DOSSIER RICORDI FAMILIARI


DOSSIER RICORDI FAMILIARI

PROLOGO

Nel 1960 io ero poco più di un adolescente, avevo infatti 18 anni (non ero ancora maggiorenne). La nostra famiglia, originaria del ‘firenzuolino’, o meglio dei monti dell’Appennino Tosco-Emiliano-Romagnolo, viveva a Greppola (‘greppla’ dial. celtico), in una casa colonica antichissima, che sembrava più unacasa-torre, ed era di proprietà della famiglia di mio padre, il quale, secondo, la ‘filosofia’ del tempo, era un porpietario terriero. Allora secondo una vecchia usanza celtica, il patrimonio della Famiglia ‘patriarcale’ non avrebbe dovuto subire divisioni di sorta, per cui esisteva un ‘capoccia’ o capo-famiglia (che era mio zio Bertone (Berto, o Alberto, e ‘Berton’ in dialetto), esistevano poi gli zii, ‘zioni’, coloro che facevamo parte dello “staff familiare”, i quali, come dice il nome erano zitelli, (‘bizzi’ tosc.), questi collaboravano a far progredire l’ “azienda familiare” (molto temuti e considerati), però devolvevano la loro ‘spettanza’ ereditaria al patrimonio comune familiare: poi c’erano altri figli che erano stati mandati a studiare: due di questi erano diventati sacerdoti di Santa Romana Chiesa: Francesco e Guido ed inviati rispettivamente, come prima destinazione a San Gavino Adimari (Francesco) e alla chiesa di Rossoio (GUido); un altro fratello aveva fatto gli studi di veterinaria, ma morì prematuramente a causa della tubercolosi. Si chiamava Giuseppe, ma da tutti chiamato Pino. C’erano altri fratelli, dei quali però non ricordo nulla o quasi. Infine c’era mio padre Leopoldo, il quale ‘dirazzava’ ed era considerato “la pecora nera”. Fu mandato a studiare ai Salesiani di Firenze e conseguì il diploma dell’VIII classe (le nostre medie), ed inoltre seguì il corso per fare lo “scarpaiolo”, un mestiere ambito, allora, oggi viene chiamato dispregiativamente ‘ciabattino’. Dopo lo studio, mio padre conobbe mia madre. Una donna piccolina, capelli neri, vivace, sapeva ballare benissimo i valser, suonati con la fisarmonica (allora le feste si facevano nei campi, ed erano improvvisate, poiché se veniva a saperlo il parroco le faceva interdire: era peccato ballare!). In casa di mio padre la chiamavano “la ballerina”, alludendo al fatto che non possedeva nè danaro, nè case, nè poderi, ma solo sapeva ballare. Si sposarono, lei e mio padre, andarono ad abitare a Greppola, in mezzo ai boschi di Monti di San Pellegrino, nella parrochhia di Monti. Nacquesto in questo ‘maniero’ mia sorella Maria Grazia e mio fratello Alberto.  Mia madre non volle più fare quella vita ‘ritirata’ da abati benedettini e chiese a mio padre di portarla a Firenze. A mio padre fu data la quota in denaro che gli spettava (eredità) e acquistò alcune case fra il Mugello e Firenze, a Fontebuona. Eravamo verso la metà degli anni Trenta, pochi anni prima dello scoppio della II guerra mondiale……Paolo Campidori

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Oggi non è più come una volta, che siamo sempre con la valigia in mano (facenbdo le dovute esclusioni: io ad esempio). Una volta fare un viaggio a Roma, ad esempio, era un avvenimento importante, specialmente per una madre di quattro cinque figli, casalinga ed economa della casa, che doveva fare miracoli (letteralmente) per far bastare fino a fine mese il poco eccitante salario del marito.Parlo degli anni del dopoguerra, mia madre aveva avuto “in dono” (se si può dire…) da mio padre quattro splendidi figlioletti: Maria Grazia, Alberto, Luisa, e, per ultimo io. Voglio solo accennare che  grazie alla mia nascita, mio padre, che era al fronte in Albania, Grecia, etc. potè essere esonerato dal servizio di soldato di S.M. il Re Vittorio Emanuele II, grazie ad una ‘leggina’, fatta ad hoc per coloro che avevano famiglie numerose. Ma su questo ritorneremo.

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In paese, qui a Fontebuona, c’era, praticamente una sola bottega ed una rivendita di beni “da monopolio” (e anche “da tessera”, per quanto riguardava i beni primari per l’alimentazione e la ‘sopravvivenza’. Dopo alcuni anni, dalla fine della guerra, la situazione andò normalizzandosi e dalla “tessera”, si passò ad una economia più libera, ma senza denari. Allora, avevano escogitato che le famiglie del paese, nei capi specifici le “capo-famiglia” che erano le donne (principalmente le spose), non pagavano, come si dice “cash”, ma tutto ciò che prelevavano dalla bottega alimentari della Delia (esiste ancora il ristorante), che però avendo cambiato più volte gestione si chiama con un altro nome.

fotocopia 3.jpg La Delia dava quindi cartocci di pasta, di spaghetti, di pane, vino, olio, “a credito”, nel senso che una donna prtelevava, e veniva conteggiato in un libretto giorno dopo giorno. Arrivati ai fatidici giorni della paga, chi aveva il lavoro (non tutti ce l’avevano), potevano far fronte a che la Delia facesse quel fatidico scarabocchio su quei numeri, sui quali tracciava una bella linea di traverso e apponeva quel fatidico “Pagato”, che faceva tirare un bel sospirone di sollievo alle famiglie. Ecco in questa situazione non certo florida, siamo verso la fine dell’anno 1960, esattamente il 15 e 16 ottobre, mio padre forte dell’incombente “Boom economico” che si intravedeva all’orizzonte, decise di portare mia madre a Roma, ripeto a Roma! in una gita con la sorela di mia madre (zia) Lina e suo marito (lo zio) Lionello. Il massimo dei massimi! Perché parlo di questa cosa, di questo bel ricordo? Perché frugando, fra le mie carte è saltato fuori un depliant, ormai ingiallito dal tempo, della Domus Pacis (che significa Casa della Pace), che era una struttura che ospitava i pellegrini (non so se esiste ancora, ma penso di sì), ad un prezzo ragionevole (da operai).

fotocopia 4.jpgPer dirvi in poche parole chi erano mio padre e mia madre (babbo e mamma o vic.), provenivano da famiglie che abitavano sull’Appennino Tosco Romagnolo, gente che lavorava la terra e allevava qualche animale (vacche da latte e formaggio, qualche maiale, e alcune pecore) e coltivava i campi (non si possono chiamare campi, ma terre miste a ciottoli, dove si faceva solo la fame). La metà di questo magro raccolto, veniva dato al Signor Padrone, proprietario della terra. Nella famiglia di mio padre erano invece agricoltori proprietari della terra, ed aveva alcuni poderi che davano anch’essi a mezzadria. Mia madre, dati i tempi, data la miseria, data la fame, vivevano di stenti ma con dignità, , con qualche formaggio, qualche gallina, con la farina gialla (del formentone) con la quale facevano polenta, gnocchi, etc. con la pasta fatta in casa tirata con il ‘matterello’ (oggetto che rviva oltre che per spianare la ‘spoglia’, anche per spianare i ‘gropponi’ dei mariti, quando tornavano la sera ubriachi fradici), con la farina di castagne, con le castagne, etc. La carne degli animali che allevavano la portavano al mercato di Firenzuola, e la vendevano, piché questa doveva approvvigionare le case dei Signori (che hanno sempre mangiato roba genuina, per questo sono così intelligenti!).  Non tanto diversa doveva essere la vita in caso di mio padre, i quali avevano un’altra mentalità di vità, pura facendo i poveri (per usare un eufemismo…). Essi portavano il ricavato delle loro attività agricole alla nascente Cassa Rurale di Piancaldoli, dove erano considerati e stimati. Non con questo che nella famiglia di mia mamma non fossero stimati! Altro che!….Erano gente buona, allegra (nonostante la miseria), soprattutto onesta e quando avevano darto la loro parola non c’era bisogno di alcun atto scritto, o rogito notarile. Quando  avevano battuto il palmo della mano, l’affare era compiuto. Al mercato di Firenzuola capitavano talvolta dei mercanti fiorentini i quali non erano visti affatto bene dai ‘montanari’. Mio zio Aldo, che faceva di mestiere. il falegname, l’operaio a giornata, e il sensale  aveva poi un concetto dei Fiorentini, meno che buono. Nessuno si fidava di loro. Poiché fissavano, palamo della mano su palmo della mano, l’acquisto, ad esempio di una vacca a 100, e quando tornavano, prima di andarsene, per prendere la vacca acquistata cambiavano il prezzo, ad esempio da 100 a 80! Per questo mio zio Aldo, che era una rimatore, un verseggiatore (bernescante), quando accendeva la sua pipa, piena di “mezzo Toscano” (sigaro), con gli zolfini (fiammiferi di legno) e questa non voleva accendersi diceva (in presenza di uno o più acquirenti toscani): Boia d’un  ‘gevl’ (diavolo, in dialetto emiliano-romagnolo) “non ce n’è uno sano di questi Toscani”, riferendosi al “mezzo sigaro Toscano”, ma con una chiara allusione al modo toscano (etrusco) di voler fare gli affari con l’astuzia. Dunque mia madre, cui era morto il padre in tenera età, dopo anni di spasimi, per aver preso una pedata nella pancia da una vacca, era rimasta orfana e presto, dovette lasciare la scuola per andare a ‘parare’  le bestie nelle balze (‘bels’ celtico per balze) che si trovano  sotto il Sasso di San Zanobi, dove si trovava, accanto al Sasso, una bella chiesetta ‘gentilmente’ (dome dice una mia conoscente) distrutta dai signori della guerra. Perchè parlo della poca istruzione di mia madre, che, nota bene, per allora non era il massimo, ma neppure il minimo. Certo, l’ideale era compiere gli studi alemo fino alla quinta elementare, ma, “quando c’è il bisogno”…..così mia madre si ritrovò da alunna elementare a fare la ‘pastora’ di greggi di mucche e pecore (forse anche per altri contadini della zona). Nonostante i pochi studi fatti, mia madre aveva una calligrafia bellissima, rotonda, chiarissima. Io mi commuovo di fronte a questo ‘cimelio’ di famiglia. Esso dice: ” Ricordo della Bella gita fatta il 15/e16 Ottobre 60″, nota bene, senza il minimo errorino. Poi in ultima pagina dello stesso deplkiant si legge, sempre in bella calligrafia “Ricordo della Bella (nota la B di ‘bella’ con la lettera maiuscola) gita 15/Ottobre 960 Emma e Leopoldo (mio babbo) e Lina e Lionello”. Questa era mia madre!

(Segue)

Fine della I parte

Paolo Campidori, Copyright

Dossier Cultura http://www.culturamugellana.com

Bibliografia:

Paolo Campidori – Mugello – Vita di Paese e dintorni – Libro stampato in proprio

Paolo Campidori – I Monti della Pietra – Libro stampato in proprio

ATTENZIONE: BOZZE DA RILEGGERE E CORREGGERE

 

 

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