I MONTI DELLA PIETRA – UN LIBRO DI PAOLO CAMPIDORI


I MONTI DELLA PIETRA – UN LIBRO DI PAOLO CAMPIDORI

 

ALCUNE NOTE BIOGRAFICHE

Paolo Campidori nasce una …..antina di anni fa a Fontebuona di Vaglia. Vi piacerebbe sapere l’anno, eh? Ma non ve lo dico. Vi sirò solo che sono uno che si sente giovane, molto giovane, che se non fosse per la decenza andrebbe ancora dietro alle ragazzine. Ma non ci vado, per il solo motivo che…ho paura di fare brutta figura! Si fa per dire. Ho l’aspetto un po’ serioso, almeno a giudicare da questo ritratto. Ma non è così. Sono un “mat”, come dicono i tosco-romagnoli. Inoltre, ho una verve canzonatoria, davvero notevole. Insomma, mi piace prendere un po’ per il ….le persone. E’ il mio divertimento maggiore. Per questo vado d’accordo con Nedo, mio cugino, il poeta di Pietramala, che è anche lui un “mat” e un prendi per il …. Numero uno. Ma non lo facciamo con cattiveria, eh! Lo facciamo solo per ridere un po’. In fondo, in fondo siamo un po’ tristi anche noi, e ridere un po’ ogni tanto ci fa solamente bene. Se siete arrivati a questo punto del libro, lo avrete capito anche voi, comunque spero che vi siate anche un po’ divertiti. Un altro con cui andavo molto d’accordo era mio zio Aldett. Bono quello! Io con lui mi divertivo a farlo perdere alle carte, sbagliando volontariamente. Dovevate vedere come si incazz…..E poi quando veniva in macchina con me mi divertivo a spruzzare quelle bombolette spray di aria profumata, poiché sapevo, che lo odiava. Eh, sì. Quante risate abbiamo fatto insieme. Mi piacciono le persone con una certa vena umoristica, oppure quelle persone che in un modo o nell’altro riescono a farmi ridere. Anche la politica è spassosa. Certi personaggi, per me sono così buffi che potrebbero benissimo fare i clowns. Pensate alla goffaggine di molti politici in confronto con i loro atteggiamenti ufficiali. Pensate ad esempio a un passato Re d’Italia, un tappino, piccolissimo, che passava in rassegna i Corazzieri. E poi la “grandeur” di certi personaggi d’oltralpe, o il “tacchinismo” di certi dittatorelli nostrani. Roba da “scompisciarsi” addosso. Almeno io, sarò serioso, ma ho il “fisique du role”. Oltre a ridere, mi piace la buona tavola, specialmente i tortelli romagnoli, e sarei amante anche del buon vino, se si riuscisse a trovarlo di quello buono! Non disdegno i conigli e i polli ruspanti. Mi piacciono le sagre, le feste popolari, quelle ben fatte, dove c’è allegria e dove il vinello scorre a fiumi. Mi piacciono i cantastorie popolari, gli “strambottatori”, i rimaioli, e i musicanti popolari, quelli che suonano l’organetto, la chitarra. Mi piacciono le feste danzanti e amo vedere le persone che ballano bene, in modo naturale. Una volta a Palazzuolo, vidi una coppia di vecchietti sull’ottantina ballare una Polka, che rimasi senza fiato. Purtroppo, io, quando ballo, assomiglio a un orsacchiotto. Mi piace stare con la gente della montagna, poiché è genuina e anche molto generosa. Ho un rimpianto per la società passata, che non c’è più, ma ce l’ho ancora tutta nella mente. Non saprei cosa altro dire di me. Sono uno da bosco e da riviera (più da bosco), e non amo, in particolare le grandi città, anche se riconosco, in alcune un certo fascino artistico, storico, ecc. Prediligo la campagna, in modo particolare, Fontebuona, mio paese natale, dove mi ritiro a scrivere racconti per i miei libri. Ho voluto pubblicare questo libro “I monti della pietra”, come un doveroso omaggio a tutte quelle persone, in particolar modo ai miei parenti, che ci hanno preceduto e che, in un modo o nell’altro, anche con la semplice loro presenza, ci hanno dato molto. Amo le mie radici, anche se sono nato e cresciuto in Toscana. Non dimenticherò mai i luoghi della Romagna Toscana in cui sono nati i miei genitori, i miei nonni, i miei zii, i miei cugini. Non dimenticherò mai le loro voci, i loro volti, i loro occhi pieni di luce. Amo tutto ciò che è bello, anche l’arte, lo sport, le canzoni, gli animali. Ritengo che tutto può essere arte nella vita, anche una semplice canzonetta, anche uno sprint di un ciclista, o un bel dipinto macchiaiolo, o una buona pietanza fatta da una madre per la propria famiglia. E’ arte, per me, quando ci si mette l’amore, quando si vuol creare il bello e il buono. Una donna, per me, può essere artista, anche se si realizza fra le quattro mura domestiche. Non amo le donne in carriera, e le donne che sotto la gonna hanno due p…. così, poiché penso che tutto ciò vana a scapito della loro femminilità. Sono un maschilista convinto, nel senso di difendere le prerogative naturali di ciascun uomo. Pur essendo maschilista convinto, ritengo che la donna sia l’essere più bello, il dono più grande che ci potesse fare nostro Signore. Di essa, oltre la bellezza, amo la gentilezza, la simpatia, l’intelligenza e quel non so che di misterioso che ogni donna porta con se. Per questi motivi, penso di essere anche il “femminista” più convinto. Per questo nella mia gioventù ho cercato di essere il più incallito Don Giovanni. Ora mi sono calmato, ma mica troppo, eh! Da alcuni anni ho scoperto di avere una vena artistica dentro di me, un estro se vogliamo. Ho scoperto la gioia che procura lo scrivere per gli altri e anche per te stesso. Collaboro con un giornale mugellano, con i cui redattori ho un rapporto di amicizia. La mia penna, talvolta fugge, va un po’ sopra e sotto le righe, ma per questo c’è la brava Capo Redattrice, Serena Pinzani, che mi tiene a freno. E poi, dipingo, e faccio fotografia, da più di venti anni. I libri che ho scritto, cinque con questo, mi hanno dato sempre una grande gioia. Spero che la stessa gioia l’avranno i lettori di questo libro dedicato alla Romagna Toscana.

A BELMONTE DALLA NONNA “CHICCHINA”

Con la bricca al Paretaio
Una volta all’anno, nel periodo della buona stagione, andavamo a trovare i parenti che abitavano a Belmonte. Questo era un paesino, se così si può chiamare, che mi ricorda molto la paesia che studiavamo alle elementari, Rio Bo. Tre o quattro casette, alcuni pracicelli verdi, mancava il rio che scorreva nella valle, la Diaterna, un fiumetto dalle acque limpidissime.

Foto n. La Nonna Chicchina

Per quei tempi raggiungere Belmonte non era cosa semplicissima. Si doveva prendere la “corriera” che andando a Piancaldoli, ti scaricava al Paretaio. Qui ad attenderci c’era lo zio con la “bricca” (la ciuca) che docilmente acconsentiva a trasportare le nostre valige, lo zio mi metteva a cavalcioni, poiché essendo piccolo, e la strada lunga da percorrere…… Lo zio e la mamma venivano a piedi
Una notte su un materasso di foglie di granturco
La prima notte che dormii su un materasso riempito di foglie di granturco, provai una sensazione a dir poco stranissima. Questa abitudine di riempire i materassi con le foglie di granturco derivava dal fatto che le famiglie erano povere e la lana era preziosa per fare un mucchio di cose: camiciole, calzini, calzettoni e non si poteva sprecare per riempire i materassi degli ospiti. Naturalmente queste foglie venivano sostituite ogni anno, poiché diventavano troppo secche. La prima notte non riuscii quasi a dormire per gli scricchiolii delle foglie. Mi giravo da una parte e sentivi il rumore delle foglie che si frantumavano sotto di te, ti giravi dall’altra parte e il loro cric-croc si faceva più insistente. Finché il materasso non si afflosciava definitivamente e allora anche se diventava duro, il rumore scompariva.
Il brodo di galèna (gallina) e i nodini fatti a mano dalla nonna conditi con cacio secco
Sull’aia fortunatamente c’erano diversi animali che zampettavano tranquilli, or beccando qualcosa che trovavano nel terreno or attendendo una manciata di grano o di formentone che periodicamente veniva loro lanciata. Fra questi c’erano anche delle belle galline e a una di queste quando arrivavamo noi toccava la triste sorte di finire in una bella pentola con le zampe all’insù. La galèna vecia (gallina vecchia) faceva un brodo eccezionale. La zia, tirava la spoglia con il matterello e preparava dei tagliolini finissimi, oppure dei nodini, sempre fatti di pasta. Per completare la genuinità e la bontà dei piatti, una bella grattugiata di formaggio secco fatto di latte di mucca o misto con latte di pecora.
Il gabinetto all’aperto
La prima volta che chiesi allo zio dove fosse il gabinetto, mi indicò, fuori, nei campi. Io non capivo, rimasi sconcertato, cosa voleva dire? Voleva dire proprio quello. Allora nelle case contadine i “bagni” era situati in posizioni strategiche, molto spesso accanto alle concimaie.

Foto n. Case a Caburaccia

Il concetto era semplicissimo, si trattava di uno stabbiolo in legno posto a cavallo di una fossa, la quale scaricava nella concimaia. Sul pavimento di questo stabbiolo, vi era una buca di circa 30×30 centimetri ed a questa ti dovevi abituare.
La sera a veglia con il lume ad acetilene

le sere erano più o meno lunghe, a seconda della stagione. Tuttavia questa durava dalle cinque del pomeriggio fino all’otto, in estate, oppure durava pochissimo in primavera. Si mangiava prestissimo, mi sembra verso le sei, poi dopo, un po’ di veglia. Alle otto faceva buio, allora non c’era l’ora legale, e dopo quest’ora, si accendeva la lampada ad acetilene, oppure un lumino a petrolio. La corrente elettrica quassù non ce l’aveva nessuno. Il tempo di parlare un po’ con gli zii e con la nonna, qualche orazione in comune e poi via a letto di corsa
Il profumo del pane cotto nel forno

Il pane veniva fatto una volta ogni dieci-quindici giorni. Insieme al pane spesso venivan cotte delle schiacciatine, delle torte, e anche della frutta, pere mele. Quando il forno era ben caldo la zia con una specie di pala con lungo manico adagiava i pani, che aveva preventivamente preparato, uno accanto all’altro e poi chiudeva bene la bocca del forno con una lastra dimodoché il calore non uscisse. Dopo pochi minuti si sprigionava nell’aria un profumo buono e intensissimo del pane cotto in forno. Era una gioia assaggiare un cantuccino di quel pane ancora caldo.
I personaggi del posto: il postino, il maestro
in questo piccolissimo paese abitavano solo agricoltori. Unica eccezione erano il postino, che aveva la casa al limitare del paese, e il maestro che allora era un personaggio veramente importante.
Le scale di legno
Le scale che conducevano al piano superiore erano immancabilmente di legno. Le case contadine di allora, avevano gli interni quasi completamente in legno, solo le pareti esterne erano fatte di sassi. Anche i solai erano in legno e quando ci camminavi sopra sentivi quel classico rumore, quasi come una cassa armonica. Quel legno delle scale e dei solai, delle finestre ti dava una sensazione di caldo, di intimità, che non ti danno i solai e le scale in muratura

Foto n. La nonna Chicchina e i nipotini

la nonna che fila la lana al telaio
la nonna era quasi perennemente intenta a filare la lana. Usava un vecchio attrezzo in legno che azionava con una gamba e con le mani dipanava la lana che via via veniva attorcigliata a una specie di rocchetto girevole. Quando la lana era bella attorcigliata e raccolta in gomitoli la nonna faceva la calza con i ferri. Spesse volte, i ferri che non usava, li infilava nella crocchia di capelli. La nonna era quasi sempre vestita di scuro. Un giorno le domandai perché vestisse sempre scuro. “Perché sono vecchia”, mi rispose. Portava un vestito lungo, un grembiule sopra, una pezzuola le copriva quasi sempre i capelli, per non far vedere che erano in disordine.
la spoglia tirata con il matterello
una massaia, una donna di casa di allora non valeva niente se non sapeva almeno tirare la spoglia con il matterello. Gli ingredienti erano semplici: farina, uova, e pochi altri ingredienti. Il difficile era far diventare la spoglia fine fine, come un foglio di carta o poco più. Mia nonna e mia zia erano abilissime e poi la tagliavano fine fine per fare delle ottime minestrine, ma anche per fare i tortelli di patate o i cappelletti
il risveglio all’alba con il canto del gallo
la mattina presto, quando ancora albeggiava, sentivi cantare a squarciagola il galletto che col suo maledetto chicchirichì finiva immancabilmente per svegliarti. Anzi i galletti, perché ce n’era sempre più di uno e poi si sentivano anche quelli delle famiglie vicine. Contemporaneamente al suono del gallo sentivi lo zio, che smuoveva carri, accudiva le mucche, preparava gli arnesi per il lavoro dei campi
Il Rosario e le preghiere della sera
il mese di maggio era il mese dedicato alla Madonna. La nonna preparava un piccolo altarino su una sedia, metteva una immaginetta della Madonna, qualche fiore di campo, e si inginocchiava con la corona fra le dita, guardando l’immagine. Noi rispondevamo in coro.
I solai di legno e gli arredi con l’acquamanile e la caraffa
anche gli arredi delle camere erano di una semplicità assoluta. Fra questi il “necessaire” per la pulizia personale. Esso consisteva in una catinella, in una caraffa piena di acqua fresca che la nonna ci faceva trovare sempre in ordine e un asciugamano che profumava di pulito

Le finestrine piccole piccole
la casa aveva delle finestrine piccole piccole. Forse erano fatte per ripararsi meglio dal freddo.
La chiesa di Caburaccia
Belmonte si trova a metà strada fra la chiesa di Caburaccia e la Pieve di Bordignano. Ambedue le chiese avevano un passato illustre, in quanto avevano, tra l’altro, ricevuto la visita di San Zanobi. A ricordo di questo nelle vicinanze esiste una grande roccia di origine vulcanica alla quale è stato dato il nome Sasso di San Zanobi.
Le strade fangose di melta (fango) degli inverni rigidi e piovosi
d’inverno era impossibile andare a trovare la nonna, tanto le strade erano impraticabili dal fango, che la gente di quassù chiamava “melta”. L’unica volta che sono andato lassù in inverno è quando la nonna è morta. Sul Passo del Giogo, la neve in certi punti arrivava a due metri e con la macchina si passava sotto un tunnel di neve.
La colazione con l’orzo tostato
il caffè era un lusso che da queste parti non si conosceva. la mattina appena alzati ci aspettava una buona colazione a base di latte e caffè d’orzo macinato con il macinino a mano, che immancabilmente stava sul caminetto. Qualche volta la zia faceva gli “zuccherini”, una specie di dolcetti di pasta frolla, cosparsi di zucchero e bagnati con un liquore rosso che si chiama “alkermes” o “archemusse”, come dicono in Toscana.
Le vacche e l’odore della merda delle vacche
ricordo ancora le strade polverose, percorse dalla gente, dalle pecore, dalle mucche, che al loro passare lasciavano una scia “odorosa” che ancora oggi “sento” nelle narici del mio naso. Ma non era un odore cattivo, era un odore che sapeva di natura, di erba appena tagliata, di buon fieno secco; molto meglio dei tubi di scappamento delle nostre auto di oggi
I tetti con le lastre di pietra
non c’è casa da queste parti che non avesse avuto il tetto in lastre di pietra. Oggi, molti di questi tetti, ormai cadenti vengono sostituiti con il laterizio, che non è assolutamente la stessa cosa.
La povertà assoluta ma anche la grande generosità
la gente di queste parti, in quegli anni, viveva ancora un po’ allo stato medievale. I contadini erano veramente i “servi della gleba” tanto erano asserviti ai padroni, tuttavia questi contadini erano di una generosità assoluta, pur essendo poveri, ti avrebbero messo, come si dice, la casa in capo. Erano persone semplici, di animo buono, timorati di Dio, accoglienti al massimo. Quando capitavi in una famiglia era “obbligo” prendere da loro qualcosa da mangiare o da bere.

Foto n. Pascolo alla Raticosa

Servi della gleba…eppure trovavano il coraggio di sorridere
pur nella loro miseria, quando questa povera gente tornava dal duro lavoro dei campi, stanchi morti, eppure avevano la forza e la volontà di sorriderti, di dirti una parola buona, perfino capaci di scherzare con quel loro dialetto “balzarott” che allora io non capivo, o capivo solo qualche parola. Lo zio mi chiedeva sempre cosa facevo. Io gli rispondevo che studiavo. Lo zio mi rispondeva: “BravoPaolo astugia tè”, che non significava “Bravo Paolo, studia tu”, ma significava “Bravo Paolo perdi del tempo tu”!
Il mercato a Firenzuola il londé (lunedì)
il vero giorno di festa per questa gente era il lunedì, giorno di mercato, a Firenzuola. Ci si vestiva a festa, immancabilmente con il cappello in testa, anche d’estate, ben rasati a dovere e via a Firenzuola a vivere. Si scambiavano le merci, le bestie, si andava all’osteria a bere qualche buon bicchiere di vino, oppure a mangiare un boccone alla trattoria. Il pomeriggio si trascorreva al gioco delle carte con gli amici o sotto i portici di Firenzuola a parlottare del più e del meno.
Questa era la vita della gente di Belmonte, paesino del Comune di Firenzuola, in quegli anni ormai lontani dei quali rimane solo un bel ricordo, ma un ricordo che vivrà perennemente nella mia memoria e in quella di tutte le persone che hanno amato e amano questi luoghi.

Foto n. Il sasso di san anobi con la neve

AMORI E LUOGHI DI DINO CAMPANA E SIBILLA

Dino Campana, grande artista, ma anche personaggio singolarissimo era nato a Marradi nell’Appennino fra Toscana e Romagna. Nel l914 pubblica la sua raccolta di versi e prosa i Canti Orfici. La critica su questo grande artista è stata abbastanza controversa fino a dire che “Dino Campana al momento di confessarsi si è taciuto, si è perduto nel bianco che gli offriva la carta; non sappiamo nulla del suo messaggio”. Il linguaggio di Campana invece è chiaro e non ha niente di misterioso.

Foto n. Ritratto di Dino Campana

Egli, come i pittori della sua epoca, con i pennelli intrisi nei colori più variopinti, descrive il mondo che lo circonda, un mondo talvolta pervaso di solitudine e di silenzi, di strade e di palazzi vuoti, di campagne selvagge e inospitali, di familiari e conoscenti che non lo comprendono, ma il suo mondo, i suoi personaggi, magari nella loro triste realtà, sono personaggi veri, pieni di poesia, come lo sono i personaggi dei pittori a lui contemporanei. Dino è un solitario, non per vocazione ma per necessità. Nel suo ambiente marradese non è stimato, come i profeti che non trovano stima nella loro patria.

Foto n. Ritratto di Sibilla Alleramp

Campana trova a Marradi incomprensione e talvolta anche derisione. Anche in famiglia il tempo trascorso è pervaso da lunghe notti, rischiarate appena da un flebile ricordo della sua fanciullezza, quando la mamma lo accoglieva fra le sue braccia e il bimbo si sentiva sicuro, amato, come tutti i bimbi si sentono amati. Dino, in fondo, nella sua vita travagliata cercava due cose: l’amore di un suo simile che rimpiazzasse la madre, quell’amore che nell’adolescenza, forse a causa della sua malattia, gli era stato negato.L’altra cosa era quella di dimostrare agli altri il suo valore come persona, come uomo; la sua era una insaziabile voglia di uscire dall’anonimato, di “essere pubblicato”, nel tentativo estremo di avvicinarsi a quella gente, specialmente del suo paese, che lo teneva a una certa distanza. Questa dura realtà, appena smorzata, da un breve ma intenso amore con Sibilla Aleramo, lo costringe a viaggiare e a vagare per i boschi e i monti dell’Appennino, come un randagio. Sibilla lo seguirà in questo suo vagare, riempiendolo di attenzioni e di amore. Barco, Rifredo, Moschea, Casetta di Tiara sono i luoghi del suo itinerare con la sua amata Sibilla, la quale da quest’ultima località manderà una cartolina ad un’amico con le sole e significative parole: “Tra i falchi”. Sibilla, era evidente, non amava la solitudine, se non in casi eccezionali; con Dino, riusciva a sopportarla, per breve tempo. Qui di seguito ho voluto intervallare alcune frasi dei Canti Orfici e alcune frasi epistolari, scambiate fra i due amanti, con una sintesi storica dei luoghi del Giogo e dell’Appennino, cui fa riferimento:
“Salivano voci e canti di fanciulli e di lussuria per i ritorti vichi dentro all’ombra ardente, al colle al colle”.
A Rifredo sul Giogo che porta a Firenzuola, c’era anticamente un castello che apparteneva agli Ubaldini del ramo di Piancaldoli, i quali poi lo cedettero a Gotifredo, padre di Gotidio, fondatore del Monastero di Luco.
“Nella chiesetta solitaria, all’ombra delle modeste navate, io stringevo Lei, dalle carni rosee e dagli accesi occhi fuggitivi: anni ed anni fondevano nella dolcezza trionfale del ricordo”.
Le prime notizie della chiesa di Rifredo sono anteriori al Mille, come risulta da documenti del Monastero di San Pietro a Luco. La Rettoria dedicata alla Madonna, aggiunge il Mittarelli, risulta sottoposta al Monastero stesso ed affidata a un prete secolare chiamato secondo l’uso monastico “Conversus de reverentia”
….”Confortato da questa disponibilità di Sibilla, Campana, nuovamente in lingua francese (per sciccheria, ma anche per la privacy: pochissimi infatti a quei tempi sapevano leggere e scrivere l’italiano, figurarsi il francese! ndr), le fece sapere di essere ospite presso una trattoria “quelconque” al Barco “si vous venez ici je n’oubliarais pas, jamais votre grace….
Nella risposta Sibilla Allerano scrive:
“Mio caro Cloche, incomimcio a farmi una topografia dei nostri rispettivi eremi…..”.
Dal Barco una strada mulattiera che segue più o meno il fosso del Veccione porta all’antica Badia Vallombrosana di Moscheta e a Val d’Inferno, ove sono davvero caratteristici e degni d’esser studiati il quasi trogloditismo e certe singolari usanze degli abitanti (Niccolai, 413)
Ancora Sibilla: “….voi m’aspetterete al Barco….Forse resterò anche la sera. Siamo poeti notturni, le stelle ci propiziano l’avvenire”.

Foto n. Abbazia di Moscheta

L’Abbazia di Moscheta , nota anch’essa, come gli altri conventi più famosi, nel fervore della rinascita del sentimento cristiano e dello spirito di rinnovamento dell’XI secolo…..(Chiesa Fiorentina).
“L’agile forma di donna dalla pelle ambrata stesa sul letto ascoltava curiosamente, poggiata sui gomiti come una Sfinge…”
Di particolare interesse sono anche due borghi medievali nei pressi dell’Abbazia: OSTETO e FOGNANO con antichissime abitazioni costruite in legname e pietra serena e sulle facciate interessantissimi tabernacoli di San Giovanni Gualberto e della Madonna del Piratello.
“Venne la notte e fu compiuta la conquista dell’ancella. Il suo corpo ambrato, la sua bocca vorace, i suoi ispidi neri capelli a tratti la rivelazione dei suoi occhi atterriti di volutà intricarono una fantastica vicenda”
La critica letteraria dice ancora di lui: “fin dove scrive non pretende nulla di più, non sottintende una chiave o un altro vocabolario”. Come personaggio, alcuni preferiscono chiamarlo pazzo, io lo definirei un grande artista e basta. Amava molto la terra dov’era nato e nei rapporti con la gente era piuttosto schivo. In realtà Dino era asociale ma non antisociale. Questo incontro con Sibilla Alleramo, che era stata amante anche di altri artisti del tempo, è memorabile. Campana era giunto all’appuntamento con l’amata, camminando da Marradi a Rifredo passando per i luoghi di Moscheta, Osteto , Fognano, tutti luoghi che hanno una storia antichissima.

ANEDDOTI E VITA VISSUTA NEL PALAZZUOLESE

Ho incontrato l’altro giorno Giuliana, palazzuolese doc, anzi campanarina doc, infatti da giovane abitava nella canonica della chiesa di Campanara. A proposito di questa canonica, mi diceva che, allora, negli anni della sua gioventù, quando nevicava, e di neve ne veniva in abbondanza, questa si cumulava davanti alla facciata esposta al vento e talvolta la neve, per effetto della bufera, e talvolta arrivava fino al tetto, tanto che per uscire erano costretti a passare dalla porta che dava sul dietro. Mi ha raccontato tante belle cose di questi posti. Fra questi racconti o aneddoti c’è quello di Tonio, contadino, il quale era molto povero ed aveva molti figli. Purtroppo egli aveva un podere altrettanto “povero”, mentre il suo confinante che abitava un po’ più in alto “ed sura” (come dicono a Palazzuolo) aveva una bella vigna che produceva buona e abbondante uva.

Foto n. 10 I monti del palazzuolese

Questo povero Tonio diceva spesso dentro di sé: “Guarda quanta bella uva ha il mio vicino, che potrei dare da mangiare ai miei figli e invece….”. Un bel giorno, l’uva era matura ed abbondante (ed assai invitante) decise di prendere la “carriola” con l’intenzione di andare a prendere un po’ di quell’uva. Strada facendo, dal basso dove abitava lui, c’era una bella salita e la carriola cigolava e sembrava che dicesse: sit vi, sit vi, sit vi ( che in palazzuolese significa: se ti vede, se ti vede). Quando arriva lassù, carica la carriola d’uva e decide di scendere. Nel frattempo, però, arriva il padrone della vigna che gli da una bella strapazzata: “Come hai potuto fare questo Tonio?, ecc ecc: “ Tonio, con la faccia rossa di vergogna e demoralizzato, riprende la sua carriola vuota e ridiscende. Durante la discesa la carriola, cigolando, sembrava che dicesse: At leva det, at leva det (in dialetto significa: Te l’avevo detto, te l’avevo detto). Questo per dire che, certe volte, le carriole sono più intelligenti delle persone. Un altro aneddoto: Beppone era un uomo con molti figli e molta miseria, però sapeva leggere e scrivere, che per quei tempi non era poco. Un giorno fu invitato a Roma per firmare alcune carte. Pensava che in un giorno se la sarebbe cavata, invece la cosa andò per le lunghe; perciò decise di farsi radere la barba. Il nostro Beppone aveva una barbaccia a cespugli neri e grigi e assomigliava veramente a un orso. Si sedette sulla poltroncina e si lasciò “sbarbirire”. Dopo più di mezz’ora di torture il barbiere gli chiese se era rimasto soddisfatto. “Altro ché, rispose Beppone, guardi che lei è una persona straordinaria, speciale, addirittura più bravo di Gesù Cristo”. Il barbiere lo guardò a bocca aperta e gli chiese: perche? “Perché, rispose Beppone, Gesù Cristo fa vedere le stelle soltanto di notte, invece lei le fa vedere anche di giorno”. Se ne tornò a casa sua tutto stizzito e a Roma non tornò più. Quando Giuliana comincia a raccontare è come un torrente in piena, sentite questo aneddoto che si riferisce al “Maggio”. Tutti i giovani della zona si ritiravano in parrocchia e da lì partivano tutti baldanzosi e allegri. Facevano il giro di ogni casa e cantavano stornelli. Se c’erano delle belle ragazze, cantavano d’amore e d’allegria, se invece trovavano tagazze bruttacchiole o vecchietti cantavano di morti e di Purgatorio. Stavano fuori tutta la notte e al mattino si ritrovavano di nuovo in parrocchia per la Messa. Ma scciome eran quasi tutti ubriachi, la messa l’”ascoltavano” dormendo sdraiati sulle panche. Qualcuno, tornando a casa, trovava la moglie dietro la porta, col matterello, e gli cantava così: Ragnolèn da la palota e la tura de casòn e’ s’ardupieva dré la matra per la pora de baston. In dialetto significa: Ragnetto dalla pallotta (sono quei ragni con la pancia a pallottina che si nascondono nelle madie e si cibano di farina) e del coperchio della madia, si nascondeva dietro la madia per paura del bastone. Ancora è Giuliana che racconta. “Dalle nostre parti si era inventato il telefono “viva voce”. Consisteva nel parlare anche da molto lontano, cantando. Il primo (interlocutore) incominciava con questo sistema che si chiamava “La Dolèna” (cantilena): Dolitti dolae o Roberta venne a quae, lerò leriero, tolerì, lerò. L’altra persona rispondeva: Dolitti dolie mè a là an poss evnie, lerò leriero, tolerì lerò (Trad.: Dolitti, dolae o Roberta vieni qui, lerò leriero tolerì lerò. Dolitti dolie, io là non posso venire, lerò leriero, tolerì lerò). Andavano avanti per ore e si dicevano tutto in musica. Magari non si erano mai visti, ma con questo sistema sono nate delle storie. Il tempo della mietitura era il tempo felice, e per quello che mi ricordo, cantavano tutti questa canzone:
Il 29 luglio quando il sol matura il grano, trullallà e rataplan
è nata una bambina con una rosa in mano
non era paesana e nemmeno cittadina, trullallà e rataplan
è nata in un boschetto vicino alla marina
vicino alla marina dove è assai più bello stare, tullallà e rataplan
si vedon bastimenti a navigar sul mare.
Per navigar sul mare ci voglion le barchette, trullallà e rataplan
per far l’amor di sera ci voglion ragazzette, ecc, ecc.”

Foto n. 11 Case coloniche presso Palazzuolo

“Adesso, aggiunge Giuliana, quelle campagne sono vuote e, secondo me, desolate. Qualche tempo fa mi sono recata nella zona dove io ho vissuto i primi 15 anni della mia gioventù, e ti dirò che mi si è stretto il cuore perché non ho trovato nemmeno un uccellino (forse perché non c’è più cibo). Quelle persone che abitavano lassù, adesso hanno una bella casa con le mura di cemento. Hanno tutte le comodità : il televisore, il telefono e quant’altro, però, molti hanno la nostalgia del profumo dell’erba appena tagliata, del pane appena sfornato, del gallo che cantava all’alba (ed era l’orologio più preciso del mondo). I grilli che cantavano nei campi di trifoglio, le lucciole che illuminavano il grano maturo, la mietitura, la trebbiatura e i balli sull’aia. Il tintinnìo dei campani delle nostre bestie quando, all’imbrunire, rientravano dal pascolo”. Tutte queste cose, dice Giuliana, non ci sono più però molti dicono sovente: ie se steva mei quand e se steva pezz! Vale a dire: “Si stava meglio quando si stava peggio”. Questa gente di montagna è tutta così estrosa, poiché è gente che ha vissuto – come diceva Giuliana – a contatto con la natura, la quale ha “formato” il loro carattere, la loro voglia di vivere, la loro estrosità poetica. Insomma, questa gente (non me ne vogliano i cittadini) aveva, come si usa dire oggi “una marcia in più”.

IL GALLETTO DELLA BANDERUOLA

Chissà per qual motivo Palazzuolo
Si vuole distaccare dalla Toscana
Chi col pensiero, chi ha già preso il volo
E chi si butterà nella fiumana
Così in Romagna arriverà da solo
Certo a noi ci par ‘na cosa strana
Visto che nessun gli ha fatto dolo
Anzi, grazie ci dovean dire, anche se tardi,
a chi li liberò dai Longobardi.
La banderuola in su la torre magna
A seconda di che vento tira
Or guarda la Toscana or la Romagna
È un po’ arrugginita e male gira.
Quel Galletto a ore e ore stagna
E verso il basso ha preso la mira
Per i toscani non ha riconoscenza
Dà a noi la coda e lui guarda Faenza.
( Poesia di Nedo Domenicali)

ANTONIO POLI “POETA” DELLA MONTAGNA PALAZZUOLESE

Subito dopo aver scritto un articolo sulla Pieve di Misileo e pubblicata sul Galletto, ricevetti una telefonata dal Sig. Antonio Poli che mi invitava a fargli una visita a Palazzuolo. “Sono Antonio Poli, non so se lei mi conosce – mi disse con quel suo accento mezzo romagnolo, mezzo toscano – ho letto il suo articolo, mi è parso interessante, venga a trovarmi a Palazzuolo, mi farà molto piacere”. Non me lo sono fatto ripetere due volte, domenica pomeriggio ho puntato decisamente il muso della mia macchina verso il Passo della Colla e verso le sei ero a Palazzuolo. La giornata era calda e il sole quasi al tramonto, faceva brillare di una luce quasi dorata l’antico Palazzo dei Capitani.

Foto n. Antonio Poli nel Museo

Dopo aver fatto una breve visita al museo, obbligatoria per chi viene a Palazzuolo, mi sono messo alla ricerca di Antonio. Qui in paese il Poli lo conoscono tutti è stato vice sindaco e presidente della Pro-loco, un personaggio insomma. I paesani lo chiamano Tonino, almeno gli amici. Come tutti gli abitanti di questa terra di contrasti, Tonino è un po’ loquace e quando prende il via è come una delle tante abbondanti sorgenti che sgorgano con impeto in questa valle. Però, come quella delle sorgenti, la sua è un acqua cristallina, incontaminata, un acqua che disseta, proprio come le sue parole. E’ stato felice di vedermi e mi ha mostrato quel bel sorriso che solo queste genti di montagna sanno regalare a noi cittadini che di sorrisi siamo un po’ avari. Mi ha accolto con gentilezza nella sua casa in mezzo ai suoi nipotini, ai suoi figli e a sua moglie. La sua è una casa spaziosa e accogliente ricca di cimeli che ricordano il passato e l’attività di Antonio.

Foto n. Copertina del libro di Antonio Poli

Dopo aver parlato del più e del meno Antonio mi ha regalato un suo libretto, una bellissima pubblicazione, arricchita di bellissimi disegni acquerellati. “Questo libro – mi ha detto – l’ho scritto per i bambini e in particolare per i miei nipotini”. A me sembra un libro bellissimo, io l’ho letto tutto d’un fiato e posso dire che il libro è narrato con un linguaggio semplice ma molto colorito. Si intitola: “Le avventure di Nello il figlio del carbonaio” e sulla copertina c’è un bellissimo disegno di un mulo che trasporta dei sacchi di carbone sotto il sole rovente delle estati palazzuolesi. Il libro ci porta nel fantastico mondo dei boschi e dei carbonai e ci descrive tante avventure e tante esperienze di vita vissuta, quella appunto delle genti che dal bosco traevano la maggior parte del loro sostentamento: la legna, il carbone, i frutti selvatici, per non parlare dei pesci così abbondanti nei ruscelli che attraversano quei boschi. Nello è un ragazzo di dodici anni, che tutto a un tratto si trova catapultato nella realtà di una vita dura, avventurosa ma anche affascinante. “Caro Nello, disse a un tratto il babbo rivolto al ragazzo, tu sei grande hai ormai dodici anni, fra quindici giorni finisce la scuola e io ho bisogno di qualcuno che mi aiuti, non posso fare il carbonaio da solo”.

Foto n. Museo di Palazzuolo – Carbonaia

Così comincia l’avventura di Nello il figlio del Carbonaio. “Il lavoro che dobbiamo fare quest’estate – proseguì il babbo – è nei boschi delle Cortine: 312 metri di legna, dieci carbonaie quasi tutte da cuocere due volte, da 250 a 300 quintali di carbone. E’ un lavoro grosso per un uomo ed un ragazzo, ma dovremo aver finito prima che caschi la neve”. Arrivati stanchi morti sul posto, il babbo scaricò la ciuca e si diede subito da fare per cercare uno spiazzo per costruire la capanna. Nello era la prima volta che dormiva in una capanna in mezzo al bosco: “E’ proprio una bella capanna – pensò guardandola soddisfatto – per questa notte vi dormirò dentro sdraiato per terra, ma domani sera sarà pronta la ‘rapazzola’ e allora sarà tutta un’altra cosa”. Quando si alzò alle prime luci dell’alba il babbo aveva fatto un bello spiazzo proprio davanti alla capanna e c’era anche un bel focolare con alari fatti da sassi trovati sul posto. Il babbo lo portò a vedere la carbonaia che stava preparando. Era lì vicino, a poche decine di metri lungo il sentiero. Il babbo disse che il giorno dopo avrebbero finito di prepararla che il lunedì mattina, appena spuntato il giorno, l’avrebbero messa a fuoco.

Foto n. Palazzuolo dai Monti di Visano

Dopo cena il babbo faceva la sua solita fumatine con la pipa seduto in terra vicino al fuoco. La domenica mattina, quando Nello uscì dalla capanna con gli occhi ancora assonnati, trovò una bella polenta di farina dolce, già cotta, fumante sopra un tagliere posato sul tavolo, mentre il caffè d’orzo bolliva nel pentolino appeso alla catena che scendeva sul focolare. Era una settimana che Nello lavorava con il babbo, eppure gli sembrava di averlo fatto da sempre. Il babbo ogni tanto andava a controllare la carbonaia a fuoco, poi tornava dal ragazzo indaffarato nella costruzione della nuova carbonaia. Gli correggeva gli errori che inevitabilmente commetteva e gli insegnava i segreti del mestiere. Il racconto prosegue fra lavoro, momenti di pausa e anche avventure. Come quella del pozzo della biscia nera. “Oggi pomeriggio facciamo festa, ci prendiamo una mezza giornata di riposo. Quattro carbonaie sono già state cotte e insaccate…” e Nello approfitta per andare al fiume per fare un bel bagno e magari fermarsi a pescare. Si mise a frugare sotto i sassi e dopo un po’ tirò fuori una bella trota. Tutto contento si rituffò nell’acqua e proprio sotto un grande masso infilò un braccio, sperando di trovare un’altra trota. “Ma con orrore vide una grossa biscia nera attaccata al suo braccio che si contorceva”. Nello viene curato da Mengola, la moglie di un contadino che abitava nelle vicinanze, con dei decotti di erbe e acqua bollente salata. “Comunque non aver paura, disse il contadino, marito di Mengola, quella biscia ha morso anche mio figlio Mario, ma è solo una biscia e le bisce non sono velenose. Il libro continua con altri racconti gustosi come “La volpe e il baccalà”, “Le noci e lo scoiattolo” e “L’ultima carbonaia” con il quale si chiude il libro. Sul retro della copertina, quasi a suggellare il carattere biografico del racconto, c’è una bellissima foto in cui si vede Antonio Poli che insegna ad un nipotino come si fa a costruire una carbonaia. Nella breve didascalia, sotto la foto si legge: “Antonio Poli è nato nel 1926 a Palazzuolo sul Senio, sull’Appennino Tosco-Romagnolo. Ha svolto ricerche sulla cultura contadina della sua terra dei primi del ‘900. Ha voluto riportare questa esperienza in un libro per bambini. E’ alla sua quinta pubblicazione, la prima rivolta all’infanzia”. Non ci resta che fare tanti auguri di Buon Lavoro al nostro simpatico amico palazzuolese!!!

CABURACCIA SULLA VIA DELL’ANTICA STRADA PER LA ROMAGNA

Caburaccia….Caburaccia…..Cosa mi ricorda? Ma sì: la nonna Chicchina che stava a Belmonte (una piccola frazione di Caburaccia), lo zio Gigione, la zia Gemma, il Maestro Carmagnini….Hai detto stecco! Il maestro, una volta, era una personalità, poiché era la persona più istruita del paese e a lui ricorrevano tutte le “donnnine” per farsi scrivere e leggere le lettere che venivano dal fronte. Il maestro era, insomma, il “saperepote”, cioè colui che incarnava sapere e potere allo stesso tempo.

Foto n. 16 La chiesa di Caburaccia

Il paese in sé, anche a quei tempi, non era un gran ché: due case e una svolta, come si direbbe oggi. Poi c’era il torrente Diaterna (anche questo toponimo etrusco come il Santerno), un ponte e un mulino. Poi la chiesa che vanta origini importanti. Caburaccia è legata a origini illustri: Etrusche? Romane? Certo è che il toponimo Caburaccia che secondo l’etimologia più spiccia significherebbe Ca’ Buratta, sta per “edificio dove si abburatta” la farina e “abburattare” significa “separare”. Cosa? Naturalmente la farina dalla crusca. Quindi, Ca’ Buratta, o Ca’ Buratto, secondo il latino medievale significherebbe, nient’altro che un mulino. Però, a un più attento esame, l’etimologia del toponimo, potrebbe significare anche qualcos’altro. Per esempio? Ca’ Buderatio (Ca’ Buderetio o Ca’ Budereccia) significherebbe, e qui torniamo agli etruschi, “casa che si trova lungo il percorso della strada che porta ad Arezzo”. Si tratta dell’antica strada etrusca e poi romana, che da Aretium portava a Felsina, più tardi divenuta la Bononia dei romani. Sentiamo cosa dice lo storico fiorentino Giovanni Villani, a proposito di questo paesino ubicato nella valle del Diaterna: “Giace nella giogaia dell’Appennino sull’antica Via Imolese, là dove nel 1361 tennero campo i bolognesi per ricevere dai Fiorentini per il Giogo di Scarperia provvisioni di vitto e di guerra: stante ché gli Ubaldini avevano chiuso e dominavano i più frequentati passaggi della montagna”. L’antichità di questa strada ci viene confermata anche dallo storico Lopes Pegna, il quel nel suo libro: Firenze dalle origini al Medioevo, ci dice: “Strada aperta in quell’anno (187) d.C. dal Console Caio Flaminio da Bologna a Arezzo….il percorso di questa antica e pressoché obliata arteria stradale, che da Bologna risaliva la Valle del Savena, valicava il Colle di Canda – presso il Passo della Raticosa – e declinava per Firenzuola e il Giogo in Val di Sieve fino a Dicomano, di lì ascendeva per Colla di Caspriano alla Giogaia del Monte Falterona, discendendo quindi lungo la Valle d’Arno ad Arezzo”. Sull’antichità di questa strada dobbiamo dar credito anche ad un avvenimento storico: il passaggio da queste parti del patrono principale della Diocesi di Firenze, nei primi anni del sec. V: San Zanobi. La tradizione vuole che il Santo Vescovo, passando per quei luoghi risuscitasse una persona. Questa è una testimonianza molto importante, poiché ci permette di dedurre che l’antica strada per Bologna, passava proprio da qui. Non possiamo pensare, ma niente ce lo vieta, che un embrione di comunità cristiana, esistesse già in quei luoghi. Più difficile invece è pensare che questa comunità fosse organizzata e che già esistesse una chiesa. La tradizione, comunque, assegna a questo piccolo paese, il vanto del transito di un così illustre uomo e santo. Che i luoghi siano antichi, ce lo testimoniano, se non bastasse, i toponimi, molti dei quali etruschi e romani (oltre a quelli già nominati): Culcedra, Petramora (Sasso di S. Zanobi), Petramala, ecc. Che la strada fosse transitata anche dagli etruschi, in questo luogo, abbiamo una testimonianza eloquente. Presso il Peglio, sulla strada che conduce a Caburaccia, presso il cosiddetto “Vulcano” (dalla terra – in questo luogo – emanavano, fin dall’antichità, miasmi velenosi e gassosi che al contatto dell’aria si autoincendiavano e formavano delle fiammelle) fu trovato un idoletto di bronzo, forse una divinità, Nettuno o Zeus, più probabilmente quest’ultimo, che stringeva nelle mani un fulmine (statuetta che si trova presso il Museo Archeologico di Cortona). Si sa che gli etruschi erano molto religiosi e allo stesso tempo molto superstiziosi e per questa ragione, credendo che presso presso il “vulcano” esistesse un dio degli inferi, costoro, per ingraziarselo, gli offrivano statuette votive, ex voto, ecc.

Foto n. 17 Sasso di San Zanobi

Tuttavia, questa località e la sua chiesa ci appaiono per la prima volta, “documentati” verso l’anno 1302-3. In tali anni la “Ecclesia de S.te Mariae de Caboratio” appare debitrice della chiesa fiorentina, nelle Rationes Decimarum e risulta appartenere al Plebato di Bordignano insieme alle altre chiese di S. Christofori de Utignano, S. Laurentii de Pellio, S. Cenobi de Petramora (San Zanobi al Sasso), S. Niccholai de Culcea (Culcedra), S. Marie de Cabuderaccio. Un documento relativamente più recente della chiesa risale al 1337 e riferisce la permuta dei benefizi tra prete Borghese, rettore di S. Maria a Caburaccia e prete Ubaldino rettore di Santo Stefano a Rezzano. In una ordinazione del 7 aprile 1509, ricevette il presbiterato “Dns Jacobus plebanus S.te Mariae de Caburatio”. L’appellativo di pieve dato ad una chiesa non decorata di tal titolo, deve riferirsi al privilegio del Battistero esercitato “ab immemorabili”, anche se i registri lo datano solo al 1660. La relazione della visita pastorale di mons. Morigia, oltre ad informarci del titolo di prioria concesso a Caburaccia, ci ricorda, a proposito dell’Oratorio di San Zanobi, il miracolo ottenuto dal santo della resurrezione di un morto. Nel 1784 fu annessa la Rettoria di S. Niccolò a Culcedra. L’attuale chiesa è piuttosto recente e venne costruita in luogo diverso dalla precedente, in seguito a un forte terremoto accaduto l’anno 1838. Le uniche cose che furono salvate furono le campane…si fa per dire, poiché furono recuperate tutte a pezzi, e mandate alla Fonderia per fondere due nuove campane e quattro candelieri. La nuova attuale chiesa di Caburaccia, dedicata a Santa Maria, con campanile e canonica furono ricostruite per volontà del Granduca Leopoldo II “Tutto fu fatto l’anno 1841 da SAR Leopoldo II”.

CARLO CALZOLARI: UN ALTO MUGELLANO “HONORIS CAUSA”

“Uj’era una vòlta …. Un Re! i deren subétt i mé letur. No raghèz, avi sbaglié. Uj’era una vòlta un pèz ed lègn” (Traduzione: “C’era una volta…..Un Re! diranno subito i miei lettori. No ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno”) Di sicuro avrete riconosciuto che si tratta dell’inizio del libro di Pinocchio si C. Collodi, tradotto in una lingua un po’ difficile per gli amici mugellani, i quali diranno subito: “Ma che lingua è questa, è forse goto?” Se vi siete posti questa domanda, siete andati molto vicini.

Foto n. Uno scorcio di Monghidoro in un affresco da Windy

In che senso, direte voi? Nel senso che il posto in cui si parla questo dialetto è proprio ai confini del nostro Mugello e della Toscana con l’Emilia: si chiama Monghidoro e il nome sembra derivi da “Mons Gothorum” (Monte dei Goti). Ma Monghidoro, tra l’altro è il paese di persone illustri del passato e del presente. Basti ricordare Ramazzotto di Scaricalasino (un altro nome antico per designare Monghidoro), eroe per la gente di queste parti, e gran figlio di….samaritana per i toscani, vissuto nel sec XV. Mentre, per quanto riguarda il presente, il Gianni nazionale, ma chi altro se non il Gianni Morandi, l’”inossidabile” cantante degli anni ’60, ’70 fino ad arrivare a noi. Monghidoro, pur essendo in Emilia, è molto vicino al confine con la Toscana. Per farvi capire, quando siamo alle Filigare, ex dogana granducale, se percorriamo ancora 100 metri ci troviamo in territorio bolognese. Subito dopo troviamo la Ca’, un posticino di villeggiatura. Qui una volta si ballava con la fisarmonica; anch’io ci sono stato molte volte. Quanta allegria ci metteva addosso quella musica che usciva da quell’organetto! E che spettacolo vedere quelle persone che piroettavano leggere come delle piume! Ma tornerò su questo argomento. Dopo la Ca’ si trova Ca’ del Costa, anche qui l’estate ballavano all’aperto. Subito dopo c’è Monghidoro, luogo di villeggiatura, sui 900 mt di altitudine, punto di incontro di bolognesi, che hanno qui le loro villette, ma anche di toscani. Proprio questa vicinanza al Mugello e alla Toscana, e il grande amore per il proprio dialetto, spingono Carlo Calzolari a tradurre Pinocchio nel suo dialetto. La sua è proprio una mania, traduce tutto ciò che gli capita, in dialetto monghidorese. Da ragazzo ha tradotto perfino il sillabario. Da Pinocchio prendo alcune frasi fra le più caratteristiche da lui tradotte: “Birbòn d’un fiol, ta ni incòra fini ed fer e tecminz bele a mancher ed respet a tu peder. Ma et fe mel; dimondi mel, cher ei mi ragazòl” (Traduzione: “Birbone di un ragazzo, non ti ho ancora finito di fare che tu cominci già a mancare di rispetto a tuo padre. Ma tu fai male; dimolto male, caro il mio ragazzuolo). Un’altra frase, questa esce dalla bocca di Pinocchio: “Fra i mistir dei mond ungn’è soltent un che verament um va a geni”. Gli va invece un altro mestiere: “Quell ed magner, ber, durmir, divertim e fer de la matenna a la sira la vétta dei vagabond” (Traduz.: “Fra i mestieri del mondo non ce n’è neppure uno che mi va a genio”. Gli va invece “Quello di mangiare, bere, dormire, divertirsi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo”). Sempre Pinocchio che parla: “Incò. andrò a sintir i peffer, edmen a scòla : per ander ascòla ui’è semper temp” (“Oggi andrò a sentire i pifferi, e domani andrò a scuola, per andare a scuola c’è sempre tempo”). Di Mangiafuoco: “in fond un’era brisa un’omen cativ” (“In fondo non era un uomo cattivo”. Mangiafuoco alla fine si intenerisce e dice a Pinocchio: “te ti un brev ragazòl” (“Tu sei un bravo ragazzo”) e poi gli domanda: “Cum’us’ciamel tu peder?” (“Come si chiama tuo padre?”). Pinocchio gli dice si chiama Geppetto e Mangiafuoco gli domanda ancora: “E che mister ei fal?” (“Che mestiere fa?”) “Ei puvrett” (“Il povero”). “Ei guadagnel dimondi?” (“Guadagna molto?”). “Ei guadagna quent ui vòl pr’an’aver mai un zentesum in bisaca” (“ Guadagna quanto ci vuole per non aver mai un centesimo in tasca”). Poi la volpe che dice a Pinocchio: “Per la pasiòn sciòca ed studier ai’ho pers una gamba” (“Per la passione sciocca di studiare ho perso una gamba”). E così il libro prosegue fra uno spasso e l’altro. Già Pinocchio, di per sé, è un capolavoro internazionale della letteratura dell’infanzia, e il libro diventa ancora più divertente a leggerlo tenendo accanto l’originale in italiano. Ma Carlo Calzolari, che è nato nel 1918 a Monghidoro, e di lì non si è mai mosso, ha altre “passioni”: quello della pittura, della musica. Tutto quello che di creativo viene pensato a Manghidoro passa attraverso il suo vaglio, la sua consulenza, la sua approvazione. Insomma è un “ragazòl” (ragazzo, si fa per dire) in gamba. Scrive delle poesie e “zirudele” che sarebbero delle filastrocche. Insomma un monghidorese, un emiliano, che se lo senti parlare in dialetto ti fa venire in mente i Goti, e ti sembra tanto lontano da noi toscani e mugellani. Tuttavia, al di là di quelle che sono le impressioni Carlo Calzolai, in arte Mazzi, è un uomo con il cuore tanto vicino a noi mugellani e toscani, da considerarlo quasi “uno dei nostri”, un mugellano “honoris causa”. Il suo libro in dialetto monghidorese è stato catalogato ed inserito nella Biblioteca Collodiana della Fondazione Nazionale “Carlo Collodi” dove va ad aggiungersi alle edizioni integrali di Pinocchio in 60 lingue europee ed extraeuropee. Il libro è intitolato Pinocchio, e non “Pinoch” (che sarebbe l’equivalente in dialetto) ed è edito da: Editrice “Lo Scarabeo” di Bologna.

CATERINA SFORZA
E LA ROCCA DI PIANCALDOLI

Pazzo è chi ha male al cervello. Questa parola deriva dal latino “patiens” che significa sofferente, cioè una persona che patisce. Pazzo, di nome e non di fatto, era l’antenato della nobile famiglia fiorentina, appunto dei Pazzi, che alla conquista di Gerusalemme nel 1089, aveva portato a Firenze tre pietre del Santo Sepolcro. Quelle pietre, secondo un’antica usanza fiorentina, venivano condotte il Sabato Santo per le vie di Firenze. La famiglia dei Pazzi apparteneva ad una antica nobiltà del contado entrata nel commercio al momento degli Ordinamenti di Giustizia e, alleati a Cosimo, si erano affiliati al partito “popolare”. Per salvaguardarsi dalla tirannia del partito al potere era indispensabile allearsi ai potenti Medici. Questo era stato per decenni il loro gioco. Andrea, il loro capo, era stato membro della Signoria nel 1439 ed era divenuto un banchiere assai ricco e mecenate. Aveva finanziato il Capitolo di Santa Croce, costruito da Brunelleschi, da allora noto con il nome di Cappella Pazzi. Cosimo dei Medici stimò conveniente un’alleanza con banchieri che erano spesso suoi concorrenti, tanto da far sposare sua nipote Bianca, sorella di Lorenzo, a Guglielmo dei Pazzi. Ma questa pace doveva ben presto finire fra le due famiglie. I Pazzi, come i Medici, avevano una succursale romana della loro banca o Tavola. Il Papa Sisto IV, della famiglia Riario, chiese ai Medici un finanziamento di 30.000 ducati (40.000 secondo altra fonte) per garantire l’acquisto della Contea di Imola in favore del nipote Girolamo Riario. I Medici non vedevano di buon occhio questa operazione in quanto avrebbe permesso a Girolamo Riario di costituire uno Stato che rappresentava un pericolo sicuro per la Toscana. Rifiutatisi i Medici, fu Francesco dei Pazzi, detto Franceschino, a concedere a Sisto IV tale prestito e, per riconoscenza, il Papa concesse il monopolio dell’allume (miniere della Tolfa) e la carica di depositario pontificio, prima spettanti ai Medici, alla famiglia Pazzi. Per questo suo folle gesto Francesco dei Pazzi venne accusato di tradimento e costretto a fuggire. La famiglia Pazzi subì in seguito confische e attacchi d’ogni genere da parte dei Medici. Il desiderio di vendetta portò alla sconsiderata “congiura dei Pazzi”, che si concluse con l’uccisione di Giuliano, fratello di Lorenzo, durante la messa domenicale in Duomo. Ma i Pazzi non avrebbero potuto portare da soli a compimento la congiura se non avessero avuto l’avallo di Papa Sisto IV Riario e del nipote Girolamo Riario, il quale non contento del giovane principato che egli tentava di formare a Imola, avrebbe voluto diventare, grazie anche all’appoggio dello zio Papa, il Signore di Firenze.

Foto n. 19 Caterina Sforza
Dipinta dal Vasari

Il complotto, ordito con tanta meticolosità, riesce solo in parte. Giuliano muore come Cesare con 21 coltellate e Lorenzo si salva per miracolo, anch’egli ferito leggermente per mano di due sacerdoti appartenenti a una famiglia nemica dei Medici, i Salviati. La città, a seguito di questo fatto di sangue, non solo non si solleva contro la tirannia medicea, ma anzi ne prende le difese al grido di “Palle, Palle”. La congiura costerà cara ai Pazzi, essi verranno appesi alle finestre di Palazzo Vecchio o decapitati. Girolamo Riario, nipote del Papa, aveva sposato Caterina Sforza, figlia naturale di Galeazzo Maria.

Foto n. Piancaldoli – Abside dell’antica cappellina

Questa donna eccezionale risiede spesso nei suoi possedimenti di Imola e non di rado trascorre del tempo nella sua Rocca, in realtà munitissino castello, di Piancaldoli, che faceva parte della sua contea. Caterina per il coraggio dimostrato nel combattere per conservare ai suoi figli la loro eredità è considerata l’incarnazione della “virago”, l’eroina del Rinascimento. Ha sposato tre volte, e per tre volte è rimasta vedova. Girolamo Riario, autore con i Pazzi del complotto a Giuliano e Lorenzo, finirà anch’egli assassinato in una congiura nel suo palazzo di Forlì. Il secondo marito e, probabilmente suo amante anche durante la relazione con Girolamo, si chiama Feo, sposato segretamente, verrà anch’egli assassinato. Infine, Caterina sposa Giovanni dei Medici, su consiglio di Lorenzo dei Medici. Non si capisce bene questa mossa di Lorenzo il Magnifico: dare il proprio figlio in sposo alla moglie dell’uomo che aveva complottato con i Pazzi e ucciso l’amato fratello Giuliano. Evidentemente il Magnifico aveva dimenticato e perdonato, o forse la mossa corrisponde a giochi di potere così sottili che sfuggono alla nostra comprensione. Giovanni, poco prima di morire, le lascerà un figlio che diventerà in seguito un famoso condottiero: Giovanni dalle Bande Nere. Torniamo alla Rocca di Piancaldoli e agli anni felici in cui Caterina vi soggiornava e passava lunghissime ore piacevoli con l’unico uomo che aveva scelto per la sua vita, il giovane Feo. Gli altri due mariti le erano stati imposti o “consigliati” per interessi politici ed economici. La leggenda popolare vuole che ogni anno “la temuta guerriera, montata su un cavallo, armata di spada, nella notte di Natale, torni in quella vecchia Fortezza per osservare minacciosa la sottostante borgata”. Oggi di quella Rocca, una volta forte e potente, resta una sola torre, con una bellissima finestra tre-quattrocentesca. La torre è stata restaurata recentemente e vi si può accedere per una stretta stradina medievale, in località Poggio. Il 20 novembre 1490 la Comunità di Piancaldoli si sottomette definitivamente a Firenze e si obbliga di offrire “l’annuo tributo di un cero per la festa di San Giovanni”. Un leone, che raffigura il Marzocco fiorentino, è posto sulla pubblica piazza antistante la chiesa con il muso rivolto a Firenze. Questo sta a significare che Piancaldoli e la propria gente, da questa data in poi, guardano verso Firenze e non più verso Imola e la Romagna, pur restando un paese tradizionalmente legato per lingua, vita e costumi a quella meravigliosa terra che è la Romagna.

CON NEDO A “SPRUGNOLARE”

Dove quasi finisce la Toscana
C’è un grande sasso color grigio scuro
Con vista a tutto verde e aria sana
Finor goduta e forse anche in futuro.
C’era qui una chiesina e una campana
E un’osteria dove il vino puro
L’oste serviva e diceva con vanto
Questo da Zanobi “Il Santo”.
La guerra portò via tutte le mura
Ma il grande Sasso è rimasto in natura
(Nedo Domenicali)

Un pomeriggio a raccogliere i funghi, anzi, mi correggo, a raccogliere i prugnoli in quel di Caburaccia, all’ombra del Sasso di San Zanobi è un’esperienza bellissima, che consiglierei a tutti. Ma andiamo per ordine.

Foto n. Nedo annusa un prugnolo appena raccolto

Venerdì sera Nedo mi telefona a casa e con quel suo fare scherzoso, giullaresco, mi dice: “Se non mi sbaglio il sabato e la domenica sono due giorni riservati per gli amici, e, dato che io ho trovato un mezzo chilo di prugnoli, io e mia moglie avremmo pensato di fare i tortelli al sugo di prugnoli. Se vuoi venire….” Detto e fatto. La domenica alle tredici eravamo seduti a casa sua dove, sulla tavola ben apparecchiata, Oriana, la moglie di Nedo, aveva appena posato un ricco vassoio, stracolmo, bello fumante di tortelli conditi con i prugnoli, che sembrava dicessero: “mangiaci subito”. Non ho fatto in tempo a guardarli e a respirare quel soavissimo profumo che già Oriana aveva ricolmato il piatto con queste prelibatezze. “Sai – dice Oriana con quel suo tipico accento dialettale – ho voluto fare le cose un po’ alla grande, poiché per fare il sugo per quattro persone sarebbero bastati due etti di prugnoli, io invece te l’ho voluto fare “buono” e ne ho messi tre etti”.
L’ho guardata con un gesto di simpatia e di approvazione, e ho iniziato a “sforchettare” dai lati verso il centro del piatto. I tortelli si scioglievano in bocca trasformandosi in un delirio di gusti sopraffini: prugnoli, ricotta di montagna, erbe aromatiche.

Foto n. La casa di Nedo detta Ca di Luca

Subito a tavola si è fatto un silenzio di tomba. Nessuno parlava più e tutti erano intenti a gustare questi tortelli al prugnolo fatti dalla brava Oriana. Dentro di me pensavo la famosa frase: “Pancia mia fatti capanna” e così è stato. “Dopo – ha detto Nedo – andiamo nel mio podere alla Ca’ di Luca, dove ho lasciato una prugnolaia da raccogliere, e ti voglio far vedere come e dove nascono i prugnoli. Il podere di Nedo con annessa casa colonica, un po’ in rovina, detta Ca’ di Luca si trova in una posizione a dir poco eccezionale, vale a dire, a circa duecento metri dal Sasso di san Zanobi e vicino a un altro casolare detto Ca’ di Gnacco. Quando siamo arrivati sul posto il sole ormai era sulla via del tramonto e il Sasso aveva quell’effetto strano e singolare dei colori cangianti che verso quest’ora, nella parte in ombra, verso la Valle del Santerno, vanno dall’azzurrino al verdastro, al rosso cupo: uno spettacolo meraviglioso della natura. Io respiravo a pieni polmoni l’aria fresca e pura e pensavo che in questo Alto Mugello esistono ancora luoghi di paradiso. Tutto intorno a noi si allargava la valle e la catena dei monti: uno spettacolo mozzafiato. Il primo a vedere un fungo (ironia della sorte) sono stato proprio io, e, guarda caso, era un prugnolo! Mi sembra che Nedo abbia storto un po’ la bocca e poi ha detto: “Si, è un prugnolo, ma niente di eccezionale…..”.

Foto n. Nedo mentre “sprugnola”

Questo ritrovamento fortunoso , ha spronato Nedo alla rivincita e si è buttato a “corpo morto” in una prunaia dove aveva visto qualcosa. “I prugnoli – mi spiegava Nedo – fanno proprio qui, in mezzo all’erba alta (che qui, come in Mugello, chiamano “paleo”) proprio vicino alle radici di queste erbe, che occultano i funghi in maniera perfetta. Altre volte crescono nelle siepi di pruni, di pero selvatico, di rosa canina. E’ un lavoro da esperti. Sono convinto che se non vai a prugnoli con un esperto fungaiolo, tornerai a casa a mani vuote. La misura ottimale del prugnolo – continuava Nedo – è quella di una noce”. Dopo un po,’ Nedo ha trovato la prima fungaia “Vieni un po’ a vedere – mi dice”. Ai lati di una prunaia, ben protetti dal paleo, e da foglie secche c’erano setto o otto bei prugnoli dal colore bruno e marroncino, le cui cappelle andavano dai tre ai sei centimetri di lato. Mi sono avvicinato e i funghi emanavano un odore soavissimo, tipico del prugnolo, un profumo dal quale rimani come incantato. Ho voluto fotografarli prima di raccoglierli: era davvero uno spettacolo: “Il loro profumo – proseguiva Nedo – ma anche il loro sapore è simile a quello dei tartufi, ai quali si avvicinano anche come prezzo di acquisto. Un chilo di questi “funghetti”, da queste parti, viene venduto per una cifra che va dai 50 ai 70 Euro. In questi campi del mio podere –aggiungeva soddisfatto Nedo – ho una fortuna in funghi, una vera e propria coltivazione allo stato naturale. Per questa ragione ho provveduto a recintare la mia proprietà per contrastare i numerosi fungaioli del week-end, che arrivano a gruppi dalla Romagna, da Imola e dalle zone vicine e sciupano tutto”. Nedo, nel frattempo, ha trovato una seconda, una terza fungaia e alla fine i funghi non stavano più nelle mie mani e in quelle di Nedo. “Mettiamoli nel mio cappello – ha detto Nedo”. Ha poi proseguito: “Mi dispiace è un cappello di marca, un Panizza, l’ho pagato caro e l’ho comprato, poco tempo fa, in un negozio di Borgo San Lorenzo. Ma per i prugnoli si fa questo e altro”. Quando siamo ritornati all’auto, che avevamo parcheggiato sulla strada, con a bordo le mogli, il cappello era letteralmente pieno di prugnoli e di un’altra specie di funghi detti “pioppini”, che sono simili per colore e per sapore ai prugnoli, di una squisitezza unica. Io e Nedo eravamo al settimo cielo, contentissimi, e le mogli non credevano ai loro occhi. “Questi funghi – ha detto Nedo – li porti a casa tua e ci fai una bella spaghettata”. Abbiamo lasciato la Ca’ di Luca, e gli altri posti, la Ca’ di Gnacco, il Montarello e il Sasso di San Zanobi, quando ormai il sole si era nascosto dietro le montagne. Una esperienza indimenticabile che ti lascia dentro una gioia immensa, quella gioia che deriva appunto dalle piccole cose, cose semplici, umili, ma che sono le più grandi nella scala dei valori umani.

DA CONTI A CONTADINI
La storia recente, la vita e le vicende di una famiglia; di un paese mugellano e dei suoi paesani, raccontata nel libro di Paolo Campidori -Mugello – Vita di Paese e dintorni

Foto n. 20 – Breve storia famiglia

E’ la storia di una famiglia firenzuolina, quella dei Campidori, trapiantati in Mugello in pieno periodo fascista. I Campidori appartenevano a quella nobile genealogia stabilitasi, ab antico, nel territorio di San Felice sul Panaro. Le origini della casata, affondano al periodo Longobardo, periodo in cui erano nobili Cavalieri (non inteso nel senso moderno). I Cavalieri di un tempo, grandi proprietari terrieri e feudatari, erano guerrieri ed avevano giurisdizione su una vasta parte del territorio emiliano. Si sa, poi, quando i Conti Longobardi lasciarono il posto ai Franchi, quest’ultimi, lasciarono i Longobardi padroni di molte terre e di molte ricchezze, ma sul piano giuridico i Conti Longobardi diventarono veri e propri contadini Contadini. Le loro proprietà, allora assai vaste, si frantumarono con il tempo per via di eredità, in quanto la legge longobarda imponeva a ciascun figlio, uomini e donne, una parte di eredità uguale per tutti. Molti Longobardi, pur non conservando i titoli rimasero feudatari anche sotto i Franchi ed oltre; un esempio è la Famiglia Ubaldini che in virtù anche degli appoggi ecclesiastici, furono una delle famigli dominatrici del Mugello, fino a tutto il 1300 ed oltre. Invece, molti piccoli vassalli, originari dei Longobardi, piano piano, divennero dei semplici proprietari terrieri e più tardi, perfino contadini, coltivatori diretti. Appunto, la Famiglia Campidori da Coniale (Firenzuola).

Foto n. Nonna Luisa e nonno Bepett (Beppe)

Oltre alla nobile appartenenza, questa famiglia era rimasta proprietaria di un piccolo ma importante latifondo, ubicato nei monti del Firenzuolino, in località Monti di Coniale. Allora, la ricchezza, al contrario di oggi, era sui poggi dove veniva praticato l’allevamento del bestiame, e la coltivazione marrone, vero e proprio, pane dell’epoca. In tempi recenti, vicino a noi, i Campidori di Monti, che si erano imparentati con i Righini, avevano numerosi figli, i cui nomi di origine tedesca: Guido, Umberto, Leopoldo ricordavano quella famosa stirpe, che si era stabilita più di mille anni fa, sulle rive del Panaro. Su quei monti firenzuolini di Coniale, i Campidori, pur restando una famiglia patriarcale a tutti gli effetti, legata a costumi e tradizioni antiche, si erano, per forza di cose, ammodernati. Avevano fatto studiare tre, la maggioranza dei loro figli, e allora, bisogna ricordare, mandare i propri figli a studiare era molto costoso.

Foto n. Zio Don Francesco

Guido e Francesco, li avevano fatti preti; Leopoldo, era stato mandato dai Salesiani a Firenze a frequentare le scuole superiori e per imparare un mestiere, Pino, era diventato un Veterinario, gli altri figli, con gli zii, rimasero nel “feudo” arroccato sui monti del firenzuolino. A Guido fu quasi imposta la carriera ecclesiastica, e fu mandato in una importante e ricca chiesa del Mugello. A Francesco, che però si era fatto prete per vocazione, toccò l’importantissima Pieve di San Gavino Adimari, nel Barberinese. Guido, poi per una punizione (al giovane pretino piacevano le donne) , fu mandato a ricoprire il posto vacante di una chiesa nella Pieve di Vaglia, quella di San Niccolò a Ferraglia presso Fontebuona. Fu a questo punto che Don Guido chiese al fratello Leopoldo o Poldo, di acquistare dei fabbricati in questo paese, con una parte dell’eredità taccatagli. Negli anni trenta, in pieno regime fascista, il giovane fratello Leopoldo, lascia, Monti, Greppola e si trasferisce con la moglie e due figli a Fontebuona, dove nasceranno, poco dopo, altri due figli: Luisa e Paolo, che è l’autore del libro Mugello-Vita di Paese e dintorni. Paolo, nella sua fanciullezza, annota mentalmente la vita dei paesani, così diversa, da quella che gli avevano raccontato i genitori, vissuta sui monti di Firenzuola. Paolo, in famiglia, sente parlare dai genitori, una lingua: il romagnolo, poi quando va fuori a giocare con gli amici sente un altro dialetto: quello toscano, fatto di molte parole buffe: treciolo, culizione, memmero (sciocco), s’aire, gli è ito e così via. Paolo, annota tutto (mentalmente s’intende), dai personaggi buffi, ai contadini, un po’ volgari, un po’ diascoli e ne parla in famiglia al babbo, alla mamma che ne ridono di cuore. Così la vita va avanti, con persone, molto diverse, in fatto di usi e costumi e forse anche in fatto di radici, in quanto i fontebuonesi e i mugellani in genere sono i diretti discendenti degli etruschi che popolarono queste terre, più di venti secoli fa. E’ un libro piacevole, rilassante, da leggersi nei momenti di relax ed è anche umoristico, sotto certi aspetti. Non è un “amarcord”, in quanto l’autore non si sente legato a quei luoghi per un vincolo di sangue, ma solo per esserci nato e per averci passato la propria infanzia, ma una testimonianza, una preziosa “pagina” di storia e di vita vissuta mugellana. Un libro tutto da leggere e tutto da scoprire, un libro da lasciare sul comodino del proprio letto, magari, per rileggerlo un’altra volta.

DA SINDACO A ONOREVOLE PEPPONE?
Intervista al Sindaco di Firenzuola

In una intervista affrettata, ma ricca di contenuti, Renzo Gasperini ancora una volta ha dimostrato la sua disponibilità e la sua simpatia verso il Giornale Il Galletto, al quale, tramite il sottoscritto, ha rilasciato la seguente intervista:
Dopo nove anni di mandato come Sindaco farà come l’On. Peppone, vale a dire verrà eletto deputato?

Foto n. 93 L’ ex Sindaco di Firenzuola
Renzo Mascherini

Ho espresso il desiderio di partecipare a una elezione primaria per scegliere il candidato per il Mugello Val di Sieve. Finalmente questo comprensorio avrà il diritto di essere rappresentato da uno del territorio. In passato, invece, tutte le volte arrivava un candidato da fuori.
Se Lei venisse eletto, e dovesse trasferirsi a Roma, non avrebbe nostalgia del suo Mugello, oppure sarebbe una liberazione?
Abito a Borgo San Lorenzo in Mugello e sicuramente farei il pendolare, Borgo San Lorenzo-Roma e viceversa.
Questa Bretella, allora, secondo Lei, si farà o non si farà?
Posso anticiparLe che sono finite le indagini geologiche, e, per quanto sappiamo, sono molto confortanti. I sondaggi effettuati sono buoni. Sulla destra del cimitero dei tedeschi esiste una zona di argille scagliose dove si potrà fare il tunnel. Senza danneggiare la sorgente Panna o altre sorgenti.
La pensa che la Sig.ra Galasso, sindaco di Scarperia, non si opporrà?
E’ anche nostro interesse non danneggiare Panna. Se i risultati saranno positivi, il tunnel si farà.
Firenzuola, guarderà a Firenze, come sempre, oppure, dopo che sarà realizzata la Bretellina, volgerà lo sguardo verso la Romagna?
Il tunnel si ricollega con l’Autostrada Nazionale e potremo raggiungere Firenze e Bologna in soli 35 minuti. La costruzione della ferrovia veloce e il raddoppio dell’Autostrada del Sole trasformeranno le due città in una unica area metropolitana.
La cosa è senz’altro interessante e sarà foriera di sviluppi economici e interessi culturali dei quali in questo momento è difficile valutarne l’importanza. Ma restiamo, per il momento, in ambito più ristretto. Non pensa che sarebbe stato meglio creare una Comunità Montana specifica per i Comuni di Firenzuola, Palazzuolo e Marradi?
Per me la montagna non deve essere isolata dal fondovalle, per ragioni soprattutto economiche, ma anche culturali, turistiche, ecc.
Noto fra i giornali, che ha sulla scrivania, un giornale che tratta di economia e di finanza nazionale. Come concilia la sua cultura politica di sinistra, con quella più decisamente capitalista di questo giornale? Cosa ne pensa del caso Parmalat? Lei per caso è uno dei molti italiani sventurati che hanno investito in titoli di quella Società?
Non ho avuto questa sfortuna
Che tipo di economia lascerà a Firenzuola alla fine del suo mandato?
Quando sono arrivato qui ho trovato il Comune in grande difficoltà con ben 300 donne iscritte nelle liste di disoccupazione; andamento demografico negativo; aziende in grande difficoltà. Oggi noi stiamo riguadagnando popolazione, siamo risaliti a 4900 abitanti, dai 4700; NON ESISTE DISOCCUPAZIONE; l’economia è rimessa sui binari. Lascio il Comune in buona salute e dotato di servizi civili e sociali di pregio.
Cosa non Le è riuscito fare?
A parte la Bretella, che però è avviata a buona soluzione, una è quella del Centro Sociale per Anziani e le abitazioni di edilizia economica e popolare.
Chi verrà dopo di Lei?
Sicuramente Claudio Corbatti della Margherita. Qui abbiamo trovato un accordo all’interno dell’Ulivo, vale a dire il passaggio a Sindaco dai DS alla Margherita.

Foto n. Secondo lei l’Amministrazione Comunele di Firenzuola…..?

DA ZIO GIGIONE CON LA VECCHIA CORRIERA

La Carlina, in romagnolo “Carlena”, è un casolare che sorge presso il Sasso di San Zanobi in una bella e aperta campagna. Per meglio localizzarla posso dire che si trova proprio sulla strada che va a Castelvecchio, a due passi dal Montarello, un gruppetto di casali molto antichi, e dal Paretaio, una sorta di barriera naturale, entro cui è scavata la strada maestra. Una volta, quando ero piccolo, e venivo con la mamma a “villeggiare” da queste parti, scendevamo con la corriera (“corira” in romagnolo) proprio qui al Paretaio e l’autobus proseguiva per Piancaldoli. Il tratto di strada che scendeva dal Paretaio, giù per la Carlina e Castelvecchio, oppure per andare a Caburaccia (direzione Firenzuola) era molto accidentato; la strada subiva molti smottamenti, poiché ancora non erano state fatte le opere per renderla più agibile. Naturalmente, la strada che da Raticosa arrivava a Piancaldoli era sterrata e polverosa.

Foto n. 21 La vecchia corriera al Passo della Futa

Su quel tratto vi potevi trovare carri tirati da manzi o calessi o branchi di pecore e mucche, che ostruivano la strada. Tutte le volte che l’autista incontrava un contadino o un pastore, si fermava a parlottare piacevolmente con loro, senza curarsi né di orari né di esigenze dei viaggiatori. Eravamo negli anni ’50 e nessuno da queste parti era legato da vincoli di tempo. Le persone erano molto allegre e serene e, quando salutavano, si levavano il cappello. Ancora, da noi, non era arrivato il “boom” economico, figurarsi da quelle parti! Le soste con la corriera erano possibili ovunque. Allora, come ora, c’erano le soste cosiddette convenzionali, ma oltre a queste c’erano le soste di “favore”, presso ciascuno dei casali e bastava dire all’autista: “Cio’ (“Ciò” era un modo amichevole in romagnolo per dire “amico”) fermati qui”. Subito l’autista accoglieva la richiesta del viaggiatore. Se poi a qualcuno, per strada, capitava di avere necessità difare un bisognino (e a quell’epoca erano frequenti, poiché la gente beveva molto) non c’erano problemi, l’autista si fermava e aspettava. Quando partivamo da Fontebuona, il nostro bagaglio era formato da valigie, rigorosamente di cartone e legate con filo di spago, per evitare che queste potessero, da un momento all’altro, aprirsi e riversare il contenuto sugli ignari viaggiatori. Infatti, mia mamma, oltre che a portare i nostri abiti, faceva incetta, in paese, di generi di prima necessità come caffé, zucchero, pasta per dare alla famiglia dello zio Gigione che teneva presso di sé la nonna Chicchina. Quando ripartivamo, le valige erano cariche di altri generi: formaggi, uova, ecc. e numerosi sacchetti e borse con pollame, conigli e piccioni che lo zio Gigione, persona generosissima, ci dava in cambio. Ricordo l’autobus, che svolgeva il ruolo di “coincidenza” (oggi si direbbe “navetta”) era molto scassato, polveroso e all’interno era piuttosto trascurato. I sedili, quasi delle panche, avevano nella parte superiore, una specie di braccioli in ferro tubolare cromato. All’interno, a seconda della stagione, i passeggeri salivano con le scarpe polverose o piene di fango, che da queste parti chiamano “melta” (“malta”, come noi chiamiamo la calcina dei muratori), e lasciavano qua e là dei “bioccoli” di mota. Dentro l’autobus si spargeva un odore di agli, di cipolle, di vino, di pollame, che i contadini del luogo avevano fra i loro bagagli. Quando la corriera arrivava al Passo di San Zanobi, la mamma cominciava a ridere e non stava più nella pelle dalla contentezza. Si sentiva a casa sua, nel suo ambiente dove era nata e cresciuta. Ad aspettarci al Paretaio c’era lo zio Gigione con la sua “brecca” (la ciuca) il quale, dopo averci salutato con calore e aver scambiato due parole, caricava la “brecca” con le nostre valigie e, io, in sella alla volta di Belmonte. La mamma chiedeva premurosa come stesse in salute quella vecchia e santa donnina (era molto piccola, come la mamma) che era la nonna Chicchina. Dopo essere stata rassicurata, chiedeva della famiglia dello zio, della zia Gemma, dei cugini e, infine, degli zii Aldo, Angiolino e delle loro famiglie. Appena arrivati alla loro casa e, finiti i convenevoli, salivamo una scala di legno ed entravamo nella camera che ci avevano riservato, umile, ma pulita con un bel lettone e pochi accessori: un lavamano con la brocca e catinella, uno specchio, una bella Madonnina, sotto la quale c’era una corona per il Rosario e alcune sedie. Non mancava fra gli accessori il “prete”, che era una specie di piccola struttura in legno, la quale, alloggiava uno scaldino per riscaldare le fredde lenzuola del letto. Tutto era di legno, dal pavimento, al soffitto, agli scuri che sigillavano le finestre, durante l’inverno, i quali, avevano dei piccoli interstizi che lasciavano appena filtrare un poco d’aria dall’esterno. La mattina, appena alzati, facevamo colazione con latte, appena munto e caffé d’orzo, poi andavamo a salutare amici e conoscenti che abitavano nei vicini casolari dai caratteristici nomi: Ca’ di Marco, Ca’ di Sotto, Ca’ di Sopra, ecc., i quali, sempre, ci riempivano di cortesie. La zia Gemma si metteva subito al lavoro con poche uova e un po’ di farina bianca e in quattro e quattr’otto stendeva con il matterello una bella “spoglia”. La ripiegava, poi, con il coltello, era abilissima e velocissima a fare i tagliolini (senza mai tagliarsi), mentre una gallina stava già bollendo a gambe sollevate in una grande pentola. Ancora, mi viene in mente, il profumo di buono che emanava questo bollito. La zia Gemma, non perdeva tempo, e, subito, era di nuovo al lavoro per preparare del buon pane nel forno che era già caldissimo. Una volta sfornato il pane, che emanava un profumo delizioso, la zia metteva una teglia di mele e di pere a cuocere, per poi darle e tutti come merenda.

DALLA CARLINA A CASTELVECCHIO

La Carlina è un casolare isolato, posto proprio sotto il Sasso di San Zanobi, sulla strada che va a Castelvecchio. Oggi, proprio qui, c’è un enorme cantiere della TAV, non numerose baracche e camions che vanno e vengono carichi di materiali vari. Una volta qui alla Carlina, si vedevano solo greggi di mucche e di pecore al pascolo e alcuni contadini intenti nei campi a tagliare il grano o l’erba per fare il fieno. Alla “Carlina” era “approdato” mio zio Aldett, dopo aver vissuto per lunghi anni a Visignano, sulla strada che porta a Monti e nei castagneti di Santa Cristina.

Foto m. Lo zio aldo alla Carlina

Lo zio Aldo viveva in questo bellissimo casolare con la moglie, la zia Giorgina, santa e brava donna che lo zio aveva amato fino dalla gioventù. Giorgina gli aveva “regalato” tanti bei figli: Bruno, Sergio, Vittorio, Nedo (il poeta di Pietramala), Fernanda e Adriana. Per la moglie Giorgina, lo zio aveva una specie di venerazione. Quello che avrebbe fatto lui per la sua Giorgina? Tutto. Giorgina, infatti, era una bella donna, un tipo etrusco, con i capelli nerissimi ed aveva un sorriso davvero dolcissimo. Lo zio aveva per tutti i suoi familiari un pensiero di affetto, quasi di riconoscenza e tutti i figli erano tenuti da lui in grande considerazione. Di essi diceva che ognuno di loro era “nato con il suo panierino”. Questo significava che, nonostante il difficile periodo in cui erano nati e le ristrettezze economiche, c’era sempre stata la “provvidenza” che aveva provveduto. Della sua Giorgina me ne parlava spesso, di lei raccontava spesso un fatto che gli capitò in gioventù. La sua Giorgina dovette andare dal dentista per levarsi un dente, però, aveva paura e non si decideva a toglierlo. Allora, lo zio Aldo, che nella sua bocca aveva 32 denti sanissimi, per solidarietà, decise di togliersene prima uno lui, anche se era cariato. . Non so se la cosa sia vera, o sia solo un aneddoto, però lo zio lo raccontava spesso. La Carlina, il casolare in cui abitava, era un piccolo paradiso. Il sabato e la domenica si ritrovava con figli e figlie, generi e nuore e tanti nipotini, intorno a una bella tavola apparecchiata. In quella casa non mancava mai nulla e lo zio di ciò era fiero. Davanti c’era un bel prato e accanto alla casa un bel pollaio con uova sempre fresche. Lo zio era un abile falegname e i lavori che ha fatto lui lo sanno tutti nella zona. Era anche un abile intagliatore e sui mobili faceva delle decorazioni davvero di pregio. Anche lui, come un po’ tutti da queste parti, amava il gioco delle carte e bere qualche bicchierozzo divino di quello buono, Inoltre, come il figlio Nedo, amava la poesia e dire ogni tanto degli “strambotti” dialettali. Tutti lo conoscevano da quelle pari per la sua ilarità, per la sua gioia di vivere davvero incontenibile. Lo ricordo al matrimonio di mia sorella, al quale era presente un Marchese della famiglia F. e lo zio, per l’occasione, tirò fuori questo strambotto: “Credevo che il fisco di vino durasse un mese, invece se l’è bevuto tutto il Signor Marchese”. Alla Carlina ci andavo spesso e appena mi vedeva mi salutava: “Ehi! Boia d’un Campidùr, ma cosa tu fai da queste parti?”. Se rifiutavo di passare in casa diceva “Dio l’om bon! Tu vuoi andare via senza prendere neppure un bicìr ‘d ven (bicchiere di vino)?” Entrando in casa salutavo la zia, che allora era inferma, e subito mio zio apparecchiava la tavola con formaggi, salsicce e subito sopo andava in cantina a “tirer so (tirar su) una bela bocia ‘d ve Lambrosc, di quel bon”. Dopo, portavo lo zio a Castelvecchio dalla Maria, la bottega del paese, a giocare a carte (a sugher a cherte). C’erano lì tutti gli amiconi dello zio: quelli del Montarello, quelli della Ca’ di Gnocco, la Berca, e tanti altri. Giocavamo di poco: il mezzo litro di vino, oppure poche lire, delle volte dei biscotti. Il marito della Maria i biscotti che noi chiamiamo “frou frou”, per un difetto di pronuncia li chiamava “fu fu”: Allora, mio zio, che anche lui per prendere in giro era l’asso, si divertiva a ripetere e a scimmiottare quello che diceva: “Fu, fu! Assidenticaté e e’ fu fu. (Fu, fu! Accidenti a te e i fu fu). Poi il gioco continuava con lo scopone, gioco in cui mio zio era particolarmente abile. Un giorno mi ritrovai in finale, in coppia con lui, in una gara di briscola. Accanto a me avevano piazzato la preda ambita dei vincitori: un tacchino-struzzo, che era più alto di me (seduto). Io guardavo il “tacchino” e mi sembrava che mi volesse beccare. Lo guardavo bene negli occhi, per stabilire un minimo di amicizia e volevo rassicuralo che in caso che avessi vinto non lo avrei fatto arrosto, ma il tacchino, tuttavia era sempre minaccioso. Lo rassicurai perfino con una carezza, ma questo continuava a guardarmi con occhi sospetti; insomma, non voleva assolutamente “socializzare”. Fortunatamente (o sfortunatamente per lui) sbagliai una giocata e lo zio Aldo mi fulminò con una occhiata. Fui rimproverato aspramente, ma avevo l’attenuante, di aver avuto il tacchino vicino che mi distraeva e che non voleva socializzare. Lo zio mi parlava spesso anche dei suoi amici, li conosceva un po’ dappertutto. Non vi era casolare nel raggio di chilometri e chilometri, che mio zio non vi conoscesse qualcuno. Quando ci fermavamo, si salutavano con gioia incontenibile. Il soliti convenevoli: “Cun vàla? A sì invece vuetre, e la vostra dona? (Come va? Siete un po’ invecchiato, e la vostra donna?)”. Lo zio, quando non lo facevo perdere di proposito a carte, mi raccontava molti aneddoti e spesso rammentava un suo amico, il migliore che aveva, quello che quando arrivava gli faceva più feste: un certo Rampòn, che abitava nella Valle dell’Idice. Gli aveva fatto fare tanti affari (mio zio era anche un abile mediatore). Mi raccontava spesso anche episodi della sua gioventù, uno in particolare, quando alla sua Giorgina, aveva fatto posare la mezzana per ben sette volte, durante il tragitto dalla sorgente alla casa di lei. Lo zio Aldo era un vero mattacchione!

DALLA CARLINA A CASTELVECCHIO

La Carlina è un casolare isolato, posto proprio sotto il Sasso di San Zanobi, sulla strada che va a Castelvecchio. Oggi, proprio qui, c’è un enorme cantiere della TAV, non numerose baracche e camions che vanno e vengono carichi di materiali vari. Una volta qui alla Carlina, si vedevano solo greggi di mucche e di pecore al pascolo e alcuni contadini intenti nei campi a tagliare il grano o l’erba per fare il fieno. Alla “Carlina” era “approdato” mio zio Aldett, dopo aver vissuto per lunghi anni a Visignano, sulla strada che porta a Monti e nei castagneti di Santa Cristina.

Foto m. Lo zio aldo alla Carlina

Lo zio Aldo viveva in questo bellissimo casolare con la moglie, la zia Giorgina, santa e brava donna che lo zio aveva amato fino dalla gioventù. Giorgina gli aveva “regalato” tanti bei figli: Bruno, Sergio, Vittorio, Nedo (il poeta di Pietramala), Fernanda e Adriana. Per la moglie Giorgina, lo zio aveva una specie di venerazione. Quello che avrebbe fatto lui per la sua Giorgina? Tutto. Giorgina, infatti, era una bella donna, un tipo etrusco, con i capelli nerissimi ed aveva un sorriso davvero dolcissimo. Lo zio aveva per tutti i suoi familiari un pensiero di affetto, quasi di riconoscenza e tutti i figli erano tenuti da lui in grande considerazione. Di essi diceva che ognuno di loro era “nato con il suo panierino”. Questo significava che, nonostante il difficile periodo in cui erano nati e le ristrettezze economiche, c’era sempre stata la “provvidenza” che aveva provveduto. Della sua Giorgina me ne parlava spesso, di lei raccontava spesso un fatto che gli capitò in gioventù. La sua Giorgina dovette andare dal dentista per levarsi un dente, però, aveva paura e non si decideva a toglierlo. Allora, lo zio Aldo, che nella sua bocca aveva 32 denti sanissimi, per solidarietà, decise di togliersene prima uno lui, anche se era cariato. . Non so se la cosa sia vera, o sia solo un aneddoto, però lo zio lo raccontava spesso. La Carlina, il casolare in cui abitava, era un piccolo paradiso. Il sabato e la domenica si ritrovava con figli e figlie, generi e nuore e tanti nipotini, intorno a una bella tavola apparecchiata. In quella casa non mancava mai nulla e lo zio di ciò era fiero. Davanti c’era un bel prato e accanto alla casa un bel pollaio con uova sempre fresche. Lo zio era un abile falegname e i lavori che ha fatto lui lo sanno tutti nella zona. Era anche un abile intagliatore e sui mobili faceva delle decorazioni davvero di pregio. Anche lui, come un po’ tutti da queste parti, amava il gioco delle carte e bere qualche bicchierozzo divino di quello buono, Inoltre, come il figlio Nedo, amava la poesia e dire ogni tanto degli “strambotti” dialettali. Tutti lo conoscevano da quelle pari per la sua ilarità, per la sua gioia di vivere davvero incontenibile. Lo ricordo al matrimonio di mia sorella, al quale era presente un Marchese della famiglia F. e lo zio, per l’occasione, tirò fuori questo strambotto: “Credevo che il fisco di vino durasse un mese, invece se l’è bevuto tutto il Signor Marchese”. Alla Carlina ci andavo spesso e appena mi vedeva mi salutava: “Ehi! Boia d’un Campidùr, ma cosa tu fai da queste parti?”. Se rifiutavo di passare in casa diceva “Dio l’om bon! Tu vuoi andare via senza prendere neppure un bicìr ‘d ven (bicchiere di vino)?” Entrando in casa salutavo la zia, che allora era inferma, e subito mio zio apparecchiava la tavola con formaggi, salsicce e subito sopo andava in cantina a “tirer so (tirar su) una bela bocia ‘d ve Lambrosc, di quel bon”. Dopo, portavo lo zio a Castelvecchio dalla Maria, la bottega del paese, a giocare a carte (a sugher a cherte). C’erano lì tutti gli amiconi dello zio: quelli del Montarello, quelli della Ca’ di Gnocco, la Berca, e tanti altri. Giocavamo di poco: il mezzo litro di vino, oppure poche lire, delle volte dei biscotti. Il marito della Maria i biscotti che noi chiamiamo “frou frou”, per un difetto di pronuncia li chiamava “fu fu”: Allora, mio zio, che anche lui per prendere in giro era l’asso, si divertiva a ripetere e a scimmiottare quello che diceva: “Fu, fu! Assidenticaté e e’ fu fu. (Fu, fu! Accidenti a te e i fu fu). Poi il gioco continuava con lo scopone, gioco in cui mio zio era particolarmente abile. Un giorno mi ritrovai in finale, in coppia con lui, in una gara di briscola. Accanto a me avevano piazzato la preda ambita dei vincitori: un tacchino-struzzo, che era più alto di me (seduto). Io guardavo il “tacchino” e mi sembrava che mi volesse beccare. Lo guardavo bene negli occhi, per stabilire un minimo di amicizia e volevo rassicuralo che in caso che avessi vinto non lo avrei fatto arrosto, ma il tacchino, tuttavia era sempre minaccioso. Lo rassicurai perfino con una carezza, ma questo continuava a guardarmi con occhi sospetti; insomma, non voleva assolutamente “socializzare”. Fortunatamente (o sfortunatamente per lui) sbagliai una giocata e lo zio Aldo mi fulminò con una occhiata. Fui rimproverato aspramente, ma avevo l’attenuante, di aver avuto il tacchino vicino che mi distraeva e che non voleva socializzare. Lo zio mi parlava spesso anche dei suoi amici, li conosceva un po’ dappertutto. Non vi era casolare nel raggio di chilometri e chilometri, che mio zio non vi conoscesse qualcuno. Quando ci fermavamo, si salutavano con gioia incontenibile. Il soliti convenevoli: “Cun vàla? A sì invece vuetre, e la vostra dona? (Come va? Siete un po’ invecchiato, e la vostra donna?)”. Lo zio, quando non lo facevo perdere di proposito a carte, mi raccontava molti aneddoti e spesso rammentava un suo amico, il migliore che aveva, quello che quando arrivava gli faceva più feste: un certo Rampòn, che abitava nella Valle dell’Idice. Gli aveva fatto fare tanti affari (mio zio era anche un abile mediatore). Mi raccontava spesso anche episodi della sua gioventù, uno in particolare, quando alla sua Giorgina, aveva fatto posare la mezzana per ben sette volte, durante il tragitto dalla sorgente alla casa di lei. Lo zio Aldo era un vero mattacchione!

ECCEZIONALI RITROVAMENTI E RECUPERI DI OPERE D’ARTE A FIRENZUOLA

Come ti rigiri a Firenzuola trovi qualcosa di “eccezionale” e non intendo affatto scherzare. Disponevo in questo week-end un pomeriggio assolutamente libero e il richiamo della montagna ormai si faceva sentire con una certa impellenza, ho puntato dritto verso Firenzuola con la sicurezza di non rimaner deluso. Ho fatto una visita alla Pieve dove ho avuto modo di vedere qualcosa di eccezionale.

Foto n. Particolare del Crocifisso di Camaiore
Nella Chiesa di Firenzuola

Nella chiesa è esposto, ben protetto da una teca, il Crocifisso ligneo del sec XII, sfuggito fortuitamente a un saccheggio da parte dei ladri alla Pieve di Camaggiore. Il Crocifisso è stato mirabilmente restaurato dalla Soprintendenza di Firenze ed è stato riportato alle forme originarie. L’interno della scultura in legno custodiva anche delle preziose reliquie, anche queste esposte. Finita questa breve ma interessante visita, mi sono recato al Palazzo del Comune dove mi attendeva un’altra cosa eccezionale.

Foto n. Palazzo comunale a Firenzuola

Ho avuto il piacere e l’onore di visitare, in anteprima, con il Sindaco di Firenzuola, Dr Mascherini, gli scavi riportati alla luce e, ormai in via di ultimazione, delle fortificazioni e del fossato che si trovavano davanti al castello. Tanto per capirci si tratta di un circuito di mura protette da fossato e della porta munita di ponte levatoio. Questa opera difensiva sicuramente è da attribuire al disegno del Sangallo e risale al 1400. L’interessante è che nessuno sapeva di queste mura poiché erano interrate e furono scoperte fortuitamente in una buca scavata da una bomba durante l’ultima guerra. Seguendo il marcapiano si è venuto a scoprire tutto questo ben di Dio. Poi, in seguito, è stata ritrovata anche la documentazione antica che confermava l’esistenza di queste mura e ponte levatoio. Oltre alle mura sono visibili due cisterne che servivano agli abitanti del castello per vuotare gli orinali. Inoltre è stato scoperto un pozzo, medievale, quindi probabilmente preesistente al Castello, che sarà oggetto di scavo non appena le pastoie burocratiche lo permetteranno (forse riserverà molte sorprese). Ma la cosa più importante è che tutti questi scavi saranno visitabili, non solo, ma protetti da una vetrata entreranno a far parte del Museo della Pietra serena e vi si accederà lungo un bellissimo percorso, in parte nuovo, in parte antico, direttamente dal Museo attualmente esistente. I lavori di questi scavi fervono di buona lena. “Siamo alle fasi finali” Mi dice soddisfatto il Dr Mascherini e aggiunge: “E’ stata dura, ma ce l’abbiamo fatta”, e con un sorriso aggiunge: “Faremo una grande festa quando l’inaugureremo

Foto n. Firenzuola in occasione della festa della infiorata

GLI ETRUSCHI SULLA RIVA DEL SANTERNO?
Ipotesi sul ritrovamento di manifattura di ceramica in località Campiglia di Firenzuola

Mi trovavo tempo fa insieme ad un amico a visitare dei ruderi in località Campiglia nel Comune di Firezuola, proprio nell’alveo del fiume Santerno. Per arrivarci, lasciata la strada che porta a Castro San Martino ed al passo della Futa, si attraversa la proprietà dei fratelli Zagni (Fosco e Paolo) e si Oltrepassa un piccolo tunnel della sopraelevata che, se ho ben capito, diventerà il raddoppio della Autostrada A1.

Foto n. 28 Campiglia – Ruderi

Ma passiamo alla descrizione di questi ruderi: I muri sono costruiti a bozze regolari in pietra, qualche laterizio (raro) di riempimento. Muratura Molto compatta con poca calce e rena. A un primo esame la tecnica muraria a filaretto farebbe Propendere per un tipo di costruzione di epoca medievale.
Ma un’analisi più attenta porterebbe A dedurre che si tratti di una tecnica muraria (e di mateteriali) molto simili a quella delle fondamenta di Misa (Marzabotto). L’altezza media dei ruderi nel punto di sbarramento del fiume È di circa cm. 110, mentre lo spessore è di 80 circa. Un basamento sporge dal muro per circa cm. 20 e si eleva in egual misura. Date le notevoli dimensioni dell’edificio, circa 15×30 metri, si sarebbe indotti in un primo tempo a pensare che di tratti di un tempio o qualcosa di analogo.

Foto n Disegno dei ruderi

La costruzione non è posizionata esattamente nella direzione dell’alveo del fiume, ma orientata un po’ verso SE. C’è da notare che il letto del fiume originariamente non era in questo punto ma Spostato più a monte di almeno una cinquantina di metri (lo Zagni lo ricorda ancora così una cinquantina d’anni fa). Inoltre c’è da notare che questo fiume scende, in brevissimo tratto, da una Altitudine di mt 1000 a 3 o 400 metri e per questa ragione, nelle stagioni delle piogge, è soggetto Ad ingrossarsi e le piene risultano talvolta impressionanti. Mi ricordava lo Zagni Fosco che suo Padre, alcune volte in occasione di queste piene diceva: “Andiamo via da qui altrimenti il fiume, prima o poi, porterà via anche noi”. Capitava anche che il fiume uscisse dall’alveo inondando i campi circostanti. E’ stata quindi una di queste piene impetuose che ha deviato il corso più a valle, sempre di più, fino ad arrivare alla posizione in cui lo vediamo oggi. Una decina d’anni fa, proprio una di queste piene, sconvolgendo il letto del fiume ha restituito le fondamenta di questo edificio con oggetti di ceramica, materiali argillosi per la produzione delle ceramiche ed altro ancora. Proprio nei punti segnati con le lettere X ed Y i fratelli Zagni hanno visto affiorare in quantità rilevante dei frammenti consistenti di ceramiche alcuni dei quali e secondo la descrizione fatta Dagli Zagni, proprietari agricoltori del luogo, sarebbero in ceramica scura, mi è sembrato di capire Che assomiglierebbe o sarebbe bucchero, di origine etrusca. Si potrebbe anche pensare che i frammenti sono stati portati dalla piena del fiume, ma questo lo escluderei poiché gli stessi Erano ubicati e concentrati in determinate zone dell’edificio. Ma non è tutto: i fratelli Zagni

Foto n. I fratelli Zagni

Hanno trovato anche materiali argillosi di scarto in misura abbondante, e rosticci, cioè residui Della combustione di minerali. All’incirca nel mezzo di una delle stanze si trovava un basamento Circolare fatto con sassi murati e al centro di essa, vi era un foro in cui era stato murato un palo E tutt’intorno a questo basamento tanti frammenti di ceramica, argilla, etc. Questo farebbe pensare Che il basamento circolare con il palo sporgente altro non fosse che un tornio per la lavorazione Della ceramica. Di questi frammenti ritrovati rimane poca cosa, in quanto i fratelli Zagni, all’epoca non dettero la Dovuta importanza e così sono andati perduti. La foto n. 2 mostra alcuni di questi ritrovamenti, manca la ceramica nera che secondo la testimonianza aveva anche delle decorazioni sul tipo di Quella etrusca. Ma più esattamente in cosa consistevano questi reperti? Si trattava di parti di calici, vasellame, brocche e alcuni di questi frammenti erano abbastanza consistenti, secondo la descrizione fattami.
E’ troppo presto per dire e troppo pochi sono gli elementi per affermare con sicurezza che si tratta Di un edificio etrusco (manifattura di ceramica od altro), però dal complesso degli elementi acquisiti, dalla testimonianza affidabile dei fratelli Zagni, dall’essermi anche io più volte recato Sul posto, sarei indotto a pensare l’origine etrusca e non medievale di questa costruzione, che Può aver continuato ad esercitare questa attività anche in epoche successive, più vicine a noi. Sarà per un puro caso ma il nome ‘santerna’ è etrusco (cfr Pallottino in Etruscologia) e col nome ‘santerna’ (usato anche nel Rinascimento) si designava la crisocolla, un legante, che serviva per saldare i granuli d’oro sui monili etruschi e forse usato anche in ceramica. Ma queste sono solo supposizioni non confermate da prove certe ed inequivocabili. Lasciamo agli esperti l’ultima parola. Per il momento mi accontento di documentare le cose che ho visto, non è il caso si sognare. Un doveroso ringraziamento debbo ai fratelli Zagni, che non solo hanno collaborato con la loro Testimonianza, ma mi hanno messo a disposizione oltre alla loro gentilezza, tipica della gente di Montagna, anche quel poco materiale che era loro rimasto, ed inoltre hanno collaborato alla misurazione dell’edificio (che in buona parte è tutt’ora interrato) e ad indicarmi i punti esatti in Cui sono stati ritrovati i reperti (Cfr anche Montagna Oggi n. 4 del luglio-agosto 1999.

HO SCRITTO T’AMO SULLA NEVE

Dice una vecchia canzone: “Ho scritto t’amo sulla sabbia”. Foin qui niente di straordinario. Ciascunoo di noi, durante le vacanze al mare, ha scritto qualche parola sulla sabbia, anche parole d’amore, perché no? Non c’è niente di strano anche se dopo una nevicata ci si mette a giocare con la neve, magari a fare un pupazzo, e perché no a scrivere con il dito della mano qualche nome o qualche parola sulla neve fresca. Ma nel caso che stiamo per raccontare qualcosa di straordinario c’é, non nel fatto di scrivere nella neve, ma nello strumento usato per scriversi sopra.

Foto n. 30 Nevicata

Insomma, anche Vecchioni, ricordando in una canzone gli occhi della propria amata li paragona a: (testuali parole) “pisci sulla neve”. Quindi non c’è niente di scandaloso rammentare quel liquido organico che tutti facciamo. In questo caso però….non voglio scoprire l’arcano anzitempo. La storia narra di personaggi, alcuni tuttora viventi, che per diritto di privacy io chiamerò con la sola iniziale. Don P. parroco di Piedimonte, in quel di Palazzuolo aveva una perpetua, ed è risaputo che le perpetue sono quasi sempre bizze (toscano per designare una persona non coniugata). Non avendo quindi figli ed affetti questa perpetua teneva presso di sé una nipote un po’ svegliota alla quale piaceva andare in giro, anche la notte, come fanno le gattine innamorate. Quella sera era andata con il suo spasimante, e di questo la perpetua era a conoscenza. L’amoroso era un giovanottone del luogo che era abituato a rincasare tardi la sera. Quella notte intanto era nevicato e sul sagrato della chiesa si era formata una bella coltricina di neve. La luna nelk frattempo era riapparsa ed illuminava con quella luce tutta particolare, quasi fosse un neon. Il giovane si era trattenuto a lungo con la ragazza con parole d’amore, baci e sospiri ed aveva trattenuto anche quella necessità fisiologica che ti fa stare con le gambe strette, strette, per non lasciarla scappare. Che tentazione su quella neve fresca…! L’indomani mattina Don P. esce dalla chiesa o dalla canonica, come faceva ogni mattina per andare a visitare una compaesana inferma. Ma, tutto a un tratto, si sofferma, piegando anche il busto un po’ all’indietro (per lo stupore), ma anche per focalizzare meglio e vede sulla neve una scritta, un po’ rudimentale, un po’ ingiallita: “ti amo” seguita dal nome della ragazza. Per scrivere tutte queste cose bisognava che il povero giovane l’avesse trattenuta per un pezzo.. Infuriato, Don P. va a chiamare la perpetua e gli fa vedere quello che i suoi occhi non avrebbero mai voluto vedere. Una cosa così davanti alla Canonica! E poi, non una persona qualsiasi, ma il “filarino” (come chiamano quassù lo spasimante). “Vieni a vedere hanno scritto il nome di tua nipote con la pipì”. “Questo di sicuro è stato……” Aggiunge la Perpetua. Ma Don P. replica: “No, lui no perché non sa né leggere, né scrivere”. Ribatte la perpetua: “Scrivere l’ha scritto lui, di sicuro, ma la mano gliel’ha tenuta mia nipote”. Capito?

I MARRADESI? PIU’ MUGELLANI DI COSI’……
Legami fra Romagna Toscana e Mugello

Nell’Alto Medioevo, al contrario di quello che avverrà nel tardo Medioevo e nei secoli più vicini a noi, le strade che avevano direzione E-W e viceversa, erano forse più importanti di quelle che avevano percorrenza opposta, vale a dire N-S e viceversa. In Mugello lo testimonia, la grande arteria che costeggia la Sieve e che collega un po’ tutti i principali centri Mugellani. Nell’Alto Mugello o Romagna Toscana, bisogna tener conto di alcune situazioni legate alla situazione politica di quel tempo. Sui monti dell’Apennino Romagnolo, che prima dei Romani erano dominati dai Liguri, dagli Etruschi e successivamente dai Romani, con l’incalzare delle orde barbariche provenienti dal Nord, e, in modo particolare dei Longobardi, possiamo dire tranquillamente che nell’Alto Medioevo sull’Appennino della Romagna toscana di romano, inteso nel senso di potere politico, non esisteva più niente, assolutamente niente. Il Regno Longobardo coesisteva con l’Impero Romano, la cui capitale era Ravenna, in maniera oramai indiscussa. I Longobardi, i quali, pur essendo un popolo barbaro (se barbaro si intende di provenienza nordica e di maniere un po’ spicce e brutali che li caratterizzavano nell’occupazione delle città e villaggi italiani. Ma i romani lo erano stati altrettanto, quando si erano recati ad occupare la Gallia, la Pannonia, etc.) erano evidentemente dei popoli ai quali non mancava un certo acume politico: quello della mediazione. Infatti, con la discesa dei Franchi, popolo che proveniva, in parte dalle regioni della Francia, in parte dalle regioni della Germania, in modo particolare dalle regioni della Rheinwald (Valle del Reno, per questo li chiamavano anche popoli di Legge Ripuaria, da Ripa che significa Riva). Un popolo quindi di razza e di tradizioni tedesche che si insedia nel nostro territorio, italiano, toscano, e, per quanto ci riguarda più da vicino, nei monti dell’Appennino Tosco Romagnolo e Tosco Emiliano. Dicevo acume politico, ma anche grande intelligenza strategica e valenza combattiva di questi popoli invasori. Doveva essere questo un popolo (o popoli interi) guidato da condottieri straordinari, i quali non si sono fermati alle città del nord Italia, ma hanno proseguito, nella parte centrale dell’Emilia e parte della Romagna fino ad arrivare in Mugello, in Toscana, nella Maremma, e nell’Umbria, fino a Spoleto. In questo loro Regno consolidato da un paio di secoli di tirannia, hanno tuttavia trovato ostacoli enormi, praticamente sono stati avversati da tutti i popoli che si erano insediati sul territorio prima di loro: parlo dei popoli romanizzati ma che conservavano molto o tutto della loro origine: etruschi, liguri, celti, goti, bizantini, etc., etc. Monghidoro, al confine del Comune di Firenzuola, su uno sprone che guarda la Valle dell’Idice, sembra che derivi il proprio nome appunto da “Mons Gothorum”, appellativo dato dai romani, colonizzatori di quelle zone e che significherebbe appunto Monte dei Goti. (Altri vorrebbero che i “monghi” d’oro non fossero altro che delle monete, coniate in queste zone, che i benestanti di allora trasferivano “illegalmente” da una zona all’altra).

Foto n. Marradi – Le “Scalelle”

Dicevamo la capacità mediativa di questi popoli. Con la discesa dei Franchi i Longobardi, pur avendo occupato nei monti più inaccessibili dell’Appennino i luoghi più strategici e quindi, pur essendo in grado di combatterli e probabilmente anche di vincerli, scelgono la strada del negoziato: decidono di “venire a patti” e di riconoscere il Re Franco purché questi riconosca lo Stato Longobardo. Con la discesa in Italia dei Franchi, ai Longobardi, non viene torto neppure un capello, viene sì imposta l’autorità del Re Franco, ma questi diventa Imperatore del Sacro Romano Impero, che comprende anche il Regno dei Longobardi. Con questa mossa i Longobardi “italiani” diventano, al pari degli altri popoli “cittadini europei” e sudditi dell’Imperatore. Ritornando ancora un passo indietro, i Longobardi, quindi, hanno occupato quelle zone, dove minore era la “presenza” romana, gli stessi ad esempio non hanno occupato mai Ravenna o Roma (anche se ci hanno provato). Ecco quindi che un certo Guido longobardo o Guidonis (secondo il latino alto medievale), si stabilisce a Modigliana, tanto che la sua illustre casata sarà chiamata dei Guidi da Modigliana, poi, padroni e signori dell’Appennino orientale, fino a spingersi nel Mugello Orientale, nel Casentino e fino alla Maremma (in parole povere si sono sovrapposti ai popoli etruschi, i quali insofferenti a ogni forma di centralizzazione, hanno dovuto subire invece una tirannia, forse peggiore, di quella alla quale erano stati sottoposti dai romani). La Romagna centrale, con il Mugello centrale (anche questo già territorio etrusco) viene “infeudata” dagli Ubaldini, i quali pongono il loro quartier generale (“podere”) verso Palazzuolo e nei Monti di Susinana. L’altro feudo, quello del versante emiliano (più celtico che etrusco, più goto che “villanoviano) spetta agli Alberti, i quali “regneranno” sul proprio territorio, e in modo particolare, nella zona di Mangona e, sul versante pratese, di Vernio, tanto da esser detti Alberti da Mangona. Ecco, dunque, come nell’Alto Medioevo, a dispetto dei romani che avevano fatto la Regio Etruria, la Regio Aemilia Emilia), la Regio Flaminia (l’attuale Romagna), i Longobardi dividono il territorio conquistato secondo le loro leggi “ripuarie” che più tardi chiameremo “feudalesimo”. Questi territori o feudi, spesso seguono il corso dei fiumi principali, comprendendoli insieme a tutto il resto che si trova in quel territorio: case, ponti, boschi, mulini e perfino gli uomini: questi sono “servi della gleba”, sono solo dei numeri, merce di scambio. A differenza degli uomini della loro razza, gli “aldii” i quali solamente sono destinatari del diritto “ripario”, che regola le loro successioni, le doti (morgengab), i matrimoni, ecc. Ecco dunque che il “podere” (come da loro viene chiamato) di Guido, ha quella tale estensione, quello di Ubaldino un’altra e quella di Alberto (0 Aribert), un’altra ancora.

Foto n. 32 Marradi – Badia del Borgo

Tutto è stato stravolto. Casentino, Mugello Orientale, e Romagna Toscana (Modigliana, Faenza, forse anche Palazzuolo, in un primo tempo) appartengono ad un solo signore, un certo Guido e con lo stesso nome, poi si chiameranno tutti successori. Lo stesso vale per Ubaldino e Alberto per le altre famiglie. Questi Signori, hanno governato con “spietatezza”, se per spietato intendiamo le loro leggi teutoniche, pannoniche ecc., ma hanno governato con “giustizia”, se per giustizia intendiamo la loro, quella derivante dai loro usi e costumi o dall’Editto di Rotary (dal nome del Re longobardo che lo ha emesso). Se queste grandi casate si sono estinte è solo dovuto al fatto che essi adottarono, per le loro successioni “mortis causa” non il diritto del “maggiorascato”, per il quale i beni venivano ereditati da un’unica persona: il primo maschio nato nella famiglia; ma per il fatto che i longobardi dividevano l’eredità fra tutti i figli, maschi e femmine, in parti uguali. Così il loro territorio, anche per via di donazioni, eredità, ecc. si è andato sempre più frazionando, fino a ridursi, talvolta, in piccole estensioni ereditate da “ancestrali” o arcaiche famiglie di proprietari terrieri, detti anche padroni, e le loro case “case padronali” o, addirittura, andando in rovina e scomparendo addirittura come casata. Ecco perché nell’Alto Medioevo le strade che avevano una andamento E-W, quelle che collegavano i vari feudi longobardi, forse avevano più importanza, di quelle che solcavano la dorsale NS. Queste strade erano osteggiate, appunto, dai longobardi e, possiamo dire, anche danneggiate, per ragioni strategiche di difesa del loro territorio. Predominavano strade, invece, per lo stesso motivo, che erano più mulattiere che strade vere e proprie. Ma importanti fra queste arterie erano anche quelle che legavano ad esempio Modigliana con il Casentino, oppure Modigliana o Marradi con Dicomano; oppure Frena, Tirli, Cornacchiaia, con il Passo dello Spedaletto e dell’Osteria Brucciata (o Bruciata); oppure quelle che “legavano” Barberino e Mangona, con Vernio, Castiglion de Gatti (detto poi de’ Pepoli), ecc. Marrdi, quindi con Modigliana, sono state le “capitali”, se così vogliamo dire, di una “regione” o di un “feudo”, che nel suo massimo sviluppo, attraversando il Mugello e il Casentino arrivava nella Maremma. Dunque, la vallata del Mugello con Marradi ha legami solidi, “di sangue”, nel vero senso della parola. Legami che si sono rafforzati con Firenze “comunale”, Firenze “repubblica” e Firenze “granducale”. Dunque, i marradesi? Più toscani e mugellani di così…..

IL CASTELLO DI TIRLI ALLA FAGGIOLA

Il ripiano a forma di piramide tronca in cima a questa collina (Vedi foto) è probabilmente il luogo ove sorgeva il Castello di Tirli nella Ronagna Toscana. Nelle carte geografiche moderne questa località è riportata con il nome “Il Castello” e si trova in posizione sopraelevata a Est di Casovana (un piccolo nucleo abitativo dove una volta passava la strada, che seguiva, da una buona distanza il Santerno) e che passando da San Donato al Coniale, San Giusto e San Martino a Camaiore andava a San Pietro a Tirli, Moraduccio e quindi verso la Romagna. “Il Castello di Tirli dipendeva dagli Ubaldini di Susinana, fino a che, nel 1372, i discendenti di Ottaviano di Maghinardo di Susinana non cedettero alla Repubblica fiorentina ogni pretesa sui castelli dell’Alpe e del Podere, per la cifra di 7.000 fiorni d’oro”! (Cfr. Firenzuola e il suo territorio. A cura di P.C. Tagliaferri). Nelle Rationes Decimarum del 1302-3 il Plebato di Camaggiore era così composto: 1) Plebis S. Johannis de Camaiore; 2) S. Michaellis de Monte; 3) S. Martini de Curia Tierli; 4) S. Petri de Curia Tierli, 5) S. Margherite de Tierli (Da notare la derivazione tedesca di Tirli, che si scrive Tierli e si pronuncia Tirli, infatti in tedesco il dittongo ie si pronuncia i). Nella Decima Pontificia (Rationes Decimarum) del 1276, noi ricaviamo altre informazioni: le chiese e i popoli che vi facevano parte non dipendevano, almeno sotto il profilo strettamemnte giuridico e amministrativo, da una Pieve, bensì da una Curia che equivaleva a un determinato distretto territoriale e che faceva capo a un castello. Pertanto la Curia del castello di Tirli, nel 1276 comprendeva le seguenti chiese: 1) San Martino de curia Tierli; 2) Santa Maria de castro Tierli; 3) S. Patrizio de curia Tierli (San Pietro). Questo voleva significare che, ad esempio, una chiesa, poniamo S. Pietro a Tirli, era soggetto, per quanto riguarda la parte amministrativa, giurisdizionale, fiscale, ecc, alla Curia del Castello, nel nostro caso del castello di Tirli; mentre per quanto riguarda la gerarchia ecclesiastica, la stessa chiesa faceva parte del Plebato di Camaiore o Camaggiore. Le stesse Pievi avevano anch’esse compiti amministrativi, o meglio anagrafici, come si direbbe oggi. Le stesse Pievi però avevano anch’esse facoltà impositiva verso i parrocchiani (Vedi Rationes Decimarum). Con il battesimo dei neonati, non solo si esercitava uno dei compiti più importanti, cioè quello di somministrare un sacramento, ma lo stesso nascituro veniva incluso nei registri delle nascite, proprio come avviene oggi presso le Anagrafi dei Comuni.

Foto n. 33 Il sito del castello di Tirli alla Faggiola

La giurisdizione del Castello era però limitata ai confini della Curia, vale a dire, il castello aveva una giurisdizione territoriale ben delimitata all’interno del Feudo. Presso il castello risiedeva stabilmente un vicario del feudatario, un funzionario, che accentrava su di se tutte queste prerogative amministrative, giuridiche, e di comando e che era sottomesso soltanto al feudatario, spesse volte anche da vincoli di parentela. Il vicario, oltre ad essere colui che esercitava il potere in nome del feudatario, si occupava della difesa del castello, delle armi e degli armati, riscuoteva le tasse e gli innumerevoli balzelli, e, cosa più importante, esercitava in prima persona o per mezzo di giudici delegati la giustizia e comminava le pene, fra le quali anche la tortura e la pena di morte. Nei feudi più piccoli era lo stesso feudatario che assolveva questo compito. Sempre nel castello, (quasi sempre nella loggia dello stesso) venivano eseguite transazioni e ogni negozio giuridico, dalla vendita e acquisto di beni immobili e mobili, atti riguardanti eredità, donazioni, doti, ecc. e sempre alla presenza di un notaio che eseguiva i rogiti degli atti e alla presenza dei contraenti e dei testimoni.

Foto n. 35 Il borgo di Cardano presso Tirli

Tali atti talvolta riguardavano l’emancipazione di un servo, poiché parte della popolazione viveva in stato di servitù. Ritornando un attimo alle Rationes Decimarum del 1276 noi notiamo che la Curia del castello in oggetto comprende tre chiese, ma di queste solo una è indicata con la dicitura “de castro” ed è la chiesa di Santa Maria. Questo significa che la chiesa era proprio dentro le mura del castello, o per lo meno nelle immediate vicinanze; mentre le altre due chiese definite “de curia” sono ubicate nel territorio della curia del castello. E’ interessante motare inoltre , che nelle vicinanze si trovavano altri importanti castelli, sempre degli Ubaldini, tutti situati in posizioni strategiche. Uno di questi era il fortilizio che si trovava a Pignole e Piagnole e fu ceduto ai Firentini dopo l’uccisione di Maghinardo (Si tratta ovviamente di Maghinardo Novello nipote). Un altro castello si trovava sulla sommità del poggio di Monti, appunto presso la chiesa di San Michele a Monte. Oggi di questo importante Castello resta la dicitura “Il Castello” a una imponente casa colonica con pietrami e pilastri molto antichi. Ciascuno di questi castelli che ho menzionato era posto su strade di vitale importanza o nelle immediate vicinanze delle stesse. Piagnole e Monti controllavano la strada sulla sinistra del Santerno (strada di crinale e mezza costa) che non corrisposndeva affatto al tracciato della strada attuale che costeggia il fiume, fino a lambirne le rive. Il castello di Tirli invece controllava la strada che seguiva la riva destra del Santerno, anche questa strada in parte di crinale in parte di mezza costa. Detti castelli inoltre erano in contatto diretto visivo fra di loro e gli stessi potevano scambiarsi, in caso di necessità, dei segnali di fumo, luminosi, ecc, ed accorrere in armi dove si presentava il bisogno. Ma non possiamo non accennare altri due castelli, sempre facenti parte dello stesso feudo. Parliamo del castello di Rapezzo in località Corte e del castello di Brento o Brentosanico, che si ergeva sul Monte Caprile e che aveva tra l’altro compiti di riscossione dei pedaggi (una specie di casello autostradale). Così andava la vita di quelle popolazioni in Alto Mugello nei feudi dei potenti Ubaldini che vantavano discendenza longobarda. Ma si sa, i Longobardi non si erano acquistati una buona fama in Italia. Nè migliore fama gli stessi godettero alla corte papale. Anzi, la corrispondenza dei Papi con la corte Franca acquistò un tono violento. In essa il popolo longobardo è detto: “PERFIDA E FETENTISSIMA GENTE CHE MON E’ DA PORRE NEL NOVERO DELLE NAZIONI, MA DA CUI DERIVA LA RAZZA DEI LEBBROSI”. Di questo se lo ricordino la gente della Romagna Toscana, i quali sono stati per secoli asserviti a questi tiranni e se hanno conosciuto, dopo tanta tirannia, un periodo di benessere e di libertà, questo lo devono proprio ai fiorentini, popolo forte e coraggioso, che ha combattuto a fianco di queste genti ed ha portato avanti una politica altrettanto coraggiosa e che ha dato alle stesse popolazioni la forza di raddrizzare il capo e la schiena, e la dignità di sentirsi liberi, dopo che essi erano stati ridotti per secoli a servi della gleba. Un monito mi sembra doveroso a tutti coloro i quali adesso prendono le distanze da Firenze e dalla Toscana, i quali con referendum popolari o altro, vorrebbero con un gesto davvero infelice sancire il distacco dalla Toscana per unirsi all’Emilia Romagna.

IL FASCINO NASCOSTO DI BRENTOSANICO

Il toponimo Brentosanco sembra sia di origine germanica; è formato da due nomi Brento e Sanico. Viene comunemente chiamato Brento dalle popolazioni locali. Prima che arrivassero i Fiorentini a …..”rompere le uova nel paniere” (a questi tranquilli abitanti che hanno vissuto indisturbati fino al sec. XIII-XIV sulle pendici e sulle vette dei loro monti) le strade, come è ovvio, passavano appunto da questi borghi arroccati sulle montagne.

Foto n. Chiesa di Brentosanico – Interno

Non ci dobbiamo quindi stupire se nel Medioevo le strade, e anche quelle più importanti, erano strade di crinale, o tutt’al più, di mezza costa e scendevano a valle, necessariamente, quando la strada era costretta ad attraversare un fiume come nel caso di Scheggianico, dove si trova un antico e bellissimo ponte a tre grandi arcate a sesto ribassato, con due grossi piloni centrali di sostegno, sull’affluente del Santerno detto Diaterna. Ma non importa andare tanto indietro nel tempo, basta analizzare una mappa fine ‘600-inizi ‘700 (in questo periodo non c’era ancora stata quella rivoluzione stradale, intendo riferirmi alle strade di fondo valle, quelle che costeggiano i fiumi, le strade odierne per capirsi) per vedere che, anche allora, l’unica strada che seguiva il Santerno per andare in Romagna era una strada di crinale, una strada montana quindi, che da Firenzuola saliva a Santerno, toccava il borgo di Brentosanico (così chiamato anche allora), lambiva Camaggiore, sede di una delle più antiche Pievi del territorio, attraversava il Santerno nei pressi di Coniale, risaliva a mezza costa alla chiesa di San Giusto a Camaiore, e si dirigeva verso Tirli e la Romagna. Ritornando a Brentosanico, nel periodo medievale, la storia ci dice quanto fosse importante, dal punto di vista amministrativo, politico e strategico questo borgo e dintorni. Trovandosi infatti sulla strada maestra, in questa località, gli Ubaldini avevano un loro fortissimo castello situato sulla vetta del Monte Caprile, un castello pressoché inespugnabile, presso il quale tenevano un loro Vicario per la riscossione delle tasse e dei “balzelli” che a quei tempi (come oggi, del resto) erano numerosi (pontatico, erbatico, polveratico, ecc.). In sostanza si trattava di questo: gli Ubaldini si occupavano della manutenzione delle strade e dei ponti, nonché della sicurezza, nei loro territori, in compenso esigevano dagli “utenti” (extra-feudali) che passavano attraverso il loro Feudo e che trasportavano le loro merci in Toscana o in Emilia Romagna; dagli allevatori e pastori, allora numerosissimi, che trasmigravano le loro greggi al di qua e al di là dell’Appennino; dai viandanti che si spostavano a piedi, sui muli o cavalli; oppure dai semplici pellegrini (oggi si chiamerebbe turismo religioso) dei pesanti balzelli che a volte erano definiti anche con l’aggettivo “esosi”. Tant’è vero che il Comune di Firenze e più tardi la Repubblica (qualcosa di analogo avvenne anche dal versante opposto dell’Emilia) si ribellarono più volte a questo stato di cose, tanto da progettare prima, e realizzare poi, una “terra murata”, cioè un vero e proprio avamposto, un fortilizio ben munito di armi e di soldati, proprio nel “cuore” del feudo ubaldiniano. Se ci pensiamo bene, questa “realizzazione” fiorentina deve essere stata per gli Ubaldini, grandi feudatari che possedevano parte della Romagna e del Mugello e che avevano più di cencastelli, come un forte calcione, tirato con violenza, nelle parti basse, insomma deve essere stata come una vera e propria “dichiarazione di guerra”.

Foto n. Il borgo disabitato di Brento

Non c’è che dire, i fiorentini, la cui città nell’XI-XII secolo si era sviluppata, si era ingrandita fino ad arrivare ad essere una delle più importanti città europee nel XIV secolo, avevano avuto un bel coraggio. Combattere gli Ubaldini e gli altri feudatari equivaleva a dire, quello che dice un proverbio cinese “pisciare contro vento”; significava in altre parole mettersi contro l’Autorità Imperiale, e mettersi contro gran parte di quella popolazione che godeva dei privilegi dal feudalesimo. Questo ci insegna, però, che quando una città è unita e lotta per una causa giusta o comunque “sentita” dalla cittadinanza, anche le cose più difficili e oserei dire impossibili diventano realizzabili. In questo caso Firenze era da paragonare al David che da solo, con una fionda, colpisce e annienta il nemico, il Gigante Golìa. Ecco perché a Firenze il tema del David diventerà così famoso e popolare. I fiorentini amavano talmente il David al punto che i più grandi artisti Donatello compreso, e più tardi Michelangelo, hanno espresso il meglio della loro arte nell’eseguire questo mitico personaggio della storia biblica. Lo storico Giovanni Villani ci dice a tale proposito: “1332 – Fu stabilito dalla Repubblica di edificare una terra al di là del Giogo delle Alpi sul fiume Santerno alla quale diedero il nome di Firenzuola (piccola Firenze ndr), ciò fu fatto per abbassare la potenza degli Ubaldini… Tornando a Brento, noi non dobbiamo pensare a una forte concentrazione di popolazione in questo borgo nel periodo medievale, ma dobbiamo pensare niente più che a un villaggio rurale, in quanto il grosso degli abitanti era sparso nei monti e nelle coste circostanti, dove vivevano per lo più di pastorizia, d’allevamento, della raccolta di marroni e da quei pochi prodotti ricavati da un suolo montano molto avaro, quali grano, granaglie in genere e granoturco. Questo borgo era stato “vivo” e rigoglioso fino a non molto tempo fa. Mio padre mi raccontava che nella sua gioventù, ancora negli anni 1930-40, questo era uno dei posti migliori per “divertirsi” (l’ho messo di proposito tra virgolette, considerando il fatto che allora anche il semplice ballo era considerato un peccato dalla chiesa cattolica). Qui a Brento ballavano con la fisarmonica (i brentani avevano ereditato questo “laicismo” forse dagli Ubaldini e mio padre era sì un cattolico, ma di quei cattolici che amava il divertimento, e, soprattutto le belle contadinelle), facevano dei grandi arrosti di marroni e salcicce e bevevano del buon vino (alla faccia dei bigotti….) e, se possibile, agguantavano una di quelle “gallinelle” dai seni duri come le caciotte delle pecore, che esse stesse pascolavano. Ho ritrovato alcuni documenti presso l’Archivio di Stato di Firenze degli anni 1686 e 1720 che riguardano le comunità di questi luoghi, in particolare Monti, Castiglioncello, oppure il “Vicho” di Tirlo o Tirla e da questi ho potuto constatare la consistenza numerica delle famiglie vero la metà del sec XVIII. Questo documento, un rogito notarile a tutti gli effetti, con tanto di firma e timbro del notaio, mette a verbale, se così si può dire, una riunione dei capofamiglia della Comunità di Monti, Vicariato di Firenzuola, nel 1686 (questo è stato aggiunto agli Statuti di Firenzuola), che comprendeva anche la frazione di Castiglioncello, per mettere al bando coloro che, nei mesi di ottobre e novembre, avessero portato le loro capre a pascolare nei marroneti e frutteti nella Comunità e Popolo di Monti, Castiglioncello e Bordignano. Il verbale specifica che dette persone, in tutto 45 capofamiglia si sono “adunati spontaneamente alla Chiesa di Monti, Vicariato di Firenzuola…..”. Fra questi molti cognomi sono comuni anche ai nostri giorni: Saltini, Guidotti, Paolini, Righini (cognome della famiglia della mia nonna paterna). In questo elenco non esistono i Campidori. Questo significa che questa famiglia, dalle antiche e nobili origini, che proviene da Modena e che vanta dal medioevo Cavalieri e perfino Conti di Modena, e in epoca settecentesca, grandi artisti architetti che hanno costruito le chiese più belle di Faenza, questa nobile famiglia, dicevo, non doveva ancora essere, in tale periodo, “approdata” nella Romagna Toscana. Tornando a Brento, diciamo che esisteva anche una Chiesa “ab immemorabili” e, naturalmente, in epoca medievale, di patronato degli Ubaldini. Il Calzolari in Chiesa Fiorentina ci dice che la stessa fu rifatta nel 1860 e restaurata nel 1917.

Foto n. Rustici con neve

Io propendo a pensare che questa più che rifatta, sia stata trasformata e ingrandita, conservando però l’impianto e l’orientamento originale. Ha un piccolo campanile a vela. (Il Calzolari erra, dicendo che la chiesa non possiede il campanile, io stesso la visitai, circa una ventina d’anni fa, percorrendo la stradina ricavata nelle rocce a precipizio dai cavatori di pietra serena: fu una vera avventura!). L’interno è a croce latina con archi a tutto tondo e un breve transetto e con abside semicircolare. Lo studioso Tagliaferri in “Firenzuola e il suo territorio” ci dice in proposito che alcuni anni orsono, sotto la tinteggiatura, vennero alla luce affreschi, fra i quali si riconosceva il volto di un angelo con la datazione 1527. Ora questo borgo così antico, così importante nella storia è destinato al crollo, se non si interverrà tempestivamente. Ma questo ulteriore appello che io lancio dalle pagine del Galletto, che mi ospita, verrà preso in considerazione? Quando la popolazione si scuoterà da questo “torpore”, da questa specie di letargo, e si renderà conto che queste case, questi borghi antichi sono la loro e la nostra storia e per questa ragione molto importanti? Quando si renderanno conto? Quando tutto sarà distrutto? Allora sarà troppo tardi. E’ vero molte cose sono state fatte, ma non si può chiamare restauro, ad esempio, un tetto rifatto in tegole, che originariamente era in lastre di arenaria. Questo è solo un esempio. Esistono tantissimi rustici antichi da salvare, immediatamente! Non c’è da perdere un attimo di tempo. Esistono borghi che stanno per crollare definitivamente: Brento, Castiglioncelli, tanto per citarne due. Essi esigono una risposta immediata! Esistono ponti antichi quali quello di Scheggianico che rischiano la distruzione totale. Esistono chiese il cui recupero è a dir poco doveroso. NON E’ SUFFICIENTE MUSEIZZARE. Le nostre radici sono importanti poiché da queste dipende il futuro dei nostri figli, nipoti, pronipoti. E’ importante la TAV? E’ importante la bretellina? Bene! Queste cose che riguardano il patrimonio storico, artistico, edilizio, monumentale, sono ancora più importanti!

IL MAGNIFICO MAGHINARDO DA SUSINANA “AMICO” DEI FIORENTINI

Maghinardo Pagano da Susinana, alla sua morte avvenuta nel 1302, era senz’altro l’uomo più importante della Romagna Toscana, di Imola, Faenza, Forlì e anche del Mugello. Si può benissimo dire che Maghinardo rappresenta per il tardo Medioevo, quello che più tardi, nel Rinascimento rappresentò Lorenzo il Magnifico. Unica differenza che lo contraddistingue è che Maghinardo, oltre a essere un eccellente politico, come lo era Lorenzo, era anche un valoroso condottiero. Ma molti sono i punti in comune fra i due grandi personaggi: una politica equilibrata, una forte appartenenza al popolo (lo si deduce soprattrutto dal testamento), che tuttavia veniva governato sotto la forma della tirannia; la tendenza a “lavorare” e tramare per far diventare la propria casata sempre più importante, un manovrare la politica e un far giochi di potere che gli tornassero sempre vantaggiosi; una politica saggia di alleanze e buoni rapporti, anche con la Chiesa e con le potenti città vicine; un’abile diplomazia nel combinare matrimoni con famiglie potenti, ecc. Un uomo davvero straordinario. Anche se Dante Alighieri non era dello stesso parere su Maghinardo, tanto da apostrofarlo con versi ignominosi: “Il lioncel dal nido bianco che muta parte da la state al verno”, e anche peggio, bisogna però tenere conto che Dante era un uomo come si direbbe oggi, “tutto di un pezzo” e non concepiva il fatto che un signore come Maghinardo potesse essere Guelfo con i Fiorentini e Ghibellino in Romagna. Ma si sa, questa è la politica e questo è il potere, che non guarda troppo al sottile. Penso che il personaggio Maghinardo sarebbe piaciuto di più a Macchiavelli, vissuto molto più tardi e che nel 1506 fece sosta proprio a Palazzuolo, mentre accompagnava il Papa Giulio II, e chissà che la presenza dei luoghi e i ricordi ancora vivi fra la popolazione non lo abbiano ispirato per comporre il suo Principe? Era composta – la famiglia – oltre che da Maghinardo, dalla moglie Donna Mengarda, sicuramente di origine Longobarda o Franca, a giudicare anche dal nome, che pare, fosse la figlia di un nobile arricchito fiorentino, forse un banchiere.

Foto n Lo stemma di Maghinardo
Disegno a penna

Di lei sappiamo solo che aveva portato in dote, per unirsi in matrimonio con Maghinardo, 1400 lire di Pisa in fiorini, una somma cospicua. Da Donna Mengarda, Maghinardo, non aveva avuto quella che si dice discendenza “diretta”, cioè dal loro matrimonio non erano nati figli maschi. Erano invece nate due femmine: Andrea e Francesca. Non meravigli il fatto che il nome Andrea fosse dato a una femmina. Tutt’oggi nelle nazioni germaniche: Austria e Germania, tale nome può essere dato sia a maschi che a femmine. All’altra figlia era stato dato il nome Francesca, un nome che fa pensare ai Franchi. Questa era la famiglia di Maghinardo, nel senso “stretto” della parola. Ma è lecito pensare che altri componenti vivessero presso di loro, ma dai documenti non ci è dato sapere chi. Dal testamento di Maghinardo sappiamo che le figlie erano sposate, e sposate molto bene e quindi è opinabile che stessero presso le auree dimore dei loro illustri mariti. Andrea era andata in sposa nientemeno che a un membro della famiglia Ubaldini, signori di buona parte del Mugello e dell’Alto Mugello, aveva sposato Ottaviano degli Ubaldini da Senni, e probabilmente viveva nella residenza mugellana. Dal matrimonio di Andrea e Ottaviano era nato Gioacchino. L’altra figlia Francesca aveva sposato Don Francesco di Don Urso di Roma, antenati degli Orsini, nobile e potente famiglia romana. Faceva parte della famiglia “allargata”, se così si può chiamare, Alberia, nipote di Maghinardo, figlia del fu Bonifacio Pagani, che forse era morto prematuramente, quando ancora la figlia era nella minore età. Il nostro Maghinardo, aveva forse ereditato in nome suo, incamerando i suoi beni, tutto il suo asse ereditario, con la clausola di restituirglielo in eredità alla sua morte. Anche Alberia aveva realizzato un matrimonio molto importante, aveva sposato nientemeno che Giovanni da Senni degli Ubaldini, un uomo molto importante di quella famiglia mugellana. Essa sicuramente doveva risiedere in quel castello di Senni, di proprietà del marito, castello del quale esiste ancora una torre nella zona di Senni. Dal matrimonio di Alberia e Giovanni da Senni era nato Maghinardo Novello. Sempre di loro appartenenza era la villa omonima, con ogni pertinenza e diritti. Ma vediamo chi erano, oltre ai familiari, coloro che erano i parenti “stretti” di Maghinardo. Oltre ad avere due fratelli “bastardi”, cioè nati fuori del matrimonio legittimo, i cui nomi erano Giovannino e Ugolino, il nostro Maghinardo aveva anche una sorella chiamata Donna Lieta, che era andata in sposa a Guidone, nobile faentino, anche questo un matrimonio molto importante. Dunque Maghinardo dei Pagani, figlio del fu Pietro Pagano da Susinana, già signore potente e ricchissimo, se non fosse bastato, con i matrimoni delle figlie Andrea e Francesca, della nipote Alberia e della sorella, si era imparentato con le famiglie più ricche della zona, e cioè con gli Ubaldini, che gestiranno poi tutto questo patrimonio dal Mugello e dalla Toscana (ecco come si sono formate le Regioni attuali, e come un pezzo della Romagna sia pututo entrare, di diritto, a far parte della Toscana, proprio in virtù di questi feudi lasciati in eredità), oppure da Roma, nel caso degli Orsini. Egli aveva, come si suole dire, allungato i “tentacoli” del proprio potere dal Mugello alla Romagna fino ad arrivare a Imola, Faenza, Forlì; non solo, ma anche a Roma e alla Corte Papale. Oltre a questi Maghinardo aveva un altro nipote, che era avviato alla carriera ecclesiastica, si chiamava Bandino ed era chierico di Popolano. Dal testamento non risulta che Maghinardo avesse altri parenti. Queste persone sono coloro che erediteranno tutti i beni immobili, cioè il patrimonio vero e proprio. Neppure una casa, eccetto limitatissime eccezioni, andranno in eredità a persone che non appartengono alla famiglia, cioè a persone che non sono legate a Maghinardo da vincoli consanguinei.

Foto n. 37 L’abbazia di Susinana o Rio cesare

Queste eccezioni sono rappresentate dal Monastero e chiesa di Rio Cesare al quale andrà la metà del molino della Rocca di Susinana con tutti i diritti e redditi, a condizione però che detta parte del molino non venga mai alienata. Altra eccezione è rappresentata dagli “Amici della città di Imola”, e “Amici fuorusciti da Tossignano” ai quali lascia la Rocchetta, costruita e posta sopra Tossignano. Un’ultima eccezione è rappresentata da Arpino di Cantagallo (Imola), del quale non sappiamo bene però se ci fosse un legame di parentela, al quale lascia la Curia di Tirli, Coniale e Bignano; le prime due nel firenzuolese. Dal testamento di Maghinardo veniamo a sapere quelli che erano i suoi collaboratori più prossimi, chiamati con il linguaggio del tempo “famigli” o “soci” e “servi”, tra questi spicca il nome di Romanuccio da Campanara. Romanuccio è il cuoco personale di Maghinardo, che lo segue dappertutto, anche in guerra, ed è un “servitore fedele”. Per la sua “fidem, servicium, ministerium” (fedeltà, servizio militare e civile), Maghinardo lo ripaga con il dono più grande che potesse capitare ad un “servo”: quello della libertà. In compenso dei servizi prestati, Maghinardo libera Romanuccio e i membri della sua famiglia da ogni debito di vassallaggio che sarebbero spettati a Maghinardo “in perpetuo”. Da qui si capisce la condizione di schiavitù, di servi comuni, e servi della gleba (contadini), cui era soggetta buona parte della popolazione. Allo stesso Romanuccio viene lasciato anche un piccolo “ronzino baio”, che egli cavalca ed infine 25 lire bolognesi per riconoscenza del servizio militare prestato. Sappiamo, inoltre, dal Testamento che Maghinardo aveva al suo servizio, almeno due Scudieri chiamati Baliscerio e Mengolino, un Palafreniere (palafreno è un cavallo grosso, usato per viaggio non per guerra) chiamato Donato di Lozzole. Dal testamento sappiamo perfino quali sono i cavalli “personali” di Maghinardo, essi sono Fanestro, Caprona e Palafredo, quest’ultimo baio e mulo. Fra le altre persone “collaboratori” un Faciolo Cacciagruerra, servitore, un Matteo di Ragnolo, diletto, fedele, segreto servitore di Maghinardo, una vera e propria spia al suo servizio. Almeno tre sono le residente “ufficiali” del Signore di Susinana: il Castello di Susinana con la Rocca, castello di famiglia, appartenuto al padre che è il bene immobile più caro verso il quale Maghinardo attribuisce anche un valore “affettivo” notevole. Lascerà questo castello e rocca, con tutti i mobili e suppellettili alla figlia Andrea, forse primogenita. Altra dimora è il Castello di Benclaro, presso Faenza, nel quale Maghinardo detterà le sue ultime volontà al notaio Martino da Cesena e dove il 27 di agosto del 1302 renderà la propria anima a Dio; castello che verrà lasciato alla figlia Francesca. Altra dimora era il Palazzo “nuovo” che Maghinardo si era fatto costruire, proprio fuori le mura di Faenza, che lascia in eredità alla figlia Francesca. Dal testamento veniamo a sapere anche che se Maghinardo aveva molti debitori, cioè persone o enti (per lo più ecclesiatici) che gli dovevano dei denari; non mancavano i creditori, cioè coloro che avevano dato somme di denaro in prestito a Maghinardo. Fra questi un Chissimo (forse sinonimo di “ricchissimo”), banchiere di Imola, al quale doveva 400 lire bolognesi, o lo stesso Ottaviano degli Ubaldini, suo genero, al quale doveva 300 fiorini d’oro. Non può mancare un notaio al servizio di un così grande Signore. A Mazolo, notaio “personale” e giudice della città di Forlì, “antico e fedelissimo servo”, Maghinardo lascia 300 lire bolognesi.

Foto n. Abbazia Susinana – Il luogo dove
Sarebbe sepolto Maghinardo

Doveva essere una cifra considerevole per quei tempi, se si pensa la fatto che per la sua sepoltura, che doveva sicuramente essere all’altezza del personaggio, fatta quindi su disegno di un celebre architetto dell’epoca, con marmi pregiatissimi, sculture, ecc., aveva destinato la somma di 10 lire bolognesi. Dal testamento ricaviamo ancora che la moglie Donna Mengarda, non eredita nessun immobile o terreno. Maghinardo ordina che le vengano restituite le doti, ossia 1400 lire di Pisa in fiorini. Purtroppo non possiamo fare un raffronto con la moneta di allora con quella di oggi. Sappiamo che una lira pisana equivaleva a 29 soldi pisani e che 29 soldi pisani equivalevamo a 1 fiorino. Verso la metà del XIII secolo a Firenze l’unità monetaria era la lira d’argento che si divideva in 20 soldi e un soldo in 20 denari, questa però decadde ben presto con il pregio acquistato dall’oro del fiorino. E’ una legge economica: la moneta pregiata scaccia la moneta povera. Maghinardo non manca nel suo testamento di fare tanta beneficienza. Prime fra tutte le chiese di Imola e Bologna, i poveri di Cristo e Mendicanti ai quali lascia 400 fiorini d’oro; le opere di pietà e maritare femmine e bambini esposti e abbandonati: 1000 lire bolognesi. Maghinardo si comporta da gran sigmnore anche con i “fideles”, i Vassalli, ai quali concede che il pagamento dell’imposta dovuta avvenga ad anni alterni anziché annuale. Nel testamento c’è una clausola anche per la città di Firenze: “poiché durante la mia vita ebbi rispetto e onore per il Comune di Firenze, in egual modo esorto e prego le mie eredi sopraddette e ad esse prescrivo in virtù della mia benedizione che allo stesso Comune di Firenze esse portino riverenza e onore in perpetuo. La morte di Maghinardo, avvunuta nel 1302, come riporta l’articolo sulla rivista “Medioevo”: “Benvenuta tirannia”: “non lasciando egli eredi diretti ed avendo tenuto una linea politica fra lega guelfa e ghibellina tutt’altro che coerente, la morte di Maghinardo fu seguita a Forlì da un durissimo scontro per la conquista del potere, fra le maggiori famiglie cittadine: Ordelaffi, Calboli, Orgoglissi”. Vediamo cosa succede nello stesso anno in Mugello, ce lo racconta lo storico Villani: “Nel 1302 quando muore Maghinardo i fiorentini vengono a oste sotto Monte Accianico, per la cui difesa gli esuli fiorentini, fra cui Dante Alighieri….I fiorentini distruggono i loro castelli di Senni, Sant’Agata, Lago e Ponte Croce. Nel 1306 verrà distrutto anche Montaccianico con alla testa Cante di Gabbrielli, dopo aver assediato per 3 mesi….”. Ma, si sa, questa è la politica per il potere di ieri, di oggi, di sempre. Firenze aspettava la morte dell’”amico” Maghinardo per sferrare una grossa “artigliata” al potere feudale, proprio come fa il gatto con il topo. Concludendo dobbiamo porci la domanda: Maghinardo era davvero amico dei fiorentini e i fiorentini erano davvero amici di Maghinardo?

IL SINDACO E’ SERVITO?
Girotondo di protesta intorno al Palazzo Comunale di Firenzuola

Per venire al Comune
ci tocca passare per strade
disagiate e basse
eppure anche noi
si pagano le tasse
(Striscione di protesta)

Oppure

Il Sindaco ha detto:
la metteremo in sicurezza(la strada)
noi gli rispondiamo
mettetegli una cavezza (al sindaco e agli amministratori)
(Altro striscione di protesta)

L’allusione è evidente la cavezza si mette alle bestie che, in quanto bestie non conoscono la strada e non sanno neppure dove andare. Questi e altri versi sono stati scanditi nella manifestazione che, come un fulmine a ciel sereno, si è tenuta sabato 29 giugno, in occasione della apertura di una nuova ala del Museo della Pietra Serena, operazione “culturale” molto discutibile. Ritorneremo sicuramente in seguito sull’argomento. Gli organizzatori della manifestazione sono soddisfattissimi. A Firenzuola, dicono, non era mai avvenuta una manifestazione con corteo così imponente, con tanto di megafono, campanacci, fischi, slogan urlati a squarciagola contro chi dovrebbe essere dalla parte della popolazione e invece….Gli abbiamo rotto le uova nel paniere dicono soddisfatti i manifestanti. Forse non sarebbe nemmeno il caso di ricordarlo, ma l’articolo con la poesia di Nedo “Un ciuco vola su Montebeni” è sulla bocca di tutti e copie dello stesso articolo sono affisse nei locali e nei bar della zona e molti, questa bella poesia di Nedo, la sanno anche declamare a memoria. Per chi non se la ricordasse la poesia iniziava così:
fa la pancia piena
Pietramala con la pietra mala
tanti l’avean piena, ora ci cala

E’ una poesia spassosissima che in maniera ironica e garbata dà dell’asino a certi amministratori e tecnici che “volano” in alto sopra la “presunta” frana di Montebeni. Nedo, si sa, è fatto così, quando si fa prendere dalla “musa” della poesia diventa incontenibile e le strofe gli vengono fuori di getto, tanto è il suo carattere esuberante e burlesco.. Ieri mi ha dettato, proprio sull’argomento della frana alcuni suoi nuovi versi:

Cristo fu ammazzato a dir la verità
questi falsi e bugiardi sono ancora qua
Noi che pur si capisce….restiamo fermi e muti
per il bavero presi dal Sindaco e Canuti(geologo ndr)
Ieri ci han sentiti con cartelli e parola
tanti insieme uniti in piazza a Firenzuola
abbiamo noi pensato, altro da far non resta
levar da noi le sbarre e…. al tor tagliar la testa
( Poesia diNedo Domenicali)

Nedo è come Ronaldo “quando gioca fa gol”. La poesia non ha bisogno di commento, si commenta da sola. Posso solo dire che la gente da queste parti è esasperata, non capisce o forse capisce anche troppo il perché di una decisione come quella di sbarrare una strada come quella della Futa. Ma forse non tutti sapranno che questa arteria importante è stata per così dire “declassata”: è passata cioè da statale a provinciale. Poi con la deviazione è passata nella categoria “comunale”. Ce la farà la strada della Futa a passare nella categoria di strada “vicinale”? Se continua così penso di sì. La strada alternativa è una specie di “gioco dell’oca”, una specie di “labirinto”, entro il quale districarsi è cosa veramente ardua.

Foto n.39 Uno dei tanti cartelli di protesta

rrivare a Pietramala è una specie di gioco d’azzardo con i dadi. Avanzi di due o tre caselle, anzi mi sono sbagliato, avanzi di due o trecento metri e poi c’è l’ostacolo, sei costretto a fermarti di un giro, anzi sei costretto a fermarti per incrociare un’auto che viene in senso inverso. Una soluzione del genere poteva andar bene nel medioevo quando si viaggiava a dorso di asini, muli e cavalli. Ma come è possibile pensare una cosa così, oggi, che siamo nel terzo millennio? Gli abitanti di Covigliaio, che ho incontrato domenica sera presso il bar erano a dir poco “incazzatissimi”, donne comprese. Alcuni di loro, che fanno gli scavatori di professione, mi dicevano che per risolvere il problema della “fantomatica” frana, basterebbero due persone, con ruspe adeguate, che partendo dall’alto con il sistema del “terrazzamento” e venendo giù verso il basso, risolverebbero il problema in quindici o al massimo venti giorni.

Foto n. Un cartello di protesta

Bisogna aggiungere che su questi terrazzamenti andrebbero piantati degli alberi per “fermare” il lavoro. Gli abitanti del luogo sono anche contrarissimi, alla ventilata proposta di investire circa 155.000 ero per allargare quella specie di strada o “gioco dell’oca” che dir si voglia. Se i soldi ci sono perché non si interviene subito per realizzare questo terrazzamento?

La poesia di Nedo “il ciuco che vola” termina così

Guardan la gente dalla Castellaccia
vedere se crolla il monte…e cambia faccia,
ma se aspetti che scenda giù da solo
forse si vede prima un ciuco in volo.
Quindi finiamo con queste scemenze
apriam la strada per andà a Firenze.
(Poesia di Nedo)

LA “CAPATOSTA” DI MONTEBENI

Domenica scorsa, forse un po’ attratto dalle notizie della frana di Montebeni, ho puntato dritto verso la Futa, incuriosito anch’io, come molti altri, di quello che stesse succedendo da quelle parti. Arrivati alla Casetta, dopo varie segnalazioni che ci informavano della interruzione della strada, un cartello più deciso degli altri e una transenna ci indicavano che dovevamo prendere una strada alternativa per raggiungere la destinazione: Pietramala. In un primo momento ho pensato che dovessimo andare a Firenzuola e poi risalire dal Peglio.

Foto n. 41 La capatosta di Montebeni

Questo non corrsipondeva al mio modo logico di pensare. Va bene che tutte le strade portano a Roma… ma non è detto che tutte le strade vadano bene per Pietramala. Poi ho saputo invece che la deviazione consisteva nel passare per le Valli, Paliana e quindi Pietramala: un allungamento del percorso non impossibile ma fastidioso soprattutto per coloro che non conoscono la strada. Nella storia della strada statale per la Futa, più volte si sono verificate delle frane, alcune anche di vaste proporzioni, come quella in prossimità delle Filigare. Chi si vuole documentare su questo argomento, consiglio di leggere il libro dello Sterpos, che parla appunto della strada Firenze-Bologna attraverso i secoli. L’argomento è trattato molto bene da uno specialista qual’era lo Sterpos, che, se non sbaglio, ricopriva una carica importante nel settore delle strade. Io ho avuto modo di incontrarlo spesse volte quando ero alla segreteria della Galleria degli Uffizi. Il suo ente sponsorizzava il restauro di alcuni quadri, ed è stato proprio lui a regalarmi il suo libro. Leggendo questo libro, mi sono reso conto che questa strada è soggetta a questo tipo di inconvenienti, forse dovuto a un tipo di terreno franoso o un po’ ballerino a causa dei frequenti terremoti. Però, esaminando con più attenzione il libro dello Sterpos e analizzando i documenti antichi che riportano i disegni delle frane, ci si accorge che le medesime strade, intendo le carreggiate, sono invase da una massa enorme di terra, pietre, alberi travolti, ecc. Nel caso in questione invece non è così. Mi hanno riferito, più persone, che hanno percorso quel tratto di strada, nonostante il divieto, che la strada è assolutamente sgombra. Ora io non mi permetto certo di criticare l’operato di geologi, ingegneri e altri specialisti. Se hanno deciso questo significa che ci saranno dei motivi assolutamente validi. Però, sfrattare delle famiglie, chiudere totalmente al traffico una strada così importante, sono decisioni che comportano un disagio notevole alla cittadinanza. So che a Pietramala gli esercenti non sono affatto soddisfatti di questa decisione. Quelli che non protestano sono per lo meno scettici. E’ vero, la cittadinanza è stata messa al corrente, ci sono state riunioni, anche con il Sindaco e vari ingegneri e esperti del settore, ma il cittadino non erudito continua a guardare quel monte con un pizzico di ironia. Si sa, la gente di questi posti, montagnoli quanto volete, ma sono gente pratica. Questi continuano a guardare la carreggiata della strada e …..nemmeno un sassolino. A Pietramala, fra la gente incazz…., c’era anche un buontempone, uno che prende le cose con tanta ironia, è Nedo, ve lo ricordate? Lo incontrai alla festa “Smarronando e Svinando” con il suo organino e il bicchiere di vino in mano. Mi ha detto: Senti un po’ tu che vieni dalla città, ci sono da voi i ciuchi che volano? Io l’ho guardato e ho pensato che avesse alzato un po’ il gomito. Invece no, era sobrio, anche troppo. Sentite la poesia che ha tirato fuori, proprio sulla frana di Montebeni. L’ha intitolata:

“Il ciuco vola su Montebeni”:

Firenzuola con pietra serena
fa la pancia piena
Pietramala con la pietra mala
tanti l’avevan piena, ora ci cala
e in mezzo a tanta gente odi e veleni
or s’aggiunge pure il Monte Beni.
Secondo i grandi della geologia
franar dovrebbe e chiudere la via.
Strada che da Firenze va a Bologna
è chiusa sì….dagli Enti, che vergogna!
Politica sporca….qui si abusa
e quella della frana è sol ‘na scusa.
Gente evacuata che male si trova,
io dico attenti, qui gatta ci cova.
Guardan la gente dalla Castellaccia
veder se crolla il monte…e cambia faccia,
ma se aspetti che scenda giù da solo
forse si vede prima un ciuco in volo.
Quindi finiamo con queste scemenze
a apriam la strada per andà a Firenze.
(Poesia di Nedo)

Con questi versi Nedo ha riportato (almeno per un momento) il buonumore fra le persone incazz….Vuoi vedere, mi sono detto che, leggendo questa poesia, il ciuco che vola su Montebeni riescono a vederlo nitidamente anche i più scettici?

LA LINEA GOTICA DEGLI UBALDINI

Noi oggi abbiamo una visione settecentesca di come era ordinato il contado fiorentino. Se apriamo il libro dell’illustre storico miugellano Giuseppe Maria Brocchi del 1748 noi vediamo che il Mugello è diviso in pievi e le pievi a sua volta sono divise in parrocchie. Se andiamo ancora indietro nel tempo e prendiamo in esame ad esempio le Piante dei Capitani di Parte Guelfa del 1580-95, noi vediamo che il territorio è suddiviso in popoli e questi fanno capo a entità gerarchicamente maggiori che sono le Pievi. Percorrendo ancora a ritroso noi vediamo che anche nelle Rationes Decimarum del XIII secolo e anche nel Libro di Montaperti abbiamo la stessa ripartizione del territorio in Pievi e Parrocchie.

Foto n. 42 La giogaia dei monti presso San Pellegrino

Niente di più esatto. “E’ risaputo che originariamente il Cristianesimo uniformò il suo ordinamento territoriale all’ordinamento territoriale dell’Impero Romano, cominciando dal fare suo centro Roma, il centro stesso dell’Impero, ed insediando poi una diocesi in ogni città romana, ed una pieve in ogni pago, con giurisdizione ecclesiastica estensivamente pari alla giurisdizione politica ed amministrativa delle città e dei paghi” (Da Forun Cornelii, 1931). Il Plesner, che è uno dei più originali studiosi di storia medievale, vissuto nella prima metà del secolo scorso, ipotizza il percorso delle strade antiche, in particolar modo, delle strade romane, nei luoghi ove ancor oggi si trovano le nostre Pievi. Il Plesner inoltre è dell’opinione che queste avessero, oltre la loro funzione religiosa e fra queste possiamo comprendere l’anagrafe dei nascituri, alcuni altri compiti di carattere amministrativo, come ad esempio la manutenzione delle strade, dei ponti nel territorio della loro giurisdizione. Ritengo quanto espresso dal Plasner possa essere giusto, solo se questo lo si colloca in un determinato periodo storico. Ritengo valida la teoria del Plesner partendo dalla metà circa del XIII fino ad arrivare ai secc. XVI-XVII. D’altronde il Libro di Montaperti, le Rationes Decimarum, in un certo senso ne sono la conferma. Lo stesso ragionamento è valido però per l’Alto Medioevo, cioè, dai secoli VIII-XIII? Penso senz’altro di no. Bisogna avvicinarsi all’Alto Medioevo con un modo di ragionare totalmente diverso. Certo, il discorso si fa molto difficile, anche perché le fonti scarseggiano, e se addirittura ci spingiamo oltre il Mille, le Fonti sono pressoché nulle: Per questo periodo così lontano da noi, bisogna agire come fa un detective quando è alla ricerca di indizi. Guardiamolo mentalmente quando è intento con la lente di ingrandimento a rilevare le impronte su un oggetto, Questi piccoli indizi lo porteranno, per deduzione, a solprire sempre di più, fino ad arrivare a sbrogliare il bandolo della matassa. Per capire il Medio Evo, e mi riferisco in particolare all’Alto Medio Evo, bisogna partire da una visione dello stesso completamente nuova. Fino ad oggi, e qui sta la novità, si è dato troppa importanza alle Pievi dimenticando altri fattori che sicuramente hanno influito nella storia dell’Alto Medio Evo. Quando si dice che una Pieve ha o aveva un territorio o una giurisdizione grandissima, cosa si intendeva dire? Voleva dire che una pieve aveva una giurisdizione in materia religiosa che andava dal territorio X al territorio Y, a meno che la Pieve non fosse ubicata in un feudo dei Vescovi di Fiesole o Firenze e allora in questo caso la Mensa Vescovile aveva la proprietà, la giurisdizione legale, amministrativa, ecc.

Foto n. Monti – Il Castello

Facciamo un esempio: il Castello di Frena nell’Alto Mugello o nella Romagna Toscana che dir si voglia, era ubicato sul cocuzzolo di un poggio, in posizione strategica e praticamente inespugnabile ed era stato costruito a lato di una delle più importanti vie di comunicazione che dalla Toscana portavano in Romagna e viceversa. Il Castello (NB) aveva giurisdizione totale sulle terre, sui pascoli, sui fiumi, sulle case, sugli uomini e perfino sulla Pieve. La Pieve di santa Maria a Frena apparteneva agli Ubaldini e i preti erano nominati da quei signori. Inoltre bisogna considerare che gli stessi Ubaldini possedevano anche gli uomini, tanto è vero che nelle compravendite di castelli o porzioni degli stessi nell’elenco dei beni venduti, troviamo anche le persone. Da cò deriva anche che quei signori erano padroni della vita e della morte dei loro sudditi. Ecco dove sta la differenza. Il castello è veramente il centro giurisdizionale, politico, amministrativo di un certo territorio nell’Alto Medio Evo e la Pieve è un elemento gerarchicamente sottomesso al Castello. Ma dove erano ubicati questi castelli? Bella stragrande maggioranza dei casi essi si trovavano lungo i percorsi delle strade più importanti. Può sembrare strano oggi vedere un castello arroccato su un poggio lontano dalle strade che noi percorriamo con le nostre autovetture. La domanda più ovvia che ci facciamo è questa: come facevano ad arrivare lassù? La risposta più ovvia è che lassù certamente passava una strada.

Se vogliamo capire l’Alto Medio Evo dobbiamo renderci conto che le strade di allora, quasi mai costeggiavano i fiumi per una serie molteplice di motivi, ma soprattutto per motivi di sicurezza e di orientamento.

Foto n. I monti visti da Rapezzo

Facciamo un esempio lungo la Valle del Santerno, passavano due strade importantissime: quella della riva sinistra del Santerno dalla Pieve di Cornacchiaia, passava per la pieve di Frena e Castello per arrivare al Castello di Tirli e infine a Moraduccio in Romagna. La strada che percorreva la riva destra da San Martino di Castro passava per San Piero Santerno, Pieve di Camaiore, Castiglioncello per arrivare in Romagna. In realtà, queste erano strade di crinale o mezza costa e tutte queste strade erano “sorvegliate” da importantissimi castelli situati in posizioni strategiche notevoli. Niente era lasciato al caso. Ciascun castello aveva la possibilità di comunicare visivamente, intendo co n segnali visivi (specchi, fuochi, ecc.), acustici, di fumo, ecc. Taluni, e non erano pochi, comunicavano fra di loro anche con cunicoli sotterranei. Se noi guardiamo attentamente la disposizione dei castelli nella zona che va da Rifredo a Piancaldoli, abbiamo subito l’impressione di una sbarramento notevole: in questo spazio troviamo almeno otto castelli, tutti importanti, e tutti situati sulla via di comunicazione che porta dalla Toscana in Romagna. Si ha l’impressione di vedere un’altra “Linea Gotica”, questa volta però medievale. Bisogna dire allora che i tedeschi dell’ultima guerra mondiale avevano appreso l’arte dai loro antenati Longobardi e nel caso specifico dei grandi feudatari Ubaldini. Così la storia si rinnova, ma a veder bene le cose, di nuovo c’è ben poco.

Foto n. Una eccezionale veduta da Monti

LA “PICCOLA FIRENZE” D’OLTRE APPENNINO

“….ma se le porrete il nome ch’io vi dirò, il Comune ne sarà più geloso e più sollecito alla guardia: perch’io la nominerei, quando a vor piacesse, Firenzuola. A questo nome tutti in accordo senza lacun contrasto furono contenti, eil confermarono; e per più aumentare e favorare il suo stato e potenza le diedero per insegna e gonfalone mezza l’arme del comune, e mezza del popolo di Firenze….” (G. Villani, Cronica, Libr. X, cap. CXCIX).

Foto n. – Firenzuola – Una foto della piazza prima della guerra

Sempre il Villani ci riferisce: “…cominciossi a fondare (Firenzuola) nel nome di Dio il dì 8 Aprile nel detto anno (1332) quasi alle otto ore del dì, provvedutamente per istrolagi, essendo ascendente il segno del Leone, acciocché la sua edificazione fosse più ferma e forte, stabile e potente”. Poi il Villani precisa che la costruzione fu voluta “…acciocché i detti Ubaldini più non si potessero rubellare, e distrittuali contadini di Firenze d’oltre Alpe fossono liberi e franchi, ch’erano servi e fedeli de’ detti Ubaldini”. In effetti in Mugello e Alto Mugello, nei secc. XIII e XIV hanno sempre fatto causa comune con i nemici di Firenze. Nel 1258 il loro fortissimo castello di Montaccianico in Mugello fu distrutto dai Fiorentino, ma gli Ubaldini lo ricostruirono poco dopo, ancora più forte, con un doppio giro di mura. Fu durante il secondo assedio di Montaccianico nel 1306, poiché gli Ubaldini avevano ospitato dei Bianchi e dei Ghibellini fiorentini che fu deciso di costruire le “terre nuove” di Scarperia e Firenzuola.

Foto n. L’orologio della Porta Fiorentina

Per dire la verità la prima deliberazione per la costruzione di terre nuove da parte di Firenze fu presa nel secolo precedente, ed esattamente nel 1299. La fondazione di terre nuove è collegata al piano di unificazione politica del territorio e va considerata come l’atto decisivo della lotta di Firenze contro gli ultimi, fortissimi residui feudali. La fase della costruzione delle terre nuove costituisce dunque una svolta decisiva e innovatrice nella politica territoriale fiorentina che ha per scopo l’indebolimento della nobiltà di diritto imperiale, unitamente alla crescita della città che tra il sec. XIII e XIV raggiunse il suo periodo più ricco e fecondo. Firenze aveva già manifestato le prime ambizioni di autonomia a partire dall’XI secolo, incoraggiata anche dalla Contessa Matilde, morta nel 1115. Con la distruzione di Fiesole avvenuta nel 1112, Firenze si era liberata di una pericolosa rivale.

Foto n 47. Firenzuola Porta Fiorentina

Poi la città aveva acquistato una certa autonomia politica, dovuto anche la fatto della lontananza dell’autorità imperiale, tuttavia il controllo del contado non era affatto una cosa semplice. Firenze tuttavia inizia la fase della conquista dei castelli già nei primi anni del XII sec. , con la conquista di Semifonte nel 1203. Ma già nel 1218 i fiorentini ottengono il giuramento di molti castelli del contado, in maggior parte tenuti sotto la signoria dei Conti Guidi. Nel 1306 si arriva a deliberare la costruzione delle terre del Mugello con la seguente causale: “ad reprimendum effrenandi superbiam Ubaldinorum et aliorum de Mucello et de ultra Alpes qui comuni et populo Florentie rebellaverunt”. (ASF. Provvisioni, IX). Cioè la decisione parte dalla necessità di difendere le strade locali dalle scorrerie degli Ubaldini. Ma quali erano le caratteristiche di queste “terre nuove”? Non si trattava di borghi sviluppati spontaneamente senza un piano preordinato, ma di nuovre realizzazioni insediative, programmate nei minimi dettagli. Nel nostro caso la “terra” di Firenzuola viene costruita proprio sul punto di intersezione delle strade più importanti per quei tempi vale a dire la strada W-E che dalla Toscana andava in Romagna, seguendo il corso del fiume Santerno e l’altra importantissima strada che seguiva il percorso S-N che dal Giogo andava a Piancaldoli verso l’Emilia e la Romagna. Era una cosa quasi impensabile per quei tempi, un affronro gravissimo, e sotto certi aspetti poteva significare una vera aggressione nei confronti dei feudatari Ubaldini, legittimati dal potere imperiale. Per fare un confronto, un po’ grossolano, se si vuole si potrebbe paragonare ad una ipotetica costruzione di una città, fa parte di una potenza straniera, imglobando, ad esempio, un nodo importante autostradale della nostra Autostrada del Sole. Ripeto, è un esempio grossolano, poiché la nascita della terra di Firenzuola era avvenuta, come testimoniano i documenti, per “reprimere e frenare la potenza degli Ubaldini”. Dunque le caratteristiche della nuova “terra” è principalmente quella di creare un borgo fortificato, un borgo “franco”, un pezzo di terra extra-territoriale, che godesse dei diritti, dei benefici, e fosse soggetto in tutto e per tutto alla città di Firenze. Una specie di Ambasciata o di Consolato se si potesse fare un paragone con la realtà odierna, con la differenza che oggi le ambasciate e i consolati si installano, quando fra due paesi corrono rapporti di amicizia e di cooperazione reciproca. Per gli Ubaldini, invece, la costruzione di questa nuova terra, era stata come un bel calcio dato nelle parti basse e nascoste della persona, ed era quindi naturale che gli stessi Signori Ubaldini reagissero in maniera del tutto adeguata. Ad occupare la nuova terra furono tenute conto delle richieste avanzate da molti abitanti dei borghi di Santerno, Cornacchiaia, Rapezzo ed altri, che volevano ottenere libertà, franchigie e protezione dalle imposizioni degli Ubaldini. In questo il Comune non si era fatto attendere poiché ai terrazzani chiamati ad occuparle il Comune aveva promesso (e mantenuto) l’esenzione decennale da ogni tassa e la libertà. Altre erano le funzioni della “terra” oltre a quella a scopo abitativo e difensivo. La “piccola Firenze” avrebbe avuto un proprio Palazzo Comunale, che nel 1335 risultava ancora in via di edificazione. Una volta terminata la costruzione del Palazzo Comunale si sarebbe passati alla chiesa, che in un primo momento avrebbe dovuto prendere, come nome del titolare, San Firenze. Poi invece alla chiesa fu dato il nome di San Giovanni Battista Decollato. Ancora, la “terra”, fra i suoi compiti, avrebbe avuto quello di “mercatale”, quale polo di convergenza dei prodotti agricoli per lo scambio. Questa funzione è attestata da certi particolari architetonici, come la presenza di portici, lungo le strade principali o nella piazza. Oltre il mercato si era favorito il nascre di botteghe, trattorie e alberghi. Infatti i documenti attestano la consistente presenza di albergatori a Firenzuola, e, naturalmente nonmancava la concorrenza fra gli stessi, talvolta anche sleale. In un documento che ho ritrovato all’Archivio di Stato di Firenze, del 1529, (Statuto di Firenzuola) si fa divieto a osti e albergatori e loro garzoni di danneggiarsi reciprocamente con atteggiamenti ritenuti sleali, in particolare: “nel castello di Firenzuola e nel suo Vicariato e ancora fuori di detto Vicariato, per causa delli hosti albergatori et loro garzoni a qualinon basta dalle loro osterie et alberghi invitarsi i forestieri; ma vanno e mandano i loro garzoni et chi loro pare non solo alle porte del Castello di Firenzuola ma per tutto il Vicariato ad invitarsi i forestierie condurre le cavalcate a loro osterie non senza danno e grande sdegno degli altri hosti”. Quando sul finire del sec. XVI la grande opera di fortificazione fu conclusa, essa si rivelò ben presto inutile e inutilizzata. I fossi del circuito del castello furono affittati dal comune per fare fieno e le carbonaie furono occupate da orti. Ancora oggi Firenzuola continua ad essere la “piccola Firenze” dei fiorentini, un piccolo lembo della propria città e del proprio cuore al di là degli Appennini. Tutt’oggi una “terra nuova” alla quale non mancherà l’interesse e il calore dei fiorentini.

Foto n. Una immagine di Firenzuola al tramonto

LA PIEVE DI MISILEO? SI, MA DOVE?

Una scoperta che potrebbe essere sensazionale. La tomba di Maghinardo si troverebbe nella cripta della Pieve di Misileo? In una colonna la “M” che potrebbe indicare la sepoltura del grande feudatario? Probabilmente la pieve di Misileo, quella antica, posta fra Senio e Santerno, perde la sua importanza, come del resto è successo per altre pievi (vedi la Pieve di Frena presso Firenzuola, l’originaria pieve di Faltona presso borgo San Lorenzo, ecc.), durante la “rivoluzione stradale” nel Duecento (vedi Plesner), quando cioè un tracciato viario perse la propria importanzain seguito all’apertura o al miglioramento di nuove strade.

Foto n. Colonna e capitello nella cripta di Misileo

E’ probabile che la Pieve di Misileo abbia perso la propria importanza con l’apertura della strada cha da Palazzuolo, attraverso il Passo della Faggiola, conduce a Coniale e quindi alla Pieve di Camaggiore. In passato la Pieve di Misileo si trovava su un tracciato (tra Senio e Santerno) che dalla Pieve di Camaggiore, S. Giusto a Camaiore, Pieve di Misisleo, Badia di Susinana, Gruffietta, conduceva a a Marradi. Questo ce lo confermano almeno tre carte antiche che si trovano presso l’Archivio di Stato di Firenze. Nelle carta “Firenzuola e Marradi Vicariati nella Romagna Granducale” la Pieve di Misileo, tra il fiume Senio e il fiume Santerno, nel tracciato della importantissima strada, che dalla Pieve di Camaiore, passando da Badia Susinana, Gruffieta va a Marradi, notiamo che all’incrocio delle strade N-S e W-E presso il fiume Senio non è indicata la presenza di alcuna chiesa o Pieve. Si potrebbe supporre quindi che la carta sia inesatta oppure un po’ approssimativa; questo inconveniente capita spesso nelle carte antiche. Se però andiamo ad osservare la Pianta del Vicariato di Marradi, sempre all’ASF, noi osserviamo che una chiesa S. Andrea Misileo è situata fra i fiumi Senio e Riocesare e fra due chiese importanti: la Pieve di Santa Maria a Susinana e la chiesa di S. Maria a Riocesare. La Pieve di Santa Maria a Susinana, corrisponderebbe, come posizione, all’attuale Pieve di San Giovanni Battista al Misileo. C’è un’altra cosa da notare: la chiesa di Santa Maria a Riocesare si trova distante dalla Pieve, proprio sul fiume Riocesare. Di questo dovremo tenerne conto quando parleremo della Badia Susinana. Ma vediamo un’altra carta antica, la “Carta dei Monti Appennini”. La Pieve di Misileo si trova sulla strada “maestra” che da Borgo San Lorenzo, Ronta, Palazzuolo porta in Romagna. Sicuramente questo è un tracciato romano, se non precedente. Anche in questo caso la Pieve di Misileo non si trova situata a ridosso del fiume Senio, ma a una certa distanza, che potrebbe essere giudicata a un miglio dalla Pieve attuale.

Foto n. Pianta antica della zona Susinana Misileo (copia)
Disegno a penna
Ma esaminiamo adesso l’ultima carta: “Carta della Diocesi Fiorentina (ASF); questa mi sembra più recente rispetto alle altre ed è molto interessante, trattandosi proprio di un documento della Diocesi Fiorentina. La strada “maestra” non tocca più Misileo, ma da Ronta, Antella, Palazzuolo, Le Croci si inoltra verso la Romagna, La chiesa (N.B.) è situata, come del resto nelle altre cartine, fra il fiume Senio e il fiume Santerno, in posizione equidistante, ed è chiamata Pieve di San Giovanni al Misileo, esattamente come la Pieve attuale che è posta lungo la “Casolana”, proprio vicino al fiume Senio. Da ciò consegue, con sicurezza, che esisteva un’altra Pieve o un’altra chiesa detta Misileo, della quale non se ne hanno più notizie. La Pieve attuale, che probabilmente si chiamava Pieve di Santa Maria, può avere, per ragioni che possiamo intuire, ma delle quali non abbiamo documentazione, “assorbito” il popolo di detta pieve ed essere diventata più tardi chiesa plebana con il none di S. Giovanni Battista al Misileo. E’ interessante notare come nelle Rationes Decimarum del 1302-3, la Pieve venga definita con il titolo di S. Johannis de Misileo, mentre più tardi questa è detta Pieve di Santa Maria.

Foto n. Cripta della Pieve di Misileo
Disegno a penna

Sotto l’attuale pieve si trova l’antica cripta sotterranea. Forse ritrovamenti archeologici futuri, ci permetteranno di conoscere qual’era l’ubicazione originaria di questa antichissima Pieve che tuttavia doveva trovarsi presso i monti della Faggiola, più a Nord rispetto alla strada attuale, che tocca il borgo di Visano. Sempre nella carta del “Vicariato do Marradi”, notiamo tre cose interessanti, e cioè vengono indicate tre località, i cui nomi ci sono noti: Badia di Susinana, Pieve di Santa Maria a Susinana, e Santa Maria a Riocesare. Almeno nel 1302, alla morte di Maghinardo, la Badia si chiamava S. Maria di Riocesare a Susinana. Nelle Rationes Decimarum, sempre dello stesso anno, invece la Badia è indicata come San Pietro a Susinana, sicuramente Vallombrosana (vedi San Pietro a Moscheta). Tuttavia nello stesso anno coesiste un altro monastero “S.ti Benedicti”, monastero sicuramente benedettino. Ci chiediamo come mai la Badia si chiama di Riocesare, quando invece il Riocesare si trova molto più a Ovest, oltrepassato il Rio Susinana? E che fine ha fatto la chiesa di Santa Maria a Riocesare, presso il fiume omonimo? E’ possibile che la Badia avesse fra i suoi possessi anche il territorio di S. Maria a Riocesare e che questa, per ragioni che non conosciamo, sia stata “assorbita” dalla Badia? Questo è un altro enigma. Va tenuto presente tuttavia che presso l’Abbazia scorre un torrentello dal nome Rio delle Ceseri, che pur essendo somigliante, non corrisponde a Rio Cesare. E poi c’è la questione del nome San Pietro a Susinana in un documento e Santa Maria a Riocesare, in altri. Dunque la primitiva abbazia di Riocesare può essere ricondotta a quella di Santa Maria a Riocesare, presso l’omonimo fiume, come indicato nella “Pianta del Vicariato di Marradi”? E dunque è possibile che Maghinardo sia stato sepolto presso questa primitiva abbazia, piuttosto che nell’attuale Badia, nella quale, nonostante i restauri e le ricostruzioni, non è mai stata ritrovata traccia della tomba di Maghinardo? Interessante invece, nell’attuale pieve detta di Misileo, nella cripta sotterranea, in una colonna di sostegno, vi è indicato chiaramente la lettera “M” maiuscola. Non potrebbe essere questo un indizio che Maghinardo sia stato sepolto in questa cripta, ai piedi di questa colonna? Si tratta di veri e propri enigmi, ai quali per il momento non è possibile dare una risposta. Solo una ricerca seria, accompagnata da documenti storici, condotta con criteri e nezzi di ricerca moderni e da ricerche accurate fatte direttamente sul posto, potrebbe dare una risposta agli storici e ai ricercatori che la attendono da tempo. Posso tuttavia dare un suggerimento. Inutile cercare negli Archivi della Diocesi di Imola. Quelli furono fatti bruciare dal Duca Valentino (Il Principe del Macchiavelli), figlio di Papa Borgia, che per legittimare il suo potere su quelle terre, ritenne necessario dare alle fiamme tutti i documenti, tutti i rogiti notarili, azzerando di fatto il passato storico, per iniziarne uno nuovo, naturalmente…. tutto a suo favore! Non fanno forse così anche i politici e i potenti di oggi?

LA ROCCA DI CAVRENNO E LO SPEDALE DELLE FILIGARE

Spedale, spedaletto questi due vocaboli si incontrano molte volte studiando la storia medievale del nostro
territorio mugellano e alto mugellano. La etimologia della parola si perde nella notte dei tempi. Anticamente “spedale” aveva un significato diverso dall’attuale, anche se gli ospedali moderni sono la diretta derivazione di quelli medievali. Si può dire intanto che queste istituzioni erano a carattere benefico e si trovavano sulle principali strade di comunicazione che attraversavano il nostro territorio in lungo e in largo.

Foto n. 49 La collina dove sorgeva la Rocca di Cavrenno

Famoso, fra i tanti, era lo spedale di Fonte Manzina detto anche “Spedaletto” presso il quale esisteva anche una osteria che andò in fiamme per le note vicende di cannibalismo e a seguito di questo prese il nome di Osteria Brucciata o Bruciata. Altri spedali importanti si trovavano presso le importantissime Pievi di Cornacchia e di Sant’Agata e anche nella Contea dello Stale, altra via che portava in Emilia. Queste istituzioni erano nella totalità dei casi gestite da enti religiosi, anche se, probabilmente, erano beneficate dai feudatari di qui luoghi. Queste avevano il compito di dare l’assistenza materiale e spirituale ai pellegrini ma anche ai viandanti che si trovavano a passare per quei posti. Il personale addetto aveva il compito di rifocillare il viandante, di curarlo, se questi ne aveva la necessità, di trattenerlo anche due o tre giorni e al momento della partenza provvederlo del cibo fino alla seguente postazione che si trovava sempre vicino alla strada di grande comunicazione. Lo spedalingo, che era il rettore, aveva anche il compito di insegnare al viandante la strada e di metterlo in guardia circa i pericoli che questo avrebbe potuto incontrare nel cammino. Le strade a quei tempi erano molto pericolose, la miseria spingeva molte persone a diventare predoni a rischio dell’incolumità della propria vita e di quella dei viandanti.

Foto n. Sec.XII-XIII L’antico spedale
delle Filigare

Questa piaga era quasi impossibile arginarla, anzi dilagò in tal modo che il Comune di Firenze, per tutelare i propri traffici e i propri commercianti che trasportavano le merci su muli e cavalli, decise di intraprendere una vera guerra con i feudatari dell’Appennno Tosco-Emiliano, fino ad arrivare alla distruzione di tutti castelli, rocche, torri e a promuovere la costruzione di nuove “terre”nel cuore dei possessi di questi grandi feudatari (Vedi Scarperia, Firenzuola ecc.).

Foto n. Spedale delle Filigare Sec. XII-XIII
Gocciolatoio in pietra

Le fonti antiche ci parlano di questi Spedali abbastanza diffusamente, anche se è molto difficile ritrovare la loro ubicazione esatta, in quanto molti sono andati distrutti o degli stessi rimangono poche rovine. Fa eccezione lo Spedale del sec. XII-XIII che si trova al confine fra Toscana e Emilia in località Filigare non distante dalla Rocca di Cavrenno, ed è conservato in maniera mirabile. Va detto innanzitutto che tutta la zona era feudo degli Ubaldini , come pure la Rocca di Cavrenno e il borgo omonimo appartenevano ad essi. Questo “spedale” si trova nel borgo di Filigare, anch’esso antico e a un tiro di schioppo dalla Rocca di Cavrenno. Probabilmente quest’ultima località era un bivio importante poichè si intersecavano due strade importantissime: una che seguiva a nord per Spedaletto (un’altro) e la Via Flamenga, cioè la strada militare romana, e l’altra che portava al castello di Scaricalasino (l’attuale Monghidoro) e a Bologna. Ci sono da notare in questo spedale di Filigare alcuni particolari architettonici di notevole interesse. Le finestre ad esempio, nelle quali, nella parte superiore è incisa una C rovesciata sormontata da una croce. Lo stesso simbolo, l’ho ritrovato in una casa molto antica di Cavrenno, su un antico caminetto,di proprietà di un certo Signor Napoleone, il quale mi ha detto che il simbolo potrebbe corrispondere a Matilde di Canossa, in quanto la zona faceva parte del suo feudo.

Foto n. Un antico stemma in un caminetto a Cavrenno

Queste finestre sono originali anche per il fatto che il cuneo trapezoidale della trabeazione è posto a contrasto fra i due cunei a forma di triangolo, posti ai lati, secondo una tecnica molto antica. Sopra la finestra corre un cornicione aggettante che copre tutta la facciata. La stesso cornicione lo troviamo sotto le finestre. In cima alla facciata, al centro, c’è una bellissima testina romanica e questa è posta sotto il cornicione superiore, si tratta di un gocciolatoio o protome. Ancora, di un certo interesse è la finestrina accanto alla porta di ingresso al piano terreno. Si nota qui la stessa tecnica costruttiva della finestra al piano superiore, con una inferriata antica.

Foto n. Antica finestra con stemma

Vorrei segnalare anche nella facciata di una abitazione del borgo antico di Filigare uno stemma su un pilastro, facente parte forse di un antico portale con lo stemma mediceo, probabilmente datato 1607. Sulla rocca di Cavrenno che occupava proprio il cocuzzolo della collina, a lato del borgo omonimo, le fonti storiche non sono prodighe di notizie. Si sa che è stato lungamente conteso da Fiorentini e Bolognesi e a questi la rocca fu venduta nel 1294 da Ottaviano figlio di Ubaldino della Pila. Della vecchia chiesa esistono vestigia, poco fuori il borgo, sulla strada che conduceva a Spedaletto sulla Via Flamenga: La chiesa era denominata Santa Maria a Cavrenno.

Foto n. Cavrenno le muragliedel castello

Oggi questi pochi ruderi, che appartenevano alla chiesa, sono stati ristrutturati e trasfomati in una abitazione. Sono ancora visibili alcune finestrine antiche e la finestrina che fungeva da “elemosiniere”. Questa,poco all’interno, ospitava una cassetta per le elemosine, protetta da una grata, ad uso dei pellegrini, per deporre il loro obolo, quando la chiesa era chiusa in alcune ore della giornata o della notte. Dal borgo si sale per una stradina molto ripida al colle ove esisteva la rocca, poi abbattuta dai fiorentini. Tutt’intorno si notano migliaia di pietre che sono rotolate dalla cima e ci ricordanola distruzione della rocca. Sulla parte più alta sono ancora visibili i ruderi sopra i quali è posta una croce di metallo. Da questa vetta la vista spazia per tutte le valli circostanti e quello che per noi oggi è un ottimo punto per ammirare il panorama, nei secoli del medioevo, e oltre, è stato un ottimo punto strategico per controllare e dominare.

LE VALOROSE CHIESE DEL MUGELLO E DELL’ALTO MUGELLO

In un mondo sempre più condizionato dalla tecnologia e dal cosiddetto progresso, in cui l’uomo è ridotto niente più che ad un oggetto, costretto a vivere in una società moderna dominata dal caos, dalle macchine, dalla speculazione industriale, costretto cioè a vivere in una dimensione non sua, l’uomo a poco a poco perde quegli attributi spirituali e pratici che gli derivano da una corretta vita a contatto con le cose semplici e con la natura.

Foto n. Il campanile della Pieve di Camaggiore

Ecco dunque che l’uomo avverte il bisogno di ritornare alle cose di sempre, di ritrovare la spiritualità, la natura, la pace, la tranquillità dei campi e dei boschi lontano dal caos cittadino. In questo contesto ben si inseriscono le chiese del Mugello e dell’Alto Mugello, per il fascino che esse emanano, per la loro pittoricità, per la loro misticità, per la loro magnifica posizione, quasi tutte su colli ameni circondate di cipressi, olivi e vigneti (querce e castagni nell’Alto Mugello), ma anche per la loro architettura ben misurata che si fonde e si esalta con il paesaggio che le circonda. Le chiese, in particolar modo quelle più rurali, erano il nucleo essenziale della società rurale passata. In esse, infatti, si realizzavano – e si realizzano tutt’ora – le tappe fondamentali della vita di quelle genti: battesimi, matrimoni, ecc. Ma oltre a questo la chiesa è stata anche punto di incontro fra la gente di quei luoghi; non solo ci si riuniva per la messa, ma prima e dopo le funzioni i paesani e i contadini parlavano del proprio lavoro, della semina, del raccolto e così si scambiavano esperienze di lavoro e di vita.

Foto n. La Pieve di cornacchiaia

Un problema, uno stato di necessità di una famiglia, diventava problema di tutti, della comunità. Oggi a malapena si conosce la famiglia che abita dirimpetto a noi. Davanti a queste chiese, adesso, spesse con le porte sbarrate (“chiusa come le chiese quando ti vuoi confessare”, dice una canzone di Venditti), in parte abbandonate per l’esodo cittadino delle popolazioni, in parte distrutte, grazie anche alla incuria e la insensibilità delle persone, si avverte ancora l’eco, il brulichio di una moltitudine di popolo che sostava davanti alla chiesa in attesa delle funzioni. Sembra ancora di vedere in queste chiesette rurali i contadini bonaccioni mugellani e alto mugellani, con il loro cappello in mano, con il loro vestito di festa, quasi sempre con il corpetto e l’orologio con la catena d’argento (o d’oro per i più abbienti) e con i loro visi coloriti dal buon vino e dall’aria salubre, parlottare del più e del meno con quei loro accenti mugellani o con quella parlata romagnola o “balzarott”, che dir si voglia. Le chiese per questa gente umile e semplice erano – e continuano ad essere – una cosa importante, in quanto espressione della loro spiritualità e in quanto le hanno costruite ed abbellite con le loro stesse mani e con i loro sacrifici. ( “Questa chiesa – era scritto in una lapide di una di queste chiesine – è stata fatta con le promesse dei ricchi e con i soldi della povera gente”). Le chiese (queste valorose chiese mugellane e alto mugellane!) hanno sopportato durante i secoli le più grandi disavventure quali terremoti, guerre e saccheggi e nonostante tutto hanno resistito ai tempi, sono giunte fino a noi con il loro bagaglio artistico, culturale e spirituale. Ma esse hanno subito, nel recente passato, pericoli altrettanto gravi, quali l’esodo dalle campagne, la carenza dei parroci, l’incuria e il disinteresse di alcuni verso questi valori. Si assiste, dunque, giorno dopo giorno, a continui saccheggi da parte di ignoti per realizzare illeciti guadagni, e giorno dopo giorno, le chiese abbandonate cadono sempre più in rovina. L’ultimo atto di questa tragedia sarà la progressiva scomparsa delle stesse? Si può fare ancora molto per salvare questi valori e questo può avvenire attraverso una campagna di sensibilizzazione e di informazione capillare da parte degli enti maggiormente interessati, ma un contributo importante può essere portato anche dal privato cittadino. A questo fenomeno davvero allarmante che minaccia seriamente il patrimonio artistico mugellano e alto mugellano, si è cercato di fare molto in questi ultimi anni, creando musei, restaurando chiese romaniche, rinascimentali e barocche; restaurando arredi e pitture, e molte di queste opere sono state mirabilmente restituite alla pubblica fruizione. Ma quanto resta da fare? Molto. La strada da percorrere è in salita, tortuosa e piena di buche. A queste ultime si potrebbero paragonare gli ostacoli di ogni genere che si frappongono fra i cittadini desiderosi di realizzare e le chiese o le opere stesse. Troppe pastoie burocratiche! Talvolta c’è perfino difficoltà a spendere i soldi che sono stati stanziati. Già, il ritornello è lo stesso: carenza di personale specializzato, difficoltà a reperire ditte e maestranze affidabili e competenti, ecc. ecc., e i soldi rimangono lì, e magari tornano al ministero che li aveva, dopo tanta fatica, assegnati. Ma non dobbiamo disperare. Il popolo mugellano e alto mugellano, che non si è abbattuto a seguito di cataclismi tellurici, pestilenze, guerre di ogni genere, non si lascerà prendere dalla disperazione. Giotto, Beato Angelico, Andrea del Castagno, tanto per citare alcuni grandi artisti mugellani, con le loro opere, con il loro ingegno, saranno testimoni di una rinascita culturale, spirituale nei confronti di questi grandi valori rappresentati dalle chiese del nostro territorio.

Foto n. Con la guerra tutto andò distrutto a Firenzuola

L’ANTICA PIEVE DI FRENA IN ALTO MUGELLO

Questa di Frena è una zona bellissima dove il passato riposa indisturbato da secoli. Dal Medioevo a oggi poche sono le cose che sono cambiate a cominciare dalle stradine strette e polverose che si inerpicano sulle montagne; dalla vegetazione ancora dominata dal castagno, dal nocciolo, dalla quercia; dalle casette degli agricoltori con i tetti dagli spioventi molto aguzzi e formati non da tegole e embrici, ma da lastre di pietra serena. E’ un mondo questo ancora incontaminato, che se non avesse conosciuto le ferite distruttive dell’ultima guerra, che da queste parti è stata particolarmente violenta, noi avremmo avuto ancora oggi uno spaccato di vita medievale.

Foto n. 54 La facciata della Pieve di Frena

Testimoniano ancora di questo periodo gli antichi mulini che si trovano presso i fiumi del fondovalle,i tabernacoli che si trovano un pò ovunque: sulle strade, presso i fontanili, ma anche sopra i portali delle case, dalle più povere alle più ricche, le cosiddette case padronali . Le architetture poi ti rimandano a uno stile che di Toscano ha ben poco. Basta guardare il piccolo abitato di Virli, che si trova qui nei pressi, e vedi un mondo che lo ritrovi magari nelle tele del Bruegel, nelle incisioni del Duerer, e ti sembra strano di ritrovarlo qui nell’Alto Mugello. Ma questa è anche una terra di grandi contrasti: a un paesaggio così antico e incontaminato si contrappone un’altra realtà che è in netto contrasto con la prima. Parlo delle cave di pietra serena, che lentamente erodono i profili delle montagne, parlo dei grandi lavori di scavo e dei grandi cantieri per la costruzione della ferrovia Firenze-Bologna in galleria, che hanno modificato profondamente l’ambiente, che in taluni casi gli hanno fatto perfino violenza arrecando ferite difficilmente rimarginabili. Questo territorio andava tutelato, magari si doveva creare un parco naturale che salvaguardasse il paesaggio, la fauna, la flora, i fiumi e la storia millenaria. Ma “revenons a nos moutons”, come dicono i francesi, cioè torniamo all’argomento Frena. L’origine del nome è controverso. Studiosi quali il Tagliaferri e altri lo fanno risalire ai Freniti, popolo ligure, che si era insediato in questi luoghi prima degli Etruschi. Altri, quali il Pieri, il Francovich e altri lo fanno derivare dagli Etruschi che qui anch’essi avevano i lolro imporatnti insediamenti. Basti pensare alle antiche strade di comunicazione, che passando da questi luoghi collegavano Fiesole e Arezzo a Marzabotto (l’antica Misa etrusca) e Felsina, l’odierna Bologna. Ma collegamenti esistevano anche verso la Romagna, fino a raggiungere i porti di Spina sull’Adriatico. Torniamo a Frena. Questa Pieve ha conosciuto un periodo di splendore massimo nel periodo che va dal sec. X alla metà del secolo XIII. Questa doveva essere una Pieve importantissima a giudicare dalla sua giurisdizione che arrivava alla Casetta di Tiara e confinava, attraverso i monti, con San Michele a Ronta. Vicino alla Pieve c’erano due importantissimi castelli degli Ubaldini, uno sul Monte Frenario a qualche centinaio di metri dalla Pieve, l’altro sul dirimpettaio colle chiamato Poggialto. Ma vediamo perchè questa zona era così importante nell’alto Medioevo. La zona era interessata dal passaggio di strade importantissime e la Pieve era situata su una di queste. Due strade di crinale o di mezza collina seguivano il percorso del Santerno verso la Romagna in direzione W-E, un’altra che lambiva quasi la Pieve attraversava il territorio S-N per portarsi a Piancaldoli. Per fare un’esempio con la realtà di oggi si può dire che queste importantissime arterie si potrebbero paragonare alle nostre trafficatissime autostrade, con la differenza che allora si viaggiava con asini, muli e cavalli. La Pieve aveva due chiese suffraganee, cioè due chiese ad essa dipendenti e queste erano San Niccolò a Poggialto e San Pietro a Lusciano che si trovava nel territorio dell’Abbazia di Moscheta. Lo storico Calzolai afferma in Chiesa Fiorentina che la Pieve aveva come suffraganea anche S. Pietro a Santerno, che era ubicata sulla sponda opposta del Santerno. Questo sinceramente mi sembra poco verosimile, penso che sia stata fatta un poco di confusione fra San Pietro a Santerno e San Pietro a Lusciano. La chiesa invece di San Niccolò a Poggialto, ha continuato a esistere fino alla meta del sec XVII. Abbiamo testimomianza di ciò, in un architrave sull’ingresso dell’attuale canonica, proveninente dalla distrutta chiesa di Poggialto, datato 1621.

Foto n. 55 Tabernacoletto a Frena

Nei pressi della Pieve esisteva pure un ospedale per i pelligrini, come ci dice il Tagliaferri, nel luogo ove oggi c’è un antico palazzo detto il Palazzaccio, e si chiamava San Salvatore a Frena. La studiosa Franchini, della quale ho potuto esaminare una sua ricerca per una tesi di laurea, ricerca depositata presso la Pieve di Cornacchiaia, afferma che i viandanti potevano fermarsi nell’ospedale fino a tre giorni (anche se non malati) e, partendo, il monaco ospedaliero doveva insegnare loro la via poichè molti a quei tempi si smarrivano. Ma tanta importanza, tanto splendore raggiunto dalla Pieve comincia ad affievolirsi come un astro che lentamente cessa di brillare
.

Foto n. 56 Il campanile della chiesa di Frena

Tanto è vero che nella Decima Pontificia del 1276 non si parla più di Pieve e la chiesa è semplicemente dichiarata: “Ecclesia sancte Marie de Frena”. E’ probabile che a seguito della maggiore importanza assunta dalla strada della Ca’ Bruciata (anticamente detta dello Spedaletto), che congiungeva le Pievi di Cornacchiaia con quella di Sant’Agata in Mugello, parte della popolazione che viveva arroccata sui monti, si sia spostata nella zona di maggiori traffici e mercature che era allora rappresentata da Cornacchiaia. Il Borgo di Cornacchiaia era diventato importantissimo; oltre a luogo di mercato, esistevano alberghi e alloggi per i pellegrini, botteghe di fabbri ferrai, spadai e si calcola che la popolazione del Borgo aveva raggiunto circa 1000 abitanti, cifra notevole per quel periodo. Ecco quindi che l’ex Pieve di Frena, pur mantenendo il Fonte Battesimale, diventa suffrraganea di un’altra Pieve che è quella di Cornacchiaia. Ma è giunta ormai l’ora del ritorno. Mi congedo con un velo di tristezza da questi posti che hanno conosciuto tanta storia e do un’ultima occhiata allo stupendo panorama di Firenzuola. Un’altro giorno è andato! Ma è stato un giorno pieno e mi ha arricchito dentro, per la campagna, la natura, la storia, l’arte, l’umanità di questa gente. La macchina ormai procede silenziosa fra i castagni e i noccioli. Non ci sono più gli Ubaldini, ricompare alla vista il mondo di oggi, le strade asfaltate, i lavori per la ferrovia, e i camion che si sono fermati per una protesta dei cittadini a salvaguardia delle falde acquifere del loro territorio. E’ un’altra guerra questa, una guerra più pacifica fatta dalla popolazione contro un colosso che vuole deturpare e inquinare il loro ambiente, ma è una guerra giusta. Siamo nel XXI secolo, un secolo che dovrà essere molto importante per il progresso, la ricerca scientifica, ma anche un secolo che dovrà vedere impegnata le popolazione in una lunga e dura lotta per la salvaguardia
dell’ambiente.

LASSU’ DOVE OSANO LE CAPRE

Giovanni, 93 anni e Natalina, 92 anni, abitano al Marzocco di Firenzuola, nei pressi di San Pellegrino. Li ho trovati per puro caso. Ho seguito un cartello che indicava questa località Il Marzocco: mi ha attirato soprattutto il nome.

Foto n. Giovanni e Natalina

Però fatto un breve tratto di strada ho pensato che sarei dovuto tornare indietro, poiché davanti a me si parava la muraglia delle montagne aspre e maestose, accessibili solo alle capre. Con grande meraviglia ho visto invece che la stradina proseguiva, costeggiando imponenti cave di pietra serena e un torrente che scorreva giù a fondo valle. La mia auto ha dei sussulti, quasi non ne voglia sapere di andare avanti, proprio come fanno i muli quando si impuntano e non hanno voglia di procedere. Invece di dare una bella frustata, metto la prima, e la mia auto ricomincia a scorrere silenziosa fra boschi e precipizi.

Foto n. La cappellima al Marzocco

Arrivo ad un certo punto e sulla mia destra, vedo uno di quei capannotti che servivano ai pastori per ripararsi dalle intemperie quando portavano le greggi di pecore a pascolare su questi monti. La strada si inerpica sempre di più e dal basso vedi lo snodarsi della strada che porta fino alla cima della montagna.

Foto n. 60 Marzocco – Interno della Cappellina

Ogni tanto si sentono forti boati seguiti da un rumore assordante di rotolamento di pietre. Sono gli unici rumori che riesci a percepire in questa vallata ai quali seguono lunghi intervalli di silenzio. Ma a un certo punto il silenzio è rotto da un canto di un pastore. che, con molta tranquillità, scende la strada a piedi. Mi rinfranco da questa presenza umana e arrivato a un bivio, vedo una sorgente di acqua ed una casa poco più distante. Voglio vedere se la casa è abitata e con mia grande meraviglia mi viene incontro un vecchio signore, appoggiandosi appena su un bastone. E’, appunto, Giovanni, che ha accanto a se un simpatico canino. Poco dopo arriva anche la moglie, Natalina.

Foto n.– Spuletto raro attrezzo per sbucciare le castagne

Tutti e due dimostrano una grande vitalità nello sguardo, ma non solo. Di lì a poco mi raccontano una di quelle storie che io andrei anche in Cina per sentirmele raccontare. Mi reputo fortunato di aver preso “per i capelli” uno spaccato di vita così importante che sta per sparire definitivamente da questo territorio. Giovanni e Natalina si sono amati e si sono amati tanto e per tanto tempo. Mentre Natalina mi dice questo, Giovanni senza inibizione le accarezza la mano appoggiata sul suo bastone. La casa dove abitano era anche la casa del babbo che di mestiere faceva il fabbro e il mugnaio, ma faceva anche l’agricoltore. Mi fa vedere dove era la sua bottega.

Ci sono ancora gli attrezzi che lui usava per forgiare utensili, aratri e quanto altro serviva per le conduzione del podere e del molino. Questo molino si trovava sotto Prosezzo, una località nella zona, e fu venduto negli anni ’40 per 1000 lire. Le risorse della famiglia arrivavano anche dai marroni. Ma come si sono conosciuti Giovanni e Natalina? Si sono conosciuti frequentando a San Pellegrino la scuola elementare, fino alla terza classe, negli anni 1915-1920 circa. Da allora non si sono più persi di vista. E’ sbocciato poi l’amore e nel 1936 si sono sposati, e ci tengono a dirlo, sia amano ancora. Hanno avuto dei figli.

Foto n. – Seccatorio per le castagne

Ma Natalina non si è limitata ad accudire i figli. Alla mia domanda se ha lavorato anche lei si è messa a ridere. “Certo che ho lavorato! Tante volte con un bambino in collo a badare le bestie, e, durante il fronte ero rimasta da sola”. In questa zona la guerra è stata molto dura. Queste montagne erano battute sia dai partigiani che dai nazi-fascisti che erano posizionati in località Bastia, in cima al monte, al confine con Palazzuolo. Ma il signor Giovanni non ama parlare di questo periodo: “E’ stato un periodo troppo brutto” – mi dice. Poi mi fa vedere la sua casa e gli annessi. Prima il seccatoio dei marroni. Questo piccolo edificio in muratura, con il tetto a lastre, è composto dalla parte inferiore dove fanno il fuoco. La legna da ardere deve essere di castagno, altrimenti la farina di castagne diventa amara. Sopra c’è un graticcio o una rete dove vengono distesi i marroni. Il fuoco va coperto con la “lolla”, che sarebbero i gusci dei marroni e va fatto ardere notte e giorno per 40 giorni. Anche la notte, prima di andare a letto, bisognava controllare il fuoco. Il signor Giovanni possieede una delle prime macchine per la battitura dei marroni, questa serve per separare la buccia dal marrone. Le castagne vengono così “spulate”, cioè vengono fuori belle e pulite. Poi mi fa vedere il forno. Questo è di forma circolare all’interno, rivestito di mattoni, e anche il piano è di mattoni. Il coperchio di chiusura è in pietra e andava stretto bene altrimenti il pane non si cuoceva. Sopra lo sportello del forno un camino convoglia il fumo in uscita. C’è,su un angolo della casa, una meridiana antica, molto interessante, con i numeri romani e questa era il loro orologio. La casa dove abitano ha ancora i pavimenti in lastre, come pure il tetto. Sia la casa che gli annessi si aprono ad arco e, a lato della strada, una mulattiera che conduceva a Palazzuolo, c’è una chiesina, che probabilmente è molto antica. All’interno vi è una copia della Madonna di Boccadirio. Questo era un tratto di strada molto antico e molto importante, che univa San Pellegrino a Palazzuolo passando per la Valle del Ceppeto. Ma le sorprese non finiscono. A circa 100 metri dalla chiesina c’era un antico Convento che si chiamava “Casa del Solano”, adesso in quel posto ci sono dei ruderi e una prunaia. Purtroppo di questo convento non sono riuscito ad avere notizie. Giovanni mi fa infine vedere la legnaia. Questo annesso in muratura ha come caratteristica una porta centinata, cioè ad arco, fatto di legno di castagno. Lasciando quel posto, affido alla Madonna di Boccadirio, titolare della chiesetta, Giovanni e Natalina, augurando loro di vivere ancora a lungo, amandosi teneramente.

LE SFORTUNE DI CASTIGLIONCELLO

Quel paesino posto al di là del fo+iume Santerno, ha esercitato dentro di me sempre un grande fascino. Sarà quel campanile che svetta silenzioso, saranno quelle poche case in parte diroccate, sarà la sua posizione arroccata, sarà il suo inserimento mirabile nel paesaggio montuoso.

Foto n. L’antico borgo di Castiglioncello

Ho chiesto spesso alle persone del posto notizie di quel paesino, ma la risposta era sempre la stessa: è Castiglioncello, ma è un paese disabitato, volendo quasi sottolineare questo “disabitato”, come un qualcosa di ineluttabile, di misterioso. Ma allora e ancora oggi spesse volte mi sono chiesto come un paesino così affascinante si sia spopolato completamente. Il paese mi passa sotto la mia immaginazione come le immagini di un film, e dire che qui a Castiglioncello un film è stato girato anni indietro sulla Linea Gotica, film che poi fu presentato a Cannes, senza successo. Mi pare nella mia immagimnazione di vedere un brulicare di persone, gente che va e viene chi con i muli chi con i somari. Chi porta la legna, chi è intento nei lavori più vari; le donnine che sono affaccendate a fare il pane, le nonne che filano la lana davanti all’uscio di casa con i loro vecchi telai, ora pezzi appetibili per il mercato antiquario; il sacerdote che si prepara alle funzioni religiose; un gatto che miagola, un maiale che biascica nel trogolo, un cane che abbaia in lontananza, un tintinnìo di campanelli, le pecore che rientrano nel loro ovile. Sarebbe davvero un bel posto, ma non c’è niente di tutto quello che ho descritto. Ma come si fa ad abbandonare un paesino così bello? Ma neanche ci fosse stata la peste bubbonica. C’è stata invece una forte emigrazione verso la Germania e altri paesi europei agli inizi del ‘900, ma questo non è abbastanza per avere un vuoto così pauroso. In tanti paesetti come questo, la presenza umana, seppure rarefatta è sempre tuttavia rappresentata da una o due famiglie che hanno resistito, che non hanno volito lasciare il paese. Spesso e volentieri anche in altri paesini della zona, si trovano persone anziane che dicono e affermano di essere nate lì e di voler morire in quel posto. Ma questo paese è allora stregato? A guardarlo non si direbbe. E’ successo qualcosa di strano nel passato? Ebbene sì qualcosa di strano è successo verso la dine del 1700. Due anni dopo che la rettoria di Caglioncelli fu staccata dalla Diocesi di Imola, nel 1786, il campanile della chiesa vecchia fu colpito da un fulmine che lo fece cadere, lo fracassò tutto, entrando in chiesa attraverso il muro sopra l’uscio dell’altare. Un altro fatto: nel 1821, nella stessa chiesa provvisoriamente restaurata vi sostarono per oltre due mesi soldati granducali per vigilare sul confine toscano, e la ridussero in condizioni deplorevoli. La chiesa vecchia di Castiglioncello non era stata costruita entro le mura del castello, bensì a circa 300 metri dal paesino fortificato. Ho ritrovato un documento, o meglio una mappa, all’Archivio di Stato di Firenze che comprova con sicurezza l’esistenza e l’ubicazione di detta chiesa e altre cose. Si tratta di una pianta del 19 agosto 1788; chi la vuole visionare può farlo tenendo conto che si trova in “Carte Moderne 16- Sez XII, Vicariato Regio di Firenzuola, anno 1788”. Da questa pianta notiamo che la chiesa vecchia si trova all’altezza della grande ansa che forma il fiume Santerno , proprio nel punto, in linea d’aria, dove si immette un torrente detto Rio della Canaglia. E’ interessante notare che dall’altra parte della riva, proprio nel punto in cui confluisce il rio Canaglia, vi è il disegno di un’altra chiesa, corripondente alla chiesa abbandonata di Santa Lucia. E’ probabile che in questo punto, vi fosse un rudimentale ponte o un guado per atttaversare il Santerno, ma di questo non mi è stato possibile reperire alcuna informazione. Altri documenti ho rintraccito all’ASF, che riguardano l’abitato di Castiglioncello verso la metà del 1600. Uno di questi si trova nello Statuto delle Comunità soggette di Firenzuola alla data 1656 o 1686 (la data era un po’ abrasa dal tempo). In questo docummento risulta che la Comunità di Castiglioncello faceva parte della Comunità di Monti nel Vicariato di Firenzuola. Il documento in oggetto parla di 45 capi-famiglia appatenenti ai due popoli che si sono riuniti (spontaneamente, dice il testo) nella Chiesetta di Monti per discutere un odg (ordine del giorno) piuttosto curioso: mettere le capre off-limits (bandire) nei marroneti e nei frutteti della comunità nel periodo ottobre-novembre, vale a dire nel periodo della raccolta dei marroni. Tale divieto viene esteso ipse iure anche alla comunità di Bordignano. Questo provvedimento si era reso necessario per impedire alle capre di arrecare danno all’interno delle marronete, quando i contadini avevano predisposto il bosco per fare un buon raccolto. E si sa, i marroni, all’epoca erano di vitale importanze per l’alimentazione di quei popoli, tanto da definirli la “farina dei poveri”. Ma un’altra “sfortuna” doveva colpire l’abitato di Castiglioncello. Da questo paese, passava ab immemorabili, e certamente dal medioevo una delle due importantissime strade che costeggiavano il Santerno: una sulla riva sinistra e l’altra sulla riva destra; entrambe portavano nella Romagna. Ma già verso la metà del 1700 una mappa della metà del ‘700, indica che la strada è diventata una sola: questa da Firenzuola giunge aalla Pieve di Camaiore, attraversa il fiume in questo punto e proseguendo verso Tirli, dalla parte opposta del fiume, escludendo così, irrimediabilmente, il nostro abitato di Castiglioncello. Ecco quindi, come è capitato tante volte nella storia, anche di recente, che quando un paese non è più “servito” da un importante strada di comunicazione subisce inevitabilmente una involuzione, tanto importante, tanto era l’importanza della strada che lo attraversava. Oggi il paesino di Castiglioncelli, sembra guardare giù nella valle con fierezza, avendo alle spalle secoli di storia, ma anche con tristezza e quasi invitando i passanti a trascorrere un’ora dentro il suo borgo, una volta fiero castello fortificato. Ma Castiglioncello non è morto, il paese è solo addormentato e attende con ansia che risuoni fra le sue mura il martello del muratore, non per demolire ma per restuarare, come un malato attende l’intervento di un medico. E c’è chi già pensa di risentire il dolce suono delle campane suonare a festa per un ritorno alla vita del paese, interrompendo così, e per sempre, l’atavica “sfortuna” del paese di Castiglioncello.

LE “STRAMBERIE” DI DONATO DONATINI

Donato Donatini, poeta, valente fabbro artigiano, e perché no, Archimede Pitagorico: a lui si deve l’invenzione della trebbiatrice scomponibile e altri marchingegni. La maggior parte delle persone, specialmente i contadini e i vecchi mugellani, lo conoscono appunto e soprattutto per quella sua invenzione della trebbiatrice brevettata “modello Donatini”, che ben presto doveva essere però soppiantata da invenzioni più moderne. Pochi invece lo conoscono invece come poeta, e ancora meno lo conoscono come uomo.

Foto n. 63 Donato Donatini

Sentiamo come Donatini dà una definizione di se stesso in una sua poesia, o meglio in una sua stramberia, scritta nel 1946, per Santa Lucia, scritta a suo nipote Giuseppe Alpigiani, avendogli mandato una paletta per sbraciare il fuoco del suo calderone: “la fece un pazzerel ch’era mio zio”. Si definiva quindi un “pazzerello”, ma nel senso buono del termine, come è di moda dire da quelle parti della Romagna Toscana. E’ poi chi si definisce pazzerello sa benissimo di non esserlo. In effetti, però, Donato aveva un carattere poliedrico, un po’ irascibile, un po’ alla Braccio di Ferro dei fumetti. Tempo fa ebbi modo di parlare con la nipote Donatella Donatini, che abita a Firenze e che gentilmente mi fece avere un dattiloscritto di molte pagine con le poesie del nonno; e fu lei appunto a dirmi che: “mio nonno ce l’aveva un po’ per tutti”. In effetti è proprio così. Ce l’aveva perfino con il suo amatissimo cugino sacerdote, parroco di una chiesa del Mugello, presso il Monte Giovi, che gli aveva fatto una promessa, non mantenuta, e cioè quella di mandargli l’olio nuovo del raccolto del suo podere:

Se ancora aspetto ad unger i fagioletti nuovi
con l’olio squisitissimo del Monte Giovi,
cugino compatiscimi se te la dico bella
non prenderò con quei la ca…..la.

Ma Donatini sa anche essere cortese, galante, soprattutto con la signorina O.N., insegnante a Piedimonte, verso la quale nutre stima e simpatia. A lei dedica una piccola poesia nella quale si dice piacevolmente sorpreso di aver ricevuto una sua cartolina:

…nulla si potrà paragonare
alla sorpresa mia di ier mattina
allor che un fatto dovei constatare.
Verso le dieci mi chiamò Begné
e consegnandomi quella cartolina
ch’ella scriveva indirizzata a me…

Ma non solo alla maestrina di Piedimonte Donatini doveva pensare mentre era accalorato nel battere con il suo maglio il ferro rovente, nella sua bottega di fabbro. E’ del 1928 una quartina indirizzata alla signorina G.S. in risposta ad una cartolina illustrata con la scritta:

“Saluti freshi freshi (sic)”:
Io di saluti gliene mando mille
caldi come il mio ferro quando bolle
e sotto al maglio quai filanti stelle
di notturno seren sprizza faville

Sempre alla stessa Signorina G.S., nel 1930, Donato invia 6 uccelletti arrosto, in dono, e li accompagna con una sua poesia:

Signorina carissima – ricambio come posso
con 5 uccelli piccoli – ed uno un po’ più grosso
le cortesie molteplici – che sua madre mi fa.
Sono quasi certissimo – ch’ella fra se dirà:
“Che offerta meschinissima – sei miseri uccellini
per tre donne ed un uomo – e poi così piccini,
esser almen dovevano – una buona dozzina
per saporir com’erano” – Si calmi signorina.
L’ottobre è qui a due passi – un mese non c’è più
allor crescerò il numero – ne manderò di più.
Gradisca intanto questi – benché cosa piccina
e se più ne desidera – mia bella Signorina,
salga con me al capanno – il mese che verrà,
allor potrà scegliere – numero e qualità.

In questa poesia noi scopriamo le passioni ardenti di Donato, vale a dire: le belle signorine del luogo e la caccia. Egli praticava soprattutto la caccia al capanno, con il richiamo, usando fucili che egli stesso si costruiva. Quest’arte, in particolare, quella di costruire armi da caccia, l’aveva appresa lavorando in gioventù e per un breve tempo, tormentato da mille passioni, presso un Mastro armaiolo, a Casaglia, un paesino in cima al Passo della Colla, sulla strada per andare a Marradi. In una poesia dedicata la figlio del 1930, lo ragguaglia di come sta andando la caccia, elencandogli il numero e le specie degli uccelli catturati:

…Non ti numero i frusoni
animal così minchioni
che si buttan poverini
come fosser lucherini
tant’è vero che ieri all’otto
ne avevo presi digià otto…

Ma Donatini non ama solo le donne e la caccia, quando egli è nella propria casa ama la famiglia ed è tenero con i nipoti. Alla nipotina Donatella dedica una poesia:

Donatella è una bambina
bianca, rossa e ricciolina
che sta dentro quella gabbia
rassegnata e senza rabbia….

Ma Donato qualche volta è anche un po’ sbarazzino, un po’ curiosone e se la prende con le signorine civettuole interessandosi, ad esempio, di quello che fa la mestrina di Piedimonte (sulla quale pure lui aveva gettato un’occhiata interessata), con il Daziere, i quali stanno spesso e volentieri un po’ nascosti in un angolo del paese:

…. Che cosa pensa o signorina
col rettor del daziario movimento?
Sogna forse venir la sua sposina?
o cerca con lui l’abbonamento
per poter sdaziar quella cosina
e cederla poi dopo a piacimento?

Ma gli anni passano, anche per Donatini, e gli acciacchi arrivano inevitabili, ma egli non perde tuttavia quella “verve”, quel suo modo scanzonato di interpretare la vita, che lo ha caratterizzato in tutti quegli anni:

Le gambe fan fatica a camminare
e gli occhi si rifiutan di vedere
e le orecchie non voglion più ascoltare.
Tali difetti ormai manderei giù
ma una cosa mi pesa e pesa assai
che certa molla mia non tiri più.

In una poesia scritta all’amico G. redattore del giornale “I piò cazzaz” di Ravenna, che avrebbe dovuto pubblicare nel suo giornale uno scherzetto poetico:

…Se a pubblicar la mia strampaleria
fo cosa grata e scevra d’ogni male,
sarebbe però gran scortesia
non mandarmi una copia del giornale
Sicchè spero che si ricorderà di me
quando il giornale stampato avrà.

Concludiamo con una poesia intitolata “Atto di fede” che il Donatini aveva dedicato a suo cugino Don Giuseppe, Pievano di San Martino a Scopeto in Mugello, il quale gli aveva dato certe pasticche che lo guarirono dalla tosse:

Io credo in Dio padre onnipotente
Creatore del cielo e della terra;
ma credo più quando la tosse afferra
della pasticca alle virtù possenti.

L’OSTERIA BRUCIATA NELL’APPENNINO TOSCO-ROMAGNOLO

Firenzuola: “il bel paese che il Santerno bagna e parla tosco in terra di Romagna”. Quanto detto intorno alla lingua si riferisce solo alla zona di Firenzuola, che divenne nel XIV secolo un avamposto, quasi una colonia della Repubblica Fiorentina nella sua politica di espansione verso il contado. Nel Medioevo, più precisamente nell’Alto Medioevo, gli Ubaldini avevano un feudo, molto esteso, che da queste zone attraversava l’Appennino e giungeva in Mugello fino alle porte di Firenze.

Foto n. Il passo dell’Osteria Bruciata
vista dal Crniolo

Per questa ragione, per secoli, questo territorio è stato chiamato l’”Alpe degli Ubaldini” (in passato anche gli Appennini venivano chiamate Alpi). Quella degli Ubaldini era una famiglia molto ricca, quasi sicuramente discendente dei Longobardi, che nel corso dei decenni e secoli avenire, per essere stata fedele ai regnanti, si era vista confermare e anche ampliare il proprio territorio, cioè, come si diceva allora, il proprio “podere” o feudo. In questo feudo una strada importantissima attraversava tutto il territorio, da Pieve a Pieve, una “direttissima” come la chiameremmo oggi che andava dalla Pieve di Cornacchiaia alla Pieve di Sant’Agata. Presso queste due località si trovavano due importanti castelli: La Giandolea e Ascianello. A Cornacchiaia iniziava questa strada così importante che portava a Ospedaletto, detto poi Osteria Bruciata, e a Sant’Agata in Toscana.

Foto n. Il Sig. Geroni di Cornacchiaia

Il castello detto della Giandolea sorgeva a lato del Monte Gemoli e dominava tutta la piana di Firenzuola ed era posto alla sommità del Monte Gemoli. Sul luogo restano ruderi imponenti e una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana. Un portale molto antico è invece impostato sulla facciata di un antico rudere posto sulla strada che conduce al castello. L’antico borgo di Cornacchiaia, quando ancora Firenzuola non esisteva, era un importante centro medievale e luogo di mercato.

Foto n. Cornacchiaia – Tabernacoletto

Il paese, popolatissimo per quei tempi, possedeva botteghe di fabbro, maniscalco, armaiolo ed era dotato di attività ricettiva quali osterie e taverne. Nella parte superiore del paese esisteva un’altra rocca con funzione di gabella che si chiamava Rocca o Castello di Rio Cornoclario. La chiesa è più in basso: San Giovanni Battista decollato, indizio questo che conferma la vetustaà dell’edificio.

Foto n. Rudere sulla Giandolea

La tradizione vuole che la chiesa fosse costruita in un luogo dove volavano molte cornacchie. Prima della Pieve, come la vediamo nelle forme attuali, c’era un’altra chiesetta molto più antica e orientata diversamente che anche adesso si vede inglobata nella struttura della chiesa attuale. La Pieve, come la vediamo adesso, ha molte affinità con la Pieve di Sant’Agata e si potrebbe quasi chiamare gemella e risale probabilmente agli inizi del XII secolo.La strada per Osteria si inerpica decisa e si trovano subito due interessantissimi paesini medievali: Le Latre e Faeto. Poi ancora la salita e si giunge a Fonte Manzina: qui sul passo ci sono i resti di un altro castello detto di Fonte Manzina. Qui a Fonte Manzina, ancora una decina di anni fa, e prima che certi lavori agricoli modificassero il terreno, si trovavano i resti del selciato della “Strada Romana” (così la ricordano, da generazioni, gli abitanti del luogo). Questa strada si ricongiungeva presso il Passo della Raticosa con la Via Flamenga o Flaminia minore che conduceva nell’attuale Romagna (Flaminia al tempo dei Romani). Torniamo all’Osteria Bruciata e chiediamoci perché si chiama così. E’ una storia oscura, truce, di quelle raccontate dai nostri nonni, che fa venire la pelle d’oca. Non sappiamo quanto ci sia di leggenda e quanto di verità, pare tuttavia, che i questa Osteria venisse cucinata carne umana e servita agli ignari viandanti e per questa ragione fu data alle fiamme. Dopo questa località la strada discende verso Riarsiccio, Retini e in breve si arriva a Montepoli. Qui, sul tracciato, si trova la chiesa di Montepoli sul cui portale si può ancora vedere lo stemma degli Ubaldini: un cranio di una cerva che con le corna sorregge uno stemma crociato. La chiesa è situata molto vicino al castello di Montaccianico, poi divenuto proprietà del Cardinale Ottaviano degli Ubaldini. Scendendo ancora si trova il castello di Scianello o Ascianello fatto oggetto di studi da parte della Soprintendenza Archeologica, una ventina di anni fa. Questo si trovava proprio sull’antica strada a circa un Km. dalla Pieve di Sant’Agata e anche questo castello aveva funzione di Gabella. Si arriva all’abitato di Sant’Agata e finalmente alla Pieve. Che splendore questa chiesa mugellana! Ha delle caratteristiche particolari: le capriate di copertura del tetto poggiano direttamente sulle colonne anziché poggiare sugli archi delle navate. La chiesa antica era più piccola, con abside semicircolare rivolta a Sud-Est. Presso la Pieve esisteva uno Spedale nel quale il viandante, dopo aver attraversato l’Appennino, stanco e affamato, forse impaurito, trovava chi gli dava conforto e lo rifocillava e gli dava da riposare ritemprandolo per affrontare il nuovo cammino. Termina qui questo affascinante itinerario che potrebbe essere definito la “direttissima” del Medioevo e collegava la Romagna alla Toscana e viceversa, passando per luoghi, seppur aspri, ma di una bellezza e di una emozione incontenibile.

LETTERE D’AMORE FRA DINO CAMPANA E SIBILLA ALLERAMO
Sibilla, una “femminista” ante-litteram. Dino, un uomo, un poeta, discriminato nel proprio paese d’origine: Marradi.

Come l’assassino torna spesso sul luogo del delitto, così chi ama intensamente una cosa, una persona, una poesia, sente il richiamo del ritorno. Ammetto che il paragone è un po’ forzato poiché in questo caso l’assassino non c’è, anzi, proprio il contrario. Se d’assassinio si vuol parlare, dobbiamo parlare allora di uccisione di un amore, o meglio eutanasia di un rapporto amoroso, talmente intenso e breve che ha condotto un uomo alla pazzia. Mi riferisco a Sibilla Alleramo, giornalista, scrittrice, donna impegnata, anzi una delle prime femministe del secolo che ci ha preceduto, e, naturalmente, del poeta marradese Dino Campana. Di lui ci affascina la sua poesia, i suoi racconti, brevi ma intensi, che hanno la forza dei nostri dipinti più famosi del periodo dei Macchiaioli, ma anche degli Impressionisti.

Foto n. Osteto – Rustici

Quando Campana ci descrive la città, le strade, le case, le terrazze, le balaustrate, le “cocottes”, subito pensi a Signorini a Lega a Fattori ma anche a Toulouse Lautrec a Manet e ai loro quadri che sono esposti nei maggiori musei del mondo. Ma chi era Sibilla Alleramo? Diciamo subito che il suo vero nome era Rina Faccio proveniente da una famiglia benestante del Nord Italia, caduta in disgrazia. Rina Faccio era di idee socialiste, e religiosa, anche se alla sua maniera. Era una donna di idee molto libere: ha vissuto storie d’amore con più amanti, senza per questo sentirsi minimamente in colpa.

Foto n. Osteto – Antiche abitazioni

L’amore per lei valeva più di qualsiasi cosa e per questo, lei, donna fragile e raffinata, era pronta ad andare a cercarlo anche nei monti più sperduti dell’Appennino mugellano, nei pressi di Rifredo, di Casetta di Tiara, di Palazzuolo. In lei prevaleva il sentimento e non può essere considerata una donna di facili costumi. Dopo un attimo di titubanza e di scetticismo, decide di incontrare Dino, proprio su quei monti a lui tanto cari. L’amore che sboccia fra i due è stato raccontato ormai in moltissime pagine si storia letteraria: è stato un amore travolgente, passionale, talmente intenso che è finito in breve tempo, nel giro di un anno, ma in questo anno si è condensato tutto l’amore di una vita. Analizziamo ancora più da vicino Rina Faccio in arte Sibilla Alleramo. In una lettera a Campana Sibilla dice: “Caro Campana, sono vicina a San Francesco perché, nata signora, mi son spogliata via via di molte cose, felice d’esser povera ignuda”. Questo “francescanesimo” di Sibilla ci aiuta a capire meglio anche le sue idee politiche. Essa, alla sua morte, lasciò in testamento tutto il suo archivio al Partito Comunista Italiano, che troverà poi posto presso L’Istituto di Studi Gramsciani. Dicevamo, Sibilla, è anche giornalista, ma, un po’ per modestia, un po’ per insicurezza di sé, non dà troppa importanza ai suoi articoli e a quello che scrive in genere.

Foto n. Panorama dalla Faggiola

Sempre nella stessa lettera Sibilla dice: “Vi mando (a Campana, si rivolge ancora con il voi) qualche mio vecchio articolo: giornalismo, non altro….Volevate il mio ritratto, e invece vi mando delle parole, stampate!”. In realtà, in cuor suo, Sibilla dà un’importanza enorme a questi scritti che lei definisce “giornalismo, non altro”. E’ probabile che essa cerchi un modo di stimolare Campana, anch’egli poeta e letterato, a dare un giudizio sincero sui suoi scritti. Campana risponde a Sibilla e la invita a raggiungerlo al Barco presso il Giogo di Scarperia (o di Firenzuola): “Qui, è la vera montagna, la vera campagna dei solitari….sarei felice se potessi farvi partecipe di questa mia ammirazione per questa linea severa e musicale degli Appennini….” Sibilla crede più nell’amore, nei rapporti interpersonali, che nei panorami, tanto cari a Dino. In una breve nota, verso la fine della storia d’amore, che Dino scrive a Cecchi da Casetta di Tiara, Sibilla telegraficamente verga di suo pugno la seguente nota, a fine pagina: “Tra i falchi, Sibilla”. Ancora Sibilla che scrive in una lettera del 1916 a Dino: “La solitudine ed io siamo buone compagne (è una bugia)…la malattia mi fa orrore, la mia santità non arriva fino ad accettare l’infermità…”.

Foto n. Marradi – Un vicolo pittoresco

Nella lettera di risposta, Dino, che scrive in francese, un po’ per “sciccheria” e per ostentare la sua erudizione, ma un po’ anche per diffidenza postale, ci dice una cosa interessante: “Mia buona Sibilla…..Marradi è un paese dove ho troppo sofferto, e un po’ del mio sangue è rimasto incollato sulle rocce lassù in alto”. Allude all’incomprensione familiare, e a certi suoi concittadini marradesi che lo giudicano un po’ lo “scemo del villaggio”. Allude anche al trattamento di favore e di preferenza che i suoi genitori accordavano al fratello. Proprio questo atteggiamento gli causerà amarezza e forse gelosia e un senso di risentimento nei confronti dei genitori. Piano, piano, questa discriminazione farà di Campana un disadattato, fino a farlo diventare nevrotico. Questi saranno i prodromi di quella terribile malattia che lo porterà, prima, a girovagare come un “clochard” in Italia e all’estero, poi a morire, ormai dimenticato da tutti, nel manicomio di Castel Pulci. Quando “esplode” l’amore fra Dino e Sibilla, quest’ultima scrive: “I nostri corpi su le zolle dure, le spighe che frusciano sopra la fronte, mentre le stelle incupiscono il cielo…..Dino, Dino! Ti amo. Ho visto i miei occhi stamane, c’è tutto il cupe bagliore del miracolo”. Ma Sibilla teme. Sente che questo amore sta per finire: “Non so, ho paura. E’ vero che mi hai detto amore?…Sono felice. Tremo per te, ma di me son sicura”. Ma il cielo si addensa di nubi. Già Campana, presago del suo avvenire, quasi un profeta scrive nella sua prima lettera a Sibilla: “Finita la guerra non esisterò più ammesso che esista ancora”. Qui c’è da tener conto, anche, che Dino voleva partecipare alla guerra come volontario, anche per dimostrare ai suoi concittadini il suo valore e riscattare così la pessima considerazione che godeva ad opera di alcuni nel suo paese: Marradi. Sibilla, in una lettera dell’agosto 1916, scrive a Dino: “Ho il terrore che tu non tu senta bene…Quei giorni sono stati troppo belli”. Ancora, in una lettera del 9 agosto 1916: “Saremo soli sulla terra, bruceremo….” E Campana: “ Ti amo…Sibilla mia…piango e sorrido ti adoro”. Campana in una lettera del 17 agosto da Firenzuola, scrive a Sibilla: “Come amo la povertà delle cose quassù che meglio ci farà sentire la nostra ricchezza” E, ancora: “Mi contento di poco come vedete. La felicità è fatta delle cose più leggere. In un delle ultime lettere Dino, apoteosi finale, Dino scrive a Sibilla: “Sono realmente ammalato….parto domattina per la Casetta (di Tiara ndr)…Ti porto come il mio ricordo di gloria….L’ultimo bacio dal tuo Dino che ti adora”.

MA COSA STA SUCCEDENDO A FIRENZUOLA?

Una pubblicità che ci sta ora martellando le nostre teste in televisione è quella relativa a una catena di negozi, una pubblicità, devo dire, tutto sommato, che è fatta molto bene, il suo scopo imbonitorio mi sembra che l’abbia raggiunto molto bene. Non posso fare il nome, ma in questi passaggi pubblicitari si vede un signore di una certa età, scoppoletta in capo, che descrive questi magazzini come una specie di Bengodi. Andare a questi magazzini per credere: montagne trasparenti, giocattoli che parlano, ecc. ecc. Mi viene da collegare il fatto con Firenzuola.

Foto n. 71 La discarica Il Pago a Firenzuola
in fase di costruzione

Ma cosa sta succedendo a Firenzuola? Se le montagne fossero trasparenti, si vedrebbe che sono tutte bucherellate come un formaggio svizzero. E poi sorgenti e fiumi che si trasferiscono in galleria, frane che non franano, ciuchi che volano, uomini falco che volano sempre più in alto, mega-discariche in uno dei più stupendi paesaggi dell’Appennino, montagne care a poeti e grandi pittori che si sbriciolano sotto i colpi di martelli pneumatici, cortei di protesta, girotondi intorno al Palazzo Comunale, strade statali che diventano “carreteras mejijanas”, bretelline contestate. Non c’è che dire: l’Anministrazione Comunale di Firenzuola e il suo Sindaco sono proprio nell’occhio del ciclone. Mi viene in mente il grande comico toscano Benigni. Se capitasse lui a Firenzuola, sicuramente si metterebbe a urlare: “Icché succede? O icché succede a Firenzuola? Davvero questo posto non si riconosce più. Ma siamo davvero nel paese del Bengodi? Mi sembra che si stia facendo una politica contradittoria, da una parte il “progresso”, che, proprio perché tale, infierisce e vibra dei colpi mortali alla natura e al paesaggio, dall’altra si cerca di fare una politica di conservazione, che si traduce nel creare alcuni musei. Ma è sufficiente “museizzare”? Penso proprio di no. Firenzuola, insieme a Palazzuolo e Marradi ha, per sempio, un patrimonio unico al mondo di case coloniche fabbricate in pietre squadrate, la famosa pietra serena, e con i tetti in lastre di arenaria. Un vero patrimonio che andrebbe difeso a costo della vita. E’ inutile che si crei un museo della Casa Contadina, quando poi si lasciano andar giù decine e decine di queste stupende case coloniche, vanto e gloria del paesaggio alto mugellano. Invece, si assiste purtroppo alla scena pietosa di queste case, alle quali, nell’ipotesi migliore, viene sostituito il tetto in lastre con un tetto in laterizio, cosa che veramente è un pugno in faccia, tirato con violenza. Ma altra violenza si fa al paesaggio. Non bastava la TAV a bucherellare le montagne, si doveva anche, in uno dei più bei paesaggi della Toscana, ospitare anche una mega discarica, dentro la quale, vengono a depositare le loro “sporcizie”, se non erro, perfino da altre regioni d’Italia. Tempo fa ho assistito a un corteo di protesta contro questa discarica. C’erano alcuni trattori con dei carri allestiti con rifiuti, cartelloni e striscioni di protesta, mi sembra fosse in occasione di una Festa del Marrone a Firenzuola. Lo scopo era quello di sensibilizzare la popolazione su questi problemi, che non sono da poco. Ma la popolazione di Firenzuola si è resa conto di ciò che sta succedendo? O bisogna far venire Benigni a urlare dall’alto dei monti che sovrastano Firenzuola: “Icché succede, o icché succede a Firenzuola?”. Concludo dicendo che questi posti, per la loro unicità, per la loro incomparabile bellezza, andavano tutelati da Comuni, Provincie, Regioni e Stato. Ma non basta. Sarebbe dovuto intervenire anche l’UNESCO, come è successo per i Sassi di Matera e altri posti che forse non valevano tanto quanto il territorio alto mugellano. Non sono contro il progresso, so benissimo, come diceva il grande artista Adriano Cecioni, il “progreesso non viene certo per accomodare, ma per cambiare e distruggere”. Io non sono pessimista come lui, io ritengo che il progresso sia necessario, il mondo va avanti, deve progredire. Ma c’è progresso e progresso. E poi, come dice Fabrizio del Noce, Direttore di Raiuno: “lo sviluppo è sostenibile fino a un certo punto”. Infine mi vengono in mente altre frasi, una di queste dice: “Le risorse della montagna hanno una loro specificità, un valore strategico, perché sono valori unici”, oppure: “Le risorse naturali, la qualità della vita, la coesione sociale sono materie prime di prim’ordine per costruire lo sviluppo”. Parole di Renzo Mascherini che le ha scritte sulla Rivista Montagna Oggi.

Foto n. 72 La discarica inserita nel territorio

MARRADI-MUGELLO: la viabilità nei secoli XVI-XVIII

Ancora le carte sei-settecentesche ci indicano quella che fosse l’arteria principale, romana (possiamo dire anche etrusca) che da Firenze attraversava tutto il Mugello per andare a Marradi. Questa era la Marradese-Faentina, che ricalcava un po’ il tracciato moderno, ma con delle varianti. Dopo aver superato il passo delle Croci (nei pressi dell’Olmo) e dopo aver toccato Polcanto, la strada attraversava, poco dopo, il torrente per Salaiole (il nome della località deriva dal ritrovamento di alcune cave di salgemma nella zona, forse in periodo medievale). La strada proseguiva toccando Viterete (dove durante scavi passati sono stati trovati avanzi di una villa romana), per arrivare a quella che ormai tutti vogliono denominata Annejanum (dal toponimo romano Annejo), cioè Borgo San Lorenzo. E’ probabile che qui esistesse una cittadella romana e che, precedentemente, fosse un pago etrusco.

Foto n. Marradi – Badia del Borgo
Maestro di Marradi – Madonna e Santi

La strada prosegue verso Nord toccando (letterale) la Pieve di San Giovanni Maggiore. Dopo aver attraversato l’abitato di Ronta (Anche questo, antico pago etrusco. La parola deriva forse da Arunta o Arunte) la strada si inerpicava fino in vetta al passo della Colla dove una biforcazione portava a Palazzuolo (a sinistra) e l’altro ramo nella Valle di Marradi. Possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che le Pievi di San Giovanni Maggiore in Mugello e di Marradi nella Romagna Toscana, erano, in un certo senso i “terminals”, o se vogliamo, per usare un’altra espressione i “capolinea” o i “caselli, di una importante arteria stradale, l’equivalente delle Pievi, se vogliamo fare un paragone, di Sant’Agata in Mugello e di Cornacchiaia nella Romagna Toscana, per il passo dell’Ospedaletto, detto poi Osteria Bruciata o Brucciata. Un’altra strada forse più antica, sicuramente etrusca, congiungeva il Mugello o se, vogliamo, Arezzo e la Maremma etrusca, con Marradi, Faenza, Spina e tutta l’Etruria padana.

Foto n. Firenzuola e Marradi Vicariati ASF

Questa da Dicomano, passando da Villore (toponimo romano: “villulae” che significa case sparse), varcava l’Appennino per poi dirigersi a Marradi. Che Marradi corrispondesse al toponimo “Castellum” dei romani, non è certo. Nelle carte antiche, mi riferisco in particolare alle Piante (Archivio di Stato Fiorentino) “Etruria vetus et nova”, che ha una datazione abbastanza incerta, è riportata la località “Fortezza”: Nessun’altra località intermedia fra il Passo della Colla e Marradi viene citato sulla carta. In una pianta successiva (ASF) notiamo una cosa interessante. La strada per Marradi, segue l’andamento del Lamone e prosegue verso Brisighella e Faenza ma con un particolare: la strada da Faenza a Marradi, è indicata con la doppia tratteggiatura; questo significa trattarsi di un’arteria, ben percorribile, sicuramente carreggiabile, mentre il tratto montano risulterebbe poco più di una mulattiera. Nella stessa mappa, un’altra arteria abbastanza importante, lambisce la riva destra del Lamone, dall’abitato di Popaldo e si ricongiunge con l’altra arteria sulla riva sinistra (dopo l’attraversamento del fiume: forse un guado) nei pressi di Brisighella.

Foto n. Marradi – Badia del Borgo
San giovanni gualberto

In un’altra pianta (ASF), forse un poco anteriore, (probabili secc. XVII-XVIII), notiamo anche qui una cosa interessante. Le strade per Palazzuolo e per Marradi si dipartono subito dopo l’abitato di Ronta (non sappiamo con certezza se ciò corrisponda alla realtà, o se ciò sia dovuto a uno sbaglio o all’approssimazione del cartografo che ha realizzato la Mappa) e quella per Marradi parte decisamente, da Ronta, verso la vallata del Lamone (sulla riva sinistra) e lambisce l’abitato di Marradi, il quale è rappresentato, con i segni convenzionali delle mappe, come un borgo ben fortificato, al pari di Scarperia e Borgo San Lorenzo. Da Marradi, secondo questa pianta, la strada prosegue verso Paulano, però sulla riva destra del Lamone, per poi continuare verso San Martino, di nuovo, sulla riva sinistra. E’ da notare, sempre secondo questa pianta, che tre sono le grandi direttrici che, in questo periodo di tempo, portano in Romagna dal Mugello. La prima, da Barberino attraversa lo Stale, dove si dirama da una parte verso Castel dell’Alpi e dall’altra verso le Filigare. La strada che congiunge Pietramala a Spedaletto (si tratta di un altro omonimo, sulla Via Flamenga (da via fiamminga, cioè strada che portava al nord, nelle Fiandre appunto), risulta a quell’epoca, niente più che una mulattiera. La seconda arteria, attraversa il Mugello Centrale, da Scarperia a Firenzuola, qui si dirama da un parte verso le Filigare, dall’altra verso Piancaldoli. Infine, la terza, quella che attraversa il Mugello Orientale va da Borgo San Lorenzo a Ronta e da qui, come abbiamo detto, si dirama sulla sinistra verso Palazzuolo e sulla destra verso Marradi. Infine, nella Pianta di “Firenzuola e Marradi, Vicariati nella Romagna Granducale” (ASF), secc. XVII-XVII, notiamo che esiste già un’arteria importante, sicuramente carrozzabile, anche sul Passo della Colla, che costeggia la riva sinistra del Lamone toccando le seguenti località: Crispino, Fantino, Bedronico, Lurtiano (?), Camarro ed infine Marradi. Questo sta a significare che Firenze (Granducale) e il Mugello, tendevano una mano a Marradi e viceversa, aprendo così un nuovo e proficuo periodo storico, culturale, sociologico ed economico.

MEGLIO SE NUDA (LA CASTAGNA)

Anche se il titolo può far incuriosire qualche lettore un po’ birboncello, voglio subito precisare che non intendo parlare di quegli argomenti tanto di moda oggi, che li ritrovi sui rotocalchi, alla tv, ecc. Niente di tutto ciò, cari amici. Io voglio parlare di una ghiottoneria sì, ma non esattamente quella. Spero non rimaniate delusi, voglio parlare della castagna (Penso che l’audience sia arrivata a zero!). E’ evidente, la castagna, come le grandi attrici o le grandi modelle, è migliore quando viene spogliata dal riccio, dalla buccia, insomma da tutte quelle strutture che la ricoprono.

Foto n. Castagne al fuoco

Non vi preoccupate troppo però, le castagne sono una cosa, e fortunatamente le attrici e le modelle sono un’altra: non hanno il riccio! Scherzi a parte, si potrebbe fare un’equazione: la castagna sta all’Alto Mugello, come il vino sta al Chianti; oppure la castagna sta a Palazzuolo, Firenzuola e Marradi come gli agrumi stanno alla Sicilia (sono in vena di esagerare un po’). Ma abbiamo detto tutto dicendo questo? Assolutamente no. Studiosi di fama, professori universitari hanno fatto sulla castagna studi qualificatissimi, tanto da definire un certo periodo del Medio Evo: la Civiltà della castagna. Ora se sia giusto tutto questo, non sta a me dirlo, anche perché non mi sono addentrato tanto con gli studi fino ad arrivare al Medioevo. Tuttavia gli esperti non sbagliano. Arrivati a un certo punto della civiltà (si fa per dire) le nostre campagne del Mugello e della Romagna Toscana (alias Alto Mugello) sono state invase ripetutamente da orde barbariche che hanno disseminato distruzione, saccheggio, rapine e omicidi dappertutto. La popolazione di conseguenza è stata costretta a scegliere luoghi più appartati e sicuri per andare a vivere. E così ha scelto di spostare la propria casa, i propri armenti, la propria vita sui monti. Una specie di transumanza o alpeggio di massa. E cambiando ambiente, dalla pianura alla montagna, si cambiano anche le abitudini! Se nella pianura o nella collina era predominante la coltura del leccio e della querce per l’ingrasso dei maialini, salendo sui 600-1000 metri, in cima a cocuzzoli, la vegetazione e le colture in genere cambiano. L’uomo si adegua e inserisce nelle proprie abitudini di vita un nuovo tipo di coltura: quella del castagno che attecchisce bene a queste quote. Dico del castagno e non della castagna poiché l’albero, al pari del frutto, diventa il protagonista, la “star” per eccellenza per quelle popolazioni. Vediamo perché. Dal legno di castagno si ricavavano molti oggetti per l’uso di ogni giorno. Vogliamo fare qualche esempio? La “vassura”, una specie di vassoio, tenuto a due mani, mediante la quale si “spulavamo” le granaglie; lo “staio” che era un contenitore e veniva usato come unità di misura; gli alveari rustici, per le api, che si ottenevano da un tronco di castagno svuotato, e sul quale si praticavano alcuni forellini per il passaggio delle api; i panchetti per mungere, anche questi si trovavano in tutte le stalle ed erano fatti in legno di castagno. Anche i contenitori di farina dolce erano dei semplici tronchi di castagno, svuotati all’interno. Questo per fare un esempio di come il legno di questo albero fosse utile. Ma adesso parliamo di lei, la castagna vera e propria. Si potrebbe fare un’altra equazione: la castagna stava all’alimentazione di quelle popolazioni come il pane e la carne stanno alla civiltà di oggigiorno. Mi ricordavano i miei vecchi, che allora, in quei monti della Romagna Toscana, di miseria ce n’era tanta, forse un po’ troppa. E allora, quando andavi a tavola, spesso e volentieri, era polenta o “ pulenda” come la si vuol definire qui in Mugello. Se non era quella di formentone, ti ritrovavi scodellata una bella polenta di castagne dolci, che, parliamoci chiaro, per una volta la mangeresti anche volentieri, ma quando te la ritrovi oggi, domani, domani l’altro, accompagnata qualche volta con un ovetto (fresco s’intende), un pezzetto di caciotta o raramente con della carne di maiale salata…..Bé, insomma, la cosa non è poi molto allegra. Fortunatamente la farina di castagne, come pure quella di mais, è molto nutriente e questo serviva non solo a sfamare ma anche a far diventare grandi e grossi quei numerosi ragazzotti che circondavano la tavola. Queste castagne poi, grazie anche all’inventiva della massaia (“arsdora” per la Romagna) le potevi fare in vari modi e quindi non ti potevi lamentare se un giorno ti presentavano le castagne secche sotto forma di zuppa, bella fumante, un altro giorno sotto forma di castagne bollite, cioè le ballotte, un altro giorno ancora castagne messe sulla brace che diventavano bruciate. Poi nei giorni di festa, tanto per cambiare, con la farina dolce, di castagne, venivano fatti i tortelli: una vera sciccheria e che richiedeva anche una preparazione non indifferente. Però si trattava sempre di castagne! Quello che era un piatto di tutti i giorni col il mondo d’oggi la castagna è diventata una prelibatezza, una ghiottoneria, che attira folle di cittadini a Marradi a Pietramala a Palazzuolo. La puoi gustare sulla brace, in tenere e gustose frittelline, sotto forma di prelibati marrons glacés e a servirti, sempre negli stessi luoghi, sono proprio quei ragazzotti che di castagne ne hanno mangiate tante e poi tante che ora non ne vogliono neppur sentir parlare.

MONTEBENI IERI E OGGI

Ho qui davanti ai miei occhi due foto del Monte Beni: una prima della frana, l’altra dello stesso Monte Beni a frana avvenuta. Nella prima foto si distingue la montagna ricoperta da una manto boschivo più o meno fitto, con alla base della montagna una parete rocciosa più o meno verticale ed è questa la parte della montagna che è stata erosa dalle scavatrici per ricavarne materiali da costruzione.

Foto n. Telemaco Signorini – Pascolo sul Monte Beni

Nella seconda foto, quella della montagna franata, si nota una gran parte di terra e sassi che distaccandosi dalla montagna, sono andati a ricomporre , quella base, quel dolce declivio, che l’uomo aveva sottratto con le sue escavazioni. Chiaramente dalla base della escavazione fino a quasi la vetta della montagna si era creata una zona molto instabile per ovvie ragioni. E’ chiaro che la spinta dinamica, la forza di gravità, esercitata su quei punti della montagna, essendo stato creato il vuoto sotto, era enorme. Ecco che la montagna si è letteralmente staccata ed è andata a colmare quel vuoto che le si era creato alla base. E’ una legge della natura: ad una offesa corrisponde una difesa. E la difesa c’è stata, eccome!! La frana è stata maggiore o minore delle previsioni? Non ha importanza. La frana è stata la naturale e giusta risposta all’offesa che le era stata arrecata, né più né meno. La natura si è presa la rivincita e ha letteralmente sommerso quella parete rocciosa, quella “ferita” che le ruspe avevano creato alla base della montagna. Certo il panorama è cambiato ed è cambiato molto, anche perché questa frana ha cambiato la fisionomia della montagna. Ci vorranno molti anni prima che la montagna riacquisti il suo aspetto originario, cioè il Monte Beni che eravamo abituati a vedere, vale a dire una bella montagna a forma di cono, tutta ricoperta di un bel manto boschivo. La zona intorno non è più quell’ambiente idillico che Telemaco Signorini, grande pittore macchiaiolo, dipingeva raffigurando, prati, mucche al pascolo, piccoli pastorelli con sullo sfondo il Monte Beni. A questa scena idillica si contrappone ora una scena disastrosa, quasi catastrofica, che sotto certi aspetti fa anche un po’ paura. I prati in fiore con le margheritine e il tenero manto erboso che stavano alla base del monte sono stati sommersi da terra e grossi macigni. Inoltre poco distante dal “fronte” della frana si sta creando una barriera paramassi che non ha niente da invidiare alla grande muraglia cinese. Certo che il paesaggio, uno dei più belli della Toscana, ne risulta profondamente modificato, un vero peccato!

MONTEBENI
Per far dei soldi, per far dei soldi, tanto hanno scavato
Sciupando il verde e vendendo i sassi
Ora la frana un poco ha rimediato
Ricoprendo quei dannosi scassi.
Per quel male che l’uomo ha provocato
Hanno dovuto fare il paramassi
Per quello non han guardato a spese
Par di veder la muraglia cinese.

(Poesia di Nedo Domenicali)

MONTI: UN BORGO MEDIEVALE

Questa località chiamata così semplicemente nasconde in realtà una storia che si perde nell’antichità. Questo è un paesino formato da casali sparsi i cui nomi corrispondono a Biolo, la Cisa (la chiesa), il Castello (indizio importante per uno Sherlock Holmes del territorio firenzuolino) la Pancasera (che equivale a un casale dove si fa il formaggio, il Prendicino (stupendo paesino che gode una posizione ottimale, bellissima, circondato dalla Giogaia dei monti di Tirli) e Santa Cristina, che altro non è che una graziosa chiesetta ubicata nel castagneto, dove si venerava una importante icona, e dove si svolgevano le feste, appunto per Santa Cristina, con balli canti, e vino buono, per alleviare un po’ la fatica della raccolta.

Foto n. 76 Bertone e il babbo a Monti

Non mancava a Monti una bellissima casa padronale, con torretta colombaria al centro, ora forse niente più che un bellissimo rudere. Dico bellissimo perché a me i ruderi piacciono più di tanti casali rimessi e mal restaurati. A proposito chi mi ricorda Monti? Una sacco di persone…lo zio Bertone, lo zio Serafino, la Paola e la sua famiglia Ravaglia, i miei cugini, Luciano prima di tutti che è stato anche mio grande amico, la Wilma, la zia Anita, Ferrino, che mi regalò, una volta che mi fermai a Monti per una quindicina di giorni, un bel panierottolo di ovuli buonissimi. Ferrino era un uomo straordinario, era amico “per la pelle” del babbo. Era piccolo, piccolo, di una bontà unica e per questo tutti se ne approfittavano di lui. E poi ricordo Celso, e tante tante altre persone. In quei quindici giorni che passai a Monti, fui ospitato dagli zii con una gentilezza direi unica. Fu per me una cosa bellissima, interessarmi delle vacche, vedere lo zio che presto presto scendeva nella stalla con “e’ forchel” (il forcato), come chiamava lui, e con quello tirar fuori la paglia e le merdine ancora fumanti delle vacche, e sostituire questa paglia con altra paglia pulita. Quando aveva riempito la carretta, io volevo, andare a vuotarla nel “letamer” (concimaia), ma lo zio diceva: “lascia stare che lo faccio io, non vedi che non sei buono per fare il contadino”. Lo zio Bertone parlava sempre di vacche, ora quella aveva fatto un vitellino, l’altra era “pregna” e avrebbe fogliato da un momento all’altro. E poi la “cavala”, la mula, la “brecca” (la somarina) con la quale andava al mercato a Firenzuola stracarico di formaggi, polli e uova da vendere o da cambiare con altri generi, quali, il sale, lo zucchero, i sigari toscani (lo zio Bertone era un accanito fumatore di pipa e di sigaro). Mi ricordo che l’estate lassù fu bellissima, spesso andavo nei campi con un vecchio trattore diesel, con il cugino Luciano, a caricare le presse di paglia o di fieno, che erano state messe a seccare sotto il sole cocente di quell’agosto. Intorno casa c’erano delle querce grandissime e molto antiche, dove sentivi grugnire i maialetti, che giravano intorno ad esse per mangiare le ghiande che erano cadute. Ogni tanto queste bestiole davano uno scrollone alle querce per farne cadere di nuove. Accanto alla casa vi era un pollaio. Mio cugino che era una “sagoma”, mi diceva, in quel suo accento simpatico e divertente: “qui abbiamo tutte cose genuine, abbiamo l’uova freschissime e le galline col freno”. In realtà, a Monti, come lui diceva, era difficile mettere il piede in piano. La sera, ci riunivamo sotto una pinetina con gli altri giovani (paesani e villeggianti) a parlare del più e del meno. Noi che venivamo dalla città eravamo “visti” con un certo interesse dalle ragazze del luogo, che avevano le facce rubizze e le poppe dure come due caciotte fatte dalle donne del luogo. Il sabato, poi, dopo lunghe ed estenuanti fatiche i contadini e le gente del vicinato si riunivano in una casa, rinfrancati dal “vin brulé” per ballare un bel “valzerino”, qualche polka e qualche mazurca. Alla fine c’era sempre qualcuno che non ritrovava la strada di casa. La sera del giorno di lavoro, tutto si acquietava, dopo cena, i vecchi, vinti dalla stanchezza, e dopo averci raccontato qualcosa della loro gioventù, si addormentavano, sulle sedie in cui erano seduti. In lontananza nessun rumore, e per noi che venivamo dalla città “infernale” e “tentacolare”, pareva di vivere in un altro mondo. Dalla Pancasera arrivavano solo gli ululati e i latrati dei cani, che sembravano dei veri e autentici lupi, e chissà, che non lo fossero davvero! La domenica, nessuna scusa, tutti rivestiti a festa, con la giacca e corpetto e tanto di orologio con la catena. Li vedevi questi contadini dai volti “lavorati” come le zolle dei lori campi, con le rughe profonde come i solchi dell’aratro, con le mani bitorzolute, callose, per il duro lavoro svolto nei campi.

Li vedevi tutti sbarbati e con il cappello, rigorosamente, calzato a dovere sulla cocuzza. Nei loro occhi, però, vedevi tanta serenità, tanta semplicità e direi anche tanta bontà. Erano di una gentilezza estrema e se ti fermavi a parlare con loro, ti squadravano ben bene, vedendo in noi quasi degli extra terrestri. Non riuscivano a capire come si potesse vivere in una città, piena di traffico, piena di smog, piena, fino all’inverosimile, di case. Lo zio Bertone, una volta fu portato a Rapallo, contro la sua volontà e, oltre a non trovarci niente di interessante, disse candidamente: “In questo posto non camperebbero nemmeno tre maiali”. Lui si riferiva all’allevamento. (Si sbagliava……evidentemente). Il prete era una persona allegra. Aiutava i parrocchiani e, la parrocchia, era anche una specie di ufficio tuttofare: battesimi, cresime, comunioni, matrimoni, ufficio referenze…..matrimoniali, ecc. Una volta, mio cugino che “bazzicava” una giovane del Moraduccio (paese vicino a Cpnoale), aveva preso una “scuffia”, come dicono da queste parti (toscano: una cotta o un’imbarcata). I genitori della ragazza scrissero al parroco per chiedere informazioni. Il prete rispose “che il ragazzo era un bravo giovane, di buona famiglia, non gli mancavano neanche i soldini, insomma era un ragazzo che metteva bene…..” Meglio di così……..

Foto n. Monti – casa con torretta

PALAZZUOLO E IL SUO “MERCATALE”

C’è un proverbio che dice: “Tutte le strade portano a Roma”. Facendo lo stesso raffronto ma in scala sicuramente minore, si potrebbe dire, riferendosi al periodo medievale, che: “Molte strade portano a Palazzuolo”. Non è un’esagerazione. Se si osserva con attenzione una pianta antica noi vediamo che il paese è situato al crocevia di almeno tre strade importantissime: due di queste seguivano il corso del Senio da Nord a Sud (una sulla riva sinistra, l’altra sulla riva destra), mentre un’altra strada taglia il paese in direzione Est-Ovest, che ad Est conduce a Marradi ed a Ovest a Firenzuola.

Foto n. Palazzuolo – Palazzo dei Capitani
Disegno a penna

Non si tratta solo di strade medievali, ma di strade romane e anche etrusche. Recenti scavi al Nevale, in un podere, poco fuori il paese di Palazzuolo, sono stati riportati alla luce dei ruderi antichi e porzioni di impiantito, facenti parte di insediamenti etruschi. Questo ci confermerebbe l’importanza della località e della strada, anche in tempi così remoti. Sicuramente la zona è stata pure di dominio romano, questo lo confernerebbe la toponomastica di quei luoghi quali Bibbiana, Susinana, Ghizzana e altri. Ma il toponimo Palazzuolo, lo troviamo già in documenti che risalgono a prima del Mille.

Foto n. Tabernacoletto sul Passo Sambuca

Forse tale nome deriva dal fatto che gli Ubaldini, antichi proprietari di questa zona, dovevano avere un loro palazzo, che non doveva essere, almeno a giudicare dal nome, troppo grande, nel quale probabilmente vi risiedeva un loro vicario per la riscossione dei pedaggi, delle gabelle, delle tasse. Ben presto tale località “Castrum Palazzuoli” divenne il centro di quello che verrà denominato, dagli Ubaldini stessi, il “Podere Ubaldino”. Il paese, data la sua struttura, di borgo con i portici delle case che prospettano sulle piazze più importanti e caratterizzato anche dalla mancanza assoluta delle opere di fortificazione a scopo di difesa, nasce essenzialmente con funzioni “mercatale”.

Foto n. 84 Particolare Palazzo Capitani a Palazzuolo

Le caratteristiche del mercatale sono quelle di una piazza di forma oblunga, che richiama la figura di un trapezio assai allungato, e che vede sorgere lungo il suo perimetro una successione di edifici. Quando muore Maghinardo Pagano nel 1302, tutti i pedaggi della zona, cioè della strada che da Crespino e Casaglia portano a Palazzuolo, dovevano competere al Capitolo e e al Monastero di Crespino, però, specifica il testamento, fino al Ponte di Vigliano e non oltre e qui elenca tutti i diritti ad essi spettanti, cioè: corti, fortilizi, case, “fideles2 ecc. ecc. “eccetto tuttavia il foro , ossia MERCATO e PEDAGGIO di Palazzuolo, che vogflio sia in comune e che i frutti di quelli siano percepiti e riscossi in comune dalle dette Alberia e Andrea, figlia mia”. I monaci di Crespino erano grandi proprietari della zona di Casaglia ed esigevano per pedaggio un denaro lucchese per persona e quattro per ogni bestia carica. Casaglia, tra l’altro, ha una etimologia latina e deriva da “Casolaria” per indicare un “locus edificandis dominibus”. Ma a Casaglia aveva un suo castello il Conte di Battifolle e faceva pagare il pedaggio. Il formarsi dei mercatali rientra in un ampio fenomeno che si manifestò specie nei secc. XII e XIII, che dette luogo a una sorte si “discesa verso il basso” per la quale venne a determinarsi una crescita demografica, e un conseguente sviluppo urbanistico, nei centri che si trovavano nelle zone più pianeggianti, lungo percorsi o all’incrocio di strade” (cfr. Renato Stopani, I mercatali del Chianti). In tale destinazione venne a trovarsi anche Palazzuolo. La piazza assunse nel corso del Trecento una forma molto diffusa nei “mercatali” toscani: quello di un imbuto, cioè una strada di accesso che si allargava, dove veniva praticato il mercato, e di una via di uscita. Il mercato a Palazzuolo aveva luogo nel paese nella attuale Piazza, cinta da ampi porticati, una volta alla settimana, al suono della campana del Palazzo dei Capitani, che veniva suonata dal “piazzaiolo”. Il piazzaiolo era colui che aveva in appalto il mercato e pagava un affitto, prima direttamente al feudatario, poi al Comune Fiorentino, poi al Podestà, quando il Comune decise di non controllare più direttamente i mercati. Ma il “piazzaiolo” aveva altri compiti, ad esempio, quello di verificare periodicamente pesi e misure, quello di riscuotere i pedaggi per l’occupazione del suolo pubblico, ecc. Coloro che fossero interessati ad analizzare l’argomento , con maggiori dettagli, possono consultare presso l’Archivio di Stato di Firenze, gli Statuti di Palazzuolo, al n. 25, Statuti Comunità soggette, redatti negli anni 1406-1615. In particolare gli Statuti trattano dell’organizzazione politica, consuetudini, regolamentazione degli acquisti e delle vendite, agricoltura, ordine pubblico, eredità, ecc. ecc.

PIETRAMALA: SMARRONANDO E SVINANDO

Finalmente ho visto una bella festa popolare, ben riuscita, stracolma di persone che sono venute dalla Toscana e dalla Romagna, si tratta della Festa “Smarronando e svinando” che si tiene ogni anno a Pietramala nel periodo dei marroni o “marùn” come li chiamano qui. Tante erano le iniziative collegate a cominciare da una mostra fotografica con foto d’epoca, stads gastronomici con specialità d’ogni genere e bruciate a iosa, castagnaccio, frittelle di farina di castagne, ecc.

Foto n. 85 Nedo e Deanna alla festa di “Smarronando
e svinando”

Naturalmente il tutto accompagnato da buon vino novello erogato direttamente dalla damigiana. Durante lo svolgimento di questa festa ho avuto modo di conoscere un personaggio molto simpatico che è anche uno dei maggiori esponenti della poesia dialettale e giocosa dell’Alto Mugello e un formidabile suonatore di organetto. Dopo avermi squadrato ben bene con la sua faccia rubizza e gli occhietti furbi da buon montanaro mi snocciola due o tre proverbi con quell’accento che non è né fiorentino né bolognese, da queste parti lo chiamano umoristicamente il “balzarotto” cioè la parlata di coloro che vivono nei balzi dei monti dell’Appennino.

Foto n. 86 Nedo con altro suonatore

Poi comincia a declamare suoi versi, e forse perché sente la mia parlata fiorentina mi dice alcune rime su Firenze:

Guardalo il Duomo e il campanil di Giotto
il bello di Firenze che sovrasta
lo puoi dire con vanto questo motto
e dir bello soltanto non basta.
Se vai sul Campanile e guardi sotto
e in testa un’illusione t’è rimasta
d’esser grande o d’esser superuomo
pensa chi ha fatto il Campanile e il Duomo.

Poi bevendo un buon bicchier di vino e tirando fuori un sigaro toscano lo accende e dice: “Non ce n’é uno schietto di questi toscani”. L’allusione è evidente io ci rido su e anche i compagni ridono di gusto. Poi Nedo, così sicuro, diventa a un tratto triste e dice: “la poesia la perdi quando hai i momenti di tristezza”. E allora ricorda la sua gioventù:

Bello era l’inverno in gioventù
quando la neve gioia ci portava
tempi passati che non tornan più
All’Osteria a carte si giocava
e vin bollito si mandava giù.
Anche se al tempo tanto ci mancava
che a volte si cenava co ‘na mela
poi a letto a lume di candela.
Non vedevamo la televisione,
non vedevamo il cine e la città
però per noi era soddisfazione
ridere e scherzare con quella gente là.
E ora che c’è tanta carne al fuoco
la gente è triste e ride poco poco.
Con cento lire in tasca e poco più
si ballava la samba e lo spirù.
Ora con le ricchezze a mezza gamba
non si balla più né spirù né samba.

Ma, insomma, gli chiedo chi sia in realtà questo personaggio: un poeta, un giullare, uno stornellatore? “Se dicessi d’esser poeta – mi risponde – direi una bestemmia, ma scrivi al tuo giornale: Nedo è uno che quando ha bevuto e mangiato e si sente pieno, in mezzo agli amici fa lo scemo”. E così il suo volto torna a sorridere, pensa alla nipotina alla quale ha dedicato questi versi:

Comincia a esser inquieta ha tanto sonno
allor la porto a letto con piacer
si acquatta sul cuscino accanto al nonno
io resto sveglio per vedere.
Quante mossine fa nell’anti-sonno
a chi nonno non è non puoi sapere
il ben che gli si vuole è grande è immenso
dan sacrificiosì, ma più compenso.

Foto n. 87 Castratrice di marroni part.

Ma poiché io lo sento parlare con gli amici con quel bel dialetto romagnolo gli chiedo qualcosa e lui mi accontenta con una “zirudela” di Bargiulòn:

Bargiulòn e’ fé i turtei
e ‘un dé nient a i’ su’ fradei
i su’ fradei i’ fé i’ strapçn
e i’ ‘un dé nient a Bargiulòn

(Bargiulone fa i tortelli, e non dà niente ai suoi fratelli, i suoi fratelli fanno gli strapponi (tipo di pasta) e non danno niente a Bargiulone). Dopo avermi declamato tanti bei versi, Nedo, vuole che io senta un pezzo della sua musica. Suona l’organetto in modo eccezionale e mi fa sentire due bellissimi brani: la tresca e uno spirù. Cosa voglio di più? Devi sentire anche questa di mio padre, mi dice.

Il mese che ci porta a primavera
il primo di marzo esattamente
il ‘907 di un’alt’era
questo è il giorno da tenere a mente.
Un uomo che non c’è più ma prima c’era
il nostro babbo sempre allegramente
ci accoglieva con gioia e senza inganno
e ci riuniva per il compleanno.

(Poesie di Nedo Domenicali)

Rimango colpito da questi versi. Mi invitano a cena, ma non posso rimanere. La città mi attende con una realtà molto diversa. Forse Nedo ha ragione qui da noi la gente non sa ridere più. Nella via del ritorno mi resta il sapore del buon vino, delle bruciate e di Nedo che: “quando ha bevuto e mangiato e si sente pieno, in mezzo agli amici fa lo scemo”.

PIETRAMALA MI MANCHI

PROLOGO
Questa è una piccola storia di due innamorati che si amano alla follia, i loro nomi sono Covigliaio e Pietramala, come i due paesi che si trovano sull’Appennino. Qualcuno, però, invidioso del loro amore vorrebbe dividerli. E’ una storia semi-seria che ha un risvolto allegorico. Questo invidioso che li ha divisi, è il Comune, che ha frapposto una barriera. Ora le mani dei due innamorati non possono più toccarsi; gli innamorati non possono scambiare più i profumi delle loro valli, dei loro boschi e dell’aria fresca che scende già dal Monte Beni e dal Canda.

Foto n. Il Monte Beni con nebbie

Pietramala è preoccupata ha paura che questa divisione sia definitiva e per questo propone a Covigliaio un incontro notturno verso la mezzanotte: “Sarà bellissimo stare ancora insieme”. Ma Covigliaio rifiuta di incontrarsi in quel posto chiamato Baccanella, in quanto popolato da Elfi, draghi, bestie feroci. Incontrarsi in quel luogo sarebbe una pura follia. Nonostante questo Pietramala vuole correre il rischio: “Mi piacciono le avventure”.

Ma Covigliaio rifiuta sdegnosamente, egli vuole riabbracciare la sua bella Pietramala proprio su quella strada di crinale che ha fatto innamorare poeti e artisti. E’ talmente fiducioso di questo futuro incontro fino al punto che dichiara: “Dalla nostra unione nascerà un erede, lo chiameremo: Futuro. Pietramala si accontenta di questa promessa dell’amato e gli sussurra: “Ti amo, non vedo l’ora di riabbracciarti”.

Foto n. Telemaco Signorini – Pascolo a Pietramala

L’AMORE IMPOSSIBILE DI DUE GIOVANI: COVIGLIAIO E PIETRAMALA

Covigliaio: lascia che stenda un braccio su di te e ti avvolga con iprofumi del mio parco naturale fino a inebriarti.
Pietramala: tu sai quanto amo il porufumo dei tuoi boschi, la freschezza dei tuoi ruscelli, ma permettimi di accarezzarti con l’aria fresca che scende giù da Montebeni e da Monte Canda
Covigliaio: vorrei tanto abbracciarti come abbiamo fatto per lungo tempo, ma qualcuno ha rotto questa nostra unione. Una ruspa del Comune e degli operai cattivi hanno piantato una barriera fra te e me.
Pietramala: E’ vero non sento più il tuo abbraccio. Il mio lungo braccio che si snodava sinuoso sul crinale del monte non sente più la tua mano. Perché ci hanno divisi Covigliaio?
Covigliaio: è stata l’invidia delle persone che ci ha divisi. Esse non vedono di buon occhio due persone che si amano.
Pietramala: allora vuol dire che resteremo per sempre divisi? E il nostro amore che è durato anni e anni?
Covigliaio: non permetteremo a nessuno di dividerci così. Il nostro amore non sarà vano. Il nostro abbraccio tornerà a farsi sentire più forte che mai. La brezza delle nostre colline e dei nostri monti tornerà a mescolarsi e a inebriarci, come sempre.
Pietramala: perché non ci incontriamo stanotte verso la mezzanotte? Sarà bellissimo stare ancora insieme…
Covigliaio: Sei impazzita? Ma non sai che ci dovremmo incontrare in un bosco buio e nero popolato di Elfi, draghi e animali feroci, chiamato Baccanella? Sarebbe una follia.
Pietramala: Sarà una follia, però io lo voglio fare. Mi piacciono le avventure, specialmente di notte. Gli Elfi non ci daranno fastidio e neppure i draghi e le bestie feroci.
Covigliaio: no, le tue parole non hanno senso. Torneremo sì a incontrarci e ad abbracciarci ancora, ma non in quel luogo sinistro della Baccanella. Ti vorrò riabbracciare su quel crinale tanto bello, che ha fatto sognare Granduchi, scrittori, poeti e artisti di ogni genere. Ti ricordi quando veniva Telemaco Signorini a ritrarre i nostri prati, i nostri monti, le nostre mucche, sulle sue tele? Ma questi tempi ritorneranno. Dalla nostra unione nascerà un erede, lo chiameremo: FUTURO.
Pietramala: Ti amo, non vedo l’ora di riabbracciarti.

PIRAMIDE DI CHEOPE O….CAPATOSTA?

Vi ricordate il ciuco che vola su Montebeni? Ebbene, questa frana annunciata si è verificata solo in parte, tanto che il ciuco di Montebeni è rimasto sorpreso e continua a volare indisturbato e felice sopra il monte.
La montagna è in festa, la strada è stata finalmente riaperta e i paesi di Pietramala e Covigliaio si sono riabbracciati.
Dopo tanto pensare da parte dei tecnici e “cervelloni” chiamati da ogni parte, si può dire che la montagna ha partorito il topolino, anzi, la montagna ha partorito ‘a capa-tosta, così è stato battezzato questo “terrapieno” dalle persone del luogo.

Foto n. 4 – Piramidi egiziane o barriere paramassi?
La “capatosta” di Montebeni

A detta dei buontemponi la barriera sarebbe stata collaudata con energiche capocciate proprio dagli stessi cervelloni che avevano previsto il crollo.
Ora la popolazione dorme sonni tranquilli: se la barriera non è caduta con le capocciate dei cervelloni, non cadrà neppure se crollerà l’intera montagna.

Ora sul Montebeni
Tutti vanno apposta
A guardar da
Vicino ‘a capatosta

LA STRADA ALTERNATIVA DI MONTEBENI

Una strada talmente strana
Che si dovrebbe fare con il mulo
Vuol dire che se non si andrà avanti
Si andrà a rinculo.
Si spendono i soldi e non si sa dove vanno
Povero popolo
Gli va tutto a danno.

( Poesia di Nedo Domenicali)

SASSO DI CASTRO
Una delle più belle montagne dell’Appennino in via di demolizione

Se noi ci domandiamo: Chi ha fatto il celebre dipinto Monna Lisa? In coro rispondiamo: Leonardo da Vinci. Ancora, se ci domandiamo: Chi ha affrescato la bellissima Cappella Sistina in Vaticano? In coro rispondiamo: Michelangelo Buonarroti. Chi ha dipinto la celeberrima Nascita di Venere, esposta agli Uffizi? Anche qui non abbiamo dubbi: in coro rispondiamo: Sandro Botticelli. Fin qui tutto chiaro. Adesso, però, facciamo una domanda più difficile: Chi ha fatto o chi è stato l’autore della bellissima montagna dell’Appennino che si chiama Sasso di Castro?

Foto n 94. Sasso di Castro

Immagino di vedere tanti scolaretti che si nascondono sotto i banchi o dietro i libri. Nessuno vuole o non è in grado di rispondere. La risposta in questo caso non è corale, ma si avrà una risposta differenziata a seconda delle persone. La gente della montagna,gente alla buona ma non per niente minchioni, vale a dire i nostri nonni, i nostri padri, non avrebbero esitato e avrebbero risposto, con sicurezza e immediatezza: L’ha fatta Iddio. Oggi che siamo nell’epoca del “progressismo”, dell’”evoluzionismo”, del “materialismo”, dei fantomatici big-bang, della derivazione dell’uomo da non so quale animale: si parla di scimmie, di foche, ancora non si è capito bene qual’è il nostro progenitore. Tuttavia, anche se non sappiamo bene chi è il nostro progenitore, conosciamo bene il nostro simile che è il famoso “uomo falco”, quello della canzone di Venditti, colui che se lo “cerchi” vola più in alto, poiché frequenta la società del jet-set, ha le camicie sempre inamidate e le cravatte sempre in tinta, “uomo-falco” che Venditti paragona a un gran figlio di “samaritana”. Ecco, questa persona ti darebbe la seguente risposta: il Sasso di Castro, pur essendo una bellissima montagna, riconosciuta nei secoli addietro, perfino anche dagli uomini “preistorici”, si è fatta da sola (per piacere non mettetevi a ridere), e pertanto, non essendovi un “creatore”, un qualcuno a cui corrispondere i diritti d’autore, noi, in considerazione anche del fatto che: contribuiamo a dar lavoro alle famiglie, contribuiamo alla ripresa economica della zona, permettiamo la costruzione di opere di pubblica utilità, ecc, dico, per tutto un insieme di ragioni, noi possiamo demolire la montagna. Sembra che la cosa non faccia una grinza, tutto chiaro, no?

Foto n. I tre “gioielli” della Futa: Sasso di Castro, Montebeni e Canda

Resta da convincere quello sparuto numero di persone che credono che la montagna Sasso di Castro l’abbia creata Iddio. La risposta è facile, si sa benissimo che quelle sono tutte cose inventate, che oggi siamo nel terzo Millennio, non possiamo credere più alle streghe, quello che conta in fine dei conti, detto in soldoni, è far quadrare il difficile bilancio familiare, ecc. ecc. Quello che contano oggi sono i soldi, senza quelli non puoi fare niente, conta il rafforzamento dell’euro nei confronti del dollaro, contano i titoli, conta la Borsa, gli “stakanovisti” del guadagno, quelli con il Sole, 24….sotto il braccio. E poi questi “visionari”, “pezzenti”, sono pochini, non hanno forza. Magari li senti a protestare davanti ai Comuni. Ma che fanno? Fanno ridere. I nuovi “feudatari”, i “novelli Ubaldini” siamo noi, loro sono servi della gleba. Beppe Grillo, comico genovese, oscurato per vari anni da tutti i media, diceva: Quante cazzate si sono fatte in nome del lavoro! Si sono create le acciaierie di Terni, e, questo proposito Grillo diceva: A qualcuno di voi a casa mancano le posate? Si sono dati i motorini ai quattordicenni, per far lavorare le varie case motociclistiche. Si è avallato perfino la produzione di mine antiuomo, quelle che hanno fatto migliaia e migliaia di morti, migliaia e migliaia di mutilati, specie fra i bambini, in questi ultimi drammatici tempi. Per il lavoro lo stato paga alle case automobilistiche migliaia di miliardi per la cosiddetta “rottamazione”, per aumentare la produzione delle auto….e di conseguenza aumentare il famoso “effetto serra”, quello per capirci che fa sciogliere i ghiacciai ai Poli, ma non solo, quello che crea anche i laghi “Effimeri”. Ma, i parcheggi? Sono di difficile realizzazzione: “provvederemo a multare le auto che sono in duplice, triplice fila”. Dunque ecco che gli “uomini falco”, volano alto, molto in alto a quota 11.000 metri sopra il Sasso di Castro e se ne “fottono” di tutto e di tutti. Altro che ciuchi che volano su Montebeni….Le Montagne di Sasso di Castro, Montebeni e Monte Canda sono un paesaggio unico, cantato da poeti, immortalato da pittori famosi quali Telemaco Signorini, e allora? Se sparirà il Sasso di Castro, ci sarà una nuova grande arteria, una camionabile, una strada in galleria. Si, però il Sasso di Castro non ci sarà più? E ridai, i tempi sono cambiati. La pittura è passata in secondo ordine, ora c’è la fotografia, la cinematografia digitale e poi con la tecnologia di oggi, i monti li potremo anche ricostruire, forse non belli come quelli che aveva fatto Iddio, anzi no, come quelli che aveva fatto Darwin… insomma come cavolo si chiama quello che ha fatto il Sasso di Castro?

SASSO DI SAN ZANOBI: SIMBOLO DELLA ROMAGNA-TOSCANA

Il Sasso di san Zanobi è molto più di quello che ha rappresentato fino ad oggi dalle popolazioni locali, che si sono succedute nei secoli, e anche molto di più di ciò che ha rappresentato per gli Etruschi, per i Romani, ecc. che da questo masso sono transitati per raggiungere il versante emiliano e romagnolo.

Foto n. Il sasso di San Zanobi

Una specie di pietra miliare, una specie di faro, visibile a chilometri e chilometri di distanza, una specie di divinità, forse così era considerato dai popoli antichi, I Romani lo chiamavano “Petra mora” per distinguerlo da “Petra mala”, il vulcano, allora e ancora in parte attivo (lo è stato fino a qualche decennio fa) che emetteva, attraverso le fessure delle rocce, dei gas che si autoincendiavano a contatto con l’aria: delle vere e proprie lingue di fuoco, che brillavano sinistre nelle notti, facendo credere alla popolazione e ai passanti che esse fossero le anime dei defunti in Purgatorio, che venivano sulla terra a reclamare le preghiere. Era questo un prodigio, soprattutto per le popolazioni etrusche e romane, così attente ad ogni manifestazione della natura, che non poteva passare inosservato.

Foto n. Il Sasso di San Zanobi prima della guerra

Con un piccolo distinguo: gli etruschi credevano che questi segni della natura: fulmini, volo degli uccelli, ecc. fossero segnali degli dei che inviavano agli uomini, perché essi li interpretassero (divinazione attraverso gli aruspici) e si comportassero di conseguenza; i romani invece, più illuminati, davano a queste manifestazioni naturali una spiegazione, direi quasi moderna, quasi scientifica.

Foto n. L’autore del libro sulla cima
del sasso di San Zanobi

Tuttavia, come gli etruschi, i romani furono molto attaccati all’aruspicina, agli auguri, che prevedevano il futuro e giudicavano se un’azione o una guerra partisse sotto i buoni auspici o meno. Tutte e due i popoli, in un verso o nell’altro, erano molto scaramantici, e per questo si affidavano con molta facilità ai maghi, ai sacrifici animali (e umani) e alla relativa interpretazione delle viscere. Ne è un esempio il ritrovamento etrusco, il cosiddetto “fegato” di Piacenza, in bronzo, consultato da una specie di maghi-astrologhi e da vecchie megere, le cosiddette Sibillae. Tornando al Sasso, vediamo che esso si erge immobile, con la sua monumentalità totemica, con i suoi massi in bilico, che ci ricordano antichi templi ancestrali (Stonehenge), oppure primitive piramidi egiziane o Maya o atzeche. Il Sasso ha stimolato, sempre, nei secoli, la fantasia delle generazioni e dei viandanti. Fino a non molto tempo fa si leggeva, anche nei libri “canonici” di storia del Mugello e dell’Alto Mugello, che il Sasso di San Zanobi, come altri sassi minori (la Maltesca, ecc.) che si trovano disseminati qua e là nella zona, altro non fossero che meteoriti cadute dal cielo in epoche preistoriche. In realtà, questi massi, che sembrano erranti, cioè trasportati da antiche glaciazioni, altro non sono che dei massi “ofiolitici” di serpentino (“Ofiolitico” significa una roccia intrusiva, forse vulcanica; “serpentino” è così chiamato perché i filoni ondeggianti, che emergono dalla terra, assomigliano a dei serpenti. Questa roccia, formata da molti minerali, fra i quali i quarzi, le arenarie, ecc., e molti metalli, è comune in questa zona, nella Valle dell’Idice, ecc,). La gente aveva accreditato l’ipotesi del meteorite, poiché la morfologia della pietra era molto diversa dalla più comune pietra serena che abbonda in questi monti e vallate. Un’altra leggenda che risale ai primi secoli, ma niente vieta alla tradizione cristiana di crederla come vera, vuole che il Santo Protettore di Firenze, che sicuramente è passato di qui agli inizi del sec V, abbia ingaggiato una sfida con il Principe degli Inferi (chiara allusione agli Dei romani e etruschi) consistente nel trasportare sulla montagna il masso più grande. Naturalmente fu il Vescovo Fiorentino Zanobi o Zanobio, che si aggiudicò la vittoria, trasportando nientemeno che il Sasso di Pietra Mora (sulla punta dell’indice del proprio dito), diventando in seguito Sasso di san Zanobi. Leggende pagane o paleo-cristiane, ovviamente, ma la dicono lunga sulla mentalità dell’epoca. Accanto a questo Sasso di san Zanobi vi fu poi costruita una cappellina, che veniva officiata, almeno nel Medioevo dal priore di Caburaccia, ed era sicuramente un rifugio e un luogo di sosta e di preghiera per i viandanti. Non lontano da questa cappellina vi era uno Spedaletto (da distinguerlo da lo spedale della Ca’ bruciata) per soccorrere e curare i viandanti poveri e in difficoltà (Dal cristianesimo e dai primi cristiani nasce questa bella istituzione: gli ospedali, senza fini di lucro). Ancora esisteva nella zona del Peglio, assai vicino a questo luogo, un Cenobio o se vogliamo una Abbazia benedettina, detta Santa Maria a Branchi.

Foto n. Fregio dell’antica Abbazia di Branchi

Io ho ritrovato, presso il mulino del torrente Diaterna., presso il mulino, murati sulle pareti esterne di una casa colonica, alcuni fregi in pietra che potrebbero risalire ai secc. XI-XIII, e potrebbero essere appartenuti a questa Comunità monastica. Questo, per dire, quanto fosse viva, quanto fosse popolata e importante questa zona della Romagna Toscana. Ora, come allora, il sasso di San Zanobi si erge maestoso, e come gigante buono “guarda” e controlla la sua valle, quasi la voglia proteggere. E il Santo San Zanobi? Anche lui è lì, sul pinnacolo più alto del Sasso, che guarda minaccioso coloro che vorrebbero distruggere questo angolo di Paradiso. E il Principe delle Tenebre che sfidò San Zanobi? Purtroppo, anche lui è lì, pronto ad altre sfide, con altri Santi che inevitabilmente verranno. Chi sarà il nuovo vincitore? Ai posteri l’ardua sentenza.

SLANG? NO, “BALZAROTT”
La vita e la “parlata” dei nostri vecchi nell’Alto Mugello

Non facciamoci ingannare da quelli che dicono che il romagnolo è quasi uguale all’italiano, ci sono parole molto diverse, come per esempio: Ci furino te che significa: Hai furia? Astuger: indugiare. In cu non significa quella parolaccia, bensì: oggi. Burdela: ragazza, mugneghe: albicocche. Basterd o bastird e il dispregiativo bastardass: ragazzo, ragazzaccio. L’è un mat: non significa è un matto ma un personaggio estroso che fa ridere. La brecca è la ciuca, che sarebbe stata l’automobile dei contadini di quei tempi. Ciò venn a que: significa ehi tu, vieni qui, l’è un quel: è un coso, come diremmo noi toscani, oppure può significare: é un tipo fatto così. Da questi pochi esempi ci possiamo rendere conto della marcata differenza fra parlata mugellana e alto-mugellana. Ancora la pigena è il pollastrello e non il piccione. La scrana o screna è la sedia o seggiola dei toscani. Parler gras significa intavolare un discorso un po’ pruriginoso. Th’chora e th’chotta (pronuncia ciòra e ciòtta) significa sopra e sotto. I marùn significano i marroni, ma anche una parte anatomica nascosta di noi uomini. Quest’ultima, a volte, è detta anche malètta che significa valigetta. E’ po significa e poi, e’ furmenton sarebbe il granoturco e spanocia la spannocchia. Di conseguenza spannocer significa spannocchiare. Il granoturco era mezzo di sostentamento per queste popolazioni che vivevano, o quasi, di polenta. Del granoturco si usavano anche le foglie secche per fare i materassi. Io cui ho dormito su uno di questi…che risate! Le scherp sono le scarpe che i contadini di quassù portavano molto grosse e con i chiodi. Chi si vuol rendere conto vada a visitare il Museo dell’Arte delle Genti di Palazzuolo; vi troverà pure una dentiera fai-da-te in alluminio costruita proprio da un palazzuolese. Un pò ‘d forma sarebbe un po’ di formaggio, naturalmente accompagnato da un buon bicchire di vino,che nessun contadino di quassù avrebbe negato al viandante, anche se sconosciuto. Poi ci sono i caplètt che sono diversi dai turtlèn bolognesi. I caplètt avevano la forma di piccoli cappelli e si facevano a mano, nelle “veglie” delle feste più importanti con la famiglia riunita al completo. E poi c’è la cavala, la cavalla, altro mezzo di locomozione importante per quei tempi. Un aneddoto parla di un Pirètt (Pierino) di Monti che montava una mula o una cavalla. I contadini dell’epoca erano soliti portare un cappellaccio fin quasi sopra le sopracciglia e di darsi la barba, una volta ogni quindici giorni quando andava bene. Lungo la strada incontra Aldètt, altro personaggio buontempone, che veniva in senso inverso tenendo una brecca (ciuca) per la cavezza. Aldètt vedendo Pirètt così conciato e sporco che pareva un pore gevl (un povero diavolo) gli intima subito di fermarsi: “Fermati Pirètt per l’amor di Dio che copro gli occhi alla brecca, di modo che lei non ti possa vedere, altrimenti la ciapa pora (prende paura, si spaventa).

Foto n. Caminetto di una casa colonica al Poggio

Questo per dire, quanto i contadini trascurassero il loro “look” durante i giorni lavorativi. Ancora: ‘en fat terd: abbiamo fatto tardi, me ciapa la risaiola: mi scaoppa da ridere. Andèn a magner, abir un bicir de ven: andiamo a mangiare, a bere un bicchierozzo di vino. Tulir, invece credo derivi dal latino, significa: prendere. Tulì: prendete. La pignata è la pentola, quella di coccio. E fug, è il fuoco, il cusèn è il cugino, fradèl, fratello; la cugneda la cognata. La cantèna è la cantina, ‘e fiasc è il fiasco. La spagnera è l’erba medica, quella che serviva per alimentare le bestie una volta essiccata al sole. ‘E pan è il pane che si sfornava ogni 10-15 giorni con la farina macinata al mulino. Ogni famiglia aveva il proprio forno e chi non aveva la farina, talvolte capitava, date le ristrettezze, la chiedeva in prestito. E poi ci sono i derivati delle castagne secche che i nonni senza dint (denti), non potevano rosicchiare e allora le cuocevano, come una minestra.

Foto n. Spannocchie a seccare in cucina

La farina di castagne serviva anche per fare ‘e castagnass, il castagnaccio, una specie di torta con i pinoli usando la farina dolce dei marroni. E poi c’era, poche volte, ‘bro’d galèna, il brodo di gallina, e se questa gl’ira vecia (fosse stata vecchia) gl’ira ancor più bon. Ma il maiale era la fonte primaria di ricchezza e di sostentamento. ‘E maiel , il maiale, al quale si “faceva la festa” avvicinandosi al Santo Natale, e questo, davvero, nelle varie forme di conservazione, sotto sale e pepe, permetteva la sopravvivenza di quelle famiglie. ‘E fèva ‘e prosciott, si facevano i prosciutti, la sosessa, la salciccia, i ciccioli con l’alùr, con l’alloro e infine il lardo ‘e lerd con il quale tutto veniva cucinato. La carne così preparata, veniva appesa ai soffitti in bella vista; questo dava un tono di ricchezza alla casa. Quando nelle famiglòie si vedevano allineati tanti prosciutti, carne secca, salamini, ciò significava che in questa famiglia c’era un capoccia con i marùn, con i cogl….In altre parole in quella famiglia ‘e leghevn ‘e can co’ ‘e sosess, legavano i cani con la salciccia. Ma in questa società patriarcale, non mancava la figura de ‘e padron, ‘e s’gnur che viveva nella casa padronale, quasi una villa, con la torretta al centro, la colombaia. Al padrone era dovuta la metà del raccolto e dell’allevamento. Lascio giudicare a voi! I contadini, quelli che non possedevano la terra in proprio, erano dei povrass, della povra zent, povera gente, che non aveva neanche un suldett per tirer innans, un soldo per tirare avanti. E pensare che a questa categoria apparteneva la stragrande maggioranza della popolazione, la quale quando era senza lavoro ‘la steva intorno a ‘e fug, stava intorno al fuoco, cioè al caminetto, che non mancava mai, anche se a volte mancava la legna da ardere. Più di tutti a ‘e fuguler ‘iè steva la vecia, al focolare ci stava la vecchia, quasi sempre intenta a fare la calza, a snocciolare Ave Marie e a tessere la lana con il fuso e il telaio. Ma c’erano anche gli attrezzi: ‘e sgon, il segone, la falce per la spagnera, erba medica, ‘e curtel, il coltello, ecc. Per prendere l’acqua si usava la broca, ma anche la mesèna, mezzina e si doveva spesso fare molta strada per raggiungere la sorgente (acqua in casa neanche a parlarne). E la domenica si andava alla Santa Messa da ‘e prit (ol prete) perché era un obbligo, e anche perché da queste parti si era molto religiosi, nel senso di “osservanti”. Durante la cerimonia il prete chiedeva ‘e sciuld, ‘e diner (soldi, denari) da distribuire ai più bisognosi e anche per mantenere la parrochia (e il prete: allora non erano stipendiati). E poi le feste di Nadel, il Natale era la festa più importante.

Foto n. Un forno

I contadini abbandonavano ogni attività all’infuori di quella di “governare” le bestie, e per l’occasione, si mettevano l’abito più bello: gli uomini immncabilmente con il cappello, acquistato alla Fira d’ Firensula (Fiera di Firenzuola) o al mercato, sempre a Firenzuola o a Castel de Ré (Castel de’ Rio). Il mercato si teneva ogni lunedì e lì si portavano le vacche, i polli, i conigli, i piccioni e tutto ciò che si voleva vendere o barattare. Con il ricavato si comprava il sale, lo zucchero, le farine, le sementi, l’alimentazione per le bestie, qualche capo di abbigliamento, le scarpe dal calzolaio. Il mercato era anche un momento di svago, un momento di incontro e di aggregazione con gli altri agricoltori: si parlava della semina, dei raccolti, di Tizio, di Caio e anche di Sempronio. Le donne seguivano i loro mariti e a mesdé tut a magner en la tratureia (tutti a mangiare nella trattoria). Si ordinava spesso il vino, il resto veniva spesso portato da casa. I più abbienti ordinavano anche primo e secondo. Fra le feste religiose, oltre il Natale, anche il giorno dei “morti” era una ricorrenza molto sentita. Anche la Quaresima, tempo di espiazione, veniva osservata rigorosamente. Chi andava a ballare in questo periodo, e ce n’erano, erano guardati e giudicati severamente, e poi, questi dovevano fare i conti con il parroco, che, non si sa come, ma sapeva sempre tutto e di tutti! Bisognava fare attenzione perché il parroco era allora una personalità. Quando un giovane si doveva sposare, inevitabilmente, venivano richieste informazioni ai parroci. Se questi dicevano, come narra un aneddoto: ‘E bastird met ben (il ragazzo mette bene), il matrimonio era quasi fatto. E poi, a maggio, mese della primavera, ma anche mese in cui, con strumenti non proprio adeguati e con voci non proprio da Cappella Sistina, sia andava alle case a “cantar maggio”. Le donne spalancavano le porte ai “maggiaioli”, sorta di cantori improvvisati, e mettevano nel loro paniere uova e, qualche volta, qualche soldino. Il ricavato serviva per celebrare messe e uffizi per i defunti, mese in cui a causa delle forti nevicate e del ghiaccio, non era possibile recarsi alle case per fare la questua e talvolta recarsi perfino al cimitero, inaccessibile per ghiaccio, neve e freddo. E’ un piacere per me ricordare queste cose, fare questo “amarcord” che io ho vissuto in prima persona. Quando avevo 6-7 anni andavamo a trovare i parenti romagnoli con la curira (corriera), che ci lasciava al Paretaio, presso il Sasso di San Zanobi. Qui, stile Sicilia, lo zio ci veniva a prendere con la bricca (ciuca), caricava i bagagli, e sopra le valige salivo io a cavalcioni, e lo zio Gigione ci conduceva a casa sua. La curira proseguiva per Piancaldoli. Altri tempi quelli…ma la storia potrebbe continuare.

SUSINANA: ALLA RICERCA DELLA TOMBA DI MAGHINARDO

Una leggenda vuole che Maghinardo Pagano sia sepolto con la sua spada d’oro e in abiti vallombrosani nel monastero di Susinana. Ma è davvero una leggenda e chi era questo
personaggio che a distanza di 700 anni fa ancora parlare si sé? Per inquadrare la figura storica di questo grande condottiero bisogna rifarsi alla storia di quel periodo. Siamo in pieno periodo delle lotte fra guelfi e ghibellini. A Faenza, le lotte delle fazioni interne si polarizzano intorno alle famiglie degli Accarisi

Foto n 101. La Badia di Susinana nel 1700

ghibellini e dei Manfredi guelfi. Si giunge in epoca dantesca e si alternano al potere in qualità di Capitani del Popolo Maghinardo Pagano e Francesco Manfredi, quest’ultimo riuscirà a farsi riconoscere Signore di Faenza dopo la morte di Maghinardo. Ma in realtà chi era questo controverso personaggio? Fu senza dubbio uno dei più famosi cavalieri che dominarono il nostro Appennino nel sec XIII. Egli fu tuttavia un condottiero forte e spregiudicato, definito da Dante Alighieri ‘leoncello’ e ‘demonio’. Le città di Lamone e di Santerno conduce il lioncel dal nido bianco, che muta parte da la state al verno e cioè le città bagnate dal Lamone e dal Santerno, cioè Faenza e Imola, sono dominate da Maghinardo Pagano, il cui stemma era un leone in campo (nido) bianco, pronto a farsi ghibellino o guelfo a seconda delle stagioni (Divina Commedia, Inferno bolgia VIII, ottavo cerchio, versi 46-48). Ma Dante ancora continua: Ben faran i Pagan, da che ‘l demonio lor sen girà; ma non però che puro già mai rimanga d’essi testimonio e cioè: bene faranno i Pagani, Signori di Faenza, a non ‘rifigliare’ dopo che sarà morto l’ultimo dei loro, un demonio: Maghinardo Pagani da Susinana. Essi tuttavia non riusciranno a far sì che mai abbiano più buona fama. Con questa sentenza lapidaria Dante congeda il nostro famoso condottiero e signore potente della Valle del Lamone.
Ma se Maghinardo è stato spregiudicato in vita non lo è di meno al momento della morte. Egli muore il 27 agosto del 1302 nel castello di Benclaro, nella Valle del Lamone, e nel suo testamento fa scrivere: “Per prima cosa in verità scelgo come mia sepoltura e voglio che il mio corpo sia sepolto presso la chiesa e monastero di S. Maria di Rio Cesare secondo l’usanza e vestito dell’abito dell’ordine di Vallombrosa e non diversamente, il chè comando sia fatto scrupolosamente dai miei fidecommissari e osservato dettagliatamente dalle mie eredi designate”. Una disposizione così chiara ed autorevole non poteva dare adito a ripensamenti. E’ chiaro che Maghinardo Pagano è stato sepolto in abiti vallombrosani nella chiesa della Badia Vallombrosana di Susinana. Meno chiaro è invece il luogo esatto nel quale è stato sepolto.Secondo l’usanza medievale, tutti gli abati venivano sepolti sotto il pavimento, dentro la chiesa. E’ quindi probabile che un tale personaggio abbia ricevuto lo stesso onore riservato agli Abati del monastero. Per questo ‘servizio’ l’Abate e i monaci di Susinana non avranno da lamentarsi. Il testamento continua: “..lascio al predetto Monastero e chiesa di Santa Maria di Rio Cesare per la salvezza della mia anima e la remissione dei miei peccati, la metà del molino della Rocca di Susinana… inoltre lascio quattrocento fiorni d’oro ecc. ecc.” Il Willobaldo, storico vallombrosano, accenna al grave disagio economico in cui versava il convento prima del testamento di Maghinardo e la successiva rifioritura che è durata almeno 100 anni! Tornando alla sepoltura di Maghinardo bisogna subito dire che scavi condotti in maniera seria e scientifica non sono mai avvenuti. Una leggenda popolare vuole che la tomba si trovi in fondo alla chiesa nel punto esatto in cui un raggio di sole, in un determinato giorno dell’anno, riesce a penetrare per pochi istanti attraverso una specie di finestrina.Un’altro indizio, molto interessante, è dato da una pietra posta in alto sulla facciata fatta a forma di chiave. Questo particolare inedito potrebbe essere la ‘chiave’ di lettura della ubicazione della tomba di Maghinardo. Ma leggende su questo personaggio e sulla sua tomba si infittiscono. Pare che egli sia stato sepolto con un forziere stracolmo di oro e gioelli, insieme alla sua spada d’oro. Altre leggende, narrate dai contadini della zona, vorrebbero che il fantasma di Maghinardo, vestito con una corazza d’oro si aggirasse per le campagne intorno alla Badia di Susinana. Il castello di Maghinardo a Susinana si trovava a due Km dall’attuale Badia a 395 mt sul livello del mare, sulla riva destra del Senio, e i ruderi dellol stesso sono visibili nei pressi di una casa colonica detta “Le Ari”. La Badia di Susinana sorta dapprima come Abbazia cluniacense, avanti il Mille, divenne in seguito cenobio vallombrosano verso l’inizio del sec. XI. Oggi nella stessa troviamo due monaci, uno dei quali P. Angelo Costa, mi ha fornito preziose informazioni con squisita cortesia e che ringrazio. Proprio in questi giorni, a Palazzuolo, che in altri periodi è una tranquilla borgata montana, si anima, per un palio medievale che vede come trofeo una campana molto antica, probabilmente della stessa Abbazia di Susinana, che fu tolta dai fiorentini e che adesso si troverebbe a Figline Valdarno. Un invito allora a tutti a recarsi a Palazzuolo a partecipare alle Feste Medievali, fra balli, canti, giochi, personaggi in costume medievale e …..chissà che qualcuno noti la presenza di un condottiero a cavallo, vestito di corazza d’oro e spada d’oro, venuto a curiosare fra la gente, un …..certo Maghinardo Pagano da Sasinana!

TELEMACO SIGNORINI VILLEGGIANTE A PIETRAMALA

In villeggiatura con poeti, artisti e il celebre pittore macchiaiolo Telemaco Signorini.
Ognuno sogna come può e, quando si tratta di sognare a occhi aperti, ognuno sogna come vuole. Certo, gli americanofili incalliti sognano la California: esiste anche la famosa canzone “California dreaming”che è stata canticchiata da tutti durante gli anni ’60. Non me ne vogliano gli americanofili, specialmente quelli che si riempiono la bocca con le parole “New York”, “Holliwood”, “California”. A costoro dire che qualcuno sogna Pietramala può sembrare un’eresia, una mancanza di rispetto verso quelle località americane, ma per me, vi assicuro, sognare Pietramala è molto di più che sognare la California, New York o Holliwood o Las Vegas. D’altronde non sono l’unico, sono in buona compagnia, a cominciare da poeti famosi, dal grande pittore macchiaiolo Telemaco Signorini, oppure dal poeta Diego Garoglio, che cantava così Pietramala:

O Pietramala gemma custodita
dal Canda, da Montòggioli, dal Beni
t’amo pei giorni liberi e sereni
che donasti e ancor doni alla mia vita,
quando l’anima stanca inaridita
dai cittadini inganni odie e veleni
cerca un rifugio sui tuoi poggi ameni,
e vi ritrova la sua rifiorita. Ecc.

Ma anche Goethe, nel suo viaggio in Italia dall’agoosto 1786 all’aprile 1788, descrive così la campagna intorno a Pietramala: “questo Appennino forma ai miei occhi una porzione di mondo degna di nota…..Crescono qui molto belli i castagni, ottimo v’è il frumento, e le biade son già d’un verde dolcissimo”. Ma, come dicevo, soprattutto Telemaco Signorini rimane affascinato da questo paese, che regolarmente ogni anno nei mesi caldi, viene quassù a respirare un po’ d’aria buona e, dato che era uno dei maggiori pittori e letterati macchiaioli, fra un dipinto e l’altro, non manca di arricchire il suo Zibaldone, di qualche bella e pungente poesia come questa:

Icché tu vò sposà! Fammi ippiacere
Se tu se’ pieno d’anni e di calie !….
O che gli ‘o tu mettere costie
Tu l’ha ‘n Pellicceria sempr’a diacere.
Egli è coda di gatto… un fà pazzie!….
Ti gonfia e non t’assoda pe’ godere…
E un c’è né medicina né droghiere
Quando gli ha iccapo alle coglionerie
Gli è come i’ misurin de’ bruciatai
E gli sta a riposà sulle ballotte
Senti iddotò Menanni casomai.
Chi è vecchio, caro mio sai come fotte?
Cande si sente di piscià, ma oramai
Ti piscia sui ciglioni e buona notte.

Foto n. Telemaco Signorini Pietramala

(Traduzione: Cosa? Ti vuoi sposare? Fammi il piacere/Tu sei pieno di anni e di malanni!…/O cosa gli vuoi mettere costì/Ce l’hai in pellicceria sempre a giacere/E’ come una coda di gatto…non far pazzie!…Si gonfia e non assoda per godere/E non c’è medicina né droghiere/Quando ha il capo alle coglionerie/è come il misurino dei caldarrostai/Sta a riposare sulle castagne/Senti casomai il Dottor Menanni/Chi è vecchio caro mio sai come fotte?/Quando si sente di pisciare, ma oramai/ti piscia sui ciglioni e buona notte). Telemaco Signorini, ritrova a Pietramala, nei suoi soggiorni, la verve poetica e tanta voglia di vivere e di lavorare. Oltre a fare vari disegni, fra questi uno bellissimo: Il corso Giovanni Villani a Firenzuola, Telemaco realizza qui a Pietramala tre bellissimi paesaggi, tre pitture ad olio su tavola, uno intitolato Pascolo a Pietramala, in cui si vedono alcune mucche al pascolo sullo sfondo del Monte Beni e un bimbo in primo piano, seduto sul prato, con in mano alcuni fiorellini. Un quadro questo caratterizzato da un colorismo delicato, tenue, da una luce intensa e diffusa che mette in risalto ogni particolare. Sopra il monte, un bellissimo cielo blu ceruleo, invita alla pace, alla distensione, invita a….sognare. L’altra tavola, sempre intitolata Pascolo a Pietramala, è anch’esso un olio su tavola di medie dimensioni. La scena è sempre un prato in primo piano con tre mucche che pascolano beate su un manto di erbolina fresca e fiorellini variopinti. Sullo sfondo due antichi rustici, tipici di questa zona, con i tetti in lastre di pietra. In questa pittura però il Signorini risente un po’ dell’ambiente d’oltre Alpe, ad esempio i paesaggi a Combe-la-Ville, oppure le case di Parigi o di Leith. La terza pittura è un olio su tela intitolato Fine d’agosto a Pietramala. In questa pittura, dalla luce intensa, dai colori solari. si vede un muro di cinta, quello forse del giardino della sua casa, con un cane e disteso sul muretto. Tutt’intorno è luce, e sullo sfondo la strada che conduce al Peglio, con i monti ed un cielo iridescente, con appena qualche nuvoletta ad annunziare l’approssimarsi di settembre. Telemaco, in questo ambiente, con gli amici artisti, passa momenti indimenticabili. A un certo Mago Chiò aveva detto: “Se ci vai in agosto (a Bologna ndr) a trenta miglia (da Firenze ndr) domanda di me in un paese chiamato Pietramala e mi ci troverai….” Ma Telemaco a Pietramala non amava solo disegnare e dipingere, amava anche guardare le belle signorine. Per una di queste aveva scritto la seguente poesia:
Da retta che ragazza! Bacco ruffiano!
Mi par ieri l’era piccinina;
Te ne rammenti Cecco di Trespiano?
La ci enne da se pe’ la manina,
L’era, Bacco d’un cane, viva l’Agatina,
E vu stavi su Ipprato, ai primo piano,
E fu qué l’anno che sposà l’Annina
Ch’era rimasta vedova di Tano
E poi cande e’ fu morto issù figliolo,
S’andò con Galibardi, Bacco lezzone
A mandà via e’ tedeschi dai Tirolo…
Ma tu mi dici l’ha qui cuffione
Tutto bianco che pare un toagliolo?
L’è passaca, Bacco d’un can, a comugnone
In un’altra poesia parla di cocottes e di protettori:
Che ti pigli un tremoto che t’ammazzi
Ocché ti lei ora Crementina?
porca m….c’è la francesina
che t’ha fatto digià cinque o se’ caz…
Oicché fa qui signo’ dalla bracina?
Tun le edi icche fa? Piglia e’ palazzi
che son più antichi con que’ su terrazzi
pis…pis…la vadia su c’è una bambina…
La francesina poi l’è sempre lì
a rivogare a tutti i’ nisse nisse
Vien donc tremper la soupe, mon cheri
L’ha tu sentica eh ? Come e si disse
Ti pigli un accidente da morì
Mais viens donc dans le bras de mes cuisses
Per concludere una poesia di Nedo Domenicali, poeta contemporaneo, che decanta la sua bella Pietramala:

Il bel paese dell’Alto Mugello
seimila metri poi siamo in Emilia
venitelo a vedere quanto l’è bello
un panorama ch’è una meraviglia.
Due bar, un ristorante, un bel castello
che tanti vogliono e nessuno piglia
se comprarlo è modesto il costo
troppo ci vuole per metterlo a posto.
Si mangia fiorentine e misto arrosto
ben conosciuto all’albergo Gualtieri
acqua sorgiva e vino di buon mosto
conferma abbiam da tanti passeggeri.
Che han conosciuto il buon cuoco tosto
gestor del ristorante fino a ieri
con Montebeni, Montoggioli e Canda
chi viene torna ed altri amici manda.

IL MUSEO DELLA PIETRA A FIRENZUOLA: UN MUSEO A MISURA D’UOMO

Se nella Versilia Massa e Carrara sono conosciute nel mondo per le loro cave di marmo “statuario”, non di meno Firenzuola, vanta un “primo posto” nell’estrazione e nella lavorazione della cosiddetta “Pietra Serena”. Specialmente in questi ultimi anni le cave si sono moltiplicate, segno quindi che la domanda di pietra serena è aumentata. Le cave le vedi non appena scollini il Giogo e scorgi la catena di montagne che stanno dietro a Firenzuola.

Foto n. Veduta dei monti da Rapezzo

Le vedi con nitidezza nei giorni quando l’aria è più pura, in modo particolare nelle giornate che seguono a una bella nevicata, esse intaccano appena il bel profilo delle montagne, quasi come se alle stesse fosse stato dato un morso, come si dà al pane. E allora le cave le vedi lassù, nello scintillìo delle loro pietre, nell’orogenesi delle stratificazioni, nella polvere rimossa dalle esplosioni dei cavatori. Se poi scendi a valle, a Firenzuola, nei cantieri delle ditte escavatrici, vedi grosse gru e grandi macigni di pietra serena, pronti per essere spediti in ogni parte d’Italia e del mondo. Ormai, questo materiale è entrato dappertutto nell’edilizia moderna e si “sposa” bene accanto al bel mattone rosso toscano, accanto al cotto e alla ceramica. I toscani, da tempo, se se sono accorti di questo bel materiale e si sono dati da fare a costruire bellissimi portali in pietra serena, ma anche archi, caminetti e oggettistica di arredamento.

Foto n. Antica cava dui pietra a Firenzuola

La pietra serena è usata oltre che nell’architettura anche nella scultura. Accanto alle cave moderne, esistono anche delle cave antiche, storiche diremmo, dove i vecchi cavatori estraevano la pietra con le loro mani ma soprattutto con la loro fatica. Allora non esistevano certo i macchinari moderni, che vengono usati oggi. Firenzuola vanta e ama anche questo passato di cavatori e scalpellini, che seppur minoritario rispetto agli addetti all’agricoltura, è tuttavia importante. E forse non c’è niente di meglio per ricordare il passato di questa nobile arte che istituire un Museo della Pietra Serena, come appunto ha fatto Firenzuola. Dico subito che in questo museo ti senti a tuo agio. Prima di tutto perché la pietra serena emana un fascino tutto particolare, in quanto ti parla di vicende umane, di gente che di fatica ne ha fatta tanta, ti parla di sudore, di calli nelle mani, di dita schiacciate dai mazzuoli, ti parla anche di drammi umani, sempre presenti nelle cave.

Foton. Portale decorato in pietra serena

Le opere che trovi in questo museo, pur essendo importanti, non ti sovrastano, ma ti stanno davanti, le godi, le fruisci, è una armonia di sensazioni. L’illuminazione del museo è quella giusta, poiché anche grazie alla porosità della pietra serena, le opere vengono avvolte e quasi accarezzate da questa luce. Il rapporto uomo-opera d’arte è mirabilmente studiato e misurato, tant’è vero che l’opera la vivi in quel percorso ideale che va dalla cava di pietra serena all’opera finita. Insomma è un museo simpatico e non mancano le sorprese a cominciare da un leone in pietra, opera probabilmente etrusca (Questo confermerebbe, se ancora ce ne fosse bisogno, che il territorio bagnato dal Santerno era etrusco). Fra le altre opere citiamo due architravi in pietra serena, uno del 1514, l’altro del 1655.

Foto n. Un antico orologio di pietra

Una curiosità: quello del 1514 , sul quale sono scolpiti due stemmi, quello di Firenzuola e una stemma familiare, fu ritrovato in un porcile, come scalino di accesso. Ci sono poi quattro interessantissimi capitelli, che appartenevano alla vecchia Pieve di san Giovanni Battista, distrutta dai bombardamenti americani del 1944. Sono esposti anche alcuni utensili usati per lavorare la pietra serena, fra questi il “bocciardo” o “bucciardo” dentellato da una parte e liscio dall’altra, che era un mazzuolo usato dagli scalpellini. Un altro utensile chiamato “schiantino” o “stiantino”, altro non era che uno scalpello corto e largo, sempre usato dagli scalpellini.

Foto n. Antico finestrino a Rapezzo

Fra le opere di pregio notiamo una Madonna con Bambino, di buona fattura, che proviene dalla chiesa di San Pellegrino. Altra opera notevole è un ciborio in pietra serena eseguito da Antonio Tagliaferri, che proviene sempre da San Pellegrino.Queste opere sono esposte nella sala detta della “cannoniera”. Inseriti nei camminatoi delle mura ci sono due serie di televisori che dimostrano la lavorazione della pietra serena ad opera di una scalpellino che esegue la fase detta della “sbozzatura”. In un’altra sala troviamo due interessantissime pietre, provenienti da Rapezzo, che ci ricordano il lavoro dei contadini. Si tratta di due pietre triangolari, con un buco nell’angolo superiore, nel quale veniva inserita una corda e attaccata ai buoi e serviva per trebbiare il grano e i legumi. Come abbiamo visto la pietra serena riveste e ha rivestito un ruolo di primaria importanza anche nell’edilizia rurale antica. Esistono tutt’oggi antichi rustici con i tetti formati da lastre in pietra serena che hanno “riparato” i nostri vecchi e i nostri antenati dalle intemperie per secoli. La pietra veniva usata anche per lastroni di copertura degli antichi forni, per pavimentare le case antiche, per la fabbricazione di meridiane, per ornamenti delle chiese, quali altari e colonne. La stessa pietra serena oggi la ritrovi per gli usi più nobili, la ritrovi nelle ville più lussuose, nei giardini più prestigiosi, nelle sculture moderne. Tutto è partito dal lavoro di quei modesti scalpellini e cavatori che con umiltà e sacrificio hanno lavorato e rischiato per far evolvere la società. Grazie anche a loro oggi Firenzuola occupa quel posto che le compete di diritto nella Toscana e anche di più.

UN VILLAGGIO PREISTORICO SOTTO IL CIMITERO DI CAMAGGIORE (FIRENZUOLA)

Il sito archeologico che porta il nome di un palazzuolese appassionato di archeologia: Virgilio Visani

Sul Galletto del 17-24 maggio 2003 ebbi modo di scrivere un articolo intitolato: “Importanti ritrovamenti archeologici a Camaggiore”. In detto articolo scrivevo che erano in corso importanti lavori di scavo in un terrazzamento presso la Pieve di Camaggiore a Firenzuola, in un piazzale che dovrà ospitare un’area attrezzata per un parcheggio presso il fiume Santerno.

Foto n. 116 Antiche case a Camaggiore

Fu un amico del luogo ad “avvisarmi” di questo scavo e mi dette alcune preziose informazioni, ad esempio, che si trattava del ritrovamento di un giacimento risalente ad almeno 10000 anni fa, e che tale giacimento era già stato segnalato alcuni anni fa dal Gruppo Archeologico locale. L’amico inoltre mi informò del fatto che erano venuti alla luce, per il momento, selci e frammenti di ceramica. Aggiunse inoltre che importanti e sensazionali scoperte sarebbero dovute venire alla luce entro pochi giorni. Seppi, sempre da lui, che i lavori venivano condotti dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana sotto la direzione dell’Ispettore di zona Dr. Luca Fedeli. Dopo due settimane ebbi l’occasione di recarmi sul posto a Camaggiore e proprio in quel terrazzamento indicatomi, si vedevano chiaramente che erano stati fatti dei saggi, o meglio degli scavi, che consistevano in una serie di fosse lunghe circa 3-4 metri e profonde circa un metro e mezzo.

Foto n. 117 Affreschi chiesa Camaggiore

Non essendoci nessuna segnalazione che proibiva di oltrepassare i confini del campo mi sono recato presso queste fosse (in alcune mi sono calato dentro) e mi sono reso presto conto, anche se non sono un archeologo, che esse non presentavano niente di interessante. Infatti la stratigrafia del terreno scavato non presentava alcuna caratteristica tipica che si è soliti incontrare quando vengono recuperati reperti litici, ceramici, metallici ecc. Lo scavo presentava solo terra e sassi. Una “bufala”? Ho pensato subito a questo.

Foto n. Ponte a Camaggiore

Questo amico mi ha fatto scrivere una bella bufala per il Galletto – ho pensato – e la cosa non mi piaceva per niente. Al ritorno, il giorno dopo, ho parlato con un addetto dell’Ufficio tecnico del Comune di Firenzuola il quale mi ha informato che in quegli scavi di Camaggiore non è stato ritrovato niente di quello che si pensava, vale a dire i resti di un villaggio del tardo Mesozoico e che, visti i risultati negativi, il Comune poteva procedere con i lavori del parcheggio. Altro che “bufala”, ho detto dentro di me, questo “amico” mi ha fatto scrivere una notizia completamente inventata. Ma non mi sono dato per vinto. Ho telefonato al Dr. Fedeli alla Soprintendenza Archeologica di Firenze. Da lui ho potuto avere una spiegazione esauriente di questo sito archeologico. Circa una diecina d’anni fa, durante il periodo dell’aratura, alcuni componenti del Gruppo Archeologico locale, sopra un’area di circa un ettaro, presso la Pieve di Camaggiore, hanno ritrovato una serie di oggetti litici (asce, raschiatoi, punte di freccia) realizzati per la maggior parte in una quarzite grigia e in minor misura in selce e diaspro.

Foto n. Antiche abitazioni a Camaggiore

Bisogna tener presente che la quarzite grigia è una pietra locale ed è associata ai terreni costituiti in prevalenza da argille, conosciute come argille “scagliose” nelle quali si rinvengono anche grossi blocchi di calcari palombini, “macigno”, pietre verdi, radiolariti, etc. Anche i diaspri provengono dalla stessa formazione mentre le selci non sono locali. A detta del Dr. Fedeli, direttore dello scavo, il villaggio antichissimo, abitato da genti semi-nomadi, molto probabilmente si sarebbe trovato sul terreno sovrastante che attualmente è occupato dal cimitero. Solo per una curiosità dirò che in questo cimitero riposano miei zii, miei nonni da parte di padre. Infatti, dopo la visita agli scavi, sono andato a far visita ai nonni e agli zii che riposano in quel cimiterino di campagna. Ritornando al sito archeologico di Camaggiore e ai ritrovamenti litici possiamo dire che sull’argomento è stato fatto uno studio nel 1999, riportato nel periodico del “Laboratorio di Ecologia del Quaternario” di Firenze redatto dagli archeologi Alessandro Palchetti e Massimo Sozzi. In esso si afferma, tra l’altro, che dopo attenta analisi dei complessi litici raccolti, confortata anche da considerazioni riguardanti la loro giacitura e il luogo di ritrovamento, che tutti i manufatti litici di questa industria possono essere considerati coevi. E’ molto probabile, affermano gli studiosi, anche in considerazione della provenienza dei ciottoletti di selce, che si trattasse di una popolazione situata più a valle, verso l’Adriatico. Quindi ho tirato un bel sospiro di sollievo, non si tratta di una “bufala” ma di un vero e importante ritrovamento archeologico. Altri scavi mi vengono segnalati dalla medesima fonte (vale a dire l’amico palazzuolese). Essi sono in corso a Badia di Susinana presso Palazzuolo e a Lutirano di Marradi, entrambi diretti dal Dr. Luca Fedeli. Altri saggi mi vengono segnalati a Cercetola di Coniale, presso Firenzuola, sotto la direzione del Prof. Fabio Martini dell’Università di Siena.

UNA GITA A BOCCADIRIO

Già da molto tempo sentivo il desiderio di recarmi al Santuario di Boccadirio, che si trova presso Baragazza.

Foto n. 113 Madonna di Boccadirio

Sono uscito dall’autostrada, come al mio solito a Roncobilaccio, qui in questa località io ha avuto una casetta quando i miei figli erano piccoli, Leonardo il più grande aveva 6-7 anni e Jacopo il più piccolo era appena nato. Nello stesso periodo io ero stato trasferito alla Soprintedenza Beni Artistici di Bologna, poiché “vincitore” di un concorso nazionale per segretario-documentalista. Mi ricordo che durante le ferie, che trascorrevo nei mesi di luglio e agosto, essendo mia moglie allora insegnante, io prendevo il treno dalla stazione del treno di San Benedetto di Val di Sambro per raggiungere quella sede, per me un poco disagiata. Ma io quei posti, e Boccadirio in particolare, li conoscevo molto prima. Mi ricordo che da fanciullo, mio zio, allora parroco di Ferraglia, organizzava le gite con i parrocchiani per andare in “pellegrinaggio” dalla Madonna, con il pulmann, il mangiare a sacco. Mi ricordo queste gite, bellissime, nelle quali durante il viaggio si cantavano inni sacri, ma non solo, anche canzoni allegre, canzoni della montagna, quali “Quel mazzolin di fiori”, “La montanara”, insomma un ricco repertorio di canti tipici della montagna. E mi ricordo che quando si arrivava lo stupore era alle stelle. L’emozione era tanta quando si entrava in chiesa e si vedeva l’altare della Madonna: bellissimo. Per noi poi che abitavamo in un paesino e non avevamo mai visto niente l’emozione era ancora maggiore. Una volta “avuta” la Messa ci si sedeva sul sagrato della chiesa e ognuno di noi tirava fuori dal panierino, dalle borse, quello che aveva portato da casa per il pranzo. E allora nell’aria si diffondeva un profumino di pollo e coniglio fritto, patatine, e un odore di vinello “arzillo”. Boccadirio non è solo il Santuario legato alla mia infanzia, esso era stato il luogo di pellegrinaggio dei miei genitori quando abitavano a Firenzuola, dei miei zii, dei miei nonni. Ma allora il “pellegrinaggio” non lo facevano con la “corriera”, ma a piedi. I miei zii mi dicevano che partivano la notte con qualche mulo o qualche asino, che portavano le persone più anziane e quelle che non godevano di ottima salute. Ma gli altri si facevano tutto quel tragitto a piedi. Il Santuario di Boccadirio, pur essendo in Emilia è un santuario “toscano” o meglio e anche un Santuario”mugellano”, essendo ai confini del Mugello, ma no solo per questa ragione. L’altra ragione importante è che i due bimbi che videro la Madonna nel lontano 1600, uno diventò parroco di Cirignano presso Barberino e l’altra, una bimbetta divenne suora in un convento di Prato

QUELLA GITA AL PASSO DELLA SAMBUCA

Quando io era ancora adolescente, mio fratello maggiore, che aveva interessi nella zona di Palazzuolo, mi parlava spesso di un “passo”, detto Passo della Sambuca, che a suo dire abbreviava di molto il tragitto per andare a Palazzuolo. Tuttavia, secondo quanto mi diceva lui, questa strada, pur essendo affascinante, era tuttavia pericolosa, specialmente in inverno, in modo particolare quando c’era la neve e il ghiaccio, poiché la strada non era asfaltata e in certi punti era stretta e precipite.

Inoltre, mancava di qualsiasi protezione, tipo muretto o altra cosa, per cui se uno avesse commesso un errore in quei tornanti, sicuramente non sarebbe tornato a casa a raccontarlo, in altre parole l’avrebbe pagata cara. E poi c’era il pericolo costante della caduta dei massi sulla strada, anche questo un inconveniente non trascurabile, da non sottovaltare. Però non c’era alternativa. Quando d’inverno la neve era alta e il passo era impraticabile, gioco forza, si doveva passare da Marradi, oppure da Coniale percorrendo il Passo della Faggiola. Ma, sicuramente, la prima di queste due soluzioni era la migliore. A quell’epoca ero studente e fare, come si diceva allora, “forca” per andare una volta con mio fratello su quei monti, mi affascinava molto. E poi Alberto, così si chiama mio fratello, mi parlava spesso di quei luoghi, di Quadalto, per esempio, dove c’era un Santuario della Madonna e dove, nei pressi c’era una trattoria dove facevano dei tortelli emiliani veramente deliziosi. Quella volta mio fratello cedette alle mie richieste e fui felice di partire con lui per affrontare questa bellissima avventura. La strada era veramente bruttina, sterrata, tutta poggi e buche, con tornanti spettacolari e da brivido, che giravano, giravano ed eri sempre lì, magari 20 o 30 metri più sotto e dappertutto vedevi panorami mozzafiato. Però, Palazzuolo, lo vedevi sempre in basso, e nonostante che ti avvicinassi gradatamente, avevi l’impressione di non arrivarci mai. Nella mia ingenuità di allora mi chiedevo se non fosse stato meglio, una strada tutta diritta, tutta in discesa, che ti avrebbe permesso di raggiungere subito Palazzuolo.
Invece niente di tutto questo: una diritta, una curva a gomito a destra, un’altra diritta, un’altra curva a gomito a sinistra e ogni tanto qualche bel ciottolo, se non addirittura qualche masso sul fondo stradale, da scansare con cura, pena il ruzzolamento nella valle. Quello che mi stimolava molto, e mi faceva venire qualche brivido lungo la schiena era il fatto che la strada non avesse protezione alcuna, come lo hanno le strade di oggi che sono protette da guard-rails e questa cosa un po’ mi intimoriva, ma anche mi divertiva. E poi il ghiaccio, che mio fratello temeva molto perché era molto insidioso. Magari trovavi dietro una curva un bel lastrone, che se le ruote avessero scivolato in quel punto, ti saresti ritrovato direttamente molto più in basso, magari di fronte al bivio per la strada che va a Piedimonte, in un mucchietto di ossicini. Ma il panorama era troppo bello, mio fratello, che possedeva allora una delle poche auto con il mangidischi, mettava uno dietro l’altro i dischi delle canzoni degli anni ’60 (il periodo era quello): Rita Pavone si avvicendava a Gianni Meccia, Gianni Morandi, Domenico Modugno, ecc. ecc. La musica ci allietava e l’unico pensiero che avevamo in mente era quello di andare alla trattoria di Quadalto dove ci avrebbe atteso un bel piatto di tortelli fumanti. Nel frattempo, guardando dal finestrino, mi chiedevo cosa ci facessero quelle casine in cima ai monti che ci stavano di fronte e in modo particolare, quella chiesetta posta proprio sul crinale, in una posizione che dominava la Valle del Senio e del Lamione.
“E’ la chiesina di Lozzole” – diceva mio fratello – “Ma adesso ti interessano anche le chiesine?”
“Non ci pensavo neppure lontanamente” – Risposi, e che anzi pensavo a quando saremmo arrivati a Quadalto, con l’appetito che avevo!
Arrivati alla trattoria di Quadalto, mi accorsi che mio fratello era un po’ di casa, come si usa dire, e che conosceva anche molto bene la “Mirandolina” della trattoria del luogo, in quanto si davano del “tu” e lui e lei scherzavano piacevolmente.
“Ma non eri fidanzato con un’altra?” – Chiesi a mio fratello
“Si, però questa è un’amica” – Mi rispose
“Ma, sarà anche così…, però a me la cosa non riguarda” – Replicai
“Giura che non racconterai nulla” disse mio fratello, aggrottando le ciglia
“Ti giuro che non racconterò nulla” e incrociando le dita feci il segno del giuramento.
“Non sarai mica Giuda eh?” disse stizzito mio fratello. Poi scoppiò in una risata.
Il locale era ben riscaldato, vi era il caminetto acceso e un po’ più in là una grossa stufa a carbone che emanava un caldo quasi insopportabile.
“Cosa prenti te?” – Chiese mio fratello
“Tortelli, naturalmente” – Gli risposi
A questo piatto seguì della salciccia fatta sulla gratella e dolcetti fatti naturalmente in casa.
“Ma lo sai che la cucina palazzuolese è davvero forte” – Dissi rivolgendomi a mio fratello
“La cucina quadaltese, vorrai dire….” mi rispose simpaticamente “Mirandolina”
“Perché – chiesi – c’è differenza fra la cucina quadaltese e la cucina palazzuolese?”
“Eccome se ce n’è” e mostrandomi le mani si mise a ridere.
“Non mi vorrai dire che qui il mangiare lo fanno con le mani e a Palazzuolo con i piedi?” – Dissi io
“In un certo qualmodo è così” – Rispose lei. E tutti e tre ci mettemmmo a ridere. Dentro di me pensai che avevo passato veramente una bella giornata, anche se fredda, con la neve e il ghiaccio, ma una di quelle giornate che valeva la pena aver fatto una bella “forca” a scuola!

UNA STORIA AL “SILICONE”
Giorgia. e la festa dell’8 marzo a Firenzuola

Giorgia era una di quelle ragazze moderne, “impegnate”, una di quelle di cui si diceva, che non perddesse l’occasione di “portare avanti il discorso”. Le manifestazioni di piazza a Firenzuola le aveva fatte tutte, naturalmente, quelle patrocinate dalla propria organizzazione sindacale; non aveva invece partecipato a quella dimostrazione, con tanto di “girotondo” intorno al Comune di Firenzuola, contro la chiusura della statale della Futa a Montebeni, poiché, diceva, quella era stata organizzata dalla “destra”.

Foto n. Una coppia di ballerini

Non aveva neppure partecipato, qualche anno fa, alla manifestazione contro la mega-discarica del Pago, presso Firenzuola, poiché lei si diceva convinta assertrice, che la discarica avrebbe portato dei benefici alla zona. Giorgia, era una ragazza alla moda, di oggi, e che non avesse peli sulla lingua, lo sapevano bene i giovanotti della Casa del Popolo quando le facevano delle “avances” da lei non troppe gradite. Non aveva neppure peli sulla lingua quando si trattava di salvare il posto di lavoro e, allora, dei padroni ne diceva peste e corna. Non era una ecologista nata. Era inutile che le andassero a dire che le ruspe distruggevano le sue belle montagne, per cavarne la pietra serena o per fare “graniglia” per costruire strade e ferrovie; lei non ne voleva sapere, era una che teneva i piedi per terra, e per lei valeva più un uovo oggi che una gallina domani; che era più importante star bene a questo mondo, poiché nell’altro non ci credeva. Anzi, che nessuno le fosse andato a parlarle di Cristi e di Madonne, si arrabbiava e diventava rossa come un peperone. Giorgia, era una di quelle che credeva veramente nell’emancipazione della donna e della sua imminente liberazione dalla schiavitù maschile. Abitava nella zona di Violla, presso Firenzuola, aveva un marito, che però lo teneva un po’ come la ruota di scorta. A lui non interessava forse più di tanto che Giorgia, sua moglie, andasse da sola a ballare a Casanuova sul Giogo; a lui interessava soprattutto, che la sera, tornando dal lavoro, di trovare un bel piatto di mimestra fumante e un po’ di pane fresco da far scricchiolare sotto i denti. Giorgia, il sabato sera, quando partiva da casa sua alla Violla, con la sua Pandina rossa, tutta tirata a lucido nella persona e truccata come sapeva fare lei, era una che faceva la sua figura. Però, bisogna dire, che Giorgia, nonostante che non fosse malvagia come aspetto, e neppure proprio da buttare via, era sfortunata, non era stata capace o all’altezza di trovare un “compagno” per le sue avventure. Giorgia, in fatto di avventure, non se ne faceva scrupolo; credeva nella famiglia “allargata”, e proprio per questo ci sarebbe stato posto anche per un eventuale compagno, che non fosse il marito. Figli non ne voleva avere, voleva essere libera, e perciò faceva un uso costante di contraccettivi. La festa alla quale Giorgia della Violla teneva più di tutte era quella dell’8 marzo, la festa della donna. Quell’anno Giorgia si era preparata per tempo, per far bella figura a Casanova. Quella volta era sicura che avrebbe fatto colpo, anche perché la nostra Giorgia, si era rifatta per tempo il naso, le labbra e il seno. Abili chirurghi bolognesi avevano messo all’interno delle sue labbra e dei suoi seni dei “cuscinetti” di silicone, di modo che le sue labbra erano diventate carnose e voluttuose e il suo seno turgido come una caciotta di latte di pecora. Ora era perfetta, se non fosse stato per quei maledetti denti, che per una malattia, aveva perso da giovanissima ed ora si ritrovava ad avere la protesi, vale a dire la dentiera. Lei che era così giovane! La sera dell’8 marzo dopo aver messo a nanna il marito, aveva indossato un “tailleur” rosa fuchsia ed aveva messo una bella ciocca di mimosa sul seno e tre gocce di Chanel n. 5 sul collo. A Casanova aveva ballato tutto il tempo, con un biondino, forse slavo, forse albanese. tanti tanghi appassionati, ma soprattutto valzer, e, girando e rigirando era diventata rossa e anche un po’ paonazza. Al biondino che la stringeva forte forte e la baciava con un tale ardore, avrebbe voluto dire di fare “a modo”, altrimenti quello rischiava di strappargli la dentiera dalla bocca. Ma quando lui le chiese di salire in macchina per andare fuori a fare un giretto, lei, senza esitazione, aveva accettato. La macchina del biondino si fermò improvvisamente, presso una stradina fra il Barco e Rifredo e, di scatto, il biondino tentò di violentare la Giorgia, che urlava e si dibatteva e tentava con ogni mezzo di liberarsi dalle grinfie dell’uomo. Giorgia cominciò a urlare forte, ma in quel punto nessuno poteva sentirla. Tentò di uscire di macchina e ci riuscì, si mise a correre, invocando l’aiuto di qualche automobilista, ma nessuno passò. Il biondino la raggiunse in fretta, la sbatté violentemente contro il ciglio della strada e lì la violentò. Non contento di averla violentata, e per la paura che andasse a raccontare, estrasse il suo coltello e la pugnalò. Il coltello trapassò il petto, ma la protesi al silicone, fortunatamente, riuscì ad attutire il colpo. Fu proprio quella protesi al silicone che la nostra Giorgia si era fatta fare mesi addietro a salvarle la vita. Da quella esperienza Giorgia era cambiata. Era rimasta sostanzialmente la stessa donna di prima, ma con una piccola differenza: il sabato sera, quando andava a ballare a Casanova, accanto a lei, nella sua Pandina, prendeva posto il marito, e con lui, e solamente con lui, ballava tutta la sera.

VECCE, VENA, FISARMONICA E ALLEGRIA
Aneddoti e “imbrocchi” nell’Appennino Tosco Emiliano

Pur avendo origini tosco-romagnole, da parte dei genitori, era ormai dalla lontana infanzia che non frequentavo più quei posti. Ci volle un amico a tirarmi un po’ per i capelli e riportarmi in quei luoghi.

Foto n. Suonatore di chitarra

Luciano, detto anche Caburaccia, per la sua origine, mi raccontava spesso delle serate passate al ballo a Pietramala, alla Ca’, a Ca’ del Costa, a Piamaggio, a Castel dell’Alpi. In questi posti, sembrava almeno dai suoi racconti, la gente era molto “ballerina”, gli piaceva soprattutto ballare con la fisarmonica. Luciano, come tanti altri ragazzi che allora venivano su dal Mugello, per incontrare ragazze “tosco-romagnolate”, era ed è tuttora un buontempone e da buon “romagnolo” aveva sempre la battuta pronta. Sai, mi diceva con quella “s” strascicata: “non pensare che siano tutte giovanette, “c’è anche un po’ d’INPS”. Voleva dire che trovavi un buon numero di ballerine con una “trintèna” (trentina) d’anni per gamba. Invogliato dalle sue parole un giorno mi decisi anch’io a prendere la strada della Futa. Vi descrivo la prima impressione che ebbi entrando in una di queste sale da ballo, che se non mi sbaglio, la prima volta fu alla Ca’. L’atmosfera era allegra, con un vecchio chiamato “Gallinino” che suonava e cantava in un modo particolare le canzoni di un tempo. Entrando nella sala, riuscii a stento a contenere la mia sorpresa: c’erano delle coppie, alcune anche anziane, che saltavano e volteggiavano come dei capretti impazziti. Riuscii a stento a trattenere le risa, non mi immaginavo qualcosa del genere. Pensavo ormai che quei balli fossero spariti e che anche la fisarmonica fosse un lontano ricordo. Ma la gente che si vedeva attorno, con i visi rubizzi e le donne montanare dai seni duri come le caciotte, vestite un po’ alla contadina, sembravano tutti veramente allegri. Gli uomini, rumorosissimi, facevano il via vai dalla sala da ballo al banco della mescita dei vini. Mi ricordo ancora di un uomo sulla sessantina con il bicchiere in mano che diceva, in dialetto tosco-romagnolo: “Vedi io con quella lì ci ballo e poi ci filo, ma bisogna che stia attento: non posso oltrepassare un certo punto, perché se poi quella mi dice di si? Sarebbe un bel guaio, è troppo giovane per me, e poi io non sono più un giovanotto”. Come ho detto in sala suonava un certo Gallinino, che certi ragazzi che venivano dal Mugello avevano ribattezzato “Vecce e vena” (si tratta di due legumi per l’alimentazione delle bestie: le vecce e l’avena), tanto per indicare un tipo di musicista “campestre”, contadinesco. Ricordo che quei “ragazzi di allora” venivano che su da San Piero a Sieve e da altri posti del Mugello, anche loro per ridere un po’, gli dicevano: “Gallinino, suonaci “vecci e vena”. Intendevano quella canzone romagnola “Romagna mia”. In questo pezzo Gallinino dava il meglio di sé. Suonando la fisarmonica ondeggiava a destra e a sinistra , piegava il capo all’indietro, chiudeva gli occhi e spalancava la bocca per far uscire quel “Romagna mia” con tutta la forza della sua voce. Era a quel punto, che, in epoca di carnevale, questi ragazzi tiravano fuori dalle proprie tasche delle manciate di coriandoli e gli riempivano la bocca. Ma lui non smetteva! Anzi! Sbuffava un po’ e ricominciava. In quelle serate invernali, io che venivo dai locali notturni della Riviera Ligure, come Diano Marina, Cervo oppure dalla Capannina della Riviera Adriatica, dove al ritmo di “Ti voglio cullare” di Fidenco, al “Sapore di sale” di Paoli oppure al suono della Musica dei Platters, si ballava il “lento” abbarbicati con le straniere “usa e getta”, in quelle serate montagnole, io avevo ritrovato un po’ della mia vita passata, un po’ delle mie origini e non mi dispiaceva.

Foto n. Nedo all’organetto

Questa gente montanara mi sembrava più vera, più sincera. Alcune volte capitava di salire anche con la neve, specialmente quando ci si avvicinava al Natale. Mi ricordo che allora, in quelle sere, il sereno del cielo contrastava fortemente con il chiarore delle montagne innevate, che lasciavano intravedere nettamente il loro profilo. Avevi l’impressione di trovarti di fronte a uno dei tanti paesaggi notturni con il cielo stellato che trovi come sfondo ai presepi natalizi. In quei momenti, in quella solitudine interrotta soltanto dalle lucine delle povere case dei paesi vicini, ritrovavi te stesso e la gioia incontenibile di esistere. Ma in queste sale da ballo di montagna non trovavi solo, come diceva Luciano, dell’INPS o altri Enti mutualistici. Trovavi anche belle ragazze, alcune bellissime. Dietro una di queste filava un amico di San Piero. “Ormai quella è mia”, mi disse con tono molto soddisfatto, “le ho fatto una dichiarazione di mezz’ora”. Dopo neppure una settimana, la stessa se l’era accaparrata un’altra persona, provate a dire chi…? Dallo scherzo, ormai la cosa cominciava a piacerci: ci piaceva “sfarfallare” a Pietramala, alla Ca’, a Monghidoro, a Loiano, ecc. A Monghidoro, l’estate, ballavano in piazza, e alcune volte portavano anche dei complessi romagnoli importanti. Uno di questi, il cui cantante aveva fatto la carriera sulle grandi navi da turismo, cantava un repertorio di canzoni bellissimo: dalle americane “Blue moon” e altre classiche all’italianissima Chitarra vagabonda. L’unico inconveniente era la piazza, che essendo in pendenza, quando suonavano il valzer, le coppie, girando vorticosamente, scendevano la piazza veloci come un treno, però sbuffavano come un treno, quando dovevano risalire la piazza. Luciano, con quel suo accento romagnolo, sudato fradicio, dopo che aveva fatto un valzer, su e giù per la piazza, mi diceva che, per la discesa andava bene, ma per risalire, ci voleva un buon motore, altrimenti….Un altro aneddoto, che mi ricordo, è quello della “merlottaccia”. Sempre uno di questi ragazzi che dal Mugello salivano sulla montagna a “far danno” aveva trovato una ragazzina dalla gambe esili esili, che, per questa sua caratteristica, aveva ribattezzato la “merlottaccia”, a insaputa della ragazza, però, e tutte le volte che nominava la “merlottaccia”, guardava noi e le batteva una mano sulle gambe. Noi ridevamo di gusto. Un altro amico, sempre mugellano, mi disse che la famiglia della sua ragazza, se fosse andato in casa, cioè se avesse fatto “entratura”, come si diceva allora, per far festa, avrebbe ammazzato tacchini, polli, anatre, piccioni, insomma (costui era un po’ “ballone”) in casa di lei avrebbero fatto “una strage” di animali da cortile. Ben presto, anche la gente del posto, in modo particolare le mamme, si accorsero che a noi piaceva svolazzare di fiore in fiore, come fanno le api quando succhiano il nettare. Ma da queste parti questo atteggiamento non era visto tanto di buon occhio, tanto più che quassù il “giovine toscano” era visto con un po’ di diffidenza. Loro erano del parere che non fosse giusto rovinare così delle ragazze da marito! Ma il nostro rapporto, al di là delle apparenze, è stato sempre dei migliori e ancora oggi, che ci ritroviamo con la barba bianca, quando andiamo in quei posti, ritroviamo i vecchi amici e le amiche, che sono rimaste veramente tali, e che rispondono ai nomi di Chiara, Angela, Ernestina, ecc., che adesso, però, sono un po’ cambiate…..

Copyright in Italia e all’estero: l’autore del libro Paolo Campidori

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