SIMBOLOGIA ED ORIGINE DEGLI ETRUSCHI


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PROLOGO
Paolo Campidori
SIMBOLOGIA E ORIGINI ETRUSCHE

Oggi si insiste tanto sul “mistero” etrusco, ma perché? ! Forse il mistero degli etruschi è la nostra ! incapacità di penetrare! la loro intima realtà. Ecco perché è necessario
conoscere la loro simbologia. I simboli trascendono la parola, son qualcosa di più del linguaggio, perché il linguaggio cambia con il tempo e con i luoghi, ma i simboli invece rimangono immutabili e universali.! Tuttavia fra il VII e il VI sec. a.C. la storia etrusca, ma non solo, conobbe un fenomeno che fu causa di potenti rivolgimenti. In quell’epoca esplosero antichi e sopiti fermenti e residui di precedenti civiltà soggiogate tornarono a galla; rifiorirono gli istinti femminili di una popolazione sconosciuta, definita da Erodoto “pelasgica”. In questo nuovo ciclo storico i simboli divennero solo rappresentazioni estetiche prive di ogni sublime significato. Si moltiplicarono le teorie delle sette e delle scuole e il ritualismo divenne sempre più stereotipato. Il regime aristocratico delle città etrusche scricchiolò e il potere cadde nelle mani dei popolani e dei mercanti, dissociandosi dall’autorità spirituale. In questo sfacelo nacque il regime democratico, trionfo dei principi femminili e materialistici. Riprese vigore il rito funebre dell’inumazione col quale si volle restituire il defunto alla madre terra.! Questi sintomi annunciarono ventisette secoli fa minaccia della civiltà etrusca, per iniziare un nuovo ciclo storico del quale noi facciamo parte integrale, e senza essere pessimisti, la parte culminante. Capire la simbologia degli Etruschi, credo voglia senz’altro dire capire questo popolo e il loro mondo che li ha circondati per circa dieci secoli. Ma, badiamo bene, gli Etruschi esistono ancora, sono sempre esistiti, sono fra di noi e in mezzo a noi. I Romani, grazie a Dio, non hanno scalfito minimamente la
loro personalità, la loro sapienza e la loro grandezza. Ogni giorno riemergono dal terreno, dopo lunghissimo sonno, le loro case, i loro vasi di terracotta, i loro simboli religiosi, insomma! tutto ciò che loro apparteneva. I Musei di tutto il mondo si sono riempiti di reperti della loro civiltà e tutto il mondo ha riconosciuto la loro grandezza. Grazie allo loro intelligenza la Toscana e parte del Lazio (Roma esclusa) hanno potuto ereditare la loro civiltà e la loro lingua. Noi Toscani non siamo dei romani, noi siamo gli eredi diretti di quei grandi popoli che furono chiamati Etruschi e dei quali do alcuni brevi cenni della loro simbologia e origine. E’ chiaro tuttavia che gli Etruschi del IX-VIII sec. a.C. detti Villanoviani (un nome comune per indicare la loro etnia) non sono gli stessi degli Etruschi del VII sec. a.C. oppure a quelli del V secolo a.C. (Anche gli Italiani del XX secolo non saranno gli stessi italiani del XV o del XIII secolo), nel senso che, i tempi cambiano, cambia la storia, gli avvenimenti, ma la popolazione rimane, è quella, invariata nel tempo. Niente può cambiare le caratteristiche di un Popolo. Per quanto riguarda gli Etruschi del XI-VIII secolo a.C. dobbiamo pensare ad una popolazione la cui economia era pressoché impostata sull’agricoltura e sull’allevamento; diversamente dal VII secolo in poi, gli Etruschi conobbero una grande abbondanza, dovuta non solo all’agricoltura, ma anche allo sfruttamento delle miniere, con conseguente commercializzazione e scambio dei prodotti. Gli Etruschi del VI-V sec. a.C. evidenziano invece che la loro ricchezza, la loro opulenza, e anche la loro potenza si sono
trasformate in rilassatezza dei costumi, con le conseguenze che tutti conosciamo. Gli Etruschi, pagarono! a caro prezzo il loro senso della libertà, della loro chiusura in città stato impenetrabili, mancando di un potere e di un governo centrale. Questo favorì la sete di egemonia dei Romani, un popolo che non fu MAI più grande degli Etruschi; se essi lo furono, questo fu solo in apparenza, nell’esteriorità delle cose. Ma gli Etruschi furono più grandi di loro in tutto, soprattutto nell’interiorità, nello spirito, nella loro religiosità. I Romani furono solo esteriorità, mania di grandezza, e dettero esempio di un decadimento tale, che non vale neppure la pena di soffermarci.
Faremo un excursus, quasi un dizionarietto, dei simboli e del loro significato.

Agonismo: la vicenda agonistica costituì un atto evocativo e come tale pericoloso; la vittoria dell’eroe significò l’atto eroico per eccellenza, una conquista ottenuta con la potenza delle qualità virili, corrispondenti alle qualità proprie dell’eroe durante il combattimento;
Albero: l’albero è quasi sempre rappresentato come un arbusto. Pertanto i riti, le cerimonie o quanto altro, intervallati da arbusti, di alloro o di altra essenza, credo che debbano essere intese come svolte all’aperto, nella natura,! nei boschi. Gli alberi (arbusti) nelle scene dipinte, servono anche per separare una scena da un’altra, oppure come una
cortina di nascondimento, come nel caso della Tomba dei Tori. L’albero significò l’energia universale che si propaga nella manifestazione, come l’energia vitale si propaga dalle radici sotto terra attraverso il tronco nei rami, nelle foglie, nei frutti;
Alfabeto: la scrittura giunse in Etruria verso la fine del VIII sec. a.C. Esso non sostituì radicalmente la simbologia (anche l’alfabeto è un insieme di mezzi simbolici), ma si sostituì piano piano ad essa, o, per lo meno, la simbologia fu un po’ svuotata del suo valore religioso. Per gli etruschi del VII-VI sec. a.C. fu molto più importante indicare il nome e la famiglia del defunto, la funzione che svolgeva nella vita e anche l’età della durata della vita che i simboli della religione del defunto. ! Agli Etruschi non era più sufficiente, sapere se quella era una tomba di un uomo o di una donna (simbolo fallico oppure ‘rasoio lunato’, o simbolo a forma di casa, o specchio); essi vollero indicare qualcosa di più del sesso. L’alfabeto costituì un aiuto valido anche per quelle tombe che all’interno avevano più defunti. Forse l’alfabeto più antico che sia mai stato ritrovato è quello di Marsiliana 675-650 a.C. E’ un documento di eccezionale valore che ci ha permesso di comprendere meglio la scrittura etrusca;
Alloro: alberelli di alloro ricorrono spesso nella pareti dipinte delle tombe di Tarquinia, come boschetti veri e propri. La pianta qualifica Apollo, come divinità purificante e che al tempo stesso libera dalle epidemie. A Roma uno
degli attributi di Apollo! era Medicus.
Ammone: da un’epigrafe etrusca: mi amnu arce, dove ‘mi’ starebbe per questo, ‘arce’ edificò, amnu è Ammone e deriva da sumero ‘amna’ (Samas, il sole; accadico ‘samsu’)
Anatre: vittoria (impossibilità di affondare, possibilità di passare all’altra sponda); esse significano l’impossibilità di affondare nelle acque che scorrono, rappresentano la possibilità di coloro, pur essendo affondabili, sono capaci di passare sull’altra sponda
Ancora: fiducia nella possibilità di arrestarsi per non essere travolti e trascinati dall’impeto delle nature inferiori, per insediarsi nello stato dell’essere. Piccole ancore sono state ritrovate fra le ceneri dei defunti;
Apotropaico (gesto) – Le “fiche” è un gesto scaramantico che consisteva nell’unire il pollice e l’indice della mano in modo da formare il sesso femminile. Ha lo stesso significato del “corno”. Secondo un’etimologia medievale la parola peccare è da riconduce all’ebraico ‘pag’ (fico). Il gesto delle “fiche” si ritrova con una certa frequenza nei canopi chiusini del VII-VI sec. a.C.
Aquila: segno divino della potenza trionfale e della gloria regale
Arno: deriva questo nome da ‘arnus’ un fiume profondamente incassato, su base semitica;
Aquila: segno divino della potenza trionfale e della gloria regale;
Architettura: Gli Etruschi non furono capaci ( o non vollero) realizzare costruzioni colossali, non puntarono sul grandioso o ! o sull’eterno; essi si limitarono al modesto raggiungibile con minimi sforzi. Lo sforzo architettonico degli Etruschi si estrinsecò soprattutto nella costruzione dei templi e delle architetture tombali. Tuttavia, la loro architettura civile, anche se non grandiosa o sfarzosa come quella dei Romani e dei Greci, fu senz’altro di tutto rispetto. Le tombe, specialmente quelle ipogee, riflettevano un po’ quella che doveva essere l’architettura domestica, che doveva essere semplice, pratica e adatta all’uso. Come materiali gli etruschi preferivano l’argilla cotta, o terracotta, e di questa se ne servivano, anche per la costruzione delle tegole e degli embrici, che sono in tutto simili alle case sparse nelle campagne toscane.
L’abbondanza delle foreste diede loro materia prima per costruirsi le case; scavarono le loro tombe nel sottosuolo; amarono l’argilla perché si trova dappertutto; pare che non abbiano costruito neppure un ponte. Gli etruschi non aspirarono al colossale, a differenza dei romani. Gli etruschi coltivarono l’immensità intesa come serenità del loro animo.
Arezzo: deriva dall’accadico ‘aradu’, eredu’ che significa piegare, declivio, ‘arittum’ in accadico significa anche il
gomito di un corso d’acqua;
Aristocrazia guerriera: oggetti simbolici della casta aristocratica sono la lancia, simbolo del suo potere folgorante; l’ascia e la bipenne simboli della sua illuminazione spirituale; le armi attribuite agli eroi, espressioni tangibili della virilità
Armi: Non sempre indicano tombe di guerrieri; esse sono, più sovente, espressione di quella guerra che si combatte nell’intimo dello spirito;
Arte: le manifestazioni della pittura e della scultura etrusche non sono giudicabili con metro del sentimento artistico; l’arte ebbe costantemente un valore segreto espresso mediante arcani significati simbolici dal carattere non umano . L’arte ebbe sempre un valore spirituale espresso con i simboli;
Aruspice: come il costume degli aruspici risale a epoche remote (copricapo a punta, una tunichetta e una mantellina probabilmente confezionata da un animale sacrificato), così è ipotizzabile che l’origine della tradizione della rivelazione di Tagete risale a età veneranda. Cicerone, molto critico sulla divinazione, riconosceva la funzione degli aruspici “prodigia portenta ad etruscos haruspices…deferunto Etruriaque principes disciplinam doceto”.
Ascia : simbolo illuminazione spirituale-aristocratica guerriera;con le bipenni (armi antichissime che si rifanno
alla preistoria) espressero la doppia possibilità di generare e distruggere, di dare la morte e la vita;
Asfodelo: simbolo di lutto. Pianta delle liliacee che, secondo la credenza, ! cresceva nelle praterie del mondo infero e rallegrava gli animi dei defunti. La pianta era sacra alle dee Demetra e Persefone;
Asinario: Monte Senario! dall’accadico ‘asu’ sorgente e dal semitico ‘nahr’ fiume. Quindi: monte da dove sorge il fiume;
Azione rituale: eseguita freddamente e giustamente costituì l’unica via di salvezza degli individui e delle città;
Azione virile: consisteva per gli Etruschi! nel superamento! del mondo materiale e sensibile che mirava alla conquista di poteri soprannaturali, alla liberazione, attraverso la potenza;
Aruspici: spesso nei momenti più gravi per lo stato (Romano) erano stati convocati gli aruspici etruschi per restaurare antichi rituali;
Atteggiamenti amorosi: uomo e donna, poli antitetici capaci di raggiungere la sintesi dell’unità; questi non hanno niente a che vedere con la definizione degli etruschi come un popolo godereccio, fannullone e dedito ai baccanali! e alle orge;
Banchetto: la società assira era fortemente gerarchica: lussi e agi spettavano solo al sovrano e ad un ristretto numero di famiglie che costituivano l’aristocrazia terriera. Per quanto riguarda gli Etruschi sia il banchetto che il simposio sono effettive cerimonie e anche una forma di ostentazione della ricchezza. Nel banchetto si consumano cibi e bevande, nel simposio solo bevande (quasi sempre vino).
Barca: simbolo di Giove bifronte e quadrifronte, dio della iniziazione regale (la barca attraversa i fiumi e i mari). Attraversare fiumi e mari significa percorrere la via iniziatica e raggiungere il monte o l’isola di là dell’oceano, la MISTERIOSA ISOLA ATLANTICA SPARITA SOTTO UL DILUVIO (Paradiso terrestre?);
Bilingue: Siamo alla ricerca spasmodica di una bilingue e crediamo che possa risolvere tutti i guai con la lingua etrusca. Ciò non è affatto vero poiché con quella o senza quella non saremmo capaci di comprendere l’essenza di quanto costituì la forma e la sostanza della spiritualità etrusca.
Bipenne: Significato estremamente simbolico, corrispondente all’uovo e all’albero della vita. La bipenne o scure a doppio taglio era un’arma! da guerra e, cinta di un fascio di verghe, oggetto di culto e da parata del re. Roma, che la ereditò fu simbolo di potere politico e religioso;
Caducèo: equivale alla doppia spirale, all’uovo cosmico,
però rappresentata da serpenti avvolti in senso opposto, attorno al medesimo asse;
Carùn (Caronte): è il distruttore di tutto ciò che rende schiavi dell’individualità, della contingenza, dell’attaccamento alla vita umana;
Carro: il defunto è raffigurato sul carro affiancato dai segni di dominio e dalla donna, espressione della sua potenza. Seduto sul carro parte per la terra dei padri, per il mondo che veramente gli appartiene; abbandona famiglia, casa e tutto ciò che gli appartiene: “Lascia dietro dio sé il piacevole e lo spiacevole, non prende con sé cosa alcuna… (testo buddista)”. I cavalli avanzano verso gli stati preconcezionali, prenatali, verso la lasa che appare sullo sfondo con le grandi ali aperte. Il carro esprime la forza vincitrice che va oltre le forme pure dove mania e ignoranza spariscono;
Cerchio: rappresenta il cielo, l’universo; (Quadrato: rappresenta la terra); Il cerchio veniva tracciato per interdire lo spazio alle forze arcane che minacciavano la purità sacrale del luogo;
Cervo: emblematico animale, immagine della fragilità, della debolezza e dell’individualità umana;
Cavallo (accompagnato dal suo cavaliere): principio di dominio; il cavallo esprime la forza elementare della vita portatrice del principio spirituale rappresentato dal
cavaliere che deve necessariamente dominarlo;
Capanna: la capanna arcaica , per la sua concezione costruttiva, l’etrusco trovò ! la possibilità di ottenere non solo contatti! con il mondo divino, ma addirittura una vera comunione con esso. Fu per questa ragione che al vaso per raccogliere le ceneri fu sostituito un recipiente di terracotta a forma di capanna;
Centauro: esseri biformi con corpo di cavallo e busto umano. Il centauro fu considerato simbolo dell’animalità, della forza naturale e del dominio! sugli istinti, in quanto la natura animalesca viene limitata dai tratti umani;
Cerbero: deriva da una base comune all’antico babilonese e assiro, ‘qerbu’, che ha il significato di ‘profondo, di ‘infero’. Esso è rappresentato come un cane-lupo a zampe tozze, che solleva il piede sinistro dotato di feroci artigli, con il muso proteso verso la preda;
Ciclo storico: fra i settimo e il sesto secolo a.C. in molte civiltà, da quella ellenica a quella egiziana , a quella ebraica esplosero antichi fermenti, residui di precedenti civiltà soffocate per secoli che tornarono a galla, proprie della civiltà pelasgica, genericamente definita da Erodoto.! Per il mondo ebbe inizio un nuovo ciclo storico, del quale anche noi facciamo parte; i simboli divennero solo rappresentazioni estetiche, il ritualismo sempre più
stereotipato, il legame con gli dei si degradò a concetti filosofici. In India, in Grecia, in Egitto la decadenza prese il sopravvento. E’, forse, proprio in questo sfacelo che nacque Roma. Il regime aristocratico etrusco scricchiolò e il potere cadde nella mani di mercanti e popolani: nacque il regime democratico che ebbe come effetto determinante il trionfo dei princìpi materialistici e femminili. Spuntarono divinità sofferenti, riprese vigore il rito funebre, quasi dimenticato dell’inumazione. Furono questi i sintomi che annunciarono il prevalere dell’afroditismo, del sensualismo, dell’estetismo, dell’anti-tradizionalismo;
Cielo: principio attivo o elemento maschile; Terra: principio passivo o elemento femminile;
Cigno: dipinto sopra alla doppia spirale rappresenta il principio, che secondo la genesi ebraica, galleggiò sulle acque;
Ciottoli (di fiume): appaiono spesso nelle tombe etrusche e fanno parte del rituale funebre. Essi furono scagliati sugli oggetti messi a corredo del defunto frantumandoli. Il gettare ciottoli sopra o dentro le tombe costituì l’esecuzione di un preciso rito. L’individuo etrusco fu la sommatoria di tante unità differenti, di tanti ciottoli buttati l’uno sull’altro per scongiurare la disgregazione;
Circolo, Circolare (tumulo a pianta): rappresenta il raggiungimento della stabilità spirituale. Il circolo col centro definito, come la croce polare sui vasi con le ceneri,
come la ruota, come l’ascia, come la nave sono tutti simboli corrispondenti: Nel cerchio convergevano le potenze infere; in esso per gli etruschi avveniva realmente un concilio di demoni, la cui presenza era resa evidente dai seggi vuoti ad essi destinati;
Cocchio: cavalcato da un viaggiatore reso meno umano e liberato dagli intossicanti della vita, esprime la forza vincitrice che va oltre quelle forme dove mania e ignoranza sono definitivamente sparite;
Coito: significò la via per cui la dualità s’annulla attraverso l’uso cosciente delle energie naturali; !!
Combattimento:! la morte si vince! lottando e lottando si raggiunge l’immortalità. Questo è il significato dei combattimenti scolpiti o dipinti sulle tombe.
Coppie amorose: Nelle scene di giovani coppie in vaghi atteggiamenti amorosi o sensuali rappresentano la maschilità (principio immobile e sufficiente dell’essere) e la femminilità (principio del divenire, del desiderio);
Corona: segno divino della potenza trionfale e della gloria regale;
Corna: il segno delle corna, anche oggi molto di moda nella scaramanzia quotidiana, non aveva lo stesso significato che intendiamo oggi. Alzando il dito indice e il
dito mignolo della mano, si voleva significare le corna del toro, il quale nella rappresentazione simbolica e religiosa aveva il significato della falce di luna, e di conseguenza il simbolo della luna, uno degli astri adorati dagli etruschi villanoviani. Il segno quindi era da intendere come un segno di appartenenza, come oggi per noi cristiani è il simbolo della croce. La parola ‘corna’ deriva dall’accadico ‘quarna’, cioè le corna ovvero i due crescenti lunari. I corni sono delle sporgenze ai quattro lati ! dell’altare. Sono particolarmente sacri e venivano bagnati dal sangue delle vittime;
Corona: segno divino della potenza trionfale e della gloria regale;
Cortona: il nome etrusco ‘Curtun’ deriva dalla base semitica qrt, che significa città; oppure dall’ebraico ‘qeret’ (città);
Croce: significato cosmico; simbolo ispirato da un movimento rotatorio intorno a un centro mobile; la croce non vuole essere espressione del mondo , ma espressione del principio immobile che agisce e comanda il mondo. la croce incussa era un ciottolo su cui veniva disegnata una croce. ed era posta al centro della confluenza o dell’incrocio dei cardini della città. Una croce incussa è stata ritrovata nella città etrusca di Marzabotto. Croce è anche il simbolo per eccellenza dei Cristiani. Io trovo tuttavia un errore che i Cristiani vengano simbolizzati solo dalla Croce, che è
simbolo di morte (Noi Cristiani sappiamo che la Croce è anche simbolo di Risurrezione, in quanto Cristo risuscitò dopo tre giorni e apparì più volte agli Apostoli). A me sembrerebbe (non vorrei sembrare presuntuoso) ma che insieme alla Croce di Cristo morente, specialmente nelle chiese e nelle scuole, ci fosse anche il simbolo di Cristo Risorto (Da mettere in Note). Questo è il ‘nocciolo’ della nostra religione: la tristezza per la morte di non nostro caro ma anche la gioia della sua resurrezione.L’esistenza e la possibilità di ritrovarsi nell’aldilà, questa in sintesi! è ciò che ha rappresentato la venuta di Cristo sulla terra. Mettiamo quindi accanto alla Croce di Cristo anche la sua Resurrezione, altrimenti vanifichiamo l’opera di Nostro Signore.
Cosa: nome della città etrusca, ora chiamata Ansedonia. Deriva dall’accadico ‘kussu’, ‘kussiu’ (sede di comando, comando, dominio);
Cherubini: dal babilonese ‘karibu’, mezzo animali e mezzo uomini che erano a guardia della porta dei templi e dei palazzi;
Croce polare (svastica) (): L’unione dei due principi attivo e passivo, dove il principio maschile è positivo e attivo e quello femminile negativo e passivo. In sanscrito la croce polare fu chiamata ‘svastica’. Questo simbolo è ispirato da un movimento rotatorio intorno a un centro immobile. La croce è espressione del principio immobile
che comanda sul mondo. La simbologia della croce polare è complessa, essa richiama la simbologia della ruota e della spirale, simboli di superamento e di vittoria e quindi di rinascita;
Culsans: è il dio etrusco corrispondente al latino Ianus. Infatti Ianus (lat) deriva da ‘ianua’ che significa ‘porta’; analogamente Culsu, divinità etrusca custodisce le porte;
Dei: non furono immagini religiose, ma risultati d’esperienze concepite al di là della natura, in una visione eroica; il dio non fu un valore morale, fu semplicemente un altro essere;
Delfino: rappresentò l’energia fecondante, la potenza fallica;
Disciplina etrusca: ! un insieme di norme sacre e civili raccolte nei cosiddetti libri aruspicini, fulgurari, rituali e fatali. Non sappiamo niente di preciso circa questi libri. Nei libri ‘fatali’ era elencata una serie di dieci periodi, corrispondenti alla successiva storia del popolo etrusco;
Divinizzazione superstiziosa: secondo una teoria diffusa gli etruschi sarebbero definiti tali poiché adoravano il sole e la luna. Gli etruschi invece riconoscevano nella natura sensibilizzazioni e valori simbolici di origine divina (vedi l’interpretazione dei fulmini, lo studio del volo degli
uccelli, ecc.)
Donna:principio del divenire, della bramosia e del movimento concepito come femminilità. Nella donna si volle rappresentare la potenza della terra e simbolo della spiritualità sacerdotale. La donna rivestiva un ruolo elevato e godeva di un certo prestigio nella società sumerica nel periodo protodinastico. Essa rappresentò l’esaltazione, il principio generante che illumina e rende vivente il principio individuale, la potenza del maschio;
Elmo: al pari del fallo, nelle tombe etrusche villanoviane determinava la razza maschile del defunto. L’elmo aveva anche e soprattutto il significato del guerriero, insieme a spade e altri attrezzi per la guerra;
Ermafrodito: sintesi delle due potenze della
natura (maschile e femminile);
Eroe: deve combattere e vincere contro i nemici che porta in sé medesimo, gli elementi inferiori che lo voglio dominare; la vittoria dell’eroe significò liberare la coscienza dai vincoli della corporeità, reintegrare la personalità nel suo stato di essere oltre la vita umana soggetta alla caduta;
Erotismo esasperato: nella loro crudezza queste scene rappresentano solari e olimpiche fasi iniziatiche, richiamano particolari momenti di un insegnamento
segreto;
Fallo: rappresenta il principio attivo (il cielo); contrapposto al principio passivo (terra). L’unione dei due simboli dette origine alla croce; espresse la potenza rinnovatrice in via soprannaturale di tutte le facoltà, di tutte le possibilità umane; la sua presenza nelle tombe testimoniò le forze occorrenti per vincere la morte, cioè la virilità.
Fanciulla alata: vittoria in guerra o in gara, che apre al vincitore la strada dell’immortalità;
Falterona: corrisponde all’accadico ‘beltu’ ! e all’antico assiro ‘belatum’ ed ha il significato originario di altura;
Fiesole: deriverebbe il suo nome (etr. Vipsl, Visl, Visul) da divinità salutari legate a sorgenti di acqua. Il nome deriverebbe dall’accadico (w)apsu-ili (acqua del dio), quindi acqua che ha virtù benefiche;
Firenze: richiama l’accadico ‘bireti’, ‘birete, terreno circondato dalle acque;
Fiume: è simbolo dell’acqua che scorre e attraverso il fluire! e le alluvioni influenza la dinamica e la scansione del tempo.
Folgore. Segno divino della potenza trionfale e della gloria regale;
Fonti: riguardo alle fonti in archeologia e alle relite ricostruzioni storiche, Giovannangelo Camporeale esprime il proprio pensiero, che condivido in pieno: “Il ricercatore deve, più che risolvere, impostare i problemi nella maniera più corretta….qualunque ricostruzione, proprio perché tale, non può essere definitiva e nel corso del tempo può essere allargata, precisata o anche rifiutata”. Da ciò si evince che! lo studioso di archeologia non deve essere! ‘arroccato’ sulle proprie idee, su ciò che ha scritto (libri, articoli), ma deve essere sempre pronto, in base a nuovi studi, nuove ricerche, a rivedere il proprio pensiero e il proprio operato, correggendolo via via nel tempo. Proprio come l’acqua di una sorgente e di una fonte, dove l’acqua scorre e sempre si rinnova;
Fulmine (dalla doppia punta fiammeggiante): doppia possibilità di generare o distruggere;
Gesto del braccio teso: esprime la potenza dell’intervento: “con mano potente”;
Ghirlande: rappresentano il dono prezioso raggiungibile dopo aver superate terribili prove e gravi pericoli; rappresentarono l’assunzione del fluido soprannaturale tramite il compiuto rituale. Tutt’ora usiamo appendere ghirlande al carro funebre del defunto.
Giochi, danze, gare ginniche, scene di guerra:
rappresentazione di atti iniziatici per superare la morte. Tito Livio definì l’azione rituale dei giochi chiamandoli “Sacra
certamina” e “Res divinae” (vedi anche Agonismo); esse sono vivaci rappresentazioni di atti iniziatici per superare la morte, per vincere l’Ade, raggiungere il mondo dell’essere. I giochi (ludi) costituirono parte essenziale del rito funebre dei defunti, allo scopo di suscitare le forze salvatrici, per accompagnarli e favorirli durante il trapasso
Gorgoni: dal greco gorgòs, ‘spaventoso’. Figure terrificanti della mitologia antica che, per gli abitanti dell’area orientale del Mediterraneo (e anche per gli Etruschi), personificavano i pericoli che riserva l’Occidente ancora ampiamente ignoto;
Grandezza: la vera grandezza degli etruschi non si rivelò nei bronzi e nelle pitture, ma nel pensiero, capace di abbracciare l’universo in una visione folgorante;
Guerra e combattimento: assunsero forme e valori di ascesi eroica per il raggiungimento dello stato divino. Il caduto in battaglia passò dal piano della guerra terrena a quello della lotta cosmica: si vince la morte lottando ! e lottando si raggiunge l’immortalità;
Gufo: l’animale simboleggia correntemente la dea Pallade Atena, dea che era ritenuta la personificazione della sapienza. Sul piano delle credenze ! popolari il gufo e la civetta hanno un significato negativo, soprattutto per la loro vita notturna e per il canto che assomiglia al pianto. Gli atzechi attribuivano a questo uccello significati ambigui, di
creatura demoniaca! e di cattivo presagio;
Idoli: piccole statuette di divinità per il culto familiare. In ebraico ‘terafin’.
Isola: rappresentazione della stabilità spirituale;
Immortalità: fu raggiungibile solo tramite l’iniziazione. L’individuo poté divenire immortale nella misura che riuscì a diventarlo, poiché seppe rigenerarsi ! secondo un’altra forma di esistenza, non in senso metaforico, ma positivo;
Iniziazione: La più alta forma di iniziazione ebbe l’aspetto di un atto eroico, di una conquista ottenuta con la potenza delle qualità virili ! corrispondenti sul piano dello spirito alle qualità proprie dell’eroe durante il combattimento;
Labirinto: è uno dei simboli della religione babilonese- assira. Il labirinto veniva rappresentato anche dal groviglio degli intestini che formano una specie di labirinto. Questo nome deriva dall’accadico labu-irtu che equivale a ‘circonvallazioni del seno’;
Lancia: simbolo dell’aristocrazia guerriera; Lingua toscana: il toscano è radicalmente diverso dalla
lingua italiana perché deriva dagli Etruschi;
Lase: svolazzanti, vestite di lunghi camici. Gli angeli deriverebbero da queste Lase?
Leone: sinonimo di potenza e regalità, era il simbolo della
monarchia Babilonese; leoni in terracotta accovacciati proteggevano l’accesso al tempio di Tell Harmal, secondo un’antica consuetudine sumerica. Il leone rappresenta gli estremi: in senso positivo come modello dell’uomo eroico, in senso negativo come simbolo del mondo diabolico;
Luna: in etrusco ‘Tivr’ che significa il mese e deriva dall’accadico;
Lupo: animale sacro ad Apollo fu simbolo di luminosità;
Madre: espressione della materia prima, della massa caotica;i culti della fertilità hanno importanza fondamentale nelle civiltà agricole arcaiche
Maschile, femminile: sono i due principi, che ricorrono più spesso nella simbologia etrusca. L’uomo è associato al principio immobile e sufficiente dell’essere concepito come maschilità; la donna è il principio opposto, quello del divenire, del desiderio e del movimento concepito come femminilità. Nell’uomo venne rappresentata la potenza del cielo, nella donna quella della terra. La donna corrisponde all’acqua, al principio serpentino! avvolto attorno alla verga mosaica; al caos,alla materia, ! al mercurio. L’uomo che possiede la donna, la costringe, evita che la sua energia si sciolga e si disperda nell’infinito.
Mito: non è la storia che può spiegare il mito, è il mito che spiega la storia. Il mito è l’unico ed insostituibile mezzo che abbiamo per penetrare il mondo degli antichi, i simboli
e i miti costituiscono valide testimonianze della spiritualità di lontane civiltà;
Mitologia Etrusca: purtroppo noi studiosi del XXI secolo ancora non conosciamo un brano della loro letteratura, un racconto mitologico, e forse riusciamo a stento a tradurre una fra della loro scrittura,
Moglie: in etrusco ‘puia’ deriverebbe dall’antico babilonese ‘ahazu’;
Monte: al pari dell’isola, rappresentazione della stabilità spirituale in antitesi alle acque che scorrono come gli avvenimenti attuali, come le cose che divengono;
Morale: la morale per il mondo etrusco non ebbe alcun valore assoluto. La legge non fu osservata perché buona o o perché utile, ma unicamente perché divina (però venne osservata!). Tuttavia anche gli etruschi ebbero la cognizione di ciò che è buono e utile alla società da ciò che non è buono e quindi non utile alla società. Ce lo dimostrano gli affreschi della Tomba dei Tori a Tarquinia. Quella che sembra una scena erotica è invece una ammonizione al popolo etrusco ad essere corretti ! nella sessuologia. Infatti nell’affresco della parete, proprio sotto il tetto a forma di casa vediamo, a sinistra un atto sessuale compiuto fra un uomo e una donna (senza alcun nascondimento), e alla loro sinistra un toro (dio) che siede tranquillo sull’erba e non da segni di nervosismo; nella scena di destra vediamo un atto sessuale compiuto fra due
persone dello stesso sesso (due uomini), riparati da un alberello (nascosti) e il toro (dio) che si è alzato e corre verso di loro infuriato per ucciderli. Certo non possiamo pensare che gli Etruschi avessero una morale paragonabile a quella dei cristiani e anche a quella degli antichi israeliti. Nessuno quindi potrà più dire che gli Etruschi erano un popolo perverso, godereccio dedito alla crapula. Questo può riguardare i Romani (i Greci) che colonizzando gli Etruschi diedero ad essi le lo abitudini, anche le più abiette;
Morte: per gli Etruschi la morte non significò fine ma vittoria e liberazione. Secondo gli etruschi la morte si vinceva lottando e lottando si raggiungeva l’immortalità; questo è il significato dei frequenti combattimenti che si trovano scolpiti sulle urne etrusche;
Morte seconda: scopo del rito funebre fu quello di strappare ogni volta l’individuo alla possibilità della seconda morte;
Mugello: significa “poggi alti” e corrisponde all’accadico ‘muh-elle: muhhu’ (parte superiore, cima); ellu corisponde all’accadico ellu, elu (alta montagna o alte montagne);
Natura: per gli Etruschi la natura visse come un grande corpo animato e sacro, fu espressione visibile di un mondo invisibile;
Nazione: una nazione etrusca non è mai esistita. Genti e
famiglie costituirono tanti piccoli stati aristocratici ed autonomi, ciascuno con leggi proprie, terre ed eserciti propri, usanze e culti particolari, ma tutti saldamente uniti fra loro in una superiore fusione ideale;
Ninfea: il fiore della ninfea affonda le radici nella melma dello stagno, galleggia sull’acqua e immobile fiorisce sotto i raggi sel sole; fu origine del rosone. La ninfea era un simbolo diffuso nella tradizione caldaica, egiziana e minoica;
Nome: in età arcaica,! svelare il proprio nome a qualcuno presso i Semiti e anche per gli Etruschi (vedi ad esempio il nome segretissimo di Roma, che non doveva essere svelato a nessuno, pena condanna capitale)equivaleva a mettersi in qualche modo in suo potere.
Occidente: sede dell’immortalità;
Oggetti frantumati: ritrovati nelle tombe. Con questo gesto si volle accentrare le potenze necessarie al defunto per percorrere la via della liberazione;
Ombra: fu una forma di esistenza larvale, destinata a dissolversi dopo un certo periodo di tempo. Essa fu un’entità psichica evocabile e strettamente legata alla tomba. Gli etruschi la ritenevano dannosa ! e si difesero dalla stessa mediante il rito e precise norme sacrali;
Oro: simbolo di solarità, di gloriosa luminosità, di vittoriosa conquista, di immortalità, di perfezione, di sovranità; oro è anche la rappresentazione del sole;
Origini degli Etruschi: seppure gli studiosi abbiano avanzato le teorie più varie sulla provenienza e l’origine di questo Popolo, resta tuttavia il fatto che tutti concordino sulla provenienza greca ed orientale degli stessi. Gli Etruschi farebbero parte di quel grande ceppo risultante dalla degenerazione di alcuni nuclei atlantici stabilitisi sulle coste mediterranee millenni prima dell’apparire degli Elleni.
Pellicano: a questo uccello si attribuisce un’importanza simbolica notevole. Gli antichi credevano che il pellicano si lacerassero il petto per nutrire i loro piccoli. Pertanto il pellicano è simbolo dell’aspirazione non egoistica alla purificazione e simbolo del supremo sacrificio;
Poli (forze passive ed attive): il cosmo e la sua potenza per gli Etruschi sta in questa antiteticità, che tuttavia rappresentava il raggiungimento della sintesi dell’unità. La donna fu espressione della potenzialità dell’uomo, in altre parole la forza passiva. Questi due principi sono rappresentati nei vari atteggiamenti amorosi e sensuali che sono stati scambiati con atti goderecci, tipici di un popolo di fannulloni dediti alla crapula e all’orgia. lo stesso significato hanno in India coppie di statue in atteggiamenti amorosi;
Pesce: rivela una comune origine primordiale; facoltà positiva di tenersi a galla quando non si tocca, espresse la possibilità di muoversi da soli e senza aiuto nell’impeto delle acque. Il pesce è ricco si simbolismo presso moltissime culture antiche, non ultime il proto- cristianesimo dove i cristiani primitivi indicavano Gesù (ICTIS);
Phersu: dio dell’Averno, principe degli inferi! deriva dal babilonese ‘persi’, dal verbo ‘parasu’ che significa separazione; a questa divinità si deve il merito di far sorgere dalla terra le fioriture delle biade;
Poli: centri intorno ai quali si avvolsero le spirali;
Populonia: il nome ‘Pupluna’ significa ‘fonderia’; deriva da basi semitiche col significato di ‘Fondere’, ‘luogo della fusione; dall’aramaico ‘balbel’, ebraico ‘bilbel, arabo ‘balbala’, accadico ‘bullubum (fare leghe metalliche),
Pozzetto: era un luogo dove vivano riposte le ceneri del defunto. Esso rappresentava insieme al vaso che conteneva l’urna cineraria l’utero materno, e il ritorno ‘ad uterum’ significava un ritorna alla vita,
Prile: antico lago che si trovava nella pianura sottostante Vetulonia. Deriverebbe dall’accadico ‘beri-illu (fra paludi);
Quadrato: rappresenta la terra;
Quercia: simbolo dell’immortalità, poiché il suo legno, nel mondo antico e nel Medioevo, era considerato incorruttibile. Alle foglie di quercia era attribuito il potere di incantare i leoni;
Rasoio: a forma di mezzaluna per gli etruschi-villanoviani aveva una doppia valenza simbolica. La mezzaluna era uno dei tre astri insieme al sole e alla stella del mattino (Venere) che venivano adorati dai cosiddetti Villanoviani (nome convenzionale per definire una popolazione diversa dagli Etruschi, di origine orientale). Il rasoio era l’utensile con il quale i ‘Rhasenna’ (nome con il quale definivano se stessi) si depilavano seguendo un costume antichissimo. Rasenna, secondo una mia ipotesi, significava il popolo che adorava la luna (mezza luna)
Rasena: significa ‘dominio’, ‘capi’. ‘signori’ e deriva dall’accadico ‘rasum’; RAS ci testimonia quindi un’arcana origine, nella lingua mesopotamica , l’accadico ‘rasu’ significa assumere il potere oppure ‘diventare potente’. Affine è l’ebraico ‘ros” che significa principe , comandante;
Roselle: il nome significherebbe “il colle elevato” e deriverebbe dall’antico accadico ‘rasu’, ‘rasum; ugaritico ‘r’s’, ebraico ‘ros’ (elevazione, cresta) e da ‘elu, ‘ellu’ (elevazione, cresta);
Razza primordiale: gli etruschi non ricordarono mai un
passato selvaggio, come sosteneva la teoria evoluzionistica, ma fu vivo in essi il ricordo dell’esistenza di razze superiori e divine, a cui fecero risalire la loro civiltà.
Rito: l’etrusco celebrò scrupolosamente il rito, con la certezza e la convinzione di COSTRINGERE ! e PROVOCARE le forze invisibili, restando estraneo a qualsiasi atto di culto soggettivo ed umano. L’etrusco non concepì il rito come cerimonia, come azione sentimentale, allegorica o emotiva di lode o d’invocazione per accattivarsi la benevolenza del nume, ma per imporre la propria volontà! alle forze soprasensibili, per determinare effetti sulle stesse forze naturali. Scopo del rito funebre fu quello di strappare ogni volta l’individuo alla possibilità della seconda morte;
Rogo: Le fiamme del rogo significarono la distruzione di tutti gli elementi terreni e umani per creare l’essenza folgorante di un’esistenza immortale. Con il rogo le fiamme crepitanti di una catasta ardente disperdevano in una nuvola di fumo i RESIDUI PSICHICI del morto, influenze malefiche per i sopravvissuti e dischiuso all’eroe la via dell’eternità;
Rosone: (deriva dalla ninfea) simbolo della palingenesi, del ritrovamento della realtà interiore;
Ruota: stesso valore simbolico della croce polare; In questo particolare di ruota di carro toscano è da notare
come la tradizione etruschi-toscani sia tramandata fedelmente di generazione in generazione. Basta confrontarla con uno dei carri etruschi, che si trovano purtroppo in musei stranieri, per rendersene conto;
Sacerdote: “Selvans, sanxuneta cvera” epigrafe etrusca dove Salvans è una divinità, mentre sanxuneta deriva dan babilonese ‘sangu’ sacerdote e da ‘neta’ ‘netu’ (addetto)
Salvezza: sia degli individui che delle città per gli Etruschi si otteneva attraverso la meticolosa rituale, freddamente e giustamente eseguita. Trascurare il rito o eseguirlo in modo errato fu considerato un sacrilegio;
Sangue – nella concezione semitica, ed anche etrusca, il sangue è la sede del principio vitale.
Saturnia: anticamente Urina. La base ‘ura’! corrisponde ad ‘urbs’ (latino). ‘Ur’ significa cinta muraria, e corrisponde al sumero ‘uru’ (città), e da ‘sa’ e ‘atru’ (città alta);
Scettro: segno divino della potenza trionfale e della gloria reale;
Scudo: simbolo della volta celeste; insegna propria del vittorioso;
Serpenti (avvolti su se stessi in senso opposto): vedi croce polare. L’ambiente semitico, come gli Etruschi, ! attribuivano al serpente caratteri sovrumani: serpente sacro, dio-serpente (non è confortevole ricordare che “dio
serp…..” era fra le bestemmie che erano sulla bocca dei Toscani). Esso costituiva il simbolo ! della divinità della vegetazione, guardia dei santuari e dei confini, e inoltre simbolo della vita, custode dell’erba vitale, efficace nelle divinazioni del futuro, nella magia nera e diabolica.
Siena: Sena, deriverebbe da ‘sen’ ebraico (altura, rupe) e dall’accadico ‘sinnu’ (punta)
Simboli: sono qualcosa di più del linguaggio perché il linguaggio cambia con il trascorrere del tempo; mentre i simboli rimangono immutabili e universali. Ecco perché le testimonianza di una stessa conoscenza , stupiscono per la loro costante identità. Ciò è riscontrabile sul cinerario etrusco, sull’urna romana, sullo scudo germanico, sul vaso greco o incaico, sul tempio indiano, ecc. Forse il simbolo che ha più valenza sacrale è il tempio che doveva essere costruito seguendo norme ben precise, accompagnate da riti religiosi;
Sorriso enigmatico: non appare mai sui volti dei defunti; il famoso sorriso degli etruschi è metafisico e riservato unicamente alle immagini degli dei;
Spirale: Stesso significato della croce polare. Più propriamente la spirale rappresenta il sole che ogni sera sprofonda nel mare a occidente e riappare il mattino seguente ad oriente. In altre parole il suo significato viene messo in relazione con la morte e con la rinascita;
Spirale doppia: proiezione piana dei due emisferi dell’uovo, ritmo ottenuto dalla evoluzione e involuzione della nascita e della morte; rappresentò una medesima forza agente in senso inverso nei due emisferi, come la indicarono le croci polari destrorsa e sinistrorsa;
Specchio: ebbe un valore simbolico e come tale nascose significati arcani al di fuori di quelli inerenti ad un modesto strumento destinato alle cure mattinali di una bella donna. Lo specchio fu elemento fondamentale della liturgia rituale; nello specchio le immagini delle divinità poste davanti a lui erano semplici riflessi di una realtà superiore; lo specchio rappresenta lo spirito divino, quando l’anima vi si guarda scopre le vergogne che ha in sé;
Spiritualità etrusca: non ebbe dogmi, ma solo il linguaggio matematico della verità assoluta espressa nel simbolo e l’indispensabilità del rito.
Toro: era animale sacro poiché le sue lunghe corna avevano le sembianze di una mezza luna, e quindi della dea adorata dagli etruschi villanoviani;
Talamone: l’antica città di Telamon, detta città di Telamone, un Argonauta che l’avrebbe edificata. Deriva da ‘tellum’ accadico (colle, cumulo)
Tarchunus: nello specchio di Tuscania è raffigurato chiuso nel suo mantello e poggiato al lungo bastone. Da Tarchunus deriva il nome della città Tarquinia. La parola deriva
dall’assiro-babilonese ‘targumannu’, ‘targumanu’. Questo a sua volta deriva dall’accadico ‘ragamu’ (chiamare, richiamare, profetare). ‘Pavatarxies’ significa letteralmente ‘bocca di Tarchunus’ che sarebbe l’interprete delle voci degli Dei;
Tarquinia: deriva da Tarxunus, Tarchon dal nome del suo eponimo. Originariamente il nome può essere fatto risalire all’accadico ‘targuwannu, turcumannu, dall’ugaritico ‘targumianu’, dall’arabo ‘targuman (prete);
Tenda: i cosiddetti ! ‘Villanoviani’, gli antenati degli Etruschi, vivevano in villaggi, in capanne (una via di mezzo fra tende e capanne vere e proprie)di forma circolare, ovaleggiante o quadrate. La tenda, in particolare, nella simbologia biblica significa: i nomadi (Madianiti), la pagnotta d’orzo, gli Israeliti coltivatori sedentari e poveri;
Teoria evoluzionistica: nettamente in contrasto con l’antica sapienza etrusca e di altri popoli. Tale sapienza non concepì un progresso dell’umanità ma un regresso, una caduta istantanea, una involuzione continua dell’umanità da stati originariamente superiori; l’uomo, secondo gli Etruschi, ebbe all’origine poteri addirittura soprannaturali, fu immortale e la morte lo vinse solo per un fatto contra natura, un vero e proprio accidente che non ha niente a che vedere con la ricerca da parte degli scienziati moderni di legami scimmieschi, progenitori dell’homo sapiens. E’
assurdo sostenere ! che la civiltà ebbe origine ! da una popolazione più o meno selvatica come è assurdo pretendere che l’uomo discenda da una scimmia;
Tin, Tinia (Aplu): significa ‘il giorno’ (luce), come accadico corrisponde al nome della divinità lunare ‘Sin’. Questo nome è accompagnato dalla voce semitica ‘Nannar’ che equivarrebbe alla ‘luce celeste di Sin’;
Tombe a tumulo: Esempi notevoli di questo tipo di tombe si trovano a Populonia, a Firenze (Quinto), a Cerveteri, ecc. Caratteristica di queste tombe è una montagnola o collinetta che le ricopre. Il monte, come l’isola, significa la stabilità spirituale in antitesi con le acque che scorrono che rappresentano gli avvenimenti contingenti. Il cerchio col centro definito, rappresentò il cielo e la cella, a pianta quadrata, rappresentò la terra. Cielo e terra rappresentarono il principio attivo e passivo. Nel primo di tali simboli va ricercato il fallo che fu simbolizzato da una linea verticale; il secondo passivo e femminile da una linea orizzontale. L’unione di questi due simboli dette origine alla croce. La tomba a tumulo è anche una prospezione ingrandita dell’antica capanna, circolare, contenuta da un basamento e da una pseudo cupola di pietre aggettanti. Il pilone centrale doveva riferirsi al sostegno che reggeva materialmente il tetto;
Toro: animale sacro poiché con le sue corna ‘disegnava’ la forma della ‘mezza luna’: Sin dio lunare di origine
mesopotamica. Prendere il toro per le corna è anche un modo di dire per affrontare una questione difficile, complicata
Tre: era il numero che indicava la perfezione ed era anche un segno di appartenenza alla religione degli etruschi arcaici e villanoviani. Tre infatti erano le divinità alle quali si rifaceva l’antica religione di appartenenza: la Mesopotamia. Triade divina: Ishtar, stella del mattino (Stella a otto punte) ! (Venere); Sin, dio lunare (falce di luna); Shamash, dio del sole (disco solare con otto fasci di raggi)
Trono: analogo all’ancora. Nelle tombe chiusine è un sostegno di terracotta sul quale posa il vaso delle ceneri. Si tratta di un sostegno di terracotta o di bronzo sul quale viene posato il vaso con le ceneri. Avrebbe il significato che lo spirito nel centro immobile ha raggiunto il piano dell’assoluto. In altre parole ha vinto la seconda morte; e ancora, lo spirito dopo aver attraversato l’ondoso e irrequieto mare ha raggiunto la sua stabilità, estraniandosi da ogni natura terrena.
Triade divina: Ishtar, stella del mattino (Stella a otto punte)!(Venere); Sin, dio lunare (falce di luna); Shamash, dio del sole (disco solare con otto fasci di raggi). Simbologia raffigurata sui kudurru (Tular etruschi), pietre che segnavano i confini territotiali;
Truia: significa labirinto, e deriva dall’accadico tajjaru,
tajjartu, giro, ciclo. Pertanto l’epigrafe mi Thesa Thei; truia, cioè questo sarebbe l’utero cosmico (labirinto) di Thesa. Questo nome e uguale all’accadico ‘desu’, dasu’, che sarebbe la primavera (stagione);
Uccelli (al pari di croci, spirali, cavalli, leoni e anatre) allusero alla vittoria sulle forze telluriche, oscure o titaniche; gli uccelli nell’arte etrusca sono l’espressione di stati sovrumani, volano in un’atmosfera irreale; essi anticipano la visione cristiana dei cherubini e serafini;
Ulivo (uomo inghirlandato d’ulivo): per l’iniziato la morte significò gustare trionfalmente la bevanda dell’immortalità e raggiungere l’altezza luminosa del cielo;
Uomo: (insieme alla donna) cardine della simbologia etrusca; principio immobile e sufficiente inteso come virilità;
Uomo primitivo: è assurdo pensare che l’uomo discenda dalla scimmia. I selvaggi cosiddetti primitivi non sono esponenti di civiltà primordiali, ma il risultato di un umanità in avanzato stato di abbrutimento;
Uovo: uovo cosmico, uovo universale simbolo dell’androgino universale, quindi simbolo della perfezione; l’energia racchiudente in sé ogni possibilità generatrice, ogni possibilità di esistenza; nel simbolismo dell’uovo le due circonferenze corrisposero a due spirali e quindi la rappresentazione della perfezione, nonché simbolo
dell’evoluzione e dell’involuzione, della nascita e della morte;
Uomo primitivo: è assurdo sostenere che la civiltà ebbe origine da una popolazione più o meno selvatica come è assurdo pretendere che l’uomo discenda dalla scimmia. Tutto concorda invece quando si riconosca che l’uomo primitivo godè di una spiritualità superiore dalla quale si allontanò in seguito alla degenerazione provocata da catastrofi di ogni genere, interiori ed esteriori;
Usil: è l’aurora, il Sole che sorge; corrisponde all’accadico ‘asu’ (sorgente, che viene fuori) e ‘ilu (dio) accadico;
Vaso (spazio racchiuso dal): fu una sorte di matrice, di utero e “regressus ad uterum” fu un ritorno allo stato embrionale. Nel simbolico vaso venivano riposti i resti inceneriti del defunto; il vaso significò l’individuo, la persona. Lo spazio racchiuso dal vaso, come la superficie delimitata dal cerchio, si identificò con l’universo. Paracelso affermò che chi vuole entrare nel regno di Dio deve innanzitutto entrare nella vagina materna e morirvi, in altre parole, deve entrare nel vaso;
Velelu: corrisponde al nome Velelia o Velia. deriva dall’accadico (w)elelu che ha il significato di ‘piacere’, ‘gioia’
Vetulonia: corrisponde all’accadico ‘beta-alu’ e all’ebraico. Ha il significato di ‘abitato alto’;
Vino: gli Etruschi spensero con il vino gli ultimi resti incombusti onde riporli nel simbolico vaso. Il vino conferì una valenza iniziatica ai riti;
Vino: ebbe un carattere iniziatico dei riti religiosi. Con il vino gli etruschi spensero gli ultimi resti incombusti del rogo funebre per poi riporli nel vaso simbolico
Virilità: la conquista ottenuta con la potenza delle qualità virili durante il combattimento. Essa fu la più alta forma di iniziazione (essere ammesso alla conoscenza e partecipazione di riti religiosi, misteri). E’ il concetto opposto del pensiero filosofico cristiano che ripudia la guerra e ogni forma di violenza;
Visceri: spesso nei momenti più gravi per lo stato (Romano) erano stati convocati gli aruspici etruschi per restaurare antichi rituali. Questi comprendevano la divinazione, il responso cioè degli dei su fatti e su avvenimenti riguardanti il futuro. Forma principale di questa predizione era l’esame dei visceri, dai quali traevano gli auspici favorevoli o nefasti, riguardo alle guerre, alla politica e anche alle cose più ,semplici della vita di ogni giorno;
Vita: gli Etruschi ebbero la concezione della vita come un eterno ritorno, un destino oscuro, un ciclo di nascite e di morti, delle quali l’individuo non ebbe scampo;
Vittoria: fu rappresentata da una! fanciulla alata che apre al
vincitore la via dell’immortalità. L’immortalità per gli etruschi era quindi propria degli dei, ma raggiungibile dagli uomini attraverso atti di eroismo, come la guerra, i giochi ginnici, ecc.
Vaso panciuto (ossuario biconico) ! e cerchio tracciato per terra: creano spazi e superfici sacrali; furono immagini centrate di un mondo spirituale, riflessi dell’universo;
Volterra, Velletri: hanno in comune la componente ‘etr’ che corrisponde all’aramaico ‘atra’, atr, atar che significa ‘terra’
Vulci: corrisponde al semitico malku (pr. Walku) che significa dominatore, re e quindi il significato di Vulci sarebbe ‘città regale’;
Ziro: lo spazio entro il quale! è racchiuso l’urna, è lo spazio sacrale, l’universo;
Note:
(
)!! Sanscrito: Lingua letteraria degli indiani antichi, della
stesa famiglia con il persiano, greco, latino, celtico, slavo, lituano, germanico. N. Zingarelli – Vocabolario della lingua italiana
Aramaico: lingua semitica! N-Occ, era il dialetto che in origine parlavano le tribù aramee, verso il 1200 a.C. Esse fondarono alcuni stati, fra i quali Israele, Moab Edom. Le iscrizioni più antiche in quest lingua risalgono sec. IX a.C.;
() Riguardo all’arte degli Etruschi Bernard Berenson affermò: “solo nei soggetti e nell’inferiorità di esecuzione, cioè in quella che io chiamerei l’originalità dell’incompetenza, l’arte etrusca può venire distinta da quella greca”.
Avvertenza:
Per compilare questo breve dizionarietto ho consultato diversi libri, opere dei maggiori etruscologi del nostro tempo. Devo tuttavia avvertire che il lavoro, così com’è, non è completato, e, deve essere soggetto ad una revisione più accurata e particolareggiata. Soprattutto devo completare le parole di origine, accadica, babilonese, aramaica, ebraica, araba, ecc, con la loro precisa ortografia (accenti e segni particolari) che farò appena possibile. Il presente dizionarietto non ha valore assoluto, come, d’altronde, niente di assoluto hanno tutti gli studi di etruscologia. Esso può, tuttavia essere un buon ausilio per coloro, dilettanti e cultori, che si apprestano a studiare per la prima volta! gli Etruschi e
la loro simbologia.
Paolo Campidori, Copyright paolo.campidori@tin.it http://www.paolocampidori.eu Bibliografia:
Hans Biedermann – Enciclopedia dei simboli – Garzanti editore 1991
Giulio Lensi Orlandi – Il segreto degli Etruschi – Atanòr Editrice, Roma 1972
Etruschi – Una nuova immagine – a cura di Mauro Cristofani – Giunti Editore, Firenze, 2002;
Massimo Pittau – Testi Etruschi – Tradotti e commentati con vocabolario – Bulzoni Editore, Roma 1990
Paolo Campidori – Capire gli Etruschi – Toccafondi Editore, Borgo San Lorenzo (Firenze, 2010;
Maurizio Martinelli, Giulio Paolucci, Caudio Strinati – Guida ai luoghi degli Etruschi – Scala Group Spa – Firenze 2007;
Romolo A. Staccioli – Gli Etruschi – Un popolo tra mito e realtà – Newton Compton Editori, Roma 2006
Gerd Heinz-Mohr – Lessico di iconografia cristiana, Milano
Ist. Propaganda Libraria, 1995
Giovanni Semerano – Il popolo che sconfisse la morte – Bruno Mondadori Editore, Milano, 2003
Mauro Cristofani – Dizionario Illustrato della Civiltà Etrusca – Giunti Editore , Firenze 1999
Paolo Campidori – Capire gli Etruschi – Firenze 2010 Toccafondi
Giovannangelo Camporeale – Gli Etruschi – Storia e civiltà – Utet, Libreria, 2004, Torino
Paolo Campidori, Copyright
ORIGINI
LA STORIA DEGLI ETRUSCHI E’ DA RISCRIVERE?
Vi ricordate uno dei miei primi articoli sugli Etruschi, in cui ipotizzavo la traduzione del vocabolo “Rhasena” con “Popolo di rasati”? Ebbene c’ero andato molto vicino. Ebbene, vi spiego un po’ la storia: Dionigi di Alicarnasso, retore greco, verso la metà del I sec. a.C, chiese ad un etrusco, dato che essi parlavano una lingua diversa da tutti gli altri popoli (pre-colonizzazione romana); tanto diversa da non essere assolutamente comprensibile né ai Romani né ai Greci (poiché Dionigi era greco anche se viveva a Roma). I Romani, a loro volta, hanno sempre detto che gli Etruschi erano un popolo a sé, dotati di grande cultura e che parlavano una lingua incomprensibile. Anche da ciò deduco che l’origine della lingua etrusca non era né romana, né greca. Durante i secoli a venire si è messo in dubbio questa asserzione di Dionigi di Alicarnasso, e ci siamo chiesti (me lo sono chiesto anch’io) se quel greco avesse inteso bene. Ebbene, per la prima volta, con sicurezza debbo dirvi che quel greco aveva inteso bene, anzi benissimo.
Guardate, la mia scoperta che oggi si può chiamare scientifica, perché provabile, è avvenuta non dico per caso, ma riflettendo su ciò che in passato avevo già scoperto. E’ successo oggi, scrivendo un articolo sull’Impressionismo, e mi sono imbattuto su un disegno di un post-impressionista
André Dunoyer de Segonsac, su un vecchio catalogo di stampe francesi, e ho notato la didascalia, e per l’ennesima volta, ho fatto lo stesso ragionamento. La didascalia era questa: “Femme à la serpe”. Mi sono detto: interessantissimo!! Perché secondo me era interessantissimo? Perché la donna aveva in mano una “roncola”; la “roncola”, come tutti sanno è una falce, posta su un lungo manico, che serviva, sia per mietere il grano, per ‘smacchiare’ (tosc.), cioè per sfoltire le siepi, per tagliare l’erba, ecc. Ebbene i francesi, chiamano la “falce”, fatta come un “spicchio di luna”, con il nome “serpe” che però in etrusco tale nome viene scritto “serphe” (adesso anche Pittau ha riconosciuto in ‘serphe’ il significato di “dio”, “dea”.
Allora ricapitoliamo: ‘serpe’ (falce) non può derivare dal latino, poiché falce si traduce con falx, falcis; non può essere greco, perché il nostro retore era greco e quindi avrebbe capito al volo la parola ‘rhasena’ e avrebbe capito il linguaggio dell’etrusco. Ci verrebbe da dire allora che la parola ‘rhasena’ (falce) potrebbe essere di origine celtica o germanica. Ma la risposta è negativa poiché i Celti chiamavano “serpe” la falce o la roncola, che è sempre un attrezzo agricolo a forma di uno “spicchio di
luna” (croissant, la mezza-luna in francese moderno). Ma allora perché i celti (francesi e germanici) chiamavano ‘serpe’ la roncola o la falce? Ci viene in aiuto il filologo Giovanni Semerano nel suo libretto “La favola
dell’Indoeuropeo”, nel capitolo “L’Ora di Filippo Sassetti, a pag 10 del suo libro: “”Così, lì per lì, appoggiato al tavolo delle bilance, tracciò quella sua lettera al Davanzati. La scrisse carica di una lacerante novità: alcune voci della lingua degli indigeni dell’India si identificavano con quelle in uso tra noi, come ad esempio i numeri sei, sette, otto e nove, e poi Dio, ‘serpe'”. Come spiega il Semerano questo mistero? “Alessandro Magno! e il largo seguito che scortava il discepolo di Aristotele avevano diffuso la lingua della patria lontana, largamente appresa dai sudditi che avevano necessità di farne uso” (Giovanni Semerano, pag 11, op. cit.).
Adesso mi sembra tutto chiaro, e conferma l’intuizione storica che: “un vincolo di vasta fratellanza culturale lega da cinquemila anni l’Europa, cioè l’Occidente, alla Mesopotamia, l’attuale Iraq, dove fiorirono le inarrivabili civiltà, le creature di Sumer, di Akkad, di Babilonia: è ancora vivo il fascino di quella culla delle arti, delle scienze, del Diritto” (Giovanni Semerano 1911-2005- Le origini della cultura europea – Olschki, Firenze 1984-1994)
Dunque, i popoli della Mesopotamia, chiamavano uno dei loro dei con il nome di! “Serpe”. E’ evidente che se la tradizione linguistica europea (celtica) ha tramandato questa parola “serpe” (dio) è anche evidente che le nostre lingue moderne derivano, chi più, chi meno, dalle lingue mesopotamiche. E quale era dunque il loro dio per eccellenza? Anche questo adesso è evidentissimo, il loro
dio era un astro biancastro, l’astro che vediamo tutte le sere e che nelle sue fasi crescenti e decrescenti assume la forma di una “falce” o della luna piena: LA LUNA!. Ecco quindi spiegato che ‘serphe’ in lingua mesopotamica significa dio e nel caso specifico, questo dio è la “falce di luna”.
Ricordiamo che nel ‘Kudurru’ ritrovato a Susa in Mesopotamia, si vede il Re Sargon che presenta LA figlia al dio Nanna (o Nana); sopra di loro spiccano, in bella evidenza, tre simboli: il Sole, la Luna (spicchio: guardate che poi questo nome spicchio è entrato anche nel dialetto greco ‘sticchio’ (volg.), che sta a significare l’organo genitale femminile, proprio per la sua forma a spicchio di luna); e infine Ishtar (Venere) la Stella del mattino. Ora è difficile e lungo spiegare perché i popoli mesopotamici adorassero queste tre divinità, lo faremo in altra sede.
Una cosa è certa “serphe o serpe” equivale a dio, dea; allo stesso tempo ‘serpe’ è una falce, vale a dire un attrezzo che ha la forma di uno spicchio di luna. E quale forma avevano i rasoi dei Villanoviani? Ebbene avevano la forma di una mezzaluna e allo stesso tempo di una falce. Ne deriva che, l’equazione è semplice ‘serpe’ uguale a ‘falce’, ‘falce’ uguale a ‘rasoio’ perché ha la stessa forma della falce o della roncola. Dunque “Rhasena” può solo voler dire “Popolo che ha per insegna o per simbolo,insomma, tutto quello che volete voi, UNA FALCE O MEGLIO UNO SPICCHIO DI LUNA. E adesso comprendiamo meglio anche il significato dello specchio rotondo: IL SOLE; E!
NON DIMENTICHIAMO CERTE ‘STELLETTE’ CHE VENIVANO POSTE NELLE SEPOLTURE, queste simboleggiavano Ishtar (Venere)
Ricapitolando Rhasena significa il popolo che adorava tre idoli (la triade): Il Sole, la Luna e la Stella del Mattino (Venere per il mondo classico). Tutto ciò ci porta ad un’altra conclusione: I Villanoviani-Etruschi! erano i diretti discendenti di antichi popoli della Mesopotamia. Nasce a questo punto un’altra conseguenza che la lingua etrusca ha origine dalle lingue Mesopotamiche!!!
DOBBIAMO QUINDI ANCHE AMMETTERE CHE GLI EBREI NON C’ENTRANO PER NULLA (AVEVA RAGIONE SEMERANO E NON IL TARQUINI). DOBBIAMO PERO’ DIRE CHE GLI EBREI ‘NASCONO’ IN MESOPOTAMIA E PARLERANNO LA LINGUA DI QUEI POPOLI: BABILONESE, ARAMAICO, ECC.
Fiesole, 11 dicembre 2011 paolo.campidori@tin.it http://www.culturamugellana.wordpress.com
http://www.paolocampidori.eu
P.S. Un ringraziamento sentito va all’amico Professore Massimo Pittau, linguista storico, che ha sostenuto la mia tesi fin dall’inizio. Debbo a lui e ai suoi libri come il Vocabolario della Lingua Etrusca, il primo vero vocabolario etrusco-italiano, di poter crescere nei miei studi di Etruscologia.
Bibliografia:
Giovanni Semerano – La favola dell’Indoeuropeo – Bruno Mondadori, 2005
Giovanni Semerano – Il popolo che sconfisse la morte – Gli etruschi e la loro lingua – Bruno Mondadori, 2003
Massimo Pittau – Vocabolario della lingua Etrusca – Libreria Editrice Dessì – Sassari, 2005
Catalogue “Goya” 1963 – Dessins Estampes – Paul Prouté et ses Fils – Paris pagg. 70-71 Paris – Atelier Duval 1963
UN MUSEO ARCHEOLOGICO? MEGLIO FARSELO IN CASA
Farsi un museo in casa propria, oggi non è più tanto difficile, come una volta e non è neppure tanto caro. Dobbiamo decidere anzitutto se vogliamo un museo della preistoria, egizio, etrusco o romano poi il resto viene da se. Optiamo per un museo archeologico generico che parta dalla preistoria e arrivi fino all’epoca romana. Nessuna difficoltà.
Iniziamo con degli strumenti preistorici che provengono dall’Egitto: lame dentellate, raschiatoi, ecc; sette pezzi, il tutto ad Euro 250/300;
due tavolette cuneiformi di argilla, impresse a! crudo, provenienti dalla Mesopotamia, in buono stato di conservazione; Euro 300/400;
un frammento di sarcofago dipinto su legno stuccato, provenienza Egitto. epoca tarda circa 716-30 a.C.; Euro 300/400;
una maschera Egizia, in legno scolpito e dipinto in nero e bruno, produzione Egitto; stato di conservazione ottima,
datato Nuovo Regno 1540-1075 a.C.;
un sigillo da scriba in faience (ceramica) turchese, modellato a stampo; a sinistra l’Ape, animale araldico dell’Alto Egitto, Euro 250/300;
una bellissima collana in pasta vitrea, con vaghi colorati, datazione III-II sec. a.C Euro 400/450; un alabastron (piccola bottiglietta per profumi) corinzio, argilla e vernice bruna, ottimo stato di conservazione, datato 575-550 a.C., Euro 1.800-2.200;
un grande skyphos, argilla giallina, vernice nera; nella fascia centrale! fascia con teoria di animali: un toro con la testa abbassata affronta un leone ruggente (il solito tema sfuggente della vita e della morte); datazione ultimo quarto, VII sec. a.C., Euro 750/900;
un grande olpe a rotelle etrusco-corinzia, argilla figulina camoscio, vernice bruna, decorato in quattro fasce con cigni, pantere, capridi e due galli affrontati seguiti da sfingi; produzione Etruria meridionale, datazione VII, inizi VI sec. a.C., Euro 6.200/6500;
grande oinocoe (caraffa) trilobata etrusco corinzia; argilla, vernice bruna e paonazza, datazione prima metà VII sec. a.C., Euro 500/600;
un bellissimo Kantaros (il nome ‘cantero’ esiste anche nel linguaggio toscano; è una coppa a due anse) di impasto bruno lucidato a stecca; produzione Etruria meridionale, datazione fine sec. VIII, inzi sec. VII, Euro 600/700;
grande oinochoe a rotelle in bucchero nero, lucidato a stecca, provenienza Etruria, Chiusi, datazione metà VI sec. a.C.. Euro 2.220/2.500; urnetta cineraria con coperchio in argilla depurata rosata; la cassa è decorata con la scena dell’eroe con l’aratro; produzione Chiusi, II sec. a.C., Euro 5.500/6.500;
fronte di urna volterrana, in alabastro scolpito, nella scena una barca con quattro uomini a bordo: il nocchiere seduto; un uomo in piedi che trattiene un altro uomo per la vita, in atto di gettarsi in mare, ecc; produzione Volterra, datazione III sec. a.C. Euro 2.000/3.000;
una moneta romana in oro, statere con testa di Filippo II, laureata (con corona di alloro), in buono stato di conservazione; datazione 359-336 a.C., Euro 900/1200;
due rasoi villanoviani in lamina di bronzo con decorazione a incisione sec. IX a.C.; stato di conservazione: lacunosi e ossidati, Euro 800/1200;
una rara olla! (una sorta di! pentola) biansata (con due
manici) in bronzo con! importanti anse plastiche modellate a kouros, produzione Etruria settentrionale, datazione570-550 a.C., Euro 16.000/22.000;
bellissima e importante collana in lamina d’ oro, e pietre dure di epoca romana imperiale, peso gr. 117, I sec. a.C. Euro 25.000/30.000.
L’elenco potrebbe continuare a lungo con vasi, teste fittili, statuette, , patere, olle; tutti reperti che variano da un prezzo di 200 ai 1.000 Euro. Insomma per fare un ‘museino’, doc, fatto in casa, con reperti sicuramente originali, di pregio, alcuni di questi anche rari e importanti, non spenderemmo più di 100.000 Euro, prezzo equivalente a una delle tante auto semi-lusso, che vediamo sfrecciare, numerosissime sulle nostre strade italiane.
Basta consultare uno dei tanti cataloghi editi dalle principali Case d’Asta internazionali, per rendersene conto. Io mi sono documentato su un catalogo di una Mostra! d’asta della Casa d’Aste Pandolfini, Firenze, 11 dicembre del 2003, che ebbi, allorta,! il piacere di visitare e vi posso assicurare che ebbi l’impressione di trovarmi di fronte ad oggetti veramenteb di pregio.! Dobbiamo tenere conto che in quasi dieci anni i prezzi! (2003) saranno lievitati qin misura del 10-15%; una cifra del tutto trascurabile considerando l’importanza e la bellezza degli oggetti messi all’asta.
Paolo Campidori, Copyright
paolo.campidori@tin.it http://www.paolocampidori.eu http://www.culturamugellana.wordpress.com
Bibliografia: Pandolfini – Casa d’Aste – Reperti Archeologici, Dicembre 2003
Le foto dell’articolo sono tratte da tale Catalogo
I CELTI SECONDO! CAIO GIULIO CESARE
Il “De bello gallico” (La guerra gallica) di Giulio Cesare descrive gli avvenimenti dal 58 al 51 a.C. Cesare,! per conquistare la Gallia (in meno di 10 anni), prese più di ottocento città, sottomise alla sua autorità circa trecento popoli diversi, combatté con coraggio contro tre milioni di uomini, dei quali ne uccise un milione e un altro milione ne! catturò (Plutarco, Biografie parallele, Biografia di Giulio Cesare). Il grande storico Theodor Mommsen, Storia di Roma, puntualizza, con un pizzico di amarezza,! che: “gli uomini comuni vedono i frutti della loro opera; il seme di genio invece cresce lentamente”.
Fiesole – Museo Archeologico – Bottiglia in terracotta – Arte celtica (?)
Secondo l’illustre studioso: “E’ opera di Cesare…se l’Europa è diventata romana, se l’Europa germanica è divenuta classica…”. Riguardo ad Alessandro, altro genio: “passarono secoli prima che si comprendesse che Alessandro non aveva soltanto creato un regno effimero in Oriente, ma che aveva introdotto in Asia l’ellenismo; altri secoli passarono prima di comprendere che Cesare non aveva soltanto acquistato per i Romani una nuova provincia, ma che aveva fondato la romanizzazione delle province occidentali….”.
Fiesole – Museo Archeologico – Bottiglia in terracotta – Arte Etrusco-celtica (?) Chi erano i Celti per Cesare e per i Romani? “Gallia est omnia divisa in partes tre, quorum una incolunt Belgae, aliam Aquitani, terital qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur” Così Cesare definisce la nazione dei Galli: “La Gallia, nel suo insieme, è divisa in tre parti; una abitata dai Belgi, un’altra dagli Aquitani, la terza dai popoli chiamati localmente Celti e da noi (Romani)
Galli” (Cesare, La guerra Gallica, Libro I, Cap. I).
Quindi il popolo antichissimo chiamato dei Celti o celtico, veniva dai Romani chiamato dei Galli o gallico. Questi popoli: Belgi Aquitani, Celti differivano fra loro per linguaggio, istituzioni, leggi (Hi omnes lingua, institutis, legibus inter se differunt). E’ chiaro quindi che si tratta di tre popoli diversi. I Belgi! erano più forti di questi tre
popoli ed erano anche quelli più chiusi nei confronti degli stranieri. Essi, molto di rado, permettevano ai mercanti di visitare il loro paese poiché temevano – aggiunge Cesare – “che venissero introdotte merci che potrebbero infiacchire i! costumi delle loro genti” (minimeque ad eus mercature, saepe commeant atque ea quae ad effeminandos animos pertinent important).
Data la loro vicinanza con i Germani, essi combattevano quasi ogni giorno per tenerli lontani dalle proprie terre. Lo stesso capitava agli Elvezi, essendo anche essi vicini ai Germani. Questo era il territorio della Gallia, nel suo insieme.
Monterenzio – Elmo etrusco-celtico – Museo archeoilogico di Monterenzio (Bologna) Chi erano I Celti o Galli per i Romani e per Cesare? I Celti occupavano quella parte della Gallia compresa fra il fiume Garonna e il Rodano. Ma vediamo più da vicino chi erano i Celti (per i Romani: Galli). “In omnia Gallia forum hominem qui aliquo sunt numero atque honorem genera sunt duo” (In Gallia (leggi Celti) vi sono due categorie di uomini che sono tenuti in grande conto e in grande onore. “Sed de his duobus generibus alterum est druidum, alterum equitum” (Delle due categorie sopraccennate! l’una era quella dei druidi, l’altra quella dei cavalieri. Accanto a queste due categorie vi erano coloro che appartenevano alla plebe, e che erano considerati alla stregua degli schiavi.
Tanto è vero che da soli non potevano prendere nessuna decisione né partecipavano ad alcuna assemblea. Ricapitolando la popolazione celtica era divisa in tre categorie:! cavalieri, druidi e plebe. Noi Toscani potremmo dire che essi erano divisi in tre categorie: furbi, semi-furbi e bischeri (tutti conoscono il significato di questa parola).
Sepoltura etrusco-celtica con specchio in bronzo e manico in avorio- Necropoli di Monterenzio I Cavalieri erano coloro che detenevano il capitale, la ricchezza, grande numero di servi, erano in altre parole la classe dominante, ovvero la nobiltà che aveva in mano le redini del potere civile (escluso quello religioso). I Cavalieri sarebbero i “furbi”. Anche oggi ce ne sono tanti, non è vero? Il loro compito era quello di partecipare alle guerre (in media una l’anno), portando con sé armi, servi e clienti in maggior numero possibile;! come si dice; “armi e bagagli”.
I Druidi, l’altra casta privilegiata, si interessavano del culto, provvedevano ai sacrifici pubblici e privati, interpretavano le cose attinenti alla religione. Questi oggi rappresenterebbero il nostro Clero: Vescovi e sacerdoti, con poteri e privilegi però molto più ampi dei nostri vescovi e dei nostri sacerdoti. Essi avevano pure il loro Papa, al quale era demandata l’interpretazione delle cose attinenti alla loro religione (quindi il loro Magistero). Ad essi spettava l’esercizio della giustizia sia pubblica che privata, e se
qualcuno non si atteneva al loro giudizio essi venivano banditi dalle funzioni (scomunicati). Questi erano considerati empi e scellerati, e tutti evitavano di incontrarli! e di parlare con essi.
Utensili di fabbricazione etrusco-celtica – Museo archeologico di Monterenzio (Bologna) I maggiori privilegi dei druidi erano quelli di non partecipare alle guerre e di non pagare le tasse. Sarebbero, questi,! la classe dei “semi-furbi”, sopra accennata. La classe infima, quella cioè dei “bischeri” era la plebe, considerati come schiavi, pertanto non partecipano a nessuna iniziativa! e a nessuna assemblea. Quando erano oberati dai debiti, si vendono ai loro padroni i quali li trattavano come degli schiavi (A Firenze si dice: “quando uno nasce bischero, muore bischero”). I Celti quindi non erano nient’altro che una società di tipo feudale come ne esistevano molte durante il nostro Medio Evo, in Italia e all’estero.
Riguardo ai Druidi, cioè la classe sacerdotale, è bene mettere in evidenza un particolare che ci può aiutare nello studio di altre popolazioni antiche, come ad esempio gli Etruschi. I discepoli dei druidi, che erano sempre numerosi, dovevano imparare tutto a memoria ( di tempo ne avevano, in quanto il noviziato durava un ventennio). Per gli altri affari invece usavano la scrittura, usando l’alfabeto greco (NB). Ma perché la casta dei sacerdoti doveva tenere a
memoria tutti i versi della loro religione? Per due ragioni: una perché non volevano che le norme che regolavano la loro organizzazione venissero a conoscenza del volgo; la seconda ragione riguardava la praticità dell’apprendimento. Infatti privilegiando la scrittura, si era portati! a non tenere in esercizio la memoria. I Celti credevano nell’immortalità dell’anima e che questa al momento della morte corporale passasse da un corpo all’altro. Elimata la paura della morte, questo poteva andare tutto a vantaggio per incitare i giovani al valore e al coraggio nell’affrontare le guerre.
I druidi insegnavano ai giovani le loro conoscenze sugli astri e i loro movimenti; sulla terra e la sua natura, e sul potere degli dei. Tra gli dei veneravano Mercurio, inventore di tutte le arti,! guida dei viaggi, patrono per i commerci e il guadagno. Oltre a Mercurio adoravano Apollo, Marte, Giove, Minerva e Marte. A quest’ultimo, facevano voto di bottino! e dopo la vittoria sacrificano il bestiame e accumulavano in un punto tutto il resto facendo dei grandi falò.
I Galli (Celti) affermavano di essere tutti discendenti del Padre Dite. Calcolavano il tempo contando le notti. Permettevano ai figli di presentarsi in pubblico solo! in età da poter prestare il servizio militare. Aggiunge Cesare, meravigliato: “….i Celti credono che sia una cosa vergognosa che i figli si fermino davanti al padre quando questi compie atti sessuali?”! (filiunque puerili aerate in publico in conspectu patris adsistere turpe ducunt).
Già perché i Romani…..in fatto di lussuria….! I funerali! dei Celti erano lussuosi: veniva dato alle fiamme (rogo) tutto ciò che apparteneva al defunto, compresi animali, servi e clienti cui il padrone era affezionato. Tutto e tutti venivano bruciati insieme al defunto. Questi erano i Celti secondo Cesare e dobbiamo fidarci di lui che li conosceva molto bene! PAOLO CAMPIDORI, Copyright paolo.campidori@tin.it http://www.paolocampidori.eu http://www.culturamugellana.wordpress.com
Bibliografia:
Cesare – la guerra gallica (De bello gallico) – (Traduzione Fausto Brindesi) Edizioni BUR Rizzoli, Milano 1974
T.G.E. Powell – I Celti -Est – Il Saggiatore – Milano, 1999 Titolo originale dell’opera “The Celtis” – Thames and Hudson, Londra, 1958
Mario Torelli – Storia degli Etruschi – Editore Laterza, Bari 2007
Paolo Campidori – Capire gli Etruschi – Toccafondi Editore, Borgo San Lorenzo (Firenze), 2010
Fotografie Paolo Campidori su gentile concessione Museo Archeologico di Fiesole (Firenze) e Museo Archeologico di Monterenzio (Bologna)
NON ESISTONO ‘DOGMI’ IN ETRUSCOLOGIA
Vorrei ricordare a tutti gli amici e ai lettori di questo Blog che la tesi sull’origine Mesopotamica degli Etruschi, da me formulata con l’articolo “La storia degli Etruschi è da riscrivere?”, non ha valore ‘dogmatico’, in quanto in Etruscologia e in Linguistica Etrusca, non esistono e non possono esitere ‘Dogmi’. Questi appartengono solo alle religioni e valgono per i credenti.
Vorrei quindi precisare che, dopo trentacinque anni di studi da me fatti su questo antico popolo, mi sono sentito, quasi in ‘dovere’, di tirare una somma alle mie conoscenze in materia per esternare anche agli altri studiosi i miei ‘risultati’, ovvero l’idea che io mi ero fatto sull’origine etrusca.
Come CULTORE ‘etruscologo’ e come CULTORE ‘medievalista’ (per il territorio mugellano e non solo) la mia ‘ipotesi’ mesopotamica sulle origini degli etruschi è da considerarsi tale, e non ha nessuna ragione o pretesa di voler annullare gli studi di coloro (etruscologi, archeologi, linguisti, ecc), i quali,! in materia, sono molto più bravi del sottoscritto che, come si definiva Leonardo sono solo un”homo sanza lettere”, nel senso che non ho compiuto gli studi classici e so un po’ di greco e di latino per averli studiati come autodidatta (Conosco invece, oltre all’Etrusco (studiato non in materia specialistica), conosco altre lingue
per averle studiate a scuola: inglese, francese, spagnolo e tedesco, oltre all’italiano. Insomma, in fatto di linguistica non sono proprio l’ultimo arrivato!
Io, come cultore storico, analizzo i fatti della storia sotto il profilo storico, non mi interessano i particolarismi che sono materia degli specialisti, a me interessa ricomporre, tessera dopo tessera, quel grande mosaico che è rappresentato dalla storia di un popolo. Non mi interessa analizzare le singole ‘tessere’; mi interessa, invece,! mettere le terssere giuste nei luoghi giusti.
Io non chiedo che la mia ‘ipotesi’ venga pubblicata nella celebre rivista! “The scientist”;! chiedo solo di prendere in esame anche questa mia ipotesi, e considerarla più il risultato di ‘ricerca storica’ (certo fuori della ‘dogmatica’ etrusca), vista con l’occhio dello storico e con la lente d’ingrandimento dello Sherlock Homes.
Io, lo ripeto, a chi ancora non l’avesse capito, non sono nè archeologo, nè medievalista, e tantomeno sono un linguista storico. Io appartengo a quella categoria di ‘appassionati’, che nel migliore dei modi vengono classificati come ‘cultori’ delle cose che riguardano l’etruscologia (non voglio fare polemiche).
Io mi sento uno scrittore, ed uno che fa del giornalismo. Odio, per mia natura, le cosiddette ‘specializzazioni’, perché rinchiudono il ricercatore in un settore e gli danno solamente la possibilità di acquisire una conoscenza
‘particolare’ del problema o dei problemi (se non si vogliono chiamare misteri!).
Quindi, per cortesia, è inutile che veniate a ‘cavillare’ su questioni specialistiche linguistiche o archeologiche. Per questo dovrete rivorgervi a linguisti specializzati, come ad esempio l’amico Massimo Pittau; oppure ad archeologi di chiara fama, come ad esempio il Camporeale oppure agli Ispettori e Direttori dei Musei Archeologici o ai Soprintendenti delle Soprintendenze alle anrtichità, poiché loro, e solo loro sono ‘specialisti’ in materia.
La mia ‘soluzione’, se vogliamo usare questo termine sul cosiddetto ‘mistero etrusco’ (che poi non è un mistero) è paragonabile ad un quadro impressionista, che, se visto globalmente, ti da l’esatta visione di ciò che è rappresentato in un quadro; mente se lo guardi da vicino, per scoprire i dettagli, vedi solo pennellate e basta e rimani deluso!
Così è il risultato del mio lavoro durato 35 anni. E’ vero? E’ giusto? Questo lo dovranno stabilire gli esperti, gli specialisti in materia. E, soprattutto, dovrà essere vagliato nel futuro, in attesa di altre scoperte, di altri documenti e altre informazioni.
Secondo me, la sola cosa importante è che le ricerche sugli Etruschi vadano avanti, non si fermino mai. E un contributo determinante lo daranno senz’altro coloro che sono preposti a tali compiti (i cosiddetti “addetti ai lavori”). Un piccolo contributo però, lo potranno dare anche i semplici
appassionati, i ‘cultori’, coloro che affiancano gli archeologi nei lavori più pesanti (ad esclusione dei ‘tombaroli’), gli ‘storici’ come me, e gli appassionati in genere. Spero di essere stato finalmente chiaro!
Paolo Campidori Copyright
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paolo.campidori@tin.it
L’EUROPA E L’ITALIA HANNO RITROVATO LE PROPRIE ORIGINI!!
Oggi il Blog Cultura Mugellana ha superato le 1.000 (mille) visite in un sol giorno. Questo significa che l’ultimo articolo sugli Etruschi vi è piaciuto. Vi prego di mettere il vostro commento nello spazio apposito. Se la pensate come me, benissimo! Altrimenti amici lo stesso, come prima! Io dopo 35 anni di studi sugli Etruschi sono venuto a questa conclusione. Può essere giusta, può essere errata. Nessuno, oggi come oggi, può dire una parola definitiva sugli Etruschi, con il pericolo reale di essere smentito il giorno dopo. Però, devo dirvi sinceramente che io a queste conclusioni ci credo, anche perché le ‘tessere’ del mosaico ora combaciano perfettamente. Certo non sono arrivato da solo a questa conclusione. Alcune cose sono state fondamentali per poter dire: Eureka! Alle scoperte ci si arriva così per caso, ma quasi sempre dopo un lungo e faticoso studio.
Scorie ferrose dalla lavorazione delle rocce metallifere in Marema grossetana a) !Lo studio della linguistica etrusca (epigrafi funerari, cippi, dediche, ecc) e di questo posso ringraziare l’amico Prof. Massimo Pittau, uno dei maggiori linguisti storici viventi per averli regalato il suo Vocabolario della Lingua etrusca, una vera e propria pietra miliare della linguistica etrusca. Sfogliandolo dapprima, poi studiandolo, mi sono reso conto che una buona parte della lingua parlata dei fiorentini e dei mugellani, erano imparentate con la lingua che parlavano gli etruschi. Ciò mi ha fatto nascere la curiosità e l’interesse di andare più a fondo nell’analisi del dialetto mugellano e fiorentino, comparandola con le epigrafi mortuarie trovate nei luoghi per ‘eccellenza’ “Etruschi”;
Ostentare il gesto fatto con le tre dita equivaleva al nostro gesto cristiano di farci il segno della croce b)!un altro grazie va all’etruscologo Giulio Lensi Orlandi, che mi ha introdotto, già dai primi tempi, nella ricerca spasmodica del ‘simbolismo’ etrusco e del suo significato che a noi uomini del XXI secolo ci sfuggiva. Il simbolismo è fondamentale per capire gli Etruschi “ante-scrittura”, vale a dire i Villanoviani, vissuti prima dell’VIII sec. a.C . Un altro etruscologo, un capo-scuola è stato anche il mio capo- scuola ed è Massimo Pallottino. La sua teoria della
‘formazione in loco’ scartando le altre ipotesi sulle origini, può essere ancora oggi valida. Ma Pallottino era archeologo non linguista, e, proprio nella mancanza di una conoscenza perfetta delle lingue orientali, è fallita la sua teoria. I! simboli per eccellenza, oltre l’uovo, la croce polare, sono rappresentati dalla numerologia.
Ostia antica – catacombe – Cristo benedicente – Mosaico in marmo a ‘commesso’ Tre è il numero perfetto (e anche il cristianesimo ha ereditato una serie di simboli orientali-mesopotamici, fra questi vi è il tre: La Trinità, le chiese tri-absidate, i tre portale delle facciate delle chiese, il segno del Cristo Pantocrator, ecc.) e questo numero che comprende: sole, luna, venere, viene ostentato dai defunti che ‘riposano’ recumbenti sui coperchi dei sarcofagi, mostrando tre dita della mano sinistra: pollice, indice e medio; poi! il simbolo delle corna, che alludono alle corna del toro sacro (vitello d’oro, il quale con il palco e le corna formava il segno della mezza luna) e quindi alla simbologia della luna.
Le lunghe corna dei bovi maremmani alludono alla forma della “mezza-luna” La luna, il sole, la stella del mattino, Ishtar, appaiono insomma un po’ dappertutto. La ‘croce polare’ chiamata a sproposito con il nome celtico ‘svastica’ (e ancora più a sproposito venne usata nel ‘nazional-socialismo) è
anch’essa simbolo del nostro astro:! il sole, raffiguarato a graffito nelle urne cinerarie maschili e femminili. Le donne venivano identificate generalmente con uno specchio, e, sinceramente, !non so se sia veramente era uno specchio, ma questo simbolo, sempre a forma di cerchio , !indicava il sole, un’altra delle divinità mesopotamiche.
Corna e peperoncini nella tradizione ‘culinaria’ toscana I Villanoviani e gli Etruschi erano molto diversi da noi, e per noi è difficilissimo capire la loro mentalità. Doveva essere gente che parlava poco e faceva molti fatti. In somma non erano quello che siamo noi oggi “molto fumo e poco arrosto”. Erano gente schiva, duffidente, e secondo il nostro modo di vedere anche scaramantica. Ogni loro atto seguiva al volere dei! loro dei e questa volontà veniva ‘interpellata’ dagli aruspici e dai ‘fulgorator’, esaminando i viscei animali e i fulmini.
Corna: gesto apotropaico? No simbolo di appartenenza religiosa (Luna) Essi si identificavano con la ‘falce’! o ‘roncola’ (rhasena) *, un modo per loro importante per identificare il loro popolo di appartenenza.! Infatti, sia i Villanoviani (in modo parrticolare) che gli Etruschi venivano identificati con una falce, che a noi potrebbe sembrare un ‘rasoio’ , ma in realtà esso era una piccola ‘roncola’ (o falce). Gli Ebrei invece si identificavano con la ‘circoncisione’, che tutt’ora praticano.
La loro lingua, l’ etrusco, che non poteva, per ovvie ragioni, discendere dal latino (e dal greco), mentre possiamo dire con sicurezza! che il nostro italiano e le lingue neo-latine derivano dal latino poiché l’Europa fu tutta colonizzata da questo popolo, che seppe assoggettare le genti con l’astuzia e con la tecnica della “frusta e della carota”.
Piccola “roncola” o “falce” – Oggetto per tagliarsi la barba o depilarsi? Anche, ma soprattutto oggetto-simbolo di appartenenza religiosa Piombino Museo Archeologico La lingua etrusca! non poteva essere greca, altrimenti Dionigio di Alicarnasso l’avrebbe o capita o comunque catalogata fra le lingue e dialetti greci. Dionigi di Alicarnasso era una persona istruitissima. uno storico ed un retore, non era ‘homo sanza lettere’ (Così si definiva Leonardo, il quale non aveva compiuto gli studi classici). La lingua etrusca non! poteva essere neppure celtica, poiché la roncola o falce, veniva chiamata ‘serpe’ ed è chiamata tuttora dai celti-francesi con il nome ‘serpe’, allusione alla sinuosità dell’utensile, e alla serpe, che si muove strisciando compiendo delle volute. Ma ‘serpe’ (serphe-a), nella lingua orientale mesopotamica un’altro significato.
Piombino arma da battaglia e/o da lavoro a forma di ‘mezza-luna’ cxon lungo manico. Piombino Museo Archeologico Questo vocabolo ‘serphe-a’ in mesopotamico significa dio,
dea. Come si spiega allora che i popoli centro-europei parlavano la stessa lingua degli etruschi, una delle loro città Massilia (Marsigli) era uno dei maggiori porti etruschi e si potrebbero fare tante altre comparazioni. Ciò significa, allora,! che i popoli mesopotamici, non solo occuparono tutta l’Italia, in tempi remotissimi, e in tempi più rceenti,! ma è probabile che essi, avessero occupato anche la Francia, la Germania, ecc., insomma l’Europa centrale,! e molti territori che si affacciano sul Mediterraneo.
Canopo chiusino – defunto che fa le “fiche” – Gesto scaramantico? No, gesto di appartenenza religiosa alla triade “sole. luna, venere” In questo caso si allude a Venere dea dell’Amore Lo studio della lingua etrusca è stata determinante per arrivare a queste conclusioni. Ho trovato molto utile anche lo studio dei libri del Semernano, un grecista ‘convertito’ all’origine orientale degli Etruschi. Il Tarquini e lo Stickler, studiosi!linguisti della metà Ottocento avevano intuito l’affinità con la lingua aramaica! e quindi avevano optato per il ‘semitismo’, o meglio per l’ebraismo dell’origine della! lingua etrusca. In realtà le popolazioni ebraiche si formano nellla Mesopotamia, e in particolare nella Caldea, e solo dopo aver!optato per !una religione ‘monoteistica’! (Mosè e le Tavole, circa 12oo a.C.)) vengono avversati dalle popolazioni mesopotamiche, fino a spingerle in esilio nell’Egitto e a disperderle in tutta l’Europa, Italia compresa.
Ma se per le popolazioni mesopotamiche possiamo parlare! di date anche precedenti al 5.000 a.C., gli Ebrei, come individualità di popolo, si formano solo verso il 3.000 a.C.
Ebrei egiziani ridotti in schiavitù (costretti alla produzione dei mattoni) Dagli Egizi erano chiamati Apiru c)! Un altro aiuto importante l’ho avuto dallo studio della Bibbia, e in particolare della versione originale dei testi: aramaico. ebraico, greco e latino di Mons. Fulvio Nardoni, Edizioni Einaudi; e dalla versione dell’ormai celebre biblista Gianfranco Ravasi, che sarebbe poi la versione ufficiale della C.E.I. (Conferenza Episcopale Italiana)
Evidenziato in nero il villaggio villanoviano di Firenze, da questo piccolo nucleo si è sviluppata la città-quadrata di Florentia (romana) d) Non posso tralsciare lo studio sistematico di tutti i libri di etruscologia! e di linguistica storica che mi slono capitati per le mani e che sono andato a ricercare nelle librerie e nelle biblioteche. Fra questi citerei Camporeale, Staccioli, Cristofani, Pittau, Carandente, Semerano, Bartoloni, Stickel, Tarquini, De Palma, Nicosia, Melani, Bandinelli, Martinelli, Paolucci Giulio, Lawrence, Pellegrini, Biederman, ecc. ecc.
e) Le visite ai musei, agli scavi, alle necropoli e alle antiche città dell’Etruria Toscana, Laziale ed Umbra,
nonché Bologna e territorio. Ringrazio tutti coloro che mi hanno agevolato nel permettermi di scattare fotografie, con le quali ho potuto compiere i miei studi di etruscologia e linguistica; fra questi il Museo Archeologico di Firenze, di Fiesole, Vulci, Tarquinia, Voletrra. Piombino, Vetulonia, Dicomano, Populonia, Cecina, ecc.
Necropoli di Baratti affacciata sull’omonimo golfo I popoli Mesopotamici quindi, a causa di varie circostanze talvolta pacifiche, talvolta a seguito di guerre o di carestie si sono stabiliti nell’Europa centrale e in Italia, forse in maniera più massiccia sul litorale tosco-laziale, dove da una popolazione agricola e seminomade, sono diventati, una popolazione stanziale, che in un tempo relativamente!!breve si è arricchita (A questo punto è lecito pensare che anche Roma abbia avuto le stesse origini mesopotamiche e a!adesso capiamo perché anche Roma verso i secc. VII-V a.C. era nell’orbita etrusca! (vedi !i Tarquini re di Roma).! Certo le storie delle singole città, con il progredire del tempo,!hanno tutte una storia diversa l’una dall’altra. Per questo sarebbe consigliabile studiare singolarmente!la storia delle origini e delle formazionii !delle città-stato etrusche, Roma compresa.
Suvereto, antica miniera abbandonata I ‘mesopotamici’ erano!una popolazione, che sotto il punto di vista spirituale e intellettuale era progreditissima e aveva
conoscenze astronomiche, mediche e scientifiche davvero superiori a quelle di qualsiasi altro popolo.!Gli Ebrei sono ‘figli’! delle popolazioni mesepotamiche, poiché sono nati in seno ad esse, come pure tutti gli altri popoli, e fra queste comprendiamo anche le popolazioni celtiche. Naturalmente non parliamo di storia recente!
Elmo bronze celtico, da Monterenzio Museo Archeologico (Bologna) Troppe cose ci legano a queste genti, che erano abilissimi orafi, argentieri, vasai e la loro arte raggiungeva l’apice della bellezza estetica in questi campi pittosto che in altri. Non possiamo dire, come ha affermato il Bandinelli che l’Arte Etrusca non è arte. La loro arte si estrinsecava nel lavorare il bronzo, il rame, nel rendere duttile l’oro, nella granulazione, una tecnica che avevano impoarato dai loro antenati mesopotamici. Erano profondi! conoscitori dei metalli, delle leghe, erano pure abili costruttori, e si erano dati una legislazione che ha fatto scuola a tutte le generazioni delle civiltà che sono venute dopo. Erano religiosi politeisti e la loro religione!basata sugli oracoli, sui sacrifici, ecc. difficilmente potrà essere compresa dalle popolazioni!di oggi.
Fiesole Museo Archeologico – ‘Bottiglia’ o vaso a collo stretto e allungato di produzione celtica Credo, che dopo questo mio studio, le origini dei
Villanoviani-Etruschi siano chiare a tutti. Penso di poter dire con una certa sicurezza che Villanoviani ed Etruschi! abbiano la stessa origine, la stessa lingua, la stessa religione (almeno nei suoi principi fondamentali). E’ difficile dire quando questi popoli della Mesopotamia abbiano occupato le terre d’Europa (Grecia compresa)!e d’Italia; ma come dice il Semerano da cinquemila anni ci sono stati continui rapporti fra la Mesopotamia e l’Europa. E per ‘rapporti’ il Semerano non intende soltanto gli scambi comerciali, ma anche vere e proprie occupazioni di massa, fatte in tempi e luoghi diversi,! in maniera più o meno cruenta.
Vetulonia Museo Archeologico – Ruota solare a forma di ‘svastica’ E’ nella Mesopotamia dunque che noi Toscani, Laziali, e Italiani, in genere dobbiamo a ritrovare le nostre origini. Come ho detto in altra sede l’uomo non è felice finché non ha ritrovato le sue origini. Ora le abbiamo ritrovate!!!!
Paolo Campidori, Copyright paolo.campidori@tin.it http://www.paolocampidori.eu http://www.culturamugellana.wordpress.com
LA ‘PRIMAVERA’ DEGLI ETRUSCHI – LA FIBULA DELLA TOMBA REGOLINI GALASSI A CERVETERI NEL MUSEO DEL VATICANO
Se i fiori sono una cosa bellissima e odorosissima, tuttavia sono una cosa effimera, ‘transeunte’, transitoria, che passa e svanisce nel giro di pochi giorni. La Primavera, forse la più poetica stagione dell’anno è bella, ma è anche passeggera. Per questa ragione poeti, letterati, artisti hanno guardato ad essa sempre con occhi incantati, di favola. Nell’antichità Etrusca e Romana sono fioriti i miti e gli dei legati a questa stagione, che non sempre corrispondeva, come periodo alla nostra primavera. Le ‘primtemps’, ossia il primo, periodo dell’anno che in francese ha ‘sesso’ maschile e non feminile come in italiano (prima era o primavera), rappresentava l’inizio dell’anno, l’inizio delle stagioni, l’inizio della vita, non solo umana ma anche degli animali e delle piante. Per gli Etruschi, poi, l’anno solare,
iniziava, di fatto, con la primavera. Qualcuno di voi ha mai visto rafgfigurata negli specchi, nelle pitture parietali delle tombe, una scena, con una bella pioggia rigenerante, oppure un panorama di Vulci, Tarquinia, Cerveteri, ammantato di una bella nevicata bianca. Gli Etruschi, stando a ciò che ci hanno tramandato non amavano certo il freddo, la pioggia e l’inverno, poiché rappresentavano se stessi, nella stagione calda, sotto il sole cocente, magari nudi, nell’allegria di un bagno ristoratore e rigeneratore in una pozza di Vulci.
La loro era una perenne stagione ‘solare’ e, il sole era per loro la massima divinità. Essi però avevano un’idea diversa di questo astro da quella che abbiamo noi oggi. Noi lo consideriamo una stella fissa intorno alla quale ruotano vari pianeti, fra cui anche la nostra Terra. Gli Etruschi invece, che non avevano conoscenze astronomiche avanzate come le nostre, credevano che il sole, rappresentasse nel suo ‘rotolare’ da est verso ovest, la vita stessa che inizia con con l’alba e finisce con il tramonto. Ecco perché gli Etruschi, del periodo Villanoviano, rapprendentavano il sole come un buffo essere antropomorfo con quattro gambette, munite di quattro piedi, unite al centro a croce (antesignana della ruota), e queste gambette giravano vorticosamente nell’arco del cielo fino a completare quel tragitto, che si ripeteva imutabile nei secoli: il trascorrere della giornata e di conseguenza il trascorrere del tempo. Nonostante la fragilità dei fiori (e delle piante) e la loro
deperibilità gli Etruschi li! amavano molto e a ciascuno di essi questo antico popolo dava un significato, a volte allegro, a volte pensieroso e triste, a volte celebratorio,! come nel caso dell’asfodelo, del lauro, della palma, ecc. L’asfodelo,! era considerato, per eccellenza, il fiore dei che cresceva nelle necropoli sulle tombe dei defunti. Moltissimi altri fiori li troviamo come ornamento agli utensili più comuni, ma soprattutto ‘ricamati’ sugli oggetti personali, usati dalle donne per la cura della prorpia bellezza (specchi, oggetti per il trucco, ecc.)
Gli Etruschi però, al pari delle altre grandi civiltà amavano soprattutto l’oro, per il suo bel colore giallo variegato di colori bellissimi, a seconda delle leghe che erano state impiegate: rame, argento, ecc. L’oro inoltre, a differenza delle cose ‘transeunte’ di questo mondo, doveva accompagnare il morto (il Principe, la nobiltà terriera e guerriera) nell’aldilà; un viaggio che durava tantissimo, ed era caratterizzato da rischi, da pericoli di ogni genere, dall’incontro di forze malefiche, da mostri misteriosi e paurosi allo stesso tempo.! L’oro era l’unico metallo che potesse assolvere a questo compito così importante, poichè era risaputo, che tale metallo si conservava intatto per l’etrnità, divendo così, a sua volta,! simbolo dell’eternità stessa.
Proprio di questo nobile metallo era la fibula che conosciamo sotto il nome di “Fibula della Tomba Regolini- Galassi” di Cerveteri e che si trova al Museo Gregoriano-
Etrusco del Vaticano. Fu questa una tomba scavata nel 1836, e, fortuna volle, che essa fosse ritrovata intatta, con tutti suoi arredi. Un pezzo straordinario di questi entrò a far parte del Museo Etrusco fondato da Gregorio XVI nel 1837. Si tratta di un ornamento, (forse una filula?) che doveva appartenere ad una Principessa etrusca, morta probabilmente in giovane età. Generalmente siamo portati a credere che sia gli Etruschi che i Romani morissero in età giovanissima. Questo è vero in parte, cioè se consideriamo una media degli abitanti; ma vi posso assicurare dopo aver studiato le epigrafi etrusche, che essi erano longevi, settanta, ottanta, e talvolta superavano i cento anni! (Forse sarà dovuto al fatto che in Toscana, oltre all’olio e il vino buono, si viveva bene allora, come ora!).
La particolarità di questa che chiameremo ‘Fibula’ sta nel fatto che essa ha una forma ‘aracnoide’, cioè la forma di un ragno ed è carica si simbologia, a cominciare dall’uso che questa doveva essere riservato alle grandi occasioni (anche i funerali, rappresentavano una di queste). Sappiamo inoltre che la religione degli Etruschi era fondamentalmente un culto politeistico il quale era basato sull’esecuzione rigorosa,! puntuale dei riti, pena l’invalidità del rito stesso e la maledizione su coloro che l’avessero compiuto; ciò determinava che questo popolo fosse caratterizzato da una religione basata sulla scaramanzia, sull’importanza data a certi simboli, alcuni dei quali sono stati tramandati fino a noi, ad esempio il gesto delle ‘corna’, oppure, le cosiddette
‘fiche’, che consistevano nell’unire pollice ed indice fino a formare il disegno della ‘vulva’, l’organo genitale feminile.
Nella mitologia di molti popoli il ragno è un’animale simbolico, da cui diffidare. Il ragno infatti si crea una rete per imbrigliare gli insetti, che poi uccide con il veleno e li magia. Questo oggetto a forma di ragno doveva forse, con la sua carica di negatività, allontanare gli spiriti maligni, sia in vita, sia durante il lungo viaggio ultraterreno. Oltre a questo il ragno ha pure altri significati nella simbologia. Nella ‘Metamorfosi’ di Ovidio la dea Atena si dimostra adirata e diffidente nei confronti di ‘Arachné’, una principessa libica tessitrice di arazzi, la quale aveva rappresentato, in maniera eccellente (come Atena non avrebbe! potuto mai fare) gli incontri amorosi degli dei dell’Olimpo e, a causa di questo Atena straccia l’arazzo e trasforma la principessa in ragno (Non possiamo affermare che i Greci non avessero fantasia….) . Ma il ragno lo ritroviamo in territorio etrusco, nell’Appennino Tosco- Emiliano, sui piastri in pietra delle finestre delle abitazioni, come pure lo troviamo raffigurato negli enigmatici disegni di Nazca.
Come abbiamo detto (*) la Fibula ha ancora numerosi simboli, a partire dalla decorazione floreale (fiori a cinque petali) eseguita a sbalzo,! come pure cinque sono i leoni raffigurati nella placca superiore, entro la seconda cornice (la cornice più piccola), di cui due due di questi sono raffigurati ‘affrontati’ in alto e tre in basso, con le bocche
aperte, con passo nervoso, in atteggiamento di vigilanza. Il cinque sappiamo era un numero di particolare valenza simbolica,! che indicava le cinque punte della stella Ishtar, ovvero ‘la Stella del mattino’, adorata dai popoli orientali (vedi kudurru, cippo confinario ritrovato a Susa, dove in alto è rappresentato il sole, la falce di luna e la stella del mattino (Ishtar), che in questa rappresentazione non ha cinque punte ma otto; anche questo un numero carico si simbologia).
La ‘Fibula’ di Cerveteri, conservata al Museo Vaticano, non è solo! oggetto simbolico ma! è anche un capolavoro di bellezza, di raffinatezza estrema, che denota l’altissimo grado artistico raggiunto dagli orefici etruschi, la cui maestria, deve essere ricollegata all’origine orientale degli stessi (
).
Parlo della ‘Granulazione’ una tecnica estremamente raffinata, che poteva essere fatta in due modi a ‘pulviscolo’ (come nel caso di questa Fibula), oppure nella maniera ordinaria. La tecnica consisteva nell’apporre (saldare) piccolissime sfere di oro sulla lamina sempre d’oro, ‘saldate’ con un legante in modo da formare un disegno geometrico, antropomorfo o zoomorfo. Era una tecnica questa che richiedeva una perizia ed una conoscenza dei metalli, che ancore oggi resta un mistero, oltre ad essere dei veri artisti. (****)
La Fibula termina con la parte inferiore dell’essere dalla forma ‘aracnoide’ a forma di ovale. Tutti sappiamo che
l’uovo era il simbolo per eccellenza degli Etruschi e per essi! rappresentava l’origine della vita. Morire, per gli Etruschi, significava tornare nell’uovo, o meglio tornare nell’utero materno, per ricominciare quel ciclo vitale, comparabile solo al rinascere quotidiano del sole. C’è un particolarità in questo ovale, oltre alle figure stilizzate in ‘pulviscolo d’oro’, e questa particolarità è rappresentata da un certo nomero di anatrelle a rilievo,! ‘saldate sulla lamina. Quante sono queste anatrelle? Mi sembra che siano una cinquantina, ecco, questa dovrebbe essere l’età della defunta (50 Primavere) (*****). Ma l’anatra aveva un significato ben preciso presso gli Etruschi; essa rappresentava l’eternità, per i fatto che l’anatra naviga con sicurezza, senza mai affondare, anche sul mare procelloso e sui fiumi in piena; è un! simbolo si sicurezza.
Ecco gli Etruschi, gli antichi Etruschi, parlavano ai contemporanei e ai posteri così, non con l’alfabeto, ma con dei simboli, simboli eterni, come l’eternità, alla quale hanno creduto e ambìto.! Queste antiche popolazioni che abitavano nella! nostra Toscana e nel! Lazio settentrionale.
Paolo Campidori, Copyright, 2011 http://www.paolocampidori.eu paolo.campidori@tin.it
(*) Scusatemi il ‘pluralis majestatis’, ma ogni tanto mi faccio assalire da una forma di galoppante megalomania,
alla quale non so resistere…
() una volta per tutte sfatiamo il “luogo comune”,! (affermato anche da valenti studiosi d’arte e di etruscologia), secondo i quali, l’Arte etrusca non sarebbe “vera! Arte”. Una sciocchezza questa affermata da valenti studiosi, definiti da Giovanni Semerano: “dai nobili lombi”; gli stessi (e potrei! fare un lungo elenco di nomi) che hanno in antipatia i ‘cultori dilettanti’ dell’Arte Etrusca (non posso negarlo, come il sottoscritto) che definiscono con disprezzo:! “studiosi, altrimenti validi”.
(
) Sulla ‘granulazione’ leggi il mio articolo sul Blog http://www.culturamugellana.wordpress.com
(****) Nel ‘pulviscolo’ le sferette erano di dimensioni micrometriche, 0,6-1 mm. di diametro; oppure di diametro fino a 2-3 mimm per la granulazione ‘ordinaria.
(*****) Si tratta di un’ipotesi che vediamo confermata anche nell’alto medioevo, ad esempio nella lastra tombale degli Adimari, ‘famigli’ degli Ubaldini, sulla quale vengono contate una quarantina di queste anatrelle, che secondo il Prof. Niccolai, autore del libro “La descrizione del Mugello”, Borgo San Lorenzo, 1917,! potrebbero significare l’età del defunto.
ETRUSCHI: UN VERO MISTERO LA STELE ‘FIESOLANA’ CHE RIPRODUCE UN NOBILE GUERRIERO CON LANCIA E ASCIA, ERRONEAMENTE RITENUTA DI “LARTH NINIE”
“Nel tardo arcaismo nasce nella zona di Fiesole una scuola scultorea, che produce un discreto numero di monumenti funerari di pietra serena, un’arenaria! estratta in cave dei dintorni. Di questa produzione, nota con il nome di pietre fiesolane si conoscono vari tipi: stele a ferro di cavallo, a campo rettangolare con tre riquadri o con unico riquadro, a lira; cippi a parallelepipedo talvolta con leoni rampanti sugli spigoli…..La distribuzione è in un comprensorio piuttosto vasto, che va dal Mugello al Pistoiese. L’esemplare più antico, la stele di Larth Ninie, databile a non prima del 520 a.C….”.! (Giovannangelo Camporeale – Gli Etruschi – Storia e civiltà – Libreria Utet, Torino 2008). Ho voluto riportare quanto riferisce uno dei più noti e più accredidati etruscologi contemporanei, su questa stele di tipo fiesolano, della quale esiste una copia al Museo Archeologico di Fiesole e l’originale (suppongo) al Museo della Casa di Michelangelo di Firenze. Si tratta sicuramente di una stele arcaica e ad indicarci la datazione concorrono sia la figura del ‘guerriero’, sia l’epigrafe scritta con la tipica calligrafia del VI sec. a.C.
!!!!!!
Stele falloide del Museo della Casa di Michelangelo a Firenze e accanto probabile copia della stele che si trova a
Bologna datata 600-550 a.C. (Vedi M. Cristofani – Dizionario illustrato… ecc op. citata). Purtroppo, trattandosi di una foto molto piccola, non è possibile leggere l’iscrizione che porta il guerriero a lato della coscia sinistra. Ovviamente, se l’originale doveva essere in pietra serena, propendo per l’ipotesi che la stele originale! sia quella custodita presso il Museo della Casa di Michelangelo a Firenze. Però il dubbio mi assale. L’originale vero sarà in pietra serena o pietra comune?! Una stele molto simile è la stele di Tite Avele che si trova al Museo di Volterra, però questa, anche se molto simile è una pietra tufacea che si trova sul luogo.! E’ questo un altro dei misteri degli Etruschi?
Sull’argomento dell’interpretazione dell’epigrafe è bene fare un passo indietro e capire qualcosa di più sull’onomastica etrusca: “La storia dei prenomi etruschi è molto simile a quella! che si verifica nel mondo romano: nella fase arcaica si usa un gran numero di prenomi…Nel mondo romano i prenomi ammissibili per un cittadino di pieno diritto diventano poco più di una decina; in Etruria sono ancora di meno: in pratica a partire dal IV secolo a.C., quasi tutti gli etruschi si chiamano Vel, Velthur, Larth, Laris, Aule/Avle, VelXe, LuXmes, Arnth, Larce, Marce (meridionale), Cae (meridionale), Tite (meridionale),
ecc.” (Enrico Benelli – Iscrizioni Etrusche leggerle e
capirle, Edizioni Saci Ancona, 2007)
!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Stele volterrana di tipo fiesolano, falloide, di Tite Avile che si trova al Museo Archeologico di Volterra e sotto la stele che si trova! al Museo di Fiesole (copia?)
Dunque il Benelli, archeologo, ricercatore del CNR, ci chiarisce in modo inequivocabile le caratteristiche e la funzione dell’onomastica etrusca, composta di prenome, gentilizio e cognome.
Sappiamo che a Tarquinia, luogo d’origine del nostro ‘guerriero’; sicuramente, nei secoli VII-VI,! chi governava la famosa città-stato era una ristretta oligarchia di famiglie aristocratiche, fra queste i Partuni, gli Anina, i Pulenas, ecc. I membri di queste famiglie principesche ricoprivano i ruoli strategici di comando: magistrature, classi sacerdotali, comandanti dell’esercito; oltre ovviamente ad avere nelle proprie mani il capitale della città e del territotio provenienti dalle varie attività: agricola, marineria, pesca, estrattiva, ecc .
Detto questo, passiamo ad analizzare il significato di questa epigrafe, per fare questo basta prendere un qualsiasi testo specialistico (Cristofani, Camporeale, De Palma, ecc.) dove troveremo che l’epigrafe relativa al ‘guerriero’ del quale conosciamo l’originale (?) al Museo della Casa Buonarroti
e una copia presso il museo archeologico di Fiesole! (e un’altra al Museo Archeologico di Bologna) è la seguente: “Larth Ninie”.
(Mauro Cristofani –Dizionario Illustrato della Civiltà Etrusca – Giunti, Firenze, 1999). La foto! è molto piccola però la stele mi sembra identica a quella di casa Buonarroti a Firenze (In quella fiesolana c’è una piccola incertezza grafica nella ultima ‘E’, ma è comprensibile trattandosi di una copia).
Il mistero si infittisce, anche perché una eventuale epigrafe non è assolutamente distinguibile. Non ci resta allora che decifrare l’epigrafe di Firenze e Fiesole, la quale però ci riserva una soprpresa, non indifferente. E cioè? Il nome del guerriero riportato sull’iscrizione! sulla destra, all’altezza della coscia non è Larth Ninie, assolutamente! Da dove è stato preso questo nome Larth Ninie? Mistero, buio nero! Possibile che valentissimi linguisti storici, etruscologi, archeologhi, ecc. abbiano preso fischi per fiaschi (non sarebbe la prima volta). Se l’epigrafia etrusca non è un’opinione io leggerei tutt’altro e cioè: “Larth T Aninies”. Dunque non Lart Ninies ma Larth Titie (o Tutie?) Aninies, che è cosa molto diversa. Vi spiego perché. Qui sotto ho riportato lascritta originale in lingua etrusca, che si legge da destra a sinistra. Nelle prime quattro lettere leggiamo “LARTH” nome nel quale
possiamo annotare due cosette: la ‘R’ si scrive come una ‘P’ rovesciata e il tondino con il punto centrale non è la lettera ‘O’ ma il suono ‘TH’. Poi troviamo una ‘T’ che grosso modo corrisponde alla nostra grafia. Dobbiamo fare un passo indietro: generalmente nelle epigrafi etrusche le parole con vengono staccate l’una dall’altra (ma ciò non rappresenta la regola, talvolta le parole sono separate da punti (.) La ‘T’ dunque! potrebbe essere isolata, come io ritendo verosimile; come potrebbe essere attaccata alla parola successiva (cosa del tutto improbabile). Quindi ‘T’ è una abbreviazione per ‘TITIE’ o ‘TUTIE’ che rispettivamente significano: “di Tito” o “di Tutio”. Poi troviamo la parola, sempre leggendo da destra verso sinistra “ANINIES”. In questa parola (cognome) vediamo la caratteristica ‘N’ arcaica fatta da un’asticella verticale sulla quale è accostata, in alto una piccola ‘V’. Poi una ‘I’ come la nostra ‘i’ maiuscola , un’altra ‘enne’ con due barrette (nella prima ‘enne troviamo una sola barretta); quindi la ‘I’, poi la ‘E’ che in etrusco è rovesciata rispetto alla nostra “e”, la lettera
‘s’ (accentata, pron. sh), che in etrusco si rappresenta come una “M” maiuscola.
(“LARTH” (NOME COMUNE, MA ANCHE CON IL SIGNIFICATO DI “PRINCIPE”),”T” DI TITIO (O DI TUTIO?), “ANINIES” DELLA FAMIGLIA “ANINIA”
(Resta insoluta, almeno per quanto mi riguarda, anche la
spiegazione! di due! grafismi: una barretta obliqua sull’asta della pima ‘n’ e di due barrette oblique sulla seconda ‘n’. )
Credo sia da escludere il ‘cognome’ Taninies’, che non ho trovato in nessun testo di linguistica etrusca, e anche altre letture propostemi da alcuni lettori.
Non ci resta che! esamininare bene il bassorilievo, cioè la figura del ‘guerriero’. Questi è in posizione eretta, capelli lunghi, sbarbato, tiene nella mano destra una lancia e nella sinistra impugna un’ascia. E’ proprio quest’ultimo attrezzo, infilato nella cintura e impugnato con la mano sinistra che ci illumina sull’identità del personaggio. Si tratta di un’ascia! da guerra del tipo di quella ritrovata in ottimo stato di conservazione a Chiusi, con il manico incrostato di ambre e pietre. Questa, insieme alla bipenne erano i simboli della regalità, del potere, del comando.
Il nostro ‘guerriero’ Larth Tities Aninies, era un coraggioso ed eroico guerriero, ma allo stesso tempo era anche un principe, un nobile. Massimo Pittau spiegherebbe così la nobiltà intrinseca dovuta all’appellativo di “Larth”:! “Lars, lartis da confrontare con l’etrusco Lart significa “comandante, principe” (Cicerone, Phil. 9.4; Livio IV.17.1) Pertanto la traduzione della stele fiorentina (e fiesolana)! sarebbe: (Principe o comandante) Larth T Aninies” (Per il
significato del nome Larth vedi:! Massimo Pittau – Dizionario Comparativo Latino-Etrusco – Editrice Democratica Sarda – Sassari 2009).! Sempre però, secondo il Pittau “Lar”, “Laris”, “Lares” “spirito/i, anima/e dei parenti morti probab., deriva dall’etrusco, in cui i vocaboli con la radice “lar” sono numerosi. Se così fosse Larth=principe noi avremmo per la stele fiorentina (o bolognese?) la seguente traduzione: Larth (nome e titolo nobiliare = Principe) Tities (di Titio), oppure “Tutes” (di Tutio),! della (nobile) Famiglia Anina o Aninia, che come abibamo detto era originaria di Tarquinia. Esiste infatti di questa famiglia una delle più belle tombe dipinte, scoperta solo nel 1963, con eccellenti pitture raffiguranti divinità dell’oltretomba fra i quali Vanth e Charun. Ma – è lecito domandarsi – cosa ci faceva un nobile guerriero tarquinese a Firenze o a Fiesole?!! Forse Larth! Titie! (o Tutes?) Aninies è morto nella città di Fiesole, a seguito di una battaglia, o per ragioni naturali. La stele che è conservata presso il Museo fiorentino della Casa di Michelangelo ci offre garanzia di essere fiesolana, poiché è stata scolpita su una pietra ‘serena’ delle vicine cave fiesolane.
LA DIMOSTRAZIONE DI COME ALCUNE PAROLE DEL ‘DIALETTO’ TOSCANO (O MEGLIO DELLA LINGUA ETRUSCA) DERIVANO DIRETTAMENTE DA LINGUE SEMITICHE
!
Sulla Bibbia, nel Libro dei Maccabei, mi è capitato di leggere quanrto segue:
“Esortati dalle bellissime parole di Giuda, capaci di spingere all’eroismo e di rendere virile anche l’animo dei giovani, decisero di non restare in campo, ma di intervenire coraggiosamente e decidere la sorte attaccando battaglia con tutto il coraggio perché la città e le cose sante, erano in pericolo.! ‘Cose sante’ l’espressione! (tà agia) designa di solito il tempio o il Santuario. Qui pare ovvio che si riferisca alle istituzioni religiose, alle leggi su cui si basava la vita giuridica.
Questa frase la ritroviamo anche nella lingua parlata fiorentina e mugellana, leggermente modificata: “t’ha agio…” e veniva usata nelle frasi in cui si voleva mantenere una linea dura, decisa, come nel caso ad esempio di un bambino che vuole ottenere una cosa a qualunque prezzo, implorando e piangendo e la controparte che si rifiuta decisamente, usando l’espressione: “T’ha agio
… di piangere, di implorare, non otterrai nulla (in quanto ho fatto una specie di giuramento, ho giurato appunto sulle cose sante” . Quindi gli Etruschi, se l’hanno tramandato a noi Toscani, erano al corrente di questa frase che deriva dall’ebraico.
A tutti è noto l’episodio biblico di Caino e Abele. Caino (kain) in alcune lingue semitiche ‘kain’ significa ‘fabbro’. Nella lingua Toscana arcaico-medievale esisteva il vocabolo “chiaino”, un abbreviativo di fabbro-chiavaiolo, cioè quei fabbri che producevano anche le chiavi, che a quesi tempi erano molto diverse dalle nostre.
Il termine ‘morìa’ significa un evento infausto in cui molte persone o megio animali sono colpiti da carestie e malattie subendo la morte. ‘Morìa’ è il territorio in cui Abramo, avrebbe dovuto sacrificare Isacco, un episodio nel quale Dio! mette alla prova la fede di Abramo.
Tutti dovrebbero conoscere uno dei capolavori della narrativa Rinascimentale e cioè “La Mandragora” di Niccolò Macchiavelli. La mandragora è una pianta che era ritenuta afrodisiaca e capace di favorire la generazione.!E perfino troppo evidente il richiamo del Macchiavelli all’episodio biblico “I figli di Giacobbe” in cui Rachele chiede a Lia: “Dammi un po’ delle mandragore di tuo figlio” (che Ruben aveva raccolto durante la mietitura del
grano) (Genesi 30, 14-16).
Capita spesse volte di udire nelle campagne toscane questa parola: ‘bonomo’ o ‘buon uomo’ rivolgendosi ad uno sconosciuto. Per il suo significato vero bisogna rifarsi all’ebraico ‘Ben-Omi’ che significa “figlio del mio dolore”; un’espressione questa cambiata da Giacobbe con Ben- lamin, cioè ‘figlio della destra’, espressione benaugurante per il popolo ebreo.
In Toscana esiste il fiume Pesa e la Valle ononima. Si tratta di una valle di passaggio che collega due zone diverse fra loro: quella collinare fiorentina e fiesolana a quella più dolce e fertile che è il territorio senese. ‘Pésah’ in ebraico significa ‘passaggio’ ma anche ‘Pasqua’.
Eremo non è parola soltanto toscana. Significa un cenobio, un eremo appunto. Deriva dall’ebraico ‘herem’ che significa solenne consacrazione a Dio, senza alcuna riserva.
TUSCANIA: NEL IV-III SEC. A.C. GLI STATLANES FACEVANO PARTE DI UNA OLIGARCHIA CHE GOVERNAVA LA CITTA’ ETRUSCA
HYPERLINK “http:// culturamugellana.files.wordpress.com/2011/11/sarcofago- degli-statlanes-scritta.jpg”
Quello che stiamo per prendere in considerazione è un sarcofago che apparteneva a un membro di una delle famiglie più nobili di Tuscania (VT), il quale morì giovanissimo, all’età di! soli 36 anni, proprio mentre ricopriva una delle cariche più importanti della città. La scritta che corre lungo il bordo sinistro e superiore della base del sarcofago dice più o meno così: “Larth Statlanes di Vel morto all’età di 36 anni mentre ricopriva la carica di ‘marone’ nel collegio di Bacco e di Catha (sono due divinità). Per i cultori della lingua etrusca riportiamo l’epigrafe originale: “STATLANES LARTH VELUS LUPU AVILS XXXVI MARU PAXATURAS COASCH LUPU”. L’epigrafe originale in caratteri etruschi è questa:
Mi preme subito farvi notare che l’etrusco si legge da destra verso sinistra, come succede in genere con le lingue semitiche. La scrittura rivela che il sacrcofago che stiamo analizzando dovrebbe risalire al IV-III secolo a.C., un periodo quindi recente, vale a dire molto vicino al declino della storia degli etruschi e alla colonizzazione romana. Il sarcofago presenta sul coperchio la figura di Larth in posa recumbente, con la testa sollevata, sguardo fisso e un caratteristico copricapo e vestito da una specie di tunica. Il volto del magistrato è giovanile e i capelli ricci sono raccolti sotto questo copricapo, che assomiglia un po’ al
‘mazzocchio’ rinascimentale degli uomini illustri fiorentini.
Abbiamo detto che gli Statlanes appartenevano a quella oligarchia ristretta di famiglie nobili che governavano Tuscania verso il IV-III sec. a. C., ma forse anche precedentemente. I nomi delle altre famiglie oligarchiche a Tuscania erano i Curuna, i Vipinana, i Velisna, gli Atnas o Atinas. Erano famiglie potentissime e ricchissime e il loro potere si estendeva in ogni branca degli affari, della politica e persino della religione. Qualcuno di voi dirà: “Quello che succede anche oggi”. Proprio così.
Ma vediamo un po’ più da vicino l’epigrafe di Larth, il magnate etrusco. Statlanes dunque è un genitivo patronimico fossilizzato ed è confrontabile con quello latino Statiliano; Larth è prenome maschile; Velus, di Vel, genitivo del prenome Vel; lupu, morto; avils, all’età di..; XXXVI! è il numero 36. C’è da notare che il 5 è una V rovesciata ed è la metà della X che vale dieci; maru è la carica ricoperta dal defunto, marone, una forma di magistratura; paxaturas, ‘paxa’ significa il dio Bacco e quindi paxaturas equivale a collegio di Bacco; Cathsc è il nome della dea Cata. C’è da notare che i Baccanali erano feste in onore di Bacco e passarono dall’Etruria a Roma, ma furono proibiti da una legge del 186 a.C.
Catha era una dea Solare. A questa dea è riferita una iscrizione! su un volume tenuto aperto da un defunto di Tarquinia, il quale essendo lucumone e pretore massimo (addetto) a fissare i ‘giri’ di Catha. Probabilmente i ‘giri’ altro non erano che le ‘claves annales’ del tempio della dea Northia che segnavano il passare degli anni.
Sulla base del sarcofago, oltre alla scritta che abbiamo analizzato sono raffigurati due serpenti che stanno ai lati di un mascherone.
Potrebbe trattarsi del pitone profetico della tradizione delfina! (di Delfi) e il ‘mascherone’ potrebbe riferirsi ad di Apollo.
VETULONIA: UN VILLAGGIO VILLANOVIANO DI CAPANNE DI PACIFICI AGRICOLTORI E ALLEVATORI
La prima volta che visitai Vetulonia, fu negli anni ’80, durante le mie vacanze che, come di solito, trascorrevo a Puntala sulla costa maremmana e grossetana. Non ricordo molte cose di quella visita
effettuata quasi trent’anni fa, ma alcune cose mi rimasero impresse. Fra queste ricordo di aver visitato le tombe a tumulo maggiori, come la Pietrera, la tomba del Diavolino, e una breve visita agli scavi dell’abitato etrusco, solcato nel mezzo da una bellissima strada a grossi
lastroni. Ricordo che non potemmo visitare il Museo, poiché era chiuso,! a causa di furto di reperti d’arte.
Quest’anno 2011 sono ritornato, finalmente, su questo meraviglioso sito, poco distante dal mare, e con mia gioia ho trovato molte e importanti novità. Fra queste, il Museo Archeologico, realizzato ex-novo, in maniera davvero eccellente. Oltre al museo ho rivisitato le grandi tombe a tumulo, in una giornata caldissima,
e, sinceramente ho provato emozioni davvero indescrivibili di tutti quei luoghi. Poi ho visitato l’Arce dell’antica città di Vatl (Vetulonia) e ho scoperto cose molto interessanti, che non avevo notato in quella mia prima visita di tanti anni fa.
Il villaggio villanoviano di Vetulonia presso il porticciolo (part) Dipinto di Paolo Campidori. Le capanne sono una copia esatta di quelle che si trovano esposte nel Museo di Vetulonia e che in realtà sono dei modellini che hanno la funzione di raccogliere le ceneri del defunto. Autore Paolo Campidori Gouache su cartone
Sono stato fortemente impressionato, calcando l’erba di quei campi dove si trovano le tombe, coperti da una vegetazione esclusivamente formata
di olivi. La prima sensazione! che ho avuto è stata quella che Vetulonia nel periodo Villanoviano (IX-VII sec. a.C.), fosse composta da villaggi isolati di capanne, di genti dedite all’agricoltura e all’allevamento. Camminando in quegli oliveti, fortemente riscaldati nell’ora del giorno, in cui il sole è allo Zenit
(verso le 14-16 del pomeriggio), ho avuto veramente la sensazione di trovarmi, faccia a faccia, con una ricca e pacifica popolazione agricola, che traeva il necessario da vivere proprio dallo sfruttamento di quei campi e di quegli oliveti e vigneti, oltre che
dalle mandrie di ovini, cavalli e bovini.
Queste popolazioni vivevano in capanne, e noi,! grazie agli scavi archeologici fatti in passato, e quelli che sono tutt’ora in corso, possiamo renderci conto, non approssimativamente, ma con una certa sicurezza come queste erano fatte. Il villaggio villanoviano di capanne
(evolute) doveva pre-esistere alla città in muratura e all’arce, luogo spirituale e d’affari, costruito sulla sommità della collina. Ma non solo di agricoltura questo popolo di Vatl o Vatluna doveva vivere, ma anche di commerci, di pesca, e anche di sfruttamento delle ricchezze minerarie. Il colle su cui era situato Vetulonia, era circondato dal mare almeno per i tre quarti, ed era unito alla
terraferma, ad Ovest, per mezzo di una striscia di terraferma, o tombolo. Ho notato sulla sommità del paese, una viuzza stretta e ripida che conduce in basso, chiamata “Via del Porticciolo”. Ciò significa che il Prile (lago che circondava Vetulonia), si è asciugato in tempi abbastanza recenti e che al tempo da noi preso in esame era un porto florido, di scambi e di commerci con le città costiere del Tirreno.! E’ presumibile che i vetulonesi-villanoviani, scambiassero prima di tutto i loro prodotti della natura, come olio, vino, e altre derrate alimentari, e che, ben presto a questi scambi si aggiunsero quelli di manufatti metallici, i quali cambiarono radicalmente la vita dei vetuloniesi. E’ successo un po’ come alla nostra recente società agricola, che si è trasformata in pochissimi anni in società industriale.
Come dicevo prima, le capanne vetuloniesi, almeno basandoci sui modellini (urne cinerarie) che sono state ritrovate ed esposte nel museo vetuloniese hanno una forma ovoidale con un’unica porta d’ingresso, chiusa da una specie di sportello quadrato o rettangolare,
il quale spesso è decorato con una croce (). Altre decorazioni simboliche si trovano sulle pareti ovoidali,
decorazioni sempre geometriche, graffite, rappresentanti una cocce posta in verticale entro quadrato, oppure una croce ad X posta entro rettangolo. Le capanne poggiano su una base anch’essa ovoidale, probabilmente in pietra o mattoni, che serviva per distanziare il piano della capanna dal terreno.
I tetti spioventi erano a forma di cappelli, molto simili a quelli che portavano gli auguri (netsvis), ed avevano la forma dei cappelli che anche oggi vediamo indossare agli agricoltori cinesi. Sia il rivestimento delle pareti ovali, sia il tetto dovevano essere sostenuti
da pali infilzati nel cordone di muratura (per le pareti). Questi pali, secondo una mia convinzione dovevano essere esterni alla capanna e non interni. Infatti se noi osserviamo attentamente questi modellini in terracotta di capanne (urne cinerarie) noi ci renderemo conto che esistono dei fori lungo tutto il perimetro della base ovale in muratura e gli stessi fori che corrispondono a quelli praticati sulla tettoia che sporge dal tetto. Si tratta di pali che hanno una circonferenza ragionevole e approssimativa! di circa 10-15 cm. e non buchi ‘sproporzionati’ come quelli rinvenuti a Populonia, che, secondo me, non sono buche per pali di capanne, ma ripostigli per granaglie, oppure per lance, spade e altre armi
da difesa.! Nella necropoli di San Cerbone a Populonia esiste una di queste basi, ma non si tratta di una capanna, visto il luogo dov’è ubicata (necropoli) ma, forse si tratta di un tempietto, e su questa base in muratura ci sono dei buchi, proprio come quelli che stiamo esaminando nei modellini di capanne.
Il tetto era sorretto da pali che congiungevano le pareti ovali con la trave! centrale. Sulla sommità del tetto, dalla parte dell’ingresso, la capanna veniva arieggiata da un foro circolare, che permetteva un ricambio d’aria continuo, necessario per tenere un fuoco acceso. Anche i tetti delle capanne spesso presentano disegni geometrici, alcuni di questi a forma di raggio di sole (
). Queste erano le abitazioni
dei vetuloniesi, prima che sorgesse il paese (divenuto poi città) con case in muratura e cintato da enormi muraglie. Proprio in questi modellini di capanne in terracotta gli etruschi vetuloniesi volevano che i loro resti incombusti riposassero, nascosti dentro pozzetti del loro terreno,! proprio
in quelle urne fatte a capanna, lì dentro dovevano riposare i loro resti, insieme ad alcune cose personali o armamenti di guerra.
La trasformazione da società agricola e marinara a società
industriale mineraria, fu fatale a queste popolazioni, come! è stato traumatico per noi, in questi ultimi cinquanta anni, il passaggio e la trasformazione di un’economia agricola ad una industriale. Più che una trasformazione dobbiamo parlare di uno sconvolgimento della società, talmente rapido e disorientante che i giovani di oggi, ma anche quelli meno giovani,
difficilmente! riescono a riconoscere le nostre radici. Ciò accadde anche ai villanoviani di Vetulonia, Vulci, Tarquinia, ecc. i quali da guerrieri, agricoltori e allevatori, si ritrovarono ad essere minatori, artigiani, fonditori, armaioli e a diventare ricchi imprenditori, talmente ricchi da degenerare piano piano in una società molle e viziata che fu facilmente predadi popoli stranieri come i Graci, i Celti, per poi finire ad essere colonizzati dai Romani. Sic transit gloria mundi?
ETRUSCHI: LA LINGUA ETRUSCA DERIVA DALLA LINGUA LEMNIA? L’ESAME COMPARATO DELLA FAMOSA STELE DI KAMINIA
STELE DI KAMINIA – IL TESTO IN LINGUA LEMNIA COMPARATO CON LA LINGUA ETRUSCA
A.1. h”#$%&’:($)”:’%$’% (hulaie+:na)u:+ia+i) A.2. ,$-$’:,$ϝ (mara+:mav)
A.3. .%$#/ϝ&%’:$ϝ%’ (sial/vei+:avi+)
A.4. &ϝ%.“:’&-“($% (evisu:+erunai)
A.5. ‘%ϝ$% (+ivai)
A.6. $0&-:1$ϝ$-‘%” (aker:tavar+iu)
A.7. ϝ$($#$.%$#:’&-“($%:,”-%($%# (vanalasial:+erunai:murinaic)
laterale:
B.1. h”#$%&’%)”0%$.%$#&:’&-“($%:&ϝ%.“:1″ϝ&-“($ (hulaie+i:)ukiasiale:+erunai:evisu:tuveruna)
B.2. -“,:h$-$#%”:’%ϝ$%:&21&’%”:$-$%:1%’:)”0& (rum:haraliu:+ivai:epte+iu:arai:ti+:)uke)
B.3. ‘%ϝ$%:$ϝ%’:.%$#/ϝ%’:,$-$’,:$ϝ%’:$”,$% (+ivai:avi+:sial/vi+:mara+m:avi+:aumai)
La frase in B.3 avis sialchvis (“di età sessanta anni”)HYPERLINK “http://it.wikipedia.org/wiki/ Lingua_lemnia#cite_note-6″[7] richiama l’Etrusco avils ma/s 3eal/isc (e di età sessantacinque anni).
Hulaie+ – si tratta di un antroponimo al genitivo (di Hulaie) che secondo il De Palma sarebbe confrontabile con ‘hule’ selva, da cui ‘hulaios’ Silvano. Forse lo stesso è
confrontabile anche con l’etrusco ‘hulu’ (follone, tintore)?
Na)u* – naphoth in lingua lemna significa ‘nipote di..’. Questa forma di indicare ‘figlio di..’ oppure ‘nipote di..’ è frequente nelle stele licie.
Na)u* corrisponde all’etrusco ‘nefts’ (nipote)
4ia+i – potrebbe essere un nome proprio ed esisterebbe anche nella lingua etrusca. Infatti una tavoletta proveniente da Talamone reca l’iscrizione ‘siasinal’, cioè il gentilizio in –na col suffisso di dedica. In etrusco esiste ‘sians’. ‘siansl’ rispettivamente “del padre” (o progenitore)
Mara+ – questa voce nella lingua licia ‘maraza’ corrisponde a ‘giudice’. ‘Maron’ è antroponimo trace in Omero, e i somi sacerdoti della chiasa maronita erano detti ‘maron’. In etrusco abbiamo ‘maru’ ed è da confrontare con il latino ‘marone’ (maro, – onis) che erano i magistrati di grado inferiore con funzioni questorie). ‘Marunu’ in etrusco significa ‘eletto marone’.
Mav – E’ il numerale cinque. In etrusco il numerale cinque è ‘mac’ oppure ‘ma/’ (lat. ‘magna’ la mano con le cinque dita distese).
Sial/ (vei+) – ‘Sessanta’ in lemno. In etrusco ritroviano seal/ uguale a sessanta. Pertanto, tenendo conto che! in etrusco, nellambito delle decine, la numerazione avviene
per addizione, analogamente in lemno ‘mav’ + ‘sialx’ (cinque + sessanta). Quindi!!! l’età del guerriero di Kaminia dovrebbe avere 65 anni e non 60 anni.
Avi+ – da confrontare con il latino ‘aevum’. Corrisponde all’etrusco ‘avil’ (anno, età) Secondo il linguista Semerano “Avil” significò “questo, quel ciclo di tempo. Avil è semitico ‘jaum’ accadico, uvu, umu. Avil è calcato su base come accadico awilu (arconte, magistrato), che durava in carico un anno e per questo diventerà sinonimo di anno (Giovanni Semerano)
Evisu – è un toponimo che indica Efestia, la maggiore città-stato dell’isola di Lemno nell’Egeo, ricca per le attività metallurgiche, commerciali e per la fertilità del prunai.
4erunai
– il significato più probabile è quello di ‘territorio’, ma è stato tradotto anche con ‘tomba’, ‘tumulo’, ‘terra’. Per cui il vocabolo unito a ‘evistho’ da come significato ‘il territorio di Efesto’. In etrusco ‘tomba’, ‘sepolcro’, ‘cippo funerario’ vengono tradotti con ‘sui’
4ivai – questa parala può essere confrontata direttamente con l’etrusco ‘zivas’ (vivente, vivendo), ‘svalce’ (essendo vissuto)
Aker – si tratta probabilmente di un antroponimo che potrebbe corrispondere all’etrusco Acle (Caere VII secolo,
‘akle’ (Spina inizi IV secolo) e akhele (da Tarquinia e Bolsena V secolo a.C.).
Tavar+iu – questo lemma! potrebbe corrispondere, secondo il De Palma, a ‘tavarsio’ confrontato al luvio ‘tawarna’, al lidio ‘tabarna’,
‘labarna’. Potrebbe quindi significare un attributo regale, un simbolo del potere, oppure ‘labaro’ (vessillo). Labarnash oppure Tlabarnash fu il primo re dell’antico Impero Hittita e ‘labaru’ è riferito ad un periodo di tempo: “che dura a lungo”
Vanalasial – è un gentilizio maschile. In etrusco ‘Vana’ (Vanio)
4erunai – deve essere aggregato a ‘morinail’ ( la parola che segue). ‘Serona’ significa ‘città’, terriotorio’ .
Murinaic – corrisponde sicuramente al toponimo Myrina, l’altra città-stato dell’Isola di Lemno. Pertanto ‘Serunai Murinaic’ può essere senz’altro tradotto come. “il territorio di Myrina”
La traduzione finale prospettata dal! De Palma nel suo libro “Le origini degli Etruschi” è la sguente:
“Holaie magistrato per cinque anni/ visse sessanta anni nel paese di Efestia/Aker figlio di Vanala re del paese! di Myrina/nipote di Holaie allo zio dedicò/
A Holaie il foceo che nel pa ese diEfestia dei Tirtreni
stratega visse cavaliere in terra focea/Sessanta anni visse/ Magistrato per cinque anni fu”.
(Segue) Bibliografia:
Claudio De Palma – Le origini degli Etruschi – Casa Editrice Nuova SI Bologna 2004
M. Pittau – Dizionario della lingua etrusca – Libreria Dessì editrice – Sassari 2005
Per il testo della Stele: Internet – Wikipedia alla voce “Stele di Kaminia”
SIENA: UNA IDIOZIA PARLARE DI ORIGINI ROMANE
Anche se le moderne guide turistiche della città di Siena fanno a gara per ‘garantire’ a Siena una origine Romana, la realtà non sta in questi termini. Siena fu prima di tutto Etrusca con il nome di Sena (?) o S(a)ena. Questo nome che ricorda tanto l’idronimo Savena! (e la Valle del Savena) uno dei fiumi che si gettano nel Reno presso Bologna, potrebbe essere di origine Gallica, visto Siena fu invasa dai Galli Senones (o Senes) nel V secolo a.C, dopo aver invaso le Valli del Setta del Savena, dell’Idice, in Emilia. Esistevano, al tempo dei Romani, due toponimi molto simili fra loro S(a)ena Julia (Siena) e Sena Gallica
(Senigaglia).
Tuttavia il filologo Giovanni Semerano ci avverte! che Tolomeo,! in Geografia, III,1, trascrive il nome giusto in base al latino, e cioè Saena e non Sena. Saena avrebbe il significato di ‘civitas’ (città) poiché deriverebbe dal semitico ebraico ‘sahen’ (abitante); dall’accadico ‘saknu’ (posto, stanziato); e ancora dall’ebraico ‘sagan’. Invece, sempre secondo il Semerano, ‘sena’ avrebbe un’origine diversa, ma sempre orientale, e deriverebbe! dall’ebraico ‘sen’, che significa ‘altura’, ‘culmine’ e dall’accadico ‘sinnu’ (punta). Da notare che ‘sen’ è un vocabolo etrusco, isolato, scritto su un vaso di Vulci, e il Pittau, nel suo Dizionario della Lingua Etrusca lo pone fra i vocaboli di significato ignoto.
Secondo l’etruscologo Mauro Cristofani il nome Siena deriverebbe dal gentilizio etrusco “Saina”
Pertanto dobbiamo accreditare all’antico nome di Siena, come alle altre città toscane e laziali di origine Etrusca, un’origine più antica: semitica e mesopotamica.
Anche il linguista M. Pittau, che! però fa originare il popolo etrusco dalla Lidia, secondo la testimonianza di Erotodo, è del parere! che il toponimo! Siena sia di origini etrusche e sia da confrontare con i gentilizi Saena, Saenius, nonché
col toponimo S(a)ena Julia, documentati in iscrizioni del IV-I sec. a.C.
Come afferma il Pittau, il territorio di Siena è costellato di numerosissimi siti, reperti archeologici e e iscrizioni etrusche. Nell’opera di Helmut Rix “Etruskische Texte”, sono riportate ben 541 iscrizioni etrusche rinvenute nel territorio senese, di cui le prime otto, ritrovate proprio a Siena. Fra le iscrizioni ritrovate nell’Ager Saenensis, ne citerò alcune e fra queste: “Laris Vete(i) Thui” (Qui giace Laris Uetio); “Vel vete larisalisa larth vete line” (Vel Vetio figlio di Laris; Larth Vetio dispose (fece) l’ossuario), ritrovate a San Quirico di Poggibonsi; “Mi capra calisnas larthal sepus arnthalisla curnialx” (Io sono l’ossuario di Larth
Calusio Seponio figlio di Arunte e di Corsinia) ritrovata a Monteriggioni, alle porte di Siena; “Mi larthia suthiznas” (Io sono il cippo di Larth Sutisio) ritrovata a Montaperti, presso Siena, località in cui i Senesi, nella famosa battaglia omonima, distrussero l’esercito fiorentino. Un’altra epigrafe, ritrovata a San Quirico d’Orcia (Siena) “Mi supina larth acrnis larthial felsnal” (Io sono il sepolcro di Agernio figlio di Larth – Agernio (è) figlio di Larthia Felsinia). “Felsnal” è un gentilizio matronimico (in genitivo) da confrontare con quello latino Felsinius-a, nonché con Felsina, antico nome di Bologna.
Fra i reperti ritrovati nel territorio senese dobbiamo citare vari suppellettili in bucchero, provenienti da una tomba a camera! da Poggiolo di Monteriggioni; vasellame di produzione volterrana e oreficerie da Vescovado di Murlo; bronzi e affibbiagli da Casole d’Elsa; un anfora (anfora Griccioli) proveniente da Monteriggioni; statue acroteriali e lastre fittili da Murlo; oinochoe, pissidi, cippi, ecc, provenienti da Chiusi, ecc. ecc.
E’ vero tuttavia che Siena divenne Colonia Romana in epoca non ben nota ed Augusto vi fondò una colonia militare, per cui la città fu detta Sena Julia ed! anche Urbs lupata, per l’insegna, ma scarsi sono gli avanzi della città romana. Lo stemma della città è una lupa che allatta Romolo e Remo chiaro riferimento al legame con la storia e la cultura romana.
Dopo quanto si è detto mi sembrerebbe davvero una idiozia affermare che Siena abbia origini! romane e non etrusche.
Paolo Campidori, Copyright
BIBLIOGRAFIA:
Giovanni Semerano – Il popolo che sconfisse la morte – Bruno Mondadori Editore, Milano 2003;
Mauro Cristofani – Etruschi – Una nuova immagine –
Editrice Giunti Firenze, 2006;
T.C.I. – Guida d’Italia – Italia Centrale – Milano 1922 Vol II;
Massimo Pittau – Dizionario della lingua Etrusca – Libreria Editrice Dessì – Sassari, 2005
Massimo Pittau – Testi Etruschi – Bulloni Editore – Roma, 1990;
V. Melani – F. Nicosia – Itinerari Etruschi – Tellini, Pistoia 1971;
Mario Cristofani – Dizionario Illustrato della civiltà etrusca – Giunti Editore – Firenze 1991;
Sandro Chierichetti – Siena – Guida turistica – Edizioni R.I.S. Romboni, 1982
Da Internet:
Massimo Pittau articolo: “Siena Etrusca”, 2003 sul sito: http://www.massimopittau.it
ETRUSCHI: AH!! SCUSATE, CI ERAVAMO DIMENTICATI DEI “PELASGI”.
PROLOGO: E’ STATA MESSA A PUNTO DA PAOLO
CAMPIDORI UNA NUOVA METODOLOGIA DI STUDIO! PER CAPIRE IL “MISTERO ETRUSCO”.! FINO AD ORA LA STORIA DEI COSIDDETTI “ETRUSCHI” ERA STUDIATA NELLA LORO GLOBALITA’! E LA COSA POTREBBE ESSERE GIUSTIFICABILE! SOLO PER ALCUNI ASPETTI. TUTTAVIA SE VOGLIAMO DIRADARE VERAMENTE LE NEBBIE SUL COSIDDETTO “MISTERO ESTRUSCO”, L’UNICA STRADA PERCORRIBILE E’ QUELLA DI STUDIARE LA STORIA E LE ORIGINI DEGLI “ETRUSCHI”,! SINGOLARMENTE,! CITTA’ PER CITTA’. GLI “ETRUSCHI” NON ERANO UNA NAZIONE INTESA NEL SENSO MODERNO O PARAGONABILE A QUELLA DI ROMA REPUBBLICA O IMPERIALE; LE CITTA’ “ETRUSCHE”, INDIPENDENTI, OGNUNA CON LE PROPRIE CARATERISTICHE, DIVENNERO IN EPOCA IMPRECISATA UNA FEDERAZIONE DI CITTA’ -STATO! (COME POTREBBE’ ESSERE LA SVIZZERA ODIERNA, MA SOLO IN GRANDI LINEE), DIVISA IN LUCUMONIE, A CAPO DELLE QUALI STAVA IL “LUCUMONE”, UNA SORTA DI RE. FORSE QUESTA ALLEANZA E’ DA RAVVISARSI A SEGUITO DELLE INCOMBENTI MINACCE DELLA VICINA ROMA E DELLE INVASIONI BARBARICHE. LE CITTA’ STATO SI RIUNIVANO PER DECIDERE SULLE GUERRE (VOLTA PER
VOLTA, SENZA NESSUN OBBLIGO), SULLE ALLEANZE, SULLA RELIGIONE, SULLA SCRITTURA, SENZA TUTTAVIA INTERFERIRE L’UNA NEI CONFRONTI DELL’ALTRA. NON SI TRATTAVA DI UN VERO E PROPRIO STATO MA DI UNA ‘ALLEANZA’ DI CITTA’-STATO. QUESTO PERCHE’ LE “CITTA-STATO” ERANO MOLTO DIVERSE FRA DI LORO, PER ORIGINE, PER COSTUMI, RELIGIONE, ECC. ECCO PERCHE’ OGNI CITTA’-STATO E OGNI ZONA DEVE ESSERE STUDIATA, PER PRIMO,! NELLA PROPRIA INDIVIDUALITA’, POI COME UN ‘INSIEME’ DI “CITTA’ STATO”, VALE A DIRE UNA
‘MEZCLA’ (INSIEME DI RAZZE E POPOLI), ALLA QUALE, FORSE DIEDERO IL NOME DI “RHASENA” (SECONDO LO STORICO, DIONIGIO DI ALICARNASSO).
Fra le varie teorie sulla provenienza degli Etruschi, Pallottino, uno dei maggiori studiosi di Etruscologia, non tralascia di parlare di questo Popolo, con queste parole: “un! popolo della Tessaglia che in epoca postomerica si credette emigrato per via mare in varie regioni dell’Egeo e perfino in Italia…..” (
). L’origine pelasgica, del popolo etrusco (o per lo meno di una parte di esso) va ricercata in
Ellanico, il quale avrebbe identificato i Pelasgi con i Tirreni (Etruschi), i quali avrebbero occupato “zone” (dette poi pelasgiche), “vicino all’Etruria o nell’Etruria stessa”. () Erodoto ravvisa la presenza dei Pelasgi , nella zona di Cortona e nell’Egeo, i quali avrebbero “antichissime affinità linguistiche tra genti preelleniche abitanti nelle due aree geografiche in questione”. ()
CORTONA – TUMULO DEL SODO SCALINATA- ALTARE CON CHIARI INFLUSSI DI ARTE PRE- COLOMBIANA Pallottino, traendo le conclusioni circa le tre teorie sulla provenienza degli Etruschi, conclude sconsolato: “Ciascuno dei tre sistemi e delle loro varianti lascia qualcosa di inesplicato, urta contro fatti assodati; senza tuttavia che questo torni a vantaggio delle altre ricostruzioni” ()
Nel bosco di Bomarzo, nel cuore della Tuscia esiste un monumento misterioso(), che poi tanto misterioso non mi sembra, quello di una piramide; si sono inoltre in detto luogo mura ciclopiche, insediamenti abitativi che hanno tutte le caratteristiche delle civiltà precolombiane, ma non solo. Guardando queste piramidi con la sommità tronca caratterizzate da ampie scalinate che raggiungono l’altare posto alla sommità, come pure le stradine e le scalinate scavate nella roccia, le mura, fatte di massi ciclopici, intersecati con precisione assoluta, l’uno accanto all’altro,
ci danno un’unica sensazione: quella di trovarci a Macchu Picchu, o presso una delle qualsiasi antichissime città dell’America Meridionale, precolombiana.! La stessa identica sensazione la si ha a Cortona di fronte a certi monumenti definiti “etruschi” (parola usata dagli studiosi solo per semplificare le cose).
BOMARZO: NON SIAMO A MACCHU PICCHU MA IN LAZIO, NELLA TUSCIA E’ chiaro che affrontando il problema delle origini in questo modo, siamo certi che non arriveremo a niente di concreto. Perché? Perché i cosiddetti “etruschi”, vale a dire i popoli che hanno abitato la Toscana nel primo e secondo millennio a.C. non sono un popolo unitario, ma una mescolanza di popoli (una ‘mezcla’ come la definivano gli stessi Etruschi); ognuno dei quali ha una propria storia , una propria origine ed una propria provenienza. Voler studiare la storia e l’origine etrusca, considerando questi un popolo omogeneo, che ha la stessa storia, la stessa origine, la stessa lingua, la stessa religione, ecc. è una pura follia.
Ogni singola città della Toscana e dell’alto Lazio e dell’Emilia, che noi chiamiamo, scioccamente “etrusca”, ha una storia propria, delle tradizioni proprie, una lingua propria, delle conoscenze e civiltà proprie.
Così noi, se vogliamo veramente capire il nocciolo del problema, dobbiamo smettere di pensare agli Etruschi come ad un popolo unitario, omogeneo, con le stesso origini e le stesse abitudini di vita. Ad esempio: gli “etruschi” di certe parti della Tuscia, di Cortona, ed altre città vanno viste sotto l’ottica di un’occupazione “pelasgica”, proveniente proprio, in origine, dall’America Meridionale! (che queste abbiano prima fatto ‘sosta’ in luoghi dell’Egeo, non cambia la sostanza).
LA MACCHU PICCHU DELLA TUSCIA Questo spiegherebbe la cosiddetta “talassocrazia” cioè l’assoluta predominanza di certi “etruschi” sul mare. Per altre città possiamo ipotizzare, allo stesso modo una provenienza medio-orientale (Mesopotamia, Egitto, Israele); per altre ancora una antichissima origine ligure (Vedi: Garfagnana, Lunigiana, ecc:); per altre ancora una origine pre-ellenica. E’ chiaro poi che in questa “babilonia” (‘mezcla’, come la definivano gli Etruschi), è prevalsa con il tempo una cultura unitaria: è cioè emersa una lingua predominante, come pure, unna forma religiosa che sostanzialmente era un ‘pout pourri’ di tante religioni, che si sono in un certo senso omogeneizzate. La lingua dunque degli ‘etruschi’ è un insieme di lingue antiche che si sono fuse insieme, per necessità, lasciando tuttavia ad ogni singola città le proprie particolarità di linguaggio. Per questo la lingua di Cortona sarà stata diversa da quella di
Volterra, oppure quella di Fiesole sarà stata molto diversa da quella di Pitigliano, di Sorano, della Tuscia, etc. Ora se noi affronteremo il ‘mistero’ etrusco, non in maniera omogenea, ma singolarmente, città per città, zona per zona, noi davvero potremo risolvere le “storie”, ognuna diversa dall’altra, che hanno formato quella che noi fino ad oggi abbiamo considerato la storia ‘omogenea’ di un solo popolo: Gli Etruschi, ma che in realtà sono molti popoli in uno. La dimostrazione più evidente è il fatto che gli “Etruschi” non scelsero mai di avere un governo e una politica comune.
Paolo Campidori, Copyright HYPERLINK “http://
http://www.paolocampidori.eu/”www.paolocampidori.eu
HYPERLINK “http:// http://www.culturamugellana.wordpress.com/”www.culturamugel lana.wordpress.com
paolo.campidori@tin.it
(*) Massimo Pallottino – Etruscologia – Editore Hepli, Milano
(
) Rivista Archeo – Aprile 2011 – Articolo “C’è una piramide nel bosco…” articolo di Paola Di Silvio
PEGLIO (FIRENZUOLA): ORIGINI ETRUSCHE E NOBILTA’ FEUDALE
! E’ probabile che il nome sia di origine greco-orientale, il Pelio è una montagna nel sud-est della Tessaglia, una piccola penisola della Grecia orientale bagnata dal Mar Egeo.
La Tessaglia è costituita da una grande pianura fertile attorno al fiume Pinio inquadrata dalle montagne: Olimpo, Monte del Pinde, Monte Pelio, ecc. Proprio davanti alla costa della Tessaglia (a varie miglia) c’è l’Isola di Lemno, dove furono ritrovate poche decine di iscrizioni di una lingua pre-ellenica parlata su quell’Isola e forse sulle coste del Mare Egeo. Il nome Pelio, Pellio o Peglio è quindi legato alla mitologia greca. Questo monte trae il proprio nome da Peleo, mitico padre di Achille e, originariamente, era terra di personaggi mitologici come Chirone il centauro, Giasone, Achille, Teseo ed Eracle.
E’ probabile che il nome sia di origine greco-orientale, il Pelio è una montagna nel sud-est della Tessaglia, una
piccola penisola della Grecia orientale bagnata dal Mar Egeo. La Tessaglia è costituita da una grande pianura fertile attorno al fiume Pinio inquadrata dalle montagne: Olimpo, Monte del Pinde, Monte Pelio, ecc. Proprio davanti alla costa della Tessaglia (a varie miglia) c’è l’Isola di Lemno, dove furono ritrovate poche decine di iscrizioni di una lingua pre-ellenica parlata su quell’Isola e forse sulle coste del Mare Egeo.
Il nome Pelio, Pellio o Peglio è quindi legato alla mitologia greca. Questo monte trae il proprio nome da Peleo, mitico padre di Achille e, originariamente, era terra di personaggi mitologici come Chirone il centauro, Giasone, Achille, Teseo ed Eracle.
Quando i giganti Oto ed Efalte tentarono di dare l’assalto all’Olimpo (la montagna più alta della Grecia ritenuta la sede degli Dei) presero il Monte Pallio e lo chiamarono Monte delle Ossa. I nomi dei due monti divennero proverbiali volendo alludere a enormi ed infruttuosi tentativi. In sostanza Pelio sarebbe il nome del monte riferito al padre di Achille. Tale nome lo ritroviamo anche nelle iscrizioni etrusche su vasi, specchi e gemme.L’analogia toponomastica della località Peglio, nel Comune di Firenzuola, con la lingua pre- ellenica di popolazioni originarie dell’Isola di Lemno e delle coste del Mar Egeo, vissute in questi luoghi verso il
V-IV sec. a. C. non è casuale ma è un dato di fatto. A convincerci ancora di più fu il ritrovamento di un “Idolo” etrusco in bronzo, in località detta “Il Vulcano”, nome che gli deriva dalle esalazioni di gas metano, abbondante in quella zona, che si trova circoscritta dalle località Pietramala, Peglio, Le Valli, gas che in determinate condizioni atmosferiche si incendiava, alimentando numerosi “fuocherelli”,detto “fuochi di legno”, che illuminavano le notti facendo sembrare tali luoghi molto simili a vulcani e per gli antichi alle fucine del dio Vulcano. !
L’idolo, ritrovato verso la metà del XVIII sec. fu consegnato all’Accademia Etrusca di Cortona. La statuetta in bronzo raffigura un eroe o un dio (per gli studiosi di etruscologia: Tinia, Giove ) ‘etrusco’, nudo e imberbe, il quale tiene nella mano destra un oggetto che gli studiosi hanno identificato come un fulmine. Tuttavia nel pantheon Etrusco, oltre a Tinia (Giove) altri dei possono lanciare fulmini come Giunone, Vulcano e Minerva. Vulcano era anche il dio protettore dei fabbri e dei bronzisti e per questa ragione e per il collegamento alla località, ubicata sopra un ‘vulcano’, riterrei probabile che sul luogo esistesse un tempietto o qualcosa di simile intitolata però al dio Vulcano, e non a Tinia, Giove (Jupiter). Dall’antichità etrusco-romana della località sappiamo ben poco, ad eccezione di una Abbazia (Santa Maria a Branchi) che forse
fu eretta nel periodo longobardo, ma non sappiamo con esattezza se i Benedettini siano stati i primi abitatori di detto cenobio. Fino al medioevo non abbiamo altre notizie storiche di questa località fino all’anno 1228, 12 aprile, anno in cui venne menzionato un Diploma dell’Imperatore Federico II, che ratificò a Roma, l’acquisto del castello del Peglio, da parte degli Ubaldini.
Pertanto Albizzone e Ubaldino, figli di Ugolino, acquistano, oltre il castello del Peglio, la metà del castello del Carpine, e tutti i beni e annessi e connessi. Fra i beni figuravano, oltre a mulini, terre, vigne, boschi, strade e acque correnti, anche gli uomini, i cosiddetti “servi della gleba” che erano considerati ‘beni’ commerciabili a tutti gli effetti.
Oggetto della transazione furono anche i beni sottoposti alla Badia di Gualdo, chiamata anche Santa Maria a Branchi, al tempo di proprietà dell’ordine dei monaci Benedettini. L’Abbazia non esiste più (ma esisteva ancora nel XVI secolo), ma alcuni rilievi ornamentali, furono da me rinvenuti, alcuni anni fa, sul muro di una casa colonica, del luogo detto Gualdo o Branchi, nei pressi del fiume Diaterna, presso un antico mulino.
La Badia del Peglio, rimarrà per un periodo sotto la giurisdizione di signori bolognesi, i quali ne ebbero il
padronato. Gli uomini del Peglio vennero affrancati, cioè resi liberi, da Ubaldino degli Ubaldini nel 1234 ed esentati da tutte le servitù e gabelle . Nel 1335, quando il Peglio era fra i possedimenti di Maghinardo da Susinana (Ubaldini), il territorio passò in proprietà al Comune di Firenze.
La chiesa del Peglio avendo da tempo immemorabile il fonte battesimale rivela la sua importanza che la stessa aveva nella zona. La chiesa nel XIX secolo era in cattive condizioni di conservazione, così che essa venne ricostruita nel 1883 e nel 1922 venne arricchita del nuovo campanile.
FRASCOLE (DICOMANO –FIRENZE): L’ANTICA CHIESA DI SAN MARTINO IN POGGIO
!“Frascole fu località sottoposta già alla giurisdizione di Castel di Pozzo, la potente fortezza, attorniata da torri e castelletti ausiliari, che i Guidi di Porciano si erano in opportuna posizione costruita nel centro di un vasto feudo che da Tizzano e Agnano giungeva a Frascole e Poggio a San Detole e Cornia. Ma nel 1337 i Guidi l’alienavano con tutte le sue pertinenze a Piero di Gualtiero dei Bardi…I Bardi lo tennero sino all’anno 1378 in cui lo ricomprava per 2500 fiorini d’oro la Repubblica Fiorentina con tutto il suo vasto contado …(Francesco Niccolai – Mugello e
Valdisieve – Guida Topografica Storico-Artistica illustrata, Borgo San Lorenzo, 1914, pag. 615).
Frascole e Castel di Poggio appartengono giuridicamente alla giurisdizione civile, militare etc. a Castel del Pozzo. Altra cosa è la giurisdizione ecclesiastica, che non corrisponde esattamente alla giurisdizione civile.
Per quanto riguarda la Chiesa di San Martino a Frascole e alla vicina fortezza dei Guidi, il Niccolai aggiunge: “…una qualche fortificazione dovette esistere anche sulla vetta del poggio di San Martino, troncato a sezione quasi di cono, ove sul breve spianato, oltre ad importanti rinvenimenti di urne cinerarie e vasi lacrimari e frammenti di vasi e di altri oggetti etruschi, furono già dissotterrate moltissime ossa di cavalli, le quali sarebbero forse indizio di qualche battaglia o catacombe quivi avvenuta ….(Niccolai op. cit. pag. 615).
La chiesa di san Martino secondo le Rationes Decimarum (1) del 1302-3 appartiene al Plebato di Sandetole, chiesa che si trova nel comune di Rufina. In quel periodo San Detole aveva la giurisdizione su queste altre chiese: “S. Maria de Rincine, S. Jacobi de Frascole, S. Andree de Vicorato, S. Michaelis de Moscia, S. Petri de Vallepiana, San Laurentii de Fornace, S. Laurenti de Bristallo, S. Marie de Agnano, S. Stephani de Petrorio, S. Niccolai de Cornu,
S. Miniatis de Monte Domini”. Quindi la giurisdizione ecclesiastica inglobava le chiese esistenti nella Contea del Pozzo, ma addirittura superava tali confini.
Sentiamo un’altra fonte autorevolissima riguardo alla chiesa di San Martino in Poggio (o in Podio): “In un poggio, situato sopra la Villa di Cansana, vi è un’antica chiesa dedicata al vescovo di San Martino, già cura, ma da circa trecent’anni indietro ammensata ed unita alla chiesa di Frascole (che poi diventerà Pieve) (Giuseppe Maria Brocchi – Descrizione della Provincia del Mugello – Firenze, 1748). Dunque secondo quanto testimonia il Brocchi la chiesa di San Martino in Poggio, della quale oggi vediamo le vestigia (muri perimetrali e un lastricato posto nella parte anteriore della chiesa che guarda ad Ovest) era tuttora in piedi, nonostante la sua ‘antichità’.
Oltrove però, sempre il Niccolai afferma che: “nel 1468 questa chiesa che si trovava sulla collinetta coperta da cipressi e pini venne soppressa e atterrata (demolita) e le sue campane , ove erano antiche iscrizioni gotiche, furono trasportate alla chiesa delle Monache (Comune di Stia) sotto il varco di Campriano” (op. cit. pag. 615-616).
A questo punto le cose si complicano. Indubbiamente c’è un po’ di confusione.
Dobbiamo ipotizzare che la chiesa demolita nel 1468 fu ricostruita, sulle rovine di quella precedente? Il Brocchi afferma che circa trecento anni prima (il Brocchi scrive il suo libro nel 1748) la chiesa di San Martino fu ammensata ed uinita alla chiesa di Frascole, mentre sappiamo che precedentemente la stessa chiesa! faceva parte della Pieve di Sandetole (Rufina).
Si potrebbe quindi ipotizzare che la chiesa antica fu demolita nel 1468, per essere ricostruita sullo stesso luogo, ed unita a San Jacopo a Frascole.! Si tratta di una ipotesi. Tuttavia non sappiamo quando la chiesa di San Martino, esistente nel 1748, avrebbe subito la seconda distruzione, per non essere più ricostruita.
Con tutto ciò restano molte cose da chiarire. La pianta della chiesa, secondo quanto si può dedurre dai resti dei muri perimetrali e dal piccolo sagrato in lastre, avrebbe le caratteristiche della chiesa protocristiana, divisa in tre settori, come le chiese di uso orientale, ed essa a mio parere potrebbe essere stata costruita poco prima dell’anno Mille. Nello stesso modo non possiamo escludere che la chiesa proto-cristiana possa essere stata ricostruita su un tempio etrusco, la cui triripartizione corriponderebbe al portico colonnato, all’aula per i devoti e infine la parte destinata
alla divinità. Tale tempio potrebbe risalire al IV-III sec.a.C.
La chiesa di San Martino potrebbe essere stata distrutta definitivamente verso la fine sec, XIX- inizio del XX sec. Ce lo farebbero supporre i ritrovamenti di reperti etruschi ritrovati nell’area dove sorgeva la chiesa: “I frammenti di vasi etruschi che vi si trovano (1914) furono raccolti nel sottosuolo della distrutta cheisa di san Martino” (Niccolai, op. cit. pag. 616).
Tuttavia anche questa ipotesi (mi riferisco alla chiesa di San Martino) ricostruita sulle fondamenta di un tempio etrusco, non mi soddisfa pienamente. Infatti la parte terminale del tempio poggia su mura preesistenti. Ciò comporterebbe che le grosse muraglie, larghe circa mt. 1,50, ipotizzate dal Niccolai come “Torrione dell’antica fortezza ausiliaria di Castel del Pozzo, smantellata dalla Repubblica Fiorentina” non fossero di epoca altomedievale, ma di epoca etrusca e precedenti la costruzione del tempio e che potrebbero risalire addirittura al VI-V sec. a.C.
Ricapitolando: se vogliamo avallare questa tesi dobbiamo localizzare nel tempo: a) verso VI-V sec. a.C. la costruzione di un edificio etrusco, la cui destinazione pratica ci è sconosciuta. Potrebbe trattarsi di una fortezza, di una grande tomba a tumulo, ecc.; b) costruzione di un
tempio annesso a tale edificio verso il IV-III secolo a.C.; c) costruzione di una torre altomedievale sui ruderi dell’edificio etrusco; d) costruzione di una chiesa protocristiana, san Martino, sui ruderi del tempio etrusco, che poggiano dulle fondamenta di un edificio del VI-V sec. a.C.
Penso e spero che gli scavi in corso, diretti dalla Soprintendenza alle Antichità di Firenze, possano chiarire ancora meglio quanto da me ipotizzato.
Paolo campidori HYPERLINK
“mailto:paolocampidori@tin.it”paolocampidori@tin.it HYPERLINK “http://
http://www.paolocampidori.eu/”www.paolocampidori.eu Note:
(1) Rationes Decimarum Italiae – Si tratta di due volumi che riportano, divisi per diocesi di appartenenza, gli elenchi di tutti gli enti ecclesiatici! assoggettati al tipo di imposizione fiscale del medioevo che fu la “Decima”
FIESOLE: SANT’ALESSANDRO UNA BASILICA ROMANA SULL’ARCE ETRUSCA SORTA SUI
RESTI DI UN TEMPIO ETRUSCO.
Il “Martirologio Romano” di Papa Gregorio XIII, stampato a Roma, nella Stamperia della Rev. Cam. Apostolica! nell’anno 1636, non è molto prodigo di notizie riguardanti Sant’Alessandro, titolare della Basilica omonima di Fiesole. In esso, nel giorno 6 giugno, che indica la ricorrenza del Santo-martire, in una stringatissima riga,! viene riportato quanto segue: “A Fiesoli (N.B. la “i” finale di questo toponimo di origine etrusca) in Toscana s. Alessandro Vescovo, e mart.”. Poi una nota a margine precisa: “circ. il 585”! Intanto abbiamo conferma che il Santo fu Vescovo di Fiesole!verso la fine del !VI sec. d.C, che fu nominato Vescovo da Papa!Pelagio II (il cui!Pontificato durò dal 26 novembre 579 al 7 febbraio 590)! e che fu un martire della Chiesa crtistiana. Molto interessante è il fatto che il “Martirologio” indichi Fiesole, con il toponimo Fiesoli, il quale deriva dall’etrusco “Vipsl” “Visul”, che è diventato poi Visuli, Fisuli, per poi essere “corrotto” in Fiesoli, Fiesole. L’altra notizia interessante è che la Diocesi di Fiesole doveva in qualche modo dipendere giuridicamente e gerarchicamente dal Vescovo di Milano. Abbiamo altre scarne notizie del Santo, e cioè che l’etimologia del nome del Santo, dal greco, significherebbe “protettore di uomini”, ed è quindi probabile che il Santo provenisse dall’Oriente e che praticasse quella forma di cristianesimo nota come rito “greco-ortodosso”. Dello
stesso periodo, per fare un confronto, era !la chiesa di San Niccolò a Spugnole, nel Mugello, la cui architettura proto- cristiana aveva le carateristiche delle chiese greco- ortodosse (1).
Un altro “Martirologio Romano”, riporterebbe che Sant’Alessandro, Vescovo di Fiesole, nel territorio di Bologna, durante un viaggio di ritorno da Pavia, dove lo stesso aveva rivendicato! presso il Re dei Longobardi i beni della sua Chiesa usurpati, fu da loro gettato nel fiume e affogato. Questo avveniva nell’anno 585 d.C., circa (2). La basilica quindi che sorgeva a Fiesole, di impianto romanico, è probabile che fosse stata eretta verso la fine del VI sec. a.C. e dedicata al Santo Martire. La basilica di Sant’Alessandro di Fiesole, doveva essere originariamente basilica romana. Essa venne eretta sulla strada che conduceva all’arce etrusco fiesolano, su i resti di un tempio pre-esistente etrusco. La basilica è del tipo costantiniano con la navata centrale che misura circa il doppio delle navate laterali. Oggi dell’antica Basilica! paleocristiana, resta soltanto l’impianto architettonico, con orientamento est-ovest, secondo le regole dell’architettura cristiana proto-romanica. Vale a dire che l’ingresso della Basilica è rivolto a Ovest, e la cripta, se in origine esisteva,!doveva essere rivolta ad est (3). Proprio il contrario del tempio etrusco che, come!il tempio che !sorgeva più in basso, a lato dell’anfiteatro romano,!!aveva l’ingresso rivolto ad est.
Dobbiamo quindi ipotizzare che anche questo tempio etrusco sull’arce fiesolana dovesse avere lo stesso orientamento, e!di consequenza!la porta d’ingresso rivolta ad Est, cioè!rivolta verso l’agglomerato urbano.
La cosa è molto interessante perché, almeno fino ad oggi, si è dato importanza solo al tempio che sorge alle falde della collina e non si è data nessun rilievo a quest’altro tempio etrusco che sorgeva sull’arce fiesolana, proprio sotto la pavimentazione della Basilica di Sant’Alessandro. Non sappiamo a quale divinità fosse dedicato il tempio sull’arce fiesolana, ma, durante i lavori che si sono succeduti nei secoli, furono ritrovati notevoli resti! fittili che facevano parte di quell’edificio e che, forse,!potrebbe essere più antico del tempio posto più in basso. Tali reperti si trovano nel museino del Convento Francescano, un gioiello quest’ultimo dell’arte medievale e rinascimentale, che si trova proprio sulla collina dove sorgeva l’arce etrusca fiesolana. E la basilica di sant’Alessandro si trova immediatamente sotto!l’area conventuale. Da qui si gode un panorama mozzafiato a 180 gradi sulla città di Firenze.
Pare che sull’arce sorgesse pure una fortezza etrusca di! notevoli dimensioni, racchiusa entro le mura urbanistiche dell’antica città.
La città etrusca di Fiesole e l’arce, in particolare, sono ancora tutte da esplorare e ciò sarà possibile con scavi accuratissimi, rispettando quanto si è andato stratificando nel tempo.
Note:
(1)! Ho fatto molte ricerche su questa chiesa, che doveva essere ancora eretta, sebbene in cattivo stato di conservazione, verso la metà del sec. XVIII,!se essa fu visitata e !documentata dal Prof. Giuseppe Maria Brocchi nella sua “Descrizione della Provincia del Mugello, del 1748”, ed è documentata dulle piante dell’epoca che ho rintracciato all’Archivio di Stato di Firenze.
(2) nel 584 Autari (Longobardo)!è Re d’Italia.
(3) Anche il Canonico Bandini, storiografo fiesolano, non è prodigo di informazioni su tale Basilica, egli da una maggiore descrizione, invece! del martirio del Santo.
D. H. LAWRENCE: SCRITTORE VERSATILE E ‘ARCHEOLOGO’
!D. H Lawrence, autore del famosissimo libro “Gli amanti di Lady Chatterley”, visitò l’Etruria nell’aprile del 1927 e
ne scaturì da questo “pellegrinaggio selvaggio”, un reportage, una guida e allo stesso tempo il suo testamento spirituale, insieme ad una globale visione della civiltà degli Etruschi.
Il libro in questione è “Paesi Etruschi” (Etruscan Places), che fu edito a Londra, per la prima volta, nel 1932. Il libro fu stampato in lingua italiana solo nel 1985, con la presentazione di uno dei massimi studiosi di archeologia del tempo, Massimo Pallottino, Ordinario di Etruscologia e Antichità Italiche all’Università di Roma. Tralascio la presentazione di Pallottino, suppur essa sia molto interesante. Posso accennare soltanto che lo studioso italiano, non gradiva molto certi giudizi del Lawrence e in particolare non condivideva la prosa e la poesia del Lawrence.! Soprattutto lo studioso dai ‘lombi nobili’ (1) non gradiva affatto certe affermazioni che tendevano ad esaltare gli Etruschi e, invece, ‘ridimensionavano’ in parte la ‘grandeur’ dei Romani. I Romani vengono definiti dal Lawrence “questi Prussiani dell’antichità” e li incolpa “di aver calpestato, con tacco di ferro, l’antico fiore splendido dell’Etruria”.
E’ significativo riportare alcune righe dello scritore inglese che sono un sintomatico riferimento ai Romani: “Forse perché un pazzo uccide con un sasso un usignolo, egli è per
questo più grande dell’usignolo? Forse perché il Romano fece fuori l’Etrusco, egli era per questo più grande dell’Etrusco? Oh no! Roma è caduta, e il fenomeno romano con essa. L’Italia di oggi è nel suo polso molto più etrusca che romana; e sarà così sempre. L’elemento etrusco è in Italia come l’erba dei campi! e come il germogliare del grano: e sarà così sempre”. Dopo tutti i “niet, forse, non condivido” del Pallottino, spunta all’improvviso un riconoscimento inaspettato: “Gli Etruscan Places del Lawrence contengono, accanto alle più stravaganti invenzioni, alcuni spunti degni di meditazione per lo storico e per il critico dell’arte”; e se questo lo dice il Pallttino, possiamo crederci. Ma lasciamo la critica, più o meno benevola del Pallottino, per cercare di focalizzare in poco spazio ciò che il Lawrence scrive sugli Etruschi. Innanzi tutto egli ne dà una bellissima definizione: “Gli etruschi lo sanno tutti, erano il popolo che occupava l’Italia centrale, ai tempi della prima Roma e che i Romani, da buoni vicini come sempre annientarono per far posto! a una Roma con la ‘erre’ maiuscola. Non li avrebbero sterminati tutti, ce n’erano troppi, ma riuscirono a cancellarli come nazione e come popolo. Fu l’inevitabile risultato di un espansionismo con la ‘e’ maiuscola, la sola ragion d’essere di gente come i romani”.
La prima tappa del viaggio di Lawrence è Cerveteri ed è poetica ed avventurosa la descrizione del viaggio compiuto
con i mezzi di allora: “E’ una strada bianca e diritta, costeggiata per le prime centinaia di metri da una nobile schiera di pini marittimi, una strada bianca non distante dal mare, piatta, deserta, assolata. Si vede solo un carro coperto tirato dai buoi: un’enorme lumaca! con quattro corna. Sul ciglio della strada l’alto asfodelo lancia qua e là spasmodicamente le sue scintille rosa, dove capita, e il suo odore di gatto”(2). Mi è impossibile dilungarmi sulla descrizione dei vari siti archeologici, per ragioni di spazio, e pertanto mi limiterò a prendere in considerazione solo alcune considerazioni, situazioni o aneddoti che lo scrittore via via ci descrive nel suo viaggio in Etruria. Ma non è tutto; lo scrittore, ogni tanto lancia qualche frecciata al regime instuarato allora !in Italia dal fascismo: “Il direttore dell’albergo, conciliante,! disse! che a Civitavecchia c’è un museo molto interesante e che ci saremmo dovuti fermare il giorno dopo per visitarlo”. “Ah!” risposi “ma c’è soltanto roba romana e non ci interessa affatto vederla”. Lo scrittore riconosce con onestà: “Da parte mia era una frecciata maliziosa, perché l’attuale regime si considera l’erede autentico della Roma antica”. Notate quanto può pesare anche il giudizio politico di uno straniero sul modo di vedere e pensare la politica comparandola con la storia antica. “Gli Etruschi – continua il Lawrence – sono stati senz’altro i meno romani di tutti i popoli mai vissuti in Italia, proprio come i Romani dell’antica Roma, sono stati certo i meno italiani, almeno a giudicare dagli italiani di oggi”. Sentenze lapidarie, circostanziate, e ci chiediamo
cosa direbbe oggi lo stesso Autore nel sentire alcuni versi del nostro inno nazionale, riferito all’Italia: “…che schiava di Roma Iddio la creò”?
Lo scrittore-archeologo, “dilettante”, ci stupisce quando parla della necropoli di Tarquinia (a quei ancora non localizzata nella sua interezza): “E si capisce subito che, se il colle da cui guardiamo è quello dove i tarquinesi vivi costruivano le loro gaie casette di legno, allora quall’altra sarà la collina dove i morti erano sepolti nelle loro case dipinte nel sottosuolo, come vive sementi”. A Palazzo Vitelleschi, a Tarquinia il Lawrence varca la porta del Museo Etrusco; “ci fanno il saluto fascista, alla romana! Ma perché non riscoprono il saluto etrusco?”. Poi con una certa amarezza parla dei musei, come “obitori del bello”, come qualcuno li ha definiti. Forse un obitorio inevitabile, ma pur sempre un “obitorio”! Dopo aver detto che “il Museo di Tarquinia è eccezionalmente bello e interessante per chiunque conosca appena un po’ di etruschi”, aggiunge poi l’amarezza di vedere questi oggetti, senza vita, come un corpi inanimati. Lawrence esclama: “se solo ci convincessimo e non strappassimo più gli oggetti dai loro contesti di origine!”
Dunque i musei sono sempre un errore? La questione è molto dibattuta.
La convinzione dell’Autore del libro viene ribadita in questo concetto: “Gli etruschi non furono distrutti, ma furono spogliati della loro essenza…Il sapere degli etruschi divenne mera superstizione, e in princìpi etruschi diventarono grassi e inerti romani”. Come Ruskin, il Lawrence crede l’arte italiana e i grandi artisti come Giotto, abbiamo ereditato proprio dagli Etruschi questo sapere (3). Giotto e i primi scultori non furono altro che il “rifiorire di questo stesso sangue, che riesce sempre a far sbocciare un fiore”.
Dopo Vulci lo scrittore visita Volterra ed è curioso notare come “delle sfacciate ragazzotte ci salutano ‘romanamente’, per pura insolenza: un saluto con cui non ho niente da spartire, e che perciò non ricambio. La politica è sempre un flagello e in una città etrusca che si è difesa contro Roma tanto a lungo trovo il saluto romano particolarmente sconveniente, e poco appropriato il ricordo dell’imperium di Roma”.
A Volterra guardando le urne volterrane lo scrittore- archeologo si chiede: “Ma cos’è l’arte? “Arte è tuttora per noi qualcosa di ben cucinato, come un bel piatto di spaghetti”. E sulle urne volterrane: “Quanto provo più piacere guardando queste urne volterrane che – sto quasi per dire – il fregio del Partenone. Uno si stufa della qualità estetica – una qualità che smussa gli angoli delle cose e ce
le fa sembrare ‘stracotte’”. Poi, riguardo a Volterra, dice: “Gli abitanti di Volterra, Velathri, non erano di origine orientale, non appartenevano allo stesso popolo che vediamo manifestarsi con maggiore evidenza a Tarquinia. Sicuramente qui c’era una tribù più selvaggia e più acerba ….”. Lawrence inveisce poi con le tombe ricostruite fuori del luogo, come la tomba Inghirami a Firenze. “Perché, perché mai una tomba non è stata lasciata intatta come fu trovata, dove fu trovata?”….”Quello che vogliamo è un contatto autentico”….”Se cercate di produrre un grande amalgama di Cerveteri, Tarquinia, di Vulci ……non otterrete mai come risultato! una qualche essenza veramente etrusca, ma un pasticcio stracotto che non ha più alcun significato vitale….”
Scrive di lui l’amico e biografo Richard Aldington:
“Lawrence era convinto che l’arte etrusca ha una qualità particolare, ben diversa da quella dell’arte greca e romana, e ciò che trovò e gli piacque tanto nei paesi etruschi era l’intensa vita ‘fisica’! ormai quasi persa nel nostro mondo. Gli etruschi non possedevamo molto ‘senso estetico’, l’amore greco per la perfezione,! l’armonia e la grazia ma raffigurano la vita dei vivi, con vero calore e vera tenerezza”
Conclude il Pallottino nella presentazione al libro di Lawrence: “ Chi scriverà un giorno quella storia dell’arte che non è stata ancora mai scritta non potrà non tener conto di qureste notazioni che, di là dalle
parole brillanti e paradossali, contengono una assai maggiore validità critica, una assai più stimolante fecondità di molti grossi tomi pubblicati da archeologi di chiara fama”. E se lo dice il Pallottino……!
Note:
(1)!!!! E’ una espressione del liguista Giovanni Senerano per indicare i “padreterni” dell’etruscologia, i celebri capi- scuola, intoccabili, inattaccabili, ecc. ecc. Uno di questi era Massimo Pallottino fondatore di una scuola di Etruscologia, che tuttora porta avanti gli insegnamenti del maestro. Io, tuttavia stimo molto questo grande etruscologo.
(2)!!!! L’asfodelo era un fiore maleodorante considerato dagli etruschi come il fiore dei morti. Un po’! quello che sarebbe per noi italiani! di oggi il grisantemo.
(3)!!!! “Vi prego di credermi sulla parola se vi dico che Giotto era un autentico etrusco-greco del XIII sec. benché convertino alla religione di San Francesco piuttosto che a quella di Ercole, ma, quanto a dipingere, era proprio il vecchio etrusco di sempre…” (John Ruskin 1819-1900 Mornings in Florence Orpington, 1881)
Bibliografia: D. H. Lawrence – Paesi Etruschi -! Nuova Immagine Editrice, Siena IV ed. 1997
(versione originale “Etruscan Places”, Martin Secker, London, 1932)
MONTERENZIO (BO): LA PRESENZA ETRUSCA NELLA VALLE DELL’IDICE
!I cosiddetti ‘specchi’ etruschi, non sono altro che delle “tavolozze” per il trucco femminile?
Nella Valle del fiume Idice, toponimo antichissimo, di probabile origine semita, vivevano, lungo la strada che portava in Emilia, antiche popolazioni etrusche, che vennero poi sopraffatte da tribù celtiche, nel corso del sec. V a.C. Noi abbiamo documentazione di tali villaggi etrusco-celtici nei territori di Monterenzio e Monte Bibele, dove sono stati ritrovati siti di particolare interesse storico e artistico. In queste località l’invasione celtica e più precisamente dei Galli Boi fu massiccia e molto incisiva, tanto da far perdere, in buona parte, a queste località i connotati tipici degli etruschi e !dei villanoviani. Ovviamente, data l’importanza strategica di questa occupazione celtica, proprio sulla strada che portava a Felsina, I Celti Boi, almeno dai reperti che si sono recuperati, dimostrarono una chiusura nei confronti del mondo etrusco prima e di quello romano poi. I nomi dei toponimi della zona interessata della nostra ricerca sono in parte etruschi, in parte celti e in parte romani. Gli idronomi che, come abbiamo detto, sono anche quelli più antichi, sono di derivazione semitica: Setta, Sillaro, Reno ecc.
Anche alcune località hanno una derivazione etrusco- semitica come ad esempio Monte Bibele, Confienti, ecc. Proprio per quest’ultimo toponimo è utile ricordare che esiste anche un Gonfienti (o Confienti) nella zona del Pratese, dove il terreno ha restituito cospicui reperti, appartenuti agli abitanti dell’antica città etrusca, gemella di Marzabotto (Misa?).
I Celti oltre a imporre le loro leggi e il loro metodo di vita alle popolazioni locali, estesero pure le loro conoscenze e la loro cultura. In particolar modo nella zona rileviamo una capacità di lavorazione dei metalli molto avanzata, tuttavia con peculiarità che sono da associare più alla cultura celtica che non a quella etrusca. Mi riferisco in particolar modo! alle brocche “a becco d’anatra”, conosciute in ambito archeologico come “Schnabelkannen”, le quali differiscono per certi particolari decorativi a quelle più propriamente etrusche. E’ il caso della “brocca a becco” di Settefonti presso Ozzano (BO), che è caratterizzata da una placca decorativa metallica intagliata, posta nella parte inferiore dell’ansa. Tali brocche, erano presenti anche in molte zone dell’Etruria meridionale, oltre ad essere diffuse nell’Etruria padana , nell’area veneta e nella regione medio-renana. Di particolare interesse sono le tombe rinvenute nella zona di Monterenzio Vecchio. Si tratta di tombe ad inumazione, dove insieme all’inumato e, a lato di questo, veniva posto il corredo composto da vari elementi. Fra questi l’elmo, che
differiva da quello propriamente etrusco, per avere sulla sommità una specie di “bottone” metallico e i para guance con bottoni o borchie.
L’elmo veniva posto sopra l’anca sinistra del defunto e copriva in parte la spada. Facevano parte del corredo, oltre all’elmo e la spada, oggetti personali come un nècessaire per toilette composto da cesoie, rasoio, strigile, oltre al vasellame usato per il cerimoniale del banchetto. Le tombe , pur essendo caratterizzate da particolarità celtiche, esse tuttavia trovano riscontri in necropoli di Bologna e della Toscana. Molto interessante è una foto ottocentesca della tomba Benacci 953, che ha chiare similitudini con le tombe di Monterenzio Vecchia, ad esempio la tomba 36 con i resti di un adulto di sesso maschile, di cui abbiamo già parlato sopra. Il sito di Monterenzio Vecchio è molto importante dal punto di vista! archeologico poiché evidenzia in modo chiaro la fusione di due culture diverse come l’etrusca e la celtica e le risultanze sul piano pratico della lavorazione dei metalli. Le necropoli! etrusco-celtiche della Valle dell’Idice che comprendono le lacalità di Monte Tamburino, Monte Bibele e Monterenzio Vecchia, hanno restituito reperti di importanza notevole come ad esempio,! i vari Kyathoi (non ci deve impressionare il nome greco) che erano dei picoli recipienti con manico (ansati) e che servivano per mescere e mescolare il vino con acqua. Oltre a questi troviamo a Monterenzio i colini in bronzo, che sono molto, molto simili ai colini usati oggigiorno. Nel
linguaggio archeologico tali “colini”, così definiti da noi toscani ed emiliani vengono chiamati “colatoi”, che nella lingua italiana tale nome mi sembra abbia un altro significato. Particolarmente belle sono anche quelle che vengono definite, con un termine latino, le situle. Si tratta di secchi da pozzo, che hanno forma ovoidale che si rastrema sulla sommità, lasciando aperto una “bocca”. Il secchio è munito di un manico sempre metallico, talvolta decorato. Noi in toscana, fino a non molto tempo fa, chiamavamo questi secchi “mezzine”, mentre nella cosiddetta Romagna Toscana, nelle zone di Carburaccia, Visignano, ecc, che sono luoghi vicini a Monterenzio la chiamavanono “mesèna”.
Ciò mi farebbe capire che il vero nome etrusco era appunto questo: “mesèna”. Oltre a quanto sopra descritto, molto importanti sono anche gli ‘specchi’ di bronzo, i quali avevano spesso un manico di avorio e decorati nella parte concava con scene tratte dalla mitologia. Per quanto riguarda il nome originale etrusco di questo oggetti, definiti “specchi”, secondo la stragrande maggioranza dei linguisti ed archeologi, sarebbe “malèna”. Il Pittau, insigne linguista, nel suo libro “Testi Etruschi”, Bulzoni Editore, 1990 traduce questa parola (malèna) con “dono”: “MI MALENA LAR5IA PURUHENAS” (Io sono un DONO di Larth Purennio). Poi lo stesso Pittau ci ripensa e, sette anni dopo, nel suo libro “La lingua etrusca” , Insula, Nuoro
1997, traduce la parola “malèna” con ‘specchio’. Io sarei, semmai, d’accordo con il Pittau con la prima traduzione per il semplice motivo che tali oggetti definiti ‘specchi’, secondo la mia modesta opinione non sarebbero affatto tali. Infatti nelle lingue scandinave e anche nella lingua tedesca “malen” significa “dare una tinta, pitturare, verniciare; “Maler” (pittore); Malerei (pittura), ecc. Quindi io ho l’impressione che tale utensile femminile con manico, composto da un disco metallico, con un piccolo bordo appena appena rialzato, non fosse altro che una “tavolozza”, sulla quale le donne etrusche stendevano le terre colorate per “truccarsi” il viso. D’altronde io sfido chiunque a rispecchiarsi con questi “specchi” dalle superfici coperte da disegni graffiti e per loro natura (bronzo) non riflettenti.
Per concludere vorrei dire, a chi ancora non è a conoscenza, che proprio a due passi dal confine nostro toscano con quello dell’Emilia esitono questi interessantissimi siti (Monte Bibele, Monterenzio Vecchia, ecc) ed un museo! che veramente vale la pena di visitare: il Museo “L. Fantini” di Monterenzio.
Paolo Campidori
HYPERLINK “mailto:paolo.campidori@tin.it”paolo.campidori@tin.it
HYPERLINK “http:// http://www.paolocampidori.eu/”www.paolocampidori.eu
HYPERLINK “mailto:museomonterenzio@yahoo.it”museomonterenzio@ yahoo.it
www3.unibo.it/archeologia Bibliografia:
AA.VV – I bronzi degli Etruschi e dei Celti nella Valle dell’Idice – Editore Museo Civico! Archeologico L. Fantini di Monterenzio (BO);
Massimo Pittau – Testi Etruschi – Bulzoni Editore – Roma 1990
Massimo Pittau – La lingua Etrusca – Grammatica e lessico – Insula, Nuoro, 1997
Emilio Bidoli – Guido Cosciani – Dizionario Italiano- Tedesco e vic. G.B. Paravia, Torino, 1959
Le fotografie sono di proprietà del Museo Luigi Fantini di Monterenzio e tratte dal “Quaderno – I bronzi degli Etruschi e dei Celti nella Valle dell’Idice – Op. cit.”
!
Bibliografia: AA.VV – I bronzi degli Etruschi e dei Celti nella Valle
dell’Idice – Editore Museo Civico! Archeologico L. Fantini di Monterenzio (BO);
Massimo Pittau – Testi Etruschi – Bulzoni Editore – Roma 1990
Massimo Pittau – La lingua Etrusca – Grammatica e lessico – Insula, Nuoro, 1997
Emilio Bidoli – Guido Cosciani – Dizionario Italiano- Tedesco e vic. G.B. Paravia, Torino, 1959
Le fotografie sono di proprietà del Museo Luigi Fantini di Monterenzio e tratte dal “Quaderno – I bronzi degli Etruschi e dei Celti nella Valle dell’Idice – Op. cit.”
IL TEMPIO E LA RELIGIOSITA’ DEGLI ETRUSCHI
!Il tempio nasce dalla necessità di ospitare il dio o gli dei. Presso i popoli Ebraici nasce dalla necessità di ospitare l’Arca dell’Alleanza, che conteneva le Tavole date dal Signore d’Israele a Mosè. “L’anno quattrocenoottantesimo dopo l’uscita degli Israeliti dalla terra d’Egitto, l’anno quarto del regno di Salomone su Israele, nel mese di Ziv (cioè nel secondo mese della primavera) egli dette inizio alla costruzione del tempio del Signore” (I Re 6,1-2) (
).
La Bibbia continua: “Il tempio costruito dal Re Salomone! per il Signore aveva sessanta cubiti di lunghezza, venti di larghezza, trenta cubiti di altezza” (Il cubito era una unità
di! misura e corrispondeva! a 45 cm del nostro sistema metrico decimale. Pertanto le dimesioni effettive del tempio erano le seguenti: lunghezza 27 metri; larghezza 9 metri; altezza 12,9 metri). Davanti all’aula del tempio Salomone fece costruire il vestibolo lungo 20 cubiti nel senso della larghezza (del tempio) e profondo 10 cubiti.! “Per la costruzione del tempio venne usata pietra intatta di cava”. I Lavori durarono sette anni e terminarono nell’anno undicesimo , nel mese di Bul (che è l’ottavo mese e il secondo mese dell’autunno). Ricapitolando: il tempio fatto costruire da Salomone aveva forma parallelepipeda le cui misure corrispondevano a mt. 27x9x12,9 (h). Davanti all’aula c’èra il vestibolo la cui larghezza corrispondeva alla larghezza del tempio, cioè 9 metri e la profondità era di 4,5 metri. Con il vestibolo il tempio misurava mt 31,5x9x12,9(h).
I muri esterni!furono costruiti in “pietra intatta di cava” e, nella Bibbia vengono aggiunte un paio di informazioni che ci sembrano utili da tenere in considerazione. La prima testimonianza riferisce che “durante i lavori del tempio non si udirono martelli, piccone, o altro arnese di ferro”; questo significa che i conci di pietra per costruire i
muri furono lavorati direttamente nella cava di estrazione che si trovava in altro luogo. Un’altra indicazione
importante ci viene riferita a proposito della manovalanza impiegata e della reperibilità dei fondi necessari.
Per reperire soldi e materie prime, Chiran, re di Tiro, in cambio di pace e alleanza con Salomone gli fornì legname di cedro e di cipresso più ventimila kor di grano e venti kor di olio puro. Per quanto riguarda le maestranze, architetti, scalpellini, muratori, falegnami, ecc. Salomone non si fece nessun scrupolo avvalendosi del metodo del lavoro forzato, procedimento seguito anche dai sovrani dell’antico Vicino Oriente, questi forzati, oltre a costruire il tempio dovettero anche costruire una bella reggia per il loro Re Salomone (tutto gratuito). E poi ci chiediamo se Salomone fosse sapiente oppure no? Era anche furbo!!!!La descrizione della costruzione del tempio ebraico, non deve indurci in errore e cioè, non dobbiamo pensare che tutti i templi dell’antichità, compresi quelli etruschi dovessero avere le stesse caratteristiche e la magnificenza del tempio di Salomone. Il tempio etrusco differisce molto dal tempio sopra drescritto, in particolar modo in epoca arcaica. Contrariamente al tempio di Salomone che aveva i muri in pietra e il tetto in tavole di legno; quello etrusco arcaico era in legno, rivestito ai lati di lastre fittili (antepagmenta) decorate a rilievo o dipinte. Il tetto era rivestito con tegoli e coppi (embrici e tegole come diciamo in Toscana), ed era caratterizzato da una sola cella. Più tardi il tempio etrusco assumerà un’altra forma, come ci testimonia Vitruvio, e cioè esso era
composto di tre celle, corrispondenti ognuna a una divinità diversa. A questa tipologia sopravviverà tuttavia quella del tipo normale di tempio, costruito con una sola cella.
Il tempio aveva spesso un pronao che era il proseguimento delle alae, cioè delle mura del tempio. Il tempio arcaico di Fiesole, era formato da tre celle, con un pronao sorretto da colonne, con capitello dorico, echino e abaco, prive di scanalature e fornite di base. E’ però probabile che la tripartizione dell’aula del tempio fiesolano sia avvenuta in epoca romana, quando, dalla prima metà del sec. II a.C., in ogni colonia romana veniva eretto un tempio alla triade capitolina e che prima di questa! epoca esso fosse ad aula unica. Gli Etruschi hanno dimostrato sempre una grande religiosità,! che era però diversa da quella dei Romani e il filosofo Seneca ci spiega il perché: “Hoc inter nos et Tuscos….interest: nos putamus, quia nubes collisae sunt, fulmima emitti. Ipsi extimant numes collidi, ut fulmina emittantur; nam, cum omnia ad reum referant, in ea opinione sunt, tanquam non, puia facta sunt, significent, sed quia significatura sunt, fiant (Seneca Quaest. Nat. II, 32,2) (La differenza fra noi Romani (e Greci) sta nel fatto che noi crediamo che i fulmini scocchino a causa
dell’urto fra le nubi, mentre essi, al contrario, ritengono che siano le nubi ad urtarsi per far scoccare i fulmini). Dove sta la differenza? Non possiamo dire che i Romani diano una
spiegazione più scientifica degli Etruschi, poiché anche quest’ultimi ravvisano scientificamente la causa che è all’origine della deflagrazione dei fulmini. La differenza invece si deve ravvisare nella maniera in cui viene a verificarsi questo femomeno naturale.
I Romani, danno una spiegazione “laica”, nel senso che il fenomeno per loro non è legato a nessuna volontà divina, ma solo naturale. Gli Etruschi invece, più religiosi, sono del parere che (come dice il proverbio): !“Non si muove foglia senza che Dio non voglia”. Per gli etruschi, dunque, i fenomeni naturali, sono comandati dagli dei. Non è scaramanzia quella degli etruschi, è religiosità vera. Essi non avevano una religione “pantofolaia” e di facciata come i Romani, i quali accettavano nel loro Pantheon anche gli dei sconosciuti degli stranieri.
Un altro tempio molto importante, risale nella sua prima costruzione arcaica al VI sec. a.C. è !il tempio Grande di Vulci, a nord del Foro, il! quale per le sue dimensioni era molto più grande del tempio di Salomone. Esso era lungo 42,60 metri !(circa 94 cubiti) e largo 28 (62 cubiti). Il tempio poggiava! su una piattaforma in filari di nenfro. L’edificio di culto si presentava a cella unica, circondata da un colonnato a quattro colonne sui lati brevi e sei su quelli lunghi che sorreggevano la copertura a doppio spiovente decorata con statue di terracotta. Non sappiamo a quale
divinità il tempio venne consacrato, forse essa è collegabile con la statua acefala di Prassitele conservata nell’Antikensammlungen di Monaco di Baviera. Quando decade il tempio in linea generale? Quando viene meno la sua funzione originale, cioè quella di ospitare il dio e il tempio diventa più o meno un “mercato”. (Gesù salì a Gerusalemme e trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e là, seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti dal tempio, con le pecore e i buoi…N.T. Giovanni 2,23)
Presso gli ebrei la decadenza avviene già quando essi tradiscono la legge di Jaweh. Tradendo il “Patto” e tornando ad adorare gli idoli e Mammona, essi compiono ciò che a Dio era più abominevole. L’oro e l’argento tornano ad essere per i discendendi di Mosè qualcosa di attraente, di ineluttabile.Essi non cedono alla tentazione e si costruiscono un vitello d’oro. “Certo l’argento ha le sue miniere e l’oro un luogo dove si raffina. Il ferro lo si estrae dal suolo, il rame si libera fondendo le rocce….Ma la sapienza dove si etrae? E il luogo dell’intelligenza dov’è?… (Giobbe, 28,1,12) Così Giobbe si rivolge sconsolato agli Israeliti e conclude: “Ecco, il timore del Signore, questo è sapienza, evitare il male, questo è intelligenza”.
Non da meno si comportarono gli Etruschi e altri popoli
italici. Noi usiamo dire in Toscana a chi non pensa altro che al denaro !“i soldi gli hanno dato alla testa”; così agli Etruschi dette alla testa il ferro che estraevano dalle loro miniere in Toscana nel Lazio; questo metallo equivaleva all’oro di oggi. Essi divennero in poco tempo così ricchi che le loro abitudini e il loro modo di vita sfociò in quella immoralità e in quella scostumatezza che tutti conosciamo. Al pari di loro si comportarono Greci e Romani. A questo punto i templi e le religioni persero il loro valore originale diventando niente più che belle tradizioni, bei luoghi da visitare e abbellire; o! nel caso peggiore dei veri mercati, come indicato dall’Evangelista Giovanni. Purtroppo la storia è fatta di corsi ricorsi, e ciò che è successo anticamente si ripete oggi. Su ciò dovremmo riflettere.
Note
() Siamo all’incirca nel 970 a.C.
Bibloiografia:
Ranuccio Bianchi Bandinelli – L’Arte Etrusca – Editori Riuniti – Roma 2005
Leonardo B. Dal Maso – Roberto Vighi – Lazio Archeologico – Bonechi Editore, Firenze 1975
Tesori – Storie e leggende d’Italia – Vulci – Voci dal Pianoro – Anno II – n. 5 Agosto 2004
Marco de Marco – Fiesole – Area Archeologica e Museo – giunti Firenze 1999
Gianfranco Ravasi – Bruno Maggioni – La Bibbia – Via verità e vita – Edizioni San Paolo – Cinisello Balsamo 8Milano), 2009
Fulvio Nardoni – La Sacra Bibbia – Traduzione dai testi originali – Libreria Editrice Fiorentina, 1960
IL MATRIMONIO SECONDO I ROMANI E GLI ETRUSCHI
!Nel diritto romano il matrimonio è regolato nel diritto di famiglia. Dunque bisogna prima analizzare brevemente cos’è la famiglia per i Romani. Dobbiamo distinguere la famiglia intesa in senso stretto (Ulpiano) “Jure proprio familia dicimus plures personas, quae sunt sub unius potestate aut natura aut jure subiectae” (La famiglia in senso stretto è quella formata da più persone che sono soggette ad unica potestà, sia naturale che giuridica). In senso più lato la famiglia: “Communi jure familiam dicimus omnium agnatorum: nam…qui sub unius potestate fuerunt recte eiusdem familiae appellabuntur, quia ex eadem domo et gente prodit sunt”, cioé, si deve intendere per famiglia in senso lato l’insieme delle persone, che se fosse vivo l’ascendente comune in linea maschile, sarebbe sotto la potestà di lui. Il “paterfamilias” è colui che assicura la
solidarietà familiare.
Alla morte del “pater” i figli rimangono insieme uniti in “consortium”. A questo punto possiamo analizzare l’istituto del matrimonio: “Matrimonium est viri et mulieris coniunctio individuam consuetudinem vitae continens” (Matrimonio è l’unione dell’uomo e della donna, con l’intenzione di esser marito e moglie). Come abbiamo visto il matrimonio è in perfetta sintonia con la “familia” (diritto arcaico). Essendo la famiglia una comunità perpetua e solidale, il matrimonio, contratto nell’ambito religioso, ha la funzione di assicurare la perpetuità della famiglia e del culto familiare. Con il matrimonio la moglie esce dalla propria famiglia per entrare in quella del marito sotto la potestà dello stesso o del padre del marito (manus). Nel matrimonio romano uomo e donna non hanno gli stessi diritti. Pur essendo quest’ultimo irresolubile, salvo alcune giuste cause, il! marito può ripudiare la propria moglie, ma solo in casi stabiliti. La donna, invece non ha facoltà di ripudio. Questo in età arcaica. Il matrimonio classico è ispirato a principi diversi: non essendo più sentita la religione familiare né la perpetuità della famiglia,! viene meno il significato religioso del matrimonio. Il matrimonio si regge su principi nuovi (I sec. a.C.): esso scaturisce dalla volontà dei coniugi di essere considerati marito e moglie (affectio maritalis); il matrimonio comporta l’uguaglianza dei
coniugi; il matrimonio non introduce più la moglie nella casa del marito.
Cosa occorre e quali sono i requisiti per il matrimonio romano? In ordine assoluto essi sono: a) la capacità naturale. Non possono contrarre matrimonio gli uomini (ragazzi) inferiori ai 14 anni e le donne (bambine) inferiori ai 12 anni. Non possono contrarre matrimonio coloro che hanno imperfezioni fisiche di carattere anatomico, e funzionale; b) la capacità giuridica vale a dire essere in possesso dello “status libertatis”, essere cioè uomini liberi e dello “status civitatis”, cioè cittadini romani. Non è valido un matrimonio di un libero con una schiava, né un matrimonio di un cittadino romano con una persona straniera. La bigamia esclude la possibilità di contrarre matrimonio, anzi essa è punita. Per contrarre un valido matrimonio sono inoltre dispensabili: a) il consendo dei nubendi;! b) il consenso del paterfamilias. Alcune situazioni ostacolano il matrimonio: a) la parentela (o affinità) entro dati limiti;! i matrimoni fra senatori e liberte; matrimonio fra adultera e il suo complice, ecc. Al matrimonio sono legate alcune leggi o consuetudini, fra queste, gli sponsali, cioè la promessa di matrimonio conclusa dal pater della donna e il futuro marito, che comportano il pagamento di una penale in caso di inadempimento.
Il matrimonio si scioglie per una serie di cause: a) quando muore uno dei coniugi; b) la prigionia di guerra; per fatti incestuosi; per divorzio. Divorzio per la legge romana è il venir meno da parte di uno o entrambe i coniugi! della “affectio maritalis”. Si attua mediante una dichiarazione scritta o orale in presenza di due testimoni. Quando si divorzia? “Divortium ex justa causa”, comprende tutta una serie di casi, fra queste: a) adulterio; l’essere andata al banchetto o al bagno con uomini; aver frequentato spettacoli pubblici, senza la volontà del marito; tentativo del marito di prostituire la moglie; rapporti del marito con altra donna, nella casa natale.
Per quanto riguarda gli Etruschi la cosa si complica di molto, non avendo a disposizione alcuna fonte scritta, ma solo raffigurazioni artistiche, su vasi, affreschi, ecc, e, un cospicuo numero di epigrafi tombali o relative alla proprietà terriera, o alla religiosità. In età arcaica, villanoviana, alcune figurine umane, affrontate,! incise su vasi villanoviani e propriamente gli atteggiamenti di queste ci fanno supporre una unione sotto forma di vincolo matrimoniale fra uomo e donna. Questo però, a differenza di quello romano, era basato sull’uguaglianza dei diritti fra uomo e donna. “Paterfamilias” e “materfamilias” rappresentati in un carrello da Bisenzio hanno la medesima altezza e ciò farebbe supporre che siano sentiti sullo stesso piano. Anche per quanto concerne la proprietà essa è un diritto anche femminile. Nelle tombe etrusche infatti è
possibile leggere su manufatti fittili e altri oggetti “Io sono di Tito”, oppure “ Io sono di Nuzinaia”. La famiglia, con la sopravvenienza di un ceto elevato, causato dalle ricchezze accumulate, comprenderà anche i servi. Questi ultimi li vediamo indaffarati, nudi o vestiti appena con il classico ‘chitonisco’ mentre servono i loro padroni sdraiati sul letto. Esistono poi, come ho già detto diverse epigrafi. Fra queste citiamo una iscrizione su un sarcofago fenninile di Tarquinia del IV sec. a. C: “Larthi spantui larces spantus sex Arnthal partunus puia”. (Larthia Spantonia figlia di Larce Spantonio moglie di Arunte Partuno). In lingua etrusca “puia” significa “moglie” . La moglie etrusca, a differenza di quella romana, doveva avere molti più diritti e molta più libertà. Essa sedeva nei banchetti o simposi accanto al marito e spesso al nucleo familiare al completo. Aveva, come abbiamo visto, la capacità giuridica di possedere e godere di certi beni; poteva frequentare uomini e spettacoli al pari dell’uomo. L’unica cosa che mi sembra le fosse preclusa erano le cariche pubbliche e religiose. Nelle numerose iscrizioni funerarie non mi sembra mai di aver notato donne magistrato, donne con incarichi sociali o incarichi militari.
Non possiamo davvero spingerci oltre, poiché non sarebbe possibile causa la mancanza di fonti. Forse un giorno nuove scoperte ci permetteranno di dire qualcosa di più sull’argomento ‘matrimonio etrusco’.
Bibliografia:
Giovannangelo Camporeale – Gli Etruschi – Storia e Civiltà – Utet Torino 2008
Massimo Pittau – Testi Etruschi – Bulzoni Editore, 1990
Maurizio Martinelli e Giulio Paolucci – Luoghi Etruschi – Editore Scala – Antella (Firenze) 2006
Pasquale Voci – Istituzioni di diritto Romano – Editore Giuffré, Milano 1954
TARQUINIA: L’EPIGRAFE DEL ”SARCOFAGO DEL MAGNATE”
Sarcofago detto del “Magnate” dalla tomba dei Partunu. Seconda Metà del IV secolo a.C.
“VELTHUR PARTUNUS LARISALISA CLAN RAMTHAS CULCNIAL ZILX CEXANERI TENTHAS AVIL SVALTHAS LXXXII” (II metà del IV secolo)
(Veltur Partuno quello (figlio) di Laris, figlio di Ramta Cuculnia (è morto) esercitando la pretura jure dicundo vivendo gli anni 82) Traduzione di !Massimo Pittau
Dizionario della lingua etrusca, pag 105.
(Velthur Partunus, il (figlio) di Laris, figlio di Rama Cuclni, la presidenza per (?) il ceana svolto, anni vissuto 82) Traduzione di Helmut Rix – “La scrittura e la lingua” in “Etruschi una nuova immagine” pag. 224.
Così due illustri linguisti hanno tradotto questa epigrafe.
La prima parola a destra in alto “VEL5UR” (da destra verso sinistra; la scrittura etrusca è sinostrorsa) è il nome del “magnate” effigiato in altorilievo sul coperchio del sarcofago. Per la pronuncia della lingua etrusca non dovremmo avere nessuna difficoltà poiché, come afferma Helmut Rix: “Si parte dall’ipotesi che le singole lettere dell’alfabeto etrusco esprimano un valore fonetico analogo a quello dell’alfabeto modello (greco-occidentale) e a quello latino che ne è derivato”. Pertanto la prima lettera una F rovesciata si pronuncerà V; poi E (E rovesciata); l = L (un bastoncino con una sola aletta);
poi 5 sarà il segno del “TH”, poi “V” equivarrà al nostro U; ed infine una D rovesciata con la pancia verso sinistra è il segno della nostra “R”. Dobbiamo tener conto che questa è un’epigrafe! della seconda metà del IV secolo a.C. e che pertanto non si tratta di una iscrizione arcaica, per cui la grafia di certe lettere dell’alfabeto differisce da quella arcaica. Poi abbiamo il gentilizio maschile “PARTUNUS” (della famiglia Partunu). Qui dobbiamo osservare che la P etrusca è come una L rovesciata.
Seguono le parole “LARISALISA CLAN”. “Clan” significa “figlio”; pertanto “larisalisa” sarebbe un patronimico pronominale del pronome “Laris”: (di quello-a (figlio-a) di Laris). Poi “RAM5AS CUCLNIAL”, cioè “Figlio di Ramta Cuculnia”. Nel sarcofago quindi oltre al nome del defunto vengono specificati i nomi dei genitori, in questo caso Laris e Ramtha. Quest’ultima appartiene alla famiglia Cuculnia, nome che corriponde al latino
“cocles” (cieco ad un occhio). Una volta specificato nome e cognome e il nome dei gentitori, la scritta ci dice cosa faceva nella vita Velthur Partunus. Egli era uno “ZILX”. Questo nome è tradotto con “pretura, consolato, magistratura, ecc.) quindi “ZILX CEXANERI TEN5AS” quivale a “mentre esercitava la pretura (o la magistratura)”; “SVAL5AS” (vivente, vivendo); “AVIL” (fino all’età) di 82 anni. E’ qui interessante vedere come venivano rappresentati i numeri: una freccetta rivolta in alto equivaleva a 50; tre crocelline equivalevano a trenta (10+10+10) e due bastoncini a due (1+1); totale 82 anni. Ricapitolando “VALTER PARTUNO CHE ERA FIGLIO DI LARIS E DI RAMTHA! CUCULNIA E’ MORTO A 82 ANNI QUANDO ANCORA SVOLGEVA LA PROFESSIONE DI PRETORE (A TARQUINIA)” .
EPIGRAFE BILINGUE !ETRUSCO-LATINA DI
PESARO
!
Purtroppo la lingua etrusca è difficile a tradurre anche nel caso di iscrizioni bilingui come in questo caso. Si tratta di un interessantissima epigrafe, che risolve, almeno in! parte, certi! interrogativi legati al significato di parole etrusche. Essa proviene da Pesaro e si presume sia del I sec. a.C. quando ancora la cultura e la lingua etrusca non erano completamente spente.!!Ho detto sopra che le bilingui risolvono, almeno in parte, i dubbi che esistono sul reale significato di certe parole etrusche, poiché quasi mai le bilingui sono l’esatta traduzione dall’etrusco. In questo caso abbiamo nell’iscrizione sopra riportata l’epigrafe in lingua latina e in caratteri romani: “L.ATIVS.STE.HARVSPE(X)FULGVRIATOR sotto abbiamo la scritta etrusca che si legge da destra verso sinistra: (C)AFATES.LP.LP.NETSVIS.TRUTNVT.FRONTAC
Come possiamo ben osservare la lingua etrusca era completamente diversa da quella latina, anche se ci sono delle affinità. Se la lingua etrusca fosse stata dello stesso ceppo, oggi noi non avrenno difficoltà nella sua traduzione. Gli antichi storicici greci e romani dicevano che in Toscana e nell’alto Lazio si parlava una lingua per essi inintelligibile, misteriosa, che non aveva riscontri in
altre lingue parlate nell’Italia antica. Oggi, riguardo alla lingua etrusca sono stati fatti dei notevoli passi avanti , grazie anche al!confronto della !stessa non solo con lingue di!origine mediterranea, ma anche medio-orientale, fra queste le lingue dei popoli dell’antica terra della Mesopotamia. Giovannangelo Camporeale, uno degli etruscologi attuali!che io stimo di più,!nel suo libro “Gli Etruschi – Storia e Civiltà – Utet, 2004”, a pag.199 afferma: “L’interpretazione dell’estrusco, malgrado l’impegno di validi studiosi di diverse generazioni, è una meta ancora lontana. I punti su cui l’accordo è pressoché umanine riguardano le incertezze dei risultati correnti e molti interrogativi tuttora esistenti”. Tuttavia!fra gli studiosi linguisti etruschi possiamo però affermare che esistono i super ottimisti e i super pessimisti. Massimo Pittau! ha fatto un notevole studio sulla lingua etrusca, confrontandola con il lemnio, il lidio, il latino, il greco antico, egli però ha tralasciato il confronto della stessa con lingue dell’area orientale mesopotamica, cosa che invece ha fatto il linguista Giovanni Semerano ed altri.
Un aiuto nell’interpretazione dell’etrusco ci viene dato, come dicevo, anche dalle bilingui, la più famosa mi sembra sia la “Lamina di Pyrgi”; alla cui traduzione si sono cementati linguisti come il Pittau (Vedi M. Pittau – La lingua etrusca – Insula Editore – Nuoro 1997).
Anche questa epigrafe bilingue di Pesaro, che abbiamo preso in considerazione non corrisponde perfettamente!la
truduzione latina con la traduzione etrusca; però è un aiuto notevole e fissa dei punti importanti sul significato di alcune parole. La traduzione latina è questa:
a)!!!“Laris Cafatius Larisis Filius Stellatina haruspe(x) fulguriator” (Laris Cafatio figlio di Laris della (tribù) Stellatina aruspice/interprete dei fulmini);
b)!!! quella etrusca: “Cafates net”vis trutnvt frontac” (Laris Cafatio (figlio) di laris aruspice e interprete fulgurale)
Sappiamo che gli Etruschi traevano i loro auspici sul futuro, oltre che dall’esame di visceri animali, dal volo degli uccelli, ma anche e soprattutto dall’esame dei fulmini (provenienza, luogo di caduta, formazione degli stessi, ecc.). Questa epigrafe è molto utile poiché ci dice con certezza assoluta che la parola etrusca “net3vis” significa “arupice” e che “frontac” significa ‘fulgurale’, cioè relativo ai fulmini.
Inoltre questa epigrafe bilingue è interessante per alcune lettere dell’alfabeto come la “f” o “h” aspirata che si rappresenta con il segno “8” (vedi scritta). Inoltre, noi sappiamo che nell’alfabeto etrusco esistono solo quattro vocali: a,e,i,u; la vocali e manca la “o” perché sostuituita da “u”. Mentre qui in questa bilingue! di Pesaro del I sec. a.C. compare la “O”! e viene! indicata con il segno:
Come abbiamo potuto constatare l’esame delle epigrafi etrusche è molto interessante e può riservarci numerose sorprese in campo linguistico, ma anche sulla storia del popolo etrusco.
Paolo Campidori, Copyright Bibliografia:
Giovannangelo Camporeale – Gli Etruschi – Storia e Civiltà – Utet, Torino, 2004
M. Pittau – Testi Etruschi – Bulzoni Editore – Roma, 1990
M. Pittau – Dizionario della lingua Etrusca – Dessì, sassari 2005
Giovanni Semerano – Il popolo che sconfisse la morte – Bruno Mondadori, Milano 2003
VETULONIA: MI CHIAMO AULO FELUSKE
!
Mi chiamo Aulo Feluske e per chi non lo sapesse sono stato un valoroso guerriero. Questa non è esattamente la traduzione della epigrafe inscritta nello spazio che fa da cornice al guerriero; e lo vedremo dopo. Il guerriero Aulo o Avile sta procedendo!verso il campo di!battaglia, incurante degli ostacoli mortali, delle trappole e trabocchetti, come
indicato simbolicamente, ma anche realisticamente,!dalla punta di! una lancia che sbuca dal terreno del campo di battaglia. L’incedere del guerriero è deciso, senza titubanza e indica il nemico con l’indice della mano. Aulo ha un arma di offesa, una bipenne, che sarebbe una scure a doppia lama; e uno scudo per la difesa personale. La testa del guerriero è coperta da un elmo sovrastato da una vistosa criniera. Lo scudo è rotondo e presenta una decorazione! esagonale nella quale è inserito un fiore esapetalo (simbolo del sole?). Il guerriero, come usava presso gli etruschi, affronta il nemico completamente nudo e depilato, forse per non offrire appigli al nemico.
Purtroppo la stele non è integra, manca un piccolo angolo nella parte superiore destra e presenta una lacuna nella parte ineriore destra. Ciò non ci impedisce tuttavia di interpretare l’epigrafe. Devo dire che si tratta di una stele molto importante poiché risale al VII sec. a.C., periodo in cui fu introdotta la scrittura presso gli etruschi. Se la decifrazione dell’epigrafe non presenta difficoltà nella parte iniziale , essa tuttavia, risulta un po’ problematica nella parte centrale e finale. Per la traduzione di questa epigrafe io ho consultato tre testi del Prof. Pittau: “Testi etruschi” del 1990; “Lingua Etrusca – Grammatica e Lessico, 1997” e “Dizionario della Lingua Etrusca, 2005″. In questa epigrafe non ci sono solo difficoltà di traduzione ma anche di decifrazione a causa, come dicevo, delle lacune e delle abrasioni della pietra. La traduzione dell’epigrafe più
recente, fatta dal Pittau, !(Dizionario 2005) concorda, più o meno con quella meno recente (Grammatica 1997), e cioè: “(Mi A)uvile3 Feluske3 Tu3nutal Panala3 mini mul\uvaneke Hirumi(ni)a 6ersnala3”. La decifrazione dell’epigrafe in “Testi Etruschi, 1990” è un po’ diversa: “ (Mi A)vele3 Feluske3 tusnutn(ies) (Pa)panala3 mini muluvaneke Hiruminia 6ersnaxs”. Ovviamente le due decifrazioni dell’epifrafe danno due traduzioni diverse l’una dall’altra. Quella più recente! dà questa traduzione (Dizionario): “Io (sono la stele) di Aulo Falisco (figlio) di Tusnutia (figlia) di Panalio; mi ha donato Hirmia (figlia) di Personalio (Hirmia sarà stata la moglie di Aulo Falisco)”. La traduzione meno recente (1990), invece, dava questo risultato: “Io sono Aulo Felisco di (figlio) Tussidio (e) di Papania – Mi ha donato Firminio Perugino”. Ovviamente!dovremmo dar credito alla traduzione più recente del Dizionario del 2005, e ciò è ovvio poiché in quindici anni lo studio della lingua degli Etruschi ha fatto passi notevoli ed è normale correggere ciò che era valido nel 1990 e non lo è più nel 2005.
La stele di Aulo o Avile Feluske proveniente da Vetulonia e che si trova a Firenze nel Museo Archeologico, è molto interessante oltre che per la raffigurazione del guerriero armato di bipenne, è interessante pure per la grafia etrusca dei primordi, essendo uno dei primi esemplari di epigrafia etrusca introdotta in Etruria nel VII secolo a.C.. Inoltre l’epigrafe, che non è chiarissima nel suo significato, ci dice che il guerriero era nativo ed originario di Falerii (l’odierna
Civita Castellana, Viterbo) in quanto Feluske3, significa appunto questo. Dunque Aulo o Avile potrebbe essere morto in battaglia a Vetulonia! (come potrebbe essere deceduto di morte naturale). Tuttavia la prima ipotesi mi sembra la più convincente, in quanto gli Etruschi, pur non essendo un’entità politica organizzata nel senso moderno, in certi casi le città etrusche si davano reciproco aiuto in caso di guerre (ma non è una regola).
La grafia sella stele, come dicevamo è ‘primitiva’ se possiamo usare questo termine. Ci sono delle particolarità che fanno risalire questo tipo di scrittura appunto alla fase del VII sec. a.C.: la “m” e la “n”, segmentate nella parte superiore; la “t” con due trattini orizzontali nell’asta verticale, ecc.
Per concludere vorrei espremire il mio giudizio sulla!decifrazione della terza parola della stele, partendo!dall’alto a destra e scendendo verso il basso,!dopo le parole “Avile3” e “Feluske3” c’è la parola “Tsnutn(ies)”, che il Pittau avreva tradotto, nel 1990 “di Tussidio”, poi corretto con “Tusnutal” (di Tusnutia). In realtà non è ben chiaro se l’ultima lettera della parola (indicata nella foto con una freccia) sia una “A” oppure una “N”. Potrebbero essere sia l’una che l’altra; però!io sarei dell’opinione che si tratti di una “N” e quindi, secondo la mia modesta opinione,!la traduzione giusta sarebbe “Io!(sono la stele) di Aulo Falisco figlio di Tussidio” e non “Io (sono la stele) di
Aulo Falisco figlio di Tusnutia”.
Paolo Campidori
“IGNORANZA” SUGLI ETRUSCHI? SOLO LA PUNTA DI UN ICEBERG
Molte volte, capita di avere fra le mani libri di esimii professori, archelogi, glottologi, e studiosi in genere di Etruscologia, i quali fanno risaltare, a prima vista, le copertine, quasi sempre accattivanti e con titoli evidenziatissimi. Parlo di persone specializzatissime in materia, non faccio riferimento ai cosiddetti ‘dilettanti’, categoria snobbata dalle ‘eminenze grigie’ della ‘scienza’ dell’etruscologia. Tuttavia i ‘professoroni’ non tengono in debito conto che alcune delle maggiori scoperte archeologiche, sono dovute proprio alla grande passione e al formidabile intuito di persone che non avevano niente a che fare con l’archeologia, tanto per citare alcuni nomi: Isidoro Falchi, medico, che ritrovò l’antica città etrusca di Vetulonia, il Dr. Schlieman che ritrovò le antiche città del civilizzatissimo Oriente, Champollion, che decifrò per primo la ‘stele di Rosetta’ e gettò le basi per comprensione della lingua egizia, ecc, lo scrittore Lawrence, ecc. L’elenco potrebbe continuare per molto.
Lasciando da parte i ‘dilettanti archeologi’, oppure i cosiddetti ‘orecchianti linguisti’ voglio prendere in esame
alcuni libri, dizionari, traduzioni, ecc. di alcuni autori, nomi altisonanti, che operano in campo archeologico, filologico, etc. etc., ma mi sono promesso, assolutamente, di non fare alcuna citazione né sui libri, né sugli autori. Prendo a caso uno dei molti Dizionari della Lingua etrusca; una traduzione di epigrafi; una ricerca sulle origini del popolo etrusco; una ricerca delle origini della lingua etrusca.
Leggo con interesse, quanto da essi asserito nei loro libri, anzi, mi soffermo su alcune “Introduzioni” ai libri stessi e mi accorgo che l’Autore o certi Autori, sono più preoccupati a dire cose che !non siano in conflitto con certi etruscologi ‘capi-scuola’, cioè coloro che hanno preso in eredità la scuola dei vari Pallottino, ecc., il quale ormai, per alcuni è diventato inattaccabile, non minimamente scalfibile. Si devono accettare le sue teorie, così come sono, punto e basta. Insomma certi! Autori di libri sugli Etruschi, stanno più attenti a essere “allineati”, oppure (per usare un termine poco corretto) “politically correct”, senza curarsi del fatto di dire o scrivere delle sciocchezze. Ovviamente la mia non vuole essere una generalizzazione, ci sono archeologi seri, ben preparati, che tuttavia, per la posizione che occupano o per amicizia verso l’archeologo Tizio o il linguista Caio, per non entrare con essi in conflitto, sono costretti a tacere.
Ma torniamo ai libri dei “Prof”. Superate le incertezze e i
“patetismi” delle accennate “Introduzioni”, come molte volte mi capita, non solo leggo i libri di questi ‘scienziati’, ma addirittura tante volte li studio. Purtroppo però, il più delle volte mi capita, che, nello stesso argomento, l’esimio ‘prof” X è in contrasto con ciò che dice l’illustre ‘prof’ Y. Allora il dubbio mi tormenta. Se l’archeologia, se l’etruscologia, e, in particolare la linguistica, sono scienze, e scienziati sono coloro che studiano queste discipline, dovrei avere delle risposte univoche su tante materie, o tutt’al più pressoché combacianti. A meno che, come si usa dire per la matematica – che la essa non è un’opinione- Allora dobbiamo chiederci se la scienza etruscologica è veritiera, oppure se non si tratta di scienza, ma di qualcosa che aspirerebbe ad essere scienza ma (almeno per il momento) non lo è in maniera sufficiente. Non parlo delle date degli avvenimenti storici, sui quali abbiamo sufficiente garanzia, poiché tramandati da autori antichi e neppure parlo delle regole generali sulle quali si fonda l’archeologia moderna. In questo campo, specie nel campo del restauro, sono stati fatti passi da giganti, grazie anche ai mezzi tecnologici messi a disposizione degli archeologi e dei restauratori. Tuttavia, secondo me, si potrebbe discutere sulla validità di certe attribuzioni, ma soprattutto della datazione dei reperti. Girando e visitando i musei archeologici, ho visto nelle vetrine degli stessi oggetti catalogati come etruschi e i medesimi IDENTICI oggetti catalogati di epoca medievale. Oppure reperti risalenti al VII sec. a.C. e gli stessi oggetti, con stesse caratteristiche,
in Musei Orientali, catalogati al XVI-XV secolo a.C. Molto poi ci sarebbe da dire sul famoso isotopo Carbonio 14, usato per la datazione di reperti e su certi risultati, ottenuti con il DNA, a proposito della ricerca dell’origine (provenienza) degli Etruschi.
Riguardo a questi argomenti le opinioni sono molto contrastanti, specialmente fra i così designati “addetti ai lavori”. Fra di loro ci sono studiosi che ormai danno tutto per scontato, tutto risolto, insomma, certuni, forti che la loro tesi è avallata dal ‘prof’ Tizio o dal ‘prof’ Caio, affermano che le loro asserzioni sono ‘definitive’, sono ‘inoppugnabili’, ‘inappellabili’, ecc. Insomma, per questi ‘pilastri’ dell’Etruscologia, tutto è risolto (forse, sarebbe meglio tutto è ‘risotto’? Scusate la !brutta battuta!), non ci sono misteri, né sulle origini, né sulla provenienza (in quanto gli Etruschi non provengono da nessuna parte, sono stanziali, o meglio, come usano definire gli specialisti riempiendosi la bocca: ‘autoctoni’), né sulla lingua, insomma – per essi – gli Etruschi erano uno dei tanti popoli italici, i quali hanno fatto la stessa fine di tutti gli altri popoli pre-romani, per essersi opposti ai grandi Imperatori Romani ‘civilizzatori’ dell’Italia antica, dell’Europa e del Vicino e Medio Oriente . Direte voi: “Sic transit gloria mundi?” Sì, però la frase! può essere riferita ai popoli vinti, come anche ai vincitori)
Però, !la Tabula Cortonensis è stata tradotta in mille modi diversi, oppure i famosi cippi fiesolani, i cosiddetti “tular”, non solo sono stati tradotti in maniere diverse, ma sono stati addirittura “letti” (decifrati) differentemente da uno studioso all’altro, dato che, ad esempio, un ‘prof’ ha scambiato una ‘P’ etrusca per una ‘T’, e via discorrendo. Questa è solo la punta di un iceberg che ci fa capire quanto siamo ancora lontani dalla conoscenza degli Etruschi e della lingua etrusca e quanto siamo ancora lontani da poter definire l’Etruscologia una scienza esatta. !E’ perfettamente, non dico inutile, perché niente è inutile, anzi, è proprio il contrario, ma è un controsenso vedere pubblicati certi ‘vocabolari’, i cui vocaboli sono al novantacinque per cento nomi propri di persona e del restante cinque per certo ci si avvale dei dubitativi: ‘probabilmente’, ‘forse’, ‘significato ignoto’, ecc. Un altro problema: la lingua etrusca è indo-europea? Sarà indo- europea, ma se, per definirla ciò, si fa un raffronto sui numerali da uno a dieci, dovremmo almeno ammettere che numeri etruschi e numeri latini o di altre lingue sicuramente indo-europee, sono completamente diversi. Esaminiamo i numerali etruschi: thun (uno), zal (due), ki (tre), huth (quattro), mac (cinque), 3a (sei), semph (sette), cezp (otto), nurph (nove), sar (dieci).
Per quanto infine concerne l’Origine (intesa come proveniEnza) degli Etruschi, qui siamo proprio nel marasma più completo: vengono dall’Oriente, dal Nord
Italia, dall’Ungheria, dal Mare Egeo, dall’isola di Lemno, dall’Africa, dai mari più sperduti, dalla Sardegna, dall’India, dall’Estremo Oriente, dall’Egitto, dalla scomparsa isola di Atlantide, dall’America meridionale, oppure, sono autoctoni, e, c’è chi ha azzardato anche che siano extra terrestri, venuti da pianeti di qualche sconosciuto sistema solare.
Non parliamo poi di mille altre cose che per certuni i quali asseriscono, ad esempio per quanto riguarda la lingua, che: “il problema non esiste”, o meglio ”esiste solo un qualcosa di cui non abbiamo conoscenza o abbiamo una conoscenza superficiale, ma che il problema verrà risolto”. Si, però una semplice frase, elementare, come “Mi spanti Nuzinaia”, viene tradotta come: “io sono il piatto di Nuzianaia” oppure “Io sono Nuzinaia”, che mi sembra ci sia una bella differenza. Senza parlare della pretesa che hanno alcuni ‘prof’ nel DEFINIRE! gli Etruschi nel suo complesso (la carta di identità di una popolazione): “Gli Etruschi sono un popolo vissuto fra il IX-I sec. a.C., che abitava il territorio fra Arno e Tevere”. Poi inevitabilmente si arriva alla ‘definizione’ vera e propria degli Etruschi. Sarebbe come dire: “dammi una definizione degli Italiani”. Mi sembra assurdo, certamente gli italiani dell’XI secolo erano sicuramente diversi dagli Italiani del Rinascimento o del XX secolo, per una infinità di cose. Tuttavia anche in questo caso si danno delle definizioni ‘categoriche’, ‘scientifiche’, ‘inoppugnabili’. Degli Etruschi si dice che
sappiamo “vita, morte e miracoli”. Io dico, beati coloro che hanno tante certezze, tanto ‘sicure’ da scrivere libri, vocabolari, ecc. per poi sentire dai loro illustri colleghi “tutto e il contrario di tutto”.
Vogliamo allora fare una cosa saggia, come, ad esempio, quando non riusciamo a capire un libro perché troppo difficile per noi in quel momento? Ebbene, lo chiudiamo, lo riponiamo con cura negli scaffali della nostra libreria, e lo andremo a riprendere al momento opportuno, e cioè, quando saremo in grado di poterlo capire. Si tratta solo di avere un po’ di pazienza.
Ciò non significa che la ricerca non debba andare avanti, semmai !dobbiamo assolutamente cercare di non dire sciocchezze inutili. Ciò può capitare a tutti, anche al sottoscritto!
DECIFRIAMO UNA EPIGRAFE ETRUSCA NEL MUSEO DI FIESOLE (FIRENZE)
Nel museo archeologico di Fiesole (Firenze)
Prima di tutto dobbiamo dire che, in genere, la scrittura etrusca è sinistrorsa, come in questo caso, cioè l’epigrafe va letta da destra verso sinistra. La prima lettera che noi vediamo all’estrema destra è una “M”, vale a dire un
bastoncino al quale è collegata una specie di seghetta a tre denti (se i denti fossero stati due, sarebbe stata una “n”). Lo stile della scrittura, come pure la forma della “m” ci fa capire che si tratta di una epigrafe abbastanza! arcaica, possiamo azzardare e collocare questa scritta fra il! VI e il V secolo a.C. La seconda lettere è una “i”, un semplice bastoncino verticale. Qui finisce la prima parola “Mi” che significa “Io”. Poi vedremo cosa sorttintende questo “Mi”. Ad esempio “Mi ma” significa “io sono”. In questo caso però il “mi” sottindende un verbo, e cioé “io (appartengo)”, oppure questa “(questa urna appartiene) a..”. La terza lettera!è una “a” ed!ha la forma di una una “a” rovesciata, cioè ha un andamento destra-sinistra. La quarta lettera che, come grafia è simile ad una “d” del nostro alfabeto,!è in realtà una “r”. La quinta lettera! a forma di ipsilon “y” è in realtà una “u”. Segue poi la sesta lettera che è una “n”. Osservate che in confronto della “m” ha un! dentino in meno. La settima lettera è un cerchiello con un puntino nel mezzo.
Questo segno equivale al suono “th”, che esiste anche nella lingua inglese, ad esempio “that” (quello). L’ottava lettera, l’abbiamo già trovata è una “i”. Anche la nona lettera, una “a” l’abbiamo già trovata. Qui si conclude la seconda parola “Arunthia”, che messa insieme all’altra parolina diventa “Mi Arunthia” Vediamo la terza parola dell’epigrafe. Essa comincia con una “m”, l’abbiamo già trovata, poi una “a”,
anche questa già conosciuta, poi una “L”! una stanghetta verticale, con un’altra più corta obliqua, una specie di gancio; poi ancora una “a” ed una “m”. La quindicesima lettera contando dalla destra verso la sinistra è una “e” rovesciata, un po’ particolare con le tre stanghette rivolte verso il basso, poi una “n”, seguita da unp’altra “a”. Conclude la terza parlola dell’epigrafe un segno a forma di “M”. Però non si tratta di una “m” bensì si una “s” (arcaica). Pertanto la scritta completa risulterà la seguente: “MI ARUNTHIA MALAMENAS”. Ora siamo in grado di tradurre l’intera epigrafe: “IO (APPARTENGO) AD ARUNTE MALAMENIO”. Essendo l’urnetta ricavata in tufo, vale a dire una pietra locale vulcanica potremmo azzardare l’ipotesi che questo importante!reperto, esposto nel Museo Archeologico di Fiesole, sia in realtà di provenienza della Tuscia laziale,! prababilmente della zona del Viterbese e risalga al V secolo a.C.
LA FORTUNA “IMPROVVISA” DEGLI ETRUSCHI
(con aggiunta di note esplicative) !
La fortuna “improvvisa” degli Etruschi, o per lo meno di quei popoli che abitavano la Toscana e il Lazio, fra il fiume Arno e il fiume e il fiume Tevere, è da ravvisarsi sicuramente nell’estrazione e nella lavorazione dei minerali
che si trovavano in abbondanza all’Elba, come sulle colline metallifere dell’entroterra toscano-laziale.
Fra l’VIII e il VII secolo si assiste ad un cambiamento “improvviso” del modo di vivere di queste popolazioni, che noi, per semplificare le cose chiamiamo “Etruschi”. Questo cambiamento nella vita di queste popolazioni tosco-laziali, almeno ai nostri occhi o secondo le nostre conoscenze (ma, non è così) cambia in modo radicale, con una certa rapidità. La civiltà cosiddetta “villanoviana” viveva in grosse capanne, seppelliva i loro morti in pozzetti, scavati nel terreno e nella roccia, entro vasi di terracotta, dopo averli cremati; adorava gli dei e li rappresentava con simboli e graffiti su vasi, utensili, !come la cosidetta svastica; costruivano gli !utensili per il fabbisogno domestico con materiali quali l’argilla, il legno, l’osso, l’avorio, ecc., ma conoscevano bene anche l’estrazione e la lavorazione dei metalli, la quale non avveniva a carattere, come diremmo noi, “industriale”, ma solo ARTIGIANALE, ossia, per il loro bisogno personale e del gruppo familiare. Non esisteva ancora in quei popoli, molto intelligenti, ma ancora un po’ primitivi, l’idea di arricchimento, come la concepiamo noi oggi. L’arricchimento semmai, era dovuto all’accentramento dei capi di bestiame, e, forse, più tardi, con la concentrazione delle proprietà terriere.
Volterra – Le Balze Volterra era una delle maggioori città dell’Etruria e una delle più ricche. Questa ricchezza fu
dovuta anche al notevole sviluppo agricolo della zona Se noi ammettiamo, dunque, che i popoli definiti da noi “villanoviani” da Villanova, presso Bologna (il nome è quanto meno restrittivo, poiché va considerato che questa “multi-etnìa” viveva sia sulle sponde dell’Adriatico, sia nel centro delle regioni Appenniniche, sia sulla costiera tirenica) erano bravissimi nella modellazione e nella cottura delle terrecotte, dei buccheri, ecc. ma anche, come abbiamo detto, nella fusione e nella lavorazione dei metalli, anche preziosi. E’ opinione certa che queste popolazioni avessero raggiunto una tecnologia avanzatissima! (anche se artigianale) per quanto riguarda la costruzione di forni fusori in grado di raggiungere temperature elevate, che permettevano loro di separare la roccia e il minerale terroso, dal metallo (ferro, rame, argento, ecc.).
Dobbiamo però fare un punto sull’origine di questa popolazione. Dobbiamo chiederci: chi erano questi villanoviani? Chi erano i popoli che abitavano da tanto tempo questi luoghi? Sicuramente dobbiamo dar credito anche a un origine autoctona! di una parte di questo popolo, cioè di coloro che sono nati e cresciuti in questi luoghi, la cui origine si perde nella notte dei tempi. Però non possiamo fermarci qui, dobbiamo cercare di conoscere quali altri popoli formavano quella “multi-etnia”, che noi per semplificare le cose chiamiamo “villanoviano-etrusca”.
Dobbiamo chiederci allora, quali documenti abbiamo per affermare questa cosa? Non possiamo certo risalire all’origine di questo popolo dai reperti archeologici, questi tutt’al più potranno rivelarci a chi sono appertenuti e tutta un’altra serie di informazioni e la loro databilità compresa fra il IX-XIII sec. a-C. e il II sec. a.C.
Questi simboli, queste croci uncinate, mezzelune, stelle, ecc. che si trovano graffite nei recipienti di terracotta, nelle tombe a pozzetto, segnalate esternamente con simboli che si rifanno al passagio dell’aldilà a forma di uovo, oppure simboli che definivano il sesso del defunto, come simboli fallici, ecc., non ci danno un indizio sicuro, ma ci dicono soltanto che essi si rifanno a popolazioni probabilmente semitiche molto antiche provenienti dai territori della Mesopotamia.
Perche possiamo ipotizzare questa cosa? Popoli semiti, hittiti, cassiti, dei territori di Babilonia, della Siria, hanno in comune con i cosiddetti “villanoviani” certi tipi di credenze, certi simboli come la stella, la luna (1), !rasoi A FORMA DI MEZZALUNA ecc. ecc. Sono solo mode importate? Questa cosa mi sembra improbabile. Dobbiamo invece pensare, con una certa serietà, che la Toscana, in epoche imprecisate, è stata “occupata”, ovvero “invasa” (probabilmente anche amichevomente, ma la cosa mi sembra improbabile) da popolazioni medio-orientali e dell’Asia. Non abbiamo, tuttavia, nessuna certezza di questo. Dobbiamo chiederci allora, cosa potrebbe venirci in
aiuto per dare una certa consistenza a questa teoria?
La risposta sarebbe la scrittura. Se in Etruria nell’IX-VIII i villanoviani avessero avuto una scrittura uguale o simile, ad esempio a quella di antichi popoli orientali ed avessero parlato le relative lingue, questo ci avrebbe dato un sicuro indizio che i “Villanoviani” (non ancora definiti Etruschi) potrebbero essere originari di quei luoghi.
Purtroppo, però, la scrittura, inizia nel periodo fine VII secolo, quando i “villanoviani” non sono chiamati più con quel nome, ma con il nome “Etruschi”. Questo nome, come quello per i villanoviani, lo abbiamo ‘coniato’ noi, essi (etruschi), in realtà, si definivano “Rasena” o “Rasenna” (nome del quale io ho ipotizzato, tempo fa, in un’altra mia ricerca, la sua traduzione in: “popolo che si radeva col rasoio”, o, in sub-ordine, popolo che adorava “la luna” (
), oppure, ancora “il popolo del Capo, dalla radice semitica Ras”)
Populonia – Necropoli di San Cerbone. populonia dovette la sua fortuna alla estrazione del prezioso metallo: il ferro, allora elemento essenziale per la vita e per la guerra. Le tombe principsche furono il risultato di questa ricchez all’estrazione del metalloza raggiunta dovuta
Cioè la scrittura sulle urne, negli affreschi tombali, ecc. nel periodo di quel cambiamento che a noi pare “repentino”, ma, in realtà, !non lo è più di tanto. Che tipo di lingua è? Si
tratta di un alfabeto greco, mutuato dai greci della città antica di Cuma (città campana già colonizzata dagli Etruschi) con una particolarità importante: la scrittura è sinistrorsa. Mi domando allora: perché mutuare un alfabeto da una lingua straniera come il greco antico e poi scrivere da destra verso sinistra (con le dovute eccezioni) e non da sinistra verso destra, come usavano i greci antichi? Posso, per questa ragione, essere autorizzato a pensare che ci sia stato un apporto medio orientale di popolazioni, semite (2) (in modo particolare) e altre dei territori della Mesopotamia, verso il XII-XI secolo a.C o precedenti? A me questa cosa sembra del tutto possibile, anche perché in Toscana sono sempre esistite (ed esistono tutt’ora) numerose comunità di origine semita, che vivono proprio come vivevano i villanoviani e gli Etruschi e i popoli orientali con i quali !hanno in comune moltissimi usi e tradizioni. Questi usi e caratteristiche sono, ad esempio, il pane insipido toscano, la scrittura sinistrorsa (cha abbiamo già detto), il modo di vivere in comunità organizzate in paesi arroccati sulle colline, paesi che hanno tutti le stesse caratteristiche, basti pensare a Pitigliano, Sorano, Campiglia, Suvereto, Castagneto Carducci, Populonia, Talamone ecc. ecc. dove tuttora vivono comunità, oggi dette di ebrei, oppure sono discendenti dalle stesse; alla stessa “c” toscana gutturale, detta “gorgia toscana”, alla superstizioni e ai gesti scaramantici, ecc., come l’uso delle corna, fatto con l’indice e l’anulare della mano, le
cosiddette “fiche”, ecc.
Ma tantissime altre sono le caratteristiche che legano la civiltà villanoviano-etrusca, ai popoli di origine Semita, bisognerebbe fare un elenco lunghissimo. Dunque “villanoviani “autoctoni” (mi si perdoni questa definizione alquanto riduttiva del popolo etrusco) ma mescolati con popolazioni di origine orientale e forse (solo più tardi, con i Fenici) africane. Gli stessi etruschi definivano la loro etnia “Mexlum Rasneàs” e non ci vuole molto a capire che si tratta di una “mescola”, di un insieme di razze, riunite sotto un unico Capo (Ras). Inoltre !la cosa non ci dovrebbe meravigliare più di tanto, specialmente oggi, che arrivano migliaia e migliaia di questi profughi da località del medio ed estremo Oriente, per fortuna con intenzioni pacifiche e non come in passato, periodo in cui si registrano invasioni e razzie davvero devastanti, subite dalle popolazioni italiche. ()
Visto e considerato che la scrittura può essere un aiuto(ma non più di tanto), !per capire l’origine dei villanoviani- etruschi, poiché non basta ritrovare un numero molto limitato di epigrafi (come è stato ritrovatonella piccola isola di Lemno nel Mar Egeo) per definire con sicurezza che una lingua e una scrittura (della quale noi possediamo invece decine di migliaia di epigrafi) assomigliano all’Etrusco (dobbiamo, in questo caso, definire e limitarci per forza al
termine “etrusco” poiché non sappiamo con sicurezza assoluta quale lingua parlassero i villanoviani). Certo, per conoscere l’origine della lingua etrusca, bisognerà considerare un apporto notevole anche !di certe popolazioni popolazioni dell’area dell’Egeo, come ad esempio i Lidi.
Ritornando all’argomento. Il cambio di certi costumi, l’adozione della scrittura, non sono elementi fondanti per affermare che il trapasso dal villanoviano all’etrusco sia stato repentino. Ciò proverebbe invece che alla popolazione multi-etnica “villanoviana” si sono aggiunte verso il VII sec. a.C. altre popolazioni, forse anche più progredite, di origine ORIENTALE (3).
Noi possiamo dunque affermare, con sufficiente certezza, che non vi sia stato un passaggio repentino delle lavorazioni dei metalli da forme artigianali e forme “industriali” ma sia stato un passaggio graduale nel tempo. (Questo termine industriale, riferito ai villanoviani- etruschi è un po’ ingenuo. Basti pensare che i popoli da noi considerati estraevano dai minerali solo una piccola parte dei metali che variava dal 30 al 50%). Un “industria” quindi ancora primitiva, ma senz’altro ottima per quei tempi.
E’ probabile che i villanoviani-etruschi, con l’apporto di certe popolazioni, specialmente (potrei ipotizzare anche) gli Hittiti, che erano “specialisti” nella lavorazione dei metalli,
abbiamo dato un apporto decisivo per le tecniche di estrazione del minerale nelle miniere toscane e laziali e per la loro trasformazione in metalli e in armi, in modo particolare. A questo deve aggiungersi il perfezionamento dei mezzi di trasporto, delle navi, in particolare, per i trasporti via mare, e la costruzione di una rete viaria che collegava !fra di loro le città tosco-laziali, di antica tradizione, e città cosiddette più moderne (circa V-IV sec. a.C.), dette “carovaniere”, situate in punti strategici, come Misa (Marzabotto), in provincia di Bologna e Gonfienti (Prato).
Per far capire meglio questo aspetto del cosiddetto “improvviso benessere” degli Etruschi, si potrebbe, ad esempio, fare un grafico, secondo i dettami della moderna statistica. Questo grafico del “benessere” Etrusco, è ipotizzabile, che abbia avuto un andamento crescente ma regolare all’inizio, !dall’VIII al VII secolo, per poi avere una forte impennata nei secoli VII-VI a.Ce una rapida discesa nel sec. V a.C. Questo cambiamento è senz’altro dovuto allo sfruttamento dei minerali così ricchi nei territori tosco-laziali,i Monti della Tolfa, e in Toscana,! in particolare, Elba, Campiglia, Populonia,ecc.
Non è ipotizzabile poter !attribuire questo cambiamento di abitudini e questo benessere esclusivamente all’agricoltura, alla forestazione, all’allevamento e all’artigianato, che sono
tipiche di una società agricola, come lo era la cosiddetta società villanoviana.
Dunque gli etruschi debbono ai minerali tosco-laziali e alla estrazione e lavorazione dei metalli quel cambiamento economico, che li fa passare da popolazione semi-nomade a popolazione stanziale; che dalle capanne li fa risiedere in città-stato organizzate con case costruite in pietre murate; che da una religione primitiva, li porta a costruire templi in muratura sempre più belli e complessi; che dalla forma funeraria della cremazione dei suoi morti, si trasforma in inumazione in tombe a tumulo, alcune di queste ricchissime e monumentali, proprio come quelle orientali; che da una forma di baratto, passa ad una forma di monetazione; che da un linguaggio simbolico sacrale passa ad una forma di espressione alfabetica, ecc.ecc.
Si potrebbe fare una equazione, forse un po’ azzardata ma efficace: la società moderna (la !Occidentale nostra per capirsi) si trasforma con l’industrializzazione avvenuta ad iniziare dal XVIII sec. e l’estrazione e lo sfruttamento delle materie prime e del petrolio iniziata agli inizi del sec. XX (energia quest’ultima, !che ha permesso alla società odierna un progresso industriale e scientifico senza pari) come, la società antica villanoviano-etrusca si trasforma con lo sfruttamento intensivo delle miniere e la lavorazione dei metalli.
ARNO: L’ORIGINE ACCADICO-SEMITICA DELL’IDRONIMO (FIUME)!
Sono state fatte tante ipotesi sull’origine di questo idronimo (
) da parte di tanti storici e linguisti. Primo fra questi vorrei citare Massimo Pittau, linguista storico vivente, che in uno dei suoi ultimi libri “Toponimi () italiani di origine Etrusca”, ha definito in maniera quasi telegrafica l’origine del nome: “Arno (fiume, Toscana), è da connettere con il gentilizio femm. Etr. Arnai e con quello lat. Arnius, nonché probabilmente con l’tal. arna,! arnia (voci prelatine, AEI,DELI) (DETR)”.
Forse l’Arno meritava qualche parola in più.
Giovanni Senerano (1911-2005), anch’egli linguista storico di fama a proposito del fiume Arno non si dilunga troppo, e scrive nel suo libro “Il popolo che sconfisse la morte – Gli etruschi e la loro lingua, Bruno Mondadori Editore, 2003”: “Il Devoto (uno dei suoi maestri, linguista) annota tra i nomi mediterranei Arno, “fiume dal letto incavato”. L’etimologia è quella di medioevale arna (la cassa o vaso delle api, istriano arno (insenatura rocciosa). Arnus che richiama il fiume profondamente incassato della Palestina, Arnon definisce il suo significato originario anche
attraverso base semitica: accadico aranu”.
Mi sembra che fra i due illustri studiosi ci sia una convergenza sull’origine della parola Arno=arnia, con la differenza che il Semerano si spinge oltre l’etimologia italiana e romano-etrusca fino a giungere all’origine accadica del toponimo.
L’Arno d’argento al Girone-Fiesole (Firenze) Secondo il Pittau (Dizionario della Lingua Etrusca, Libreria Dessì, Sassari, 2005) nella lingua etrusca esiste anche il gentilizio Arnai: “Arnai “Arnia” gentil. Femm., da confrontare con quello latino Arnius (RNG), nonché probabilmente con l’ital, arna, arnia e con l’idronimo toscano Arno voci prelatine; AEI, DELI) (su vasi; Ad 2.31.32). Vedi Arni”
Un’altra studiosa ha proposto una etimologia aramaica: Arno=Leone vittorioso (Chiara Giannarelli – “E se Noé fosse approdato in Toscana?” Articolo apparso qualche anno fa sulla Rivista “Toscana Oggi”). Lascio il giudizio agli studiosi di lingua aramaica.
Il Semerano però propone !qualcosa di più convincente sull’origine di questo idronimo e lo fa a proposito della derivazione del toponimo Asinario, che deriverebbe dall’aramaico “apsû (acqua profonda), calcato da “#û, aggettivo, “sorgente”, e di Nar, la Nera, accadico n$ru,
semitico nahr (fiume, “canal”).
Verso l’anno Mille (990-994 d.C.), Sigeric, arcivescovo di Canterbury in un suo viaggio a Roma elenca le varie tappe della Via Francigena, iniziando da Roma fino al Canale sulla Manica, cita, tra le altre, due località ubicate sul fiume Arno fra Firenze e Pisa: “Arne blanca” e “Aqua (Arne) nigra”, che, come abbiamo visto deriverebbero dall’accadico e dal semitico ed equivarrebbero a “Fiume bianco” e “Fiume nero”. Questa contrapposizione Arno (fiume bianco,) e Arne (fiume nero), confermerebbe in pieno la derivazione di Arno dall’accadico-semitico aranu (arnia). Infatti il letto del fiume Arno, a quei tempi, era paragonato ad un semi-tronco di albero, utilizzato per le arnie delle api. Questa spiegazione è convincente anche perché esso, come già detto, richiama il fiume della Palestina, Arnon. Probabilmente queste popolazioni semite che ‘colonizzarono’ la Toscana verso il sec. X a.C., vollero dare all’Arno il nome! Arnon in onore e in ricordo di un loro fiume, situato nella loro patria d’origine: la Palestina.
A conferma di questa tesi il nome di Firenze sembra derivare dall’accadico birêtî, birêtê, che significa “terreno circondato dalle acque. Il Milani in “Notizie degli scavi” nel sito etrusco fiorentino, entro la cosiddetta “città quadrata” afferma che “Florentia emerge con questo nome, presumibilmente ricalco sonoro di un precedente toponimo
etrusco che doveva denotare un antico stanziamento lungo il fiume e del quale gli scavi per la sistemazione del centro, nell’Ottocento, fornirono testimonianza notevoli”.
Germani reali sulla sponda del fiume Arno al Girone- Fiesole (Firenze) A questo punto sarebbe legittimo chiedersi quale strada o quale fiume hanno percorso le popolazioni semitiche per stanziarsi nell’odierna Firenze. La risposta mi sembrerebbe più che ovvia: risalendo con le barche il fiume Arno (al quale dettero il loro nome), da Pisa, fino ad arrivare alla bella vallata fiorentina circondata dalle !ubertose colline di Monte Morello, Fiesole, Settignano. Qui si sistemarono portando con sé una grande civiltà, le loro tradizioni, la loro religione, e anche la loro lingua.
Paolo Campidori, Copyright HYPERLINK
“mailto:paolo.campidori@tin.it”paolo.campidori@tin.it HYPERLINK “http://
http://www.paolocampidori.eu/”www.paolocampidori.eu Note: (*) Idronimo equivale a fiume (
) Toponimo equivale a nome di località
ETRUSCHI: COME E’ NATA FIRENZE?
“VERSO LA FINE DEL X SECOLO a. C. C’E’ SICURAMENTE DOCUMENTATO IL PRIMO STANZIAMENTO DI GENTI ITALICHE NELLA ZONA ORIENTALE DELLA PIANURA FIORENTINA. ESSE PROVENGONO DALL’APPENNINO TOSCO- EMILIANO E COSTITUISCONO L’AVANGUARDIA DI QUELLA CORRENTE MIGRATORIA CHE DALLA VALLE PADANA SCENDE A POCO A POCO FIN SULLE RIVE TIRRENE: SONO GLI INDOEUROPEI PORTATORI DELLA CIVILTA’ DEL FERRO PRATICANTI, A DIFFERENZA DEI LIGURI INUMATORI, IL RITO FUNEBRE DELLA CREMAZIONE. LA PERFETTA CORRISPONDENZA CHE PRESENTA LA SUPPELLETTILE DELLE TOMBE ARCAICHE FIORENTINE CON GLI OGGETTI COSTITUENTI IL CORREDO FUNEBRE DELLE NECROPOLI “VILLANOVIANE” DELL’AGRO DI BOLOGNA (BENACCI I E II), FA SUPPORRE CHE LO SCAVALCAMENTO DELL’APPENNINO SIA STATO EFFETTUATO ATTRAVERSO LA VALLE DELL’IDICE, IL COLLE DI CANDA E IL PASSO DEL GIOGO, DONDE DISCESERO PER IL MUGELLO E LE VALLI DEI TORRENTI FISTONA E MUGNONE FIN SULLA OSPITALE SPONDA DELL’ARNO” (Mario Lopes Pegna – Firenze dalle origini al Medioevo – Del Re Editore, pag
19-20)
Secondo la teoria dello storico M. L. Pegna le genti “villanoviane” avrebbero fatto un percorso diverso da quello che oggi è più accreditato, sarebbero quindi i “villanoviani” del nord (Felsina) a ‘colonizzare’ la vallata fiorentina, verso la fine del IX secolo passando per la Valle dell’Idice (dove sono stati recentemente trovati importanti stanziamenti “villanoviami-etruschi-celtici), il Colle di Canda (che si trova ad est dell’attuale Passo della Raticosa, alle cui pendici sorge il paese di Pietramala) e scendendo verso il Peglio (ritrovamento di un idoletto etrusco, ora a Cortona) risaliva il Giogo fino al Passo dell’Ospedaletto (poi Osteria Bruciata), scendendo in Mugello e da qui a Firenze. A me sembra che questa ipotesi, formulata dallo storico Mario Lopes Pegna nel 1974, sia affidabile. Poi lo storico prosegue con la trattazione dei primi abitatori di Firenze: “….DI QUESTE GENTI ITALICHE VENNE IN LUCE VERSO LA FINE DEL SECOLO SCORSO, DURANTE I LAVORI DI RIORDINAMENTO DEL CENTRO DI FIRENZE UNA PARTE DELLA NECROPOLI, COSTITUITA DA UN’AREA DI OLTRE 4000 MQ E CHE SI ESTENDEVA DA VIA PELLICCERIA A VIA DEL CAMPIDOGLIO, PROLUNGANDOSI VERSO OVEST FINO A VIA VECCHIETTI. FURONO CASUALMENTE SCAVATE UNA VENTINA DI TOMBE, QUASI TUTTE
RAPPRESENTATE DAI COSIDDETTI OSSUARI VILLANOVIANI… Noi abbiamo la documentazione di questi ritrovamenti archeologici, di importanza estrema, in una serie di foto (fine Ottocento – primi Novecento) che sono visibili nel libro del Lopes Pegna.
Firenze – La città quadrata periodo etrusco-romano Foto aere IGM Io stesso, ebbi modo di vedere gli originali di tali foto (che poi furono inserite nel libro del Pegna) all’Opificio delle Pietre Dure, in Via degli Alfani a Firenze (Ministero Beni Culturali), verso gli anni ’80, dove io prestavo servizio come segretario; si trattava di fotografie bianco nero, planimetrie e disegni vari, riguardanti tali scavi, che io stesso inventariai in un Registro che dovrebbe trovarsi ancora (lo spero) presso Archivio di detto Opificio P.Dure. Prosegue poi Lopes Pegna riferendosi alle tombe villanoviane: “….NON SI TRATTAVA DI UN SEPPELLIMENTO OCCASIONALE (necropoli fiorentina n.d.r.) MA BENSI’ DI UN’AREA CIMITERIALE BEN DEFINITA E PERTINENTE AD UN VILLAGGIO DI PRISCHE POPOLAZIONI ITALICHE, LA CUI SEDE NON POTEVA ESSERE MOLTO LONTANA DALLA NECROPOLI”. E’ chiarissimo che si trattava della primitiva città (o villaggio) “VILLANOVIANO” sorto nell’area che poi diventerà la sede della Colonia Romana. Però bisogna notare un particolare molto interessante: il villaggio villanoviano si trovava ad una profondità
variabile da 5 a 7 metri dal piano stradale e circa UN METRO SOTTO DI QUELLA CHE POI DIVENTERA’ LA CITTA’ ROMANA.
Firenze – pendici di Monte Morello – La necropoli villanoviana di Palastreto Proprio qui sta il “mistero” della sparizione di questo grande villaggio “villanoviano”, esistito dalla fine del X secolo a.C. agli inizi dell’VIII sec, a.C., IN QUESTO METRO DI TERRENO ALLUVIONALE che celava appunto il precedente insediamento. Riportiamo queste significative conclusioni di M. L. Pegna al II capitolo del suo libro : “…CONSIDERANDO CHE LO STRATO IMMEDIATAMENTE SOPRASTANTE AGLI OSSUARI ‘VILLANOVIANI’ ERA COSTITUITO DA TERRENO ALLUVIONALE, ATTESTANTE UN LUNGO PERIODO DI ABBANDONO, FU ACUTAMENTE RILEVATO ‘CHE LA CITTA’ ROMANA SORSE SU DI UN TERRENO CHE DA TEMPO ERA STATO ABBANDONATO E CHE AI PRIMI COLONI POTEVA APPARIRE COME VERGINE, E NON EBBE A SUBIRE ADATTAMENTI AD UN CENTRO PREROMANO’”. E’ fin troppo chiaro a questo punto che l’origine di Firenze NON E’ ROMANA, bensì VILLANOVIANA (ed etrusca) ad iniziare dal sec. X a.C. E’ chiaro inoltre che la zona del villaggio fu ripetutamente sommersa dalle piene dell’Arno, che costrinsero i suoi abitatori ‘I Villanoviani’ a costruirsi un’altra città sulle alture delle colline che guardano Firenze
e l’Arno. Quindi l’ipotesi che Fiesole sia più antica di Firenze E’ FALSA. SI TRATTA DI UNA TEORIA CHE NON E’ SORRETTA DA ALCUNA DOCUMENTAZIONE, NE DA ALCUN RAGIONAMENTO LOGICO.! Paolo Campidori © Paolo Campidori Bibliografia: Mario Lopes Pegna – Firenze dalle origini al Medioevo – Del Re Editore, Firenze 1974 Daniele Vitali – Guida al Museo Archeologico di Monterenzio “Luigi Fantini” – Archeologia e storia nelle Valli dell’Idice e dello Zena – Bologna 2006 Paolo Campidori – Mugello, Romagna Toscana e Val di Sieve – Borgo San Lorenzo 2006
LA TOMBA DELLA MONTAGNOLA A QUINTO (FIRENZE)
La tomba della Montagnola, secondo la valutazioni degli archeologi, risalirebbe al sec. VII a.C. Si tratta di un edificio monumentale, usato per la sepoltura uno o più principi ed è composta da una aula o cella sepolcrale rotonda e da un corridoio di ingresso, detto dromos, e un corridoio scoperto che arriva al margine del grande circolo che costituisce il tumulo.
Sembra molto probabile che il dromos, da solo, costituisse
già una tomba, e che la cella sepolcrale rotonda con una grossa stele al centro, sia di epoca posteriore.
Il ‘corridoio’ coperto di accesso è costruito con la tecnica della ‘falsa cupola’ a tholos, edificato con una tecnica particolare e cioè quella di chiudere la cupola senza l’ausilio di infrastrutture. Questa tecnica consisteva nel sovrapporre in !anelli concentrici dei grossi massi squadrati, a forma di parallelepipedo! (che secondo gli esperti sono stati estratti dalle cave di Monte Morello) di dimensioni! e peso notevoli. Tale sovrapposizione però non avveniva con la tecnica dei massi sistemati “a filo di piombo”, ma ciascuna fila concentrica veniva fatta sporgere per un 20-30 per cento della larghezza dei massi, creando così anelli aggettanti verso l’interno che si rastremavano verso il centro della cupola fino a chiuderla; se si trattava di una dromos. verso il centro del ‘corridoio’ o dromos. Anche la porta interna di ingresso alla ‘falsa cupola’, di forma ogivale, è stata costruita con la medesima tecnica.! Al centro della cupola, una stele di forma a parallelepipedo , arriva fino alla sommità e ‘regge’ la lastra che copre definitivamente la struttura.
Non sappiamo la funzione esatta che questa stele avesse e sono state fatte più supposizioni una delle quali afferma che essa servisse per i riti funerari e per appendere oggetti di culto, immagini, ecc. Sicuramente, però questa non aveva
una funzione architettonica di sostegno, in quanto la ‘cupola’ si reggeva con la sola spinta concentrica degli anelli, sempre più rastremati verso la parte sommitale.
E’ probabile anche che il tumulo di terra a forma di collinetta potesse avere, oltre al compito di celare la tomba e di renderla impermeabile alle intemperie, avesse anche quello di stabilizzare la ‘cupola’. Questa! tesi tuttavia viene smentita dal fatto che la vicina tomba detta della Mula, che ha le stesse caratteristiche della Montagnola (è un po’ più piccola), non ha il pilastro centrale. Dobbiamo arguire quindi che lo stesso avesse altre funzioni.
Questa tecnica costruttiva che permette di costruire una cupola senza bisogno di incastellature, ha ispirato architetti di ogni tempo, in particolar modo nel Rinascimento. Noi sappiamo che presso la tomba detta della Mula (il nome forse deriva dall’etrusco, che significa ‘offerta’) fu costruita una bellissima villa Rinascimentale (detta della Mula appunto) che utilizzò la tomba per farne una cantina. Questa villa è stata ritratta anche nel Settecento dal pittore detto Il Volterrano, il quale ambientò in questa dimora il suo quadro con la rappresentazione di una delle famose “Burle del Piovano Arlotto da Macioli”. Ora noi sappiamo che il nostro grande Brunelleschi ebbe l’incarico di costruire la cupola di Santa Maria del Fiore, compito assai arduo, poiché nessun architetto del tempo aveva finora
trovato la soluzione giusta al problema. Sappiamo anche che questi grandi artisti del Rinascimento studiarono a lungo le opere dei classici greci, romani, ma anche etruschi, ed hanno lasciato disegni di questi loro studi e molti di questi si trovano al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi a Firenze. Siccome il Brunelleschi annunciò, con lo stupore di tutti, che avrebbe ‘voltato’ la cupola senza ponteggi, senza infrastrutture, è probabile che lo stesso abbia visitato, ad esempio, la tomba della Mula e abbia così scoperto il ‘segreto’ di tale costruzione e l’abbia proposto per la! Cupola di Santa Maria del Fiore, ovviamente concependo un progetto molto più complesso di quello originale ma elementare degli etruschi.
E’ probabile che la falsa cupola ‘etrusca’ sia il risultato ‘affinato’ derivato dalla costruzione dei corridoi (dromos) e delle porte edificati con la stessa tecnica. Esempi di questo genere non solo li troviamo in Etruria, ma a Micene (dove la tecnica è più raffinata rispetto a quella etrusca, ma identica nel concetto) ed anche presso le civiltà del Messico. E’ quanto meno singolare o azzardato pensare di fare questo accostamento, tenendo presente ciò che insegna la storia dei n ostri giorni. Cito alcuni esempi. Nel sito di Yaxchilán, fra il Golfo del Messico e l’Oceano Pacifico, in una galleria di accesso ad un edificio si osserva l’uso della falsa volta; lo stesso a Kabah, vicino al Golfo del Messico, l’Arco di Kabah, costruito con la tecnica del falso arco. Ci
sono moltissime affinità nella maniera di costruire, e non solo, fra le civiltà del Centro e Sud America e il mondo Occidentale, in modo particolare con Micene e l’Etruria. Nessuno mai potrà negare le affinità che esistono ad esempio fra la ‘piattaforma’ con scala di Chichen Itza (edificio destinato al sacrificio dei prigionieri di guerra), con il basamento a scala e decorazioni a volute della città etrusca di Cortona. Queste affinità non coinvolgono solo l’architettura, ma la tecnica di lavorazione della pietra, la lavorazione dell’oro, specialmente con la tecnica della filigrana: mi viene in mente il pettorale mixteco in oro rinvenuto nella tomba 7 di Monte Albàn; è affinità esistono pure anche in campo religioso. Forse gli Etruschi non hanno mai conosciuto gli Atzechi, i Maya e le altre civiltà sud-americane, ma ciò non toglie che tali civiltà, molto evolute, anche dal punto di vista della conoscenza astronomica e dell’orientamento con gli astri (forse era il loro principale interesse) si siano avvicinate di molto alle coste dell’Africa, della Spagna ed abbiano anche commerciato con quelle popolazioni. La scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo nel 1492 sarebbe solo la “scoperta dell’acqua calda”? Lascio a voi la risposta.
Termino dicendo, che contrariamente a quanto si era detto fino ad ora, a proposito degli Etruschi dell’Italia Centrale e, in modo particolare del comprensorio fiorentino e pratese,
sia tutto da rivedere. I proprietari delle tombe della Mula, della Montagnola, erano gente (principi o re) che avevano, come si dice a Firenze “una ballata di quattrini”, erano ricchi sfondati, proprietari latifondisti terrieri e gestivano il commercio della grande strada etrusca che dal Tirreno (Pisa?) arrivava nell’Emilia-Romagna in soli tre giorni. Lo testimoniano i ritrovamenti della città di Gonfienti, di Quinto, di Comeana, di Artimino, di Palastreto. Le pendici occidentali del Monte Morello, quelle che! guardano Peretola e le zone adiacenti erano tutte coltivate e non boschive come lo sono adesso. Lo dimostrano i terrazzamenti del terreno, delimitati da muretti a secco, ora ‘occupati’ dagli abeti, dove forse una volta regnavano le piante mediterranee, prime fra queste gli olivi e la vite.
Gli Etruschi non finiscono mai di stupirci. Per fortuna!
MISTERI DELLA LINGUA ETRUSCA: IL FALLO, DEFINITO “BISCHERO” DAI FIORENTINI E’ IL “VISCR” ETRUSCO?
!Anche se l’argomento può prestarsi a fare delle battutacce o della facile ironia, noi dobbiamo esaminare l’argomento con serietà.
Oggi la parola ‘bischero’ (*), è usata con grande dovizia sia in ambiente fiorentino che toscano, ma è conosciuta ormai in ogni angolo dell’Italia.
Secondo i ‘luminari’ della lingua ‘ufficiale’ italiana essa viene usata solo in un paio di occasioni. Cito testualmente il vocabolario della lingua italiana Zingarelli. “Bischero – a) legnetto degli strumenti a corda, piccolo, per tendere! le corde; b) bischello, pezzetto di legno per chiudere l’otre”. La “bischeriera” sarebbe il luogo dove si conficcano i bischeri negli strumenti.
Ora esaminiamo come sono fatti i “bischeri” per gli strumenti musicali. Si tratta in sostanza di cavicchi, fatti a forma di chiave, rotondeggianti, allungati, di forma ‘falloide’, nella parte inferiore e terminanti nella parte superiore con una specie di dischetto, per poter girare il cavicchio, o ‘bischero’ che si voglia chiamare.
Il ‘bischello’ o zipolo o ‘zipillino’ come viene chiamato nelle campagne toscane, è anch’esso un piccolo legno rotondeggiante, di lunghezza variabile, un po’ rastremato alla sommità. Che viene infilato nel buco dell’otre per richiudere la botte contenente il vino.
Già da questi esempi si deduce che “bischero” è un qualcosa a forma di ‘fallo’ che viene inserito in una cavità adatta alla circonferenza del ‘bischero’.
L’accostamento quindi del ‘bischero’ usato per scopi musicali o in enologia con il ‘fallo’, organo umano e
animale per la riproduzione, mi sembra fin troppo evidente. Si potrebbero fare altri esempi, ma mi sembra che si rischierebbe di cadere un po’ nel volgare e quindi mi astengo.
Noi dobbiamo provare però che la parola fiorentina ‘bischero’ derivi della loro antica lingua: l’etrusco, con prove e documenti convincenti (). Prima però dobbiamo parlare un po’ delle ‘offerte’ (o forse anche ex-voto) oggetti riprodotti in bronzo o ceramica, offerti agli dei, che sono stati ritrovati nei santuari sparsi un po’ in tutta l’Etruria. Essi consistono in mani, piedi, dita, statuette di offerenti, uteri, intestini e molti, moltissimi falli dalle fogge più differenti. Alcuni presentano solo il fallo altri anche i testicoli.
Il discorso ci porta immediatamente ad esaminare una epigrafe etrusca ritrovata a Paterno di Vallombrosa (AR) che specifica: “EIT VISCRI TUTE ARN# ALITLE PUMPU$”, che tradotto in italiano significa: “Questo ‘viscere’ ha donato Aruns Alitillius Pomponius”. Questa iscrizione è incisa su una tavoletta di offerente, della metà del III sec. a.C; l’offerente allunga la mano sinistra nella quale tiene un viscere, che dagli studiosi è stato identificato variamente: come un cuore, oppure un fegato, o un fallo.
Se è vero che ‘viscri’ può essere tradotto in senso generale con ‘viscere’ è altresì vero che il fallo in! etrusco è
chiamato ‘viscri’, parola da cui deriva vocabolo fiorentino ‘bischero’.
Questa tesi verrebbe ulteriormente avallata dal fatto che nella zona del litorale maremmano, in particolar modo nel livornese, l’organo maschile viene detto popolarmente ‘budiello’ vale a dire un viscere. E la frase: “i’ budiello di tumà” (il budello o viscere di tua mamma) equivarrebbe al fiorentino “i’ bischero di tumà”.
Da quanto sopra esposto, mi sembra che niente lasci un margine di incertezza al fatto che la parola del linguaggio fiorentino ‘bischero’ derivi dall’etrusco. Tuttavia la parola potrebbe avere ‘agganci’ (derivazioni) linguistici con lingue ancora più antiche. Non vogliamo però andare oltre e ci fermiamo qui.
Note:
(*)Il fallo, organo di riproduzione maschile, come pure l’organo femminile,! erano tenuti in grande considerazione dagli etruschi, anche perché essi rappresentavano simbolicamente il maschio e la femmina. Questi simboli (insieme ad altri) erano messi presso le entrate delle tombe (vedi ad esempio Cerveteri, Marzabotto, ecc.) per significare che la tomba apparteneva ad un uomo oppure ad una donna, oppure ad entrambi, se ad esempio marito e
moglie venivano tumulati in una tomba di famiglia.
(
) E’ stata spiegata da taluni l’origine di questa parola con un aneddoto che riguarderebbe una ricca famiglia fiorentina del Quattrocento, i Bischeri appunto, che si sarebbe indebitata per faciloneria. Oggi ‘bischero’ significa anche ‘facilone’, una persona poco scaltra, caratteristica non comune ai Fiorentini che sono scaltri, acuti e dotati di una grande intelligenza.
Bibliografia: Massimo Pittau – Dizionario della lingua etrusca – Libreria Dessì – Sassari
EPIGRAFIA ETRUSCA (LO STUDIO DELLA LINGUA DEGLI ETRUSCHI ATTRAVERSO LE EPIGRAFI)
Un preziosissimo reperto ritrovato nell’area fiesolana. Si tratta di un cippo confinario “Tular” E’ molto difficile stabilire l’origine, intesa nel senso della provenienza, di un popolo antico, in quanto tutti i popoli hanno subito “contaminazioni” con altre civiltà nel corso dei secoli. Così lo è stato per gli Etruschi. Varie sono le teorie di provenienza di questo popolo: autoctonìa, vale a dire che gli Etruschi hanno sempre abitato il suolo italico e in particolar modo quello della odierna Toscana e del Lazio confinante con la stessa. C’è poi la teoria opposta, quella
della provenienza da “fuori” dell’Etruria-Vetus (cioè il territorio che prima ho accennato) e qui le teorie sono varie e non posso, per ragioni di spazio neppure accennarle. Per le teorie suddette gli Etruschi originano dai Greci antichi, dai Traci, da certe popolazioni africane (Cartaginesi ecc.), dagli Egizi, dagli Israeliti, dai popoli della Mesopotamia, dai popoli nordici, dai Celtici, ecc. ecc. Io credo che la prova inconfutabile della provenienza di un popolo sia la lingua e i “frustoli” dell’originario linguaggio che ancora esistono in questa lingua. Noi diciamo che l’italiano deriva dal Latino, e su ciò diciamo una verità, però bisogna tener conto che gli Etruschi furono colonizzati dai Romani con il metodo “della frusta e della carota”. I Romani poi, riuscirono a “seppellire” tutte le altre civiltà italiche pre- romane, sovrapponendo ad esse la loro civiltà e distruggendo tutto ciò che ricordava o riguardava quei popoli, con alcune eccezioni.
Una epigrafe etrusca su una urnetta nel Meseo Etrusco di Fiesole I Romani accolsero di buon grado ed assimilarono, anzi fecero loro, ciò che apparteneva agli altri, come ad esempio il modo di misurare i terreni (groma o gruma); l’ordinamento giuridico delle città stato etrusche; il loro modo di concepire la religione (ma solo in alcuni aspetti); il modo per costruire e delimitare le città, e così via. Questo vale un po’ per tutti gli altri popoli che sono stati in
contatto, che hanno commerciato o che hanno combattuto con gli Etruschi.
Ma c’è un elemento inconfutabile che ci rivela in modo inequivocabile la provenienza originaria di un popolo. E’ questo la scrittura? No, poiché gli Etruschi, ad esempio, “mutuarono” il loro alfabeto, forse a cavallo fra i secc. VIII e VII a.C. dai Greci della città di Cuma, che gli Etruschi avevano colonizzato (I greci cumani subirono la sorte degli etruschi: da colonizzatori a colonizzati: “sic transit gloria mundi”). Però gli Etruschi “mutuarono” l’alfabeto etrusco, ma non la loro lingua: cioè il greco antico. Perché questo? Perché gli Etruschi erano una “mexlum”, una “mescola” di popoli, provenienti da vari regioni del Medio Oriente, ma principalmente dalla Mesopotamia, cioè la ragione che si trova fra i due fiumi il Tigri e l’Eufrate.
La maggioranza di questa “mescola” di popoli era di origine semitica, poiché parlavano, come lingua ufficiale l’aramaico antico, la lingua che parlava anche Gesù Cristo. Perché dico questo? Per una serie infinita di ragioni, che in questa sede sarebbe troppo lungo descrivere, ne accenno un paio. L’alfabeto greco, di Cuma, era “destrorso” cioè andava da sinistra verso destra. Perché dunque gli Etruschi (questo nome glielo dettero i Romani, essi in! realtà si
facevano chiamare “Rhasena”, cioè: “depilati”) scelsero per la loro scrittura un andamento sinistrorso (da destra verso sinistra), o al massimo “bustrofedico”?
Villa Corsini a Castello (Firenze) – Urna funerararia etrusca con epigrafe E perché alcune lettere dell’alfabeto greco non vengono usate dagli Etruschi? La risposta è che l’aramaico, come l’etrusco si scriveva da destra verso sinistra e che tali lingue non necessitavano di alcune vocali e di alcune consonanti. Gli Etruschi ad esempio non usarono la lettera “o” poiché l’equivalente di questa vocale era la “u”, una “u”! allungata, un misto fra “o” ed “u”. Gli Etruschi non usarono la consonante “d”, la consonante “b”, essi usarono invece altre consonanti come ad esempio “th”, la cui pronuncia è in tutto simile al “th” inglese e americano, oppure al “th” dei toscani, come nella parola “patata”, pronunciata “pathatha”. Poi c’è la famosa “c” aspirata, detta “gorgia toscana”, la cui origine è mesopotamica, che viene usata solamente dai toscani, neppure dai Laziali. La famosa frase “la mi’ ‘agna l’ha sette ‘agnolini, tutti e sette con la ‘oda (Trad. La mia cagna ha sette cagnolini, tutti e sette con la coda). Un altro elemento importantissimo che ci assicura la provenienza del popolo Toscano e dell’Etruria-Vetus dalla Mesopotamia sono i nomi dei fiumi quasi tutti di origine aramaica: il Marta, il Fiora, l’Arno che passa da Firenze, ecc. Lo stesso vale per i nomi delle città. L’etimologia di
Firenze deriva dall’aramaico, lo stesso vale per altre città della Etruria Vetus, Roma compresa, che pare derivi da “Ruma” (anche il questo caso la pronuncia era una “allungata”, un misto fra “o” ed “u”.
Tutto ciò per dire, in linea di massima dell’importanza della lingua per arrivare all’origine di un popolo. Poi sappiamo bene che l’Etruria, prima ancora dei Romani fu sconfitta (solo parzialmente) da Greci, dai Celti ed è chiaro che ci saranno evidenti influssi di queste civiltà nella lingua Etrusca a partire dal V-IV secolo a.C.
Pertanto quando si studia la lingua etrusca, bisogna tener conto anche di questi apporti linguistici meridionali (Greci, ecc.) e settentrionali (Celti, ecc.)
Detto questo veniamo alla prima epigrafe etrusca:
“MI LAR#IA” (Ego Larthis) Traduzione italiana: “Io (sono) di Larthia” Traduzione inglese “I belong to Larthia”. Questa epigrafe è semplicissima ed sicuramente è arcaica, anche in virtù della semplicità del testo. Larthia non è un nome femminile ma “Larth” al genitivo. E’ stata rinvenuta nella Tomba Regolini-Galassi a Cerveteri. La scritta si trovava su uno skyphus e su un amphoriskos! (non ci facciamo ingannare dai nomi greci delle suppellettili, dati per convenienza dagli archeologi del passato). “Mi” etr. equivale all’italiano “io sono (appartengo)” e all’inglese “I belong”; Larthia invece è un genitivo, nel senso che io appartengo a Larth (Vedi per le Epigrafi: Massimo Pittau:
“Testi Etruschi” – Bulzoni Editore – Roma 1990)
Un’altra epigrafe:
“MINI MULVANICE MAMARCE VELXANAS” (Memet domavit Mamwercus Vulcanius) “Mi ha donato Mamerco ( da cui deriva Marco) Uulcanio (di Vulci, della città di Vulci, Etruria Sett.) “Mamerco (Marco) gave this to me as a gift”. Già in questa epigrafe cominciamo ad entrare nella lingua etrusca vera e propria. Se “mi” equivaleva a “io sono” nel senso dell’appartenenza, “mini” invece è un genitivo e corrisponde “a me”. “Mulvanice” si pronuncia “mulvanike” con la “c” dura e il radicale “mul” significa “donare”, “offrire”. Cito un esempio: a Firenze, in località Quinto esiste una tomba etrusca arcaica, detta tomba della “mula”. Mula non significa l’animale, femmina del mulo, ma appunto tomba della “offerta”, ovvero della dedicazione a un dio etrusco. Anche “Mamarce” si pronuncia “mamarke”. Poi “Velxanas” si pronuncia “Uelcanas” (la “V” si pronuncia “U” e la “X” si pronuncia “C” , per cui è facile arguire che si tratta della tomba di un certo Marco (o Mamerco) originario della città-stato di Vulci. E’ questa un’iscrizione sillabica graffita su un’anfora di bucchero, rivenuta a Cerveteri, VII-VI sec. a.C.
LA GRANULAZIONE “ETRUSCA”
La “granulazione” era una tecnica antichissima di decorazione, usata magistralmente dagli Etruschi, che consisteva nell’applicare sui monili, sulle spade, su oggetti di pregio, delle piccolissime sfere d’oro, di grandezza inferiore o! poco superiore al millimetro.
Fibule a sanguisuga – Da Vetulonia e da Marsiliana – in oro granulato Sec. VII a.C. II metà Detta così, in due parole, la cosa potrebbe sembrare perfino banale: si prendono delle sferette d’oro uniformi o di vario spessore e si incollano al bracciale, al manico di una spada, ad un oggetto di arredamento, ed è fatto! Le cose non stanno proprio così. Cercherò di dare una spiegazione di questa tecnica in maniera molto semplice, di modo che tutti possano capire.
Questa tecnica è antichissima e risale almeno al 2500 a.C. e i primi oggetti ritrovati con decorazione granulata provengono dalla tombe reali di Ur, in Mesopotamia. Gli Etruschi, applicarono questa tecnica decorativa con risultati eccellenti a partire dall’VIII-VII sec. a.C. I reperti più antichi sono: la fibula a sanguisuga di Tarquinia (VIII sec. a.C.), l’orecchino a disco dell’Antikensammlung di Berlino, la grossa fibula a disco della tomba Regolini- Galassi di Cerveteri del 650 a.C (circa).
La “granulazione”, abbiamo visto, consiste nell’applicare, o meglio nel saldare, piccole sferette d’oro su un monile dello stesso metallo pregiato. Per essere molto sintetico e chiaro dirò come vengono fatte queste minuscole sferette e la maniera con cui vengono alloggiate sull’oggetto da decorare. Prima di tutto le sferette. Da un sottile filo di oro, venivano tagliati piccoli (millimetrici) segmenti; questi venivano messi in un crogiuolo, mescolati con polvere di carbone. Il composto veniva riscaldato fino a portare a fusione i piccoli segmenti d’oro, che si trasformavano in sferette auree. Queste sferette venivano selezionate e a seconda del disegno che si voleva realizzare e venivano “incollate” sul monile. Per ‘incollare’ le piccole sfere all’oggetto da decorare, sempre in oro, veniva usata una sostanza speciale chiamata “crisocolla”, dal greco chrysos! (oro) e kolla (colla). Questa non era una colla vera e propria, come la intendiamo noi. Essa era in sostanza un sale che si formava dal rame immerso in una soluzione acida. Questo sale di rame (“crisocolla” per i greci; “santerna” per gli etruschi), che doveva servire da
‘legante’ (saldante), veniva posto fra il monile da decorare e le sferette, poi messo a riscaldare su fornelli di carbone. Appena il fuoco arrivava al punto giusto di fusione, il sale di rame (rameico), si trasformava in metallo e si univa in lega con l’oro, saldando così le sferette al monile.
Se solo pensiamo che questa tecnica veniva praticata da
almeno 4500 anni, possiamo comprendere il grado di civiltà che le popolazioni della Mesopotamia avevano raggiunto e con esse gli Etruschi, lontani discendenti delle stesse che le applicarono in Etruria solo a partire dall’VIII- VII sec. a.C.
Per una curiosità, sempre nello stesso periodo VIII-VII sec. a.C., iniziò la produzione del “bucchero”, sorta di ceramica imitante il metallo, anche questa praticata dagli Etruschi e la cui tecnica di produzione è tutt’ora un mistero.
Rif. Bibliografici
G.Nestler-E. Formigli – Granulazione Etrusca – Ed. Nuova Immagine, Siena, 1994
Paolo Campidori – FIRENZUOLA – Gli etruschi sulla riva del Santerno? – da Mugello, Romagna Toscana, Valdisieve, Toccafondi Editore, 2006
R. Staccioli – Gli Etruschi – Un popolo tra mito e realtà – New Compton Editori, Roma 2005
Museo Minerario dei Parchi della Val di Cornia – Campiglia che mi ha concesso gentilmente di fotografare i minerali esposti.
LA CHIESA DI SAN NICCOLO’ A CASALE NEL MEDIOEVO
E LA PIEVE DI SAN LEOLINO IN VAL DI SIEVE
E’ una notizia dell’ultima ora, la chiesa , che si trova in un punto riparato della montagna, in posizione sopraelevata rispetto al! paesino di Casale! presso Castagno di Andrea, Comune di San Godenzo, sull’antichissima strada che portava in Casentino (Arezzo) sarebbe chiesa pre-romanica costruita sui ruderi di un tempio etrusco.
Questo è quanto ho scoperto in un recentissimo sopralluogo alla chiesa, cui è parroco Don Bruno Malevolti, della Curia Fiesolana, amico dei maggiori artisti contemporanei. Lo proverebbe un masso squadrato con una breve epigrafe, che per il momento, non è stata ancora decifrata con sicurezza. Sono ben visibili una ‘L’, una ‘A’, una ‘P’. Ovviamente l’epigrafe va letta da destra verso sinistra, secondo l’uso della scrittura etrusca.
! ! “La piccola chiesa romanica (di S. Niccolò a Casale),
costruita su un castelletto del Conte Guido di Battifolle, risale almeno ai primi anni del Mille. Costruita con grossi blocchi di arenaria (pietra del luogo ndR) ben squadrati e allineati, ha l’abside munita di un semplice collare sgusciato (Il Mugello – Massimo Certini – Pietro Salvadori – Edizioni Parigi e oltre, 1999).
! !
“La presenza dei Guidi a Stia è per la prima volta menzionata in un atto di donazione rogato nell’aprile del 1054 nella camera del pievano di Santa Maria situata in Stia nel Casentino. Dal documento appare infatti che il donatore fu un Conte Guido figlio del fu Conte Alberto di legge e origine Ripuaria” (Emanuele Repetti “Stia” in Dizionario Geografico, fisico, storico della Toscana)
!
“Nel 1341 quando i fiorentini per vendicarsi del Conte Guido Alberto….assediarono la Rocca di San Bavello e la distrussero, impadronendosi di San Bavello, di Santa Maria a Ficciana e di San Niccolò a Casale” (Chiesa di san Niccolò a Casale – Intervento di restauro conservativo – Arch. Alberto Raimondi e Ricerca storica a cura! di Franca Zerboni Zoli e Gloria Piani, Rufina
1993)
“La chiesa di S. Niccolò a Casale, risalente al XIV sec. (in cattive condizioni, ma è previsto il restauro)” (Massimo Becattini – Andrea Granchi Alto Mugello-Mugello Val di Sieve – Ed. Comunità Montana Alto Mugello.Mugello-Valdisieve – Ed. Giorgi e Gambi, Firenze 1985)
“La località Casale viene ricordata per la prima volta nella Bolla di Jacopo il Bavaro del 1028, quando il Vescovo fiesolano donò alla chiesa di San Godenzo alcuni luoghi limitrofi…..(compresa la) ‘Villa quae dicitur Casale’. In realtà la chiesa di San Niccolò è citata per la prima volta, come parrocchia appartenente al piviere di San Bavello, nel Decimario Vaticano del 1299, non compare invece nella decima del 1274-75 e 1276-77 pubblicata dal Guido Guidi (Gloria Piani – Chiesa di san Niccolò, op.cit.).
Nelle Rationes Decimarum del 1302-3 la chiesa di San Niccolò a Casale risulta appartenente alla Pieve di San Lorino (o San Leolino in Montanis). (Renato Stopani – Il Contado Fiorentino nella seconda metà del Dugento – Salimbeni Editore – Firenze, 1979)
! Il Piviere di San Leolino in Montanis risultava
composto delle seguenti chiese:
-!!!!!!!!! San Leolino in Montanis – Pieve
-!!!!!!!!! San Laurentii de Visole
-!!!!!!!!! San Donati de Carabucheçça
-!!!!!!!!! San Gaudenti de Varena
-!!!!!!!!! S. Martini de Castangnio
-!!!!!!!!! S. Marie de Fecciano
-!!!!!!!!! S. Nicolai de Casale
Forse è bene soffermarsi su questo antichissimo Piviere di San Leolino.
“In questa Pieve io credo, che possa essere stato sepolto l’istesso Vescovo e Martire San Leolino, a cui essa è dedicata…..supponendosi che facilmente questo Santo fosse appunto martirizzato in Val di Sieve, a tempo di Massimiano” Il Piviere faceva parte del Comune di San Leolino, il cui sigillo riporta la scritta in carattere gotico onciale: “CHOMUNIS SA LIOLINO” (Giuseppe Maria Brocchi – Descrizione della Provincia del Mugello – Stamperia Albizzini – Firenze 1748).
! Vale la pena soffermarsi un po’ sulle chiese plebane che
facevano capo al piviere di San Leolino nel 1302-3. ! S. GAUDENTII DE VARENA
“Ha inoltre questa Chiesa Pievania (S: Leolino) sotto di se ammensata un’altra chiesa col suo Popolo, intitolata San Gaudenzio Abate posta nel luogo detto VARENA ed è situata sopra una collinetta in distanza di circa un mezzo miglio dalla detta Pieve” (Giuseppe M. Brocchi, op. cit.)
“Per Varena è stata finora prospettata per i toponimi Varena (oltre che in Val di Sieve il toponimo Varena esiste in altre località d’Italia, in provincia di Trento e Lecco. Il Pittau cui si riferiscono queste note non aveva preso in considerazione, o non era a conoscenza, del toponimo Varena in Val di Sieve, il quale è stato aggiunto da me. Continua il Pittau: “…il gentilizio maschile etrusco “Varnia” è entrato nel latino in queste quattro varianti: VARNAIUS, VARIN(I)US, VAREN(I)US, VARENNUS. Ebbene la corrispondenza del toponimo VARENA, VARENNA con i gentilizi VAREN(I)US, VARENNIUS è del tutto chiara, ma molto di più lo è per la vocale, col gentilizio maschile VARNA” (Massimo Pittau – Dizionario Etrusco – Dessì Editore)
!
S. LAURENTI DE VISOLE (VIERLE?)
Visole è il nome che risulta nei documenti relativi al posto su cui è costruita questa chiesa. C’è da notare un particolare molto interessante e cioè, sia Visole (pron. Uisole) sia Vierle (prob. Pron. Uierle) potrebbero essere di origine etrusca e significare Fiesole. Per la voce Fiesole rimando al Dizionario del Pittau (op. cit.), (ma anche a mie precedenti ricerche: vedi Paolo Campidori Mugello, Altomugello e Valdisieve , Borgo S. Lorenzo 2005) in cui Fiesole viene tradotto con VIPSL, VISL. Ora noi sappiamo che la “V” si pronuncia in lingua etrusca “U” e quindi noi avremo “UIPS” e “UISL”. Abbiamo però visto che la “U” nella scrittura gotica- onciale viene scritta con la lettera “V” vedi foto Sigillo di San Leolino in cui la parola “Comune”! è scritta “CHOMUNIS”. Quindi è lecito pensare che la “V” di Visole nelle Rationes Decimarum del 1302 fosse una “U”, e ciò permetterebbe di dedurre con sicurezza assoluta che “Visole” significhi “Fiesole”. Dunque avremmo un S. Lorenzo di Fiesole.
!
Questa precisazione è molto importante perché ci permette di stabilire che tutto questo territorio della Val di Sieve apparteneva alla città etrusca di Fiesole (Per l’ortografia del toponimo Visole vedi anche: Dizionario di abbreviature latine e italiane – Munauali Hoepli –
Milano 1996). ! S. Donato a Carabucheçça (SAMBUCHETA)
Mi viene in mente il nome di una chiesa nel firenzuolino S. Maria a Caburaccia, in antico detta Cabuderaccio. Fra le ipotesi che sono state fatte c’è anche quella che significasse “Ca’ bu d’Arezza” e cioé “Casa sulla strada di Arezzo”. Caburaccia si trovava infatti sulla strada etrusca che dal Peglio (località a monte di Firenzuola) e passando da Caburaccia e Sasso di San Zanobi si immetteva in quella che poi diventerà, in epoca romana, la Via Flamenga per raggiungere la Romagna. Mi sembra che lo stesso accostamento si potrebbe fare anche per Carabucheçça di san Leolino, e cioè posta sulla strada che conduce ad Arezzo.
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SAN NICOLAI DE CASALE
“Nel diploma del Vescovo di Fiesole Jacopo del 1028 è ricordata una “villa quae dicitura Casale”, ma non la chiesa, costruita su un castelletto del Conte Guido di Battifolle, la quale purtuttavia, con la scorta dei documenti non dovrebbe risultare di un’epoca di quella molto posteriore” (Francesco Niccolai – Mugello e Val di Sieve – Borgo San Lorenzo 1914).
In un prologo al libretto “Chiesa di San Niccolò a Casale – San Godenzo Firenze – Intervento di Restauro conservativo – Ricerche a cura di Franca Zerboni Zoli – Gloria Piani – Rufina 1993” dell’Arch: Alberto Raimondi che ha curato il restauro della Chiesa di Casale, in data 6 giugno 1993 ci descrive lo stato in cui la Chiesa si trovava in quel periodo prima del restauro: “Fatiscente, lesionata nelle strutture orizzontali e verticali, al punto da essere dichiarata inagibile per motivi di sicurezza è stata completamente smontata dall’alto in basso e rilegata con cordoli sia al piano fondazioni che alla quota del legno”.
!
Riguardo alla chiesa di S: Niccolò a Casale ritengo interessante riportare alcune righe dal libro del Pinelli (Marco Pinelli – Romanico in Mugello e Val di Sieve – Edizioni dell’Acero – Empoli 1994) “La chiesa di San Niccolò a Casale sorge nell’omonima località posta su un’altura a metà strada tra San Godenzo e Castagno d’Andrea, nel territorio plebano di San Leolino.” “La chiesa – continua Pinelli – ha facciata a capanna con portale d’ingresso con architrave sorretto da mensole di restauro. In alto si apre un occhio circolare…..All’interno l’edificio si presenta con la consueta aula unica conclusa dall’abside semicircolare,
con copertura a capriate lignee in vista” !
Fin qui tutto chiaro si tratta dunque di una chiesa romanica, sorta con molta probabilità sui resti dell’antico castelletto del Conte Guido di Battifolle. I Conti Guidi di Modigliana e di Poppi, erano detti “di Battifolle”, poiché avevano un loro castello a 5 Km. Da Castel San Niccolò lungo la strada che conduce a Montemigniaio passando per Rifiglio. “Questi Conti amavano ritirarsi in questo luogo prima di tutto per amore di quiete, in secondo luogo perché essi erano del partito avverso a quello dei parenti di parte Ghibellina che vivevano a Poppi (Alfio Scarini – Castelli del Casentino – Cortona (AR) 1987).
Il Conune di Firenze, allorché la città crebbe di importanza e in popolazione, già nel 1107 iniziò la conquista di castelli e fortezze del contado. Il primo a cadere fu il Castello di Monte Orlandi, poi nel 1113 quello di Monte Cascioli (entrambi dei Cadolingi). Nel 1135 cadde il Castello di Monte Buoni, di proprietà dei Buondelmonti e nel 1154 il potentissimo castello di Montedicroce dei Guidi situato presso Fornello in Val di Sieve. Queso evento segna l’inizio dellla fine dei Conti Guidi.
Nel 1254 un Conte Guido Guerra, figlio di Marcovaldo, cedette al Comune di Firenze il Castello di Montemurlo.
Simile sorte toccò al Castello di Romena acquistato dai Fiorentini per 9600 fiorni d’oro. Più tardi nel 1377 la Signoria di Firenze acquistò dai Guidi il Castello di Modigliana con tutto il restante loro dominio.
!
Fu in questo contesto di aspre guerre portate avanti dai Fiorentini per sottomettere il potere feudale, periodo che dura all’incirca! un paio di secoli, che furono distrutti i castelli dei Guidi, in particolar modo quelli che si trovavano vicino a Firenze, nella valle della Sieve, nella zona che va !da Montedicroce a San Godenzo in Mugello. Spesso l’ostilità non toccava le chiese che sorgevano a lato dei castelli (Vedi ad esempio San Niccolò alla Pila che sopravvisse alla distruzione del castello e ne abbiamo notizia fino alla metà del 1700, ma l’elenco potrebbe! continuare). Non sappiamo e, fino ad oggi, non abbiamo trovato i documenti che riguardano l’abbattimento del castelletto! del Conte Guido di Battifolle presso il quale (o sui ruderi del quale) sorgeva la chiesa di San Niccolò a Casale. Ritengo doveroso porci però il quesito di quando sia stata costruita esattamente la chiesa. Dobbiamo accettare la tesi del Niccolai il quale dice che la chiesa “non dovrebbe risultare di un’epoca molto posteriore a quella del 1028” (data del primo documento che cita la “Villa” di Casale), oppure dobbiamo dar credito a Massimo Becattini! e Andrea Granchi che nel loro libro (op. cit.)
fanno risalire la costruzione della chiesa nel XIV secolo?
!
Io ho visitato recentemente la chiesa di San Niccolò a Casole in occasione della celebrazione dei defunti (1 novembre 2008), e posso dire, contrariamente a quanto hanno asserito certi autori che mi è sembrata una chiesa bellissima, originalissima nelle sue strutture di un romanico perfetto. E’ stato questo un restauro veramente meritevole, portato avanti da un architetto valentissimo Alberto Raimondi, che ha potuto lavorare con l’aiuto determinante del popolo di Casale e del suo parroco e mecenate Don Bruno titolare di Casale e San Godenzo.
Non voglio fare attribuzioni sulla data di costruzione della chiesa, non spetta a me farlo, ma a specialisti del settore: a storici e a critici d’arte. Io, come appassionato di storia e arte medievale ed etrusca posso solo dire che San Niccolò a Casale è una chiesa talmente bella che tutti dovrebbero visitare, per l’aria di antico che vi si respira, per la pace che infonde negli animi, per l’umiltà e la pulizia con le quali si esce arricchiti, per la posizione pittoresca nel panorama che la circonda. Davvero un capolavoro!
POPULONIA, NECROPOLI DI SAN CERBONE: CIMITERO CON ‘AFFACCIO’ SUL GOLFO DI BARATTI
I Parte
Museo di Populonia Alta Ciotola Villanoviana
La stessa ciotola villanoviana (con olla) da me fotografata nel 1981 Che gli Etruschi fossero dei buongustai, questo si sapeva. Che gli stessi dedicassero una cura particolare ai loro defunti, anche questo era cosa! risaputa; Che essi scegliessero dei luoghi incantevoli per costruire le loro città e i loro villaggi, anche questo rientrava nel loro modo di vivere. Ma che essi potessero scegliere la bellissima baia del Golfo di Baratti (Populonia) per costruire il loro! cimitero monumentale, con ‘affaccio’ sul mare, questo, almeno secondo le nostre conoscenze, era cosa abbastanza rara, se non unica.
Populonia necropoli Tomba a tumulo – Fotografata nel 1981
La Necropoli, in altre parole il cimitero monumentale, quello dei ricchi Etruschi, se vogliamo possiamo paragonarlo al “Verano” di Roma (cimitero delle
personalità romane odierne), era a valle, mentre la città era arroccata sulla collina sovrastante, dove esistono ancora le mura ciclopiche. Per gli Etruschi del VII sec. a.C. oppure per quelli del V sec. a.C. la morte doveva essere meno difficile da affrontare sapendo che i loro corpi, iniziavano il loro viaggio verso l’Ade, verso il mondo misterioso e sconosciuto dell’aldilà.
Veduta della Necropoli di san Cerbone – Populonia – Foto del 1981
La necropoli di San Cerbone con alcune tombe a edicola e a cassone Foto 2010 Era proprio qui presso questa necropoli monumentale che iniziava il loro lungo viaggio che avrebbe traghettato le loro anime, e forse anche i loro corpi, in una destinazione ignota, dopo questa prima tappa. Ma essi erano consapevoli che avrebbero dovuto affrontare difficoltà di ogni genere per raggiungere la mèta, per questo nelle loro tombe, portavano con sé il necessario per la ‘sopravvivenza’: un rasoio per gli uomini, uno specchio per le donne, delle monete per pagare i vari demoni, e poi oggetto di uso comune: vasi, calici, brocche per il vino, profumi, monili, e perfino il cibo.
Il basamento di una tomba a edicola Populonia, san Cerbone, 2010
Necropoli di Populonia, San cerbone – La stessa tomba a edicola (basamento) da me fotografata nel 1981
Insiem a queste cose, la tomba ospitava il corpo del defunto, oppure le ceneri conbuste poste in vasi di terracotta e coperti da una ciotola.
Una tomba a edicola nella Necropoli di san Cerbone a Populonia, 2010
La tomba a edicola nella Necropoli di san Cerbone nel 1981 Proprio lì nel porto del piccolo golfo di Baratti, un po’ appartato dalle grandi barche portavano i minerali di ferro dall’Elba, c’era una piccola barca, fatta apposta per loro e con essa gli Etruschi di Populonia, cominciavano, idealmente’ il “grande viaggio”, verso lo stupendo mare, carico di tramonti infuocati, rinvigoriti dal buon vino, con cui erano state purificate le loro ossa e dal buon olio d’oliva,! che i familiari del defunto avevano arricchito di profumi spezie odoratissime.
Tomba a cassone nella Necropoli di san Cerbone, fotografate nel 1981 Questo cimitero, fu scoperto quasi intatto, sotto una coltre di sei-sette metri di avanzi della lavorazione del ferro, che
furono accumulate, forse in periodo romano. Questi “rosticci” furono poi riutilizzati prima del periodo bellico, nel periodo del Fascismo, dopo che i Paesi di quasi tutto il mondo avevano chiuso i battenti all’Italia di Mussolini.
Polulonia Baratti Necropoli – Tombe a cassone, 2010 Fu proprio in questi frangenti che furono scoperte le prime tombe, che via via vennero riportate in superficie e poste sotto la tutela della Soprintendenza Archeologica.
In questa necropoli di san Cerbone, le tombe, secondo gli esperti archeologi, sono databili dal VII al V secolo a.C.; due secoli che corrisponderebbero al periodo in cui all’Elba le fornaci per estrarre il ferro furono costrette a chiudere, a causa della mancanza del combustibile: la legna. Infatti in tutta l’isola, detta la “fumosa”, era stata fatta tabula rasa di tutti gli alberi e di tutte le foreste. Populonia era già sede di forni fusori per l’estrazione dei metalli dai minerali che provenivano dalle colline circostanti, ricche di vegetazione e di alberi adatti alla combustione forni fusori. Inoltre Populonia era la sede ideale per questa attività poiché insieme ai minerali metalliferi associava una ricchezza di acque, anch’esse indispensabili per l’attività mineraria e metallifera.
La Rocca di populonia alta nel 2010
La Rocca di Populonia nel 1981 In questo cimitero, se vogliamo seguire una classificazione ‘didattica’, un po’ noiosa, per la verità, troviamo tombe a tumulo, dall’aspetto di una collinetta, dolce, come le colline del volterrano. Queste tombe erano circolari, e il basamento a tamburo, non interrato, quasi sempre in ‘panchina’ (una pietra arenaria di questo posto). Siccome questa pietra, non era molto compatta, gli ‘ingegneri’ Etruschi avevano escogitato una sorta di ‘coronamento’ (piccola tettoia) sopra le stesse, allo scopo di preservarle dalle intemperie e dai rigori invernali. La porta e in cunicolo di ingresso, circa sei-sette metri (se vi piacciono i paroloni: il ‘dromos’), con celle laterali, dopodiché si entra nella camera sepolcrale rotonde, quadrate o rettangolari. Nella tomba dei Carri (così chiamata perché è stato trovato un carro da parata all’interno di una di queste), era senz’altro una tomba Principesca, o se vogliamo del Lucumone (l’equivalente del Re). L’interno è circolare con la tipica volta ’etrusca’, che non è una vera volta, intesa come la intendiamo oggi (oppure al tempo dei Romani), poiché gli Etruschi non la conoscevano. Le loro ‘volte’ erano basate sulla sovrapposizione di file di pietre squadrate, aggettanti verso l’interno, fino a restringersi nella parte finale superiore, che veniva coperta da una lastra. Siccome gli Etruschi non conoscevano neppure i “contrafforti”,! (vedi chiese gotiche, Milano ad esempio), essi erano costretti a controbilanciare le spinte della cupola con della terra.
Populonia Necropoli di baratti, 1981 – Un particolare della “falsa” volta di nuna tomba a tumulo
Populonia – La stessa volta con evidenziati i massi di copertura Un sistema analogo a questo è stato! della ‘cupola’ etrusca è stato usato dal Brunelleschi per ‘voltare’ da cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze. In sostanza, questo grande architetto e scultore, avrebbe inventato quella che si dice comunemente “l’acqua calda”. Sicuramente il Brunelleschi avrà visto, da qualche parte una copula, fatta di pietre aggettanti. Dico questo poiché, io lo ripeterò fino alla nausea, gli Etruschi non sono mai morti e non moriranno mai, grazie a Dio. Quindi tutte le loro usanze, nonostante la “damnatio memoriae” degli antichi Romani, sono sopravvissute insieme a tutto il resto (lingua compresa). Nella zona, antichissima strada Etrusca che da Fiesole porta in Mugello, presso Montesenario (ipotesi: Monte degli dei), ci sono alcuni pozzi, con le coperture a cerchi concentrici aggettanti di etrusca memoria.
ETRUSCHI: L’ACROPOLI DI POPULONIA
Populonia è una città etrusca tutta da scavare e tutta da scoprire. Gli scavi condotti attualmente sulla sommità del
colle hanno riportato in luce tre templi, definiti semplicemente tempio A, B e C. Ancora ne sappiamo troppo poco per definire a quali divinità essi fossero stati eretti.
I templi erano rivolti ad oriente, ad eccezione del tempio B la cui facciata guardava a mezzogiorno. Gli edifici sacri, secondo le ricostruzioni, poggiavano su podi in pietra, ciascuno con una breve scalinata che conduceva ai sovrastanti portici, realizzati con una o due file di colonne. Il tetto a capanna era fatto di travi di legno e coperto con embrici in cotto. Oltre ai templi, prospicienti il mare, gli scavi hanno riportato alla luce altri edifici, le cui ricostruzioni sono e restano ipotetiche. Una breve strada basolata lunga circa cinquecento passava in mezzo agli edifici e collegava questi ultimi con i templi.
Sempre negli scavi dell’Acropoli sono emerse fondamenta di edifici che risalgono al periodo romano della città, edifici caratterizzati da pavimenti in mosaico con scene marine, una delle quali raffigura il naufragio di una nave. Sappiamo che solo una piccola parte del sito è stata riportata alla luce e ci sarà da lavorare molto in quanto la città etrusca era molto grande.
Lasciato lo scavo archeologico ci si incammina per un
anello, una stradina sterrata, fino ad arrivare ad un punto panoramico. In questo luogo la vista si apre e, come per un miraggio, si scopre uno dei paesaggi più incantevoli della costa etrusca. Proprio davanti a noi l’Isola d’Elba, che nei giorni sereni è visibile in tutta la sua grandezza e bellezza. E’ questa l’antica isola di Aithalia (la fumosa), chiamata così dai greci a causa dei molti forni estrattivi che si trovavano allora sull’isola. Sulla sinistra si distende la costa rocciosa del promontorio di Populonia. E’ un paesaggio meraviglioso, che nessuna fotografia, nessuna tela, anche del migliore artista, può, non dico uguagliare ma nemmeno imitare in maniera convincente.
Lasciando a malincuore questa bellissima postazione, in mezzo alle piante odorose della macchia mediterranea, si prosegue per un sentiero che conduce presso un sito dove sono state ritrovate testimonianze archeologiche riconducibili a un insediamento di epoca villanoviana e sul quale sorgevano capanne etrusche.
Poco prima però la macchia mediterranea si apre regalandoti un altro bellissimo scorcio paesaggistico, si tratta del Golfo di Baratti, una sorta di piccola insenatura, una distesa di acqua azzurrina, non! paragonabile per la sua bellezza a nessun altro panorama. Sempre in questo punto, prima di arrivare al sito delle capanne, sono visibili i resti di un tratto delle antiche mura etrusche. Da qui ti rendi conto in maniera tangibile di quanto fosse grande e importante questa città-stato etrusca,e quanto grande fosse
estesa e imponente la sua cinta muraria.
Una brevissima deviazione della strada e siamo davanti al sito delle capanne, del villaggio villanoviano, il primitivo villaggio dal quale! si formerà l’importante città-stato di Popluna (o Pufluna), tanto importante da battere moneta propria.
Per quanto riguarda la cosiddetta area delle capanne, nella quale sono evidentissimi grandi buche sul terreno roccioso, ammesso (e non concesso) che si voglia escludere l’esistenza in quel luogo di una necropoli, sarei più propenso a ritenere, semmai, quei pozzetti dei luoghi per la raccolta delle acque piovane. Io sono del parere, tuttavia, che si tratti di tombe a pozzetto, come ne esistono di simili sulle alture di Quinto, presso Firenze, in in località Palastreto, necropoli molto simile a questa, con buche dello stesso diametro, anche lì scavate in terreno galestroso. Riterrei comunque di escludere queste buche come i luoghi dove venivano allogati i pali delle capanne per le seguenti ragioni:
1- le buche hanno un diametro di circa 70-80 cm, veramente troppo grandi per dei pali destinati a reggere una capanna, le cui pareti erano fatte di materiali leggeri. Ritengo che il diametro di tali pali potesse raggiungere, al massimo, il diametro di 20-30 cm.
2 – il terreno, o meglio il piccolo pianoro sul quale sarebbero state costruite le capanne, una ovoidale e una
rettangolare, non è in posizione orizzontale, ma su un pendio piuttosto inclinato. Ora mi sembra davvero improbabile che popolazioni villanoviane, seppur primitive, piantassero le loro tende in un terreno non orizzontale, ma addirittura caratterizzato da una certa pendenza.
Finito il percorso dell’acropoli merita una visita il museo di Populonia che si trova all’interno delle mura del paese, vicino alla Rocca. Si tratta di un piccolo ma interessantissimo museo che raccoglie le testimonianze archeologiche del territorio. Fra queste una bellissima testa scolpita etrusca del V-IV secolo a.C. Il museo inoltre ospita interessantissimi pezzi in terracotta e in bucchero oltre a reperti in bronzo.
E’ una giornata questa, dedicata alla visita dell’acropoli di Popolunia, spesa molto bene, che ne vale veramente la pena e che mi sento di raccomandare a tutti.
CECINA: IL MUSEO ARCHEOLOGICO!
Dico subito che il Museo Archeologico di Cecina, dipendente dal Ministero peri Beni Culturali e Ambientali non è di facilissima reperibilità, poiché si trova un po’ fuori mano, in località San Piero in Palazzi, in direzione nord, ed
ubicato in una struttura storica, plurifunzionale della Villa dei Guerrazzi. Il museo, apre dalle 18 pomeridiane e la sua apertura si protrae fino alle 22,00. Il Museo raccoglie i reperti archeologici provenienti dal territorio circostante della Valle del fiume Cecina. Vale veramente la pena visitare questa realtà museale, i cui reperti sono ordinati in ordine cronologico ed esposti in vetrine realizzate con criteri moderni e illuminate sapientemente con moderna tecnologia.
Come ogni altro museo archeologico della Maremma, anche questo di Cecina si caratterizza per alcuni pezzi di straordinaria importanza, come ad esempio il cinerario di Montescudaio, i bronzi della necropoli di Casa Nocera, il calice in bronzo di Casaglia, il tavolino in bronzo proveniente dalla necropoli di Casa Nocera, come pure l’ascia proveniente dallo stesso sito. Ma su tutti, primeggia, per l’effetto dirompente che ha sul visitatore, la corona aurea proveniente dalla necropoli di Belora.
Il primo impatto, o meglio la prima piacevole impressione il visitatore l’ottiene davanti al Cinerario di Montescudaio. Al riguardo di questo importante reperto c’è da notare che un successivo restauro, rispetto alla foto riportata in catalogo, ha ripristinato una lacuna della statuetta, inserendogli nella mano destra una specie di martellone, con il quale la divinità intende colpire il defunto (?) che si
appresta a consumare la cena dei defunti. Questo cinerario differisce dagli altri cinerari, forse più antichi, per queste statuette inserite sul coperchio a forma di ciotola e per una ulteriore statuetta seduta sull’ansa del cinerario. La decorazione dello stesso è caratterizzata da grandi croci solari realizzate in rilievo.
Altri reperti di notevole interesse sono rappresentati dai bronzi provenienti dalla necropoli di casa Nocera. Stupisce di questi manufatti in bronzo, in modo particolare, l’alta qualità della fabbricazione degli stessi. I pezzi sono infatti realizzati con la tecnica della martellatura a sbalzo in rilievo, creando decorazioni a baccellature di straordinario interesse artistico. Bellissima e interessantissima è anche una pisside cilindrica realizzata in lamina di bronzo, sempre sbalzata, con dei piccoli pendagli, forse dei sonaglietti, appesi a delle catenelle sempre in bronzo. Bellissimi anche due calici bronzei, l’uno a forma di tazza cilindrica e l’altro a forma di coppa, sempre cilindrica.
!
Un tavolino sempre in bronzo con il piano cilindrico e la base a forma di treppiede ci testimonia dell’ alto risultato raggiunto dagli etruschi nella lavorazione dei metalli e del bronzo in particolar modo.
Un altro reperto che mi sembra di una importanza davvero! notevole è l’ascia in bronzo con manico ricurvo, sul quale sono sistemate una serie di paperelle stilizzate. Questa ascia
mi sembra molto simile ad un reperto ritrovato nell’isola di Lemno. Ciò testimonierebbe in favore di una certa ‘liaison’ esistente fra le genti abitanti in questa parte dell’ Etruria e le genti delle isole del Mare Egeo e delle coste anatoliche. Ma un reperto su tutti accende la nostra fantasia di appassionati d’archeologia e d’etruschi. Si tratta di una corona aurea, forse appartenente una famiglia regale o di alto lignaggio.
Di questo reperto formato da foglia d’oro finissima ottenuta tramite martellamento, stupisce l’alto grado di conservazione e soprattutto la lucentezza davvero abbagliante. Questo popolo davvero era maestro nella lavorazione dei metalli di ogni genere che proprio in questa parte della Toscana erano abbondantissimi: rame, ferro, piombo, argento, ecc. Vorrei infine menzionare una bellissima statuetta in bronzo raffigurante un cervo. Si tratta di uno dei reperti con un livello artistico notevole a dimostrazione, se ancora ce ne fosse di bisogno, della maestria raggiunta da questi antichi popoli dell’Etruria, nel forgiare e nel modellare a loro piacimento i metalli, tanto da diventare esportatori in tutto il bacino del Mediterraneo.
Questo di Cecina è davvero un museo importante e particolare, poiché come in ogni realtà museale, si trovano dei reperti unici. Il museo apre la sera dalle 18 alle ore 20.
FOTOGRAFIE UNA QUARANTINA
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Attenzione: Bozze da rileggere e correggere
Paolo Campidori, Copyright
Blog “Capire gli Etruschi” http://www.culturamugellana.com

 

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VENERDÌ16MARZO 2012
30
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llibro“Simbologiaedorigini Etrusche” di
Paolo Campidori
, èindistribuzionenellenellelibreriediFirenzeedelMu-gelloeprestoanchedialtrecittà.È la prima volta, nellastoria dell’Etruscologia,che viene pubblicato un“DizionariodellaSimbolo-gia Etrusca” con quasi 200terminitraipiùricorrenti.Un ausilio davvero impor-tantepertutticolorochesiaccingonoallostudiodellalingua e delle abitudini diquestopopolo.Lasecondaparteèriser- vataalle‘origini’degliEtru-schi,intendendopertalilalingua, la provenienza, lareligione,ecc.«Inparticolare-dichia-ral’autore-hocercatodiri-spondere a domande che vengonoposte difrequen-te,senzamaitrovareunari-spostaconvincente.Fragliargomenti più interessan-ti, quello sull’esistenza omeno dei “dogmi” in Etru-scologia. La storia degliEtruschi, una vera e pro-pria scienza che ha impe-gnato etruscologi, archeo-logielinguistidifamamon-diale,nondeveesserecon-siderata alla stregua di untestoreligioso,comeilVan-geloolaBibbia,doveilcre-denteèobbligatoacrederead alcuni principi irrinun-ciabilidellapropriareligio-ne. In Etruscologia il dub-bio,lasensazionediprovvi-sorietà di una tesi, devonoesseresemprebenpresen-tinellostudioso;quellocheoggi si è disposti ad affer-mareconsicurezza,puòes-sere smentito già dal gior-no successivo. Fra i temitrattati-prosegue l’autore- non posso non citare il‘mistero’checircondalafa-mosissimaspilladellaTom-baRegoliniGalassi,conser- vata al Museo GregorianodelVaticano;l’insettorap-presentato in tale gioielloha forti connotazioni e so-miglianzeconidisegnimi-steriosi, visibili solo da unaereo,diNazca».Unaltro‘mistero’tratta-to nel libro è quello dellastele fiesolana, detta erro-neamentedi”LarthNinie”.La stele è vera oppure èuna copia? Perché vienedettadiLarthNinie,quan-do l’epigrafe etrusca scrit-ta lungo una coscia delguerrierofariferimentoadaltronome?«Éunodeitan-timisteriacuihocercatodidare risposta nel mio libroinsieme a numerosi altriquesiti quali: Che cos’era-no le oligarchie etrusche,come quella degli Statla-nes a Tuscania? Perché lasocietàetruscadiqueltem-poavevaiconnotatidell’or-ganizzazione medievale?Vetulonia è stata davverounvillaggiodipacificiagri-coltori,oppurelasuastoriaèavvoltainunmisteroden-so e impenetrabile? Per-chélesuetombe(laPietre-ra, il Diavolino, ecc.) sonocosì simili a quelle dellaMontagnola, della Mula aQuinto(Firenze)?Sienahaorigini romane oppureetrusche?Comehannofat-to i Romani a ‘seppellire’completamenteunaciviltàcomequellaetrusca?Cos’èla ‘damnatio memoriae’? IPelasgi, chi erano? Comesono arrivati in Italia e inmodoparticolareinTosca-na?Dadoveprovenivano?Perché le mura, ad esem-pio di Cosa (Ansedonia) edialtrecittàetrusche,sonocosìsimiliaquelleditantecittà pre-colombiane delSud-America?IlMugelloel’AltoMugello,eranopopo-lati dagli Etruschi? Qualierano i centri maggiori? IlsitodiFrascolepressoDico-manoèancoraun‘mistero’sulqualesistafacendopia-no piano un po’ di luce.C’erauntempioetruscosuquella collina?Monteren-zio(Bo)erasituataadunti-ro di schioppo da Monghi-doro(Bo).Eppure,Monte-renzio e Montebibele (no-me del sito archeologico)hannoconosciutounacivil-tà Etrusco-Celtica. PerchéMonghidoro,situatoalcro-cevia di una strada impor-tantissima, dovrebbe ave-re origini Gote e il suo no-mederivareda”MonsGho-torum”?Iltempioerailluo-godovevenivapraticatalareligione degli Etruschi?MagliEtruschieranomol-toreligiosi?Conqualiritieregole si sposavano gliEtruschi?Esistevaildivor-zio? Qual’è il significatodell’epigrafe del cosiddet-to“MagnatediTarquinia”?L’epigrafe etrusco-latinadiPesaro,hadavverodira-dato le nebbie sui misteridella lingua etrusca? La‘TabulaCortonensis’èsta-ta tradotta veramente inmaniera corretta? Che co-sasidiceinquellerighemi-steriose? Perché le tradu-zioni, finora effettuate da valentilinguistietruscolo-gi, sono sostanzialmenteuna diversa dall’altra? Lafortuna degli Etruschi fudavvero improvvisa? Essi veramente passarono daunasocietàagricolaadunaindustriale in pochissimotempo? Lo sfruttamentodeimetallifuparagonabileallo sfruttamento odiernodelpetrolio?La tomba della Monta-gnola (Quinto-Firenze), èdavvero una testimonian-zaperricercareleoriginidiFirenzeetrusca?Cosarap-presentòilfiumeArnopergli Etruschi? E’ vero cheera’navigabile’perlamag-gior partedelsuo tragitto?Qualelinguaodialettoita-liano ha raccolto l’ereditàdellalinguaetrusca?Ivec-chi toscani parlavano undialettochesirifacevaallalingua etrusca? La chiesadi San Niccolò a Casale(San Godenzo a Firenze)haun‘concio’,nellaparetelaterale, con una scritta inetrusco,perché?E’possibi-lechel’attualechiesaroma-nica sia stata costruita suun tempio o su altro edifi-cio etrusco? E poi ancoraPopulonia,Piombino,Vol-terra,Veio,Tarquinia,Vul-ci, Cosa, Fiesole, Felsina,ecc.;qual’èstatalaloroori-gineestoriaeffettiva?Per-chéVeio,cittàetrusca,asse-diata e vinta dai Romani,nonharicevutoaiutodallecittà federate dell’Etru-ria?».LaLupaCapitolina,iCeltiemoltialtriargomen-ti vengono trattati in que-stolibro.Valelapenadifa-reunpiccolosacrificioeac-quistareillibro?«Secondome,lovale».assicuraPaoloCampidori.
IlmisterodeglietruschiinunlibrodiCampidori
“Simbologia ed origini etrusche” è già in distribuzione nelle librerie di Firenze e del Mugello
PAGINA A CURA DI FABRIZIO BORGHINI
ETRUSCHI
In alto, la tombadella Mula a Sesto Fiorentinoe un’icona etrusca. Sopra,la copertina del libro. In basso,a sinistra, la Montagnoladi Sesto Fiorentino e, a destra,il sito archeologico di Frascolepresso Dicomano

 

 

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