“LA VITA DI VITO” – Fra realtà e fantasia: un racconto d’amore ambientato a Vicchio di Mugello nella terra di Giotto e del Beato Angelico


“LA VITA DI VITO” – Fra realtà e fantasia: un racconto d’amore ambientato a Vicchio di Mugello nella terra di Giotto e del Beato Angelico

Vita

Mina,  (la figlia di Vita) era una bella ragazza, che faceva girare la testa a tutti i giovani di Vicchio e oltre.

Vita veramente era un diminutivo, il suo vero nome era Vitaliana, un nome per la per la verità poco comune, ma che la nostra “Vita” aveva ereditato dalla nonna. Anche se il suo nome era originale e poco comune, Vita invevce era una donna piuttosto ordinaria, rozzotta, ma soprattutto aveva l’aspetto di una megera, una di quelle che prima della famosa Legge Merlin, gestivano le case di appuntamento nel centro di Firenze. In effetti Vita era nata in città a Firenze, ma ben presto, fin da piccola, essendosi trasferiti i genitori in Mugello, anche vita si era trapiantata nella campagna del vicchiese, sopra San Pier Maggiore, sulle propserose colline del Poggio Colla. Vita aveva assorbito la linfa vitale che sprizza in quei campi, con i filari delle viti “sposate” con i carpini, aveva fatto proprio il colore e la compattezza delle zolle appena lavorate e che rifletteva sulla sua pelle “coriacea” come la terra secca; aveva inoltre assorbito quell’influsso etrusco che emanava dal Pago del Poggio Colla, dove i contadini ripetutamente avevano dissotterrato con i loro aratri, cocci, manici di tegami e figurine di guerrieri in bronzo. Anche Vita, come gli Etruschi, aveva alle orecchie grandi campanelle d’oro che contrastavano fortemente con i suoi capelli nero-carbone. Ma gioielli Vita ne portava molti: le dita delle sue mani erano praticamente  ricoperte da anelli dalla grossa cerchiatura d’oro, con pietre vistose di vari colori. Aveva anche varie collane d’oro, ma di quello massiciccio, e se vogliamo anche un po’ grossolano. Vita non badava tanto alla bellezza del gioiello quanto alla sua apparenza, alla sua pesantezza, alla sua “lussuria”, come diceva lei. Le sue labbra erano carnose e ricoperte di un rossetto rosso vivo, che faceva trabordare fin sopra e sotto il segno delle labbra. Quando rideva il suo era un riso smodato, un riso veramente da “megera”, anche perché mostrava nella sua dentatura un buon numero di denti d’oro e d’acciaio. Quando Vita invece non rideva il suo aspetto assomigliava più a quello di una “arpia”. Ma chi gli aveva messo questo nomignolo “Vita” che per certi sensi le si addiceva e per altri meno. Era stato suo marito che, si dice a volte le stranezze, si chiamava Vito. Aveva cominciato fino da piccolo con i genitori a fare il contadino nella zona di Casole e Rostolena e poi i suoi genitori si erano trasferiti nella zona di San Pier Maggiore. Il ragazzotto Vito, gran lavoratore, si era fatto ben volere dal “padrone”, il signor Conte, anche perché era “affidabile” ed estremamente servizievole. Ben presto era diventato l’uomo di fiducia della fattoria e quando il vecchio fattore morì, Vito prese il suo posto. Certo, Vito ne aveva fatti di soldi come fattore del Conte. Era un uomo, se così si può dire, tozzo, tarchiato, con il collo taurino, con le gambe e le braccia robuste, e sulla testa non gli era rimasto neppure un capello. Vito non era certo uno di quelli, come si diceva, che gliela risparmiava ai contadini. Era attentissimo a quello che facevano e teneva un controllo quasi maniacale di tutti i capi di allevamento. Era molto difficile che gli sfuggisse qualche “marachella” che i contadini, talvolta per necessità, erano costretti a fargli. Andava a finire che per la sua severità il fattore Vito guadagnava sia dal padrone che dai contadini. Il marito era solito decantare le qualità e le “bellezze” della moglie e diceva spesso che Vitaliana (Vita) era “tutta la sua vita”. Un gioco di parole per dire quanto egli ci tenesse a quella donna, specie di megera e d’arpia. I contadini quando la vedevano apparire sui loro poderi, tutta ingioiellata, con le unghie lunghe smaltate dicevano: “ecco c’è la Vita di Vito”, e ridevano a crepapelle. Ma il povero Vito, si fa per dire, era uno che nella vita aveva sgobbato sodo. Le sue gambe e le sue braccia non erano più quelle di una volta. Era un uomo, come dicevano i contadini, tutto di un pezzo, ma ora “tutto stronco”, però sapeva farsi rispettare. Vito e Vita avevano avuto due figli dal loro matrimonio: Roberto, un “piercolaccio” come il babbo, che se la spassava tutto il giorno, a cacciare con gli amici, e Mina, una bella ragazza, che faceva girare la testa a tutti i giovani di Vicchio e oltre. Era Mina di una bellissima carnagione chiara, capelli biondi, labbra carnose, occhi azzurri con ciglia e sopracciglia nere, era veramente una diva da primafila. I suoi occhi erano particolarmente belli, di un blu acqua marina che quando li guardavi, sembrava di scorgervi gli infiniti panorami marini, con le onde e la schiuma della risacca. Anche se Vito prediligeva il figlio, tuttavia era molto attaccato a Mina. Tutti gli anni, e questa era una sua mania, nell’uovo di Pasqua gli faceva trovare, ora un collier ora un braccialetto, ora un orologio, sempre d’oro. La stessa cosa Vito non mancava di fare per la sua Vita il giorno del loro anniversario di matrimonio. Al figlio Roberto, che era l’erede maschio, Vito era solito fare fucili da caccia, ma qualche volta gli aveva fatto la sorpresa di regalargli una nuova fiammante auto spyder. Roberto era un “Alfista” incallito, amava più queste auto delle donne, anche se si era sposato con una giovane formosa donna del paese. Sia Vito che Roberto erano due persone grezze, molto gelose. Vito era geloso della figlia, l’avrebbe voluta tutta per se, anche se questo sentimento riusciva bene a nasconderlo. Roberto era geloso della moglie e anche della sorella. Roberto non tollerava le “moine”, le carezze che Mina talvolta faceva al “rustico” padre. Aveva paura che i favori del padre si rivolgessero verso Mina, totto a suo danno. Quando vedeva queste scene, Roberto, tutto stizzito, staccava il fucile dal muro e usciva di casa per andare a caccia. Era un selvatico, di quelli che conoscono il terreno palmo a palmo. Sapeva a memoria quelli che erano i balzelli della lepre, e talvolta andava a cacciare di notte. Più che essere un selvaggio aveva qualcosa di “losco” nella sua persona. Mina era invece una ragazza tenera, dal volto e dallo sguardo gentile. Era anche colta, amava la poesia di Kipling, amava leggere Kafka e l’unica cosa che tradiva la sua presenza campagnola erano quelle inflessioni che ogni tanto lasciava andare del suo accento “vicchiese”. Mina, come tutti i rampolli delle famiglie “facoltose”, studiava a Firenze presso un Convitto, nella zona “bene” della città, verso Porta Romana, presso Poggio Imperiale. Con il suo ragazzo Mina aveva percorso molte volte a piedi, mano nella mano, il tratto che dal Piazzale Michelangelo va a Porta Romana. In questo bellissimo viale alberato con a lato i cottages e dall’altro le Limonaie di Palazzo Pitti, Mina aveva sussurrato, sprizzante di gioia, a Nicola (questo era il nome del suo ragazzo): “ti amo”. Mina amava, in quei momenti, ricordare a Nicola, la bellissima vacanza che avevano trascorso a Milano Marittima. Per la prima volta, in quel di Milano Marittima, Mina aveva svelato a Nicola il suo amore: “Ti voglio un bene da morire”, gli aveva quasi gridato affacciandosi alla finestra della pensione in cui alloggiava con la famiglia. Spesso Mina e  Nicola  andavano al teatro Niccolini a “vedere” un film e per l’occasione prendevano posto in uno di quei palchi del teatro, per avere un poco di intimità. In realtà, quando uscivano da quel teatro, i due avevano visto ben poco del film, anche se entrambi si giuravano a vicenda che il film era stato di loro gradimento. Mina, nei momenti più teneri e quando si appartavano non mancava di parlare del “futuro” a Nicola. Nicola, invece, non gradiva questi discorsi: “Ma è possibile che tu non abbia capito che io sono come un uccellino al quale piace volare e non stare in gabbia?” E Mina ribatteva: “Sai Nicola, io non penso che sarò una buona cuoca. Il mangiare non l’ho mai fatto, forse ti farò solo riso in bianco”. A Nicola non andavano giù questi discorsi e intanto metteva nel mangiadischi la canzone, anni ’60, “….Prima di tutto sono giovane e non ho voglia dilegarmi ancora”. “Questa è per me”  diceva Mina. E poi aggiungeva: “Ma perché non vuoi venire neppure una volta in casa mia, a conoscere mia madre?”. “Proprio tua madre, quella arpia” – ribatteva Nicola. “Lo sai che non mi va di fidanzarmi in casa. E’ inutile che tu insista”. “Non arrabbiarti” disse Mina. “Lo sai che sabato prossimo la mia amica Rosetta farà una festa in casa, ci sarai anche tu?” “Perché no” – rispose Nicola. Rosetta aveva una bella villetta, poco fuori Vicchio ed aveva organizzato una bellissima festa, di gran lusso, di classe, con “bella gente”. Fra lo scintillare dei calici e dei gioielli, al muro spiccava un cartello: “Vietato fare coppia fissa”. “Poco male” – disse Nicola, il quale si era messo subito a ballare con Rosetta, che era una rosa di nome e di fatto: capelli nerissimi, un volto e un personale splendido. I balli erano quelli degli anni ’60 con molta “mattonella” e Rosetta non disdegnava farsi stringere un po’ da Nicola. “Andiamo via” – disse a un certo punto Mina a Nicola. “Ma perché vuoi andare via, cominciavamo adesso a divertirci”. “Andiamo via e basta” – replicò Mina, molto stizzita. “Dove andiamo?” – le chiese Nicola. “Andiamo a fare un giretto”. “Va bene”. Mina e Nicola passarono tutta la notte fra baci e abbracci nelle ristrettezze della piccola Diane di Mina. “Ma non sarebbe meglio andare in un altro posto più comodo?” – disse a un certo punto Nicola “Non ti allargare troppo” – disse Mina. Poi aggiunse “Lo sai Nicola, sono voluta venire via dalla festa poichè ero gelosa di Rosetta”. Evidentemente la gelosia era una malattia di famiglia “Non fa niente” – rispose Nicola, guardando il suo orologio. “Ma sono le tre di notte!!” “Non mi interessa – rispose Mina – voglio restare ancora con te”. Era ormai l’alba, quando la Diane di Mina si avvicinava alla propria abitazione “Ciao Mina”. “No, ancora qualche bacio” e Mina si distese sulle gambe di Nicola, abbracciandolo e baciandolo teneramente. Improvvisamente Nicola sentì aprire lo sportello della Diane e repentinamente due “artigli” si posarono sul suo viso. Era la Vita di Vito, l’arpia, la megera, che avrebbe voluto sfregiare Nicola, se non fosse intervenuta tempestivamente Mina. “No, ferma mamma, questo è Nicola, sai quel ragazzo che mi viene sempre a prendere. Fermati, per l’amore del cielo!”. Ma in quel momento Vita si scagliò su Mina, con pugni violenti sulla bocca e sul naso. “Non ti vergogni – le aveva urlato –  tuo padre ed io in ansia, ad aspettare….e tuo padre…tutto “stronco”! voleva venire di notte a cercarti…e anche Roberto, tuo fratello…ti è andata bene…!” A un certo punto, sotto quei colpi, Mina cominciò a versare sangue dal naso e dalla bocca. Poi repentinamente l’arpia prese Mina per i capelli e quasi trascinandola, la portò verso l’uscio di casa, mentre Mina piangeva disperata. Nicola, rivide diverse volte Mina a Vicchio, però era molto cambiata. Non era più la bellissima e tenerissima fanciulla con gli occhi azzurri color verde acqua marina. Mina, come la mamma megera,, ora indossava vistosi anelli alle dita, pesanti collane d’oro al collo e le labbra, belle e gentili di una volta, erano diventate grossolane e carnose, come quelle della mamma. Rideva in una maniera smodata, mostrava anche lei nella sua dentatura qualche dente d’oro. Alcuni anni dopo Nicola la rivide, mentre passeggiava per Vicchio con due bambini, biondissimi come lei. “Come va Mina?” le disse Nicola. “Bene” – rispose Mina. “Vedo che ti sei sposata”. “Si, mi sono sposata alcuni anni fa”. “E che fa tuo marito?”. “Fa il fattore, ha preso il posto di mio padre, poiché era “stronco” e non ce la faceva più”. Nicola, salutandola, se ne andò pensando che Mina, era diventata, come sua madre, un’altra “Vita di Vito”.

Paolo Campidori
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