DOSSIER INTERVISTE FRATI DI MONTESENARIO


DOSSIER INTERVISTE FRATI DI MONTESENARIO

PADRE ERMENEGILDO (BIAGINI )

 

Mi ha chiesto se scrivevo per il giornale “Il Filo”. Questo giornale all’inizio non era tanto favorevole verso il cattolicesimo. Ora però deve essere cambiato molto tant’è vero che sono abbonati.

Sacerdote, amico di Don Francesco, in quanto era fratello nell’ordine dei servi nella città di Sansepolcro. Come ha deciso di entrare nei Servi? E’ stato un tirocinio(?) un po’ prolungato. Conoscevo un certo Padre Innocenzo, domenicano, Ma sentii dire che i domenicani erano dei grandi studiosi, fu una decisione con altri due compagni(?) nel 1930-31. Alla fine del 31 quando arrivarono (?) i giovani il maestro gli scrisse che non c’era posto al Collegio di Figline Valdarno, e allora, la mamma, santa donna, quasi quasi ebbe dispiacere che non fosse andato nel 1931 (gli ricordò il fatto, ormai caduto nel dimenticatorio, che a Padre Ermenegildo era dispiaciuto di non poter essere andato in collegio in quel lontano 1931. Nel frattempo conobbe un Padre molto buono, sempre con il sorriso, Padre Biondi. Questa fu la scintilla che lo mise in pace. Era impaziente di fare il collegio. Nel 1932 entra nei Servi di Maria, come studente, fa tutto il corso di ginnasio e diventa sacerdote nel 1943. Fino all’anno 1961, sono stato il frate più itinerante. Nel 1960 fui mandato a San Sepolcro (è qui in questo ambiente di boschi secolari che si innamora degli alberi e della natura?) e ci sta sei anni. Lo pregarono di venire a Montesenario nel 1967. Qui a Montesenario ha avuto vari incarichi, ultimo quello di occuparsi delle belle abetine di Montesenario. Mi piacciono e le amo poichè sono creture di Dio che vanno amate e rispettate. Quando c’è qualcosa che non va, dice di rispettare le piante poichè sono utili alla vostra salute. Una bella vita spesa bene qui a Montesenario, sentendo poi il desiderio del lavoro. La famiglia erano contadini di Tizzana di Quarrata. Ora ha 82 anni.

MONTESENARIO CULLA DELL’ORDINE DEI SERVI DI MARIA

 

Intervista con i frati decani del Convento

 

Nel coro della Chiesa dei Servi di Maria a Montesenario c’è un bellissimo affresco di Pietro Annigoni nel quale si vedono i Sette Santi Fondatori, equipaggiati di zaini edi altre poverissime cose, mentre stanno arrampicandosi per le pendici del monte, in mezzo alla selva, fra grossi macigni che ostacolano il cammino. Sono facce rudi, anche se familiari. Probabilmente il Maestro Annigoni si era stampato nella memoria e tradotti in affresco anche qualcuno dei frati, ma questo non è documentato. Dunque, questi frati, che avevano da poco lasciato gli agi e i comodi della città, stanno per guadagnare la vetta dove li attende una luce folgorante, quella della visione della Madonna. A ricordo di questa apparizione i frati erigeranno una prima chiesetta in suo onore. Questo narra la tradizione.

Nei secoli a venire, più di otto secoli, saranno centinaia le persone attratte da questo luogo di preghiera e attratte da questo cenobio in cerca di qualcosa superiore alle ricchezze effimere del “mondo”. E’ la Madonna, la Vergine Madre celeste, verso la quale sono attratte; per questo si chiameranno Servi di Maria. Con questa definizione abbracceranno il Vangelo nella sua interezza e abbracceranno il Cristo verso il quale hanno fatto i voti di povertà, obbedienza, castità. Ho avuto il piacere e l’onore di fare una piccola intervista

ai due frati decani del Convento: Padre Luciano e Padre Ermenegildo, rispettivamente di 84 e 82 anni. Inizio con l’intervista a Padre Luciano.

Alla mia domanda: “Padre Luciano perché si è fatto religioso?” Padre Luciano risponde: “Nel mio paese c’era un Servo di Maria e vedeva che io frequentavo sempre la chiesa, servivo la Messa. Ero entrato in simpatia di questo frate di nome Fra’ Guglielmo e un giorno fu lui stesso a indirizzarmi verso questa professione”. Padre Luciano proviene dalla Versilia da un paese di nome Pruno nel comune di Ponte Stazzemese. Faceva parte di una famiglia numerosa composta di 7 figli: quattro maschi e tre femmine. Decide quindi di entrare in convento, ma non si sente all’altezza, ha paura di non riuscire. “Ora – dichiara – sono un altro uomo”. Pruno è un paesino tra i montoi a 12 km da Pietrasanta. Viene da una famiglia di cavatori di marmo. Il padre era cavatore, come lo si poteva fare all’antica, non con i mezzi e le macchine che esistono oggi, una vita durissima la sua. Ma la scintilla che lo fa decidere non è la paura di affrontare una vita pericolosa come quella del padre, ma una vera e propria “chiamata” alla fede. Come prima destinazione lo mandano alla SS. Annunziata di Firenze a fare un po’ di tirocinio, mentre il noviziato lo fa a Montesenario negli anni 1937-39, in piena epoca del fascismo. Domando: “Come ha trovato l’ambiente a Montesenario?” Pacatamente e con il sorriso risponde: “Faceva molto freddo, ma allora eravamo giovani, si vinceva. Poi c’erano delle mansioni da espletare e non avevamo molto tempo per pensare. Il lavoro era essenzialmente manuale: cucina, refettori, chiesa e poi le ore di formazione spirituale. In quei tempi c’erano circa 20 0 25 frati. Quindi una bella comunità. Il Convento aveva tre poderi con i contadini, con le mucche e le vacche da lavoro. Questi erano coloro che ci davano un poco da vivere. Ci portavano il latte, il formaggio, la legna. C’era un fratello che faceva il fattore, si chiamava Fra’ Paolino. Non mi sono pentito di entrare nell’Ordine dei Servi, tant’è vero che lo rifarei. Passati 2-3 anni sono andato a Siena. Quel convento era talmente povero…..praticavano ancora la questua (l’elemosina). Anch’io quando avevo tempo andavo in campagna per racimolare qualcosa: olio, legumi, formaggi: Soldi? A Siena non se ne facevano. Io ero solito andare in periferia ma la gente del posto i soldi li tenevano stretti. Davano invece spesso da mangiare e talvolta anche da dormire. Da Siena, in occorrenza di un cambio di supriori, fui mandato a Montesenario. Da allora sono passati la bellezza di 43 anni, quasi 44 sempre nel servizio della chiesa, accoglienza ai pellegrini, e fra la gente a dire due parole di conforto. Insomma una bella vita spesa al servizio del Signore, dei Sette Santi e della Madonna. Ora il convento è più frequentato, è un luogo più aperto e anche più vivibile. Il nostro è un Santuario antico che ha il privilegio di avere avuto l’apparizione della Madonna. Però la comunità dei fratelli non è più numerosa come una volta. Abbiamo frati toscani, dell?talia del Nord e (lo dice con un pizzico di orgoglio) anche canadesi”.

Poi è la volta di Padre Ermenegildo. Per coloro che sono visitatori abituali del convento

padre Ermenegildo è colui che ha la cura delle bellissime abetìe che circondano, quasi occultano il cenobio. Padre E. ha un po’ il pallino dei cartelli, quasi tutti ti invitano ad amare e rispettare il bosco. Ce ne sono alcuni che dicono: “La natura è un libro aperto” oppure “Guarda la natura e pensa al suo creatore”. Altri ammoniscono, ma in maniera cortese, coloro che vorrebbero oltraggiarla o farle violenza. Ma quando c’è qualcosa che non va, Padre Ermenegildo, non esita a rimproverare, poiché le piante sono utili alla nostra salute. “Mi piacciono le piante – afferma candidamente – sono creature di Dio che vanno amate e rispettate”. Poi inizia a parlare della sua vita di frate, Servo di Maria. “Il mio, è stato un tirocinio un po’ prolungato. Conoscevo un certo Padre Innocenzo, Domenicano. Ma sentii dire che i domenicani erano dei grandi studiosi, e questo mi mise un po’ di timore per uno come me che veniva da Tizzana di Quarrata. Mia madre, una santa donna, una volta mi ricordò quando io, ancora molto giovane dovevo entrare nel collegio a Figline Valdarno. Ormai la cosa era fatta se non che all’ultimo momento il Direttore mi avvertì che non c’erano più posti. Mia madre mi ricordò, appunto, che a me la cosa dispiacque. Nel frattempo conobbi un Padre, molto buono, sempre con il sorriso, questo era Padre Biondi. Fu questa la scintilla che mi mise in pace. Entrai nel 1932 nei Servi di Maria, come studente e dopo aver fatto tutto il ginnasio divenni sacerdote nell’anno 1943. Fino all’anno 1961 sono stato il frate più itinerante. Nel 1960 fui mandato a Sansepolcro, provincia di Arezzo. Qui conobbi Don Francesco Campidori (altro mio zio prete) che era parroco in una parrocchia di Badia Tedalda. Fu proprio in quest’ambiente di foreste demaniali che mi innamorai della natura e degli alberi”. Padre Ermenegildo ha ora 82 anni.

Concludo queste interviste non senza essere invitato prima a degustare un sorso della famosa Gemma di Abeto, liquore a base di erbe, fabbricato dagli stessi monaci, seguendo ricette antichissime. Questo liquore, da sempre, ha effetti medicamentosi; cura tra l’altro il raffreddore se preso con il caffè o thé caldi. Questo pomeriggio a Montesenario è passato come un baleno e l’ambiente unito all’esperienza spirituale dei monaci mi ha arricchito. Torno in città, lentamente discendo il monte con la mia auto, mi guardo un attimo allo specchietto: ho il sorriso di chi ha trascorso alcune ore felici.

Paolo Campidori

Fontebuona, 8 gennaio 2002

MONTESENARIO OGGI

Intervista con il priore del Convento

Essendo un ospite quasi abitudinario del Convento di Montesenario, non da ora, ma fin dalla fanciullezza, posso dire di conoscere questo convento abbastanza bene e di aver veduto con il passare degli anni anche le trasformazioni (poche in verità) del complesso conventuale, i passaggi di “proprietà”, usando una iperbole, per significare i passaggi da un priore all’altro, o altre trasformazioni, questa volta più consistenti, della tipologia del visitatore o del modo di “avvicinarsi” a questo Santuario. Ritengo, che una volta, ci si “avvicinava” a questo sacro eremo con più fede, in porticolar modo in occasione di feste importanti. Mi ricordo che da ragazzo partivamo a piedi da Fontebuona, si saliva a Ferraglia, giù per Risercioni, si lambiva Bivigliano e si arrivava per la vecchia stradina al Convento. Lungo questa stradina, mi ricordo, prestavamo particolare attenzione e devozione alle stazioni della Via Matris e a ogni tabernacoletto dicevamo una preghiera e depositavamo un fiore o un sassolino. Arrivati alla vetta, il nostro occhio scrutava meravigliato il panorama superbo che spazia a 360 gradi, Mugello, Valle della Carza, Firenze, che meraviglia! Quassù si trovava letteralmente una invasione di persone, non c’era prato, non c’era un angolo che non fosse affollato di persone. E poi le grotte! La nostra fantasia di fanciulli era messa a dura prova. Dei santi eremiti vivevano in queste grotte? Ma come facevano le nostre ancestrali paure a conciliare questa idea. E poi gli animali selvatici, e questi santi che si cibavano solo di bacche o altri frutti selvatici. Era troppo perfino per la nostra fantasia. I tempi sono cambiati. Montesenario ha subito una vera e propria “profanazione”. Più che di pellegrinaggi di fede si deve parlare di turismo, per i più svariati motivi. Motivi artistici, luogo di villeggiatura, ecc. ecc. ecc. Allora vuol dire che i tempi sono cambiati? Ti aspetti e speri che qualcosa cambi, in meglio possibilmente. Ma questo dipende anche da noi. Per conoscere ancora meglio la realtà del Convento, ho voluto incontrare personalmente il nuovo priore, che gentilmente mi ha concesso una breve intervista. Padre Luigi è questo il suo vero nome? Si sono Luigi De Candido e provengo da una famiglia di nobiltà terriera decaduta al tempo di Napoleone. Lei è toscano, da dove proviene? Sono friulano e provengo da un villaggio della Bassa Friulana. Dove era precedentemente e quale carica occupava? Ero a Rovato, un convento del ‘400, in provincia di Brescia. Questo convento fu fondato dalla Congregazione dell’Osservanza, un gruppo di frati che volevano vivere in maniera più rigida. Lì ero il priore della comunità. Conosceva l’ambiente di Montesenario? Si, tutti i Servi di Maria lo conoscono dal periodo della formazione. Poi io sono stato a Firenze 5 anni per il Liceo e la Filosofia e durante l’estate passavamo l’estate a Montesenario come frati studenti. Successivamente, sono venuto come pellegrino e per attività culturali. La data in cui lei ha assunto la carica di priore di Montesenario? L’11 dicembre del 2000 mentre era alla conclusione il grande Giubileo. Come ha ritrovato l’ambiente? Dal punto di vista logistico è stato in fase di ristrutturazione, quindi abbellito: c’è bisogno tuttavia di ulteriori restauri dell’immobile. L’ambiente conventuale continua la solidità del lavoro che da decenni i frati stanno sostenendo, per es. il lavoro dei boschi, bar, distilleria, sacrestia, libreria, ecc. Lei è considerato un padre o un confratello? Bisognerebbe domandare agli altri come considerano il priore. Lei è severo? Si sono molto severo e questo fa parte del carattere friulano unito anche alla dolcezza e riservatezza. Quali sono i problemi più urgenti che si è ritrovato a dover risolvere qui a Montesenario? L’imponenza dei lavori, l’onere della manutenzione di un edificio così complesso, alcune situazioni di anzianità dei fratelli, la diversificazione dei pellegrini che salgono al Monte. Quali sono i progetti che questo convento vorrà realizzare nel futuro? Progetti sentiti e necessari sono il potenziamento della condivisione della vocazione servitana con i laici ed una loro continuità di partecipazione alla vita della comunità e di collaborazione alle sue attività. Quali sono i suoi hobbies, meglio dire, ama qualcosa in particolare ad es. arte, letteratura, ecc.? Sarebbe il giornalismo, ad esempio: ho scritto per molte testate, saggi, interviste…. Non ho potuto proseguire con ampiezza questa attività per altri impegni di tipo conventuale “quasi claustrale”. Lei è un padre più contemplativo o d’azione? Né contemplativo, né d’azione. Non mi sento etichettabile in questo senso. Preferisco il realismo con tendenza all’ottimismo. Ama il Mugello? Quali sono i punti di vista: orografico, flora, fauna. Anch’io mi dedico al servizio nelle parrocchie. Qual’è stata la scintilla, per la quale ha deciso di farsi Servo di Maria? Scintille non esistono. Esistono continuità di luci. La maturazione di una vocazione specifica avviene lentamente con una consapevolezza motivata e acquisita. Quali sono le caratteristiche peculiari del Convento? Possibilità molto varia di incontri personali dei frati con la gente, di dialogo e d’accoglienza, di disponibilità logistica per presenze e attività di tipo culturale e spirituale, la liturgia, la preghiera, ovviamente la storia e la memoria che sono fondamentali per l’identità dell’Ordine. E soprattutto noi frati…Anzi in primo piano i Sette Fondatori!

Paolo Campidori

OK OK OK

PADRE LUCIANO (GUIDI)

Perché si è fatto religioso? Nel suo paese c’era un Servo di Maria e vedeva che era sempre per la Chiesa, serviva la Messa. Era entrato in simpatia di questo frate di nome Fra’ Guglielmo. Padre Luciano proviene dalla Versilia da un paese di nome Pruno del Comune di Ponte Stazzemese. Faceva parte di una famiglia numerosa di 7 figli: quattro maschi e tre femmine. Decide di entrare in un Convento, ma non si sente all’altezza, aveva paura di non riuscire. Ora è un altro uomo (?). Paesino tra i monti a 12 km da Pietrasanta. Viene da una famiglia di cavatori, il padre era cavatore, con compiti vari. La scintilla che lo fa decidere è una chiamata interna. Come prima destinazione SS. Annunziata di Firenze a fare un pò di tirocinio. Mentre il noviziato lo fa a Montesenario negli anni 1937-1939 in piena epoca del fascismo. Come ha trovato l’ambiente a Montesenario? Faceva molto freddo, ma allora eravamo giovani, si vinceva e poi c’erano delle mansioni da espletare, lavare(?)         , cucina, refettori, chiesa e poi le ore di                   . In             c’erano circa una ventina o 25 frati. Quindi una bella comunità. La campagna intorno a Montesenario? Il Convento aveva tre poderi con i contadini, con le mucche, le vacche da lavoro. Questi erano coloro che ci davano un poco da vivere. Ci portavano il latte, il formaggio, la legna. C’era un fratello che faceva il fattore, si chiamava Fra’ Paolino. Non che mi sia pentito             di entrare nell’Ordine dei Servi, tant’è vero che lo rifarei. Passati 2-3 anni sono andato a Siena. In quel convento ancora praticavano la questua, il convento era povero e quando avevo tempo andavo alla campagna per racimolare qualcosa: olio, legumi, formaggi. Soldi a Siena non se ne facevano, andavo in periferia(?) ma i senesi i soldi non li davano, davano invece spesso da mangiare e talvolta anche da dormire. Da Siena, in occorrenza di un cambio dei superiori fui mandato a Montesenario. 43 anni, quasi 44 anni sempre nel servizio della chiesa, accoglienza dei pellegrini, con la gente a dire due parole di conforto. Insomma una bella vita spesa al servizio del Signore, dei Sette Santi e della Madonna. Ora ci sono più frequenze, più movimento, un luogo più aperto, più vivibile. Un Santuario             . E’ apparsa la Madonna ai Sette Santi. La Comunità dei fratelli non è più numerosa come una volta. La casa di Montesenario è la culla dell’Ordine dei Servi di Maria. Ci sono frati toscani,                 , dell’Italia del nord e perfino canadesi.

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