DOSSIER PRATOLINO-MACIOLI LA CHIESA DEL PIOVANO ARLOTTO …E NON SOLO!


DOSSIER PRATOLINO-MACIOLI LA CHIESA DEL PIOVANO ARLOTTO …E NON SOLO!

LA CHIESA DI SAN CRESCI A MACIOLI, GIA’ SAN CRESCI IN ALBINO (S. Cresci in Albio, sita Albium)

Questa chiesa che si trova su un bel poggio, proprio ai confini estremi del Mugello, verso Firenze, domina da una parte il panorama fiorentino e fiesolano e dall’altra quello mugellano e della Val di Carza in particolare. Mi è cara questa pieve per diversi motivi, uno perché fu la chiesa del piovano Arlotto, celebre prete burlone, l’altra perchè qui fu pievano l’eccellente studioso e traduttore di testi biblici che fu Mons. Fulvio Nardoni, terzo, proprio perché in questa Pieve di Macioli io ricevetti il Battesimo (in quel bellissimo Fonte protetto da una stupenda cancellata in ferro battuto opera del senese B: Franci), essendo nato nella Parrocchia di Ferraglia, sprovvista di fonte battesimale. Ma questa chiesa mi è cara anche per altri motivi: per la storia, per la bellezza delle sue forme rinascimentali, per il passato legato ai Medici e alla storia fiorentina e mugellana, e infine ma non per ultimo per i ricordi che ho legato alla mia fanciullezza. Ho ritenuto giusto far parlare studiosi antichi e moderni su questa Pieve, che, devo dire la verità non è molto conosciuta, se non per il motivo di essere stata la Pieve del Pievano Arlotto, e per essere la chiesa parrocchiale della Villa medicea di Partolino.

Origini:

  1. Amerighi:

Le testimonianze più antiche risalgono al 926, ma era sorta su un luogo già ricco di storia: da qui passava il confine tra l’Esarcato di Ravenna e l’Impero d’Occidente (VI.VIII secolo)

Repetti: Con simile vocabolo fu designata nei secoli intorno al mille la Pieve di San Cresci a Macioli alle sorgenti del torrente Carza. …Della stessa Pieve si hanno memori fino dal sec. X. Citerò fra gli altri un istrumento dell’anno 941 relativo a una donazione fatta da tre fratelli a favore della chiesa e della mensa fiorentina di tuttociò che possedevano nella pieve di S. Cresci in Albio (sita Albium). La qual pieve si dichiara posta in Albino nelle bolle spedite dai Pontefici Pasquale II e Innocenzo II ai vescovi di Fiesole

Niccolai: La Pieve è ricordata fino dal 926. In due documenti, del 105° l’uno e del 1066 l’altro si fa menzione di una Curtem et castellum S. Crisci sit. Carza. Anticamente la troviamo denominata San Cresci in Albino.

  1. Chini: chimavansi allora S. Cresci in Albino, come risulta da varie bolle di Pasquale II e Innocenzo II pontefici.

E’ probabile che il termine in Albino stia a significare “in Alboino”, cioè la chiesa era stata costruita su un terreno demaniale, di proprietà cioè del re. In effetti tutta la zona faceva parte della corte cosiddedetta di Festiglioni che era ubicata intorno all’attuale chiesa di San Jacopo detta appunto a Festiglioni. Questo vocabolo ci ricorda da vicino, un altro vocabolo, cioè Festalia o Festalla, che sarebbe stato l’antico nome della chiesa di Ferraglia.Non se ne conosce, per il momento l’esatto significato, che pare sia di origine etrusca. Tutta la zona infatti era etrusca: Cercina, Pescina, Pietra Mensola, Ferraglia, Vaglia, che pare derivi da Ualia, ecc. E’ probabile che la curtis inglobasse anche questo territorio, però non è accertato da nessun documento.. Questa curtis, che comprendeva anche Pratolino e i terreni dove sorgeva la Villa Medicea, fu donata dai Signori di Castiglione, proprietari di tutta la zona e della zona di Cercina, ai Vescovi di Fiesole. Questa tenuta fu poi acquistata nel 1468 dai Medici, i quali la acquistarono proprio dal Piovano Arlotto, amico personale di Lorenzo il Magnifico e amico della famiglia Medici. Il castello sorgeva nelle vicinanze in località Calicarza che significa Capo di Carza, cioè una località situata alle sorgenti del torrente ominimo. Il Castello doveva essere molto importante e ben munito e doveva appartenere sempre ai feudatari della zona, i Castiglione da Cercina. Presso al Castello esisteva un’altra chiesa detta San Piero in Calicarza, della quale resta tutt’ora il campanile, rimaneggiato sotto forma di casa torre. Questa chiesa è esistita almeno fino a tutto il XVIII secolo, di essa ce ne parla anche il Brocchi. Sconosciuto, sembra essere il termine con il quale venne designata la chiesa e cioé Macioli. Il termine potrebbe derivare da macìa, cioè un terreno molto sassoso, dove l’agricoltura è impraticabile. Tutta la zona intorno ci parla di antichità. Nei pressi c’è una località detta Vico, da vicus, contrada, vicolo; il Miglio, dove forse era posta una pietra miliare della strada romana, e poi la vicinanza con Fiesole etrusca, con la quale era collegata con una strada che passava da Festiglioni, Sant’Andrea a Veglia (anche questo toponimo è etrusco, deriverebbe da Velia, nome di donna); mentre un’altra strada collegava questa località con l’altra importante città etrusca Artimino, e la strada toccava Cercina, Quarto, ecc. ecc.

Architettura

Amerighi:

Nel 1448 fu fatta completamente restaurare dal Pievano Arlotto…Le porte e le finestre della facciata sono quattrocentesche, mentre i cornicioni risalgono al XIII secolo. Lo stemma è della famiglia Neroni Diotisalvi. L’interno in stile quattrocentesco, ha tre navate sorrette da due file di colonne

Repetti: Questa chiesa plebana di architettura semi-gotica a tre navate con sette colonne per parte fu fabbricata nel modo che ora si vede

  1. Chini: La Pieve di Macioli con architettura semigotica e a tre navate, com’è al presente…

Niccolai: L’edifizio, anticamente a bozze di pietra serena, fu abbellito nel suo nuovo stile a metà del sec XV dalla nobile famiglia fiorentina Neroni sotto il plebato di Antonio Mainardi, quinto pievano, eletto da Martino V. La facciata ha una graziosa cornice di coronamento in mattoni e la porta in pietra con ricche decorazioni di stile dorico e suvvi tre finestrine ovali. L’interno è a tre navate in cavalletti con due belle file di colonne scannellate, sette per parte. Nei capitelli il dorico semplice armonizza col composito e col corinzio.

  1. Zeppegno: edificio del primssimo Rinascimento, di forme particolarmente nitide e armoniose nell’interno a tre navate divise da eleganti colonnine ioniche, mentre l’esterno mostra ancora elementi dell’originaria struttura romanica. La chiesa fu rifatta per iniziativa del suo parroco, il Piovano Arlotto, tuttora celebre nel contado fiorentino per le sue burle, poco dopo il 1440; è quindi da scartare la proposta attribuzione ai fratelli Giuliano e Benedetto da Maiano, mentre non è da escludere un intervento di Michelozzo.

L’osservazione dello Zeppegno mi pare giusta per quanto riguarda una paternità del disegno della chiesa a Giuliano da Maiano, nato nel 1432 e il fratello Benedetto nato addirittura il 1442. La chiesa fu fatta restaurare nel 1448. Più probabile sembra l’intervento di Michelozzo avando egli lavorato in Mugello per i Medici alla Villa di Cafaggiolo e al Convento dei francescani di Bosco ai Frati presso San Piero a Sieve. Bisogna dire però che la Pieve di Macioli per la sua inimitabile purezza di linguaggio, per la misurazione razionale dello spazio in cui ogni parte è armonicamente coordinata ci fa venire a mente lo stile brunelleschiano delle chiese di San Lorenzo e Santo Spirito a Firenze. L’impianto però della chiesa è romanico, probabilmente sia la chiesa romanica che il campanile, come pure i cornicioni in laterizio risalgono con tutta probabilità al 1279, al tempo del Piovano Ambrogio, anno in cui la chiesa fu rifatta in quello stile. Tuttavia la chiesa originaria è molto più antica, addirittura la si farebbe risalire ai monaci basiliani, venuti dall’Oriente (le prime forme di diffusione del Cristianesimo nel Mugello). Per quanto riguarda le colonne, sette per parte, si tratta di colonne e capitelli ionici; mi sembra strano che il Niccolai, da grandissimo e preciso studioso qual’era, dica “nei capitelli il dorico semplice armonizza col composito e col corinzio”. Il Repetti che scrive verso la metà del XIX secolo, definisce l’interno di Macioli a tre navate con “architettura semi-gotica”. La stessa definizione la da anche il Chini. Non c’è dubbio quindi che la chiesa abbia avuto delle trasformazioni in tal senso per adattarla ai gusti del tempo, penso tuttavia che tali lavori non abbiano toccato archi, colonne e capitelli che mi sembrano originali. Sulla facciata si nota, sopra il portale rinascimentale, una traccia di un tetto o una tettoia di un portico che si appoggiava su quel punto. Potrebbe anche trattarsi del tetto della chiesetta originaria, preromanica.

Campanile

Repetti:

La torre, ossia campanile di Macioli fu riedificato nel sec. XIII, di che ne fornisce notizia la seguente iscrizione: “Anno Domini 1279 Ind. II, mense septembris. Tempore Ambrosii Plebani fecit fieri hoc Nolarium cum omnibus suis campanis »

Zeppegno: L’antica iscrizione con busto che si nota a sinistra dell’altar maggiore, datata 1279, ricorda il Piovano Ambrogio che fece costruire il campanile “cum omnis suis campanis”.

Adesso il busto, originariamente posto all’esterno, si trova nella navata all’interno della Chiesa. Per terminare voglio dire due parole sul Piovano Arlotto. Le sue burle sono celebri e di lui abbiamo una figura di un personaggio faceto, sempre in cerca di persone sempliciotte da gabbare. In realtà Arlotto, della Famiglia Mainardi, era originario di Scarabone nella Pieve di Vaglia, ed era stato scelto dalla nobile famiglia Neroni per la sua intelligenza, per la sua istruzione e anche per la sua generosità. Era talmente generoso che avrebbe diviso volentieri con altri anche la propria tomba. Difatti il nostro Piovano aveva, ancora in vita fatto costruire la proprio tomba, nella chiesa detta de’ Pretoni , in Via San Gallo a Firenze, e vi aveva fatto mettere la seguente iscrizione: Questa sepoltura, il Pievano Arlotto la fece fare per sé e per chi ci vuole entrare. Più generoso di così…

Paolo Campidori

UN PIEVANO MUGELLANO DOTTO E CORAGGIOSO

Intervista con il nipote

 

Monsignor Fulvio Nardoni era un pretino asciutto, di statura media, con con il volto un po’ scavato e gli zigomi appena pronunciati. Aveva due occhi neri, grandi ed espressivi che celava un poco sotto le spesse lenti dei propri occhialini tondi. Aveva i capelli neri e a ben guardarlo sembrava più un medio orientale che un italiano, forse lo si sarebbe potuto scambiare anche per un ebreo. In realtà era nato a San Godenzo nel 1894 in Mugello al confine fra Toscana e Emilia Romagna. I suoi genitori, benché benestanti, erano di estrazione popolare, suo padre era segretario del Comune di San Godenzo e la madre casalinga originaria di Castagno d’Andrea.. Suo padre aveva avuto cinque figli: tre maschi e due femmine. La più piccola l’aveva chiamato Rosa o Rosina. Questa sorella accompagnerà Don Fulvio per tutta la vita, accudendo il sacerdote e portando avanti le faccende della canonica, della cucina, della pulizia della chiesa di Macioli, insomma gli aveva fatto da “perpetua”. Rosina era una donna semplice e buonissima. dolce di natura. Monsignor Nardoni aveva compiuto i primi studi, quelli elementari, a San Godenzo, paese natìo, poi decise di entrare nel seminario di Fiesole per farsi prete. Nel 1921 fu ordinato sacerdote proprio nella basilica fiesolana allora retta dal Vescovo Mons. Giovanni Fossà. Dal 1921 al 1933 ricoprì l’incarico di vice-rettore e di insegnante del Seminario fiesolano, e allo stesso tempo ricopriva l’incarico di mansionario della Cattedrale di Fiesole. Dal 1933, in pieno regime fascista, fu inviato, come pievano, alla Pieve di San Cresci a Macioli, presso Pratolino e ricoprì questo incarico fino al 1956 La Pieve allora era bella come è tutt’oggi, rinascimentale, a tre navate, con archi e colonne e un bellissimo arco trionfale, con un battistero protetto da una bellissima inferriata in ferro battuto, opera del Franci. Insomma la chiesa era tale e quale l’aveva lasciata il Pievano Arlotto, che l’aveva restaurata con i denari degli allora protettori e patroni della chiesa Signori Neroni, dei quali ci rimane lo stemma sulla facciata in alto della chiesa. Successivi restauri ebbero luogo, dopo il passaggio del fronte, con il patrocinio della Soprintendenza ai Monumenti di Firenze e con i denari del popolo. Finita la parentesi a Macioli il sacerdote fu nominato canonico della chiesa di Sant’Ansano a Fiesole, fino alla morte avvenuta il 22 luglio 1974. Ho raccolto queste testimonianze dal nipote, Sig. Paolo Luciano Frassineti, che ha vissuto tutta la propria gioventù con lo zio Monsignore.

Com’era il clima a Pratolino durante l’ultima guerra?

Durante l’ultima guerra Mons. Nardoni, mio zio, aveva organizzato un archivio particolare per aiutare gli ebrei. Queste persone, perseguitate dal regime, diventavano cattoliche per mezzo di una conversione fittizia.

Come riusciva a fare ciò Mons. Nardoni?

Mio zio rilasciava un certificato nel quale risultava, che a una certa data, queste persone si erano convertite al Cristianesimo. Questo era sufficiente per sfuggire alle deportazioni.

Quindi non era solo un problema di razza, ma anche di religione?

Si è vero, però bisogna tener presente che una parte degli ebrei di allora, quelli più “ortodossi”, era molto ostile nei confronti della religione cattolica e cristiana (Questo però non capitava con Mons. Nardoni con i quali aveva un dialogo vero e proprio). Per loro Cristo era un blasfemo e un malfattore giustiziato dai Romani, 2000 anni orsono. Oggi gli stessi si stanno rendendo conto che è cambiato l’atteggiamento dei cattolici nei loro confronti e quindi una parte di loro, quella più moderata e intellettuale è più “possibilista” .

 

I tedeschi non se ne sono mai accorti di questo “escamotage” che riguardava il cambio della l identità religiosa degli ebrei?

Questa attività fortemente illegale per quel periodo fu poi scoperta e i tedeschi lo vennero a prelevare e lo portarono alla Lupaia (una località nei pressi di Pratolino) sulla strada che conduceva al comando tedesco.

Come andò a finire?

Andò a finire che mio zio offrì dei denari e questi lo rilasciarono.

Oltre agli ebrei ha protetto altre persone?

Oltre a queste persone, sempre durante la guerra, lui teneva nascosto una trentina di paesani di Pratolino. Nel bosco c’era un rifugio. Questo rifugio dentro il bosco era abbastanza vicino alla chiesa. Questi rifugiati erano in parte famiglie di Pratolino con i propri figli e in parte erano alcuni giovani che sfuggivano al servizio militare, perché non volevano andare al fronte. Fra questi c’era una persona molto conosciuta il famoso Beppe Bello, con la moglie, era un personaggio molto caratteristico.

Era quello che aveva un difetto fisico?

Si, il nome Beppe Bello era decisamente ironico

Quindi Mons. Nardoni era un uomo coraggioso?

Era un uomo coraggioso, però la paura era molta. La sera, per invocare la protezione Divina, mio zio mi mandava con secchiello e acqua benedetta affinché queste persone si facessero il segno della croce e dicessero le preghiere. Allora la gente era molto religiosa e praticante.

Quali erano i rapporti di Mons.Nardoni con la Principessa Demidoff?

Devo dire che mio zio era tenuto molto in considerazione dalla Principessa Demidoff. La Principessa, che abitava la Villa Medicea di Pratolino, era russa, di religione ortodossa, quindi molto vicina al cattolicesimo. Essa era inoltre una parrocchiana. La Principessa teneva talmente in considerazione lo zio che tutte le settimane lo invitava nella sua villa. Prima di morire, avrebbe donato alla Chiesa, e – si dice – molto volentieri, un lascito notevole. Cosa che però poi non si è avverata.

Perché?

Forse perché lo zio era talmente umile e onesto che non ritenne giusto accettare un lascito o “ricompensa”, poiché in fondo si sarebbe trattato di ciò.

Come era composta la famiglia di Mons Nardoni?

Oltre la sorella, che si chiamava Rosina – come abbiamo già detto – c’eravamo noi, io e mio cugino Roberto, figlio di un fratello di Monsignore.

So che c’erano altre persone in famiglia.

Per un certo periodo, dopo il passaggio della guerra, è stato ospite della Pieve, per vari anni, un nobile fiorentino, era un Marchese e apparteneva alla nobile famiglia dei F. Questa sua presenza è stata determinante per l’economia familiare, per un certo periodo. Era un personaggio faceto e anche un po’ burlone che per certi tratti faceva ricordare l’illustre Pievano Arlotto, che fu pievano a Macioli nella seconda metà del ‘400, ai tempi di Lorenzo il Magnifico.

Ma Mons. Nardoni era soprattutto un grande studioso.

Mio zio era un grande studioso e ricercatore di testi biblici. In particolare aveva tradotto integralmente la Bibbia, Nuovo e Vecchio Testamento, dai testi originali antichi, quali l’aramaico (lingua ebraica antica) e greco antico. Per questa sua grandissima cultura era diventato docente del seminario di Fiesole.

Dove sono i documenti che riguardano e comprovano la vita e l’attività e le ricerche storiche di Mons. Nardoni?

Tutti i documenti che sono stati lasciati da mio zio si trovano presso gli Archivi del Vescovado di Fiesole.

Per averlo conosciuto e stimato personalmente devo dire che Mons. Nardoni era un po’ tradizionalista. Inoltre me lasciò nel lontano 1962, una sua Bibbia tascabile con dedica.

Questo è intuibile dalla passione che aveva per il latino e le lingue greche e l’aramaico e inoltre conosceva molto bene le lingue moderne.

Conosceva molto bene anche lingua italiana, infatti la Bibbia tradotta da Mons. Nardoni è apprezzabile anche per il linguaggio caratterizzato da una semplicità estrema.

Basti pensare che un giorno fu invitato dal Presidente della Camera di Commercio, il Prof. Devoto (l’autore dei vocabolari della lingua italiana) per uno scambio e un approfondimento di certe questioni sulla lingua italiana.

In quante edizioni è uscita la sua Bibbia?

Una prima edizione dei Vangeli risale al 1948 a cura delle edizioni Paoline. La Bibbia integrale invece fu edita per la prima volta dalla LEF di Firenze, che curò la bellezza di cinque edizioni. Fino ad arrivare all’attuale ristampa, in corso di pubblicazione, a monografie, curata dalla Einaudi Edizioni.

Paolo Campidori

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