Op. citata pag 84)
Mi viene in mente l’affresco “Scene di caccia e pesca sul mare e tra gli scogli, dipinte nella tomba della caccia e della pesca di Tarquinia” (Vedi Massimo Pallottino – Etruscologia Tav. LXXII – Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1977). In questo affresco “di vita” niente fa pensare a qualcosa di ultraterreno. Qui semplicemente l’artista ha voluto rappresentare la vita quotidiana degli etruschi tarquinensi, immersi nelle loro attività quotidiane di lavoro e divertimento. Nella parte inferiore si nota una barca (una tipica barca etrusca) con dei pescatori che calano le reti in un mare pescosissimo, infatti la scena ritrae pesci che, quasi volendo giocare vicino alla barca, emergono e si tuffano nelle acque profonde. Tutto intorno ci sono uccelli di ogni specie, ma così numerosi che un giovane dritto su uno scoglio a gambe divaricate e con una fionda nelle mani prende la mira ad uno di essi. Poi ci sono altri uccelli da selvaggina, pronti per essere catturati senza tanta fatica. Sopra questa scena un banchetto con due figure semidistese che pranzano. Anche in questa raffigurazione balza in evidenza l’abbondanza dei cibi, e soprattutto il benessere di questa famiglia etrusca che si fa servire da numerosi servi che manipolano anfore e stoviglie molto pregiate. Non mancano i suonatori per allietare un nobile e abbondante pranzo. Non c’è allegoria, non c’è allusione in queste scene, qui si vuole rappresentare l’abbondanza, la ricchezza, lo status sociale raggiunto, la vita, felice ed operosa in questa terra d’Etruria “stillante latte e miele”. Forse si tratta della Terra Promessa che una parte dei Figli di Israele, insieme ad altre popolazioni orientali elessero come loro nazione: quella dei Rasenna, il cui significato resta tutt’ora incerto?

GLI ETRUSCHI SONO DAVVERO MISTERIOSI?
“Mistero” una parola un po’ abusata. Quanto conosciamo e quanto ci resta da conoscere di questo antico Popolo?

Da sempre un alone di mistero avvolge le figure e la storia di questo antichissimo popolo che è vissuto nella nostra Toscana a partire, sembra, dal sec. X-IX a.C. Sono tante le domande che attendono una risposta precisa che ancora, nonostante i progressi ottenuti in questi ultimi tempi, non è arrivata. Ancora si dibatte sull’origine, ovvero sulla provenienza oppure sull’autoctonia o meno di questo popolo; sull’origine della loro lingua, che fino a non molto tempo fa si credeva (e forse lo si crede tutt’oggi) che fosse an antico relitto, un dialetto sconosciuto della lingua greca; sul trait-d’union che lega (oppure no) villanoviani ed etruschi; sulla religione e sulle sue svariate sfaccettature; sul modo di vivere e di morire ecc. ecc. Il mistero.
Questo è l’aspetto più affascinente che calamita l’attenzione di coloro che si avvicinano allo studio degli Etruschi e di antichi popoli in generale. “Il mistero” è anche il sottotitolo di un libretto, ben fatto e, tutt’ora attuale, che l’archeologo Romolo Augusto Staccioli ha scritto nel 1985 e pubblicato dalle Edizioni Istituto Geografico De Agostini, con prefazione dell’allora illustre archeologo Sabatino Moscati, che tutti ricorderanno, anche per le sue frequenti apparizioni in televisione. Nella sua prefazione S. Moscati scrive: “MISTERO”: l’insieme di fantasie, di pregiudizi, di incomprensioni che avvolge il mondo degli Etruschi e che gli sforzi degli studiosi non sono riusciti ancora a diradare”. In altra sede ho sentito lo stesso archeologo, deceduto ormai da alcuni anni, dire che “In archeologia non esistono misteri, ma problemi che devono essere ancora risolti”. Romolo Staccioli nel libro citato, il cui titolo originale è “IL MONDO DEGLI ETRUSCHI” al capitolo I, “Il mistero delle origini” scrive: “La convinzione che il mondo degli Etruschi rappresenti per noi un mistero è talmente radicata nell’opinione corrente, anche a livello di persone di buona cultura, che essa è diventata un vero e proprio ‘luogo comune’”. Questo grande archeologo distingue la scienza che “permette oggi di ricostruire un quadro sufficientemente certo e completo della civiltà etrusca” dal lavoro dei dilettanti, i quali, su basi velleitarie e presuntuose sviluppano tesi sulle origini, sulla fine e sulla lingua”. Secondo Staccioli, la scienza “permette oggi di ricostruire un quadro sufficientemente certo e completo della civiltà etrusca”. Circa la provenienza degli stessi lo Staccioli “sposa” la teoria, già formulata diversi anni fa dal Pallottino, e cioè: “il problema delle origini etrusche va impostato non già nel senso di una ‘provenienza’ bensì in quello di una ‘formazione’”. Lo stesso però, nonostante la fiducia che egli ripone nella scienza, non tralascia analizzare (non si sa mai) le diverse ipotesi sulla origine degli Etruschi e cioè le ipotesi formulata a partire da Erodoto, Ellanico e Anticlide, fino ad arrivare a Dionigi di Alicarnasso che teorizzò un’origine etrusca “autoctona”.
Il capitolo II del libro “Il mondo degli Etruschi” tratta del “mistero della fine”. Gli etruschi, secondo Staccioli fecero la fine che più o meno hanno fatto tutti gli altri popoli italici: “Gli Etruschi cioè – allo stesso modo che i Lucani, gli Apuli i Sanniti, gli Umbri, i Veneti, i Liguri, i Galli della Cisalpina e i Greci della Magna Grecia – finirono col diventare gli italiani dell’Italia romana”. Gli etruschi tuttavia ebbero una sorte diversa dagli altri popoli assoggettati dai Romani, in quanto scrive lo Staccioli “l’antica confederazione delle città etrusche fu ricostituita da Augusto…essa tornò a celebrare le sue feste, e continuò a vivere con i suoi magistrati, le sue celebrazioni annuali, fino alla fine del mondo antico e (N.B.) al trionfo del Cristianesimo”. Ci domandiamo perché, ma non sappiamo rispondere.
Il capitolo III il libro affronta il problema della lingua: “Quello che riguarda la lingua –scrive lo Staccioli – è certamente l’aspetto più avvincente e ‘popolare’ di tutto il ‘mistero etrusco” . Poi continua: “il vero problema della lingua etrusca si presenta quando, una volta letti i testi, si passa a cercare di capire il loro significato. Il problema sta nel fatto che della lingua etrusca ignoriamo almento in parte (una parte considerevole ndR) il vocabolario, e soprattutto la struttura e il modo di funzionare”. Non mi sembra poco! Poi però continua lo Staccioli “L’etrusco è del tutto isolato rispetto a qualsiasi altra lingua, come già sapevano gli antichi e come esplicitamente dichiara Dionigi di Alicarnasso quando scrive che gli Etruschi parlavano un idioma ‘non simile a quello di alcun altro popolo’ . Più avanti, nello stesso capitolo, si dice: “Sarebbe più giusto domandarsi fino a che punto l’etrusco si capisca, e la risposta non può essere che parziale, possibilista e dinamica, nel senso che, pur rimanendo la sostanziale ‘ignoranza’ della struttura della lingua, si può dire che di essa noi conosciamo ormai molto.. ma molto altro resta sconosciuto”.
Nel capitolo IV dello stesso libro viene affrontato il tema della “banalità e luoghi comuni”. “Si deve riconoscere alla civiltà etrusca un’indiscutibile precocità di sviluppo e un certo ruolo d’”avanguardia” nell’ambito della storia italiaca….ma questo non significa affermare una priorità assoluta degli Etruschi rispetto ai Romani e agli altri popoli dell’Italia antica……Noi possiamo tranquillamente affermare che la “nascita” degli Etruschi è sostanzialmente contemporanea a quella dei Latini, e perciò dei Romani e di tutti gli altri popoli italici” .
Allora tutto risolto? La diatriba continua…..anzi, il mistero continua!
TARQUINIA, TOMBA DEGLI AUGURI: LA PAROLA ETRUSCA
ΦERSU (PHERSU) DERIVA DALLA LINGUA BABILONESE?

Φersu “maschera, attore, personaggio, persona” deriva dal greco ”prósopon” “faccia, viso, aspetto” e ne è derivato il lat. ‘persona’ (TECT 80) (iscrizione dipinta accanto alle figure di uomini mascherati su una parete della “Tomba degli Auguri”. Vedi Persu, Φersnals (Massimo Pittau – Dizionario della lingua Etrusca – Dessì Editore, Sassari, 2005).
“Phersu è il dio dell’Averno, nel suo originario significato di “scissione”, “divisione”, “parte” e si pensa all’italiano “’partire’ che denota allontanarsi: per chi sa dove?” (Giovanni Semerano –Il popolo che 2003)

Ho messo a confronto la traduzione della parola “phersu” fatta da due eminenti studiosi linguisti ed etruscologi di fama internazionale: il Prof. Massimo Pittau e il Prof. Giovanni Semerano. Entrambi sono stati allievi di linguisti altrettanto famosi i cui nomi li ritroviamo sui dizionari della lingua italiana usati dai nostri studenti delle scuole medie e superiori. Sia l’uno che l’altro hanno dato però una traduzione diversa della stessa parola. Per il Pittau la parola Фersu (Phersu) deriverebbe dal greco (prosopón) ed avrebbe i significati “maschera”, “attore”, “personaggio”, “persona”. Per Giovanni Semerano “Phersu” sarebbe il dio dell’Averno (Inferno) nel suo originario significato di “scissione”, “divisione”, “parte”.
Фersu (Phersu) è un personaggio dipinto nella Tomba degli Auguri di Tarquinia (Monterozzi) che ha il volto coperto da una maschera e accanto a questa figura c’è scritta la parola etrusca “Phersu”. Io ho avuto l’occasione di visitare questa tomba la scorsa estare estate con un gruppetto di soci e simpatizzanti di Archeoclunb Italia, Sede di Fiesole, Mugello, Alto Mugello e Valdisieve, Sede della quale io ricopro la carica di Presidente.
Sempre secondo il Pittau “Persu” (con la P maiuscola) sarebbe anche un gentilizio maschile da confrontare con quello latino “Personius” (M. Pittau, op.cit.).

Il Semerano afferma che Phersu, il dio dell’Averno, nel suo originario significato viene tradotto con “scissione, divisione, parte”. Lo studioso aggiunge: “…..e si pensa all’italiano ‘partire’ che denota allontanarsi: per chi sa dove? Teniamo a mente quest’ultima frase.
Qual è l’origine esatta della parola “Φersu” (phersu) secondo il Semerano? Lo studioso (di origine sarda, come il Pittau nato nel 1911 e deceduto nel 2005) fu allievo dell’ellenista Ettore Bignone all’Università di Firenze, di Giorgio Pasquali, del semitologo Giuseppe Furlani, di Giovanni Devoto e di Bruno Migliorini. Con tale bagaglio culturale e con un certo umorismo (tipico di questo studioso) Semerano, dall’alto della sua cattedra e forte dei suoi titoli accademici, afferma che “Φersu” deriva dal Babilonese che in italiano significa “divisione”, “separazione”, dal verbo “parasu” (“a” sormontata da una piccola linea) “separare, fare in parti” da cui ha origine anche “parsu” (diviso), in latino “pars”. Dalla base semitica sorge anche l’ebraico “paras” nel senso di “dividersi”, “separarsi”.
Detto ciò e viste le traduzioni così diverse dei due studiosi riguardo alla parola Фersu, mi vengono in mente alcune parole italiane alle quali si potrebbero riconnettere ipotetici significati di cui abbiamo parlato sopra:
– Partorire – non significa forse separare il bimbo dalla madre mediante il taglio del cordone ombelicale?
– Partire non ha il significato di allontanamento dalla propria famiglia, da un amico, dalla propria terra e quindi non ha forse il significato di dividersi?
– Paramento non ha forse il senso di parare, occultare alla vista, nascondere e di conseguenza separare due cose dalla reciproca vista? (Paramento sacro è un abito o un tendaggio che separa il sacro dal profano)
– Paracarro non è forse il muretto che divide in due la carreggiata della strada per proteggere i pedoni nell’attraversamento della stessa?
– Paraclito non è il soffio vitale che si è separato da Dio per raggiungere gli uomini? Esso è detto anche Spirito Paraclito o Spirito Santo. Ecc.

Gli esempi potrebbero continuare….Ma prima di chiudere questa carrellata mi preme sottolineare alcune cose. Mi sembra che la tesi di Giovanni Semerano, emerito linguista, sia molto interessante e mi sentirei di avallarla. Lo stesso studioso afferma che il significato originario di “Phersu” è anche “parte”, però poi aggiunge “…e si pensa all’italiano ‘partire’: per chi sa dove?”. Lo studioso esclude perciò che Phersu abbia originato anche “partire”, e qui sta l’equivoco.
Io sono convinto che un buon filologo della lingua etrusca (mi si perdoni l’ardire) oltre a conoscere bene l’italiano, e oltre a conoscere bene le lingue antiche come il latino, il greco antico, l’aramaico, il babilonese, il sumero, l’ittita, ecc, dovrebbe conoscere bene anche il toscano, e meglio ancora, se gli studiosi della lingua etrusca fossero nati in Toscana. Ma non è tutto, lo studioso filologo etrusco dovrebbe conoscere il toscano “popolare”, la parlata dei vecchi contadini, dei paesani, ecc. Purtroppo ci sono dei fiorentini e toscani, che conoscono solo il toscano ‘colto’, quello che si parla nei salotti letterari, nelle università, negli ambienti del giornalismo ‘di livello’, negli ambienti artistici e museali, ecc. Il popolo toscano parla ancora una lingua derivata direttamente dall’Etrusco e difficilmente un linguista potrà comprendere appieno il vero senso delle parole della lingua etrusca, se non conosce bene la ‘lingua’ toscana.
Il toscano “partire” viene usato nelle zone (che conosco meglio) come il Mugello (dove io sono nato da genitori Alto-mugellani), la Val di Sieve e il Chianti fiorentino-senese. Esso non significa solo partire con il treno, con l’autobus, ecc. Un vero toscano dovrebbe sapere che “partire” ha anche un altro significato ben preciso. Io, quando ero piccolo, e i miei genitori parlavano il romagnolo, sentivo dire dai miei compagni (più toscani di me) dai loro genitori: “Beppa si parte il pane?”, oppure “si parte il prosciutto?”. Ecco che il “partire il pane” dei Toscani DOC significa, “cominciare”, “dividere” il pane in fette o in pezzi (il “filone” di pane senza sale per i toscani) e “partire” il prosciutto (presciutto per i toscani) o il salame significa iniziare a dividere il salume in fette.
L’errore del Semerano è stato quello di pensare solo al significato che la parola “partire” ha nella lingua italiana italiano tralasciando di analizzare il significato della stessa nella ‘lingua’ toscana (che è cosa diversa dai dialetti delle altre Regioni, Roma e Lazio compresi) e si sarebbe reso conto che quest’ultimo modo di dire dei toscani “partire” il pane (un po’ antiquato per la verità), il prosciutto, ecc” sarebbe stata che conferma alla sua tesi. Purtroppo non ha tenuto conto di questo aspetto importante.
Una nota critica che vorrei idealmente fare al Semeraro (idealmente poiché è deceduto nel 2005), sempre nel suo libro (citato) mi è parsa fuori luogo la sicurezza assoluta con la quale sentenzia tutte le sue affermazioni. Ho sempre detto che in Etruscologia nessuno può dire una parola definitiva su ciò che tutt’ora viene chiamato il ”Mistero Etrusco”. In particolar modo non sono d’accordo con lui quando, con troppa fretta e con senso sprezzante di superiorità, liquida il lavoro di emeriti linguisti di metà Ottocento come lo Stickel e il Tarquini che per primi asserirono che la lingua degli Etruschi derivava da lingue orientali come l’aramaico, il babilonese, e da quella di altri popoli Medio Orientali, o meglio della Mesopotamia. Ma si sa a ogni paeta…manca un verso! Forse al Semeraro è mancata un poco di umiltà, doverosa in queste materie così oscure e così diffcili.

MONTOVOLO (BO): “OMBELICO DEL MONDO”?
L’ipotesi di un tempio Etrusco su Montovolo nella Valle del Reno

La storia della chiesa di Montovolo (Bo), dedicata alla Madonna (Santa Maria della Consolazione), inizia nel 1054. Sto parlando della storia basata sui documenti, vale a dire la storia cosiddetta ‘sicura’.
Proprio nel 1054 Adalfredo, che era il Vescovo di Bologna, donò ai suoi canonici alcuni possedimenti e fra questi anche Montovolo situato nella Valle del Reno, Vent’anni dopo, esattamente nel 1074, Gregtorio VII confermò alla Chiesa bolognese il “Monastero” di Montovolo, e tale possedimento, viene precisato nel documento, fu donato alla Chiesa Bolognese dall’Imperatore Gioviano (Joanninus) nel 363 d.C.
Nel 1219 vi furono dispute fra vescovi e canonici e, per dirimere le controversie, si ricorse a Papa Onorio III. Nel 1241 la chiesa subì un incendio doloso e fu quasi completamente distrutta. Rimasero in piedi, a malapena, pochi tratti di mura, la cripta, la lunetta che sovrastava (e dove è posta tutt’ora) il portale romanico e alcuni capitelli protoromanici che abbellivano la chiesa antica, costruita probabilmente verso la metà del sec. XI.
Nel 1265 l’arciprete di San Lorenzo in Collina affidò, ‘motu proprio’, la chiesa di Santa Maria della Consolazione (Santuario Mariano) a Giacomo, figlio del Conte Maghinardo (o Mainardo), signore della zona e proprietario della Rocca di Cantalia, che sorgeva a nord del Santuario.
Agli inizi del sec. XIV, nel 1307, Maghinardo, dopo aver resistito, inutilmente, ad un assedio dei Bolognesi, durato nove mesi, cedette la rocca e territori di Montovolo al Comune di Bologna. La Chiesa e il suo territorio, quindi, tornarono ad essere sotto la giurisdizione della Curia bolognese, come in effetti lo erano stati, per donazione, a partire dal secolo IV d.C.
Questa, in sintesi, è la storia che riguarda la chiesa e Santuario di Montovolo, nel medioevo, nell’arco temporale di circa tre secoli, con un unico aggancio storico precedente e, cioè, all’anno 363 d.C. Dal 363 d.C. al 1054, periodo in cui manca qualsiasi forma di documentazione storica ‘sicura’ (documentata), dovremo ovviamente far ricorso alla tradizione storica delle fonti orali e, per deduzione, a fatti storici che hanno coinvolto l’Italia di quel periodo.
Proprio nel 363, secondo alcune fonti avviene a Montovolo un fatto terribile e drammatico. Questo fatto è narrato nel libro del Rubbiani “Montovolo in Val di Reno” – Bologna 1908 – e si tratta della strage di abitanti della zona che praticavano la religione pagana, fatta ad opera dell’Imperatore romano Gioviano. Il Rubbiani nel suo libro narra che: “Montovolo in Val di Reno….vi fu lassù un (sic) gran strage di pagani. Acasio guidava i cristiani che assalirono il pago dall’altipiano e la lancia di Acasio, che fulminava i pagani, era ancora, fino al 1908, appesa presso l’altare di Santa Caterina (un Oratorio nelle vicinanze del Santuario).
Ma dobbiamo porci una domanda. Chi erano questi pagani, abitanti nel territorio di Montovolo, che professavano, ancora nel IV secolo d.C., la religione pagana? Si tratta ovviamente di coloni romani, insediatisi su quei monti, i quali, dopo aver assoggettato le popolazioni locali, gli etruschi, convissero a fianco di questi. Montovolo fu quasi sicuramente centro pagano e, forse, ‘santuario’, dedicato alla Dea Pale, dea dei pastori che proteggeva e assicurava la fecondità delle greggi. La chiesa di Santa Maria della Consolazione, secondo la tradizione orale, sarebbe stata eretta proprio sui basamenti di un’ara sacrificale o di un tempietto, edificato in onore della dea. L’ipotesi sarebbe avvalorata, secondo il Palmieri, dal ritrovamento, in località vicine, di un sepolcro romano e di due statuette etrusche, inviate dall’Ing. Bettini al Museo di Bologna. Presenze etrusche e romane sono riscontrabili, in questi ultimi tempi un po’ ovunque, nella Valle del Reno e dell’Idice. Cito per fare un esempio i ritrovamenti etruschi e celti avvenuti a Monte Bibele e a Monterenzio. La presenza etrusca e romana sarebbe testimoniata anche dai toponimi, Monte Palese, Vimignano, Savigno, ecc.
L’idea che Montovolo possa essere stata la sede di un importantissimo santuario etrusco, da cui sarebbero provenute, in pellegrinaggio, le genti della Lega etrusca del Nord e da ogni parte dell’Etruria centrale, mi sembrerebbe molto approssimativa e discutibile o, perlomeno, non provata da risultanze archeologiche sufficienti.

Le testimonianze archeologiche superstiti della chiesa paleocristiana, formata da un’aula e da una cripta semi-ipogeica consistono in alcuni capitelli decorati con rami intrecciati, alle estremità dei quali sono rappresentati due uccelli dal becco ricurvo, che, per questa loro caratteristica, non farebbero pensare a due colombe. In altro capitello sono raffigurati sempre gli stessi ‘volatili’, che bevono ad un calice, la cui base è a forma di giglio rovesciato. Si tratta ovviamente di simbologia cristiana legata alla passione di Cristo. Una simbologia analoga e, cioè, due colombe che devono al calice della Passione, si trovano sulla facciata vallombrosana della Badia a Roti in Val d’Ambra in provincia di Arezzo. Ciò spiegherebbe poiché la chiesa veniva definita, in epoca medievale un ‘monastero’. Altre circostanze architettoniche rimandano al periodo paleocristiano, in particolar modo, la cripta semi-ipogeica, formata da tre absidi semicircolari, di cui quella laterale destra è l’unica che conserva la copertura originale, realizzata con volta a crociera e costituita di “mattoni” di arenaria, messi di taglio. Nessuno di questi elementi ci induce però ad affermare che l’attuale chiesa, ricostruita, in forme romaniche, nella metà del sec. XIII, sia sorta sopra i ruderi di un precedente santuario romano e, tanto meno, etrusco.
Resta da esaminare il toponimo “Montovolo”. E’ sicuro che tale nome derivi dalla forma della sommità del monte che assomiglia ad un uovo. Sappiamo che l’uovo per gli etruschi (ma anche per tantissime altre civiltà del passato) rappresentava l’immagine del mondo e corrispose all’ideogramma del cerchio e significò il principio della genesi. Per questa ragione l’uovo si trova nelle tombe di Marzabotto, di Tarquinia, di Montelupo e di tantissime altre località etrusche poiché, per questo popolo, l’istante della fine del corpo significò la Rinascita, e, lo spaccarsi dell’uovo, la creazione di una nuova esistenza.
Per quanto riguarda gli altri simboli presenti nella lunetta del protiro, troviamo la data scolpita in numeri romani MCCXI, data a cui succedono le lettere R.O.I.O; vi è pure una croce lobata, o croce di Malta, con lo stemma dei Pepoli e due colombe laterali.
Molto si è fantasticato sulle probabili origini di questa località, che senz’altro ci parla di “frequentazioni” romane ed etrusche (e forse anche precedenti). Sarei tuttavia un po’ restio a riconoscere questo luogo come un gemello oracolare del tempio di Delfi, poiché, mi sembra, non esitano i presupposti. Le risultanze e le conoscenze attuali, che possediamo circa il Santuario di Montovolo, ci parlano di un luogo frequentato da devoti fino dall’antichità, ma non potremmo affermare l’esistenza, sotto l’attuale Santuario, di un tempio etrusco. Sognare è bello e fa bene alla salute, ma, in archeologia, dobbiamo restare con i piedi per terra.

Bibliografia:
A. Palmieri – La montagna bolognese del Medioevo – Bologna 1929
A. Palmieri – Montovolo nel bolognese e sue leggende – Bologna 1985
A. Rubbiani _ Montovolo in Val di Reno – Bologna 1908
M.P.I. – Una strada nella storia – Soprintendenza Gallerie di Bologna, 1970

GLI ETRUSCHI SAPEVANO?
Gli Etruschi avevano ancestrali conoscenze sulla fine del loro popolo?

In due mie precedenti relazioni ho avallato l’ipotesi di due insigni studiosi della metà dell’Ottocento secondo la quale gli Etruschi sarebbero imparentati, molto alla lontana, con i popoli di razza semitica. Dobbiamo tener conto di questa ipotesi per una serie di fattori e di coincidenze davvero notevoli. Sarebbe troppo lungo elencarli tutti e non lo farò per tale ragione. Uno di questi studiosi, linguista italiano, è Padre Camillo Tarquini, dell’Ordine dei Gesuiti, studioso valentissimo di lingue orientali al Collegio Romano il quale in alcuni suoi scritti di metà secolo XIX, aveva, con forza, affermato che lingua etrusca e lingue semitiche, come ad esempio l’aramaico, l’ebreo antico, ecc. hanno una stessa origine, o meglio, avrebbero una stretta parentela. Tale tesi fu subito contraddetta da altrettanto valenti studiosi dell’epoca che lo contestarono decisamente. Dobbiamo però tener conto anche delle ultimissime ricerche. Da un lato la lingua e la stretta parentela dell’etrusco con il lemno antico, che verrebbe confermata in una serie di epigrafi ritrovate nell’isola di Lemno (Egeo); sull’altro versante la scienza medica con alcuni studi condotti da ricercatori dell’Università di della Turchia e pure dell’Isola di Lemno avrebbero nel loro DNA caratteristiche simili a quelle del sangue degli antichi abitanti di Murlo presso Siena e a quelle degli abitanti di Cortona. Queste notizie hanno fatto scalpore e hanno avuto un impatto veramente notevole specialmente negli ambienti medici e scientifici americani e europei nonché negli ambienti mass-mediatici di tutto il mondo. La domanda che io mi pongo è questa. Dobbiamo ciecamente fidarci di tali studi condotti sul DNA e, conseguentemente, degli scienziati che hanno condotto tali ricerche? La risposta è senz’altro sì, poiché, come ben sappiamo la ricerca medica in questo campo (DNA) ha fatto passi da gigante ed è realistico non dubitare sulla serietà e la professionalità degli scienziati dell’Università di Pavia. Sul piano linguistico dobbiamo ammettere che recenti studi sull’origine della lingua, portati avanti da valenti glottologi, come il Pittau, il De Palma, ecc. ci propongono un’origine della lingua etrusca che ha forti similitudini con lingue parlate a Lemno, prima della colonizzazione greca. Cosa potremmo obbiettare circa i punti di vista medico-scientifico, e di quello proposto dai linguisti moderni? Semplicemente alcune osservazioni. Abbiamo detto che nel sangue (DNA) di un migliaio abitanti della Toscana attuale sono state ritrovate affinità per (circa un 5%) con quelle di altrettanti abitanti della Turchia. Viene subito spontaneo da farsi una domanda, e cioè: solo il 5% del sangue concorderebbe con l’ipotesi che gli Etruschi provengano dalla Turchia, Anatolia o l’Isola di Lemno, ecc? E l’altro 95%? Quale dobbiamo pensare sia l’origine? Semita? Hittita? Babilonese? Araba? Somala?, ecc. ecc. Bisognerebbe, per completezza e per una corretta informazione analizzare il DNA degli attuali abitanti di queste nazioni che adesso si chiamano Israele, Iraq, Siria, ecc. ecc. e, forse verrebbe fuori, ad esempio, che un altro
5% di analogie lo troveremmo nel DNA degli Iracheni, un 5% negli abitanti di Israele, un altro 5% negli abitanti della Siria, un 5% in quelli della Somalia, e così via. Sinceramente mi sembra che seguendo questa strada del DNA non si arrivi a dei risultati affidabili.
Vediamo ora sul piano linguistico. Due grandissimi studiosi e linguisti etruscologi moderni, il Prof. Massimo Pittau, emerito Rettore dell’Università di Sassari e il Prof. Claudio de Palma, professore emerito alla Northern Colorado University, entrambi glottologi di fama mondiale, insieme a altri studiosi (non tanti per la verità), sostengono che gli Etruschi (e mi sembra che i due studiosi, con sfumature diverse, intendano per Etruschi anche i Villanoviani) sostengono la teoria secondo la quale, gli Etruschi non abbiano origine autoctona, o per lo meno, che nell’etnia etrusca ci sia una componente orientale non indifferente, meritevole di essere studiata. I due professori, ammettendo anche che l’antico popolo toscano si sia formato in loco (cioè con apporti di altri popoli stranieri), tesi che essi in qualche modo avallano, tuttavia gli stessi discordano dal Pallottino quando questi afferma che “la lingua etrusca non è paragonabile a nessun altro idioma del Mediterraneo” e che la stessa sia pertanto un’isola linguistica, appartata dagli altri dialetti o lingue dell’Italia pre-romana. I due studiosi hanno una certa convinzione, più o meno marcata, che la lingua etrusca abbia avuto origine dall’antica lingua parlata nell’isola di Lemno nel mare Egeo, non troppo distante dalla nazione dei Lidi. Questa teoria potrebbe avere una certà validità se non fosse per l’esiguità delle epigrafi in lemno antico che sono state ritrovate su quest’isola, solo alcune decine. Mentre sappiamo bene che gli etruschi hanno lasciato migliaia di epigrafi, che sono state, con molta buona volontà e un pizzico di azzardo tradotte, altre invece, sono rimaste parzialmente incomprese come la Tavola di Cortona, la benda della Mummia di Zagabria, ecc. Quindi, seguendo la teoria dei due studiosi, dobbiamo ammettere che si tratta di un complesso enorme di epigrafi etrusche, e noi, per forza di cose, dobbiamo confrontarle con pochissime epigrafi dell’isola di Lemno. Sono sufficienti? A questa domanda risponderei negativamente, un po’ come per la similitudine al 5% del DNA riscontrato in toscani e turchi. Perché dobbiamo essere un po’ scettici di questi due studi portati avanti sia in campo medico che nel campo della linguistica da studiosi di prima grandezza? Poiché essendo la materia di confronto parziale e troppo esigua non ci garantisce assolutamente delle risposte convincenti. Inoltre sappiamo che queste popolazioni, nomadi per natura, hanno viaggiato in lungo e in largo nazioni e continenti ed è lecito pensare che nel loro girovagare molti di loro siano morti e siano stati lasciati in terra straniera con lapidi scritte nella lingua parlata da quella determinata etnia e in quel determinato periodo ecc.
Dobbiamo infine porci la seguente domanda: “Gli etruschi sapevano qual era la loro vera origine e con chi esattamente erano imparentati?” E’ probabile che gli etruschi sapessero ma a noi non l’hanno mai detto.

GONFIENTI E FIESOLE: DUE CITTA’ ETRUSCHE RIVALI?

Gli addetti ai lavori, e non solo, sapranno dell’importantissimo ritrovamento di una città etrusca, di ragguardevoli dimensioni, nell’hinterland di Prato, nella zona oggi chiamata Gonfienti-Pizzidimonte. Di questa importante scoperta archeologica ne hanno parlato i giornali di tutto il mondo, dando specialmente risalto al fatto che Prato già 2500 anni fa era città etrusca, molto industriosa, come quella di oggi; che urbanisticamente assomigliava molto alla città di Marzabotto; che, contrariamente a quanto si credeva, Prato era di gran lunga più antica di Firenze.
Dobbiamo però tener conto di un’altra città etrusca, molto antica, sorgeva su una delle colline che dominano Firenze: la città di Fiesole (Visul o Vipsl), cinta di mura ciclopiche, una vera e propria città- fortezza (di ciò se ne dovranno accorgere, molto più tardi, nel primo medioevo, i Fiorentini allorché la espugnarono e la sottomisero) che oltre ad appartenere alla Lega Etrusca (Rasnàl methlum), aveva rapporti commerciali consolidati con le altre città-stato più vicine, tra queste Volterra, Arezzo, Chiusi, Cortona, Pisa, ecc.
Riguardo a Fiesole, la storia archeologica – prima della scoperta di Gonfienti – asseriva che essa era l’avamposto, ovvero la città etrusca più a nord (al di qua degli Appennini), che fungeva da trait-d’union fra le città dell’Etruria occidentale e le città del nord, prime fra tutte Marzabotto (Misa?) e Bologna (Felsina). Di fatto Fiesole doveva essere un importante crocevia nelle direzioni W-E (vedi l’importante tratto stradale ritrovato recentemente presso Capannori-Lucca, strada che conduceva, secondo testimonianze greche del V sec. a. C. nientemeno che al porto adriatico di Spina, in soli tra giorni di viaggio) e N-S per quanto attiene al traffico commerciale che si svolgeva fra l’Etruria meridionale e il nord, in genere.
Fin qui abbiamo riportato quello che la storia era a conoscenza fino a pochissimi anni fa. La scoperta della città di Gonfienti-Pizzidimonte (non sappiamo quale fosse il nome etrusco della stessa) è stata per gli archeologi (in particolare per quagli archeologi che sostengono che la storia e la lingua etrusca non sia più un mistero) come un fulmine a ciel sereno; di fatto, rivoluziona la storia e verrebbe anche da pensare che essa vada riscritta di sana pianta. Ma quali erano i rapporti fra le due città etrusche: Fiesole e Gonfienti che si trovavano a brevissima distanza l’una dall’altra? Perché due città etrusche così vicine tra di loro?

Non è dato sapere allo stato attuale delle conoscenze se Gonfienti (Prato) e Fiesole fossero due città rivali. Sicuramente erano due città concorrenti con due identità diverse: Fiesole, forse più potente sotto l’aspetto difensivo-militare, giocava un ruolo politico più importante; Gonfienti, città carovaniera, importante centro commerciale, forse anche città industriale, svolgeva un ruolo nella Lega Rasenna più legato al commercio e all’economia.
Fino a poco tempo fa le nostre conoscenze sugli etruschi della Toscana settentrionale erano concentrate esclusivamente sulla città di Fiesole, avamposto al di qua degli Appennini, dove era situata su una delle alture che circondano Firenze, quando ancora quest’ultima era appena un porto fluviale, usato dagli etruschi fiesolani per il carico e lo scarico delle merci dirette verso il porto pisano e viceversa. Con l’eccezionale scoperta che risale a qualche anno fa, di una città etrusca di notevoli dimensioni, presso Prato, in località Gonfienti, la storia etrusca di questa parte dell’Etruria settentrionale, pone gli studiosi etruscologi di fronte a grandissime difficoltà dovute ad una nuova valutazione per quanto riguarda l’aspetto storico di quei luoghi (si diceva che Firenze fosse più antica di Prato), della viabilità, dell’economia, ecc. Tutto porterebbe a pensare che la storia degli Etruschi, specialmente nella zona di Firenze e Prato, debba essere riscritta da capo. Il problema è il seguente: minimizzare l’importanza di questo grande nuovo centro presso Prato (cosa praticamente impossibile), o dare a questa scoperta un’importanza che potrebbe essere anche superiore a quelle reali? Non esistono allo stato attuale sufficienti conoscenze (parlo di quelle che sono state divulgate dagli archeologi, addetti ai lavori) per trarre delle valutazioni precise.
Nell’analizzare questa situazione partiamo da due elementi concreti: nella storia della Tuscia settentrionale eravamo abituati ad un unico polo etrusco: Fiesole. La cosa non sta più in questi termini. I poli, ovvero le città etrusche nelle immediate vicinanze di quella che sarà la futura Firenze erano due: Fiesole e Gonfienti. Sicuramente le due città erano collegate fra di loro per mezzo di strade importanti. Ma certamente le due città erano fra di loro autonome, indipendenti. Ognuna di queste città svolgeva un ruolo vitale nella federazione etrusca. Pare addirittura che Gonfienti, in seguito al ritrovamento di alcuni reperti fittili, fosse già a quei tempi una importante città laniera, ma non ci sono sicurezze su questo punto, in quanto non è sufficiente il ritrovamento di alcuni rocchetti, fuseruole e pesi per telaio, in quanto tali ritrovamenti si sono avuti un po’ dappertutto negli scavi della maggior parte dei siti etruschi (A Verucchio addirittura sono stati ritrovati dei pezzi di tessuto risalenti al VI-V secolo perfettamente conservati).
Le città erano collegate fra di loro per mezzo di strade importanti una di queste doveva seguire il tracciato che passava da Calenzano, Quinto, Castello e da qui di dirigeva verso Fiesole passando nei pressi di Careggi. Ma altre strade dovevano essere importanti, e Gonfianti-Pizzidimonte si trovava appunto nel centro nevralgico di queste confluenze stradali, che portavano a Pisa da una parte, ad Artimino, e poi al nord verso Marzabotto (Misa), Bologna (Felsina), ecc. Un’altra strada importante doveva collegare Gonfienti con il bacino mugellano attraverso la Val di Marina, passando per Legri, Poggio Cupo, Petroio, verso Galliano attraversando il ponte a Cappiano (scomparso da tempo) presso il Castello di Cafaggiolo, per risalire la Futa attraverso il Passo dell’Ospedaletto, poi divenuto Passo dell’Osteria Bruciata. Mentre una strada che si collegava con il territorio aretino doveva passare per Fiesole o nelle vicinanze.
Gli anni che verranno, con le nuove scoperte, chiariranno molte cose e diraderanno le folti nebbie che per ora avvolgono il passato di queste due grandi città.

IL “MISTERO” DELLA LINGUA ETRUSCA E’ STATO SVELATO?
Il problema investe anche le origini degli Etruschi

E’ in corso una diatriba fra linguisti e archeologi italiani e internazionali che dura da più di cinquant’anni e che riguarda l’origine della lingua etrusca e di conseguenza l’origine stessa di questo popolo. L’archeologia moderna italiana (che segue la scuola di uno dei massimi etruscologi, Massimo Pallottino) sostiene la “autoctonia” del popolo etrusco, vale a dire la “formazione in loco” (suolo italico), ipotesi dalla quale deriverebbe, come ovvia conseguenza, che la lingua etrusca “non sarebbe accostabile o comparabile con nessun altra lingua dell’area del Mediterraneo”.
Tale posizione sostenuta, già dal 1947, dal grande etruscologo Massimo Pallottino (e dalle relative scuole che egli ha creato a Roma e a Firenze), deriverebbe dall’avere fatto propria la tesi dello storiografo greco, vissuto in Italia, Dionisio di Alicarnasso (I 30,2) il quale sostenne, per primo, che il popolo etrusco, che si definiva “rasenna”, fosse un antichissimo popolo formatosi in Italia. Questa tesi è stata sempre controbattuta dalla maggior parte dei linguisti (in modo particolare da Massimo Pittau), che sostengono, senza mezzi termini, che “Pallottino e i suoi allievi siano fondamentalmente archeologi e che nessuno di loro avrebbe acquisito una analoga ed almeno sufficiente preparazione linguistica”. In effetti la preparazione scientifica di un archeologo è molto distante e differente da quella linguistica, per cui un archeologo sicuramente può essere anche un grande studioso nella sua disciplina, tuttavia “se non si è fatta anche un’adeguata preparazione linguistica, in quest’ultimo settore, sarà niente più che un orecchiante” (Pittau). Inoltre la tesi “autoctonista” del Pallottino (e dei suoi allievi), molto affascinante sotto il profilo della formazione etnica e storica dell’Italia, sarebbe fondata (sempre secondo il Pittau) se gli archeologi italiani avessero dimostrato di conoscere tutte le lingue di tutti i popoli che sono vissuti nel passato nelle terre che gravitano intorno al Mediterraneo. I linguisti inoltre affermano che la tesi “autoctonista” di Dionisio di Alicarnasso non sia stata sostenuta da nessun altro autore antico, mentre quella “migrazionista” di Erodoto, che affermava che gli Etruschi fossero migrati dalla Lidia (Anatolia), fu sostenuta da almeno trenta autori dell’antichità. Oltre a Erodoto essi sono: Ellenico, Timeo di Taormina, Anticle di Atene, Scimmo di Chio, Scoliaste di Platone, Diodoro Siculo, Licofrone, Strabone, Plutarco, Appiano, Catullo, Virgilio, Orazio, Ovidio, Silio Italico, Stazio, Cicerone, ecc.
Albert Einstein affermava che i preconcetti, proprio perché tali, siano più duri a disintegrarsi degli atomi, ed aveva ragione. Per i linguisti, questo preconcetto o “peccato originale”, secondo il quale “LA LINGUA ETRUSCA NON SIA ACCOSTABILE A NESSUN’ALTRA LINGUA DEL MEDITERRANEO” (Pallottino), ha nociuto non poco alla ermeneutica, cioè all’arte (o alla scienza) di decifrare antichi testi e documenti. E’ cosa risaputa che per i linguisti il primo e fondamentale strumento della linguistica storica e glottologica stia proprio nella comparazione e che “togliendo questa possibilità al linguista gli si toglie ogni possibilità di lavoro scientifico” (Pittau).
Con il metodo comparativo sono state classificate lingue come il sumerico, l’hittito, il licio, ecc. Purtroppo per l’etrusco si sono avuti risultati appena percettibili, nonostante il ricco materiale a disposizione degli archeologi.
Ma questa affermazione dei linguisti è del tutto veritiera?
In massima parte lo è. La lingua etrusca, avendo “mutuato” l’alfabeto greco dalla Grecia è perfettamente leggibile e pronunciabile, ma solo in piccolissima parte è comprensibile. Faccio un piccolo esempio. Se io decidessi di studiare la lingua tedesca acquisirei delle conoscenze per leggere e pronunciare bene questa lingua, ma se per ipotesi io non avessi a disposizione come “bagaglio” un adeguato vocabolario sarei in grado solo di leggere e pronunciare bene la lingua tedesca, ma non a decifrare il significato delle parole. E’ quanto avviene con l’etrusco. Di questa lingua adesso si conoscono alcune migliaia di parole (per la maggior parte nomi di persone), ma siamo capaci di decifrarne solo alcune centinaia di esse e molte di queste ultime hanno inoltre una traduzione incerta. Veramente poco per poter affermare di aver svelato il “mistero” della lingua etrusca. Questo perché noi conosciamo un vocabolario limitato all’ambito religioso, rituale, funerario, e, in pochi casi, relativo alle ripartizioni e ai confini delle proprietà terriere, come ad esempio la Tavola di Cortona. Il testo più lungo che conosciamo, il Liber Linteus della mummia di Zagrabria, è composto da circa 500 vocaboli, diversi tra di loro e quelli tradotti in modo assolutamente certo sono solo una ventina. Questo per dire che il problema della comprensione della lingua etrusca esiste tuttora e in larghissima misura.
Per quanto riguarda l’origine della lingua etrusca la maggior parte dei linguisti è orientata decisamente, per la tesi “migrazionista” a causa delle strettissime somiglianze dell’etrusco al lidio. Essi ritengono, avallando quindi la tesi di Edodoto e altri, che tale popolo sia migrato, proprio da questi territori, verso il sec. VII, in Italia, nelle coste tirreniche del Lazio e della Toscana, per poi espandersi al nord, al sud e sulle coste dell’Adriatico. Anche l’etruscologo Pallottino, in “Etruscologia” (Hoepli, 1° Ediz. 1942) scriveva a tal proposito: “in verità i rapporti fra la lingua etrusca e il dialetto pre-ellenico parlato nell’isola di Lemno, anteriormente alla conquista ateniese avvenuta per opera di Milziade, nella seconda metà del sec. VI a.C., sono, nonostante le contrarie obiezioni del Lattes, del Paretti e di altri STRETTISSIME”.
Detto ciò, mi sembra superfluo sostenere che niente vieti ad uno studioso di porsi il problema della “ORIGINE DELL’ELEMENTO ORIENTALE” che è così presente in ogni forma di vita del popolo etrusco. Mi sembra doveroso accennare che anche nel caso in cui un popolo antico abbia voluto “mutuare” da altri popoli più evoluti lo strumento base della scrittura che è l’alfabeto, sia del tutto improbabile che lo stesso popolo abbia fatto propria la lingua dello medesimo popolo, diversa dalla propria. Ciò, sinceramente, mi sembra un po’ esagerato.
Concludo dicendo che in etruscologia (ma penso valga come regola generale in ogni branca dell’archeologia) sia molto saggio usare la prudenza, poiché ciò che oggi può sembrarci sicuro, domani, grazie a nuove scoperte archeologiche, linguistiche e a nuove tecnologie di ricerca, potrebbe non esserlo più. Quindi che dire?…
Ma la diatriba continua….

IL TEMPIO ETRUSCO DI FIESOLE
E’ ipotizzabile la sua ricostruzione

“Alle pendici nord-orientali della collina principale fu creata alla metà del VI secolo (a.C.) un’area sacra con al centro un piccolo edificio di culto pressoché quadrato di circa 5 m. di lato, con pareti di mattoni crudi su basamenti di pietra, il pavimento interno in terra battuta, con copertura costituita da tegole e antefisse dipinte. Una fognatura, alcuni terrazzamenti completavano l’area” Maurizio Martinelli-Guido Paolucci – Guida ai luoghi degli Etruschi – Ed. Scala 2008
Se noi tracciamo una linea sulla carta geografica della Toscana, in direzione Ovest-Est partendo da Pisa sul versante tirrenico, fino a Verucchio, versante adriatico, e toccando al centro le località di Artimino, Fiesole e Firenze, noi avremo una linea retta quasi perfetta. Proprio su questa linea verso il VII-IV sec. a.C. doveva svolgersi il traffico commerciale etrusco, dal Mar Tirreno al Mar Adriatico. Parte di questo tracciato è stato ritrovato alcuni anni fa in località Capannori (Pisa), si tratta di una strada con ampie carreggiate, una vera e propria “autostrada” etrusca, come è già stata definita.
Dobbiamo adesso tener conto che su questo tracciato si trovavano anche le località Comeana, Quinto (Firenze) dove sono state ritrovate le tombe dette “della Mula” e “della Montagnola”, ambedue realizzate con la tecnica detta “a falsa cupola”, con grossi conci squadrati di pietra disposti in forma concentrica (tomba della Mula) che si restringono verso l’alto fino a formare una volta di forma ogivale (tomba della Montagnola). Queste tombe risalgono, verosimilmente al VII secolo a.C. Si tratta di tombe principesche i cui proprietari erano i signori e padroni della zona. Su questa linea doveva trovarsi pure la città-carovaniera etrusca di Gonfianti, nelle vicinanze di Prato, che doveva svolgere un ruolo di città-emporio, luogo di deposito e di smistamento delle merci, nonché città industriale ed artigianale.
Questa “autostrada dei due mari”, come è plausibile definirla, secondo fonti greche, si sarebbe potuta percorrere in soli tre giorni di viaggio, che per quei tempi rappresentava un bel primato.
A Verucchio, centro etrusco di primaria importanza, gli archeologi hanno ritrovato reperti UNICI nel loro genere, come campioni di stoffe di lana, tessute in vari colori, che non hanno niente da invidiare ai nostri tessuti moderni, in quanto la tessitura e la tecnica di lavorazione è in tutto simile alla nostra, ovviamente gli etruschi non possedevano i macchinari che possediamo oggi. Inoltre sono stati ritrovati a Verucchio reperti importantissimi in metallo e in altri materiali più o meno pregiati, molto interessanti.
Le città etrusche di Fiesole e Firenze si trovavano proprio al centro di questa “carretera” commerciale ed è facilmente intuibile il ruolo di prestigio che queste due città avessero proprio per le loro ubicazioni strategiche ma anche difensive e di controllo del territorio. Se Gonfienti aveva il ruolo di città di scambio, di deposito, di lavorazione delle merci, quindi città industriale e commerciale (ruolo svolto in sinergia con la “gemella” Misa, Marzabotto) Firenze e Fiesole dovevano giocare due ruoli diversi, l’una di città legata ad una economia fluviale e agricola (Firenze), l’altra doveva essere centro politico-amministrativo e militare offensivo e difensivo (Fiesole), anche per la posizione strategica che occupava (sulla cima di una collina e difesa da una ciclopica cinta di mura).
Proprio a Fiesole, sulle pendici nord occidentali della collina, come bene ci descrivono M. Martinelli e Giulio Paolucci (op. citata), in un’area che comprendeva diversi edifici di culto, era sorto, per opera etrusca un tempio, le cui proporzioni non sono grandiose come, ad esempio, quelle di Tarquinia, ma che tuttavia rivestiva un ruolo importante per la vita religiosa degli antichi fiesolani. Sembra, da alcuni ritrovamenti, che lo stesso tempio fosse dedicato alla dea Minerva.
Ho avuto il piacere di vedere più volte il tempio fiesolano e di studiarlo il più possibile con accuratezza. Ogni volta scopro cose nuove e interessanti e, di volta in volta, la sua “lettura” mi appare più chiara. Ma una descrizione esauriente e qualificante dell’edificio religioso si può averla anche leggendo la Guida Ufficiale “Fiesole – Area archeologica e museo” fatta dal Prof. Marco de Marco, curatore del Museo Etrusco (Per gli interessati dirò che la guida è stata edita da Giunti nel 1999).
Credo che il tempio fiesolano sia uno dei templi etruschi meglio conservati per le “alzate” dei muri che sono imponenti, per la scalinata d’ingresso ottimamente conservata, per i resti portico del antistante e dell’edificio colonnato, la porta di ingresso e infine, sul retro, la fossa di scolo delle acque. Il tempio era orientato su un’asse W-E con l’ingresso rivolto verso Oriente, vale a dire che esso era rivolto verso l’Adriatico. Al contrario le chiese cristiane, pur essendo orientate sullo stesso asse, hanno l’ingresso al Tramonto (W) e l’abside ad Oriente (E).
Per non risultare particolarmente descrittivo dirò solo che il tempio aveva una cella centrale, due ambienti laterali, oltre ad altri ambienti disposti su un’asse nord-sud, colonnati. Sul luogo, nei pressi del tempio, sono stati disposti centinaia e centinaia di reperti lapidei che facevano parte del tempio, come capitelli, trabeazioni, parti del tetto, ecc.
Ho la netta l’impressione, dato il grande numero dei reperti ritrovati e ammassati ai fianchi di stradine del percorso archeologico, che il tempio potrebbe essere RICOSTRUITO, non nella sua interezza, ma almeno parzialmente. Dico questo poiché esistono oggi delle tecnologie avanzatissime, che si avvalgono di programmi e apparecchi sofisticatissimi, tridimensionali, i quali permetterebbero, di ricostruire da tutti quei reperti lapidei il tempio così com’era nel I secolo a.C, epoca in cui fu distrutto. Certo necessiterebbero cospicui fondi, personale e tanta buona volontà, ma la cosa penso sarebbe fattibile.
Si tratta di fantascienza? Fantarcheologia? No, io credo che potrebbe trattarsi di realtà.
Lascio a ciascuno di voi di esprimere un giudizio in merito. Inoltre vi invito di approfittare di un giorno libero per fare una bella visita agli scavi e al Museo di Fiesole (Etr. Vipsl, Visl, Visul; mediev.:Visole) e sono sicuro che vi saranno riservate tante e piacevoli sorprese.

CURIOSITA’ SULL’ORIGINE DI ALCUNE PAROLE E SU ALCUNE FESTE CHE SI RIFANNO AGLI ETRUSCHI

In un Opuscolo del 1834 riguardante la “Lingua Etrusca e l’Astronomia Ebraica”, Edizioni Attilio Tofani, Firenze 1834, da me rintracciato in una Biblioteca fiorentina, a riguardo dell’origine della Lingua de’ Tirreni si dice che “si riceve maggior lume dai nomi propri, specialmente delle città e dei fiumi, che dagli appellativi (nomi di persona n.d.R.). Quindi i nomi di città, di fiumi, ecc. sarebbero più affidabili per conoscere l’origine delle lingue antiche? Penso senz’altro di sì. In Toscana abbiamo idronomi quali il Marta, Bruna, Cecina, ecc., tanto per citarne alcuni, che sono nomi di fiumi ma anche nomi di persone e derivano, appunto, da antichi ceppi linguistici orientali.
Sempre nello stesso Opuscolo si farebbe l’ipotesi che il nome Firenze (Lat. Florentia) derivi da “ferbenz”, di origine ebraica, che significherebbe “città abbondante di fiori”. Inoltre, l’Arno, fiume toscano che bagna Firenze e Pisa, deriverebbe dall’ebraico “Arnon”, descritto in Deut. Cap. 3, v.8, e significherebbe un torrente dedicato (dai Filistei) a Nettuno.
I Romani dovevano essere molto egocentristi e “campanilisti” (per usare degli eufemismi), se neppure un libro etrusco è mai stato ritrovato a Roma, né altrove. Sembra che gli stessi distruggessero libri e monumenti stranieri, “così come fecero i Maomettani nella conquista dell’Egitto”… “dove appiccarono il fuoco alla famosa biblioteca alessandrina”. (Lingua Etrusca, ecc. op. cit.), Tuttavia, mi sembrerebbe logico avere un barlume di speranza che qualche testo etrusco sia conservato, magari in gran segreto, o ancora “inesplorato” in una delle tante importanti biblioteche sparse per il mondo. Inoltre, ci potrebbe essere la possibilità che in futuri scavi archeologici, si ritrovino epigrafi molto più complete e interessanti di quelle che abbiamo trovato fino ad ora.
La “Tabula Cortonensis”, è già uno dei testi etruschi più noti e interessanti per la sua lunghezza ma anche per la sua “enigmaticità”. La traduzione di questa tavola fatta da esperti filologi e archeologi ha collezionato consensi ma anche molte critiche. Infatti profonde discordanze esistono fra le traduzioni dei vari studiosi e, all’interno di questi, fra traduzioni effettuate da archeologi puri o da linguisti. Io ho messo a confronto fra di loro le traduzioni degli studiosi più illustri e, ritengo, che ci sia ancora molto da lavorare su questo testo etrusco, del quale conosciamo già tante cose, ma molte altre rimangono ancora veri e propri “rompicapo”, a cominciare dal luogo esatto in cui la “Tabula Cortonensis” fu ritrovata.
Proprio alcuni giorni fa nella trasmissione televisiva “L’eredità” condotta dal fiorentino Carlo Conti, che va in onda ogni giorno prima del Telegiornale, ad un concorente è stata fatta una domanda circa il significato del “gioco della ruzzola”, già praticato dagli Etruschi. Ruzzola è il toscano per “ruota” (o meglio, “piccola ruota), ma nello specifico il “tirare allla ruzzola” veniva praticato in una festa, la quale consisteva, nel lancio di una forma di cacio (di quello buono, forse sardo). Per fare questo i lanciatori avvolgevano con vari giri la “ruzzola” o la forma di cacio con un nastro resistente, il quale veniva poi legato al porso del lanciatore. Quando, la sfortuna si accaniva e le forme lanciate si rompevano, il gioco continuava, sostituendo alla forma di cacio, una bella ruzzola di legno, tagliata da un albero resistente, diametro di 25-30 cm e di uno spessore di di 3-4 cm. La “ruzzola” veniva poi smussata ai bordi. Nel mio paese natale, Fontebuona in Mugello, dove ho vissuto i primi trenta anni della mia vita, questo gioco era praticato nel primo giorno dell’anno, cioè il primo di gennaio. Questa festa era tenuta in grande considerazione dal popolo “laico”, che forse la considerava la festa più importante del periodo vacanziero natalizio, ma addirittura forse la più importante dell’anno. Era chiaro che questa tradizione era molto antica e si perdeva nella notte dei tempi. Bisognava vedere l’abilità di questi forzuti lanciatori, che riuscivano, dopo una breve rincorsa, a lanciare la “ruzzola”, dando alla stessa lo “sguancio” (effetto) necessario per arrivare il più lontano possibile e per superare curve, salite e ostacoli di ogni genere. Noi ragazzini, sempre di buon appetito, seguivamo il rotolare del formaggio nelle sue peripezie e, se capitava, che la forma urtasse una cantonata o un pilastrino, la forma di formaggio andava in mille pezzi, con nostra grande gioia, poiché facevamo delle grandi scorpacciate gratuite. Di questa usanza io ne ho parlato nel mio libro “Mugello – Vita di paese e dintorni” . Un vocabolo simile a “ruzzola” esiste nella lingua etrusca: “ruz” (M. Pittau – Dizionario della Lingua Etrusca, Ed. Dessì), al quale è stata attribuita una traduzione incerta. E’ lecito supporre che “ruz” abbia originato “ruzzola”, “ruzzolare”, non solo nel senso del rotolare di una ruota, ma anche nel senso figurativo del “rotolare”, tipico del maiale, quando si rotola nella terra e nel fango. Infatti, nel Dizionario del Pittau (op. cit.), si fa l’ipotesi che “ruz”, abbia il significato di “maiale”.
Sempre nel dialetto dei Toscani troviamo la parola “racca” e l’espressione “non fa racca con nessuno”, oppure l’inverso “fare racca con tutti”. La traduzione più usata è quella di “Tizio o Caio che non fanno ‘razza’ con alcuno”. In altre parole il toscano “non fare racca” potrebbe significare sentirsi estranei a qualcosa o a qualcuno, oppure un atteggiamento asociale di uno che sta “sulle sue”, oppure di colui che “non si sente della partita”. Il Migliorini nel Vocabolario della Lingua Italiana afferma che “racca” è una parola che deriva dall’aramaico, la lingua degli antichi ebrei. L’espressione dir “raca” a qualcuno (con una sola ‘c’) è tratta dal Vangelo di San Matteo. Anche gli Etruschi, allo stesso modo degli antichi ebrei non raddoppiavano le consonanti e, pertanto il toscano “racca” equivale aell’ebraico “raca”. Quest’ultimo tuttavia aveva in origine (vedi Vangelo) un significato equivalente a una offesa di poco conto, quale sarebbe quella di dire ad una persona “sei uno sciocchino” o qualcosa di simile. In italiano abbiamo però una parola, molto simile a “raca”, cioè, “racchia” riferita ad una donna poco piacevole. Questa sì che sarebbe un’offesa!
I Toscani, o i Mugellani, indicano con l’aggettivo “spanto” qualcosa di poco aggregato, e quindi sparso, sparpagliato. Si potrebbe fare l’esempio di un paese che non è raccolto ma ha le abitazioni sparpagliate in qua e là. Esiste in etrusco “spanthi, spante, spanti” Dizion., op. cit. pag. 379) tradotto con “piatto, catino, bacino”. Esiste una correlazione fra “spanto” toscano e “spanthi”? Forse sì, se pensiamo che un piatto è un qualcosa che è differente da una ciotola, oppure da un vaso, da una brocca, ecc. che hanno i bordi o le pareti rialzate. Quindi questi ultimi possono essere intesi come utensili, che figuratamente si aprono, dilatano le proprie pareti, come lo sbocciare di un fiore e permettono al liquido, ai cibi, ecc. di “spargersi” orizzontalmente, porprio come le case di un paese che sono state costruite non raggruppate, ma a piccole chiazze, “a pelle di leopardo”. Al contrario nei vasi, ciotole e brocche i contenuti sono trattenuti “uniti” verticalmente dalle pareti delle stesse.

FIESOLE: STORIA, BELLEZZA E SCUOLA DI VITA

E’ ormai diventato un ‘luogo comune’ sentire dire di Fiesole, specialmente da certi toscani: “è tutta qui?”. Come dire: “Fiesole? E’ quel paesotto che si incontra per la strada da da Firenze porta in Mugello; una via, una piazza e le case e botteghe allineate su questa antica strada. Vi assicuro che la cosa non sta in questi termini. Fiesole va scoperta, va percorsa nelle stradine strette strette, che caratterizzano le antiche città etrusche, va studiata e anche amata.
Adesso vi svelo un trucco, come fare per visitare questa città. Si tratta di un trucco molto semplice, lasciate i a casa i vostri macchinoni e fatevi accompagnare da un amico o da un conoscente che possiede una Panda, meglio una vecchia Panda. Girate in una qualsiasi delle stradine etrusche che misurano da un metro a tre metri e cominciate a scoprire la città. Fiesole, come sapete era una delle maggiori città dell’Etruria, popolata da genti Etrusche, ma essa era già popolata anche da popoli “villanoviani”. La testimonianza di ciò starebbe in una serie di buche, che sono visibilissime dalla rete esterna, ormai bucata, in più punti, da curiosi e da impazienti “aspiranti archeologi”. In queste buche, che assomigliano molto a quelle in località Palastreto (Sesto Fiorentino) ed a quelle di Populonia, i Villanoviani sotterravano entro cinerari i resti combusti (le ceneri) dei loro morti, insieme a pochi oggetti appartenuti al defunto o alla defunta.
Per questo tipo di buche, si è fatta l’ipotesi, a Populonia che esse siano servite per piantare dei pali per le capanne, che erano di forma ovale. L’uovo, come altri simboli: la ruota, la croce solare, per i Villanoviani e per gli Etruschi rappresentavano il ciclo della vita dell’uomo. Ancora oggi si dice “è una ruota che gira”, per indicare il trascorrere inesorabile del tempo.
Fiesole, dicevo, era una grande ed importantissima città villanoviana-etrusca. Le genti che abitavano sulla collina di Fiesole e che, per la stragrande maggioranza, vivevano di pastorizia ed agricoltura non dovevano essere molto teneri né con i loro simili, né con le bestie dei loro allevamenti. Un basso rilievo, probabilmente Ottocentesco (probabilmente la copia esatta di un bassorilievo etrusco) ci fa vedere come allora si uccidessero gli aninali. In questo caso l’animale viene tenuto con una corda legata intorno alle corna, la quale passando per un anello di ferro posto a livello del pavimento, viene tirata in modo che la bestia sia costretta ad abbassare la testa, per essere poi colpita duramente da una altro uomo, il quale, le vibrerà un colpo mortale con una mazza di legno fra la testa e il collo, fracassandole il cervello e la spina dorsale.
Gli Etruschi fiesolani non dovevano essere tuttavia tanto teneri neppure con gli umani e in modo particolare con i nemici. Si sa che i Romani ebbero la meglio sugli Etruschi e che, città dopo città, cadde nelle loro mani. Ma ce ne volle del bello e del buono per conquistare la città di Fiesole, la quale prima si difese con le armi e poi, con la diplomazia, cercò di contrastare i romani invasori. Probabilmente, però vinsero l’astuzia e la diplomazia dei Romani, che oltretutto erano meglio organizzati nelle guerre.
Un bassorilievo, murato su una antica casa di Fiesole, situata in uno dei tanti stretti vicoli della città, fa capire come, dopo tanto spargimento di sangue prevalse la “pax romana”. Nel bassorilievo è raffigurata una Lasa o una Dea, che abbraccia due guerrieri su una base di colonna in cui è forse raffigurato il dio Marte. Al di là del significato allegorico, questo bassorilievo, ritrovato probilmente sul luogo, ha proprio questo significato: etruschi e romani uniti dallo stesso dio (probabilmete dio etrusco) iniziano una nuova era di collaborazione che non dovrà tenere conto né di vinti né di vincitori. Sappiamo tuttavia che gli Etruschi fiesolani, pur rappresentando un pericolo costante per i Romani, e non solo nell’immediato futuro, furono soggiogati e, piano, piano, persero le loro libertà e i loro diritti di uomini liberi.
Fu così vinto un popolo, forte coraggioso, intelligentissimo, che guardava in faccia alla morte e, allo stesso modo, guardava il nascere della vita. Il linguista-etruscologo Prof. Giovanni Semerano li ha definiti, molto oppurtunamente “Il popolo che vinse la morte” . Tuttavia, come capita ai popoli vinti, essi furono svuotati dal di dentro, proprio come si fa con una zucca. Questo popolo che basava ogni atto della propria vita sugli oracoli, che si affidava agli aruspici e ai sacrifici per ogni atto importante, anche la guera, che parlava una propria lingua, diversa da tutte le altre regioni d’Italia, che batteva moneta propria, che aveva raggiunto una ricchezza e un benessere davvero notevoli, conobbe un periodo di involuzione e di rilassatezza nei costumi. Il bassorilievo accanto con la figura di un uomo con la testa china, può essere di per sé stesso, molto significativo.

NOTE

MEL MARAVOT SUL SIGNIFICATO DI “RHASENNA”

Paulo,

Your thesis that the Etruscan word “Rasenna” relates to the word “razor” and “shaved” is possible, as I also had suspected the connection. In actual fact, using the “Etruscan Phrases” Etruscan Glossary that I sent you, you will see that the word declines as follows: RAS, RASIA, RASNA, RASNE. I presented the word in the glossary as follows: “tribe, Etruscan? (L. tribus-us; It. razza; Etr. Rasna, Rasne).”

I was not aware, however, of the Italian word “ras” which you defined as follows: “the word “ras” also exists in Italian, for example, when we say that Tizio (or Caio) is the “ras” of the district, to mean one who is commander in the district or the city. In other words the “ras” is the one who exercises power within a given space and that power can be expected: according to the “rule of law,” or a power “arbitrary,” that is not recognized by law.”

The suffixes attached to RAS, “IA”, “NE,” and “NA” also reflect common declension patterns with regard to other Etruscan nouns and adjectives. Seeing the Italian language components, I concluded that NE and NA are augmentive suffixes conveying greater size, as in the Italian language.

An origin of RAS that relates to the verb “to shave,” possibly referring to a “civilized being” as opposed to the Greek term for Barbarians “bearded,” can be supposed. But it can also relate to the English word for tribe, race, “race” or Norse word, “ras.” More importantly, because the word has the Italian augmentative suffixes, “NE” and “NA,” the meaning has more of a relationship to the Italian “ras” and “razza,” and French “race,” Polish, “rasa,” and Persian “nezâd,” English “race.” The origin of the word for “race” probably has deeper Indo-European roots, the meaning of which would be hard to assess. We can group these language groups together, using their term for “race,” contrasting this group with Greek “fili,” Latin, “genus-eris” or “tribus-us,” Welsh “canedl.” Note that Etruscan also has the words for English, line: “line,” or “to draw out, thread,” which can be compared to Latin, filum-i; It. filare, Fr. filer. The Etruscan words are: FIL, FILE, FILAR. Related to these are Etruscan FILAE (L. filia-ae, daughter), and FILVI (FILOI), FILVS (FILOS) (L. filius-i, son). These words relate to Latin. Because the Etruscan language appears to have preceeded the Latin language, it appears that Latin belongs to or derives from an early language group that is represented by Etruscan. That early group contained words common to Gaelic and Latin.

The word for English “clan,” is also in the Etruscan Glossary and used in Etruscan Phrases script AV-3 and used in the context referring to the lineage or clan of a person. The Italian word for “clan” is “tribu,” referring back to the Latin term for “race.” The French word for “clan” is “clan.” In Scottish Gaelic the word is “clann.”

As I have discussed in “Etruscan Phrases,” I believe that the Etruscan language represents, perhaps, a bridge between the Latin / Italic and Gaelic language groups, when they began to separate. The Etruscan language can be dated to ~600-700 B.C. from the early texts, and their tradition of coming from Lydia after the Trojan War (~1,200 B.C.), their appearance as the Villanovan Culture (1,000 B.C.) suggest that the language is an artifact from 1,200 B.C. and earlier.

We don’t know when Latin and Gaelic began to separate into two different language groups, but the Etruscan language, carrying components from both language groups, may shed some light as to how the languages separated, perhaps in the period 1,500 B.C.- 1,200 B.C.

Mel Copeland

MASSIMO PITTAU SUL SIGNIFICATO DI “RHASENNA”

Paolo Campidori è un personaggio eclettico, e precisamente è pittore, scrittore, giornalista, fotografo e pure cultore di antichità toscane ed etrusche. Da quando è entrato in possesso del mio «Dizionario della Lingua Etrusca» (Sassari 2005, Libreria Koinè) – l’unico finora esistente – si è messo a cercare e stabilire connessioni fra vocaboli etruschi e toponimi e vocaboli toscani, arrivando a conclusioni che, a mio avviso, talvolta sono veramente azzeccate. Ed una nuova connessione di Paolo Campidori è la seguente. Secondo Dionisio di Alicarnasso (I 30, 3) gli Etruschi chiamavano se stessi Rhasénna. Questo aggettivo etnico viene confermato appieno da vocaboli etruschi che conosciamo per altra via e che in genere fanno riferirimento allo «Stato Rasennio od Etrusco» o alla «Federazione Rasennia od Etrusca», finendo con l’avere anche il significato di «statale, pubblico». Inoltre l’etnico Rhasénna viene confermato anche da odierni toponimi toscani, fra cui Ràssina nella provincia di Arezzo. Ebbene il Campidori ha spiegato Rhasénna come «(uomo o guerriero) rasato».
A me non risulta che fino al presente qualche linguista abbia approfondito il problema dell’esatto significato di Rhasénna e pertanto, almeno in linea generale, dico che ritengo questa proposta del Campidori come “accettabile”, dato che finora non ne è stata presentata alcun’altra. Io infatti, come glottologo o linguista storico, mi sono sempre ispirato al criterio metodologico, secondo cui «è molto meglio una ipotesi azzardata, che nessuna ipotesi; infatti, da una ipotesi azzardata – che alla fine potrebbe anche risultare errata – prospettata da un linguista, potrà in seguito scaturire una ipotesi migliore e addirittura quella vincente, prospettata da un linguista successivo».
Questo dico in termini generali relativamente alla proposta del Campidori; rispetto alla quale però, a mio avviso, intervengono tre considerazioni che ottengono l’effetto di farla apparire “accettabile”, per il fatto che è “plausibile” o “verosimile.
1) Il verbo latino radere, participio rasus, è fino al presente privo di etimologia (cfr. Ernout A. – Meillet A., Dictionnaire Étymologique de la Langue Latine, Paris 1985; Cortelazzo M. – Zolli P., Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Bologna, I-V, 1979-1988; II ediz. 1999) e, come capita spesso in casi simili, è probabile che sia entrato nella lingua latina derivando da quella etrusca.
2) Nel mondo fortemente laicizzato, come è quello in cui ora viviamo, è cosa assolutamente indifferente per un uomo avere la barba incolta oppure averla tagliata del tutto o almeno in parte, cioè “spuntata” a pizzo. Per gli uomini del mondo antico invece la questione aveva grande e somma importanza, soprattutto perché ad essa attribuivano motivazioni antropologiche, sociali e addirittura religiose. Per gli antichi dunque il radersi la barba oppure il lasciarla incolta non era affatto una questione indifferente, posto che la decisione era determinata da precise e stringenti motivazioni sociali e pure religiose, di cui a noi moderni spesso sfugge l’esatto significato.
3) Da una rapida scorsa che ho dato alle raffigurazioni di uomini etruschi in pubblicazioni che posseggo, ho avuto modo di constatare che la massima parte degli uomini sono rasati completamente, oppure hanno una barba coltivata a pizzo più o meno lungo. Non mi sembra di aver trovato alcun individuo etrusco che abbia la barba completamente incolta.
Dunque, la proposta di Paolo Campidori «Rhasénna = «(uomo) rasato» a me sembra plausibile, verosimile e pertanto “accettabile”, almeno in attesa che qualcuno eventualmente presenti una proposta migliore.

http://www.pittau.it
© Paolo Campidori

MASSIMO PITTAU SUL SIGNIFICATO DELLA PAROLA “SERPHUE” (SERQUA)

In una intervista fattami di recente Paolo Campidori mi ha chiesto se il vocabolo etrusco SERQUE possa essere la base di quello toscano (e soprattutto fiorentino) serqua «dozzina», riferito a merce venduta, come uova, pani, pere e simili. Dopo aver dato un’occhiata al mio «Dizionario della Lingua Etrusca» (Sassari 2005, Libreria Koinè), risposi che non conoscevo il citato vocabolo etrusco, per cui non potevo dire alcunché su di esso. Però, dato che la connessione etimologica stabilita dal Campidori mi sembrava allettante, in seguito ho controllato meglio il mio Dizionario ed ho subito constatato che, se è certo che non esiste un vocabolo etrusco SERQUE, invece esiste realmente l’altro SERΦUE (con la ph), per il quale io avevo già prospettato che derivasse dall’etrusco SAR «dieci».
La mia prima considerazione sull’argomento è che il Campidori ha letto male il vocabolo etrusco, ma la sua connessione col toscano serqua è esatta. E in conseguenza di ciò si può affermare che da un lato si è trovata la esatta etimologia del vocabolo toscano, dall’altro si è trovato il preciso “significato” di un vocabolo etrusco, il quale compare addirittura nel più lungo e più difficile testo della lingua etrusca, il famoso «Libro Linteo della Mummia di Zagabria».
Fino ad ora tutti i dizionari della lingua italiana – ovviamente quelli che danno anche l’etimologia od origine dei vocaboli – fanno derivare il toscano serqua «dozzina» dal lat. siliqua «baccello», che in latino indicava anche una “unità di misura”. Sennonché, a mio fermo giudizio, questa etimologia va respinta con decisione, dato che non si vede come dal concetto generico di “unità di misura” venga fuori anche il concetto specifico di “dozzina” e di “dodici”.
Molto più semplice invece è far derivare il tosc. serqua appunto dall’etrusco SERΦUE, il quale – come già detto – molto probabilmente deriva dall’etrusco SAR «dieci». Sul piano fonetico in primo luogo è da rimarcare che nel toscano antico esisteva anche la forma sarqua (S. Battaglia, Grande Dizionario della Lingua Italiana, Torino 1961-2002, vol. XVIII 744), la quale si staglia alla perfezione con l’etr. SAR «dieci». In secondo luogo nella lingua etrusca abbiamo altri esempi di scambio tra le consonanti aspirate con altre di differente articolazione (vedi M. Pittau, La Lingua Etrusca –grammatica e lessico, 1997, Libreria Koinè, §§ 31, 32), per cui non è affatto strano il passaggio SERΦUE > serqua.
Sul piano semantico segnalo che, in base al fatto che nel noto Cippo di Perugia la locuzione naper sranczl ricorre scritta anche naper XII, io avevo già interpretato sranczl come «dodici» («napure dodici»), cioè sran-c-zl = «dieci e due» (sar, sra + zal). E si tratta di un numerale che presenta evidenti connessioni fonetiche e semantiche col tosc. serqua, sarqua «dozzina».
Presso molti popoli antichi il numero «dodici» aveva un carattere sacrale, certamente perché 12 sono le lunazioni o cicli della Luna, la quale era universalmente adorata come una divinità. Questa credenza esisteva di certo anche fra gli Etruschi, come dimostrano sia la storia del vocabolo serqua, sia e soprattutto le tre dodecapoli o federazioni di 12 città etrusche, la dodecapoli tosco-laziale, quella campana e quella padana.
Da questo caso fortunato di etimologia azzeccata possiamo trarre una importante conclusione generale: i linguisti, ma anche i Toscani di sufficiente cultura umanistica e linguistica, si debbono convincere che relitti dell’antica lingua etrusca esistono tuttora nelle parlate della Toscana e del Lazio settentrionale; ad essi si impone pertanto l’obbligo e anche l’interesse ad andarli a cercare.
Massimo Pittau http://www.pittau.it

THE TUSCAN WORD “SERQUA” (“DOZEN”) COMES FROM ETRUSCAN

In an interview, I was recently asked by Paolo Campidori if the Etruscan word “serque” could be related to the Tuscan and above all Florentine word “serqua” (“dozen”). “Serqua” is used as a unit of measure for eggs, loaves of bread, fruit, etc.

After consulting my “Dictionary of the Etruscan Language” (Sassari 2005, Libreria Koinè), I answered that I was not familiar with the Etruscan word “serque” and so could not comment on it.
However, I found the etymological connection proposed by Campidori intriguing. I therefore took a closer look at my dictionary and immediately ascertained that although “serque” does not exist in Etruscan, “ser_ue” (with ph), does indeed exist. I had in fact proposed previously that “ser_ue” is derived from the Etruscan “sar”, meaning “ten”.
At first, it had seemed to me that Campidori had made an error in reading the Etruscan word. But I realized now that he was right about the origin of “serqua”.
Consequently, we can say that on the one hand, we have found the exact etymology of the Tuscan word; on the other hand, we have found the precise meaning of the Etruscan word—a word which is found in the longest and most difficult text in Etruscan, the famous “Linteo Book of the Mummy of Zagabria”.
According to Italian language dictionaries (at least, those that give the etymology of words), the Tuscan “serqua” derives from the Latin “siliqua”—“seed pod”, which in Latin also indicates a unit of measure.
In my opinion, however, the accepted etymology is completely wrong, given that it is difficult to see how the specific concept of a dozen could come from the generic concept of a unit of measure.
It makes much more sense to consider the Tuscan “serqua” as deriving from the Etruscan “ser_ue”, which, as I have said, very probably derives from the Etruscan “sar”—“ten”.
The phonetically similar word “sarqua” exists in archaic Tuscan
(S. Battaglia, Grande Dizionario della Lingua Italiana, Torino 1961-2002, vol. XVIII 744). The relationship between “sarqua” and “sar” is obvious.
Moreover, in Etruscan we often find examples of varying forms of aspirated consonants (v. M. Pittau, La Lingua Etrusca –grammatica e lessico, 1997, Libreria Koinè, §§ 31, 32). A progression from “ser-ue” to “serqua” is therefore not surprising.
In the writings of Cippo di Perugia we find the phrase “naper sranczl”, which he sometimes writes as “naper XII”. I have interpreted this phrase semantically as “not even twelve”: “sran-c-zl” = “ten and two” (sar, sra + zal).
We have here the case of a numeral presenting an evident phonetic and semantic relationship with the Tuscan “serqua, sarqua”—“dozen”.
The number 12 was sacred to many ancient peoples, obviously because of the twelve cycles of the moon, which was universally adored as a divinity.
This belief was certainly current among the Etruscans, as is demonstrated both by the history of the word “serqua”, and by the three dodecapoli or federations of 12 Etruscan cities in Tuscany/Lazio, Campania, and the Po Valley.
Our happy etymological discovery teaches us an important lesson: linguists, and also Tuscans possessing the requisite humanistic and linguistic background, should realize that relics of the ancient Etruscan tongue still exist in the spoken language of Tuscany and Northern Lazio. To discover these relics is both a duty and a joy.

Massimo Pittau
http://www.pittau.it
Traduzione di Kevin Beary

ANCIENT OSTIA: A CHRISTIAN CRYPT
(IV century AD?) with an image of Christ giving a blessing has been found

Rome, center of the world. Rome is more important than any other city in the world because it houses the relics of the Christian martyrs. The Imperial Rome of luxury and spectacle, with its famous monuments, has its counterpart in the underground world of the catacombs, the refuge of the persecuted, martyred Christians and their secret burial ground.
I would like to compare this crypt (my view differs from that of Maria Stella Arena, renowned expert and author of the article “OSTIA, L’Opus sectile di Porta Marina” in Archeologia Viva n. 128 March-April 2008) to one discovered in the 1940s-50s, which bears a panel with a mosaic image containing the Christian symbolism of a lion attacking prey (v. bibliography). This discovery was made at the start of an excavation that revealed a building composed of a room or exedra and a rectangular apse.
The restoration of this mosaic took years of careful, laborious effort. By painstakingly fitting together the pieces of the mosaic, the expert restorers were able to reconstruct, panel by panel, a room that the Romans called an “exedra”, at the end of which was the rectangular crypt mentioned above.
All the evidence would seem to point to a tomb so far impossible to date accurately, and which at first glance would suggest one of the many, extremely elegant tombs of the patrician pagans. But this interpretation is misleading, and in my opinion Dr. Maria Stella Arena’s hypothesis (mentioned above) is incorrect.
The “tomb” would suggest a structure difficult to date precisely (though probably dating from the beginning to the end of the IV century), one very similar to the “Crypt of the Popes” in the Catacombs of San Callisto in Ostia (RM). This tomb is a family tomb built at the end of the II century. Like the Ostia/Porta Marina tomb, it is composed of a room and a rectangular apse. It was donated to the Church and transformed into the Crypt of the Popes in the IV century BC.
During the difficult work of restoration of the Ostia/Porta Marina crypt, the expert restorers were able to reconstruct the inlaid work with its geometric and floral patterns, all formed with costly marble coming from every part of the Empire. The chromatic effects of this inlaid work (opus sectile) are truly surprising. The natural veins in the marble were exploited by the artisans of the time in order to create the realistic effect of rocks, trees, animals, etc.
Even more surprising and truly wonderful is that there are also “human” figures on these panels, among which we find one with a “nimbo” (literally “cloud”), giving a blessing.

One needn’t be an expert in the field to recognize in this figure Christ giving His blessing. There is no need to hazard other interpretations, which I consider absurd. The face of Christ, as always in “opus sectile”, is portrayed in the traditional manner, i.e. with long hair and beard, with eyes wide open, and with black hair, beard, eyebrows and pupils, in the typical mid-eastern fashion.
Around Christ’s head there is a white nimbo. This symbol is not of Christian origin; however, it does appear, beginning probably in the IV century, around Christ’s head in the frescos of the Roman catacombs (San Callisto). Thereafter, the use of the nimbo around Christ’s head became standard.
Significantly in this portrayal, Christ’s right hand, with three lifted fingers denoting the Holy Trinity, is raised in blessing. Is further explanation necessary?
In a lower panel, there is the figure of a boy who, because he lacks the traditional symbols of the Saints, must be the Roman patrician for whom the crypt was built.
There are also various scenes in various panels of lions and tigers in the act of sinking their teeth into deer. Again, these are Christian symbols originating in the First Epistle of St. Peter: “Your adversary the devil prowls around like a roaring lion, seeking some one to devour.” (1 Peter 5:8)

Bibliography:
G. Heinz-Mohr – Lessico di Iconografia Cristiana Istituto di Propaganda Libraria, Milano, 1995

Traduzione di Kevin Beary

INDICE

Prologo – 3
La questione delle origini – 19
Etruschi il popolo dei due mari – 24
La parola ai nostri antenati etruschi – 28
Na che cavolo di lingua parlavano – 31
Villanoviani origine – 35
Villanoviani ed etruschi sono la stessa cosa? – 39
Talamone – 46
Rasenna finalmente risolto l’enigma – 50
Alcune domande a Massimo Pittau – 54
Ostia antica – 60
Parole di origine etrusca in Mugello? – 63
Un’attenta analisi del cippo confinario di Fiesole – 69
La presenza etrusca nell’Appennino Tosco-Romagnolo – 73
La linguistica arriva prima dell’archelogia? – 78
Un giallo sull’esportazione – 81
Il concetto di Eros, Bios – 85
Gli etruschi ci parlano – 88
Frascole, esclusa l’ipotesi – 95
Le origini villanoviano-etrusche di Firenze – 98
Antichi simboli etruschi nella stele di Marano – 102
La lupa capitolina da capolavoro etrusco – 105
Etruria terra promessa? – 110
Gli etruschi sono davvero misteriosi – 113
Tarquinia la tomba degli Auguri – 116
Montovolo, ombelico del mondo? – 121
Gli etruschi sapevano? – 126
Gonfienti e Fiesole due città etrusche rivali? – 130
Il mistero della lingua etrusca è stato svelato – 134
Il tempio etrusco di Fiesole – 138
Curiosità sull’origine di alcune parole – 142
Fiesole storia e bellezza di vita – 147
Note – 150
Fotografie 161

Come “cultore etruscologico” sono riuscito a fare questo. Altri verranno e faranno cose senz’altro migliori delle mie. Pertanto non prendetevela con me per eventuali errori: anche per quelli ho fatto del mio meglio!

Copyright per l’Italia e l’estero: Paolo Campidori
© Paolo Campidori 2010

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