DOSSIER DANTE ALIGHIERI


DOSSIER DANTE ALIGHIERI

L’ESILIO DI DANTE ALIGHIERI

Nel mezzo del camin di nostra vita

Mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

In una nota al Canto I della  Divina Commedia edita per conto della Società Dantesca, dal Gruppo Editoriale, Sant’arcangelo di Romagna. 2007, con il testo citico di Giorgio Pedrocchi,  si legge la nota seguente: “Nel mezzo: che la metà della vita cada nel “trentacinquesimo anno” si apprende dalle parole di Dante nel Convivio (IV,XXIIII,9). Il viaggio oltremondano comincia pertanto, nel 1300, la sera del venerdì santo (cfr. Inf. II,I e XXI, 112)”.

Mi sembrerebbe giusto osservare che tutto quanto scrive Dante non vada preso alla lettera, ma interpretato. Questo non significa che il viaggio immaginario di Dante, che altro non sarebbe che la sua “conversione”, inizi proprio nel 1300, però questa data potrebbe esser imprecisa dal punto di vista storico. Riterrei invece più probabile far coincidere questa “conversione” nella vita del Sommo Poeta, un paio d’anni più tardi, vale a dire nel 1302, quando lo stesso si ritrova coinvolto in una delle più sciagurate congiure contro la Repubblica Fiorentina.

Siamo alle porte dell’estate, quando il giorno 8 di giugno 1302, Dante si trova a San Godenzo in Mugello, per presenziare, insieme ad altri illustri esuli di parte bianca, nell’omonima Pieve benedettina, a quella che può essere considerata la più spregiudicata e sconsiderata riunione di guerra contro Firenze. Fanno parte di questo convivio, riunito dai Guidi, protettori tra l’altro della Pieve di San Godenzo, oltre al notaio Ser Buto di Ampinana, le parti che hanno deciso di stabilire lo sciagurato contratto. Da una parte i rappresentanti di illustri famiglie Fiorentine, e fra questi i Torrigiani, i Cerchi, i Ricasoli, i Pazzi, Dante Alighieri, ecc. e rappresentanti di nobili famiglie aretine come gli Ubertini; la controparte era invece rappresentata da Ugolino di Felicione degli Ubaldini e dai Guidi. Queste due ultime famiglie, erano i signori dell’Appennino Tosco-Emiliano-Romagnolo. Il patto sciagurato prevedeva che i signori Ubaldini e Guidi, nel caso la guerra contro Firenze fosse andata male, avrebbero dovuto essere risarciti dei danni subiti. Un patto quindi doppiamente sciagurato, che forse indusse il nostro Poeta ad avere dei dubbi prima, oltre che a dei rimorsi poi, e in seguito considerare tale patto come una follia.

Noi sappiamo che Dante, come lo rappresenta bene l’incisione del Dorè, era una persona che oltre ad essere di nobile famiglia, era un carattere deciso “ferrigno”, tutto di un pezzo, che difficilmente scendeva a compromessi. Questo carattere gli aveva procurato non pochi guai, nell’amministrare importanti compiti politici in una città divisa principalmente in due fazioni: Guelfi e Ghibellini, ma in realtà queste fazioni erano come dei fiumi che si disperdono infiniti rivoli. Nel 1300, Dante era ancora questa persona (1), i cui pensieri erano ancora immersi nelle lotte fratricide, nelle guerre per il potere, pur essendo uomo religioso. Sarà stato proprio il 1302 l’anno della svolta di Dante?

Dopo aver stipulato l’aberrante patto insieme ai facinorosi nobili fiorentini contro la Repubblica, ed aver visti poi gli esiti dannosi, Dante, comincia a dubitare ma soprattutto è infastidito da quella che lui chiama la “compagnia malvagia e scempia”. Si riferisce in modo particolare ai Cerchi, detti anche i Selvatici, che erano proprietari di vasti territori in Acone presso Rufina, molto vicino alle proprietà dell’Alighieri in quel di Pagnolle presso Monteloro, dove esisteva anche il castello dei Vescovi fiesolani.

Dante ormai non aveva più scampo. Se i soldati della Repubblica fiorentina l’avessero preso, per lui non ci sarebbe stata nessuna possibilità di salvezza, egli sarebbe stato senz’altro ucciso. In questo turbinio di eventi e di passioni contrastanti, Dante sceglie l’esilio. Dalla Pieve di San Godenzo, passando davanti alla fortezza dei Guidi, detta lo Specchio, Dante inizia il suo triste cammino verso l’esilio che non lo riporterà mai in patria. Dalla Fortezza dello Specchio, guardata a vista dagli uomini armati dei Guidi, Dante si inoltra nella foresta che costeggia il torrente di San Godenzo, caratterizzato da correnti veloci e cascate d’acqua limpidissima. La foresta che Dante attraversa è come quella da lui descritta “una selva oscura”, dove la natura è tuttora allo stato primordiale, con grandi alberi sagomati in maniera scheletrica, con grossi nodi, popolata da uccelli rapaci e animali selvatici, un posto insomma dove è facile immaginare un “inferno”, un luogo dove realmente e facilmente ci si può smarrire, specialmente se percorso in fuga di notte (come è probabile lo abbia percorso Dante). Dopo una mezz’oretta di cammino Dante arriva all’attraversamento del torrente su un ponte ad una arcata, detto del “Cicaleto”. Non so se Dante avrà osservato, ma proprio nei “conci” centrali della volta, esitono dei graffiti che hanno significati credo esoterici. In uno, sembra di vedere un pesce e nel mezzo di questi dei volti di fantasmi o di morti-viventi, insomma raffigurazioni raccapriccianti; in un altro una coppa, che potrebbe alludere al “Santo Graal”. Tutto ciò rende la selva ancora più misteriosa.

Nella sua fuga verso la Romagna Dante fu probabilmente intercettato da due soldati della Repubblica al Poggio detto della Maestà, i quali, secondo la tradizione, chiesero a Dante (2) se avesse udito di lui e quando fosse passato da lì. Dante avrebbe risposto di riferire alla Repubblica le seguenti parole: “Ripetete che quando c’ero c’era”. Dopo aver superato il crinale Dante, ormai in territorio romagnolo, era in prossimità di un Romitorio che si trova a breve distanza dalla cascata detta dell’Acqua Cheta, descritta da Dante nella Divina Commedia, Canto XVI, Versi 94-105.

Come quel fiume c’a proprio cammino

Prima da Monte Verso, inver levante,

della sinistra Costa d’Appennino

che si chiama Acquacheta suso, avante

che si divalli giù nel basso letto,

e a Forlì quel nome è vacante

rimbomba là sovra San Benedetto

dell’Alpe, per cadere ad una scesa

ove dovrìa per mille esser recetto (3)

Ormai il “Ghibellin fuggiasco” è giunto in Romagna dove verrà ospitato in Romagna, dalle famiglie illustri del luogo, amiche dei Guidi e nemiche di Firenze. Dante ha salva la vita, ma ha perduto la Firenze che amava, al di sopra di ogni cosa. In un verso dirà “come sa di sale lo pane altrui”, e, dicendo questo Dante non si riferiva solo al pane che è insipido a Firenze e salato altrove. Tutto per Dante saprà di sale, quel sale che se messo sopra le ferite brucia da morire. A Dante non resterà, nelle sue prigioni dorate della Romagna, che scrivere le proprie “memorie”, quelle di un fuoriuscito che ama e odia, innalza gli amici alle glorie del Paradiso e inabissa i nemici nelle selve dell’inferno, che pure lui ha attraversato  realmente nella vita.

Paolo Campidori

Copyright: Paolo Campidori

Fiesole Pasquetta 2010

 

 

Note

(1)     Dobbiamo considerare appunto che la “svolta” avvenne dopo il “convegno dei fuorusciti ghibellini” a San Godenzo nel 1302

(2)     Forse Dante non era riconoscibile per essere camuffato. Ma c’è anche un’altra ipotesi: i soldati, su ordine dell Repubblica, avevano avuto l’ordine di far finta di “non riconoscere” il Ghibellino fuggiasco

(3)     Il Torrente che da origine alla cascata dell’Acqua Cheta, si chiama, nel versante nord “Acqua Cheta” e Montone nel versante Forlivese.

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