GLI ETRUSCHI SUL SANTERNO


GLI ETRUSCHI SUL SANTERNO

 

Gli etruschi sulla riva del Santerno?

Un edificio antico servito nel Medioevo e secoli seguenti per fabbricare terrecotte e ceramiche, potrebbe avere origini molto più antiche?

Mi trovavo tempo fa insieme ad un amico a visitare dei ruderi, in località Campiglia nel Comune di Firenzuola, proprio nell’alveo del fiume Santerno. Per arrivarci, lasciata la strada che porta a Castro San Martino ed al passo della Futa, si attraversa la proprietà dei fratelli Zagni (Fosco e Paolo) e si oltrepassa un piccolo tunnel di una strada sopraelevata.
Ma passiamo alla descrizione di questi ruderi: i muri sono costruiti a bozze regolari in pietra, qualche laterizio (raro) di riempimento. Muratura molto compatta con poca calce e rena. A un primo esame la tecnica muraria a filaretto farebbe propendere per un tipo di costruzione di epoca medievale. Ma un’analisi più attenta porterebbe a dedurre che si tratti di una tecnica muraria (e di materiali) molto simili a quella delle fondamenta del tempio di Fiesole, o di Misa (Marzabotto). L’altezza media dei ruderi nel punto di sbarramento del fiume é di circa cm. 110, mentre lo spessore è di cm. 80 circa. Un basamento sporge dal muro per circa cm. 20 e si eleva in altezza in egual misura. Date le notevoli dimensioni dell’edificio e il suo orientamento, circa 15×30 metri, si sarebbe indotti a pensare che si tratti di un edificio cultuale o qualcosa di simile.
La costruzione non è posizionata esattamente nella direzione dell’alveo del fiume, ma orientata un po’ verso SE. Vi chiederete come mai un edificio sia stato costruito proprio dentro l’alveo di un corso torrentizio come il Santerno. Bisogna subito dire che il letto del fiume originariamente non era in questo punto ma spostato più a monte, in direzione nord, di almeno una cinquantina di metri (lo Zagni lo ricorda così ancora una cinquantina d’anni fa). Inoltre c’è da notare che questo fiume scende, in brevissimo tratto, da un’altitudine di mt. 1000 a circa 300 metri e per questa ragione, nelle stagioni delle piogge, è soggetto ad ingrossarsi e le piene risultano talvolta impressionanti. Mi ricordava lo Zagni Fosco che suo padre, alcune volte in occasione di queste piene diceva: “Andiamo via da qui perché altrimenti il fiume prima o poi porterà via anche noi.” rive Capitava anche che il fiume uscisse dall’alveo inondando i campi circostanti. È stata quindi una di queste piene impetuose che ha deviato il corso più a valle, sempre di più, fino ad arrivare alla posizione in cui lo vediamo oggi. Una decina di anni fa, proprio una di queste piene, sconvolgendo il letto del fiume ha restituito le fondamenta di questo edificio, che fino ad allora erano rimaste nascoste, insieme ad oggetti di ceramica, materiali argillosi per la produzione delle ceramiche ed altro ancora. Proprio in alcuni punti i fratelli Zagni hanno visto affiorare in quantità rilevante dei frammenti consistenti di ceramiche, alcuni dei quali e secondo la descrizione fattami dagli Zagni, proprietari agricoltori del luogo, sarebbero in ceramica scura, mentre altri, da me esaminati, risalirebbero a un periodo posteriore, probabilmente del 1400 o 1500

Si potrebbe essere indotti anche a pensare che i frammenti sono stati portati in quel luogo dalla piena del fiume, ma questo lo escluderei poiché gli stessi erano ubicati e concentrati in determinate zone dell’edificio. Ma non è tutto: i fratelli Zagni hanno trovato anche materiali argillosi di scarto in misura abbondante, e rosticci, cioè residui della combustione di minerali. All’incirca nel mezzo di una delle stanze si trovava un basamento circolare fatto con sassi murati e al centro di essa, vi era un foro in cui era stato murato un palo e tutt’intorno a questo basamento tanti frammenti di ceramica, argilla ecc. Questo farebbe pensare che il basamento circolare con il palo sporgente non fosse altro che un tornio, molto rudimentale, usato nel medioevo e durante il Rinascimento per la lavorazione della ceramica.
Dei molti frammenti ritrovati rimane poca cosa, in quanto i fratelli Zagni, all’epoca non dettero la dovuta importanza e così furono perduti. Fra questi ve ne erano alcuni in ceramica nera che secondo la stesse testimonianze avevano anche delle decorazioni o graffiti che farebbero pensare a un periodo molto anteriore al 1400 o 1500.
Ma più esattamente in cosa consistevano questi reperti? Si trattava di parti di calici, vasellame, brocche e alcuni di questi frammenti erano disegnati con graffiti.

Niente ci induce a pensare che quei frammenti di terracotta fossero etruschi, anzi si trattva sicuramente di piccoli pezzi di stoviglie, sicuramente scarti di produzione di una fabbrica di terrecotte, la maggior parte stoviglie per l’uso quotidiano.

Questa fabbrica tuttavia pare fosse costruita sui ruderi di un edificio molto più antico, che guarda caso sorgeva proprio sulla antica strada che portava al Peglio, zona di ritrovamento di una statuetta di un giovane dio etrusco: nudo, imberbe, che tiene nella mano un fulmine pronto per essere scagliato e che potrebbe essere Tinia.
E’ troppo presto per dire e troppo pochi sono gli elementi per affermare che i ruderi emergenti dalle acque del fiume Santerno siano quelli di un edificio etrusco o altro, però dal complesso degli elementi acquisiti, da testimonianze affidabii, dall’essermi anche io più volte recato sul posto, sarei indotto a pensare l’origine molto antica di questa costruzione.

Data la posizione del luogo a metà strada fra Florentia Fesulae (o visual? Etr.) e dall’altra parte Misa (ipotetico etrusco per Marzabotto) e Felsina (Bologna), è probabile che questo edificio sia stato usato dagli Etruschi, anche per fabbricare delle ceramiche. Sarà per un puro caso ma il nome “santerna” è etrusco (cfr. Pallottino, Etruscologia) e col nome Santerna, anche nel Rinascimento si designava la crisocolla che serviva per saldare i granuli etruschi ai monili (collane affibbiagli, orecchini ecc.). La crisocolla era ed è tutt’ora un composto di NITRUM (soda) e altra sostanza organica che spalmata con pennellino o piuma sul monile dove venivano appoggiati i minuscoli granuli (per ‘riduzione’ in forni a carbone di legna che raggiungevano e superavano gli 800° C.) si fondeva in parte col monile e con i granuli che davano a questi una lucentezza tutta particolare. Ma queste sono solo supposizioni non confermate da prove certe ed inequivocabili. Lasciamo agli esperti l’ultima parola. Per il momento mi accontento di documentare le cose che ho visto personalmente e che ritengo molto interessanti.

[Paolo Campidori]

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