UNA SCOPERTA DAVVERO IMPORTANTE: A MONTESENARIO HO ‘RITROVATO’ (E IDENTIFICATO*) UN BELLISSIMO MEGALITO (DOLMEN), PROTO-VILLANOVIANO,  CHE HO BATTEZZATO CON IL NOME: “LA CASA DELLA PRINCIPESSA”


UNA SCOPERTA DAVVERO IMPORTANTE: A MONTESENARIO HO ‘RITROVATO’ (E IDENTIFICATO*) UN BELLISSIMO MEGALITO (DOLMEN), PROTO-VILLANOVIANO,  CHE HO BATTEZZATO CON IL NOME: “LA CASA DELLA PRINCIPESSA”

Menhr della chiocciola

Il ‘dolmen’ da me ritrovato a Montesenario (lato Polcanto), risalente a circa il 1200 a.C., ha una certa similitudine con i dolmen sardi, siciliani, Valle del Gargano, della Coste Rouge de Saumont etc.,   ma forse più importante perché quello di Montesenario è conservato quasi integralmente.

 Questo edificio megalitico, di straordinaria bellezza, è composto da un lungo ambulacro (corridoio o galleria) coperto, terminante in una cella sormontata da una cupola a forma di chiocciola. L’interno della cella quadrangolare, con ampi finestroni è caratterizzata da una copertura composta da grandi lastroni sovrapposti, rotondeggianti,  ed è sorretta da una specie di pilastro a sezione quadrangolare, con gli angoli smussati, che la fanno assomigliare ad una colonna di forma cilindrica.

Che tutta la montagna dell’Appennino Tosco-Emiliano-Romagnolo  fino comprendere  i nostri monti in prossimità  di Firenze fossero ‘antropizzati’ (popolati) da popolazioni ‘indigene già  a partire dal XII secolo (e, più indietro nel tempo) è cosa risaputa, e, molte sono le ‘risultanze’ trovate fino ad oggi che ce lo confermano.
In modo particolare verso il II Millennio a.C. si ha, non dico la matematica sicurezza, ma almeno la  consapevolezza acquisita   di popolazioni appenniniche definite genericamente ‘primitive’ che vivevano allo stato primordiale nelle grotte, più o meno artificiali dell’Appennino, costituendo così la popolazione Appenninica, definita genericamente ‘primordiale’, vere e proprio etnie spesso additate con nomi specifici che si rifanno ad altre civiltà .

Mores (Sassari) Dolmen

Il dolmen di Mores (Sassari) in Sardegna, ha notevoli affinità con il dolmen di Montesenario (Vaglia-BorgoSan Lorenzo?), però ha una maggiore somiglianza con la “Tanella di Pitagora” a Cortona.
Tale è il caso dei Ligures Magelli che, secondo Strabone o Dionigi di Alicarnasso abitarono i monti sulla destra dell’Arno. Alla cultura Ligure (o Celtica), sembra che si soprapponesse, successivamente, la cultura Villanoviano-Etrusca, durante tutto l’arco di tempo del I Millennio a.C. Ho l’impressione, ma non la certezza assoluta, che queste genti (autoctone), appartenessero originariamente  a culture fluviali, che usavano i fiumi per lavorare i loro utensili, esercitare la caccia e la pesca, ma che, tuttavia, abitassero in alto sui monti, dove probabilmente avevano l’opportunità di esercitare attività come  la caccia, l’allevamento, la pastorizia, etc.
Una civiltà  quindi dal doppio aspetto abitativo: uno fluviale (temporale), forse invernale ed uno montano (estivo).

Segni rujpestri

Graffiti raffiguranti figure antropomorfe sulle pareti del dolmen “La casa delle Principessa” (Montesenario-Polcanto,  prov. Firenze). Queste tracce proto-villanoviane rappresentano la cartina di “tornasole” per l’identificazione certa del dolmen di Montesenario, e come prova della ‘presenza’ umana in questi luoghi. 

Queste culture (seminomadi) fluviali e allo stesso tempo montane seguivano, secondo una mia opinione, da verificare, seguivano nel loro peregrinare la direzione dei fiumi, cioè da Nord-Sud e viceversa. Le stesse, risalivano i fiumi dell’Appennino Toso-Emiliano-Romagnolo del Santerno, della Diaterna, del Senio, dell’Idice,del Savena,  etc. , come abbiamo detto, per cacciare la selvaggina o effettuare la pesca lungo i fiumi e per praticare l’allevamento. Le loro abitazioni erano probabilmente fatte di capanne (per lo più di legna e frasche), oppure si servivano di ‘abituri’ ricavati nelle rocce (grotte). Sulla montagna, durante la stagione buona si svolgeva la loro vita , la vita di comunità , gli aggregamenti religiosi, come le feste in onore alle loro divinità (sole, luna, stelle).
Le grotte montane, servivano loro sia come rifugio contro il freddo e le intemperie, sia come difesa dalle bestie feroci, ma anche come depositi di armi, pelli, prodotti caseari, etc. . Tracce di vita primordiale (trogloditi) sono state rilevate, tempo fa, anche in alcuni villaggi della Valle dell’Inferno, che si trova presso l’attuale Badia di Moscheta, in modo particolare nelle località  di Osteto, dove ancora si possono notare alcuni resti di queste primitive abitazioni inglobati nelle nuove  abitazioni. Altre realtà dello stesso genere l’ho io ritrovate presso in Mugello, principalmente nella zona pedemontana di Vicchio.

La tanella di Pitagora

Una discreta similitudine del dolmen “masso del Fuso” o “Casa della Principessa” (da me ribattezzato), è da ravvisare nella cosiddetta “Tanella di Pitagora”, che gli esperti fanno risalire al V-IV sec. a.C. 

Tali abituri, formati da lastroni posti in pendio e sorretti lateralmente da grossi massi (pilastri) si trovano anche sui declivi del Monte Senario, che più volte ho avuto l’opportunità  di segnalare. Ma anche in altre occasioni ho avuto l’opportunità  di segnalare la presenza in loco della presenza di popolazioni villanoviane-etrusche in tutta quella zona, in modo particolare sul versante est che guarda Polcanto (Borgo San Lorenzo) e sul versante Ovest che guarda Buonsollazzo. Infatti, in tutta la zona sono presenti moltissimi segni (simboli) graffiti sui massi, ma anche su ciottoli di piccole dimensioni; si tratta di simboli:  piccole croci, freccette, serie di punti che formano dei cerchi, lettere, e, numerosissimi ‘ometti’, in varie posture, simili a quelli che si trovano sulle urnette cinerarie a forma di casa del periodo Villanoviano, di Vulci e altri siti, e anche all’interno del menhir di Montesenario.
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Un masso facente parte del menhir con evidenti segni di ‘lavorazione’: un buco quadrato realizzato con utensili primitivi
Ma tornando alla scoperta del megalite, un complesso litico, di grandi proporzioni, in parte distrutto e non si sa per quali ragioni, possiamo parlare di un ‘ritrovamento’ veramente importante, forse un tempio, forse una tomba risalente approssimativamente al XII secolo a.C.? Penso proprio di sì. Una identificazione importante, sulla quale gli studiosi avranno molto da lavorare, e, cambierà non di poco la storia del territorio, così come fino ad oggi l’abbiamo conosciuta.  

Questo complesso megalitico era segnalato nelle carte sentieristiche di questo territorio, ed era indicato  come un masso naturalistico, al quale era stato dato il nome di “Masso del Fuso”, vale a dire,  come uno dei tanti massi ‘creati’ dalla bizzarria della natura, come potrebbero essere altri massi che si trovano nella zona o in zone come questa. Debbo dire con franchezza che non furono le carte sentieristiche del luogo a condurmi al “Masso del Fuso”, ma fu casualmente, percorrendo il sentiero che conduce a Polcanto, dove ero alla ricerca di graffiti, dei quali ho parlato sopra.
Casa troglodita interno

Montesenario  (Vaglia – Borgo San Lorenzo?) – Un particolare della cella coperta e rivestita da lastroni, sorretta da un ‘menhir’ , sorta di colonna ovaleggiante. 
Ad un certo punto il sentiero biforcava sulla destra, e ad una cinquantina di metri c’era questo ‘manufatto’ gigantesco, formato da enormi pietre, lavorate grossolanamente. Mi resi conto di trovarmi davanti ad un grande ‘edificio’ costruito anticamente, composto da un lungo ambulacro fatto di lastroni di pietra e da una specie di ‘cappella’ con una cupola fatta di lastroni rotondeggianti, che assomigliavano al guscio di una chiocciola. Questa cupola, era sorretta da un enorme colonna litica (dolmen), il tutto di straordinaria bellezza. Lo chiamai subito la “Casa della Principessa”, poiché, un graffito (o forse un disegno naturale della pietra) mostrava una figurina di una giovane con una treccia che lanciava in aria una specie di palla.

Muro megalitico

Dolmen Montesenario (Vaglia-Borgo San Lorenzo) grosse muraglie delimitano ambienti del dolmen annessi alla cella 
La bellezza del luogo, la posizione, la grandiosità dei manufatti, mi fecero pensare che ciò non fosse una abitazione, ma piuttosto un tempio, una tomba principesca o altro edificio a carattere religioso. Sono ritornato sul luogo e mi sono reso conto, anche dalle grosse pietre che componevano tale ‘manufatto’ che sono rotolate più in basso, che lo stesso potesse essere davvero una tomba principesca del periodo Villanoviano o precedente. Per quanto riguarda la parte centrale, un ambiente sovrastato da una specie di cupola rotonda fatta di grossi massi, mi sembra di poter azzardare una certa somiglianza con la Tanella di Pitagora di Cortona, anche se questa mi sembrerebbe appartenere ad un periodo più recente. Dai ritrovamenti archeologici fatti a Fiorenzuola, al Peglio, e un po’ in tutto l’Appennino Tosco-Emiliano-Romagnolo, cioè della presenza etrusca in tali luoghi (lo confermerebbero la statuetta bronzea del Peglio () e la targhetta con l’epigrafe di Culsans ritrovata a Fiorenzuola) che doveva esserci un trait-d’union, un fil-rouge importante che univa le popolazioni appenniniche accennate con quelle di Cortona. Ma questa è solo un’ipotesi.
(
) Guarda caso:  il bronzetto di Tinia ritrovato al Peglio (Fiorenzuola-Firenze) si trova conservato nel Museo di Cortona…! Come pure altri reperti rinvenuti a Firenzuola si trovano nello stesso museo….
Paolo Campidori, Copyright

Dossier Cultura
http:/www.culturamugellana.com
Fiesole,  21 settembre 2018

(*) Il dolmen che farei risalire a circa il 1200 a.C. (II Millennio a.C.) e precisamente alla cultura proto-villanoviana  (e pertanto si trova sul luogo da circa 3200 anni) è opera dell’UOMO, ma, dalle genti del posto  questo DOLMEN era  considerato  una delle tante ‘bizzarrie’ della natura o, se vogliamo del paesaggio. Tant’è vero che – secondo la tradizione orale  (i ‘vecchi’ del posto), tale dolmen esso  era chiamato “Masso del fuso”. Con lo stesso toponimo “Masso del fuso”  il dolmen viene identificato nelle mappe topografiche del luogo, senza alcuna specificazione. 

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