DOSSIER: I MANUFATTI DELLA VAL D’ORCIA – SONO DEI REPERTI DAVVERO IMPORTANTI, CHE HANNO MOLTO IN COMUNE CON I RITROVAMENTI DEL NEOLITICO DA ME FATTI PRESSO IL CONVENTO DI MONTESENARIO


DOSSIER: I MANUFATTI DELLA VAL D’ORCIA – SONO DEI REPERTI DAVVERO IMPORTANTI, CHE HANNO MOLTO IN COMUNE CON I RITROVAMENTI DEL NEOLITICO DA ME FATTI PRESSO IL CONVENTO DI MONTESENARIO

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Ricevo e pubblico volentieri una ricerca seria condotta da ‘cultori’ archeologi riguardante il ritrovamento di alcuni manufatti nel territorio della Val d’Orcia, territorio che io conosco per esserci stato una volta ad una famosa Sagra, quella “dei cosiddetti ‘pici’, associata a quella dei ranocchi”. Mi ricordo di questo bellissimo borgo antichissimo, in bvesta, con tutte le osterie aperte, dove era possibile degustare del buon vino locale. Inoltre assaggiai i ‘pici’, che, pare fossero i più antichi  spaghetti (pasta lunga),, non solo d’Italia, ma del mondo. Riuscii anche a degustare un cosciutto di ranocchio, ma mi fermai al primo boccone. Mi sembra che gli antichi Romani dicessero: “De gustibus no disputandum est….”. Se hjo commesso degli errori ‘corriggitemi….’. Questi Manufatti assomigliano moltissimo ai manufatti ciclopici del periodo Neolitico (II Millennio a.C., fra questi un tempio sacro, forse dedicato alla Dea Madre…..Ovviamente gli studoi sono in corso, e gli esperti del settore, vorranno senz’atro dire anche il loro parere…..A me sembrano interessantissimi e, qui di seguito pubblico un resoconto, estrapolato, forse da una Rivista del Settore (ma non so quale).

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Complimenti qunque all’équipe per queste belle scoperte e un grazie al Prof. Carlo Rossi e a Nicoletta Martello

Paolo Campidori, Copyright

“…Il manufatto è posto in un’area che, a una più attenta esplorazione, assume un carattere complessivamente interessante. Il poggio, da cui si gode un ampio panorama a 360° che spazia sull’Amiata e la Val d’Orcia nonché sulle colline retrostanti, mostra tutta un’altra serie di interessanti elementi.
Numerosissime sono le pietre forate con trapani ad arco o utensili simili, e ciò anche in profondità. Ci sono dei fori passanti che collegano due facce di un megalite anche per decine di centimetri. I diametri di questi fori sono consistenti, a volte i segni della lavorazione sono evidenti e solo in rari casi possono esserci dei dubbi su origini diverse (da fossili o altro) di tali fori. Fori tra l’altro molto simili a quelli ampiamente documentati in aree della Maremma intorno a Sorano, Pitigliano e Sovana, ove essi sono collocati in pietre tufacee in cui non può esserci presenza di questa tipologia di fossili.
Le arenarie proprie della Val d’Orcia inoltre presentano altri segni (coppelle, canalette, piccole vaschette di raccolta) che ne determinano la derivazione da un attento lavoro umano.

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Alla sommità del Poggio ci sono due megaliti sovrapposti a formare una sorta di altare e tutto intorno altri roccioni abbondantemente lavorati. In uno di questi si nota la presenza di segni che hanno tutto l’aspetto di caratteri grafici. Questi ultimi sono molto più accurati ed evidenziano una sovrapposizione culturale assai più tarda ad un medesimo luogo di culto.
La sacralità del luogo si desume anche da dati storici: siamo a pochissime centinaia di metri dalle cosiddette Pocce Lattaie, un posto in cui da alcune grotte (simili alla Grotta Lattaia di Belverde sul Monte Cetona) c’è un percolamento calcico, biancastro e lattiginoso, il quale ha ispirato fino a pochi decenni fa rituali e culti che si presumeva fossero in grado di favorire la produzione di latte nelle madri e, più in generale, la fecondità.
Ma, in un luogo indubbiamente di alto interesse complessivo, l’oggetto in assoluto più intrigante è quello da cui si è partiti. Uno straordinario oggetto tondeggiante (le misure sono praticamente perfette e isodiametriche) che riassume e stilizza un bacino femminile. Sul lato superiore i caratteri genitali femminili sono evidenziati e ingigantiti, andando a formare una sorta di losanga sopraelevata rispetto al piano in modo da costruire delle canalette ove probabilmente potesse scorrere acqua.
La parte retrostante è un sedere femminile perfettamente modellato e meticolosamente orientato rispetto alla losanga superiore. Essendo tondeggiante va da sé che l’oggetto doveva trovarsi molto più in alto del luogo di ritrovamento (probabilmente in prossimità dell’”altare”o comunque della sommità del poggio) e deve essere rotolato soltanto successivamente nel luogo in cui giace adesso.

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L’oggetto è assai pesante e quindi può essere rimosso solo con mezzi adeguati. In sintesi può trattarsi di una Grande Madre, una Venere limitata ai particolari fecondi per eccellenza, che esplica in piena evidenza e con simbolismo diretto la sua finalità rituale.
Fare ipotesi sulla provenienza dell’oggetto è del tutto prematuro e potrebbe essere addirittura fuorviante. A titolo del tutto ipotetico possiamo però avanzare alcune prudenti supposizioni.
Ad una prima analisi l’oggetto risulta privo di segni lasciati dalla lavorazione di utensili in metallo e sembra invece evidenziare una levigatura effettuata con strumenti in pietra. Inoltre le dimensioni megalitiche, lo stile e i simbolismi che l’oggetto comunica portano con buona approssimazione all’ultima fase del neolitico locale.
Eccezionali similitudini si evidenziano con luoghi e oggetti simili trovati, come dicevamo, nella Maremma e nelle pendici meridionali dell’Amiata. Alcuni importanti studi (Melani e Nicosia, De Palma e altri ancora) evidenziano la somiglianza tra questi siti e altri emersi nel nord-viterbese e, in particolare, nell’area di Bolsena, andando a tracciare il quadro di quella che Pernier (il primo a scoprire una necropoli neolitica presso Ferento), Minto e, soprattutto, Pia Laviosa Zambotti hanno contribuito a descrivere come “civiltà di Rinaldone”.
Questa civiltà, che sarebbe durata circa due millenni, dal 3800 al 1900 circa a.C., avrebbe lasciato importanti tracce nel nostro territorio mostrando una ricchezza di rituali, pratiche religiose e costruzioni culturali davvero insolite per quell’epoca. Ovviamente questa civiltà ha vissuto un passaggio cruciale come quello dall’età della pietra a quella dei metalli.
Se anche il sito in questione fosse di origine rinaldoniana esso sarebbe, a quanto ci risulta, il più settentrionale tra tutti quelli attribuiti a questa civiltà.
Questo non dovrebbe però stupire più di tanto: il passaggio naturale che collega l’Alto Lazio, attraverso le pendici dell’Amiata, alla Val d’Orcia è breve e comodo. Esso è ampiamente sfruttato da tutte le civiltà successive, in primis dai Romani per la realizzazione della Via Cassia.
In alternativa possiamo anche pensare che rituali simili fossero patrimonio di altre civiltà che hanno battuto i nostri territori, come le popolazioni sub-appenniniche e, in senso più generale, quelle pre-villanoviane…”
Prof. Carlo Rossi
Nicoletta Martello

 

 

 

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